PUGLIA, emozioni fuori dal tempo in un’antica terra… senza tempo!

Si ritorna sempre molto volentieri in una terra che offre emozioni durante tutte le stagioni dell’anno; una terra dove arte, storia, folklore e tradizioni s’intrecciano coi doni offerti da una terra e da un mare su cui prospettano le chiese in pietra bianco/roseo-calcaree, i monumentali castelli e le masserie fortificate le cui radici si fondono nelle lontane memorie del tempo e giungono da culture antichissime.

Disponendo dei tre giorni di un week-end è possibile andare alla conoscenza ed eventuale scoperta di nuovi itinerari escursionistici. TRANI ci accoglie coi suoi splendidi gioielli fatti di arte e di paesaggi. Capitale del romanico pugliese, la sua gigantesca Cattedrale, dedita al culto di San Nicola “pellegrino” offre uno spettacolo di inaudita bellezza con la splendida mole che s’impenna dal profondo azzurro del mare Adriatico e si staglia oltre un orizzonte sempre più infinito. L’incredibile spettacolo offerto al tramonto della sua monumentale facciata indorata dagli ultimi raggi del sole e illuminata da scenografiche luci, ci introduce alla conoscenza di questo tempio federiciano (XI secolo) con un terrazzo/pronao raggiunto da una gradinata in calcare bianco-rosato. Il suo interno è distribuito su due distinti livelli: la cripta inferiore e la basilica superiore; un magnifico portale in bronzo si armonizza con figure zoomorfe che si alternano a rilievi dai motivi floreali mentre l’imponente Campanile completa quest’opera che ha fatto del romanico pugliese il suo gioiello più caratteristico. Ma Trani è bella anche per il suo singolare porto, le cui splendide acque riflettono (ed evidenziano), oltre alla splendida mole della Cattedrale, una caratteristica promenade in cui si alternano palazzi gentilizi e chiese di antichissime origini; le coloratissime imbarcazioni, poi, completano questo pittoresco scenario fatto di bianche pietre che si riflettono nell’azzurro del mare e del cielo.

POLIGNANO è famosa per il suo vivacissimo carnevale che si snoda lungo le principali vie del centro e per aver dato i natali al melodico cantante degli anni ‘60/’70 Domenico Modugno; ma è la sua splendida cornice paesaggistica che la incorona come una tra le più belle mete della Puglia. La sua parte antica, quel suo borgo arroccato le cui bianche case sospese nel vuoto sulla scogliera che sprofonda in un mare dalle molteplici tonalità che vanno dal blù al cobalto, e dal giada al turchese la strada panoramica di matrice borbonica costruita su archi e che s’affaccia sulla ciottolosa spiaggia raccolta nell’insenatura, fanno di questo paese un privilegiato luogo di vacanza davvero bello e rilassante.

Ma non si può lasciare la terra dei Messapi senza aver fatto una puntatina in un luogo unico al mondo, riconosciuto (e protetto), fin dal 1996, come Patrimonio Mondiale dell’UNESCO: ALBEROBELLO, con le sue singolari strutture abitative in pietra a secco dei “Trulli”, a base cilindrica o cubica, intonacati in bianco e per tetto di copertura, un cono realizzato da listelli di pietre scure su cui sono disegnati curiosi simboli (di salute, felicità, prosperità e credi religiosi) legati alle antichissime culture che hanno influenzato – fin dall’antichità – queste terre e le popolazioni che le abitavano, chiusi in cima da singolari pinnacoli bianchi. Camminare attraverso i Trulli è una esperienza davvero unica; farlo sotto la pioggia, ancor più divertente! Avvicinandosi al paesello sembra di entrare ed attraversare un paesaggio fiabesco di tolkieniana memoria, quasi una tipica location della saga del Signore degli Anelli. Immergendosi nel fitto reticolo che caratterizza la parte più antica dell’abitato (Rione Monti), si riconoscono alcuni tra i più vecchi e significativi trulli (qui eretti tra il XV e il XVIII secolo), come il trullo “Siamese”, un’unica base strutturale con due distinte coperture e legato alla leggenda dei due fratelli innamorati della stessa fanciulla, fidanzata promessa in sposa al più grande dei due, ma che era innamorata del più giovane; per evitare screzi tra i due, allora, fu deciso così di erigere una parete divisoria all’interno del trullo e creare due ingressi indipendenti. Solitamente nella parte conica interna del tetto di copertura veniva creato un vano sospeso in cui erano collocati i giacigli per far dormire i bambini, mentre i pavimenti – tutti rigorosamente in pietra calcarea bianca levigata del Tavoliere – restituiscono luce e aria all’interno del trullo; un vano centrale funge da soggiorno e mette in collegamento gli altri ambienti che ruotano intorno ad esso. Il bianco profumo delle pietre del selciato lungo le principali arterie di questo labirinto da fiaba, anche sotto la pioggia riesce ancora a restituire quelle arcaiche sensazioni di un tempo in cui tutto ruotava intorno alle principali forme produttive della zona, autentiche strutture sociali legate – in modo indissolubile – al mondo dell’agricoltura.

Un viaggio in Puglia, vale davvero la pena effettuarlo, e solo chi ha avuto la fortuna di nascervi riesce a comprendere fino in fondo di trovarsi al centro di un magico Sud in cui si intrecciano suoni, profumi, emozioni, ritmi, sensazioni, gioia, colori, magia… tradizioni! (di ©Andrea Perciato)

Camminando lungo orizzonti “saraceni” sulle Terrazze del Paradiso (Amalfi coast, South Italy)

attraverso casali, portici, rampe e giardini dal sapore arabo sospesi nell’immenso:da Minori a Ravello lungo il cammino percorso dal nobile avventuriero Thomas Hoby nel 1550… Questo singolare percorso si snoda attraverso un bel pendio che dal mare ascende alla montagna. L’itinerario tocca almeno quattro chiese e offre belle vedute panoramiche dei dintorni sullo sfondo di paesaggi immutati nel tempo, dalle frastagliate montagne della costiera ai giardini “terrazzati” sospesi nell’azzurro.

Il nobile inglese Thomas Hoby ambasciatore alla corte francese nel 1550 durante la traversata da Salerno a Napoli fu colto da una tempesta che costrinse i viaggiatori a prendere terra a Minori ed a continuare il viaggio a piedi. Durante lo spostamento Hoby loda il paesaggio: “… ridente e popolato, un luogo che stupisce per la ricchezza dei frutti con arance, limoni, cedri, olive, prugne, melograni e ciliegie; per l’abbondanza di fiori profumati, per l’aria tiepida della zona e per il basso prezzo del meraviglioso vino che mi meraviglio nel veder venduto a così buon prezzo; una caraffa, che corrisponde ad un quarto inglese, costa 8 cavallucci, circa 3 farthings”.

Muovendosi dalla Basilica di Santa Trofimena in MINORI, ci si porta sul piccolo lungomare che determina la spiaggia ciottolosa. Spostandosi verso Amalfi si giunge a Piazza Umberto I che è al margine W del lungomare. Da qui, imboccati la traversa di San Giovanni a Mare, si percorre il passaggio pedonale fino ad arrivare alla base della rampa dei gradini di via S. Giovanni a Mare. Ora ha inizio la salita lungo i gradini che in breve raggiungono la Statale Amalfitana n. 163, nei pressi di una fontana d’acqua potabile. Attraversati la strada principale si risale, proprio di fronte, per un’altra rampa di strette scale che in breve portano (75 m) nelle adiacenze del cancello principale del locale cimitero. Alla destra dell’ingresso del camposanto compare una stradina (che non va presa!); poi, proseguendo brevemente lungo il margine del cimitero, subito dopo averne superato il perimetro, si volge decisamente a sinistra da dove – ancora una volta – ha inizio una lunga salita attraverso orti e frutteti terrazzati che si alternano a masserie e case isolate.

La pista s’inerpica lungo il forte pendio che viene superato con tornanti e ripetuti gradoni i quali offrono – di volta in volta – visioni e suggestioni di una costiera solo in apparenza conosciuta. In vista di un bivio (203 m) con una via che – a destra – sale direttamente dalla periferia settentrionale di Minori qui, subito dopo aver incontrato un’altra fonte e lasciati alle spalle una piccola chiesa, s’incontrano le prime case del pittoresco villaggio di Torello (228 m), borgo di matrice medioevale che in molti identificano come il primo nucleo abitativo di Ravello e che trae il suo nome dall’altura di monte Toro. Pochi metri ancora e compare (230 m), a sinistra, la Parrocchiale di S. Michele Arcangelo con un campanile a sezione quadra e tre ordini d’altezza; qui nei pressi sbuca la pedonale (Via Torretta) che risale dalla frazione di Mormorata lungo la “nazionale” costiera. Si continua ancora a salire attraversando case e mura di recinzione (orti e frutteti) fino a quando, dopo circa 100 metri, si incrocia una rotabile secondaria che scende da Ravello.

Qui ci troviamo proprio sotto la rupe da cui si erge l’abitato di Ravello le cui case e, soprattutto, le sue ville avvolte da incredibili giardini terrazzati, già cominciano a profilarsi oltre l’orizzonte sulle nostre teste. Dall’incrocio si attraversa la strada e, passando di fronte (presenza di fonte d’acqua) si gira subito a sinistra incamminandosi lungo un sentiero. Ad appena 150 metri si giunge a ridosso di un grande loggiato che fa da platea alla chiesa di S. Pietro a Costa (270 m), la più antica fondata in Ravello crollata nel ‘500 e più volte rimaneggiata. Dalla spianata della chiesa si volge a destra e per un viottolo (via S. Pietro) si attraversa (312 m) un’altra rotabile; da qui, salendo a destra e senza indugiare, si giunge direttamente (359 m) nella piazza principale di RAVELLO, proprio nelle adiacenze della singolare Torre d’accesso della superba Villa Rufolo.

La bellissima cornice paesaggistica in cui è inserita Villa Rufolo è un miscellaneo concentrato di edifici “moreschi” di matrice medioevale (XIII-XIV secolo), avvolti da una incredibile vegetazione che si presenta varia e lussureggiante con specie floreali non autoctone. La Villa, eretta tra il 1270 e il 1280, Attraverso il suo viale si giunge alla terrazza (che sembra tuffarsi nel mare) di Riccardo Wagner così detta perché il 26 maggio 1880 il celebre compositore cercò l’ispirazione per concludere il quadro scenico del “Giardino di Klingsor”, II atto del Parsifal; e per ricordare questo evento, in questa cornice da favola da anni si celebra – in suo onore – il ciclo del Festival musicale Wagneriano.

Piazza del Vescovado in poche decine di metri divide l’ingresso a Villa Rufolo dalla bella facciata del Duomo, (più volte rimaneggiato) dedicato a S. Pataleone,  eretto nel 1086, che si caratterizza per la presenza di tre bei portali in marmo; quello centrale è chiusa da una porta in bronzo del 1179 con 54 formelle a sfondo sacro. Il suo interno assume forma balisicale con tre navate che poggiano su otto colonne e un transetto che si contraddistingue per il pavimento inclinato nel cui fondo compare la Cappella di S. Pantaleone. Ma i gioielli scultorei di questo sacro edificio sono gli amboni; quello di destra, detto del “Vangelo”, poggia le sue tortili colonnine su leoni marmorei; mentre quello a sinistra, conosciuto come quello de “l’Epistola”, è caratterizzato da pannelli e balaustre intarsiati da splendidi mosaici con figure zoomorfe.

Sempre dalla Piazza del Vescovado s’imbocca la stradina che r,isale per botteghe e tipiche trattorie, fino a raggiungere – in breve – la Chiesa di S. Francesco, il cui Convento, originariamente composto da tre navate e otto cappelle, vuole sia stato fondato – secondo la tradizione – dal “Poverello” di Assisi nel 1222. Poco più sopra sorge la Chiesa di S. Chiara, affiancata dalle otto celle attigue al ‘300tesco monastero di clausura.

Risalendo ancora per la bella, panoramica e silenziosa via si perviene alla scenografica Villa Cimbrone. Realizzata per volere di Lord Grimthorpe che fu colpito dalla straordinaria bellezza del luogo, la villa accoglie – in maniera sobria e spesso bizzarra – un crogiuolo di stili artistici, decorativi e architettonici appartenenti ad epoche diverse. I suoi giardini interni, ricchi di tesori naturalistici, panche e gazebo, offrono diverse possibilità per effettuare suggestive passeggiate. Di particolare bellezza è il “Chiostrino” che compare presso l’ingresso a sinistra da cui si accede anche alla vicina cripta. Nelle adiacenze si erge la Torre “merlata” del cosiddetto castello. Il suo rigoglioso giardino attraversa il bellissimo “Viale dell’Immensità” che conduce al “Tempietto di Cerere”, ricco di statue, pozze e fontane, culminante – a strapiombo sul mare – con il celebre “Belvedere dell’Infinito” che lascia proiettare lo sguardo verso l’immenso, un panorama mozzafiato che Gore Vidal definì il “più bello al mondo”. Guadagnando l’uscita è possibile attraversare la pineta che solca l’orlo del crinale e che ospita, al suo interno, il “Tempietto di Bacco, il “Belvedere di Mercurio” ed il “Tempio di Venere” fino a restare incantati dall’atrio delle Sirene e dal singolare Tea Room in puro stile arabo.

Ritornati nuovamente in Piazza del Vescovado (359 m), con splendide vedute panoramiche che si stagliano dalla costa ai monti dell’interno; quel caseggiato che si erge a settentrione e Scala. Proseguendo, in discesa si costeggia Villa Rufolo, passando sotto un portico con belle esposizioni di ceramiche artistiche. Si volge subito a sinistra scendendo lungo le rampe di Via Orso Papice, fino a sbucare su Via della Repubblica; e proprio sotto l’aspra rupe calcarea compare – incastrato nella roccia – l’ardito Santuario rupestre dei SS Cosma e Damiano. Continuando lungo la bellissima promenade di Via S. Cosma, si rasenta la rupe da cui s’affacciano i giardini di Villa Cimbrone, ben visibili lassù in cima. Giunti a un bivio, la via principale prosegue verso destra, mentre il nostro percorso prende, per rampe e scalinate in pietra, lungo Via Petrito in precipitosa discesa (prestare attenzione alle alzate “fuori misura”), attraverso muretti di confine, terrazzamenti recintati e scorci panoramici che si distribuiscono tra la rada di Maiori e il vallone di Atrani, fino a raggiungere (e superare) la strada principale, riprendendo in discesa lungo Via Castiglione che attraversa le prime case della borgata.

Atrani è laggiù, sullo sfondo e per raggiungerla, dopo una breve sosta a un fontanino, si prende la panoramica pedonale Via San Nicola che – superando suggestivi passaggi sfiorando incredibili sporgenze rocciose (prestare attenzione!) offrendo bellissime vedute paesaggistiche lungo la costa e le cale nascoste tra gli scogli – conduce fino ad Atrani, terminando la sua discesa proprio sul sagrato della Colleggiata di Santa Maria Maddalena Penitente. Qui, presso la terraza panoramica che s’affaccia dalla chiesa, il percorso ha il suo temine. (di ©Andrea Perciato)

Μεταπόντιον (Metaponto, MT)… la polis della “SPIGA d’ORO”

Puntando verso la costa ionica in direzione delle foci del Bradano e del Basento, s’incontrano i resti di un’antica città: METAPONTO. Narrano gli storici (il geografo Strabone) che la città di METAPONTION sia stata fondata (nel 773 a.C.) dai Pili i quali, provenienti da Ilio, navigarono sotto la guida di Nestore fuggito da Troia. Questi furono abili contadini nei lavori dei campi che dedicarono a Delfi una messe d’oro, ma già nella prima metà del V secolo a.C. la città viene ricordata (fonti dello Bacchilide) per la vittoria conquistata dal metapontino Alessidamo in una gara di lotta svoltasi a Delfi. Successivamente la città fu distrutta dai Sanniti e non passò molto tempo che furono mandati a chiamare gli Achei della vicina Sibari per ripopolare quei luoghi abbandonati. Il nome che gli Achei diedero al sito trarrebbe origine dal fatto che la città è racchiusa tra due fiumi, il Bradanus e il Casuentus (oggi Basento). Nel 510 a.C. tra le sue mura fu accolto, proveniente fuggiasco da Crotone, il matematico Pitagora, ritenuto uno tra gli uomini più illustri del tempo, quel padre che formulò la teoria che “il numero è l’essenza delle cose”.

Metaponto fu città frumentaria e ben presto divenne il granaio della Magna Grecia che insieme a Sibari e a Poseidonia/Paestum (le tre grandi città achee delle “pianure”), create con la stessa matrice urbana, furono collocate tutte e tre a raccogliere le messi delle grandi pianure, allo sbocco di valli con un entroterra più o meno profondo e presso la foce di fiumi che servivano, al tempo stesso, come difesa del territorio e porto canale. I Greci qui vennero soprattutto per bisogno di grano, di pane, ed in questi sconfinati paesaggi dagli orizzonti uniformi ove le nebbie ristagnano nascondendo, molto spesso, il profilo dei rilievi montuosi, qui essi edificarono la loro città. Coniarono moneta propria su cui incisero da una parte la “spiga del grano” e dall’altra il demone maligno Alybas, la cavalletta divoratrice delle spighe già indorate. Il primo dono che essi inviarono, come segno di devozione al dio Apollo in madrepatria, fu un covone di spighe tutte già granite.

La colonia jonica oggi rivive soprattutto nelle colonne del suo tempio superstite, le uniche erette, insieme a quelle di Hera Licinia a Crotone, a testimonianza delle tracce elleniche lungo l’intera fascia costiera jonica. Su di una lieve altura, che forma un naturale baluardo nelle adiacenze del fiume Bradano si ergono le ali di quello che fu, probabilmente, il Tempio di Hera al confine con la regione dei temuti tarantini, e ciò induce a pensare che i nostri  metapontini idealmente affidavano alla dea la difesa dei loro territori. Queste quindici colonne (delle 32 originarie) dall’insolito nome di “Tavole Palatine” e che sono anche dette “Mesole” o “Scuola di Pitagora”, un tempio extraurbano in stile dorico del VI secolo a.C., sono disposte su due ali (5 e 10) e la loro presenza viene avvolta da una poetica leggenda narrata dai popoli lucani i quali giunsero fin qui dai monti a mietere e a morire tra le spighe di Metaponto.

Tutto questo fuori le mura della città ma al suo interno, invece, nessuna colonna segna ciò che fu il grande Tempio di Apollo Licèo (o Leykos, il “dio solare”) che con le sue dorate frecce fugava dalle spighe mature le fumose nebbie e le fameliche locuste. Questo enorme complesso si ergeva nel cuore della città in seno all’agorà, un’autentica fossa incavata tra il grigio delle rinsecchite e polverose stoppie. Altri templi furono eretti a Metaponto e i numerosi e sparsi resti testimoniano la complessa e regolare dislocazione tra i vari quartieri e il resto delle fortificazioni tra cui il Teatro, i quartieri artigiani del KARAMEYKOS (i vasai e i ceramisti), dei fabbri, dei falegnami e l’EKKLESIASTERYON (edificio a pianta circolare del IV secolo, riservato per le pubbliche assemblee e teatro all’aperto). (di ©Andrea Perciato)

“London calling” (Clash)…? E noi si parte; prime “gocce” di British Style!

Londra ci accoglie con tutte le sue eccellenze che si esprimono tra le velleità di una capitale moderna e all’avanguardia che si alternano al suo spirito – mai velato – di tradizione e magnificenza. Piombati nel luogo più visitato per eccellenza, quel Westminister Bridge, la foto al cospetto del Parlamento dominato dalla Victoria Tower ed il Big Ben (insolitamente) avvinghiato da una ragnatela di impalcature per opere di restauro/ristrutturazione architettonica.

Da qui ci si sposta presso la Tower of London (ove la presenza di ruderi d’epoca romana restituiscono l’idea di come poteva essere la “Londonia” britannica di due millenni fa), prima fortezza reale, risalente all’XI secolo, che fin dalle origini fu ritenuta luogo di torture e detenzioni.

Sicuramente il simbolo più fotografato a Londra, il Tower Bridge (della fine XIX secolo) si lascia ammirare, attraverso una piacevole camminata lungo le sue sponde, fino a raggiungere le sue imponenti strutture che tra acciaio, pietra, cemento e vetro, lo rendono ben ancorato sulle rispettive sponde. Stemmi araldici ed emblemi della casata reale dei Windsor ne abbelliscono le fiancate, mentre invece nell’attraversarlo a piedi in tutta la sua interezza, ci assale un sentimento di stupore osservando l’apice proprio nel suo centro col ponte levatoio da cui s’apre il letto fluviale visto da una insolita pavimentazione in vetro; meraviglia che lascia bloccare il fiato per l’insolita bellezza; molto curiosi, invece, sono gli archi in blocchi unici di pietra (a sesto ribassato) che sostengono le torri.

Continuando a camminare per la capitale si raggiungono i piedi della gigantesca ruota panoramica della London Eye, la più alta d’Europa da cui è possibile godere – col tempo buono, il cielo terso e libero da nubi – una sky-line della città davvero incredibile!

Superati il Westminister Bridge eccola lì… la gigantesca mole del Parlamento inglese (la cui visita approfondiremo il giorno successivo!). Proseguendo per Birdcage Walk, che rasenta il Saint James’s Park, finalmente possiamo ammirare “qualcosa” di reale: il poderoso complesso monumentale di Backingam Palace che si mostra con le sue luci nella prima fase del tramonto. Residenza nella Capitale della casata Windsor, s’intuisce subito se la “Queen” Elizabet II è lì presente; quando la Union Jack sventola dal pennone, determina la permanenza a Palazzo della Regina. Guardie col colbacco nero, impassibili al freddo ogni tanto compiono passi di parata per acquisire calore mentre la piazza e la spianata adiacente viene presidiata da decine di poliziotti e “bobby” nelle loro singolari uniformi.

Di stazione in stazione a cui segue un ripetuto saliscendi con la metro, approdiamo nella festosa Piccadilly, con vetrine illuminate fino all’inverosimile, decine di esibizioni di artisti di strada e musica ad alto volume che invogliano i giovani a sostare presso i pub della zona con bevande calde consumate all’esterno.

Ancora una discesa presso la “Underground” e si raggiunge il London Bridge, nel cuore della City, con grattacieli in ferro e vetro dalle forme più insolite e bizzarre tra cui spicca l’edificio a forma di piramide più alta d’Europa; dal ponte adiacente si ammira una sky-line fluviale in notturna col Tower Bridge e la gigantesca cupola della cattedrale di Saint Paul mentre, ritornati nuovamente presso Westminister, questo primo (e rocambolesco) approccio giornaliero, intensamente vissuto da un “urban walk” londinese, termina sul Westminister Bridge da cui si ammirano i bellissimi giochi di luce che irradiano ed esaltano le bellezze architettoniche della capitale inglese.

E’ bastato un giorno di cammino per restituirci attimi di bellezza, per essere coinvolti da un’alternanza di suggestioni e poter essere coinvolti da momenti davvero unici. Se per gli inglesi e talmente così “sacro” pronunciare in ogni occasione quel “God save the Queen”; per quel che riguarda un modesto walker quale io sono mi basta che Dio (o “chi” per esso!) s’impegni un tantino di più a accelerare quel processo che io semplicemente chiamo “Human save”… e ho detto tutto! (di ©Andrea Perciato)

Orizzonti “dianesi”, pedalando alla scoperta dei tesori del Vallo di Diano (SA)

Tutto è infinito in questo incantevole luogo posto nel cuore del Meridione, stretto tra aspre montagne. Interminabili orizzonti che si perdono a vista d’occhio, evidenziano emozioni e sentimenti riflessi nei regolari disegni dei campi che formano quel particolare tessuto di un territorio tra i più fertili del Mezzogiorno italico (uno degli storici granai dell’Impero Romano). I fertilissimi terreni che caratterizzano, come variopinti fazzoletti, la verde conca del Dianum (antico nome del Vallo) una volta venivano coltivati a grano, lino, canapa e tabacco, mentre oggi producono essenzialmente orticoltura da serra; i filari di pioppi che si perdono all’orizzonte determinano che il sottosuolo è ancora così ricco di falde acquifere. Ai margini del Vallo, o lungo i canali, qualche acquitrino ospita singolari specie di piante acquatiche mentre, nei rari canneti, si nascondono numerosi uccelli di palude (come folaghe e ciuffolotti). Uno spazio che custodisce preziosi e inestimabili tesori d’arte, con panorami che offrono vedute paesaggistiche tra le più belle del Sud Italia.

Tracciati di storia che proiettano testimonianze di remote civiltà che solo qui, in questi luoghi, hanno avuto il loro massimo splendore storico, artistico e culturale, restituendo ai posteri immagini riflesse di uno spazio intensamente vissuto fin nei minimi particolari, mantenendo inalterati nel tempo quei valori che hanno esaltato l’opera (e i segni) dell’uomo, sia essa civile che religiosa. Un ambiente (quello del Vallo e le sue borgate) che da millenni riesce sempre a dare preziose letture dei suoi prodotti migliori: arte, storia, cultura, architettura, urbanistica, folklore, tradizioni, artigianato, gastronomia e natura; spazi in cui si rincorrono le leggende e le favole scaturite dai sogni (o dai segni) tramandati oralmente da padre in figlio. Un magico mondo in cui si intrecciano immagini e sensazioni che infondono nuovi stimoli ad approfondire, a soffermare lo sguardo, a conoscere quanta storia si respira tra queste antiche vie; quali vicende umane rendono ancora vive le pietre scolpite nel tempo e i ciottoli delle strade i quali riescono, ancora oggi, a materializzare sia le cronache di tempi lontani che il vissuto quotidiano.

L’elemento litico è il filo conduttore che accompagna il ciclista viaggiatore in questi ambienti immersi tra storia e natura. Qui l’aspetto aspro della materia lapidea automaticamente si modella in infinite forme con inedite immagini alla continua ricerca di evoluzioni decorative che determinano un paesaggio integro da contaminazioni figurative non proprie di questi territori. Le pietre di portali, archi, supportici, gradoni, rampe, selciati, palazzi, conventi e chiese presentano, di volta in volta, spazi indefiniti nel cuore più profondo e segreto della vallata. Particolari spazi che proiettano indietro nel tempo la forte presenza di esperienze artigianali come i maestri scalpellini che in questi luoghi perpetuano secolari tradizioni; scelte di vita che, molto spesso, hanno anche segnato l’economia dell’intera zona. I poeti della materia possedevano spiccate capacità nell’animare la pietra; magiche mani che da un corpo muto, con paziente maestria, riuscivano a creare impensabili forme decorative, dando così anche un’anima alle ruvide pareti delle case.

Le luci danzano sugli ondulati chiaroscuri dei frammenti marmorei di archi, capitelli e stemmi gentilizi in cui si rincorrono figure zoomorfe, alati grifoni e felini rampanti; raccordando il tutto in una sorta di spazio culturale, in cui si mescolano le vicende della storia di un territorio con un’economia modesta e senza pretese che ha fatto conoscere, fino ad oltre i confini del Regno, quello che questi uomini rendevano arte con la semplicità delle proprie mani. Le opere in pietra evidenziano il locus della tipologia residenziale; forme e rilievi che originano un fantastico gioco di pieni e di vuoti; di rientranze e sporgenze; di androni silenti e luminosi cortili con porticati che lasciano respirare un clima di antico, amalgamandosi con le tonalità cromatiche dei giardini in cui spiccano le vivaci policromie di terrazzi fioriti, naturale platea ai tetti rossi delle case più in vista. Il Vallo oggi conserva, nella sua sistemazione urbana, l’antico tracciato viario; un continuo sovrapporsi di strade scolpite nella viva roccia ove l’essenza del muschio, là dove non giunge mai il sole, diviene il profumo conduttore di un vissuto ricco di storia che si rispecchia nella quotidiana semplicità del presente riflettendo arcaiche culture che da secoli sono in continua simbiosi con la natura circostante.

Scoprire all’improvviso di essere giunti in una dimensione geografica senza confini di spazio e di tempo; questa l’immediata sensazione che si avverte giungendo a Polla, primo centro abitato che dà il benvenuto a chi, per la prima volta, entra (da N) nel Vallo di Diano. Il paese occupa l’estrema parte settentrionale dell’altopiano, proprio nel punto in cui le due catene montuose degli Alburni e della Maddalena vengono a contatto e costituiscono un naturale ingresso in questa immensa conca racchiusa dai monti. Dal ponte sul fiume Tanagro si imbocca la SS 426 e si prende verso S attraverso paesaggi caratterizzati da campi e masserie. In breve si giunge S. Arsenio, caratteristico paese sviluppatosi lungo la fascia pedemontana occidentale del Vallo. Il suo nucleo conserva un tessuto viario con strade e traverse che si rincorrono parallele e che vanno a intersecarsi in un impianto ortogonale su cui prospettano le facciate e i portali di alcuni palazzi gentilizi lungo l’arteria principale che attraversa un centro storico caratterizzato da vicoli acciottolati.  Raggiunti S. Pietro al Tanagro, qui lo scorrere dei secoli ha determinato lo sviluppo del centro verso la montagna accostandosi, parallelamente lungo l’arteria principale, con una strada che i locali vollero fortemente e realizzarono a proprie spese per congiungersi sia con Polla, a settentrione, che con Teggiano verso S. Continuando a salire si è tra le case di S. Rufo. Questo paese è il tipico borgo sorto all’ombra di imponenti montagne quale antico casale di feudi ben più importanti presenti nel Vallo (Polla, Atena, Sala, Diano). Con un centro storico disposto a mezzacosta lungo l’antico asse viario principale (l’odierna SS 166 degli Alburni) la sua popolazione si dedica, prevalentemente, all’agricoltura degli altipiani e all’allevamento di bestiame. Una magnifica cortina di palazzi antichi e case gentilizie che fanno bella mostra di sé caratterizza la via principale che attraversa il paese sorto proprio lungo la Via degli Alburni. Così, senza esitare, si punta in direzione di…

Teggiano, borgo medioevale che restituisce fascino e suggestioni di altri tempi, e si scivola verso il piano pedalando lungo vie interne fino a portarsi al Ponte della Silla. Qui si devia per una strada rettilinea che risale a Montesangiacomo, borgata pedemontana di fine ottocento con numerosi palazzi gentilizi dai caratteristici portali in pietra e da antiche fontane. Da qui, per estese macchie di boschi, la strada serpeggia fino a scendere verso Sassano borgata eretta intorno alla prima metà del X secolo sull’antico sito di Sasso (marmo inciso), a cui fu aggiunto Sano (luogo salubre) al di sopra di paludi infette dalla malaria. Si prende per località Fontanelle e superati il Ponte della Fabbrica, compare un primo incrocio; a destra si raggiungono le case di Bagno. Portandosi in prossimità di Cozzo Panella si gira a sinistra e un successivo ponte supera il fiume Calore. Oltre il ponte si prende a destra per località Pezzalunga; da qui, si viene sulla SS 19 delle Calabrie. Al primo incrocio a destra si punta verso Padula, antico paese in cui si evidenziano palazzi gentilizi splendidamente abbelliti da portali in pietra tutti finemente decorati; qui ci accoglie la monumentale Certosa di S. Lorenzo coi suoi giardini e i suoi tesori d’arte. Dalla Certosa, aggirando le mura perimetrali una pista conduce per le Serre S. Leonardo e raggiunge la Basilica paleocristiana di S. Giovanni in Fonte, antichissimo luogo di culto eretto direttamente su una sorgente; unico esempio in Italia di impianto religioso ad immersione (IV secolo) al di sopra di una fonte ritenuta miracolosa, con acque che attraversano le fondamenta secondo un ingegnoso sistema di canalizzazione. Da S. Giovanni in Fonte una pista in falsopiano risale (verso N) per i monti della Maddalena e in meno di un chilometro si guadagna nuovamente la SS 19 presso contrada Trinità, sotto l’abitato di Sala Consilina che può essere considerato il più grande abitato del Vallo di Diano. Pittoresca cittadina, con abitazioni dipinte in vivaci colori pastello, Sala si distende lungo declivi a diverse altezze presentando una serie di fortificazioni (IX secolo) nella parte più alta, fino al più recente tessuto urbano di impostazione settecentesca. Alle taverne di Trinità si cintinua in direzione nord seguendo sempre la Statale 19 per le Calabrie (antica Via Regia borbonica) fino a portarsi presso lo scalo di Atena Lucana e risalire in direzione di Polla ove ha termine questo giro; un itinerario in bici che attraversa borghi, casali e intensi profumi di un tempo forse… andato perduto per sempre! (di ©Andrea Perciato)

BELGIO, in Vallonia… a tutta birra lungo il “Cammino dei Trappisti”

Guidati dai profumi il Cammino (o trekking) è una sorta di pellegrinaggio da fare almeno una volta nella vita. Al mondo esistono 12 birre della tradizione trappista, di cui solo 11 riconosciute ufficialmente come autentiche, perché prodotte presso abbazie cistercensi, sotto il controllo della Comunità Trappista; solo 3 di queste sono in Vallonia: Chimay, Rochefort e Orval. Si cammina in un’area europea poco conosciuta: la Vallonia, ai margini delle ben più conosciute foreste delle Ardenne. Qui le abbazie ancora custodiscono le secolari produzioni di birra artigianale, tra ampi paesaggi, castelli, monasteri isolati, borghi nascosti, foreste, villaggi rurali, su tutto le essenze di una bevanda: la birra (preparata con ingredienti della tradizione trappista) che qui, più che un dissetarsi, è una cultura, un modo di essere, una scelta di vivere bene, una filosofia.

Fuori da ogni tempo, lontani da qualsiasi altrove, in un paesaggio da favola, il Belgio accoglie il mondo degli escursionisti con tutta una serie di sorprese che lasciano, letteralmente… senza fiato! Questa è, sicuramente, la prima impressione quando – raggiunti il cuore della foresta delle Ardenne (che si sviluppa a macchia di leopardo) – capita di ritrovarsi al centro di un qualcosa che sembra rincorrersi tra fiaba e leggenda: attraverso questi orizzonti, che si perdono oltre qualsiasi limite, aleggiano le nebbie mattutine che nascondono qualsiasi punto di riferimento; sparsi e isolati mulini a vento; campanili dalle forme più bizzarre che si stagliano ovunque sulle estese praterie; interminabili campi sistemati a frumento, con biada, segale e graminacee in genere; macchie prative adibite a pascolo; case tutte con facciate in pietra e legno (coi graticci); ampi cortili di granai e masserie (spesso molto simili a quelle del nostro sud) che sembrano accogliere il visitatore come la vetrina del perfetto agricoltore ove trovi di tutto, dagli attrezzi alle piante da coltivare; e poi ancora…

…centinaia di bianche croci, in legno o in pietra, che compaiono all’improvviso tra i boschi, a testimoniare tombe (o tumuli) dimenticate, poichè quest’area fu teatro di violenti scontri armati sia durante la Prima che la Seconda Guerra Mondiale; edicole votive, croci isolate, sparse un pò dappertutto ad indicare direzioni da seguire o, semplicemente, a determinare il reticolo di piste e sentieri distribuiti su un ampio territorio; grappoli di case sparse lungo crinali ondulati che si alternano tra copiose foreste e boschi impenetrabili; cimiteri isolati  lungo le sponde e le anse di fiumi; nessun rumore per centinaia di metri. Mentre poi, in autunno qui le foreste indossano il loro abito migliore assumendo cromature vegetazionali che vanno dal giallo al rosso, passando per l’ocra, il carminio, l’arancio, l’amaranto e il vermiglio!

Ci troviamo a camminare tra i boschi e le pianure nella regione della Vallonia, nel cuore della foresta delle Ardenne, una grande macchia vegetazionale (composta da abeti, querce, larici e betulle) che si estende lungo un’ampia area distribuita tra Francia, Belgio e Lussemburgo; un bucolico paesaggio in cui gli orizzonti si alternano come onde di un gigantesco oceano, e che cambiano spesso colore del manto forestale di valle in valle, ognuna solcata da un torrente, un fiume o uno stagno. Luoghi della memoria agricola locale che sembrano abbandonati ma che invece si popolano al tramonto col rientro dai campi e il ritorno dei fanciulli da scuola. Qui le birre, oltre ad essere una tradizione, sono una filosofia, quasi una scelta del buon vivere; la sera, al rientro delle attività ci si ritrova nel piccolo locale al centro del villaggio, oppure lungo la strada principale, a sorseggiare birre; naturalmente queste vanno tutte gustate con l’aggiunta di pane e formaggio (tipico locale) e servite obbligatoriamente in giare di vetro oppure in boccali di terracotta.

Trecento chilometri di sentieri nel cuore della produzione della birra trappista di qualità. È un itinerario per scoprire a piedi le mitiche Chimay, Rochefort e Orval, e il loro segreto gelosamente custodito nelle abbazie cistercensi della Vallonia. Alcune di queste strutture religiose sono visitabili, per altre poco male: il bistrot vicino ci consentirà comunque di saggiarne la produzione. Attraversando il cuore delle foreste in Vallonia, dall’inestimabile patrimonio rurale, si ha la sensazione di essere incredibilmente proiettati fuori da ogni tempo, in un paesaggio da favola. (di ©Andrea Perciato)

Monte SOMMA-VESUVIO (NA), il privilegio… di abbracciarlo con gli occhi!

SUGGESTIONI… Conetti, “cognoli”, fiumi di lava, lava “incordata”… questi, ed altri termini di valore puramente scientifico, sono alcuni dei particolari appellativi sulla toponomastica che determina la natura del Vesuvio, il vulcano più famoso al mondo! Per conoscere più da vicino le sensazioni e le suggestioni, ma anche le paure e le superstizioni, su ciò che le popolazioni vesuviane da sempre provano a convivere coi “fenomeni” legati alla vita del vulca-no, siamo andati alla scoperta di alcuni di questi luoghi (posti poco conosciuti e frequentati) del “gigante” addormentato chiamato dai locali, semplicemente… ‘a Muntagna!

Affacciato sul golfo di Napoli l’inconfondibile sagoma del Vesuvio (monte Somma) determina una delle sky-line più famose al mondo coi suoi oltre 200 kmq la cui base copre una circonferenza di circa 50 km. Il complesso vulcanico è costituito da due corpi orografici ben distinti: il monte Somma (coi 1133 m di Punta Nasone), interessato dal nostro percorso, le cui pendici esterne alla originaria caldera sono ricoperte da copiosi boschi (pinete) fino alla cima; e il Vesuvio (1281 m), di più giovane formazione geologica (roccia lavica rossastra) rispetto al primo e che risulta essere l’unico vulcano ancora attivo sul tutto il continente (isole escluse) europeo. Incuranti delle ancestrali paure consegnate all’eternità dalla diretta testimonianza di Plinio il “giovane” che illustrò la scomparsa di un’area tra le più ricche e vitali dell’Impero Romano, la popolazione che ancora oggi abita lungo le pendici del vulcano ha imparato a convivere coi sussulti generati dalla “muntagna”.

Come tante formichine che hanno eretto le proprie dimore aggrappate ai fianchi della montagna, gli uomini sembrano essere sempre più spavaldi, sfrontati e incuranti dei gemiti che la stessa – ripetutamente – restituisce dalle profondità del pianeta; segnali, questi, da non sottovalutare! Nella sua turbolenta vita il vulcano ha prodotto numerosi fenomeni a tutt’oggi ancora meta di campagne esplorative da parte di geologi e vulcanologi; le sue pendici sono privilegiate palestre di allenamento per gli escursionisti locali che risalgono valli e canaloni di antiche colate di fango lavico come le caratteristiche bocche eruttive laterali: i conetti (specie di sfiatatoti o vie di fuga magmatiche), piccoli anfiteatri lavici posizionati lungo i versanti a quote più basse che ricadono, prevalentemente, in territorio di Pollena Trocchia, e le creste sommitali dei cognoli del monte Somma.

La recente filmografia ove il Vesuvio è protagonista presenta, nella sua scena finale (Pompei), l’ultimo abbraccio tra due innamorati che nulla possono contro la tremenda onda di colata lavica di fiamme e fango che li travolge… quasi per incanto, escursionisti innamorati rievocano – inconsapevolmente – la stessa scena!

L’ITINERARIO (proposto)… Muovendosi dal Castello del Principe in Ottaviano, si continua per una ripida salita che supera i numerosi tornanti del Vallone Tagliente fino ad imboccare (presenza di una sbarra) la pista che sale a destra attraverso un copioso castagneto; subito dopo subentra la pineta (con esemplari di marittimo e d’Aleppo) che determina il principale manto vegetazionale alternandosi all’ontano napoletano e al carpino nero. Superati i tornanti iniziali lungo le falde settentrionali del vulcano, si raggiungono (1040 m) le balconate aeree di un paesaggio unico al mondo: dai fiumi di lava lungo i versanti occidentali del vulcano, ai suggestivi scenari offerti dai “conetti” vulcanici (fenomeni insoliti e poco conosciuti); dalle creste dei “cognoli”, autentiche rupi dagli scenari “danteschi” cui tuffarsi per assaporare le atmosfere dei canti e le gesta dei dannati di matrice alighierana, ai panorami sul golfo dell’immensa pianura campana che si estende oltre le falde vesuviane.

Questa è l’altra faccia del Vesuvio poco conosciuta e, fortunatamente, poco frequentata dall’escursionismo di massa; una faccia e una natura che si lascia scoprire in tutta la sua terrificante e suggestiva bellezza! Sotto di noi le valli dell’Inferno, del Gigante e l’Atrio del Cavallo sormontati dalla cupa mole vesuviana e le pareti a picco; giù in basso guglie e piramidi di roccia lavica s’impennano verso l’alto. Il percorso prosegue verso oriente con una serie di saliscendi che offrono vedute paesaggistiche su una piana eccessivamente antropizzata ed estesi deserti lavici che dividono la mole del cono vesuviano dalla primaria (per epoca geologica) caldera vulcanica del Somma. Tratti aperti in pendenza si alternano a spazi chiusi e ombreggiati attraverso copiose ginestrete; camminando lungo crinali di sabbia lavica mista a polveri di pomice si è (1112 m) sulla cornice dei Cognoli, le creste esposte del monte Somma.

Da quassù si riconosce il tipico paesaggio agrario della pianura campana, i cui fertili territori producono colture arbustive e ortaggi (agrumi, albicocche, carrubi, olivo, vite, ecc.) mentre le sue pendici sono ammantate dalla pineta, dalla lecceta e le ginestre. Il paesaggio vegetale in cresta è caratterizzato dalla presenza di li-cheni, che si sviluppano sugli strati di lava nuda, e piante erbacee; mentre felci e muschi nascono ove il microclima è più umido. Poco più in basso si segnala la presenza della betulla bianca che si alterna ad un sottobosco misto ove prevale la felce aquilina. Ai margini di una macchia la pendenza perde quota e si prende la deviazione che conduce alla Valle dell’Inferno, su un percorso in ripida discesa fino a raggiungere la Valle dell’Inferno; un gigantesco deserto di lava in cui primeggia il lichene grigio argentato Sterecaulon Vesuvianum.

Da qui si attraversa una gigantesca macchia di ginestre verso i Cognoli di Levante, in prossimità delle bocche laviche del 1906 e la cupola lavica del 1937. Risalendo i Cognoli di Levante si ammira una tra le più belle e interessanti formazioni di lava “a corda” del Vesuvio, con profonde crepe in cui alloggiano numerose specie di felci. Da qui ha termine il ginestreto e si raggiunge un grande slargo (la Marca, 790 m); crocevia di piste e sentieri che attraversano il vulcano. Prendendo la polverosa strada in discesa si ritorna nuovamente al punto di partenza. (di ©Andrea Perciato)

S. Michele al Faliesi (Contrada, AV), una devozione che si ripete nel tempo

Una vittoria conquistata con l’astuzia… la “protezione” di un Principe dei cieli

Ritorniamo in Irpinia per una escursione fino alla grotta di S. Michele lungo i versanti meridionali del monte Faliesi (in tenimento di Contrada) antichissimo luogo di culto d’origine Longobarda, tanto caro alle popolazioni irpine sparse nella zona (Contrada, Forino, Preturo…), lungo le pendici di monte Faliesi. Bisogna ammettere che l’ascesa al monte Faliesi è una esperienza che riempie il cuore… e svuota i polmoni! Ma, a parte queste “battute” che lasciano il tempo e gli umori che trovano, le sensazioni e le emozioni che accompagnano questa salutare escursione sono molteplici.

Colonna sonora portante di tutta l’ascensione, per raggiungere dalle sue pendici settentrionali la spelonca dedita al culto del “Principe” delle armate celesti, San Michele, sono i ripetuti tornanti scanditi dagli incredibili ritmi determinati dai passi che calpestano il fogliame secco del bosco di castagni. Inizialmente la salita si presenta non difficile, senza alcune asperità tecniche, ma – se la temperatura comincia a salire – la calura si fa sentire, eccome…!

La faggeta subentra al castagneto e si presenta in tutta la sua imponente mole di fusti “monumentali” dalle circonferenze che superano i 3 metri con un copioso sottobosco ricco di profumate erbe aromatiche. Raggiunti il crinale in quota da quassù s’aprono panorami di incredibile bellezza. Il leggero fruscio delle refole del vento che avvinghiano i cespugli più esposti delle chiome degli alberi si alternano all’incessante ritmo scandito dallo “ciak&ciak” degli scarponi che calpestano le foglie secche; tutt’intorno ampie zolle di terreno smosse dalla presenza dei cinghiali, le cui tracce e i “segni” sono dappertutto. Il sentiero che conduce alla zona dove si trovano la chiesetta dei Contradesi e la Grotta dei Petruresi dona agli occhi dei meno affaticati incantevoli panorami della valle dove sorgono i vari caseggiati di Forino.

La presenza di qualche tavolato e diversi “punti fuoco” testimonia la presenza dei pellegrinaggi per raggiungere la grotta. In pochi minuti si raggiunge la balconata panoramica, sotto la grande croce, da cui s’apre una visuale unica che offre uno scenario paesaggistico che si espande tra il mar Tirreno, il “cuore” dei monti Picentini, e la valle dell’Ofanto. Volgendo lo sguardo verso tutti i possibili orizzonti, s’aprono vedute panoramiche ove si resta attoniti nell’immaginare lo scenario che si presentava, in quella lontana mattina del maggio del 663, quando, tra le colline di Bufoni e di San Nicola, le milizie longobarde e bizantine, in una cruenta battaglia dove (ventimila per i bizantini, chissà quanti per i longobardi) degli uomini votati al sommo sacrificio si scontrarono per determinare il corso della storia.

Una cappella incastrata alla base di uno sperone roccioso, divide il modesto altipiano dal sentiero che conduce fino all’ingresso della grotta. Una finestra naturale s’apre tra le rocce e, affacciandosi, lascia scorgere, laggiù in fondo, le case del borgo di Petruro; questo piccolo altopiano è sempre battuto, in tutte le stagioni, da un vento forte proveniente da nord-ovest. Seguendo il sentiero si raggiunge l’orlo di un sistema roccioso, poco sotto la vetta del Faliesi. L’accesso alla grotta attuale è lastricato e riparato da un muro di contenimento. Continuando ancora a camminare, si raggiunge lo sperone roccioso che s’affaccia su precipizi di incredibile profondità; pochi metri più su a destra, si ha la piacevole sorpresa di raggiungere l’ambita meta: la grotta di S. Michele. Qui, il desiderio di suonare la campana posta all’ingresso dell’antro ipogeico, appaga tutti coloro (fedeli, pellegrini ed escursionisti) che compiono l’ascesa per raggiungere la grotta; chi lo fa per “segno” devozionale, chi invece per alleviare la fatica profusa per l’ascesa.

In pochi attimi si è all’interno della sacra spelonca a condividere lo stesso spazio sacro. L’interno è più o meno illuminato dalla luce ambiente. Qui due altari posizionati a differenti livelli, testimoniano la presenza per il culto di San Michele fin dall’epoca dei Longobardi. Sono stati realizzati, centralmente e verso il culmine della grotta; quello più basso è provvisto di decorazioni, quello successivo ha un’area tabernacolo con l’affresco di San Michele “pesatore di anime“. C’è una lapide sul lato sinistro dell’ingresso che rimarca l’importanza per il culto di San Michele Arcangelo, il protettore delle genti longobarde, i quali, a ricordo della incredibile vittoria, “… ad locum cui Forinus nomen est…” scalarono il monte Faliesi e lì scavarono nella roccia una grotta. La storia di questo luogo risale alla fine del 670 circa di quando Romualdo che, con il padre Grimoaldo, era signore del ducato longobardo di Benevento, fondato nel 510.

Narra la leggenda, che si incrocia ripetutamente con la storia che il loro nemico e imperatore dei Bizantini, Costante II, attaccò l’esercito di Romualdo, mentre suo padre era intento a fronteggiare i Franchi: nonostante tutto, Grimoaldo ebbe la meglio e mosse in aiuto del figlio Romualdo. Costante II, che aveva paura di Grimoaldo, ripiegò a Napoli con l’inganno; successivamente mandò Saburro, con 20.000 uomini, a combattere contro Romualdo, nonostante quest’ultimo avesse stipulato la pace con Costante II. I Bizantini si accamparono tra i monti circostanti; tuttavia, nonostante i sotterfugi, Romualdo, con un piccolo contingente di uomini, sconfisse – l’8 maggio del 663 – e mise alla fuga i Bizantini nella piana di Forino. Così uomini dell’esercito longobardo, salirono in cima al monte Faliesi, scavarono una grotta nella roccia in onore del loro santo protettore, l’Arcangelo Michele, ed eressero a lui un altare, venerato – dopo oltre 1300 anni di distanza – ancora oggi, da numerose folle di pellegrini e fedeli.

Sulle pareti interne, ai due lati della grotta, sono ricavate due piccole cavità che raccolgono lo stillicidio di acqua sorgiva. Il primo altare dedicato all’Arcagelo, posto a poca distanza dall’ingresso, reca fiori e ceri votivi, mentre l’altro, incastonato verso il fondo della caverna, è dotato di uno spazio retrostante che permette ai pellegrini di girarci attorno. Infatti, tradizionalmente, chi visita la grotta compie sette giri intorno all’altare, esprimendo altrettanti desideri, atti devozionali di sicura connotazione pagana, perché il numero sette è sempre stato fortemente legato alla magia. Quassù, al Faliesi, il sette ricorre spesse volte, considerato che l’altura è uno dei sette monti del circondario di Forino e che il luogo d’origine della sede rupestre di questo culto micaelico veniva costituito da 7 piccole cappelle distribuite all’interno della roccia, ancora oggi conosciute, soprattutto dai più anziani, come “‘E Sette Cammarelle”, ovvero “Le sette piccole camere del maligno”.

Spesso non è raro, veder spuntare fuori – come per magia – dallo zaino di qualche escursionista, un cero votivo che viene posto lì, davanti all’Arcangelo, come atto di fede; scene del genere rendono ancor più suggestiva e significativa la visita all’interno della grotta… sotto lo sguardo attento del “Principe” delle armate celesti: l’Arcangelo Michele. (di ©Andrea Perciato)

Place de la Bastille (Paris, FR)… tracce di un Castello che c’è ma non si vede!

Quest’oggi, travalichiamo i confini d’oltralpe e vi porto alla scoperta del “cuore” nella capitale dei nostri “cugini” transalpini… Ogni luogo al mondo, sia esso antropizzato o immerso nella natura, ha un proprio centro di interesse che cattura la curiosità e la voglia di andarlo a conoscere da vicino. La mia prima volta a Parigi non sono stato catturato dalla Torre Eiffel, dal Trocadero, dagli Champs Elisee, dal Louvre o da Montmartre, io ero principalmente attirato da dove tutto ebbe inizio e comincio al grido di: “Allons enfants de la Patrie…

Giunto nel “centre de la citè” eccomi dunque – come nel mio solito – armarmi d’intuito (munito di una mappa/cartina del luogo) e curiosità (taccuino e fotocamera) andare alla scoperta del luogo ove giaceva la leggendaria Torre (o Castello) della Bastiglia. Place de la Bastille è uno dei luoghi/simboli della capitale francese, nonché uno dei principali luoghi storici della stessa! Giunti sul luogo un turista comune, di quelli della tipica filosofia del mordi e fuggi, va alla ricerca di punti di riferimento ove trovare tracce del passato e – spaesato – comincia a guardarsi intorno, ma… senza trovare e/o scorgere nulla! Le tracce della Bastiglia non si scorgono, come normalmente si è portati a pensare, puntando lo sguardo “ad alzo zero”, non bisogna rincorrere con gli occhi che scrutano, a destra e a manca, andando alla ricerca di possibili tracce che identifichino ciò che un tempo qui si ergeva; no… non è proprio così!

Per capire la posizione della Bastiglia, all’interno del contesto urbano parigino della fine del ‘700, non bisogna “scrutare in orizzontale“, non si troverà mai nulla; per conoscere la posizione della Bastiglia bisogna abbassare lo sguardo verso i propri piedi e osservare – con molta attenzione – la pavimentazione (in blocchi di pavè) sul piano di calpestio ove ruota il traffico veicolare che circonda la piazza; una delle piazze più interessanti della città, per quello che ha rappresentato in passato e per quello che adesso rappresenta per il popolo francese.

Alcune piccole tracce restano ancora a testimoniarne l’imponenza dell’edificio. Si tratta di dettagli che passano spesso inosservati al grande pubblico poiché si fondono nell’attuale decoro della Piazza della Bastiglia e, col tempo, sono stati inglobati nel nuovo assetto urbanistico che prospettano sulla stessa, come i varchi o le posizioni delle vie d’accesso riscontrabili in alcuni portoni che s’affacciano nella piazza. Qui, sotto i nostri piedi, raccordati in un bell’allineamento, sono stati sistemati i blocchi in pavè color “ruggine” che determinano il tracciato dell’antico (e originario) perimetro da cui si ergeva il Castello; una vera e propria “caccia allo spigolo” in cui s’intuisce come effettivamente era davvero posizionata questa struttura.

Tralasciando l’aspetto militaristico/politico del suo significato, quel che più mi ha colpito della Bastiglia è il suo perimetro, facilmente riscontrabile in alcuni angoli sparsi nella ben più ampia Place de la Bastille. Al centro della piazza s’impenna una bella colonna (Colonne de Juillè), sormontata dalla statua dorata del “Genio della Libertà”, che di sera si illumina con i colori della bandiera francese. La piazza è una piazza molto caotica e sommersa dal traffico automobilistico, per cui è fortemente sconsigliabile nel trattenersi più del necessario dall’osservare le peculiarità architettoniche e la cornice urbanistica in cui era inquadrata la Bastiglia o per catturare qualche scatto con la fotocamera! Il quartiere Bastille, nel quale s’apre la piazza, è situato sulla riva destra della Senna, a est del centro di Parigi, ed è spesso definito come uno dei quartieri più pittoreschi e movimentati della città, oltre a essere un luogo di grande importanza storica. Parigi non è solo Bastiglia, e in futuro – da questo blog – vi condurrò nuovamente alla scoperta e conoscenza di altre sorprese che questa meravigliosa capitale europea riesce ad offrire a tutti coloro che ne riescono a trarre spunti di conoscenza, curiosità e approfondimento, tra mistero, leggende, segreti e tanto altro ancora… (di ©Andrea Perciato)

“TRÖLLSTIGHEN” nelle incredibili Terre del Sannio, tra janare ed elfi

Quando per la prima volta si narrò il racconto dell’anziano boscaiolo che, transitando per due volte al giorno tra i monti e questa gola, nessuno voleva crederci. Ebbene, quella parte di territorio nel cuore dell’Appennino che determina l’alto corso del torrente Titerno offre – ancora oggi – quelle straordinarie sensazioni di fascino e mistero, in un angolo di natura stretto fra aspre montagne, valloni calcarei ed ampi paesaggi che caratterizzano i territori dell’alto Sannio.

La zona è quella intorno a Cerreto Sannita, un immenso paesaggio sospeso lungo orizzonti determinati da rilievi addolciti e valloni profondi in cui scorrono impetuose acque dalle sponde ricolme di folta vegetazione. Il luogo è quello in cui transitava una tra le più significative “bretelle” che metteva in collegamento (attraverso la valle di Maddaloni e il medio corso del fiume Volturno) la “Regina Viarum” (Appia) con il più importante tracciato determinato dal transito delle greggi lungo la dorsale appenninica: il Regio Tratturo Pescasseroli-Candela. Terra di miti e di leggende, di storie fantastiche e luoghi carichi di memoria popolare rendono ancor più suggestivi i luoghi del circondario; lì dove è ancora possibile ascoltare l’ululato del vento attraverso gli alberi della foresta o nelle gole del torrente Titerno; oppure quello di dare un nome alle tante bizzarre forme di roccia che la natura ha creato intorno distribuendole un po’ dappertutto, dai rilievi montuosi ai valloni fluviali, forme che rievocano – in un certo qual modo – le sagome delle streghe o degli antichi folletti dei boschi: i “TRÖLL” di matrice scandinava.

Muovendosi da S. Lorenzello (227 m), a meno di 2 km da Cerreto Sannita parte una comoda salita che arranca lungo dorsali ricoperte da un manto boscoso formato da aceri, carpini, cerri, faggi, pini e querce. La zona viene comunemente indicata come monte Erbano, ma l’esatta toponomastica della cima (che si erge lassù in alto) è Punta la Pizzuta (1133 m – una dorsale di monte Erbano) che, insieme al monte Monaco di Gioia (1332 m) e al monte Erbano (1385 m – l’antico “Eribiano” di cartaginese memoria le cui falde furono attraversate dalle armate di Annibale) formano, nel mezzo di questo triangolo di cime brulle, una successione di vaste conche prative a carattere carsico dette il Campo del Monaco. La comoda pista giunge all’imbocco della Valle Santa (557 m – presenza di un Rifugio, alcuni capanni e piazzole per il pic-nic), un crocevia di sentieri che salgono attraverso i boschi (pinete) di monte Erbano. Un breve tratto in falsopiano costeggia i prati della valletta; laggiù nel fondo una grossa casa rurale (disabitata) controlla il passaggio delle piste che transitano per questi rilievi mentre accanto alla casa, nascosto tra due giganteschi alberi (un ciliegio e un noce), vi è un abbeveratoio con un pozzo.

È probabilmente in questo luogo così isolato, ben nascosto, e lontano da ogni cosa che sembrano perpetuarsi gli antichi rituali delle magiche atmosfere delle “janare” (ci troviamo nei territori delle Streghe) che affatturavano (lanciando o disfacendo malefizi) in nome del dio Wothan (“Signore dei Boschi”) dedicandogli riti magici e danze intorno a grossi alberi. All’estremità orientale della valle si apre uno tra i più incredibili paesaggi dell’alto Sannio: balconate panoramiche che si estendono lungo un orizzonte che scorre dal monte Mutria e la Bocca della Selva (a Nord) fino alla gigantesca muraglia del Taburno-Camposauro e il medio corso del fiume Volturno (più a S).

Alle spalle della casa rurale parte un sentiero che sfiora le pendici della serra di Prece Lautala. Qui compare un sottobosco ricco di erbe aromatiche, molte delle quali usate per fare infusi o liquori. Questo sentiero raggiunge (750 m) la sterrata che sale dalla Valle Santa, divenendo – ora – un’unica traccia che risale lungo i pendii della montagna. Il sentiero svalica (825 m) a ridosso delle creste della Prece Lautala e comincia lentamente a degradare (NW) attraverso un bosco. La natura intorno appare in tutta la sua straordinaria bellezza con crinali montuosi ricoperti da foreste, autentico rifugio per animali selvaggi (volpi e cinghiali) in un ambiente la cui immaginazione rievoca stupore e meraviglia riportando alla mente arcaiche emozioni come quelle di trovarsi di fronte a qualcosa di unico, irripetibile: la sensazione di non essere più soli, la certezza di essere osservati attraverso i cespugli dai signori incontrastati dei boschi come gli Elfi, le Fate, i Folletti, gli Gnomi, le Silfidi… “creature” che da sempre hanno accompagnato i nostri sogni, emozioni e paure fin da bambini.

L’orizzonte viene scandito da una successione di rilievi, a volte brulli e isolati con cime tonde, molto spesso aspri o coi versanti ricoperti da folta vegetazione; a levante si parano le balze terrazzate di monte Cigno che spiove, con le sue pendici calcaree, nel fondo del canyon determinato dal torrente Titerno. Il sentiero punta in direzione di Civitella Licinia e attraversa, in successione, una serie di valloncelli a carattere torrentizio che spiovono dalle falde orientali del Pizzo lo Congo. Un primo canalone porta giù alla Peschiera; proseguendo in avanti si supera il Fosso Rattabone e – successivamente – si giunge nei pressi di un casolare (640 m) completamente avvolto dalla cerreta. Un po’ più avanti si oltrepassa il casolare e subito dopo per un impervio pendio si guadagna, sulla destra, una precipitosa discesa (attenzione!) che per tratti di sentiero scosceso serpeggia tra alberi e rocce fino a raggiungere il Ponte Lavella, sulla strada che da Cerreto Sannita conduce a Civitella Licinia e Cusano Mutri.

È proprio in questo punto, al centro della gola, che è più visibile l’azione corrosiva delle acque determinato dalle cosiddette “Marmitte dei Giganti”, enormi massi levigati; nel mezzo vi scorre il Titerno. Pareti in calcare ricoperte da un folto manto boscoso (cerreta, pineta) con un sottobosco ricco di erbe officinali, determinano questa parte della valle così aspra le cui sponde orografiche presentano una forra profonda circa 40 metri. A levante si staglia la ciclopica muraglia di monte Cigno con pendii calcarei ora terrazzati, ora incisi e tagliuzzati, formando – qua e là – aspri dirupi e isolati torrioni. Proprio nel centro, va restringendosi in prossimità dell’antico ponte di “Gorgo Vecchio”, più comunemente conosciuto come “Ponte di Annibale”, un ponte romano a tutto sesto la cui tradizione vuole che sia stato eretto dalle armate cartaginesi per spostarsi dagli Appennini alla principale consolare del Sud, la Appia. La toponomastica della zona lascia facilmente intuire di come le acque durante le piene, incanalandosi giù per il corso di queste gole, creino vorticosi salti con gorghi e cascate. In questo luogo ritornano le fantastiche figure dei boschi: particolari sculture in pietra modellate dal millenario lavoro perpetuato dalle forze della natura; un intreccio di tronchi, radici e rocce che si rifanno al cervo, e poi ancora sagome stilizzate degli animali del bosco come lo sguardo fiero dei lupi o lo slancio dei daini e dei caprioli.

Transitando per queste aree boschive si possono ben osservare le tracce del passaggio degli animali mentre in alto, tra le fronde, sfreccia il bianco e azzurro di una ghiandaia; l’improvviso fruscio di foglie smosse determina forse il salto di qualche roditore, mentre il riverbero del sole scivola sulle lucide felci bagnate dalla rugiada. E’ un’atmosfera magica quella che si vive nel centro delle gole del Titerno. In alcune giornate, soprattutto quelle ventose, sembra quasi che a tratti si percepisca la sensazione di udire ghigni e risatine, di ascoltare piccoli e veloci passi felpati e osservare il rincorrersi delle ombre che si alternano a lunghi e intensi fasci di luce, proprio come il racconto narrato dall’anziano boscaiolo. Qui tutto è incantato e l’ambiente è tra i più ideali per trasformare le leggende dei boschi in una realtà riscontrabile attraverso foreste, forre, montagne e vallate. Dal Ponte Lavella la strada prosegue in uno scenario naturale di grande suggestione, in un’atmosfera magica e paurosa. In meno di 3 km, dopo aver superato il Ponte Risecco e il Ponte Tullio, si raggiunge Cerreto Sannita (278 m) “Città di Fondazione”.

Distrutta dal terremoto del 1688 l’attuale sito si presenta lungo uno straordinario reticolo a scacchiera racchiuso da una forma a fuso, dettata da principi orografici ricreati in luogo dell’antico transito dei pastori transumanti e della Stazione di Posta. Le sue piazze e le sue chiese si affacciano lungo strade parallele che rispecchiano la qualità della vita e i colori di una magica natura (i ciottoli del Titrerno). Dalla Piazza Centrale (S. Martino) con la Fontana di Masaniello si risale lungo la ciottolosa arteria principale (Corso Umberto) su cui prospettano chiese e palazzi gentilizi; lo sfondo è chiuso dalla scenografica Chiesa/Convento delle Clarisse che determina Piazza Roma. Aggirati, sulla destra, la Vecchia Fucina, si risale ancora a sinistra proseguendo verso il lato monte del paese, alla sua estrema periferia NE, fino ai ruderi dell’antico opificio (la Tintoria Ducale); da qui si prende la strada che sale (direzione SE) verso i dolci crinali ulivati in direzione delle Ripe del Corvo. Superati un torrente si transita presso i Cappuccini (381) e giunti al bivio per Montrino si prosegue in avanti superando il fossato del Vallone Selvatico; subito dopo termina l’asfalto e il cammino prosegue attraverso le case di Contrada Cerquelle fino a raggiungere (580 m) la pista che proviene da Cesina di Sopra, in località Cerro. Di fronte a noi compare uno tra i più suggestivi luoghi di tutto l’Appennino: il caratteristico blocco calcareo naturale indicato come la “Leonessa” (769 m), un monolito roccioso curiosamente modellato dagli agenti atmosferici durante il corso dei millenni e al cui interno è incavata la cappellina rupestre longobarda dedita al culto di S. Michele.

Le sorprese, durante questo itinerario non sono certo mancate, ma questa altura calcarea, che incredibilmente poggia su un vasto banco argilloso, offre visioni panoramiche di un territorio ricco di suggestive presenze paesaggistiche che vanno dai monti del Matese al Taburno-Camposauro fino alla valle del medio Volturno. (di ©Andrea Perciato)