“Sentiero degli Dei”… il più bel percorso del Mediterraneo sospeso tra cielo, terra e mare

Considerato uno tra i più bei sentieri del Mediterraneo, offre lo sguardo su una tra le sky-line più belle e famose al mondo. Questo percorso stupisce per il paesaggio costiero ove la dorsale dei monti Lattari scivola e sprofonda nell’azzurro del mare verso l’isola di Capri. L’incredibile itinerario racconta millenni di storia, e ancora oggi è vivo (tra miti e leggende) nell’animo della gente che lo abita. Ricco di macchia mediterranea il frutto che qui più si coltiva è quello della vite.

Si attraversano i filari che producono un particolare tipo di uva detta “Pede ‘e Palomma” (piede di colomba) tipica della zona, dalla particolare forma del tralcio e dal color roseo che ne caratterizza la vite, rarissima da trovare. Questa fu importata dai Greci provenienti dalla penisola Calcidica durante l’invasione Dorica sulle coste elleniche insieme con altre note specie di viti. Introdotte le prime colture di questa vite a Pithecusa (Ischia), ed essendo stata Positano una ex colonia greca, il tralcio di questa fu probabilmente piantato in collina, favorendo così quel gusto speciale che ne determina l’essenza e ne caratterizza la sostanza.

Pinnacoli, guglie di roccia calcarea e profonde gole si perdono in un vertiginoso verde, ponendosi subito all’attenzione dell’escursionista. Su entrambi i lati, appezzamenti di terreno sistemati a terrazzo (viti, agrumi, fichi e meli) sono distribuiti su più livelli con muretti di contenimento in pietra calcarea a secco misti a malta e calce. Lungo questo sentiero, che fin dall’antichità assolveva a un importante ruolo di collegamento, vi si svolgevano traffici commerciali tra i villaggi della costa (Positano, colonia ellenica) e gli insediamenti dell’entroterra (l’altopiano di Agerola). Unica via terrestre sul versante meridionale dei monti Lattari, tra l’aspro litorale costiero e i dolci declivi dell’interno, permetteva il transito di mercanzie come: crusca, carbone, latte, spezie, legname, tessuti, pietre preziose, ceramiche, vini e oli.

Diversi esempi di quell’architettura rurale tipica della costiera, con sicuri richiami al mondo arabo mediterraneo, sono i ruderi di antiche case distribuiti lungo tutto il percorso. Si continua a camminare in un ambiente sospeso tra guglie, profonde gole, dirupi e precipizi, quercete, grotte, felci, rovi, ginestre e numerose specie di erbe aromatiche come il timo, la salvia, il rosmarino e la rucola.

A differenza delle numerose (e inesatte) notizie sulle origini da cui il sentiero trae il nome , tra pittoresche versioni ed improbabili leggende, diverse testimonianze storiche lasciano intuire come questi luoghi siano stati conosciuti, con molta probabilità, da alcuni dei più noti e famosi viaggiatori del Grand Tour tra cui Goethe, Lenormant, Mendelsson, Wagner ed altri ancora che, visitandoli, ne hanno decantato le straordinarie bellezze paesaggistiche.

Altre storie e leggende narrano di come il sentiero sia stato utilizzato da briganti, malviventi e contrabbandieri che qui trovarono rifugio, nascondiglio e sicurezza per l’inaccessibilità del luogo. Si narra di persone dette i Fatati (taumaturgi dalle facoltà soprannaturali) tra cui vi era ‘U Magio (il mago) che conservava, su un enorme libro, scritti di lieti eventi e nefasti presagi. Si racconta anche di una scrofa che, coi suoi sei piccoli, durante le notti di luna piena si trasformava in essere satanico incutendo paura ai malcapitati passanti.

È un passaggio questo, tra la costa e l’entroterra, che fin dall’antichità ha testimoniato, lungo tutto il suo percorso, quella cultura locale che tanto caratterizza questi luoghi: agreste, contadina e rurale, proprio a picco sul mare. Qui la gente, soprattutto gli anziani, vive e lavora in sintonia col paesaggio naturale: chi raccoglie frutta dai campi coltivati a terrazzo; chi trasporta sulle spalle nuove sementi da piantare; chi, a dorso di mulo o cavallo, raccoglie e trasporta fascine di legna; chi ancora trasporta taniche d’alluminio contenenti latte fresco di capra, percorrendo due volte al giorno l’intero sentiero.

Tutto ciò fa sembrare quasi come se il tempo non fosse mai trascorso. Un ritaglio di natura che ha vissuto fino ad oggi tra miti, realtà, storie e che è giunto integro fino ai nostri giorni con un patrimonio storico e culturale che ci invita a riscoprire da una parte le remote origini di quei nobili, fieri e liberi popoli marinari, mentre dall’altra evidenzia le radici della dura, paziente, ospitale ed orgogliosa gente di montagna.

Volendolo percorrere (consiglio l’ausilio di una guida professionista!) il percorso (che è un sentiero di montagna e non una semplice passeggiata!) ha inizio da BOMERANO (632 m, in territorio di Agerola NA) e in breve raggiunge l’inizio di uno tra i più interessanti e spettacolari itinerari escursionistici di tutta Italia, per le sue bellezze paesaggistiche e per gli scorci panoramici che si possono ammirare dall’alba fino al tramonto. Una curva piega a destra in precipitosa discesa verso la cavità detta Grotta Biscotto (528 m), dove questo cammino ha il suo inizio tra dirupi e precipizi, profondi oltre i 200 metri, che si perdono nel vuoto. Poco sotto la grotta vi sono sparsi antichi insediamenti rupestri ricavati direttamente nella roccia, sospesi a picco; testimonianze architettoniche, queste, risalenti all’epoca delle incursioni saracene.

Si prosegue camminando tra panorami mozzafiato intrisi dai profumi della macchia. Superati quella che fino all’800 era sicuramente una tra le case meglio conservate esistenti lungo il sentiero, una gradinata ricavata con blocchi in pietra conduce sotto uno sperone roccioso alla cui base si erge una irta guglia calcarea conosciuta come il “pistillo”. Poche decine di metri dopo e si raggiunge il Colle la Serra (578 m) con la presenza di un bivio e un fontanile. Qui il paesaggio cambia decisamente scenario e si aprono ampie vedute panoramiche con l’isola di Capri, la parte finale della penisola dei monti Lattari e gli isolotti dei Galli. Dal colle ha inizio un sentiero che porta fin giù all’abitato di Praiano.

Dal bivio di Colle Serra, invece, continuando a salire a destra in direzione NE, si attraversa un’area detta i Cannati (537 m) per la presenza di un meleto sorretto da pergolati e la traccia penetra in una vegetazione a macchia. Al di sopra di una strapiombante parete rocciosa, usando molta cautela nell’affacciarsi, è possibile scrutare dall’alto inedite visioni panoramiche di un paesaggio costiero che riesce continuamente a stupire, a meravigliare e ad emozionare: il bianco e il rosso delle case di Vettica; i fondali marini non visibili dalla strada costiera; il buio di profonde incisioni rocciose e il cupo verde dei valloni. Guadagnati un ultimo balzo si apre un terrazzino da cui si gode uno tra i panorami più belli, incantevoli e conosciuti al mondo: una variopinta cascata di case aggrappate sui costoni della montagna che degradano vertiginosamente fin giù alla bianca marina: Positano.

Proseguendo, a sinistra in basso, si apre il baratro del Vallone Grotte, e la natura offre uno spettacolo di incomparabili bellezze naturalistiche e paesaggistiche; uno stretto anfiteatro che scende ad imbuto su cui dominano decine di grotte, grandi e piccole, immerse tra l’azzurro del mare e il verde dei boschi. Dopo gli ultimi tornanti caratterizzati da rocciosi saliscendi attraverso piante di fico d’india, il sentiero penetra tra le prime case di NOCELLE (420 m) ove termina il percorso ma non il nostro incontro con un vissuto storico che qui si preserva da secoli. Stradine immerse nel verde e nel silenzio di rampe, cortili e pergolati sono l’ideale cornice dell’ospitalità e della cordialità profusa da quei pochi e fortunati residenti. Posto come una terrazza sopra l’abitato di Positano questo villaggio è completamente isolato tra rupi e valloni e non raggiungibile, in alcun modo, da veicoli a motore. (di ©Andrea Perciato)

CORNOVAGLIA/KERNOW (UK) un luogo tra fascino, leggenda, mistero

Qui, di fronte all’immenso, si cammina lungo sentieri dalle emozioni possibili sulle tracce del South West Coast Path. Lo spettacolare centro costiero di Penzance, offre la lunga passeggiata di Marazion verso l’isola di St. Michael, raggiungibile per un istmo solo piedi e quando la bassa marea lo consente, isolotto gemello del più famoso St. Michel in Normandia. Le precipitose scogliere di Land’s End (la fine della terra), con sentieri che toccano antiche fattorie della zona, fino al villaggio di pescatori di Sennen Cove, paradiso dei surfisti.

Ma la Cornovaglia è un crogiolo di emozionanti sorprese da vivere passo dopo passo; ci sono anche le antiche miniere in disuso, case dai variopinti giardini, giganteschi fari sulle scogliere ed ampie distese prative per i pascoli. Dai silenzi delle campagne di Zennor, alle suggestive maree di St. Ives, pittoresco borgo marinaro caratterizzato da spiagge color pastello e bagnate da un mare che offre barche e natanti adagiate su bianchi fondali sabbiosi dopo le maree.

La Cornovaglia è la parte più a sud dall’isola britannica, lontana dal resto del paese in tutti sensi. Qui la vita scorre piano, ogni colore ha una storia, ogni suono, rumore, profumo ha una “sua” storia; per alcuni è un pregio, per altri un difetto; e per visitarla con gli occhi attenti di un adulto e la curiosità tipica dei fanciulli, suggerisco alcuni elementi che della Cornovaglia ne fanno un luogo magico… unico!

I numerosi fossili presenti, con ricche specie vegetali (felci e infiorescenze preistoriche) e marine (conchiglie e pesci), arricchiscono la conoscenza di questa parte di mondo affacciato sull’Atlantico, con ampi orizzonti che s’aprono tra il Canale della Manica, l’oceano e il mare Celtico. I cimiteri monumentali, ove ogni la-pide, ogni effige, racconta una storia diversa. La costa con pareti e scogliere a picco sull’Atlantico con altezze fra i 30 e i 70 metri, sono da sempre il teatro di incidenti navali e naufragi con navi trascinate dalla forza delle correnti sulle aspre scogliere qui hanno un fascino unico, ove il mare rumoreggia al punto da confondersi coi colpi di cannone o di tuoni in lontananza. I sentieri, ben visibili e segnalati, sono il paradiso degli escursionisti, un autentico eden per chi fa trekking.

La campagna inglese risalta per le caratteristiche farm (tipiche fattorie), con orizzonti solcati da mucche al pascolo, da cavalli e da pecore, con prati ben mantenuti e opportunamente curati. Le famose barche dei pescatori qui hanno tante storie da narrare, ove il culto per il mare ha un sapore antico; tra mito e leggenda, storie e romanzi, tragedie e lieti eventi da sempre, qui il mare, è fonte di sostentamento per le popolazioni che vivono sulla costa. Ogni colore dato a una imbarcazione caratterizza il ceppo di appartenenza della famiglia di pescatori, attività che si tramanda da nonno a nipote ed il pesce, qui in Kernow, credetemi… è davvero speciale!

Bere un tè caldo nelle giornate plumbee non ha eguali. Qui il tè si beve ovunque, a qualunque ora e in qualsiasi momento della giornata. Caldi e accoglienti tea-room offrono numerose specialità di tè dalle numerose essenze aromatiche; esso non solo è buono, ma toglie l’enorme quantitativo di umidità che si può assorbire durante la giornata. I corvi sono gli uccelli tipici della Cornwall, mentre i gabbiani qui sono diversi dai loro cugini mediterranei. Più grossi e robusti, per resistere alle correnti dei venti atlantici, hanno un piumaggio leggermente più scuro e bruno e poi, sono talmente così abituati all’uomo che si lasciano facilmente avvicinare.

La Cornwall, infine, è l’indiscusso mondo delle ragnatele. Mai viste di cosi belle, grandi e geometricamente perfette. Particolarmente visibili prima che si scateni la pioggia o durante le plumbee giornate nebbiose, si possono scorgere da vicino aracnidi dalle dimensioni piuttosto notevoli che danzano in circolo a tessere i fili della propria ragnatela irrobustendola in previsione delle violenti burrasche di acqua e di vento che qui, più che altrove, non hanno eguali (di ©Andrea Perciato)

calpestare 2500 anni di storia…? Fatto! Parco degli Acquedotti Romani (Roma)

Tutta la potenza e la genialità espressa dall’Urbe in 240 ettari di paradiso. Le possenti opere di ingegneria idraulica ideate dai Romani mi hanno sempre affascinato; e ritrovarmi al centro di bimillenarie pietre che sembrano restituire gli echi di antichi trionfi (dagli arrivi alle partenze) tra il passo serrato dei “Pretoriani”, la forza dei “Gladiatori” e l’abilità marziale dei “Centurioni”, qui – nella periferia sud-occidentale di Roma – trova la sua massima esaltazione espressiva tra lo scoprire autentiche meraviglie di un tempo e comprendendo l’importante utilizzo che queste costruzioni, fin dall’antichità, hanno avuto per Roma e la sua popolazione!

Questo Parco degli Acquedotti Romani è sicuramente uno dei parchi più belli e interessanti di Roma. La sua estensione ricade nel vastissimo Parco dell’Appia Antica con l’Acquedotto Claudio, che conserva il maggior numero di archi ininterrotti, ed un tratto originale (poche decine di metri) ancora con il lastricato in basoli al loro posto, della Via Latina; insomma tutto il fascino, la bellezza e la suggestione della romanità storica… è qui!

Il Parco viene così indicato (degli acquedotti) al plurale perchè in questa zona scorrevano 7 degli 11 acquedotti che alimentavano l’Urbe, di cui 6 risalenti all’antica Roma e 1 (il Felice) d’epoca rinascimentale. Gli immensi tappeti prativi, dal cui verde brillante emergono le evidenze archeologiche di questi capolavori di ingegneria idraulica, vengono solcati da una rete di stradine che sono frequentemente utilizzate da ciclisti e runner; la maggior parte di questi viottolo e stradine sono in terra battuta.

Il Parco è una vasta area verde ai margini della perimetrazione urbana, collocata tra Capannelle, Appio Claudio e la rete ferroviaria che – originariamente – si estendeva senza interruzioni fino ai Colli Albani che incorniciano la sky-line poco più a sud. Questi acquedotti (a scorrimento sotterraneo o elevati) in antichità fornivano acqua all’intera città. Ciò che noi oggi possiamo ammirare non è altro che un vero e proprio museo gratuito all’aria aperta, con la magnifica sequenza degli archi acquedotto romano che lo attraversa – praticamente – per tutta la sua interezza.

Ancora oggi questo Parco (ricco di zone caratteristiche) restituisce emozioni e sensazioni di un tempo antico, una storia che da 2500 anni giunge da lontano e che si perde nella storia di Roma Antica. Gli acquedotti dell’Impero, tra i più grandi e meglio conservati di sempre, fanno da colonnato ad un antico sentiero in ciottoli e basoli che riemerge per un breve tratto (poche decine di metri), restituendo ai visitatori un tratto originario della via Latina, lungo un percorso che si estendeva per oltre 200 km fino a Casilinum, l’odierna Capua, arteria già usata anche dagli Etruschi in età preromana.

Il parco, costituito dall’ampio perimetro ove insistono i resti di ben sette degli undici acquedotti edificati dagli antichi romani, è un’ampia area verde ricca anche di testimonianze sapientemente espresse nelle iconografie di un tempo legate agli antichi viaggiatori, di quel paesaggio tipico dell’agro romano, con edifici rurali, pinete finalmente fruibili all’interno di un unico comprensorio regionale esteso per centinaia di ettari. L’area è localizzata al confine sud dell’Urbe estendendosi, fino ai colli Albani senza soluzione di continuità, confinando con l’altra bellissima area archeologica dell’Appia antica, con parti monumentali, torri di guardia e ancora altre antiche vestigia d’epoca romana.

Fra gli spettacolari monumenti da dedicare una visita a Roma e dintorni questo parco non è mai menzionato, eppure meriterebbe davvero molta più attenzione rispetto ai tanti altri monumenti più gettonati. L’intera area è un luogo molto affascinante, anche perché permette di ammirare lo stato di conservazione di alcune tra le più splendide rovine romane fuori dal caos della città; i suoi viali e i suoi sentieri accolgono il visitatore con lunghe e riposanti soste magari all’ombra di un imponente pino, per leggere un libro, per riposarsi e – perché no – quando il meteo e la luminosità dell’orizzonte lo permette, di godere del suggestivo tramonto coi raggi del sole che filtrano attraverso gli archi. Se vi trovate a Roma e avete un po’ di tempo a disposizione, anche per una mezza giornata, non esitate ad andare a scoprire queste meravigliose bellezze storiche e paesaggistiche; gli Acquedotti Romani… meritano! (di ©Andrea Perciato)

Rocca S. Felice e il mistero della “MEPHITE” nella valle Ansanto (AV, Irpinia)

…E’ questo il caso di Rocca San Felice, in Irpinia, che ci accoglie tra i suoli silenzi attraverso le bianche facciate di case rese nuove dalla ristrutturazione post-sismica, ma che nella matrice sono riuscite a mantenere la tipologia edilizia originale, quella che si rifà – appunto – al Medioevo, ampia-mente espresso in tutta questa parte d’Irpinia; un autentico tuffo nel passato tra strette viuzze, palazzi nobiliari e case gentilizie tutte in pietra. La via lastricata sbuca proprio nella piazza centrale (piazza San Felice), dove troneggia un tiglio bicentenario, con una fontana monumentale, qui piantato durante i moti rivoluzionari della rivoluzione partenopea come simbolo di libertà.

Il cuore del centro abitato, prende la sua fisionomia già dall’VIII secolo, come ampliamento del caseggiato sorto alla base del poderoso Castello. Una bellissima rampa serpeggia tra le antiche case, passando prima per la poderosa facciata del-la Parrocchia di Santa Maria Maggiore, per poi, transitare sotto il portico di un’antica casa e sbucare all’aperto proprio al principio della rampa che sale verso il Castello che fu qui edificato lungo la linea di confine che divideva i due principati Longobardi di Benevento e Salerno; e fu proprio qui, nella Rocca di San Felice che alloggiavano il capitano e i soldati della guarnigione a controllo di questi territori. Ciò che resta di un antico portale in pietra consente di varcare la soglia che immetteva agli spazi interni del maniero.

La rocca si caratterizza per la sua splendida torre cilindrica detta Donjon (vi si può accedere libe-ramente per una scala interna!) e, affacciandosi dalla sua terrazza sommitale, sembra davvero di rivivere un lontano passato medioevale. Tutt’intorno un’assoluta sensazione di quiete; il paesaggio che si estende oltre tutti i possibili orizzonti, la poderosa struttura in pietra, l’aria tersa e limpida, da quassù… è tutto così fantastico! Ritornati in piazza, prendiamo a scendere (ed uscire) fuori il borgo dalla sua parte settentrionale; qui, appena su Via Croce, ed all’altezza dell’ultima casa, si prende per la via interna a sinistra che mena ad attraversare boschi e campi coltivati.

La pista sterrata, prosegue – con ripetuti saliscendi – lungo crinali coltivati a foraggio, fino a raggiungere le prime case di Contrada Toriello, la cui strada va a congiungersi con la via principale proveniente da Rocca. Si continua, sempre verso nord, tra case isolate e villette di recente costruzione, tra campi coltivati a frutteto e uliveti oppure arati per la semina, fino a guadagnare il crinale da cui prospetta la sobria facciata e il bianco campanile della Chiesa di Santa Felicita. All’incrocio la via prende in discesa e, dopo aver superato un ultimo gruppo di case sulla destra, ad un pri-mo bivio, si prende a scendere sulla sinistra fino a raggiungere il vialetto che conduce all’ingresso dell’area della Mefite.

“Est locus Italiae medio sub montibus altis…” Così Virgilio citava le Mefite nell’Eneide. Si tratta di una piccola zona arida, priva di vegetazione, al centro della quale si trova un laghetto (appunto detto della Mefite), caratterizzato dai gas che provengono dal sottosuolo, che a contatto con l’acqua superficiale, la fanno ribollire, originando delle esalazioni gassose, rumorose e tossiche, in quanto ricche di acido solforico. Proprio per queste esalazioni è pericoloso avvicinarsi troppo. Il luogo è ricco di fascino e mistero, ed è uno tra i più suggestivi e misteriosi dell’Irpinia. La Mefite si caratterizza per un paesaggio arido e lunare e per gli intensi miasmi solfurei;

E qui, dalla palizzata che cinge l’orlo panoramico che mena lo sguardo in un agone fatto di miasmi, vapori e gorgoglii, s’apre uno scenario paesaggistico di inaudita (ed incredibile) bellezza naturalistica. Sotto di noi appare un sito naturalistico, storico e archeologico con un piccolo lago di origine sulfurea (non vulcanica) dove i fanghi sono in perenne ebollizione: la suggestiva “Valle della Morte” dove un singolare fenomeno geologico erutta (fa sprigionare) i vapori e le esalazioni di gas sulfurei. Sembra proprio di trovarsi alle porte d’accesso dell’Inferno, in un’atmosfera che s’alterna tra fascino, paura e mistero. La bellezza del luogo si alterna alla pericolosità per chi decida di avvicinarsi troppo, talmente è alto il rischio di soffocamento; ciò viene attestato anche dalle numerose carcasse di animali che sono morti nel tentativo di andare a bere quell’acqua putrida e solforosa (sarebbe possibile accedere, ma solo con guide esperte e quando i venti sono favorevoli; mai avventurarsi da soli).

Questo luogho, la “Mefite” nella valle d’Ansanto, è stato addirittura citato da Dante Alighieri nel suo viaggio itinerante all’Inferno raccontato nella Divina Commedia. Questa inquietante meraviglia, che si alterna allo stupore momentaneo, è uno spettacolo unico e raro ma come sempre, difronte le forze espresse dalla natura, le emozioni sono che si avvertono sono diverse in ognuno di noi. Già da decine di metri di distanza si avverte quel forte ed acre odore di zolfo che rendono questo luogo molto suggestivo. La “Mephite”, il nome dato alla località, era una divinità di origini osche. In questo luogo sorgeva un santuario molto frequentato e gli antichi credevano che qui ci fosse un accesso al mondo sotterraneo e il santuario era noto ancora al tempo dei romani. Con l’avvento del Cristianesimo, questo culto fu soppiantato da quello di Santa Felicità.

Il forte odore di zolfo, la valle oscura, insetti ed animali morti vicino alle pozze sulfuree fanno da cornice a questo luogo inquietante ed al tempo stesso affascinante. Il luogo da secoli da secoli è ritenuto il passaggio dalla terra dei vivi, alla terra dei morti, cioè gli Inferi. La Dea Mefite, antica divinità italica legata alle esalazioni di zolfo, veniva invocata per la fertilità dei campi e per la procreazione. Questo nome, fin dall’antichità, fu associato proprio al centro di questa valletta. Qui ristagna il laghetto mefitico, caratterizzato dalla presenza di gas solforosi provenienti dal sottosuolo e che, a contatto con l’acqua, generano un perpetuo ribollire di esalazioni tossiche e maleodoranti tanto che questo luogo fu citato da Virgilio nella sua Eneide come il luogo di congiunzione tra la vita e la morte.

L’origine geologica del fenomeno non è, come ritenuto da molti, da accostare ad un ipotetico vulcanismo che collega il monte Vulture con il Vesuvio e/o la Solfatara a Pozzuoli; esso è semplicemente un fenomeno tettonico: il sottosuolo su cui poggia l’intera area, è infatti un crocevia di faglie importanti che si intersecano e che, incastrandosi, mettono a contatto depositi evaporitici (tipo gesso) con le acque profonde di falda generando i gas che sfuggono verso l’alto fino ad incontrare la superficie e librarsi nell’aria. Per visitare la Mefite si deve adottare una grande cautela ed avere il massimo della prudenza; è necessario quindi trattenersi il meno possibile per via dei gas sprigionati (soprattutto anidride carbonica), in quanto in alcuni momenti, avvicinarsi troppo è fortemente pericoloso tanto l’aria è pesante ed irrespirabile. Non a caso, si sono registrate diverse morti, sia di persone che di animali e per chiunque voglia avvicinarsi è consigliabile mettersi sopra vento. (di ©Andrea Perciato)

DUNKERQUE/DUNKIRK (F)… “DYNAMO” la spiaggia della fuga impossibile!

Studiare è una cosa meravigliosa, la storia – soprattutto – è un qualcosa che, se ti riesce a prendere, ti coinvolge completamente… ma è quando ti trovi al centro di essa che si diventa (emotivamente) protagonisti assoluti di eventi che hanno lasciato il segno per sempre; ed è qui – su questa immensa spiaggia si sabbia bianca (in uno dei punti più a settentrione, nell’Alta Francia) dai bassi fondali, sono state scritte alcune delle più sanguinose pagine della II Guerra Mondiale ed è avvenuta una tra le più imponenti operazioni di salvataggio (che coinvolse anche i civili) per strappare alla morte migliaia di giovani vite; praticamente, il grosso della spedizione di intervento in Europa dell’esercito inglese!

Dunkerque/Dunlirk è quella lunghissima spiaggia di bianca e finissima sabbia (molto più sottile della farina!) che s’affaccia sul Canale della Manica ad un centinaio di km dalle coste inglesi. Qui, agli inizi di giugno del 1940, quando la guerra infuriava nel cuore dell’Europa, l’esercito britannico e parte di quello francese, insieme ai contingenti di truppe del Marocco, della Polonia e del Belgio si vennero a trovare in una situazione disperata. Migliaia di uomini circondati: davanti a loro, nell’entroterra, l’organizzatissimo esercito di Hitler, alle loro spalle, dietro, il mare del Canale della Manica.

Così, mentre per i francesi la guerra era già persa, per la maggior parte dei soldati britannici la situazione era diversa; in quel drammatico momento, erano bloccati in Francia. Il 21 maggio gli anglo-francesi si accorsero di essere circondati. Il 26 maggio i tedeschi ricominciarono ad attaccare su tutti i fronti, vi terra con i carri armati e la fanteria, nel cielo con gli Stukas ed i Messerschmitt Bf 109 aerei. La sera del giorno prima il governo britannico aveva preso la sua decisione: organizzare il rientro dei propri soldati con una gigantesca operazione di soccorso via mare; l’esercito britannico in Francia sarebbe stato evacuato per l’unica via di fuga possibile: il mare.

L’operazione venne chiamata “DYNAMO” e fin dal primo momento tutti i partecipanti si resero conto che sarebbe stata un’operazione ai limiti dell’impossibile. Una volta arrivate al porto francese di Dunkerque (Dunkirk in inglese), le navi avrebbero dovuto avvicinarsi ai due lunghi moli frangiflutti che dal porto si allungavano verso il mare per più di un chilometro. E avrebbero dovuto caricare i soldati in attesa sulle spiagge, pigiati gli uni sugli altri gomito a gomito lungo i moli, per poi ripartire. Sulle spiagge, in quel momento, c’erano 400 mila soldati in attesa di essere portati in salvo: chi sarebbe rimasto sarebbe certamente stato catturato o ucciso.

Il 27 maggio, meno di 8 mila soldati vennero imbarcati. Le operazioni dovevano essere accelerate e venne dato ordine di iniziare a imbarcare gli uomini anche lungo le spiagge. In Inghilterra, sui moli, i porti e i canali che s’affacciano sulla Manica, squadre della marina furono mandate a requisire migliaia di piccole imbarcazioni civili e un accorato appello fu lanciato a tutti i proprietari e/o possessori di barche nel sud dell’Inghilterra perché corressero in soccorso all’esercito intrappolato sulle spiagge francesi.

Il giorno dopo centinaia di piccole imbarcazioni civili, a volte guidate dai loro stessi proprietari, muovendosi dalle coste inglesi si affiancarono ai cacciatorpediniere della marina nelle operazioni di salvataggio. Il 28 maggio, quando appena 25 mila soldati erano già stati evacuati, l’esercito belga – alleato dei britannici – viste le condizioni di inferiorità e mancanza di rifornimenti, si arrese. Il 29 maggio gli evacuati salirono a 45 mila, mentre i tedeschi, coi loro cannoni e l’ausilio della Luftwaffe riuscirono ad affondare 19 navi britanniche e francesi causando gravi perdite. Grazie agli sforzi e ad atti di eroico sacrificio da parte dei “Bleu” (i soldati francesi) via terra, degli aerei britannici (Spitfire ed Hurricane inglesi) in cielo e dei marinai e dei civili in mare, nei successivi quattro giorni cruciali dell’operazione furono messi in salvo almeno altri 120 mila soldati.

Dal 2 giugno in poi evacuare di giorno divenne praticamente impossibile, talmente i tedeschi erano arrivati vicino alle spiagge. Gli ultimi quattromila soldati britannici vennero messi in salvo durante la notte del 3 e 4 giugno. La mattina dopo, 40 mila soldati francesi che avevano difeso accanitamente Dunkerque non ebbero altra alternativa che arrendersi ai tedeschi del generale Guderian. In dieci giorni di operazioni, 338 mila soldati furono portati in salvo, circa 240 mila britannici e altri 100 mila francesi. L’esercito britannico fu messo in salvo ma dovette lasciare in Francia tutto il suo equipaggiamento. L’onore fu salvo, così come anche l’orgoglio, ma fu il morale che venne distrutto.

Per quei soldati inglesi salvati e scampati alla morte, la rivincita non tardò ad arrivare (D-Day) a non più di 4 anni di distanza; ma questa… è un’altra storia! (di ©Andrea Perciato)

OVERLORD” il D-Day del 6 giugno 1944 il “giorno più lungo” sulle spiagge dello sbarco in Normandia (France)

UTAH BEACH, la notte che cambiò il mondo… per sempre! Sorge l’alba proprio d alla spiaggia che per prima fu interessata dalle operazioni dello sbarco in Normandia (il D-Day la più grande operazione bellica della storia), quella ove i primi fanti americani toccarono suolo: Utah Beach. Ma già dopo 30 minuti allo scorrere della mezzanotte tra il 5 e il 6 giugno, oltre 1500 aerei paracadutavano, sulla zona della penisola del Cotentin, migliaia di uomini della 82a Divisione aviotrasportata “Airborne“, che avrebbe preso il borgo di Sainte Mére Eglise, e della 101a Divisione aviotrasportata “Airborne” che avrebbe protetto e reso sicuro i collegamenti tra la testa di ponte di Utah Beach e l’interno. Con lo stesso spirito emotivo ripercorriamo le stesse direttrici compiute dalle truppe americane sbarcate nel settore delle spiagge di Utah. Oggi qui, dopo aver toccato e fatto scorrere tra le dita, la bianca e soffice sabbia della spiaggia, ci incamminiamo verso l’interno superando la gigantesca duna. Allontanandosi dalle spiagge e penetrando verso i territori interni si attraversano ampie zone di “marais” (le complicate paludi in cui molti paracadutisti persero la vita), si supera il cippo marmoreo con statua in bronzo che ricorda le azioni del ten. Winter (protagonista della serie televisiva “Band of Brother“, realmente esistito!) che con gli uomini della 506a “Easy” Company riuscì a mettere fuori combattimento, dopo aver toccato suolo tra le campagne di St. Mére Eglise e St. Marie du Mont, quattro batterie di cannoni tedeschi le cui bocche da fuoco puntavano ad ostacolare le operazioni di sbarco terrestri. Dopo aver attraversato il piccolo borgo di Sainte Marie du Mont, si punta decisamente verso Sainte Mére Eglise ove sbuchiamo al centro di quella piazza (la “piazza del massacro”) immortalata nelle scenografie del più famoso film sull’argomento; una piazza che nelle prime ore del 6 giugno – abbagliata dalle fiamme di un vicino edificio – rischiarò il buio di quella triste notte favorendo la reazione dei tedeschi che annientarono centinaia di paracadutisti ancor prima che questi toccassero terra, ad accezione di un soldato (John Steele) che, durante la discesa, rimase impigliato con il paracadute al campanile della Chiesa di questo piccolo borgo e di cui, ancora oggi, un manichino ne raffigura l’episodio.

POINT DU HOC, quella maledetta scogliera! Se c’è un luogo, in tutta la Normandia che ricordi ciò che avvenne quel 6 giugno 1944 esso è Point du Hoc, trenta metri di ripida roccia diventato, suo malgrado, il promontorio più famoso di tutte le coste francesi. Una falesia che piomba nel mare e caratterizza due scogliere dalle inaccessibili muraglie rocciose. Qui fu allestita la più imponente postazione di batterie di cannoni tedeschi che potevano colpire due tra le più importanti spiagge dello sbarco in Normandia: Utah a ponente e Omaha a levante. Questo fu il luogo che vide l’avvicinarsi delle compagnie del 2° Battaglione degli US Rangers che con scale, corde e rampini avevano il compito (tentando l’impossibile) di scalare la rocciosa scogliera fino all’altopiano e, successivamente, assaltare e distruggere le linee tedesche asserragliate nei bunker in cima.… ai loro occhi si presentò un paesaggio colmo dei crateri lasciati dopo i pesanti bombardamenti dell’artiglieria navale. Oggi qui si respira una sensazione di calma e raccoglimento, il cielo azzurro si unisce oltre l’immenso sulla linea del mare, e le uniche voci che resistono sono quelle del vento e dei gabbiani. Ancora oggi si riesce a percepire quella terribile sensazione di cosa fu l’alba di quel 6 giugno; si rivive drammaticamente quell’ambientazione del tempo: i bunker, le batterie tedesche, i cannoni, il filo spinato, le falesie, il vento che soffia incessante… tutto contribuisce a rendere questo luogo davvero un posto molto suggestivo. Tutta la zona che sovrasta il promontorio e un luogo fuori dal tempo, sembra di essere proiettati indietro di oltre 70 anni: per volere e/o scelta delle autorità locali e militari, l’area è stata lasciata così come si presentava dopo la guerra.

OMAHA (bloody) BEACH… un inferno chiamato MG42, lo sterminio degli US soldier. Poco alla volta ci avviciniamo a quella che, in più di qualche trasposizione cinematografica, è stato il racconto e la narrazione dei fatti svolti e avvenuti qui, in Normandia. Due opere su tutto: come il “Giorno più Lungo” e “Salvate il Soldato Ryan” restituiscono visivamente ciò che realmente è accaduto qui. Il varco di “Dog Green” quel varco aperto dopo estenuanti ore di battaglia su 8 km di spiagge tinte dal rosso sangue degli uomini della 1a e della 29a Divisione di Fanteria Americana che qui, durante la prima ora dello sbarco, dei 2400 uomini che tentarono di mettere piede a terra, più del 50% lasciarono sull’arenile le proprie giovani vite falciate dalle micidiali MG42 tedesche (25 colpi al secondo ad una velocità di 900 km all’ora) praticamente… un autentico plotone d’esecuzione! Stare qui, voltarsi intorno cercando di capire le varie posizioni dei belligeranti sul terreno; chi difendeva e chi attaccava, vedere coi propri occhi, il solamente intuire, comprendere e conoscere ciò che è avvenuto su questa spiaggia fa davvero rabbrividire. Bloody Omaha (Sanguinosa Omaha) fu definita la spiaggia; oggi sull’arenile dalla sabbia dorata di Omaha è stato eretto un monumento commemorativo intitolato “Les Braves” (i Coraggiosi) composto da tre stele d’acciaio simili a vele spiegate al vento che simboleggiano la speranza, la libertà e la fraternità. A margine della maledetta spiaggia, a pochi chilometri si giunge a Colleville sur Mer ove s’apre la spianata del più grande cimitero monumentale militare di sempre: il Normandy American Cemetery. Al suo interno sono accolte le 9386 croci di marmo di Carrara tutte allineate in geometrica sequenza e avvolte da un impressionante silenzio. Nell’asse del viale centrale s’innalza quel “Muro dei Dispersi”, su cui sono iscritti 1557 nomi di ragazzi mai più ritrovati. Sembra di “vivere” le scene iniziali e finali del Capt. Miller in Save Ryan Soldier; tra i viali un attempato novantenne (sicuramente uno dei reduci di Omaha) a passo lento e dondolante col bastone, accompagnato dalla consorte sono affidati alle amorevoli cure di una guida che illustra loro le bianche lapidi; dal film alla realtà la differenza sembra davvero non esistere! Non vi sono parole per descrivere questo luogo carico di storia ma, al tempo stesso, che esprime immenso dolore e profonda tristezza. Splendidamente tenuto in ogni cura (il suolo è territorio americano donato dalla Francia) e particolare qui, il silenzio, è d’obbligo; qui giacciono le migliaia di spoglie di coloro che hanno dato la vita per la nostra libertà. La suggestione di questo luogo si esprime anche attraverso i suoi colori: il blu del cielo, il verde smeraldo dei prati, il bianco abbagliante delle croci, il silenzio…! Dinanzi a questa infinità di bianche croci (diverse le Stelle di Davide) si rimane sbalorditi al solo pensiero che ricordano i tantissimi ragazzi morti per aver dato a noi tutti oggi la libertà. Prima di andar via resta dentro solo un grande senso di vuoto e di impotenza, mentre fuori la sensazione è quella di godere solo di un grande senso di gratitudine rendendo onore a tutti questi eroi. La guerra… tutte le guerre… da che mondo è mondo restano sempre, e solamente, la più grande e orribile azione creata dall’uomo.

GOLD BEACH: un incredibile molo sulla spiaggia delle conchiglie! ARROMANCHES e PORT EN BESSIN… Poter ammirare da vicino di quali opere l’ingegno umano e possibile concepire è solo qui, di fronte alla baia di Arromanches, che si percepisce la monumentalità dello scopo. Le banchine portuali fluttuanti di Arromanches sono una delle più straordinarie elaborazioni ingegneristiche applicate all’utilizzo bellico: il porto artificiale. Durante lo sbarco in Normandia, dopo che gli inglesi ebbero conquistato la spiaggia (nome in codice: Gold Beach), diedero subito inizio alla costruzione di un grande porto artificiale, destinato ad accogliere l’enorme mole di uomini e materiali necessari per l’avanzata degli alleati verso l’interno. Arromanche fu un prioritario obiettivo durante le operazioni dello sbarco poiché gli stessi alleati individuarono la possibilità di realizzare, nella sua rada, una imponente opera portuale artificiale per poter garantire, in tempo utile, la fornitura di armi e munizioni alle truppe sbarcate; i componenti di questo porto furono trasportati a pezzetti attraverso il mare e, successivamente, assemblati di fronte ad Arromanche. Le forme bizzarre dei cassoni, a volte anche misteriose, di ciò che resta del gigantesco porto artificiale, determinano la sky-line lungo l’orizzonte laddove il cielo e il mare s’incontrano. Qui, durante lo sbarco, all’estremità orientale dello schieramento americano, quella tristemente famosa spiaggia di Omaha Beach, insieme ai genieri inglesi, sbarcò e mosse le prime operazioni anche il comandante in capo delle forze terrestri alleate: il generale inglese Montgomery.

ETRETAT, uno sbarramento di rostri lungo la Costa d’Alabastro! Etretat non è stata direttamente coinvolta durante gli avvenimenti bellici del II conflitto mondiale anche se su questa spiaggia furono realizzati i rostri in acciaio per impedire un eventuale sbarco alleato a difesa di quello che il governo del III Reich hitleriano definì come la difesa del Vallo Atlantico; tant’è che sono ancora ben visibili le costruzioni in cemento di bunker realizzati alla base della precipitosa scogliera.

SWORD e il ponte “conteso” di Pegasus Bridge. Stando al piano, i parà avrebbero dovuto prendere terra qualche ora prima degli sbarchi, raggrupparsi, raggiungere  gli obiettivi assegnati, occupare e tenere le vie di comunicazione da e per le spiagge, creare confusione dietro le linee tedesche e appoggiare le truppe da sbarco. L’aliante offre forse un’immagine meno spettacolare delle orde di paracadutisti, ma compensava con la sua estrema silenziosità e, specie nel caso di Pegasus Bridge, precisione. Se i paratroopers statunitensi, più a ovest, raramente atterrarono nei luoghi previsti, il maggiore Howard ed i suoi uomini arrivarono a poche decine di metri dal ponte; i tedeschi posti a difesa del ponte pensarono che il leggero rumore prodotto dall’atterraggio in planata del velivolo fosse semplicemente un pezzo di aereo abbattuto dalla contraerea.  Un errore che si rivelò fatale. Immediatamente a terra il parà Brotheridge e il suo plotone imboccarono di corsa il ponte, gli “Sten” imbracciati all’altezza del petto,  pronti a fare fuoco. La giovane sentinella tedesca – poco più di un ragazzo – si vide arrivare contro ventidue diavoli in divisa da combattimento, le facce annerite, le armi spianate. La parte dell’eroe non le si addiceva.  Anziché sparare, si mise a correre verso l’altra estremità del ponte, gridando: “Paracadutisti!” La seconda sentinella udì il grido e fece in tempo a sparare un razzo di segnalazione prima di essere colpita da una raffica di mitra (furono questi i colpi uditi da Poett). Il razzo e una forte esplosione (gli uomini di Brotheridge avevano fatto saltare il bunker all’imboccature orientale del ponte), fecero scattare l’allarme. I tedeschi guadagnarono le trincee e reagirono aprendo il fuoco con le mitragliatrici leggere e con gli Schmeisser. Ci vollero meno di dieci minuti per mettere in sicurezza il ponte. I tedeschi, presi completamente di sorpresa, furono rapidamente sopraffatti, mentre gli inglesi persero due uomini: furono i primi caduti di Overlord su entrambi i fronti, circa 30 minuti dopo la mezzanotte del 6 giugno. E non furono gli ultimi, dato che il maggiore Howard ed i suoi uomini, che furono rinforzati nel frattempo da ulteriori elementi della 6a aviotrasportata, furono impegnati nel respingere numerosi contrattacchi tedeschi durante tutta la notte e la mattinata seguente. Il destino degli uomini del maggiore Howard era dunque strettamente legato alle truppe in arrivo ad Ouistreham, sulla spiaggia denominata Sword, il punto più orientale dell’assalto anfibio. Nello specifico, i Commandos inglesi ebbero l’ordine di recarsi immediatamente verso i ponti una volta sbarcati. A guidare le forze speciali britanniche vi era Simon Fraser, 15° Lord di Lovat, carismatico nobiluomo scozzese tutto d’un pezzo, assistito dal soldato Bill Millin, il quale, tra lo sconcerto di alleati e nemici, sbarcò a Ouistreham armato solo di un coltello e della sua fidata cornamusa. Lord Lovat scelse personalmente Millin come suo assistente, e gli ordinò di accompagnare lo sbarco dei Commando con il suono del suo strumento, contravvenendo ad uno specifico divieto dell’Alto Comando. Seduti al Café Gondrée (meglio noto, a partire da quella lunga notte del 6 giugno 1944, come il ‘primo edificio francese liberato’), a pochi metri dal ponte, non si può non pensare all’incontro tra il maggiore Howard ed i suoi uomini con Lord Lovat ed i Commando inglesi, nella tarda mattinata del giorno più lungo. La conferma del successo della loro missione arrivò, per le truppe aviotrasportate, con il suono di una cornamusa. Il fianco orientale di Overlord era stato messo in sicurezza, lo sbarco a Sword, nonostante qualche intoppo, aveva avuto successo e le forze britanniche muovevano alla volta di Caen. Per la 6a aviotrasportata la notte più lunga era giunta al termine. La vittoria portava il segno del silenzio degli alianti e delle rumorose cornamuse scozzesi. Questo può ritenersi vero soprattutto per quanto riguarda Bill Millin. Arrivati nei pressi del ponte, Lord Lovat esordì con un “Sorry for being late”, conscio dei due minuti di ritardo della sua unità: con il soldato Millin in testa, i Commando attraversarono Pegasus Bridge marciando, esponendosi al fuoco dei tedeschi appostati non troppo lontani. Dodici uomini furono colpiti, ma Millin, che marciava diversi metri davanti i suoi commilitoni armato solo di coltello e cornamusa, rimase illeso. Più tardi chiese a due tedeschi catturati nelle vicinanze il motivo per cui non spararono ad un bersaglio così facile: “doveva per forza essere un matto, non ne valeva la pena”, risposero. (di ©Andrea Perciato)

CALITRI (AV, Irpinia)… un intreccio di vicoli attraverso emozioni sospese nel tempo

Chi giunge per la prima volta a Calitri, in alta Irpinia, non avverte subito la sensazione di trovarsi di fronte a un qualcosa di veramente bello, straordinario, a tratti… coinvolgente. Un borgo arroccato, con case – i cui pavimenti degli ingressi, fanno da tetto ai sottostanti ambienti – che spiovono lungo un pendio le cui case sembrano scorrere a “grappoli” dai quartieri che ruotano intorno all’antico borgo del castello fin giù al vallone. La piazza, punto terminale del traffico veicolare, introduce – tramite un portico – in un luogo “magico”, in cui si intrecciano angoli solitari, si rincorrono scorci silenziosi, ove i passi sul selciato restituiscono le atmosfere di un tempo lontano, un contenitore spazio/temporale dalle atmosfere inconsuete, affascinanti.

L’ultimo evento catastrofico del sisma del 23 novembre 1980 qui colpì duramente causando enormi danni agli edifici, al tessuto urbano, alle massicce strutture murarie e alle case ad esse attaccate; questi eventi succedutesi nel volgere dei primi anni a quella catastrofe hanno determinato l’abbandono definitivo della zona da parte degli abitanti del tempo. La parte alta del centro storico, fu dichiarata inagibile e non idonea al recupero residenziale; e per tali motivi è rimasta per molti anni esposta all’incuria e al degrado, al continuo sac­cheggio e al ripetuto spoglio del patrimonio edilizio ed urbano, senza dimenticare l’azione erosiva degli agenti atmosferici, che hanno prodotto continui ed irreversibili crolli e sprofondamenti.

Ciò che caratterizza la tipologia edilizia del centro storico, sono le casupole e le grotte che un tempo rappresentavano la vita pulsante proprio nel centro del paese. Per chi vi mette piede la prima volta, l’atmosfera che si respira camminando attraverso quei vicoli antichi è suggestiva, coinvolgente ed emozionante. Caltri è un agglomerato di casupole che si reggono su decine di grotte, vuoti e ambienti che – insieme – costituivano la parte antica del paese. Oggi la maggior parte di questi ambienti, laddove sono stati “recuperati”, sono sfitte o completamente abbandonate, queste testimonianze sono dovute sia alla lontana tragedia di quel disastroso terremoto ma anche per la forte, e continua, emigrazione avuta inizio dal dopoguerra in poi.

Una originale “segnaletica” realizzata per accompagnare il visitatore alla guida all’interno dei questi spazi, appositamente posizionata in particolari angoli e scorci all’interno dell’area interessata del borgo castello, rendono ancor più piacevole il peregrinare attraverso questi spazi solo in apparenza vuoti e silenziosi ma ricchi di significato. La parte “vuota” e abbandonata del paese è solo un sesto dell’intera area abbandonata dopo il sisma dell’80; a tutt’oggi dichiarata zona rossa, non abitabile e non sicura ad uso civile; la parte superiore della collina occupata dal dalle volumetrie più significative del paese ha subito – nel corso del tempo – un ripetuto abbandono e una sorta di desertificazione, i cui abitanti sono stati dislocati nell’area a nord del paese.

Il borgo, completamente distrutto dalla forte scossa del sisma del novembre 1980, il suo destino e le sue future sorti sono divenuti il principale interesse delle amministrazioni locali succedutesi nel tempo. Più volte ripreso con modeste operazioni ristrutturali, ultimamente si sta trasformando in un “museo” con il recupero di ambienti in cui vengono rappresentati e/o raffigurati momenti e scene di vissuto rurale, frammenti di quotidianità in cui si svolgeva la vita nei secoli scorsi, come: le abitazioni di persone ed animali scavate nella viva roccia, il frantoio, l’oratorio, la cucina, il “trappito”, la cantina, il ricovero per gli animali. Il tutto collegato, e intrecciato, dal quel labirinto di vicoli, supportici, gradoni e balaustre ove serpeggiano le stradine lastricate e l’atmosfera che vi si respira riesce ancora ad essere di aria antica. (di ©Andrea Perciato)

A walk in London (UK)… 2th track;

Come leggenda vuole… è sempre un cielo plumbeo quello che al mattino risveglia i londinesi. Sembra che venga a piovere, invece sono solo nubi basse che solo raramente riescono ad offrire un leggero spiraglio di cielo azzurro e, soprattutto quando si è più fortunati, un labile raggio di sole!

Fatta questa mattutina considerazione, riprendiamo a girovagare attraverso le meraviglie di questa incredibile città; crediamo che se New York sia la capitale del continente americano, è qui a Londra che si riconosce l’anima pulsante, più viva e autenticamente vera di quella che può essere definita, a ben ragione (senza nulla togliere a Parigi, Berlino, Vienna, Roma, Madrid…), la capitale del continente europeo (da non confondere con la UE, di cui la “brexit” ha determinato il distacco del Regno Unito dall’Europa, unione che dura dal 1976, di quando la “iron lady” Margaret Tatcher – allora Primo Ministro – acconsentì a questa adesione!).

Riprendiamo da quel serpentone d’acqua che è il Tamigi e da quel bel ponte, il “Westminister Bridge” che fu teatro, qalche anno fa, di un grave attentato! Bellissima sky-line ma un pò delusi per non poter ammirare la splendida mole del Big Ben tutta ingabbiata da impalcature per lavori di restauro, manutenzione e pulizia. In Parlamient Square si erge una gigantesca statua di Winston Churchill, icona della resistenza e della vittoria dell’intero popolo britannico sul Nazismo durante la II Guerra Mondiale.

Imbocchiamo verso nord, Whitehall Parlamient Street e ci ritroviamo al centro della vita politica di questo popolo; un enorme cancello nero, presidiato da poliziotti in assetto antiterrorismo, sorveglia quella stretta via (sbarrata anche dai “jersey” messi di traverso) conosciuta in tutto il mondo per essere la sede – al numero civico 10 – del primo ministro inglese, oggi Boris Johnson: Downing Street.

Continuando si vedono al centro della strada e in successione, una serie di statue raffiguranti eroi e protagonisti delle guerre (dalle coloniali alle mondiali) che hanno compiuto gesta rimaste vive nel ricordo degli inglesi. Poche decine di metri e si raggiunge la Horse Guard, la guardia a cavallo che fa da scorta alla famiglia reale in tutte le uscite pubbliche; bellissimi i cavallerizzi nelle loro uniformi rosse.

La grande via sfocia in quella che, per i londinesi, è la piazza per eccellenza: Trafalgar Square, da cui si erge la Nelson’s Column, dedicata al famoso ammiraglio Horatio che riportò vittorie inglesi su tutti i mari del mondo. Come il frontale di un tempio classico greco, s’apre il colonnato della possente National Portrait Gallery e, come appena varcati l’ingresso, mi sento un pò come a casa mia; sale, quadri e opere d’arte raccolte in questa gigantesca galleria che accoglie ritratti, pale, dipinti, affreschi, disegni, tra cui spiccano, su tutti, opere del napoletano Luca Gior-dano fino ai grandi come Michelangelo, Raffaello e Leonardo (con la sua Vergine delle rocce); circondarsi – anche se solo per poche ore – di tutte queste meravigliose opere d’arte, per me che vivo di MIBACT da decenni… mi riempie decisamente di gioia!

Comincia a fare tardi ed il cielo plumbeo ricopre, come una oscura coltre, quel poco di luminosità che – poco alla volta – va tramutandosi da grigio a nero. Per rientrare ad Earl’s Court ripercorriamo il fiume Tamigi lungo la sua bella passeggiata che ne costeggia la sponda sx orografica; qui, tra luccicanti ponti (come l’Albert Bridge) e la fantascientifica ex fabbrica della vecchia centrale elettrica di Battersea Power Station, quartier generale della Apple, già famosa per essere stata ritratta sulla copertina di Animals, disco dei Pink Floyd del 1977, di-segnata dal bassista Roger Waters.

L’umidità incalza, così come anche le refole dei venti del nord, e questa giornata a spasso per alcune meraviglie londinesi volge al termine; per ritrovare un pò di tepore, la presenza dei numerosissimi pub, di cui alcuni anche storici e rinomati per aver ospitato famosissime band musicali, offrono piatti semplici e birra a go gò per poter scambiare quattro chiacchiere, leggere libri e potersi rilassare. (di ©Andrea Perciato)

monti del POLLINO (PZ/CS), un’incredibile avventura attraverso il “circuito” degli Dei

Il POLLINO, quel “regno” degli Dei al di sopra delle nubi e che domina, nell’arco di poche decine di chilometri, due mari… resta, comunque, sempre una tra le più belle e suggestive avventure dell’escursionismo e del trekking qui al Sud!

Il Pollino, uno dei complessi orografici più vasti d’Italia, è ripartito in tre distinte aree. La dorsale meridionale scorre lungo un susseguirsi di pareti rocciose intervallati da altipiani di natura carsica. Dal nucleo centrale, il più elevato, emergono Serra Dolcedorme (2267 m), il Pollino (2248 m) e Serra del Prete (2180 m); un immenso altopiano centrale, ricco di pascoli e praterie, si dispone ad anfiteatro con pianori che variano fra i 1790 e i 1960 metri. A N Serra delle Ciavole (2130 m) e Serra di Crispo (2053 m) chiudono questa teoria di orizzonti. Ad E, imponenti rilievi rocciosi isolati: Timpe della Falconara (1656 m) e di S. Lorenzo (1652 m). Sentieri e strade forestali (non tutti ben segnati) attraversano il Parco.

Io credo che l’avventura sia una conquista emotiva, una dimensione mentale, un essere predisposti spiritualmente (e forse inconsciamente) ad accettare l’incognito, l’imprevisto, la mancata sicurezza di certezze… E così è stato anche per questa nuova esperienza sul Pollino. Tuoni, fulmini, temporali, cascate d’acqua che scivolano giù all’improvviso oscurando ogni possibile visuale.

Non è stato un piombarsi a testa bassa consapevoli di venirsi a trovare in situazioni di disagio ma, già in precedenza siamo stati più volte bloccati dalle pessime condizioni meteo e questa volta, al Pollino, davvero nessuno voleva rinunciarci. Com’era comprensibile, il 30/40 % delle presenze previste hanno rinunciato, ma ormai la macchina organizzativa era già avviata e fermarla… non era una opinione!

Campotenese, la lunghissima e interminabile salita di 12 km che raggiunge il rifugio De Gasperi, supera lo svalicamento di Colle dell’Impiso e – finalmente – raggiunge il pianoro della fonte del Visitone, da oltre 30 anni il campo base di ogni nostro bivacco notturno e accampamento per l’ascensione al “GIARDINO degli DEI”. Sono oltre 30 anni che si ripete il consueto appuntamento con l’ascesa e l’incredibile traversata ad anello degli altipiani del Pollino “coronati” dalle cinque cime più alte del Parco Nazionale del Pollino, a cavallo tra Basilicata e Calabria: Serra del Prete (2181 m); cima Pollino (2248 m); Serra Dolcedorme (2267 m); Serra delle Ciavole (2130 m); Serra di Crispo (2054 m); praticamente… la più bella e suggestiva traversata delle ultime cinque cime al di sopra dei 2000 metri d’altezza del continente europeo.

I lontani boati dei tuoni preannunciano l’arrivo dell’ennesimo temporale e, man mano che il giorno cede il passo alla sera, verso il tramonto, un lunghissimo arcobaleno saluta il nostro arrivo. Sbattere di fronte alla cruda realtà non fa piacere a nessuno e questa porta il nome di: accampamento ridotto ad un enorme pantano! Nel frattempo si cercano soluzioni sul dove (e come) poter trascorrere la notte; ed ecco che la “magica” lampadina di disneyana memoria fa breccia nelle nostre menti. Risulta evidente l’impossibilità di montare le tende, e allora che si fa…? Si bussa alla porta dell’intuito, si lascia spazio all’ingegno e si adottano tutte le possibili soluzioni mettendo in campo le astuzie dei tantissimi anni di vita vissuti all’aperto!

L’escursione mattutina ci fa ritrovare in cerchio a Colle Impiso per dare avvivo ad una piacevolissima escursione tra copiose faggete, acque sorgive, la magia di un bosco con i suoi colori e le sue incredibili “forme”, i campanacci delle mucche e i lontani nitriti di cavalli al pascolo lasciano comprendere la salubrità dell’aria e i profumi del tappeto erboso d’altura. E’ ancora notte fonda memtre le stelle brillano ancor più forte lassù in alto nel cielo. Guidati dalle nostre “frontali” s’imbocca la traccia del sentiero che scende verso Piano Toscano.

Piano Toscano ci lascia un attimo riprendere fiato; l’obiettivo prefissato era quello di raggiungere il “Giardino degli dei” ma i ripetuti capovolgimenti meteorologici, ci inducono a ripiegare su luoghi “simbolo” (ma altrettanto belli e interessanti) del Pollino. Si risale lungo Piano Toscano per compiere l’ultimo sforzo nel raggiungere i loricati “danzanti” e genuflettersi al cospetto delle “Sentinelle” del Pollino, due giganteschi (e ultrasecolari) pini loricati che immettono alle quote più alte di questo incredibile paesaggio montano che è il Pollino con la suggestiva cornice dei suoi pianori.

Con uno sguardo che scivola – per 270° – da ovest verso sud-ovest riconosciamo, tra le nubi e qualche macchia di cielo azzurro, Serra del Prete, colle Gaudolino, il Pollino, colle Malevento, Serra Dolcedorme, piano Acquafredda, Serra delle Ciavole mentre dietro, alle nostre spalle, incombe l’ennesimo temporale preannunciato dal rombo di lontani tuoni in avvicinamento; restare oltre non è prudente e si riprende nuovamente la traccia del sentiero che ci riporta sulla pista principale per fare rientro, sotto un’alternanza di leggeri piovaschi, a Colle Impiso. Ed anche questa volta il Pollino ci saluta alla “sua maniera”; ma lui è sempre lì, pronto nuovamente ad accoglierci… alla prossima, ciao! (di ©Andrea Perciato)

GELBISON (Cilento, SA)… sulla “sacra” montagna, per un antico luogo di culto e pellegrinaggio

Si dice che qualsiasi cammino cominci una volta lasciata la propria casa ed esistono tanti cammini quanti sono i pellegrini che lo percorrono e domenica prossima 30 maggio 2021, il Santuario della Madonna di Novi (o della Neve) in cima al “sacro” monte Gelbison accoglierà nuovamente folle festanti di devoti, escursionisti, fedeli, pellegrini e semplici viandanti...

…tra fede, mistero e avventura il Pellegrinaggio è un atto volontario con il quale un uomo abbandona i luoghi a lui consueti, le proprie abitudini ed il proprio ambiente affettivo per recarsi in religiosità di spirito fino al luogo di culto che si è liberamente scelto o che egli si autoimpone per penitenza. Giunto alla fine del viaggio il pellegrino attende, dal contatto con il luogo santo, che venga esaudito un suo legittimo desiderio personale come aspirazione nobile, approfondimento della propria vita personale attraverso la decantazione dell’animo attuata lungo il cammino e, attraverso la preghiera comune, la meditazione una volta giunto alla meta.

Laddove il sacro si intreccia al profano! Trovarci proiettati nel tempo, di fronte alla storia… riscoprendo il fascino del più grande poema della letteratura italiana, quel “viaggio” fatto nei tre regni dell’oltretomba da un pellegrino d’eccezione, poema che ci aiuta a capire il nostro itinerario. Anch’egli mosse da quell’istinto ancestrale, ansietà di purificazione, espiazione, ringraziamento, insomma di ricerca della verità che ancora oggi move l’animo di coloro che (proponendo un intercalare sintetico ma efficace) fanno trekking.

A volte capita di percorrere vie che evidenziano particolarmente questo retaggio storico-biologico dell’escursionista, ed i sentieri per la sommità del monte Sacro Gelbison, nel cuore del Parco Nazionale del Cilento, sono certamente un valido esempio. Qualcuno potrebbe sorriderne, considerando la loro lineare percorribilità, ma in una società di alacre evoluzione-dissoluzione, non è più importante un tentativo di conservazione/frequentazione per un patrimonio di cultura totale appartenente all’umanità intera?

Mistero, leggenda, emozioni, sensazioni, i particolari rituali, le ascensioni penitenziali; sono tutti elementi di un intenso vissuto, questi, che sembrano essere stati scritti e diretti da un’unica impronta divina. L’immensa giogaia del Sacro Monte di “gioia”, il GELBISON, attrae da sempre pellegrini ed escursionisti coi suoi boschi ed i suoi silenzi, cullati dalle nebbie e accolti dalle foschie che avvolgono in un alone di mistero, di fascino e di meraviglia questa montagna davvero unica. Su in cima giace un antichissimo Santuario, tra i luoghi di culto più elevati in Europa, autentica testimonianza vivente di quella semplice devozione popolare caratteristica tra le popolazioni interne del Mezzogiorno.

Stati d’animo, questi ultimi, che inneggiano a quella particolare sacralità che domina questa montagna fin dalla notte dei tempi; le bianche pietre, ora balzelli sacrificali, ora elementi di una ancestrale simbologia, grandi o piccole che siano purchè portate quassù a mano, sembrano essere avvolte da leggende in cui s’incrociano i lontani racconti di duchi Longobardi che giunsero fin quassù, tra le nubi, alla ricerca del “divino”; oppure di pastori che, alla ricerca dell’agnello scomparso perché nascosto in un anfratto e poi ritrovato al cospetto della sacra immagine della Madonna, eressero qui un grande centro di spiritualità venerato e frequentato, a tutt’oggi, dalle popolazioni non solo cilentane ma anche dai pugliesi, dai lucani e dai calabresi.

Emozionante è ripercorrere il sentiero lungo l’antica via percorsa (anche a piedi scalzi come atto penitenziale!) dai pellegrini, caratterizzati da tornanti che s’incuneano nella copiosa faggeta, percorsi lastricati al fine di rendere più agevole il cammino agli “scalzi” fedeli che, rispettosi del sacro suolo che calpestano e, incuranti delle fatiche affrontate per raggiungere la meta, cantano incomprensibili litanie tramandate oralmente per secoli di padre il figlio e da nonno a nipote.

Molto spettacolare e curiosamente pittoresca è la maniera in cui il pellegrino “vive” e partecipa la sua forte devozione salendo a piedi scalzi lungo l’antico sentiero lastricato trasportando nella sua bisaccia, oltre che al modesto tozzo di pane integrale fatto in casa e all’immancabile vino, magari accompagnato da qualce pregiato salume (come la “soppressata“) e dal taglio di tipici prodotti caseari (come il “caciocavallo“) di produzione locale, anche una pietra (di qualsiasi forma, peso o grandezza che sia) da porre lassù in cima, come atto di espiazione dei propri peccati e testimonianza del pellegrinaggio effettuato, meditando sull’immenso e per “liberarsi” definitivamente dentro e fuori dai pensieri, dai tormenti e dalle inquietudini che – nel quotidiano – offuscano la propria esistenza. (di ©Andrea Perciato)