San LORENZELLO (BN), dall’Acqua e dal Fuoco nascono… opere d’arte

Per chi giunge da Telese o dalla valle del Volturno e vuole raggiungere le alte propaggini sud-orientali del gruppo montuoso del Matese, nel punto in cui il torrente Titerno piega con larghe e ciottolose anse verso occidente, in un’area determinata dalle alture del monte Acero e i crinali della dorsale appenninica, posto alle falde boscose di monte Erbano sorge il caseggiato di S. Lorenzello (211 m). In amena posizione, in un’autentica cornice naturale ove si rincorrono forme, luci e colori, il paese domina a settentrione l’immensa conca paesaggistica dove confluiscono i corsi fluviali del Calore e del Volturno circondati da una marea ondulata di colline dove risaltano le ben più note “Città del Barocco” come la vicinissima Cerreto Sannita, il ripido pendio su cui è arroccata Guardia Sanframondi e la lontanissima Caiazzo.

Sono ben note le produzioni di ceramica che caratterizzano la zona, sapientemente illustrate dalle maestranze locali le quali perpetuano un’arcaica tradizione con produzioni artigianali di pregiato valore artistico e decorativo. Ma ciò che risulta essere il motivo dominante della conoscenza di S. Lorenzello e i suoi dintorni sono, laddove è ancora possibile ammirarle, la presenza di quelle che erano le antiche fornaci per la lavorazione/produzione delle forme in terracotta e – soprattutto – riuscire a scoprire (e “ricostruire”) quel simbolico percorso che per secoli ha compiuto la creta dalle cave di estrazione dell’argilla fino alle fornaci delle botteghe artigiane dove il prodotto, modellato, veniva tramutato in terracotta.

In un orizzonte costellato da monti, boschi e profonde gole, con letti fluviali acciottolati tra anse e meandri e terreni sapientemente coltivati a orto e distribuiti a frutteti, vigneti e uliveti, sorgono casali e masserie lungo le principali arterie: ampi slarghi interni con il forno esterno, le scale, gli ambienti sottani (comunemente usati come spazio del lavoro: la bottega) e gli ambienti soprani (raramente usati come abitazione: residenza stabile). La presenza di particolari elementi espressi in natura quali l’acqua (leggibile attraverso le fontane, i pozzi, il fiume), il fuoco (chiaramente visibile attraverso fornaci, focolari e forni) e i percorsi (riscontrabili negli antichi ponti, nelle rampe o – più semplicemente – negli straordinari vicoli acciottolati) concorrono, tutti insieme, a definire e rafforzare, come varchi di comunicazione, i tre elementi degli orizzonti basso-medio-alto: ctonio, terrestre, celeste.

La località Toppo (più conosciuta come Masseria Fusco) è una modesta altura avvolta da secolari uliveti che fa da cornice d’ingresso al territorio di S. Lorenzello. Qui la bottega del decoratore/ceramista Ruggiero perpetua, nel segno della tradizione, quelle che sono le forme e i tratti tipici della produzione locale: acquasantiere e formelle; vasi e portacandele; zuppiere e ancelle; borracce scaldamani e brocche; piastrelle e pavimenti. Da questa bottega, lungo una pista carraia in discesa, si raggiunge (223 m) la strada Telese/San Lorenzello. Qui, proprio all’altezza di una curva che piega e sale in direzione N, accanto a sinistra compare la bottega del cretaio/ceramista Festa, ove l’ultimo maestro “Cocciolaro” (o “Crucciularo” = colui che lavora ai cocci) ci accoglie nel suo angolo di produzione seduto all’ultimo tornio della zona che funziona ancora a pedale. La materia scivola tra le sue mani e da un semplice impasto di argilla e acqua viene fuori la forma, mentre in altri ambienti della bottega alcuni allievi intervengono nelle fasi della decorazione e della smaltatura/lucidatura.

Dalla bottega Festa, a meno di mezzo chilometro si è in località Madonnella (edicola sacra lungo la strada). Qui, sulla destra, in un terreno di proprietà (Festa) si raggiunge il solco del torrente Cervillo; lungo il suo margine compare un frutteto (alberi di pero e vigneto) impiantato proprio nel luogo in cui esisteva l’unica cava della zona da cui si estraeva l’argilla. Qui, fino alla metà del XX secolo, i bambini della zona si divertivano a raccogliere l’argilla con le mani e a riempire i contenitori (canestri in vimini) che a loro volta venivano caricati dagli adulti su appositi carri trainati dai buoi. In virtù delle particolari falde presenti nel sottosuolo, il manto argilloso di superficie può presentarsi con venature policrome in argilla rossastra, argilla più chiara gialla, argilla color manganese e – in alcuni casi – con sfumature verderame. Per secoli le argillose pendici delle alture che ruotano tra Cerreto Sannita e S. Lorenzello hanno fornito la materia prima agli artigiani ceramici del luogo “seguendo” così un percorso produttivamente preferenziale che dai corsi fluviali e torrentizi attraversava territori intensamente coltivati (vigneti e uliveti) e lungo la via dei pastori transumanti incrociava casali e masserie isolate fino a raggiungere le fornaci/botteghe.

Sono aree, quelle di S. Lorenzello, dalle quali lentamente emergono tracce di arcaiche civiltà (come statue fittili a corredo tombale d’epoca romana rinvenute in zona) che arricchivano le proprie abitazioni con terrecotte decorate di cui ancora oggi, attraverso una diffusa attività artigianale della lavorazione dell’argilla evolutasi – durante lo scorrere dei secoli – nella più prestigiosa ceramica artistica, si rivivono i segni e le forme più evidenti. L’argilla, durante il suo percorso dalla cava alla fornace/bottega, raggiungeva finalmente le rive del fiume ove, per mezzo di un ponte a più arcate, faceva il suo ingresso in paese per giungere definitivamente a destinazione presso la fornace posta sulla sponda destra (ma più in alto) del Titerno. Qui il torrente, seguiva il margine della strada e sfiorando le ampie zone di verde diventava segno attivo del linguaggio paesaggistico; esso scorreva ora violento, tra gole e salti di roccia, ora placido tra anse che serpeggiano lungo bianche rive acciottolate; un unico orizzonte di elementi che diventava, al tempo stesso, luogo di esposizione e vendita dei prodotti ceramici e delle terrecotte.

I faenzari di un tempo proprio sulle acque del Titerno avevano buone opportunità di produzione poiché la corrente del fiume serviva per pulire bene le pale dei “molinelli” per lavorare l’argilla. Prima di conoscere l’affascinante mondo della produzione del cotto, basta percorrere pochi passi per trovarsi proiettati indietro nel tempo, in un’atmosfera dal sapore tipicamente medioevale, proprio nel centro di S. Lorenzello; un modesto reticolo urbano determinato dagli incroci di stradine acciottolate su cui prospettano singolari portali in pietra avvolti da scale rampanti e scorci racchiusi da cortili intrisi di muschio che sembrano scavati nella viva roccia. Attraversando questo agglomerato emerge – su tutto – la particolare forma a “cipolla” del Campanile rivestito in policrome formelle maiolicate del ‘700 di S. Maria degli Angeli (o della Sanità), mentre la Parrocchiale di S. Lorenzo Martire, ricostruita dopo il crollo del 1885, fu restaurata nell’antico Convento Carmelitano e la Chiesa del Carmine, un rifacimento settecentesco di una chiesa del ‘500, completano il quadro artistico-religioso della borgata. L’argilla compie così il suo viaggio raggiungendo l’antica fornace Izzo.

Definitivamente abbandonata (oggi in un completo stato di precario equilibrio strutturale) questa ha operato fino al 1990 impostando la sua produzione sulla lavorazione del cotto i cui maestri vasai hanno sapientemente espresso attraverso le più impensabili forme quali vasi, ancelle, piatti, anfore, brocche e poi ancora quadroni, quadrelle, mattoni, embrici, coppi e quant’altro. Qui è ancora il fiume, la via d’acqua, che da sempre ha determinato la localizzazione delle case/bottega con le fornaci allocate nella vallata, lungo le sponde, e sormontate dalle case padronali costruite più in alto, oltre il fiume, in strategica posizione. Questa intuitiva ripartizione degli orizzonti può essere definita una linea di demarcazione fra due distinti ambienti come l’abitato (residenza) ed il produttivo (bottega). Planimetricamente la bottega/fornace si configura come un recinto chiuso, quadrangolare, posto lungo un percorso (la strada) e confinante con la campagna. Al suo interno la fornace è suddivisa in più ambienti, leggermente inferiori al piano stradale, poggianti su un’orditura quadrata e coperta da volte a vela in tufo, chiusi da un lato (monte) verso la strada e dall’altro (basso) verso il fiume e la campagna.

La fornace (l’ambiente propriamente del forno) consiste in due camere sovrapposte, coperte a volta, forate per lasciar passare le fiamme durante la cottura delle forme. Altri ambienti simboli all’interno della fornace sono: la parete in tufo, ove veniva poggiata la creta per deumidificarla; il catino con l’argano miscelatore manuale ove l’operaio, con la frammentazione e la miscelazione del silicio, traeva l’impasto per le smaltature alle forme; i ripiani ove si essiccavano le forme; i particolari torni a pedale ed altri arnesi per creare forme e determinare spessore; vari utensili per modellare e/o intagliare; diversi recipienti in cotto contenenti polveri colorate. All’esterno della fornace, ma sempre nelle vicinanze, vi sono le “peschiere” (o vasche) di forma squadrata, disposte affiancate al livello del suolo e che servivano per la pulitura, la setacciatura e la raffinazione dell’argilla; molto spesso esse si trovano anche a livelli differenti con un sistema di canalizzazione per lo scorrimento dell’acqua. Queste fornaci venivano costruite in tufo mentre le pavimentazioni erano prevalentemente a “quadrelle” in cotto.

L’attività produttiva del “cocciolaro” è al centro di questo spazio che coinvolge, coi ritmi dell’alternarsi delle fasi di lavorazione, le diverse parti dell’ambiente/fornace: le vasche, le coperture, il cortile, il laboratorio/bottega e il forno; un alternarsi di fasi della produzione che disegna la particolare topografia di uno spazio mantenutosi inalterato nel corso dei secoli. Ovunque, intorno, si percepisce lo scorrere dei secoli intrisi dall’intenso profumo dell’argilla tramutata in terracotta, mentre fuori la natura offre vedute paesaggistiche davvero belle. L’itinerario continua seguendo la strada che scorre lungo la destra orografica del Titerno fino a raggiungere contrada Fontana Vecchia (200 m – in comune di Faicchio). Dalla strada è possibile scendere verso il torrente e visitare il suggestivo Ponte Romano di Fabio Massimo (o Ponte dell’Occhio) risalente al III secolo a.C. e recentemente ricostruito. Scavalcando il Titerno esso, durante il corso dei secoli, ha permesso i collegamenti tra i villaggi della zona. Un’unica rampa con arco a tutto sesto strutturata con la sovrapposizione di più strati formati da listelli in cotto, pietra calcarea e dalle pareti a blocchi in opus reticolatum, esso ha una larghezza inferiore ai 2 metri con balaustre basse che scorrono lungo il margine dei bordi. L’intera area ha assunto fin dal passato significato di porta (transito) attraverso le città della terracotta di S. Lorenzello e Cerreto S. e dal quale dipartivano le due principali vie legate agli elementi per creare la terracotta: quella dell’acqua (i torrenti e le fonti) e quella del fuoco (le botteghe/fornaci). (di ©Andrea Perciato

FAICCHIO (BN, Sannio)… dal Castello Medioevale al Convento di San Pasquale

Per chi giunge la prima volta a Faicchio, in quel lato della provincia di Benevento che s’affaccia sulla valle del Titerno, ormai ridotto ad un “arrojo” in secca, non immagina di trovarsi di fronte ad un autentico spettacolo, della storia così come per la natura, di un borgo arroccato “a guardia” della valle dominato dalla splendida fortificazione del Castello (maniero ducale) medioevale, caratteristico biglietto da visita della località, immersa tra vigneti e uliveti.

La via che accede in paese lascia scorgere – poco alla volta – la superba fortezza medioevale (risalente al XII secolo) col suo varco d’accesso che s’apre tra due imponenti torrioni cilindrici. Conosciuto anche come Rocca “Nova”, esso sorge in posizione strategica su uno sperone di roccia. L’edificio assume la forma di un poligono irregolare i cui lati vengono uniti da tre torri che poggiano su basi tronco-coniche e che per aspetto e similitudine, richiama un suo più famoso e celebre gemello: il Maschio Angioino in Napoli.

Il Castello chiude il lato meridionale della piazza principale (piazza Roma), punto nevralgico della borgata, attraversata dalla via Fabio Massimo, catino in cui confluiscono e da cui partono, le principali direttrici che collegano i paesi vicinali o che conducono ai territori circostanti. La bella cortina di edifici storici con il sagrato della Chiesa di San Rocco, delimitano il prospetto settentrionale della piazza su cui svettano le pendici ulivate del monte Monaco di Gioia alle cui pendici s’adagia il bianco Convento/Santuario di San Pasquale, meta di questa escursione.

Dalla Piazza si prende la rampa che comincia la sua ascesa lungo via Palmieri che a sua volta attraversa – in successione – tutta una serie di edifici di varie dimensioni con portali in pietra e corti interne che determinano le varie tipologie, succedutesi nei secoli, e che si sono adattate alla pendenza della montagna. Appena superati un incrocio tra il vicolo principale e due diramazioni – quella a sinistra, via Tiglio e quella a destra, via Crocevia II – che raccordano il perimetro urbano nella sua parte alta, si entra apertamente nella campagna circostante fino ad incontrare la prima delle “cappelle” che, con affreschi dai vividi colori, raffigurano le scene della Passione del Cristo. Da qui comincia la Via Crucis lungo un sentiero in pietra che, per serpentine e tornanti, supera pendii coltivati intensamente a uliveti e attraversa terreni – delimitati da muretti a secco – sistemati a vigneti, frutteti ed altre piante. Volgendo lo sguardo verso il basso, si scorgono i tetti del caseggiato di Faicchio, dominato dalle torri del castello, le sinuose anse della valle del Titerno e la boscosa sagoma del monte Acero. Complessivamente il sentiero che dal paese conduce al Convento non lascia incertezze circa le direzioni da seguire, non presenta particolari difficoltà tecniche ed è breve nel suo complesso solo… è completamente esposto al sole! 

Senza mail lasciare la pista principale, il sentiero termina a ridosso della rampa d’accesso del poderoso Santuario/Convento di San Pasquale, luogo decisamente suggestivo per il valore sia naturalistico che storico. Il Convento di San Pasquale è ubicato in una posizione elevata che domina il centro storico di Faicchio; a questo è annessa la chiesa di San Salvatore. Esso si presenta come una grande struttura in pietra, arroccata lungo le pendici del monte Erbano (l’Eribium di origini sannite) appena sopra la cittadina di Faicchio. L’intero complesso presenta una chiesa antecedente il ‘700 (intitolata al SS Salvatore), alloggi e cellette per le attività religiose che vi si sono succedute durante il corso dei secoli, compreso un periodo dedicato alle suore di clausura. La struttura è costruita completamente in pietra locale, distribuita su almeno 4 livelli e 6 corpi indipendenti (di cui quattro ormai chiusi e senza alcun tipo di attività) ristrutturati dopo il sisma del 1980. In un’ala al suo interno sorge il piccolo Museo della Storia e della Scienza locale che raccoglie alcuni tra i primi sismografi ed apparati meteorologici del fisico Luigi Palmieri nativo di Faicchio.

Il panorama che si gode da quassù, misto all’aurea di pace e al silenzio che offre tutto il circondario, vale la “fatica” fatta lungo la salita per raggiungerlo. La località, nel suo insieme, risulta essere molto suggestiva ed attrae per la sua caratteristica meditativa; sembra quasi essere sentirsi come un lasciarsi trasportare indietro nel tempo! (di ©Andrea Perciato)

Danubio (HU – SK)… “sponde di confine” tra due stati

L’Ungheria è da sempre un intreccio tra austero romanticismo e culture orientali e la sua capitale Budapest la “romantica”, la regale, l’aristocratica, è l’autentica culla della terra dei Magyari (antica Pannonia); le sponde che nel suo tratto s’affacciano sul Danubio, sono state dichiarate Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. Ma… prendiamo il trenino e, allontanandoci dalla capitale, raggiungiamo il confine con la vicina Slovacchia (Slovackja), andiamo a vedere (e scoprire) le meraviglie di questo fiume!

Furono i Celti a giungere per primi da queste parti, lungo le sponde del “magico” Danubio; successivamente sconfitti dai Romani che, a loro volta, furono allontanati da Attila, re degli Unni. Quanta storia, quanta natura e quanta meraviglia tra queste sponde ove scorre il confine con la Slovackja. L’apoteosi di paesaggi bucolici esplode con le impressionanti sky-line autunnali per mezzo delle cortine di boschi che s’affacciano lungo le sue rive dagli inediti cromatismi.

Siamo tra le sponde del fiume più bello d’Europa, quel Danubio che ha fatto da sfondo ad epiche romanze ed opere d’arte (soprattutto musicali e letterarie) consegnate all’umanità come Patrimonio Unesco. Giunti a Strigonio/Esztergom, dalla stazione ferroviaria ci si sposta verso ovest, attraverso prati e boschi, fino a scorgere – da lontano – le placide acque del Danubio. Raggiunta la sponda magiara, sul fronte opposto compare la sponda slovacca, identica per natura e conformazione orografica.

Una sosta tra i giardini che si affacciano a lambire le acque e si decide di attra-versare il confine a piedi lungo il poderoso ponte in ferro (Mária Valéria Bridge) che collega l’Ungheria ad est, con la Slovackja ad ovest. Sulla sponda opposta si raggiunge il centro di Štŭrovo cittadina semplice, modesta, che vive di turismo e commercio poiché posta proprio lungo la via di confine e da cui transita la maggior parte delle merci su strada; una camminata tra le case basse, tutte colorate e i primi negozi che aprono al mattino, una calda tazza di te sorseggiata tra un viale di giganteschi platani e si rientra, superando nuovamente il Danubio, in territorio magiaro, riattraversando il ponte che supera il fiume.

Dal centro del Danubio, che risulta essere proprio la linea di confine tra i due stati, è possibile ammirare la collina sormontata dalla gigantesca Esztergomi Bazilika (dedicata al culto di Nostra Signora e di Sant’Adalberto) che riflette la sua sky-line nelle lucenti acque del Danubio; complesso monumentale in stile neoclassico che merita una visita più approfondita. Per tutto il resto, godere dei riflessi di luce su questo bel fiume, risulta davvero essere una piacevole esperienza. (di ©Andrea Perciato)

ETRETAT (Normandie, F)… la “Costa d’Alabastro” tra bianco, azzurro e verde!

Simbolo per eccellenza della Normandia turistica, questo antico villaggio di pescatori che s’affaccia sull’immensità del Canale della Manica, da sempre ha ispirato i più illustri artisti sia dell’arte figurativa che del pensiero letterario come Guy de Maupassant, Corot, Eugène Boudin, Gustave Courbet e Claude Monet.

Incastrato in una cornice paesaggistica davvero unica, le sue bianche falesie che si rispecchiano nel Manneporte, nella Courtine o nell’Aiguille di Belval concedono spazio all’immaginazione, laddove l’uomo è strettamente connesso con la natura circostante, con una sky-line che racchiude una tra le scogliere più famose d’Europa, vero e proprio simbolo della Normandia: la “proboscide” dell’elefante che beve nel mare descritta da Maupassant.

Una lunga e ciottolosa spiaggia divide le gigantesche muraglie (in gesso, silicio e calcare) delle scogliere a picco su un mare che, a seconda delle stagioni, muta piacevolmente i colori dei suoi fondali e sembra quasi di camminare sul ciglio di un universo incantato, un fuori dal mondo dove tutto è così straordinariamente bello, piacevole e rilassante… a parte le folate del vento, che da quassù tira forte!

Un suggestivo sentiero a strapiombo sul mare, ne ripercorre il ciglio delle falesie e le sensazioni di stupore e meraviglia, si lasciano trasportare dall’unicità di un paesaggio che non ha eguali (tranne che per il Sentiero degli Dei, in costa d’Amalfi, nel Mediterraneo) al mondo. La struggente e selvaggia bellezza dei luoghi, ha generato scritti e leggende che si perdono nella notte dei tempi, come grotte in cui sono custoditi tesori e passaggi sotterranei.

Il suono dei campanacci delle grosse mucche al pascolo, si alterna al rumoreggiare delle onde che s’infrangono giù in basso sulle scogliere e allo stridio dei gabbiani che sfiorano le nostre teste. Questo lo scenario che s’apre dalla Falaise d’Amont, la cui cima è caratterizzata dalla cuspide della chiesetta in tipico stile normanno dedicata a Notre Dame d’Amont. La vista da quassù è magnifica, da lasciare letteralmente senza fiato; con un unico sguardo, sono visibili i tetti di Etretat e la scogliera dirimpettaia della Falesia di d’Aval; restare per qualche minuto in contemplazione al cospetto di questo spettacolo della natura… non ha eguali!

I colori si alternano durante il correre del sole, le sfumature del silenzio vengono rotte dalle sferzate dei venti marini. Una comoda discesa in poche decine di minuti conduce direttamente sulla spiaggia di Etretat e qui, una deviazione verso il centro abitato, consente di poter ammirare le bellissime case realizzate a graticcio, lo spettacolare mercato coperto realizzato tutto in legno e i davanzali delle case private e delle strutture ricettive tutte abbellite da finestre, verande e terrazzi in fiore. Questa cittadina sembra essere stata proiettata direttamente da un quadro impressionista dell’800 col suo fascino lievemente retrò ed i suoi antichi e brillanti colori che ne rendono ogni sfumatura un gioiello da conservare gelosamente.

Etretat non è stata direttamente coinvolta durante gli avvenimenti bellici del II conflitto mondiale, anche se su questa spiaggia furono realizzati i rostri in acciaio per impedire un eventuale sbarco alleato a difesa di quello che il governo del III Reich hitleriano definì come la difesa del Vallo Atlantico; tant’è che sono ancora ben visibili le costruzioni in cemento di bunker realizzati alla base della precipitosa scogliera.

Ed è proprio da uno di questi bunker che s’affaccia sullo splendido arco costiero di Etretat che parte il sentiero (inizialmente con una progressiva gradinata) che, lentamente, conduce ad ammirare il Manneporte, un arco in pietra naturale alto circa 90 m, alle cui spalle si impenna il gigantesco obelisco calcareo dell’Aiguille, alto circa 70 m; principali gioielli naturalistici della Falaise d’Aval. La lieve ascesa porta ad ammirare vedute mozzafiato sulle sottostanti scogliere, e sulla cittadina normanna; luoghi impervi, da far paura, laddove solo i gabbiani osano sostare per nidificare.

Il panorama che offrono queste falesie soprattutto durante il tramonto, è talmente così bello da lasciare senza fiato; come pure quella sensazione dl brivido che si prova guardando i precipizi delle scogliere che sprofondano in mare… Etretat, non merita una fugace visita, perché è come una bellissima donna che – col tempo – si lascia ammirare e scoprire… poco alla volta! (di ©Andrea Perciato )

“Via di Francesco” (PG, Umbria) da Foligno ad Assisi… ove tutto ruota intorno alla PACE!

Alle prime luci dell’alba, col sole che si profila all’orizzonte, si attraversano le stradine lastricate del centro di Foligno. Percorrendo l’elegante corso Cavour si raggiunge la celebre piazza con il Duomo di San Feliciano, dove una targa ricorda che in questo luogo Francesco, ancora mercante, vendette le stoffe del padre per restaurare la chiesa di San Damiano. Superati il ponte sul fiume che circonda l’abitato folignate, la segnaletica stradale indica direzione Firenze… seguiamo quella!

Il nostro cammino – nella sua parte iniziale – continua ancora tra i sofferenti rumori, le caotiche rotatorie e i gas di scarico della trafficata Via Flaminia… Una lieve pioggerellina genera lo spontaneo fischio che parte dal gruppo: “…se la pioggia cadrà… più divertente ancor sarà!“. Appena fuori la periferia nord di Foligno, si compie un ampio giro nella campagna folignate, e tra belle ville ed ampi campi di frumento, si entra a Spello (città dell’Infiorata) attraversando la monumentale Porta Consolare (d’epoca augustea).

Un mondo tutto intriso di medioevo accoglie il nostro passare, tra botteghe addobbate coi caratteristici vasi fioriti e vicoli adombri il cui profumo intenso dell’infiorata, sembra non essersi mai allontanato; la bellissima chiesa di Santa Maria delle Grazie ci dona la visione degli affreschi del Pinturicchio. Si continua a salire lungo la via Consolare e poi su via Cavour per raggiungere, infine, piazza Garibaldi. La cittadina merita una sosta, per la ricchezza delle sue opere d’arte, mentre da antiche botteghe di maestri fornai e mugnai, una giovane donna con abito tipico delle donne locali, ci offre (e ci invita all’assaggio de) le specialità del luogo di questi prodotti.

Toccando l’apice del borgo si giunge presso un’ampia terrazza panoramica da cui sono già possibili scorgere i campanili di Assisi e la poderosa cupola di Santa Maria degli Angeli. Sempre da un’antica porta d’origini romane (augustea) si esce dalla periferia settentrionale di Spello imboccando subito la suggestiva “Via degli Ulivi“, un tratto molto bello, piacevole, distensivo, contemplativo e rilassante che scorre attraverso ampi panorami che s’aprono sulla valle di Assisi.

Quasi per incanto, ci si accorge che lungo questo tratto, apparentemente deserto, non si è soli; da lontano si odono pronunciare – tra la recita di un “Rosario”, che si alterna al mantra di un Nam-my-oho-ren-gek-yo – spontanee preghiere di giubilo, felicità e amicizia (un grande e intenso file/rouge che cementifica tutti coloro che attraversano la Via degli Ulivi). Alternando tratti su strada asfaltata e su sterrata si giunge alla Maestà di Mascione, un’edicola ricca di ex-voto, dove si trova una fontanella; e qui l’incontro di pellegrini tedeschi che giungono da Friburgo, in Germania… la dice tutta! Un’ultima salita ripaga le nostre fatiche consentendo a tutti di ammirare (in parte) la selvaggia natura del monte Subasio e i panorami della valle Umbra; mentre si fanno più vicini gli echi dei rintocchi e il “canto” delle imponenti campane che ci avvertono che siamo alle porte di ASSISI.

Entriamo nella città di Francesco presso la Porta Nuova. Da qui il percorso si snoda lungo le vie medievali, prima su Via Borgo Aretino per raggiungere la Basilica di Santa Chiara. Si continua quindi su Corso Mazzini, poi in Piazza del Comune con il Tempio della Minerva. Si prosegue infine su Via Portica, Via Fortini, via del Seminario e, quindi, su via San Francesco, per raggiungere la “meta” del cammino: la Tomba di San Francesco presso la Basilica Inferiore di San Francesco. La magia della città francescana si esalta soprattutto dopo il tramonto e al giungere della notte fonda per andare ad ascoltare i canti elevati in preghiera dai frati di Assisi. Di notte il calpestio dei passi riecheggia sui basoli, mente l’occhio scorre alla ricerca di possibili spunti per poter catturare – col “magico” occhio della fotocamera – gli angoli più suggestivi, poco conosciuti e inconsueti di questa città universalmente conosciuta come “ombelico” della Pace.

Nessuno può riuscire ad immaginare quale fascino offre questa cittadina umbra avvolta dalle ombre di “sorella” notte; tanti i luoghi legati alla vita di San Francesco, alcuni sono veri e propri capolavori della storia dell’arte, altri più umili sembrano preservare la memoria del Poverello, comunque tutti da vedere, da vivere, da scoprire… PAX ET BONUM a tutti i camminatori, viandanti e pellegrini e al mondo intero! Se Francesco lo vorrà e la salute lo consentirà… arrivederci al prossimo Cammino. (di ©Andrea Perciato)

il Sentiero di “ABU TABELA” (costa d’Amalfi) da San Lazzaro di Agerola a Furore

ABU-TABELA non è altro che la trasposizione “islamica” del cognome AVITABILE legato a Paolo Avitabile, napoletano di umili origini, nato in terra d’Agerola, soldato di ventura e ufficiale (generale) del Regno delle Due Sicilie che, dopo la caduta del Regno, reclamato per le sue “astuzie” militari a contrastare i sempre più frequenti atti di brigantaggio e assalto alle carovane lungo la via della seta, giunse in Oriente nel XIX secolo, per rimanervi molti anni ed entrare nella leggenda come “il terrore afgano”.

Pochi esempi ci fanno capire di che “pasta” fu questo spietato generale. Un nome per sempre legato al temibile pragmatismo del giustiziere di Pashawar che aveva ghermito i ribelli “pashtun” facendoli uccidere davanti ai suoi occhi, mentre lui, impettito e coperto di alamari, beveva caffè per colazione. Arricchitosi per i servigi recati ai pashià e mahārājà nel salvaguardare loro beni di trasporto sulle vie dei commerci, divenne ricco e acquistò terreni e beni immobiliari ad Agerola facendovi costruire, in San Lazzaro, un poderoso palazzo.

Muovendosi dalla Piazza Avitabile, al centro di San LAZZARO (Comune di Agerola – NA), si passa presso la Masseria (con un bel portale in pietra) appartenuta alla famiglia del Generale Avitabile e si segue per un breve tratto asfaltato superando, in discesa, alcuni tornanti che conducono attraverso le case in contrada Tuoro (625 m), che sporge proprio a picco sul Vallone di Furore. Da qui, seguendo una buona segnaletica allestita dalla F.I.E. (Federazione Escursionisti Italiani) e che indica la direzione per l’Orrido di Pino, si imbocca un sentiero in discesa che sfiora le basi rocciose di una gigantesca parete calcarea sotto cui si aprono diverse cavità ipogeiche che nel tempo hanno ospitato antichi ricoveri rupestri; queste tracce di ruderi addossati sul fianco della rupe in roccia identificano i resti della vecchia “Polveriera”.

La discesa serpeggia fino al centro della gola, alla testa del Vallone di Furore ove, in una intensa cornice paesaggistica (per la presenza di cascatelle, salti d’acqua tra le rocce, scorci vertiginosi sul mare, pozze, anfratti) colma di verde e chiusa da cieli di roccia, con un breve salto sul greto del Rio Penise si supera e si guadagna (460 m) la sinistra orografica del vallone.

Da qui ora ha inizio il sentiero dedicato ad “Abu Tabela” (il leggendario generale Avitabile originario di Agerola che operò nelle lontane terre orientali), attraverso una copiosa vegetazione ricolma di felci e macchia bassa. La pista – con andamento sinuoso e scosceso – termina (500 m) presso le prime case di Pino, proprio a picco sulla gola, all’altezza di Punta Scotelo; sotto una terrazza panoramica s’apre il profondo baratro di Furore con impressionanti conformazioni geo-morfologiche dalle forme più bizzarre. Il sentiero termina sul 3° tornante della rotabile (all’altezza del km 9) di FURORE (503 m), il paese “dipinto”.

Per un po’ si prosegue in lieve ascesa attraversando le case strette e lunghe affacciate sulla strada. Grandi o piccole che siano esse hanno le pareti tutte affrescate e dipinte – nel corso degli anni – da artisti provenienti da ogni dove. Il principale tema raffigurato è Furore con tutti i suoi elementi più significativi come i terrazzamenti, i limoneti, i vigneti, il fiordo, i pescatori, i marinai, i contadini, i muli, Bacco, Nettuno, i fondali marini. Si passa accanto alla Chiesa di San Giacomo (con la sua bella cupola maiolicata) sfiorando terrazzamenti murati, terrazzini ricchi di fiori, piante rampicanti aggrappate ai pergolati, gradoni e vicoli colmi di limonaie fino a raggiungere il termine di questo itinerario tra le case in Contrada Santo Jaco (550 m) e potersi affacciare da una terrazza panoramica, assistendo allo spettacolo del tramonto; più oltre – sparsi come chiazze che emergono dall’intensa vegetazione – alberi di carrubo, fichi tortili, copiosi palmizi e ulivi argentati. (di ©Andrea Perciato)

Vie “Cave nel Tufo”, questi Etruschi… misterioso e incredibile popolo!

COSA SONO LE VIE CAVE nel tufo…? Le Vie Cave sono percorsi, che generalmente non superano i 2 km di lunghezza, di collegamento o vie di comunicazione tagliate nella viva roccia tufacea. Percorsi viari artificiali, forgiati in origine dal fuoco e – successivamente – scavati dalla mano dell’uomo e modellati dagli agenti atmosferici (vento e acqua) che procedono tra due vertiginose pareti in tufo alte, in alcuni casi anche 30 metri, che, seguendo tortuose direttrici, collegano i fondovalle con le sommità dei rilievi ove giacciono borghi come Sorano, Sovana e Pitigliano. La loro lunghezza può oscillare tra i 300 m al 1500 m.

COME SONO STATE REALIZZATE…? Gli Etruschi, considerati dai contemporanei del tempo come “immorali” ma, sostanzialmente, di pensiero, filosofia e cultura differente, fu un popolo capace di sfruttare al meglio le potenzialità dei territori, fertili e rigogliosi, in cui vivevano possedendo grandi capacità di adattarsi alle condizioni ambientali in cui vivevano: la presenza di un materiale lapideo come il tufo, roccia eterogenea, friabile, leggera da trasportare e facilmente modellabile, elemento peculiare che attraversa – in tutte le sue fasi – la civiltà degli Etruschi.

Fu oltre 2500 anni fa che di questa materia, gli Etruschi, ne fecero la propria ricchezza principale cominciando a scavare attraverso le pareti per ricavarne abitazioni, ricoveri per animali, luoghi di culto e, naturalmente, ambienti funebri e le vie che univano questi elementi. Le Vie Cave non vennero costruite lungo alvei torrentizi o naturali canali di scolo, come sembrerebbe a prima vista, ma sono scavi totalmente artificiali dettati per differenti scopi. Al suo interno e ai lati della strada, venivano realizzate delle canalette per espellere l’acqua. La Via Cava, a causa del continuo passaggio di uomini, mezzi e animali, ed essendo una roccia facilmente erodibile, aveva continuamente bisogno di manutenzione, continui livellamenti; proprio per questo motivo oggi conosciamo vie cave profonde tra i 25/30 metri, quando invece, al tempo degli Etruschi, erano interrate solo di un paio di metri.

MA IN EFFETI, QUAL’ERA IL LORO SCOPO…? Ma a che cosa servivano le Vie Cave? A tutt’oggi gli storici, nell’interpretare il senso e l’utilizzo di queste opere, non convergono per una soluzione univoca. Di certo, nel Medioevo furono usate come vie di comunicazione, ma questo utilizzo avveniva già per gli Etruschi per abbreviare i collegamenti da un centro all’altro? In origine non erano così profonde come noi oggi le osserviamo ma sorge spontaneo un altro dilemma: erano forse vie sacre? Ciò riconduce l’attenzione alla presenza, lungo queste, di necropoli e sepolture senza dimenticare la fondamentale componente di come la religione, per gli Etruschi, era così importante. Percorsi per raggiungere luoghi di sepoltura o la via stessa interpretata come un’opera sacra?

Via Cava di San Giuseppe (Pitigliano). Prende il nome dall’affresco presente in una nic-chia che si trova al termine di un tratto in trincea della Via Cava. L’affresco è stato recen-temente ridipinto visto lo stato in cui versava ed è molto importante per i Pitiglianesi. Gli abitanti di Pitigliano sono molto devoti a San Giuseppe. Infatti in terra, nei suoi pressi, è facile trovare lumi accesi, preghiere scritte e dediche religiose. Qui la notte del 19 Marzo si svolge la famosa “Torciata”: è una festa tradizionale in cui un gruppo di persone, partendo proprio dall’edicola di San Giuseppe, portano in spalla una fascina di canne accesa dal fuoco. Arrivati in piazza a Pitigliano danno fuoco all’Invernaccio, un pupazzo fatto di canne. E’ un modo per volersi scrollare l’inverno alle spalle e far posto alla primavera e alla rina-scita della natura.

E’ una via cava spettacolare (almeno nella parte iniziale) perché le pareti di tufo attraverso le quali si snoda raggiungono anche i 20 metri di altezza. Un percorso fantastico in mezzo ai boschi attorno a Pitigliano, dove si snodano questi antichi percorsi vecchi di millenni, usate dagli etruschi fino ai giorni nostri… il continuo percor-so ha creato dei veri e propri canyon artificiali, alti anche decine di metri! Non è inusuale poi trovare tracce di antiche iscrizioni e i resti di antiche necropoli… da vedersi tutte!!! E’ la via cava più lunga nei dintorni di Pitigliano misurando circa un Km. di sviluppo. Prende il nome da un affresco raffigurante il volto di San Giuseppe dipinto in una nicchia in corrispondenza di un punto molto stretto della via dove una delle pareti rocciose in tufo ha avuto un cedimento alla base andando ad appoggiarsi contro la parete opposta.   L’affresco attuale è recente (ridipinto da Licia Formiconi) a confermare una millenaria continuità di devozione religiosa verso questi luoghi. Suggestiva, ombreggiata e silenziosa è una passeggiata da non perdere, un modo diverso per arrivare alla Porta di Sovana dalla quale poi salire in Pitigliano.

Via Cava di Poggio Prisca (Sovana). Una delle Vie Cave meglio conservate, si trova all’interno del Parco Archeologico della Città del Tufo di Sorano insieme alla Via Cava di Poggio Felceto. Al suo interno sono evidenti le numerose nicchie dove erano presenti gli affreschi dei santi. All’inizio della Via Cava è incisa la data 1948 che celebra probabil-mente la fine della Seconda Guerra Mondiale. Nei suoi dintorni si possono ammirare le tombe etrusche più belle: Tomba Pola, Tomba Ildebranda (III/II sec. a.C.), Tomba a Lacunari, Tomba del Sileno, Tomba dei Demoni Alati e Tomba del Tifone. Alcune di queste tombe sono ad Edicola come quella dei Demoni Alati, altre sono un’evoluzione di quelle a Dado Reale come la Tomba di Ildebranda che rappresenta il monumento funebre etrusco più importante. Qui la camera sepolcrale sottostante è piuttosto piccola rispetto al mo-numento funebre esterno. Il tempio venne scolpito direttamente sulla viva roccia tufacea, senza aggiunta di materiali costruttivi estranei, e poi ricoperto da stucchi e colorazioni dal-la sgargiante cromaticità. La tomba è così chiamata perché nel 1925 al momento della sua scoperta venne intitolata al personaggio più importante della storia di Sovana: Papa Gregorio VII, al secolo Ildebrando da Soana. (di ©Andrea Perciato)

Felitto… la suggestione delle sue gole, i suoni e i colori del suo fiume! (Calore, Parco del Cilento, SA, Italy)

Il corso delle argentee acque fluviali del Calore, là dove s’incunea nei pressi dell’abitato di Felitto (nel cuore del Parco Nazionale del Cilento, Val Diano e Alburni in provincia di Salerno) è, sicuramente, uno tra i paesaggi più suggestivi e spettacolari dell’intero Cilento; di quel Parco Nazionale ancora poco conosciuto e, per certi versi (e fortunatamente!), ancora intatto; un particolare habitat situato molto lontano delle rotte di quei turismi cosiddetti “convenzionali”; un angolo di meraviglioso paradiso verde, ove il profumo della terra bagnata dalle acque restituisce emozionanti sensazioni di un territorio integro e della sua gente rimasti ancora così autentici e fieri delle loro tradizioni.

Felitto ci accoglie con austera fierezza dall’alto del suo sperone roccioso, un naturale baluardo che si erge sulla stretta gola ove scorrono, impetuose, le acque del fiume Calore. Arroccato su di un erto colle calcareo, la “Rupe di S. Nicola”, l’abitato domina a strapiombo la valle fluviale. Lungo le sue polverose e lastricate stradine, racchiuse tra i bastioni della vecchia cinta muraria, è ancora possibile scorgere i resti di portali in pietra che restituiscono angoli suggestivi ricchi di antiche memorie; qui dove la natura e la storia sembrano continuamente alternarsi in un incantevole spettacolo così ricco di profumi e di colori, e dove anche per un solo giorno trascorso tra gli stretti vicoli e gli adombri portoni sembra far riaffiorare, tra queste pietre levigate dal tempo, l’eco delle zoccolature di arcane cavalcature.

Nelle immediate vicinanze dell’antico ponte medioevale che collegava gli abitati di Felitto e Castel San Lorenzo, parte la traccia di un sentiero che penetra subito nel cuore della montagna, mantenendosi a mezza costa e articolandosi lungo la sinistra orografica della forra. Uno spettacolo di inaudita bellezza si apre ai nostri occhi: ambienti selvaggi e incontaminati, dove una rara vegetazione forma quella naturale scenografia ricca di vivaci colori e di frizzanti profumi, là dove il “suono tonante” delle acque fa da sottofondo ai guizzi ed ai richiami  di bellissimi uccelli che volteggiano sulle nostre teste.

In alto, invece, si profilano le irte pareti rocciose su cui è adagiato l’abitato di Felitto: tutti questi elementi messi insieme e concentrati in questo particolare luogo, non possono far altro che indicare che questo è il naturale “regno” della lontra, che qui vive indisturbata, libera e protetta. Spostandosi fuori dell’abitato, uno stradello che scende giù, verso destra, conduce in breve, presso una località indicata come Remolino; una modesta radura ciottolosa che si apre lungo le sponde del fiume; nelle vicinanze vi è un’area attrezzata a picnic ed una fontana, il luogo si presta ideale per fare il bagno, la canoa fluviale ed è anche possibile, per coloro che effettuano trekking in piena autosufficienza, montarvi la tendina per trascorrervi la notte.

Da qui parte il nostro itinerario ed in breve giungiamo a un piccolo sbarramento (una diga) posto alla confluenza tra il fiume stesso ed il Fosso Remolino, un alveo torrentizio che si apre sulla sinistra. Poco più avanti, sulla sponda opposta, parte la traccia di un sentierino che in breve conduce alla grotta (o cella) detta di Bernardo (sicuramente una laura di origini basiliane!): questa pista non va assolutamente presa! L’itinerario proposto, invece, prosegue ora attraversando lo sbarramento della diga e continua portandosi sulla destra orografica della gola, lungo un sentiero abbastanza frequentato che penetra a mezza costa nella selvaggia natura che caratterizza la forra.

In alto, sulla sinistra, si ergono le articolate creste ammantate di vegetazione boschiva del monte Ceglie (602 m), mentre sulla destra si parano i costoni meridionali dello Scanno del Mezzogiorno (740 m) alture calcaree che, nascondendo questa gola, hanno contribuito nel corso dei secoli, a mantenere integro ed intatto questo particolare habitat. Qui la natura diviene protagonista assoluta, e numerose sono quelle specie di infiorescenze che s’incontrano lungo il sentiero che attraversa per intero tutta la gola come l’aglio ursino, la valeriana e l’orchidea provincialis (una rara specie selvatica). Più avanti la traccia del sentiero diventa quasi impraticabile per via della fitta vegetazione che lo circonda, ma è abbastanza percorribile perchè il tracciato della pista è molto evidente per il transito degli animali.

Intorno, notevoli sono quelle presenze dell’erica,  delle felci e dei pungitopo che si alternano a piante di cisto (bianco e rosso) e di laconito (dai fiori color blu). Lungo il sentiero, se si è dotati di un buon spirito di osservazione, si riesce facilmente ad individuare le tracce della faina che lascia i “segni” del suo passaggio e delimita, così, anche il suo territorio; oppure le zolle di terreno rimosso che sono quelle del cinghiale che scava per trovare insetti e tuberi. Mentre in alto, nel cielo, non è raro riuscire a scorgere due falchi pellegrini che volteggiano poco sopra le nostre teste; questo loro volare in circolo sono dei precisi movimenti indirizzati agli escursionisti: essi vogliono segnalare che si sta attraversando il “loro” territorio.

Il sottobosco è ricco di vegetazione arbustiva e sembra quasi di attraversare una foresta tropicale, tant’è l’insistenza del fogliame che in alcuni casi impedisce quasi del tutto il riflesso dei raggi solari. Il sentiero è ammantato da foglie di edera e di lauroceraso, e alla base di grossi tronchi di frassino e carpino bianco non è difficile riuscire ad individuare le tane scavate dal tasso. Proseguendo sull’itinerario principale si attraversa questa magnifica vallata, e proprio dal centro della gola (238 m), parte una piccola deviazione (un breve tratto su rocce piuttosto difficoltoso!) che scende in basso a destra e conduce a degli enormi massi levigati dal millenario scrosciare delle acque: questo ammasso viene indicato come il ponte di “Pietra Tetta” (pietra del tetto). Queste gigantesche pietre sono qui franate in epoche remote, incastrandosi proprio al centro della gola, e le loro superfici sono state – per secoli – modellate e levigate dalla forza erosiva delle acque che qui scorrono impetuose durante le piene, lasciando diverse tracce del loro passaggio come tronchi, rami, bidoni, indumenti, plastica ed altro ancora.

Dopo aver visitato il labirinto di Pietra Tetta, si prosegue ora continuando a camminare nella fitta vegetazione del bosco, là dove il sole difficilmente riesce a penetrare il folto fogliame della foresta. Il leccio giovane, detto dai locali elice o ilice (dall’antico ILEX), si alterna alle tortili radici dei tronchi più vecchi, mentre il fogliame sparso del sottobosco è ricco di bacche di mirto e bulbi di giglio selvatico; non è raro riuscire a trovare anche esemplari di olmo e orniello. Nel tratto più impervio della gola si stagliano, in alto sulla sinistra, gli strapiombi calcarei della Rupe Rossa (798 m), mentre sulla destra si profilano le creste boscose della Costa di Magliano (389 m). Dopo quest’ultimo ed impegnativo passaggio, mentre il sentiero aumenta considerevolmente la sua pendenza, si guadagna quota salendo in alto mantenendosi sempre sulla sinistra (ripidissimo versante coperto di erbe scivolose e di ghiaioni: fare molta attenzione nella progressione!).

Camminando,  ci si accorge che all’improvviso la gola termina proprio nel momento di massima impennata, là dove la vegetazione poco alla volta va diradandosi e il bosco va aprendosi cominciando ad offrire bellissime vedute panoramiche lungo il suo tratto a monte. Si compie così un’ultima scarpinata lungo un tratto ghiaioso piuttosto in pendenza che in breve conduce, in alto sulla sinistra, a ridosso di un sentiero che aggira la Costa di Magliano; dall’alto di questa terrazza panoramica è possibile scorgere, all’imbocco a monte della gola del fiume Calore, l’antico ponte medioevale ad arco (schiena d’asino), costruito interamente in pietra, tra due verdeggianti sponde fluviali ricche di vegetazione, il quale ha permesso il collegamento pedonale, per lunghi secoli, tra gli antichi borghi di Magliano e di Felitto: all’orizzonte sullo sfondo, si profila la mole del monte Motola.

Guadagnati il costone, l’itinerario proposto incrocia una sterrata. Si prende ora a salire lungo questa pista carrareccia che porta ad un primo crinale (coltivi, seminati e macchia) e che passa accanto a dei casali, a delle cascine sparse nelle campagne adiacenti e a delle masserie isolate tra campi seminati a frumento che si alternano a distese di frutteti. Qui, all’incrocio tra piste e stradelli distribuiti tra campi trattati a foraggio, tra pozze d’acqua sorgiva e piccoli stagni, c’è la possibilità di incontrare l’ululone dal ventre giallo, un anfibio che, se toccato sotto il suo ventre color giallo, irrita l’epidermide con forti bruciori e pruriti.

La carraia ora s’immette su uno stradello presso contrada Riorci mentre tutt’intorno, lungo i campi ove ondeggiano le spighe di grano, è possibile scrutare le cromatiche e bellissime infiorescenze della “sulla”, una pianta foraggifera presente in tutti quei paesi che, fin dall’antichità, s’affacciano sul bacino mediterraneo; e queste piante, con i loro vivaci colori, caratterizzano non poco l’intero paesaggio nella prima parte della stagione estiva. Volgendo infine sulla sinistra, si continua proseguendo in direzione NE e, attraversando ampie distese coltivate ad uliveti, una breve discesa porta a giungere nuovamente nei pressi della fonte Remolino, punto terminale di questo bellissimo, intenso e non semplice circuito che attraversa uno dei luoghi più incantevoli dell’intero Cilento. (di ©Andrea Perciato)

Amalfi (SA, Italy)… tersori d’arte e di natura custoditi nel Vallone delle Ferriere

Per questo itinerario si consiglia – a chi si reca per la prima volta nella città ducale di AMALFI – di iniziare la visita soprattutto dalle sue bellezze artistiche e culturali come il Duomo, la Cripta, il Chiostro del Paradiso e gli Arsenali. Per accedere invece in quel meraviglioso angolo di “Paradiso Verde” che è la Valle dei Mulini (o delle Ferriere), si parte dalla Piazza principale, quella antistante la gradinata ed il romanico Duomo di Amalfi in cui sono conservate le spoglie del Santo apostolo Andrea.

Da qui si prosegue in avanti verso la periferia N all’interno della cittadina marinara. La via principale attraversa e case e palazzi dalle molteplici fatture architettoniche; superati un arco ribassato e ci si trova immediatamente a monte di Amalfi, nella sua periferia settentrionale, proprio all’altezza delle più grosse (e antiche) cartiere (Marino, Amatruda, Milano, ed altre) fabbriche per la lavorazione e produzione della famosa “carta amalfitana”. Gliamalfitani sono un popolo della costa in possesso delle tecniche dell’andar per mari sia a vela, che per strumentazione; esperti maestri d’ascia con tradizioni cantieristiche tra le più forti del passato; tecnici d’ingegneria contadina applicata allo sfruttamento delle verticalità dei terreni sospesi; artisti completi e creatori di forme (ceramiche e maioliche); astuti commerciati che correvano lungo le rotte di tutti i mari esplorati; abili imprenditori ed instancabili lavoratori con le famose produzioni artigiane della carta e delle paste alimentari.

Da qui ha inizio e si allunga uno stretto vallone, la Valle dei Mulini, una profonda gola incassata ricca di verde, profumi, colori e numerose sorgenti che introduce all’interno della Valle del Canneto. A poche decine di minuti dell’inizio del sentiero compare, ancora maestosa, la prima centrale idroelettrica amalfitana (attiva tra il 1910 e il 1944) ove è possibile fare una breve sosta. Solo tra XVII e XVIII secolo questi luoghi aspri, brutti e misteriosi, lontani e difficilmente accessibili, cominciarono a destare l’interesse dei più arditi viaggiatori del tempo (artisti, poeti, narratori, geografi, filosofi, musicisti) i quali, alla scoperta della solitudine a tutti i costi e all’incontro con se stessi, viste le meraviglie che potevano toccare con mano, cominciarono a privilegiare i paesaggi aspri e inviolati, in quei contesti come specchio della contemplazione ideale alla ricerca di altre culture, di altre verità, di altre nature.

Questa valle una volta era la sede di antichi insediamenti di archeologia rupestre/industriale, le cosiddette “cartiere” che servivano per la lavorazione artigianale della famosa carta detta di “Amalfi” che consisteva ne: la cernita degli stracci di lino, il lavaggio e la fermentazione dei cenci, il taglio degli stracci, i molini per la tritura dei cenci, l’imbianchimento della pasta, la formazione del foglio (o casso), la compressione e l’asciugamento, l’incollatura di pesce, la lisciatura e l’allestimento. In prossimità dei ruderi più grossi (171 m), ove più folta è la presenza di rovi, fitta vegetazione, travi pericolanti e calcinacci, è preferibile evitare di entrare per la instabilità delle strutture portanti (i solai). A poche centinaia di metri dalla centrale, continuando a salire all’interno della valle, si incontra una bella cascata superabile attraverso scalini (attrezzati) posti al margine destro (sx orografica) del percorso.

La vegetazione ora comincia ad infittirsi e, mentre il bosco diventa più rigoglioso accompagnato dal suono delle acque del Canneto, compaiono i ruderi delle fornaci delle antiche fabbriche di ferro. Si risale, passando poi, attraverso i ruderi di antichi acquedotti medioevali (presenza di archi in pietra) mentre la natura del luogo si presenta ombrosa, sempre immersa nel fitto verde della vegetazione, con una notevole ricchezza di chiare e fresche acque provenienti dalle montagne sovrastanti e che formano un infinito numero di piccole e grandi cascate, di rivoli, salti, vasche e torrentelli. La bellissima esplosione di colori e di profumi che emana la natura del posto, porta a far correre gli occhi verso i più particolari angoli che circondano le irte pareti della vallata: vasche naturali, cascate dai fragorosi salti, rocce calcaree dalle sembianze più strane e curiose, vischi e muschi dalle incredibili tonalità di verde, zampilli di ruscelli e fontane naturali d’acqua calcarea. E’ sconsigliabile bagnarsi perchè anche nella più calda delle estati, l’acqua, sempre chiara e fresca, risulta abbastanza gelida.

Il sentiero termina in prossimità di una recinzione posta dal Corpo Forestale dello Stato per preservare la Riserva Naturale al di là del termine della valle del Grevone. L’area protetta è chiusa al transito, per accedervi bisogna contattare il Comune di Scala e prenotare una visita al suo interno!). Una volta varcati l’accesso si arriva così al cospetto di due cascate di cui la più alta compie un salto di circa 60 metri: qui siamo proprio al centro della Valle delle FERRIERE.

Si tenga conto del particolare luogo che si sta attraversando e si rispetti qualsiasi cosa: ruderi, animali come anfibi, rettili e volatili, acque e piante che sono presenti e vivono in questa valle che risulta essere una gola molto incassata, ricca di numerose piccole sorgenti e presenta riunite – nel suo tratto superiore – varie specie di altissimo interesse fitogeografico, oggi tutte estremamente rare e che raggiungono dimensioni gigantesche e lussureggianti: su tutte spicca la rara felce bulbifera Woodwardia Radicans, lunga fino a due metri, che cresce spontaneamente e si sviluppa e sopravvive solo in questa particolare vallata; la “Pteris Vitata” alta fino a 1,5 metri e la “Pteris Cretica” che arriva a 80 centimetri oltre ad esemplari quali la “Carex Grioletus”, la “Pinguicola Hirtiflora” e la “Parnassia Palustris”.

L’area protetta della Riserva Naturale Orientata Protetta ha una bellissima cascata circondata da rocce calcaree ricoperte dal muschio e dalla rarissima felce bulbifera Woodwardia Radicans, che cresce spontaneamente e si sviluppa e sopravvive solo in questa particolare vallata; tutto ciò intriso dai mille rivoli d’acqua che, come una colonna sonora, ne perpetua il ritmo fin dalla notte dei tempi. Nella stessa valle, ma poco più in basso nella sua parte centrale, s’aprono antichi insediamenti di archeologia rupestre/industriale, le cosiddette “cartiere” che servivano per la lavorazione artigianale della famosa carta detta di Amalfi. (di ©Andrea Perciato)

tra Vallonia e Ardenne (Belgio), lungo il… Cammino delle “Birre Trappiste”

Fuori da ogni tempo, lontani da qualsiasi altrove, il Belgio ci accoglie con tutta una serie di sorprese che lasciano, letteralmente… senza fiato! Questa è stata la prima impressione quando ci siamo ritrovati al centro di un qualcosa che sembrava tra fiaba e leggenda: le nebbie mattutine che nascondevano qualsiasi orizzonte; isolati mulini a vento; campanili che si stagliano ovunque sull’orizzonte; interminabili campi di frumento, biada, segale, graminacee in genere; case tutte con facciate in pietra; cortili di granai e masserie (simili a quelle del nostro sud) che sembrano accogliere la vetrina del perfetto agricoltore; e poi ancora…

Centinaia di croci isolate in pietra; edicole votive sparse un pò dappertutto; grappoli di case sparse lungo crinali ondulati che si alternano tra copiose foreste e boschi impenetrabili; cimiteri isolati nel bosco; nessun rumore per centinaia di metri, e poi, in autunno qui le foreste indossano il loro abito migliore assumendo cromature vegetazionali che vanno dal giallo al rosso, passando per l’ocra, il carminio, l’arancio, l’amaranto e il vermiglio!

Siamo nella regione della Vallonia, nel cuore della foresta delle Ardenne, una grande macchia boscosa (composta da abeti, querce, larici e betulle) che si estende tra Francia, Belgio e Lussemburgo; un bucolico paesaggio in cui gli orizzonti si alternano come onde di un gigantesco oceano, cambiano spesso colore vegetazionale di valle in valle, ognuna solcata da un torrente, un fiume o uno stagno.

Ma cosa è che ci ha attratto in un luogo così insolito e poco frequentato dal grande pubblico europeo degli escursionisti…? Semplice, un trekking dedicato alle birre cosiddette “trappiste” cioè prodotte utilizzando ingredienti naturali e realizzate secondo metodi dettati dalle antiche ricette dei monaci trappisti. Ci siam trovati a camminare attraverso quell’intricato reticolo di piste e sentieri (facile perdersi!) che attraversano le Ardenne e – tra questi – spiccano, per originalità, per curiosità ed altro, i due rami (tracciati) che contraddistinguono un lungo trekking (che, ripetiamo, non facile!) seguendo le piste che toccano le principali abbazie che producono le famose birre trappiste.

Si cammina su sentieri non asfaltati, con brevi tratti in asfalto raramente più lunghi di 1 km; si procede – uscendo ora da un bosco ed entrando nella successiva foresta – proseguendo su piste campali che raggiungono e, spesso attraversano, piccoli, isolati e tranquilli villaggi. Luoghi della memoria agricola locale che sembrano abbandonati ma che invece si popolano al tramonto col rientro dai campi e il ritorno dei fan-ciulli da scuola.

Qui, in queste terre le birre, oltre ad essere una tradizione, sono una filosofia, quasi una scelta del buon vivere; la sera, al rientro delle attività e dopo le cosiddette “fatiche” ci si ritrova nel piccolo locale al centro del villaggio, oppure lungo la strada principale, a sorseggiare le birre; naturalmente queste vanno tutte gustate con l’aggiunta di pane e formaggio (tipico locale) e servite obbligatoriamente in contenitori di vetro oppure in terracotta.

Questo trekking in cui ci si lascia guidare dall’olfatto e dal palato è un cammino da compiere come una sorta di pellegrinaggio ed è da fare almeno una volta nella vita. In tutto il mondo esistono almeno 12 birre della tradizione trappista, di cui solo 11 sono riconosciute ufficialmente come autentiche, perché interamente prodotte presso un’abbazia cistercense, sotto il rigido controllo della Comunità Trappista, e solo 3 di queste birre di trovano tutte in Vallonia: Chimay, Rochefort e Orval.

Questo insolito trekking è lungo meno di 300 km, ma per la poca disponibilità di giorni, si è scelto di percorrerne il suo “troncone” meridionale, lungo circa 120 km quello che mette in collegamento l’Abbazia di Orval all’Abbazia di Notre-Dame de Saint-Remy a Rochefort, un insolito e suggestivo camminare attraverso una delle regioni europee meno conosciute: le Ardenne, vissute con una cinque giorni di cammino tra abbazie “trappiste” che ancora custodiscono – gelosamente – le secolari tradizioni della produzione di birra, paesaggi da fiaba dagli incredibili cromature, castelli arroccati nei luoghi più impensabili, monasteri isolati sul ciglio di un pendio erboso, piccoli borghi nascosti dalla foresta, villaggi rurali baciati al tramonto, su tutto… la magia e le profumate essenze di una bevanda: la birra (preparata usando gli ingredienti di un tempo secondo la tradizione dei monaci trappisti) che qui – più che un semplice dissetarsi – è una cultura, è un modo di essere… è una scelta di vivere bene, è una filosofia…! (di ©Andrea Perciato)