“CASTRUM OLIBANON” (Picentini, SA) tra i ruderi del Castello Longobardo di Olevano sul Tusciano)

C’è un singolare montagna, tra le valli fluviali del Picentino a occidente, e quella del Tusciano a oriente, una montagna dalla caratteristica orografia che si erge con due rupi simili alle gobbe di un cammello, al cui centro sono ben visibili i ruderi di un poderoso castello longobardo lassù eretto, ben nascosto e protetto, già fin dall’alto Medioevo: il Castrum Olibani.  

Sicuramente lungo le sponde di questo fiume (il Tusciano) doveva esistere uno stazionamento di colonizzatori etruschi spinti fino a queste latitudini, chiamati TUSCIANENSES, da cui l’attuale nome della zona che separava due aree distinte: la presenza di un centro abitato e di una guarnigione militare che vigilava lungo il fiume; “Amina” l’antica Pontecagnano di origini etrusche non era poi così lontana. La presenza antropica in queste zone, garantiva il controllo delle postazioni adibite a posti di rifornimento e di ristoro per le cavalcature e i loro cavalieri che di qui transitavano; lungo le rive del Tusciano esistevano vie che collegavano la zona Picentina costiera, superando lo spartiacque appenninico, con quella interna fino all’Apulia.  

Tracce ancora evidenti (il sentiero che stiamo percorrendo e che fin dall’antichità collegava Acerno ad Olevano e viceversa) indicano l’esistenza di una sistemazione viaria tra il Castello e il monte Raione lungo il corso del fiume. È sicuramente, questa, la traccia di una via oneraria i cui traffici (trasporto di carichi e mercanzie varie) avevano come punto di collegamento una direttrice che conduceva ad Acerno, in funzione di raccordo tra la Via APPIA (che transitava per le dorsali montuose interne dell’Appennino), e la Via POPILIA (Annia) che lambiva le pendici meridionali dei Picentini, fino a seguirne le direttrici dei passi, valichi e valli (lo “Scorzo” ed il “Diano”) fino alle “Terre del Brutium” (Calabria) Quindi, non solo la valle è stata interessata da traffici commerciali, ma le sue direttrici sono state fondamentali e strategici punti di riferimento per gli spostamenti di truppe ed eserciti.  

Per raggiungere il Castello, provenienti da Ariano (sede comunale di Olevano), proponiamo di salire dalla fiume anziché da Salitto (frazione superiore del comune olevanese). Si raggiunge l’area attrezzata a pic-nic del Parco di San Michele e da qui, arrivati nei pressi del Ponte dell’Angelo, lo si varca proseguendo lungo la strada in terra battuta (e in brecciolino), fino a guadagnare quota superando una lunga serie di tornanti. Il sottostante paesaggio della vallata assume, con le sue varianti, nuove forme (rocce strapiombanti e pareti a picco), nuovi colori (l’onnipresente, ma sempre piacevole verde, dei fitti boschi che “arrossiscono” durante l’autunno) e nuovi profumi (l’aria fresca e frizzante del mattino, il rigoglio delle acque e l’aroma delle essenze di piante officinali).  

Aggirando sotto i pinnacoli calcarei della Rupe di Pappalondo si giunge ad un grande piazzale in località Cannabosto (473 m). Qui, un altare è stato eretto per dire messa all’aperto in occasione delle festività in onore di S. Michele (8 maggio e 29 settembre), santo patrono di Olevano. Di fronte, verso E, lungo la rocciosa parete a strapiombo del monte Raione, si può ammirare la cavità della Grotta di San Michele (450 m). Si riprende il cammino proseguendo lungo la strada in terra battuta che costeggia il monte per un lungo tratto (S) e che porta fin sotto alla rupe del Castello. Giù in basso, alla nostra destra, si proiettano le case della frazione di Salitto, le verdi colline coltivate a ulivi e vigneti, l’abitato di Montecorvino Rovella e, sullo sfondo, i paesi vicinali. Se la giornata è abbastanza nitida, si possono ammirare la “seghettata” catena dei monti Lattari e l’isola di Capri a occidente, il golfo di Salerno sotto di noi, la piana del Sele e la mole calcarea degli Alburni fino a Punta Licosa verso “libeccio”.  

Una terrazza prativa con una piccola pineta attrezzata con tavolati in legno per il pic-nic, invita a fare una breve sosta. Un reticolato con filo spinato ed una cancellata in legno (apribile) sono stati messi lì per evitare il transito degli animali. Avvertendo la presenza di campanacci e belati, bisogna fare molta attenzione ai cani i quali, pur abbaiando insistentemente, non s’avvicinano mai a tal punto da rendersi pericolosi. Lungo un sentierino, in poche decine di minuti, si arriva al primo dei tre ordini di mura che cinge l’antico villaggio fortificato longobardo costituenti il “CASTRUM  OLIBANI” (detto anche “Olibanon“) per poi giungere, infine, varcato l’ingresso sotto un arco in pietra, all’interno del vero castello situato al centro di due grossi bastioni rocciosi molto simili alle gobbe di un cammello.  

Osservando attentamente la distribuzione dei ruderi del Castello tra queste rupi calcaree si avverte la sensazione, per la sua particolare posizione, di come sia un vero nido d’aquile che incute timore e rispetto. I suoi abbondanti ruderi sono distribuiti a cavaliere tra due spaventosi precipizi costituiti da rocce inaccessibili che si perdono nel baratro più profondo. Racchiuso tra due pareti di roccia calcarea che si ergono maestosi verso il cielo, esso era praticamente imprendibile ed inespugnabile. Dominava tutti gli accessi all’interno della vallata. Appartenuto ai Longobardi fin dal secolo VIII, la sua custodia e la sua difesa venivano affidate, soprattutto, ad una milizia territoriale permanente, guidata dal “PROVISOR CASTRI”, cioè il castellano. Al sostentamento si provvedeva facendo scorte alimentari per tutto l’anno di frumento, orzo, fave, ceci, olio, vino, miglio, lievito, sugna e lardo. Questo Provisor Castri sosteneva a proprie spese all’approvvigionamento di cibo e all’acquisto delle armi per la guarnigione che, periodicamente, vi presidiava.  

Dell’antico Castello medioevale restano oggi solo pietre sparse, grandiosi rovine che testimoniano un antico e glorioso passato ricco di memorie storiche. Dopo secoli di abbandono questi ruderi si presentano ancora così maestosi e imponenti, e arrivare ad essi è comunque un’avventura, voluta solo da una profonda e accanita passione per la conoscenza storica e geografica dei nostri territori, poiché ogni traccia di accesso vi è stata cancellata. Un’ultima raccomandazione va assolutamente fatta per quegli escursionisti che amano avventurarsi e muoversi autonomamente: bisogna fare molta attenzione (!), tra le pietre di questo vetusto maniero, per la massiccia presenza di numerose specie di rettili: la mia prima volta quassù – nel lontano 1975 – ne contai 13 di varie specie, livree e lunghezze; caricarsi di una buona dose di prudenza, in questi casi, è sempre meglio. Buoni passi a tutti voi tra natura e storia (di ©Andrea Perciato)

HINTERZARTEN (Schwarzwald, DE)… a spasso nella torbiera, tra copiose foreste e specchi lacustri

Un viaggio – con un collegamento in treno – da Friburgo attraverso le pianure porta ad attraversare una serie di impervie vallate, ove da secoli aleggia la leggenda del “cervo bianco” sulla rupe (quello a cui si rifà una nota casa di liquori!) che, dall’alto, domina forre e gole in cui scorrono le impetuose acque del torrente Hollenbach, conduce fino a raggiungere la stazioncina di Hinterzarten, rinomata località montana e base per gli sport invernali.

Provenienti da Friburgo, in auto o in treno, il piccolo comune di Hinterzarten che s’adagia nella sua splendida vallata ricoperta da enormi distese di pendii prativi, proprio nel cuore della Schwarzwald, è un autentico scrigno di bellezze naturalistico-ambientali che esaltano la magnificenza del luogo riuscendo ad offrire piacevoli momenti di relax e benessere per gli ospiti che scelgono di trascorrere qualche giorno di vacanza in quest’angolo di Germania.

Qui la natura rende tutti protagonisti offrendo la possibilità di vivere esperienze all’aperto in paesaggi (come la montagna e il bosco) dal sapore unico, ambienti – solo in apparenza bucolici – sempre in continuo rinnovo e senza mai essere noiosi. L’elemento presente in natura che meglio esalta e caratterizza la località, sono le sue ampie zone determinate dalla “torbiera” (soffice cuscino d’erbe, radici, terra e acqua) che si alterna alle fitte macchie forestali (abetaie e laricete). Il principale paesaggio della cittadina è quello della montagna in cui vanno ad espandersi le copiose foreste, circondate da ampie zone prative, specchi d’origine lacustre e la misteriosa brughiera, qui ampiamente presente fin dall’ultima era glaciale; essa permette, lungo perimetri di stagni e fossati, la formazione di torbiera.

La zona, Hinterzartener Hochmoor, contiene al suo interno la più alta concentrazione di brughiere della Foresta Nera e viene considerata una delle torbiere meglio conservate e più facilmente accessibili d’Europa. La “brughiera”, che riceve i suoi nutrienti esclusivamente dall’aria o dall’acqua piovana, ospita alcune specie vegetazionali sopravvissute alle glaciazioni come il “muschio di torba”, “sundew” a foglie tonde (conosciuto anche come il “tocco della Luna” fiore di origini australiane la cui essenza è utile in caso di svenimenti o perdita temporanea della memoria), il “ruffberry” (specie di fungo appartenente alla famiglia dei mirtilli), il rosmarino, il mirtillo ed altre ancora. a foglie tonde, il “ruffberry”, il rosmarino, il mirtillo ed altre ancora.

Raggiunte le alture che circondano l’abitato, si penetra proprio nel cuore della Foresta Nera fino a trovarsi ai 1017 m del Leslerhorne, modesta altura da cui si godono i panorami sulle vallate circostanti e qualche primo scorcio sullo specchio lacustre del Titisee. Il Leslerhorne emerge da una lunghissima dorsale ricca di boschi da cui è possibile scorgere l’orizzonte che ne racchiude la skyline sullo sfondo. Tra campi coltivati, belle case in legno, di cui molte trasformate in fattorie o in aziende agricole, cappelline votive private poste lungo il cammino e ville nascoste tra i boschi, si raggiunge il lago di origini glaciali del Titisee meglio conosciuto come la “perla” della Foresta Nera.

Per godersi lo spettacolo offerto da questo specchio lacustre alimentato da copiosi corsi fluviali, conviene muoversi presto al mattino, poichè la zona richiama, in qualsiasi periodo dell’anno, numerosi turisti e vacanzieri che scelgono quest’area come zona privilegiata per i loro soggiorni. Titisee è un piccolo paese, molto tranquillo che in poche ore ha la capacità di trasformarsi in una brulicante metropoli affollata da turisti e gitanti provenienti da ogni dove (soprattutto dalle vicine Francia e Svizzera). Molto singolari sono i tipici costumi popolari della Foresta Nera messi (e indossati) in bella mostra da figuranti locali di tutte le età come attrattiva folkloristica; famiglie che non si sottraggono a qualche foto ricordo e che forniscono utili indicazioni su cosa vedere e/o comprare a Titisee, cittadina (famosa in tutto il mondo) soprattutto perchè ricca di botteghe e laboratori per la lavorazione, produzione, riparazione e vendita di orologi a cucù. (di ©Andrea Perciato)

Dolomiti: “DREI ZINNEN” l’anello di Lavaredo… Tre Cime di spettacolari emozioni!

E’ da quando l’uomo è stato attratto dalla magnificenza delle montagne (e che montagne) che le Dolomiti, ed in particolare le Drei Zinnen (le Tre Cime di Lavaredo), hanno da sempre catturato lo spirito – quel particolare fascino di lasciarsi avvolgere dall’immenso – di chi per godere di questo spettacolo, giunge fin quassù da tutto il mondo.

Per raggiungere questo paradiso fatto di roccia e paesaggi unici, si risale dal lago di Misurina fino a raggiungere, dopo un’aspra salita lungo tornanti che sembrano mai finire, il rifugio Auronzo; siamo ai piedi delle Tre Cime, ma la loro iconica immagine da qui non è ancora ben visibile. Senza esitare, si prende una pista sterrata che, per lievi falsipiani, sorvolando paesaggi dominati da vette dalle incredibili sfumature orografiche, tocca la piccola (e graziosa) cappella dedicata al culto di Maria Ausiliatrice; il rifugio Lavaredo (nostra base per tutte le escursioni in zona: “consigliato”!) – già ben visibile in lontananza – viene raggiunto (2344 m) in pochi minuti; ed è proprio qui che le Tre Cime (siamo ai piedi dei loro versanti meridionali) cominciano ad offrire alcuni dei loro scorci tra i più belli. Al rifugio Lavaredo si viene accolti proprio come a casa: calore, profumi intensi, amicizia, buona cucina e simpatica compagnia. Le camerate del rifugio, tutte in legno, offrono quel tepore in più che quassù, come un valore aggiunto oltre le nuvole, davvero non guasta.

L’alba dal Rifugio Lavaredo è qualcosa di spettacolare; il sole comincia poco alla volta a “pennellare” la punta delle Tre Cime fino ad alzarsi in cielo e abbagliare tutto il candore di queste rocce bianche (e rosse) la cui vena calcarea si riflette in tutte le sfumature del grigio.

Si è pronti a partire per effettuare una tra le escursioni più belle di tutte le Dolomiti con scenari unici al mondo: il giro ad “anello” intorno alle Drei Zinnen. Dal rifugio si ignora la traccia (una pista) che risale sulla destra e si comincia a camminare proseguendo sulla ben visibile traccia del sentiero che ascende sulla sinistra e che taglia, diagonalmente, i conoidi detritici alla base della Torre Piccola.

Dopo pochi minuti si è alla Forcella Lavaredo (2454 m), lasciandoci alle spalle il Veneto, ed entrando in territorio del Trentino Alto Adige; qui il paesaggio cambia completamente scenario: tutt’intorno, decine e decine di omini in pietra caratterizzano (molto utili in caso di nebbia o nuvole basse, per potersi orientare!) la zona circostante. Siamo proprio nel punto da cui si gode il più classico panorama offerto dalle Tre Cime di Lavaredo ove è d’obbligo fermarsi per ammirare – in tutta la loro magnificenza – la più famosa delle vedute sulle imponenti e strapiombanti pareti (versanti settentrionali) delle Tre Cime; e qui davvero la vista corre alla ricerca dell’angolo più bello per riuscire a scattare la foto più “ad effetto” di questo intenso panorama che s’apre – da sinistra a destra – con la maestosità delle Tre Cime di Lavaredo, di fronte si ergono il Teston Rudo (2737 m), la Croda dei Rondoi (2800 m), la Torre dei Scarperi (2687 m), il monte Mattina (2464 m), la Torre Toblino (2617 m) ed il Sasso di Sesto (2539 m) ai piedi del quale giace il Rifugio Locatelli. Ed ancora, a destra: il monte Paterno (2744 m) con le sue gallerie della Prima Guerra Mondiale, e la Croda Passaporto (2701 m). 

Dalla Forcella, una pista in leggera discesa conduce direttamente al Rifugio Locatelli. Lungo la strada per un breve tratto, poi, appena superata la sbarra metallica, si abbandona la strada sterrata per imboccare il sentiero di destra che giunge al Rifugio. Il sentiero, prima pianeggiante, sfiora le pendici del monte Paterno, e infine – per lieve salita – raggiunge il rifugio Locatelli a 2.438 m, molto frequentato durante l’estate. Anche da qui la vista sugli imponenti giganti rocciosi che circondano tutto l’orizzonte è semplicemente unica, un panorama da sogno, difficile da dimenticare; nelle vicinanze si trova una chiesetta che ricorda i caduti delle cruenti battaglie combattute tra queste meravigliose montagne durante il primo conflitto mondiale. Spostandosi leggermente dal Rifugio e risalendo verso il crinale alla sua destra, s’apre il meraviglioso scenario ambientale dell’Alpe dei Piani con i due specchi lacustri dei Piani e, più oltre verso l’orizzonte, la stretta Valle Sassovecchio che scende verso la Val Fiscalina e Val di Sesto. Presso i prati e le radure erbose che circondano i laghetti non è raro riuscire a scorgere le marmotte sbucare dalle loro tane e poter udire da vicino i loro richiami; mentre sui crinali rocciosi degli spigoli settentrionali del vicino monte Paterno, non sono rari vedere ciurme di coloratissimi climber che si spingono, come tante formiche, ad arrampicare lungo pilastri di rocce aspre e dagli incredibili verticalismi.

Dopo aver bevuto del te caldo (o, in alternativa, una buona birra) ed aver gustato le specialità dolciarie che lo stesso offre, magari sulle panche del terrazzino con lo sfondo delle Tre Cime, dal Rifugio Locatelli si prosegue scendendo per la stradina di destra rispetto a chi guarda le Tre Cime di Lavaredo. Il primo tratto è su un buon sentiero (tracciolino) in leggera discesa e si prosegue, verso sinistra, seguendo le indicazioni per raggiungere il Rifugio Auronzo. Intorno la natura lungo il sentiero offre una “macchia” d’altura caratterizzata da fasciumi d’erbe spontanee e da copiosi cespugli di pino mugo; non è raro scorgere anche qualche radice di ginepro. Nel punto in cui la stradina comincia a risalire, la si abbandona scendendo lungo il largo sentiero di destra per continuare – successivamente – alla biforcazione sul sentiero di sinistra che, in un susseguirsi di brevi saliscendi e ripide discese, porta alle sorgenti del fiume Rienza.

Poco oltre già è possibile scorgere la “Malga Lunga/Lange Alm” un rifugio a gestione austriaca, con un bel porticato ed un caratteristico fontanile ricavato nel legno; poco sopra a questo piccolo ristoro si trova la sorgente del torrente Rienza e gli specchi lacustri alpini in cui si riflettono le Tre Cime delle, un luogo splendido per una sosta ed un rinfrescante bagno dei piedi in un’acqua la cui limpidezza riflette il cielo. Da qui il sentiero prosegue ancora verso ovest, e per continui saliscendi sotto la Cima Ovest, con alcuni tratti un po’ più esposti, raggiunge il Col Forcellina. Da qui c’è da attraversare l’imponente ghiaione occidentale delle Tre Cime fino a raggiungere la Forcella di Mezzo (2315 m) ove il paesaggio cambia definitivamente e si ritornano nuovamente a scorgere le cime che circondano le sponde del Misurina. Il sentiero ora scorre lungo il precipitoso pendio fino a raggiungere il Rifugio Auronzo (2320 m). Qui, dopo una breve sosta per un rinfresco e pochi minuti di riposo, si riprende l’Hike Trailhead che riconduce nuovamente al rifugio Lavaredo, concludendo questo incredibile e bellissimo giro che ci ha portato alla conoscenza di uno dei luoghi più belli al mondo: le Drei Zinnen. Per chi vuole davvero conoscere le Dolomiti in tutta la loro “essenza” questo è l’itinerario più bello e significativo. (di ©Andrea Perciato)

HRVATSKA/Croazia. Laghi di Plitvice, per una completa unione con la natura!

Signori… sull’altra sponda opposta dell’Adriatico, c’è la costa della Croazia; oltre un complesso sistema di aspre cime, profonde vallate e strette gole, quel che appare è questo: lo spettacolere, incredibile, suggestivo, fiabesco e meraviglioso mondo dei laghi di PLITVICE (Plitvicka Jezera).

Se il mondo delle acque (sia esso di superficie che sotterraneo) avesse il suo “ombelico“, un suo regno di magnificenza di sicuro è qui, a Plitvice, nel cuore della Hrvatska/Croazia. Siamo all’interno di una valle dalla morfologia caratterizzata dal carsismo. Le sponde orografiche sono evidenziate dallo sviluppo di una catena di 16 specchi lacustri, tutti “terrazzati” e collegati da cascate, salti d’acqua che si estendono all’interno di un canyon calcareo. I viali, le passerelle e i sentieri escursionistici si snodano intorno alle sponde dei laghi; una barca, alimentata da motore elettrico, collega i 12 laghi superiori e i 4 laghi inferiori. Questi ultimi – al termine naturale del percorso acquatico – accolgono la Veliki Slap, una cascata con un salto di ben 78 metri.

Qui siamo al centro di un mondo fatto esclusivamente di acque verticali, di acque nascoste, di acque sfuggenti e – soprattutto – di acque in movimento. Sì, perchè soprattutto qui a Plitvice, dichiarato Patrimonio Mondiale dell’Umanità (UNESCO) fin dal 1949, si conoscono i particolari fenomeni di carsismo che consentono alle acque che alimentano i laghi, giacenti a differenti quote, di generare le famosissime cascate dalla roccia tufacea, presente in gran parte nella geologia della zona. Così tante cascate, cascatelle, piccole, grandi, una dopo l’altra o le une accanto alle altre, credo che non si siano mai viste tutte insieme. E neppure così tanti laghi e dai colori così brillanti e diversi che, dai livelli superiori a quelli inferiori, si alimentano uno con l’altro; sembra di essere davvero al centro di una favola, un luogo abitato esclusivamente da elfi e fate.

Panorami mozzafiato che s’aprono ad ogni scorcio, dietro ogni angolo raggiunto sfiorando pareti a picco, torbiera e camminando quasi sul pelo dell’acqua, consente di toccare con mano la superficie di questi laghi dal colore spettacolare che rendono questo parco un posto unico nel suo genere. Il processo bio-dinamico della natura circostante è sempre in continua e perpetua evoluzione per i depositi carbonatici generati dal tufo che si depositano in fondo ai laghi, nei fiumi e nei torrenti creando – così – una suggestiva serie di fenomeni carsici da cui prendono forma le incredibili barriere naturali, soglie ed altre incredibili forme. Addentrarsi negli anfratti naturali, come le grotte e districarsi tra passerelle, ponti e passamani in lgno vale sempre la pena; qui i paesaggi, all’apparenza simili, differiscono per portata d’acqua e sentieri attraverso i boschi; il colpo d’occhio non annoia mai.

Il millenario scorrere delle sue acque consente l’evolversi del processo di formazione del tufo che, fin dalla notte dei tempi, non ha mai smesso di agire consentendo alle acque di queste magnifiche cascate di cambiare il proprio “percorso” con il passare del tempo, lasciando dietro di sé barriere asciutte che consentono al tufo di crescere su altri punti. I laghi sono meravigliosi, di una trasparenza unica con colori inimmaginabili che riescono ad offrire i suoi fondali. Tutt’intorno si avverte quel senso di pace e tranqullità dato dal connubbio verde /azzurro dei boschi che si riflettono sui laghi. Essendo diversi laghi posti a diverse altitudini, ce ne è per tutte le possibilità. Chi non vuole camminare troppo può accontentarsi di fare un piccolo percorso e osservare da vicino la maestosità della grande cascata.

I fenomeni naturali che caratterizzano la zona danno la sensazione che i laghi (e le cascate) di Plitvice non siano mai gli stessi. All’interno del Parco Nazionale spicca una faggeta vergine (una tra le più belle d’Europa) a cui si alternano le laricete, le acerete, le betulle e le abetaie che accolgono specie animali come lontre, orsi, linci e numerose specie di volatili e ittiche d’acqua dolce. Un articolato reticolo di passerelle in legno consente di avvicinarsi, e sfiorare, il bordo delle acque – dagli incredibili fondali che vanno dal giada allo smeraldo, dal turchese al cobalto – e i ripetuti salti tant’è che sembra davvero di essere nel più spettacolare luna-park (naturale) acquatico che possa esistere al mondo. Questo – e quant’altro ancora – riesce ad offrire lo scenario paesaggistico unico nel suo genere dei laghi e le cascate di Plitvice; visitarle, attraversarle, esplorarle, semplicemente viverle vale davvero la pena di affrontare un lungo viaggio per essere partecipi e protagonisti delle loro suggestive evoluzioni acquatiche. (di ©Andrea Perciato)

all’Avvocata (costa d’Amalfi, monti Lattari)… un’impegnativa ascesa da Maiori

alla scoperta di una delle montagne “simbolo” delle popolazioni della costa d’Amalfi. Quel monte Avvocata col suo bianco Santuario dedicato alla Madonna, fulcro di fede e pellegrinaggi soprattutto per gli abitanti di Maiori e Cava dei Tirreni.

Tra devozione, curiosità e natura, questa volta si propone di salire al Santuario dell’Avvocata proprio dalla cittadina costiera di Maiori; un lungo (e non semplice) percorso, questo, che si sviluppa tutto in ripida ascesa. Siamo nel centro di Maiori, lungo la via principale, in quel dedalo di viuzze, rampe e androni nascosti, tra bianchi edifici, corti adombre, portali e archi rampanti, supportici, muretti con piastrelle in cotto e abbelliti da geometriche raffigurazioni in ceramica, e in appena pochi minuti… si viene proiettati nel verde della boscaglia.

Così, continuando tra alti muri di sostegno che accolgono i terrazzamenti su cui si coltivano – in simbiosi – la vite che si alterna al limoneto, il percorso continua in elevata pendenza lungo gradoni in pietra spesso “sistemati” con cemento. Due tronconi di una cremagliera, per trasportare generi di necessità alle abitazioni isolate lungo i ripidi pendii, determinano una ripida gradinata in cemento fino a che questa termina e comincia un sentiero che serpeggia prima attraverso terrazzamenti (formati da vigneti e limoneti) e poi va sviluppandosi su viva roccia.

I ruderi di una prima cappella che s’affaccia su un suggestivo scenario paesaggistico, offre insolite visioni panoramiche lungo una sky-line davvero unica; Maiori, Ravello e la costa a occidente, con la linea di costa del golfo di Salerno a oriente. Si cammina tra una copiosa macchia mediterranea caratterizzata da infiorescenze coi vivaci colori viola, lilla e ciclamino; alzando lo sguardo, di tanto in tanto si scorge dalla copiosa coltre boschiva, il profilo del Santuario. Il rumore di un torrente che produce salti e cascate, fa da cuscino ai cinguettii dei passeriformi e al gracchiare di corvi e falchi pellegrini; per un lungo tratto il sentiero viene affiancato dai resti di una vecchia condotta in terracotta che captava le acque sorgive per condurle a valle tale da poter irrigare i sottostanti terrazzamenti.

Giunti in località Santa Maria, qui compare l’enorme corpo di una fattoria che sicuramente doveva essere di pertinenza del Santuario. Per una gradinata si superano prima i ruderi di un’antica fornace (calcara) e si perviene alla fonte dell’Acqua del Castagno. Successivamente una croce isolata s’impenna dall’alto di una rupe e si attraversa una copiosa foresta (composta da lecceta, acereta, pineta) dove le ombre, generate dai raggi di sole che perforano il fogliame, creano effetti davvero carichi di suggestione. In breve, dopo aver superato un incrocio di sentieri, si giunge alla grotta delle “soppressate” (cioè dei salami) dai particolari costoloni simili ad insaccati messi lì ad essiccare; qui un altro altare ci ricorda la devozione che le popolazioni locali mostrano verso la Madonna. Questa grotta si affaccia sull’orlo di impressionante burrone, proprio nel luogo di cui narrano le storie locali che da qui il fuggiasco brigante Matteo Salese, si gettò nel vuoto per sfuggire alla cattura dei gendarmi.

Uscendo dal bosco, finalmente giunti agli 827 metri della rupe di monte Mirteto, da cui si erge il Santuario dell’Avvocata; l’istinto ci spinge subito a volgere sulla sinistra e andare alla ricerca della grotta miracolosa. Per un cancelletto si scende così, finalmente, all’interno della grotta secondo cui, come narrano il codice leggendario e la tradizione popolare, poco prima del 1485, un giovane pastore di Maiori, tale Gabriele Cinnamo, una volta giunto in cima qui, preso dalla stanchezza, si addormentò; durante il sonno il pastore fu svegliato e attratto da una misteriosa forza proprio sull’uscio della spelonca ove una colomba gli vola davanti e lo guida fin dentro la caverna al cui interno Gabriele viene attratto da uno straordinario spettacolo: gli appare la Madonna che gli chiede di erigere per lei un altare proprio in questa grotta, contraccambiandola con la “sua” protezione.

Qui termina l’ascesa al Santuario; qui si scoprono altre cose davvero molto interessanti sui luoghi di culto “mariani” presenti in Campania; qui è possibile consumare un frugale pasto: biscotti e acqua e, se colti dalla stanchezza, qui è possibile concedersi un piacevole riposo godendo dello spettacolo di un panorama tra i più belli al mondo. Tralasciamo di raccontare della festa che qui avviene dopo la Pentecoste; un gigantesco melting-pot di uomini, animali e suoni in cui le urla di giubilo che inneggiano alla Madonna si intrecciano ai forsennati ritmi delle tammorre (tamburi battenti) e delle tammurriate (tipiche ballate dell’entroterra campano), ma questa… è tutta un’altra storia! (di ©Andrea Perciato)

l’anello della Tolfa (VT), dal borgo della Farnesiana ai ruderi di Cencelle

C’è un territorio, quello dei monti della Tolfa, nel viterbese (alto Lazio) ove ancora si respirano – e si vivono – le tradizioni della Maremma; una terra ricchissima di tutto, dagli estesi campi di foraggio all’allevamento di vacche e cavalli, dalle copiose foreste agli estesi pascoli, dagli intensi profumi ai forti sapori, dal sacrificio di uomini e donne che portano sul volto i “segni” del lavoro in una terra che offre tanto ma che, spesse volte, risulta essere così severa.

Allumiere, ha una bella piazza sbilenca ove il signore del tempo, proveniente dalla vicina Siena, portò qui le suggestioni del “Palio” rievocando i fasti della gloriosa tradizione senese in questa fetta di territorio tra i monti. Già fin dall’antichità queste terre venivano solcate da tribù nomadi etrusche e questa parte di territorio, racchiusa tra i monti della Tolfa e la Valle del Mignone, sono i confini naturali di questa terra in cui si estraeva l’allume (da cui il nome del centro). Fu nel 1462 che tale Giovanni da Castro scoprì i preziosi giacimenti di “alunite”, minerale che veniva estratto per produrre l’allume), materia simile al salgemma con proprietà chimico-minerali che veniva prodotta ed esportata in tutto il mondo utilizzato per la concia delle pelli e per fissare il colore sui tessuti.

Inoltrandosi verso l’interno, ad appena 10 km fuori il paese, si raggiunge il borgo della Farnesiana sorto, tra la fine del XV e il XVI secolo per volere di papa Paolo III Farnese al fine di favorire lo sfruttamento delle miniere di alunite. Questo borgo sorse in quest’area proprio per poter offrire alloggio, ricovero e sistemazione per gli operai impiegati nelle cave di alunite, favorendo loro le strutture necessarie per il sostentamento della sempre più crescente comunità dei minatori. Così, verso la fine del ‘500 qui già erano sorti un mulino, alimentato dal vicino torrente Campaccio, un forno, una tenuta agricola ed una chiesa; solo più tardi, nel XVII secolo vi fu costruito un imponente granaio. Il piccolo borgo, con lo scorrere del tempo divenne Signoria, ma fu solo alla fine della dinastia Farnese che il mulino ed il forno furono definitivamente abbandonati.

Qui è presente forse uno tra gli allevamenti più intensi dei bovini della cosiddetta “razza maremmana”, un’antichissima specie autoctona oggi a rischio di estinzione. In azienda oggi sono presenti circa 250 esemplari, che vagano sui pascoli circostanti completamente allo stato brado. Il centro aziendale oggi è composto da un pittoresco borgo medioevale apparentemente “abbandonato”, una grande chiesa in stile neogotico (ma eretta nella metà del XIX secolo) dedita al culto dell’Immacolata Concezione, e il grosso edificio dei granai.

Dal borgo della Farnesiana, parte la traccia di uno stradello che attraversa il fossato e risale per le verdi pendici dei boscosi crinali dei monti della Tolfa; un luogo spettacolare immerso (e circondato) completamente nel verde. Tra il vagare di vacche che pascolano liberamente, i profumi intensi della macchia mediterranea intrisa delle essenze aromatiche di erbe officinali spontanee usate nella cucina tradizionale locale, si esce allo scoperto lungo un crinale sassoso che offre vedute panoramiche su tutto il circondario.

Muovendosi verso settentrione, lungo piacevoli saliscendi attraverso estesi tappeti erbosi, buoni per i pascoli in cui i cavalli corrono liberamente, si raggiungono le basi di alcune falesie, palestre privilegiate per gli amanti del free-climbing che quassù vengono ad allenarsi. Gli estesi orizzonti che solcano le skye-line ovunque volge lo sguardo, offrono vedute paesaggistiche davvero molto belle, soprattutto dopo la mietitura in cui il giallo intenso dei campi di foraggio esaltano l’azzurro del cielo in tutte le sue livree. Laggiù, verso ovest, è già ben visibile la costa del mar Tirreno.

Dalle falesie della Tolfa, si discende verso il centro della valle ove si scorgono alcuni capannoni per la produzione di prodotti caseari ricavati dagli allevamenti della zona. Giù in fondo, è ben riconoscibile la traccia ove un tempo era la massicciata su cui scorreva un tratto di linea ferroviaria che collegava la costa coi centri dell’interno. Alzando lievemente lo sguardo sull’orizzonte sono già ben riconoscibili i ruderi (torri merlate e cinta muraria) dell’antica città di Cencelle (conosciuta anche come Leopoli), nucleo urbano eretto per volere di papa Leone IV nell’854 per ricollocare in questa sede, più sicura e maggiormente protetta, gli abitanti della vicina Centumcellae (l’odierna Civitavecchia).

Da un abbeveratoio si risale lungo un assolato sentiero, ben tracciato dalla presenza di animali al pascolo e facilmente individuabile (con pavimentazione basolata) che raggiunge il varco d’accesso meridionale della città fortificata. Ben visibili sono le possenti strutture turrite poste a difesa della città e che cingono la perimetrazione delle mura; mura perimetrali di antichi edifici, le nicchie e le (appena accennate) navate di una chiesa, la via principale pavimentata da grossi basoli, i sarcofagi di antiche sepolture ed altri particolari urbani sparsi – qua e là – all’interno di questa vasta area (a tutt’oggi ancora oggetto di studio da parte di campagne di scavo archeologiche), restituiscono le arcane sensazioni di quella che un tempo era una fiorente città, posta tra la costa e i monti dell’interno, importante fulcro per gli scambi commerciali tra il mare e l’Appennino.

Conoscere, e poter vivere, questa parte di Maremma laziale, val davvero la pena trascorrere qualche giorno di vacanza magari progettando escursioni ed esplorazioni per visitare e godere di così tante bellezze paesaggistiche, naturalistiche e ambientali andando alla scoperta di tradizioni e luoghi spesso fuori dalla portata dei più grossi e intensi flussi turistici. Per chi ricerca sensazioni di pace (non solo col proprio animo) e gusto per la scoperta e l’esplorazione di luoghi insoliti, Allumiere, il borgo della Farnesiana e Cencelle… fanno al caso vostro! (di ©Andrea Perciato)

9 settembre 1943 “AVALANCHE”… cercate il soldato NORRIS (Look for Private Norris)

Un viaggio attraverso le emozioni… una inedita storia mai raccontata… alla scoperta dei luoghi della Battaglia di Salerno che, con l’Operazione (in codice) “Avalanche” diede inizio, all’alba del 9 settembre 1943, alla liberazione dell’Italia dal dominio tedesco nella Seconda Guerra Mondiale.

”IN RICORDO DEL TENENTE RICHARD J. NORRIS” L’immenso arco costiero che determina il golfo di Salerno, fu teatro agli inizi del settembre 1943 dell’Operazione (in codice) “AVALANCHE” (valanga), lo sbarco alleato in Italia, preludio al D-Day in Normandia. L’orizzonte del golfo di Salerno, tra la notte tra l’8 settembre (armistizio e resa dell’Italia agli alleati durante la II Guerra Mondiale) e l’alba del 9 settembre 1943 era disseminato di tutte le specie di navi e mezzi da sbarco degli Alleati che si apprestavano a sbarcare e ad invadere (per la prima volta dopo la Sicilia e prima del glorioso D-Day) il continente per liberare l’Italia e l’Europa dalle dittature del nazifascismo. Uno spaccato di storia che ha lasciato segni e testimonianze indelebili in provincia di Salerno e nei luoghi ove sono avvenuti aspri combattimenti, dure battaglie di artiglieria campali e pesanti scontri coi carri armati per restituire la libertà e la dignità a popolazioni martoriate da anni di lutti e sofferenze.

A UN PADRE MAI CONOSCIUTO…Per comprendere quali siano state le scelte (o i doveri) di un soldato, giunto da così lontano per lasciare la sua vita su un territorio straniero e per restituire onore e dignità a un popolo (quello italiano) martoriato da una guerra non voluta, ma scelta dai governanti, basta conoscere la semplice – ed emozionante – storia di un amore sbocciato tra le quinte di un palcoscenico di un teatro e le ombre di una platea nell’Inghilterra dei primi anni ’40 che, coinvolta così violentemente nel teatro bellico della II Guerra Mondiale, aveva ben poco da offrire a coloro, soprattutto giovani, che cercavano attimi e momenti di svago e distrazione per ritrovarsi e condividere insieme le proprie emozioni. Richard J. Norris, poco più che trentenne, s’infatuò di una splendida ragazza dai capelli rossi con lentiggini sulle guance che impreziosivano il suo viso. Norris, oltre ad essere un provetto attore teatrale, era anche un capo scout. Norris si arruolò nell’esercito di Sua Maestà Britannica e con il grado di tenente, fu assegnato ai Royal Fuciliers e partì per il fronte lasciando la sua compagna in attesa di un bimbo: il loro “bambino”. Nel suo bagaglio al seguito egli aveva il “gilwell” di Chief Scout (capo scout) e, al posto della cintura militare d’ordinanza sul pantalone dell’uniforme, amava indossare il cinturone con la fibbia dei Boy-Scout inglesi.

Dopo la disfatta di Dunkerque, le campagne in terra d’Africa e la disfatta delle forze dell’Asse sul suolo sovietico, lo scenario bellico si spostò nel bacino del Mediterraneo con lo sbarco e l’occupazione alleata della Sicilia nell’estate del 1943. Ma la grande operazione (il principale obiettivo) nei disegni dei comandi Alleati era l’invasione della penisola italiana e, risalendo la penisola, l’avanzamento in direzione dell’Europa Centrale: ultima fermata, Berlino! Nella notte tra l’8 e il 9 settembre 1943 centinaia di piccole e grandi navi da guerra si profilavano sull’orizzonte del golfo di Salerno e con le prime esplosioni dei cannoni della Marina rivolte verso la costa, ebbe così inizio l’operazione di sbarco denominata in codice “AVALANCHE” (valanga)…

D-DAY + 4 PRESSO SANTA LUCIA IN BATTIPAGLIA AVVENNE CHE… A 4 giorni dallo sbarco (il 13 settembre 1943) il ten. Norris, alla guida dei suoi uomini sferrò un attacco e conquistò la posizione del Borgo di Santa Lucia, attestandosi a controllo di un importante incrocio stradale per lo smistamento di uomini e mezzi giunti dalle spiagge dello sbarco e diretti verso l’interno. Ma quattro giorni dopo lo sbarco, nei pressi della borgata di Santa Lucia, appena nelle campagne vicino a Battipaglia, l’improvvisa incursione alle prime luci dell’alba vide l’irruzione di una camionetta (la Kübelwagen della Volkswagen) tra le case e i campi seminando panico e terrore tra i militari inglesi procurando non poche vittime ai Royal Fuciliers. Il lieutenant Norris (col “tartan” al collo), mandato in “missione” (con altri capi scout americani, canadesi, australiani, neozelandesi, ecc.) per aiutare la risorgenza dello scoutismo in Italia, fu ferito gravemente; dopo qualche ora… egli morì! Nel frattempo, in Inghilterra, nacque suo figlio John Norris, oggi ingegnere capo delle Red Arrows, la Pattuglia Acrobatica inglese della RAF (Royal Air Force).

60 ANNI DOPO… nel 2003!Faccio la conoscenza di un signore alto, con coppola rossa delle Red Arrows in testa e pieno di entusiasmo, velata da comprensibile emozione, mi racconta la sua storia privata alla ricerca di un padre mai conosciuto e morto in guerra; quella di un figlio nato mentre il papà moriva lontano. Per tutta la sua vita John è andato sempre la ricerca di conoscere ove erano i resti del proprio genitore e, dopo aver raccolto numerose testimonianze, la pista lo ha condotto qui in Italia, nel cimitero di guerra a pochi chilometri dal Salerno. Raccolgo la sua incredibile storia e mi impegno ad aiutarlo nel ricercare la tomba ove è sepolto il suo caro papà. Per mancanza di tempo John fu costretto a rientrare in patria, lasciando a me il compito di continuare la ricerca di suo padre soldato (e capo scout); impegno che prontamente ho mantenuto fino alla ricerca della lapide di suo padre. Avvertito del positivo esito della ricerca, per contingenze logistiche non poteva lasciare l’Inghilterra, ma si ripromise che m’avrebbe contattato in ogni modo, offrendomi anche del denaro (da me prontamente rifiutato), come ricompensa per averlo aiutato nella ricerca dell’ultimo posto ove giaceva il corpo di suo padre Richard.

Chi percorre la Strada Statale 18 che da Salerno conduce a Battipaglia non può fare a meno di notare il cimitero di guerra del Commonwealth disposto al lato dell’importante arteria. In esso sono sistemate, secondo il tipico (e ordinato) stile dei cimiteri di guerra, le tombe di 1846 soldati inglesi, canadesi, indiani, sudafricani e neozelandesi che persero la vita a Salerno, o nelle sue vicinanze, durante la seconda guerra mondiale. Tra questi vi è il tenente Richard J. Norris (sepolto nel cimitero militare alleato di Montecorvino Pugliano SA) dei Royal Fuciliers dell’esercito di sua Maestà Britannica.

Trascorsero due mesi da questa in credibile e commovente storia vissuta da protagonista “a margine” quando… il postino, bussando al campanello, mi consegna un pacchetto che giunge dall’Inghilterra. Dal mittente scopro subito che trattasi dell’ing. John Norris che, mesi prima, avevo aiutato nella ricerca della tomba del papà: al suo interno una fibbia dei Boy-Scout inglesi lievemente consumata dal tempo. Immaginatevi lo stupore che mi ha preso (e reso felice) quando ho avuto tra le mani un così preziosissimo cimelio che per me vale doppio: appartenuta ad un soldato che ha immolato la propria vita per salvare il mondo dalla dittatura del Nazifascismo e da un capo scout in “missione speciale” (*evento storico poco conosciuto, parlerò di questo in altra occasione!) per aiutare a rinascere lo scoutismo in Italia abrogato dalle leggi fasciste.

Il mio ricordo dell’Operazione “AVALANCHE” è questo; come nel celeberrimo film di Tom Hanks “Salvate il soldato Ryan” il capitano Miller perde la sua vita, restituendo alla vita il soldato Ryan; qui in Italia, dopo 60 lunghissimi anni, ho ritrovato anche io il caduto in guerra contribuendo – in parte – a far ricongiungere un legame familiare e restituirlo all’affetto dei propri cari, aver ricolmato un vuoto che per decenni sembrava impossibile. Onore al tenente (e capo scout*) Richard J. Norris, il tuo sacrificio non è stato vano!

(di ©Andrea Perciato) Tutti i riferimenti a persone, luoghi e altro sono la diretta e autentica testimonianza da me raccolta durante la permanenza a Salerno dell’ing. John Norris, figlio del defunto lieutenant Richard, sepolto nel War Cemetery di Montecorvino Pugliano (SA).

costa d’Amalfi (SA, Italy), per le “Rue del Ducato”… da Atrani a Pontone!

ATRANI, uno tra i più piccoli territori comunali della Costiera Amalfitana, racchiusa nel vallone in cui scorre il torrente Dragone e nascosta tra le irte pareti di roccia calcarea, è stata l’antica sede della “Università dei Duchi” fin dal tempo della Repubblica Marinara di Amalfi, ove venivano preparati ed educati i nuovi nobili delle potenti famiglie amalfitane. Il paese è conosciuto per le sue caratteristiche abitazioni affacciate sul mare ubicate sotto gli archi su cui scorre la strada costiera e prospicienti alla sua piccola e silenziosa spiaggetta.

Proprio qui, dalla sua piazzetta principale, il termine naturale della Valle del Dragone, parte questo interessantissimo itinerario che, penetrando verso l’interno, porta a condurre fin sopra il promontorio montuoso della zona detta del monte Aureo/Castello, conosciuto anche come promontorio di Scalella. Superati un arco con l’orologio si transita all’interno della cittadina ove, tra silenziosi cortili e profumati giardini, si lavora ancora alla “salatura” a mano del pesce azzurro appena tirato su dalle reti e sistemato o nelle canestre oppure stipate in giare di terracotta.

Immediatamente fuori dell’abitato, verso il suo interno, scopriamo un susseguirsi di incantevoli scorci paesaggistici e vedute panoramiche poco conosciute dal turista di passaggio che si contenta della costiera solo dalla strada: strapiombanti pareti rocciose a picco sopra le nostre teste; pinnacoli e stalagmiti di forma calcareo-erosiva; coltivazioni a terrazzo di agrumi, vigneti e frutteti; una incredibile esplosione di verde e di candidi toni cromatici riflessi sulle facciate delle case intonacate a colori pastello.

Proprio in fondo al borgo marinaro, nel suo interno,  inizia una lunga serie di gradini e scale che portano ad inoltrarsi verso la testa del vallone, lungo la sua sinistra orografica. Il sentiero costeggia quelli che fino ad alcuni decenni fa erano i mulini che funzionavano sfruttando la forza motrice generata dalle acque del torrente Dragone e che, macinando le gramigne provenienti, attraverso gli impervi sentieri di montagna, dalla fertile pianura dall’agro nocerino sarnese, producevano le famose “paste alimentari” dette di Atrani, conosciute in tutto il Mediterraneo fin dall’epoca medioevale.

Alcuni di questi mulini, si trovano oggi in uno stato di totale abbandono e ne sopravvivono, là dove la natura lo ha reso possibile, i ruderi che di tanto in tanto compaiono dalla fitta vegetazione; altri mulini, invece, pur conservando la loro integra struttura, vengono oggi sfruttati dai contadini e dagli agricoltori della zona come depositi per i loro attrezzi da lavoro o, come nei casi più singolari, ricoveri per animali tipo stalle, porcili, conigliere e pollai.

Superati una Chiesa intonacata di rosso e dedita al culto della Madonna dell’Avvocata, il cammino trova a dover affrontare una serie di tornanti che tagliano l’erto pendio e permettono di guadagnare quota attraverso frutteti e limoneti. Un po’ prima di raggiungere le vicinanze della rotabile che conduce dalla Costiera a Ravello, il sentiero devia sulla sinistra scendendo verso un ponticello (oggi realizzato con rifiniture in pietra squadrata ed a forma di schiena d’asino) che permette il passaggio sul torrente Dragone nei pressi di una cascatella.

Superati il ponte, si risale fra i gradoni incassati nella roccia dirigendosi verso la località detta Pontone. In questo tratto del cammino il sentiero prosegue aprendosi con ampie vedute panoramiche sulla Valle dei mulini e su Atrani, attraversando una rigogliosa natura formata da varie infiorescenze in cui si riconoscono, oltre agli agrumeti sistemati su terrazzamenti, anche la macchia mediterranea (ginestre) ed il singolare fiore d’acanto (quello disegnato sui capitelli corinzi) bianco e profumato.

Poco prima di giungere al bivio per Pontone però, si devia sulla sinistra e, per una ripida gradinata, si perviene ai ruderi di un antico maniero medioevale (presenza di un portale in pietra e resti di una muratura merlata). Attraversati la porta di settentrione della cinta muraria si prosegue e poco più avanti, si giunge presso una piccola sella circondata da una fittissima pineta (presenza di una fontanella). Da qui si possono notare, verso Nord, i grappoli di case dell’abitato di Scala degradanti su terrazzamenti di terreno, ed in particolar modo, i ruderi (abside e mura perimetrali) di quella che era la possente Basilica di S.Eustachio (XII secolo).

Dopo una serie di gradinate si attraversa la pineta del promontorio di Scalella, e tra questi alberi (pini, cipressi, limoneti e orti) si aprono splendide vedute panoramiche su alcuni tra gli scorci paesaggistici più belli dell’intera costiera: il monte Avvocata che precipita verso il mare a ridosso di Capo d’Orso; lo sperone di Ravello con gli incantevoli giardini di Villa Cimbrone; il verde intenso degli agrumeti sistemati ad anfiteatro e degradanti lungo la montagna di Ravello. Giunti a ridosso di una terrazza circolare che funge da Belvedere (275 m), questa viene considerata un importantissimo punto da cui si possono ammirare contemporaneamente i panorami aerei di Atrani, ad Est, e di Amalfi ad Ovest.

Poco sopra, nelle vicinanze, nascosti dalla vegetazione della fitta pineta, sono presenti i resti murari di antiche cisterne (o vasche), risalenti all’epoca del Castrum Scalellae, per la raccolta dell’acqua piovana. Volgendo lo sguardo proprio sotto di noi, si possono ammirare i resti della Torre dello Zirro ( del 1294). Circondato da un alone di mistero questo antico maniero medioevale, che con le sue mura merlate e i camminamenti, posto a cavallo sullo sperone roccioso che divide gli abitati di Atrani ed Amalfi, è stato, per secoli, protagonista di una leggenda poco conosciuta. Si racconta, infatti, che tutti gli occupanti che si sono succeduti ad abitare la Torre hanno dovuto subire le angherie di un fantasma, la cui anima dannata, non riuscendo a trovar pace, molestava i residenti della rocca causando, sistematicamente, danni alla struttura; e così, chiunque provvedeva al restauro dell’edificio, subiva crolli e smottamenti in continuazione.

Ritornati nuovamente al bivio per Pontone, vi è la possibilità di poter effettuare una variante a questo percorso deviando verso destra, in direzione Nord, e raggiungendo le prime case dell’abitato di Scala (altro itinerario!); ma si preferisce puntare direttamente verso il centro della borgata di PONTONE. Il circondario è una successione di terrazzamenti che – aprendosi sui valloni di Atrani e Amalfi – si rincorrono lungo ripidi declivi, e la zona viene arricchita dalla massiccia presenza di un manto vegetazionale, e questo è dovuto anche alle numerose e copiose sorgenti che sgorgano in zona. Difatti, l’irrigazione è fornita dalla captazione di queste ultime che provengono dalle circostanti alture; e l’acqua, attraverso alcuni piccoli canali scoperti, fiancheggia tutte le stradine del borgo, diramandosi nei giardini ai quali viene distribuita secondo antichissime consuetudini. Qui a Pontone s’apre, accanto alla vetusta chiesa di San Giovanni della “lana” (presenza di un fontanile!) una bellissima terrazza panoramica che offre vedute e scorci paesaggistici davvero molto interessanti.  (di ©Andrea Perciato)

lungo il “REGIO TRATTURO”… nell’alto Sannio, da Reino a Buonalbergo

Tracce dell’antico tratturo e della sua importante presenza attraverso questi territori, sono sparse un po’ dappertutto come: pietre “miliari” (con l’incisione alfanumerica RT con data) accostate al bordo della pista, arcate di ponti d’origine romana, antichi mulini, ruderi di stalle per ospitare le greggi lungo gli spostamenti, muretti di pietra a secco delimitanti i bordi dell’antico tracciato, antiche taverne di posta e sosta lungo il percorso, palazzetti gentilizi fortificati, fregi marmorei d’origine patrizia, moderne sagome di pecore in ferro posizionate in modo da identificare quell’antica autostrada verde d’origine romana, privilegiata pista per le greggi transumanti durante i loro spostamenti dai monti alle pianure e viceversa… tutto ciò in un’apoteosi di profumi e di colori.

Siamo nell’alto Sannio, in quella parte di territorio che è la val Fortore e quello su cui si va a camminare è una delle tante diramazioni del più conosciuto Tratturo Regio Pescasseroli/Candela che ripercorre, nella stessa direttrice e attraverso gli stessi luoghi, la già frequentata via delle greggi d’epoca romana. Gli incredibili paesaggi che s’aprono lungo tutti gli orizzonti visibili sono lo specchio di popoli, della stessa vita dei pastori che esprimono la civiltà rurale e contadina, testimoniando usi e costumi che si sono succeduti per secoli lungo questa “via nel verde”. Uscendo dal caseggiato di Reino si prende la pista che punta verso SE, attraverso campi che si estendo lungo ampi orizzonti prativi; un susseguirsi di paesaggi caratterizzati da macchie, campi coltivati e masserie isolate. Per leggeri falsipiani si supera contrada di Campomaggiore fino ad incrociare una prima strada per poi superarla e raggiungere – in breve – la SS 369 che conduce al vicino casale di Montedoro.

Dappertutto, intorno, i segni del tratturo sono evidenti e ben distinguibili nell’immenso oceano di verde che circonda l’intero orizzonte. La rete dei tratturi costituiva una serie di percorsi e itinerari “prestabiliti” segnato dal passaggio delle greggi e delle mandrie al pascolo con cui i pastori/mandriani hanno tramandato per secoli il rito della transumanza per ben due volte all’anno: in primavera, raggiungendo i fertili e verdeggianti pascoli d’altura dei monti dell’Abruzzo, e in autunno verso le calde e accoglienti pianure del “Tavoliere” in Puglia. Attraversare questi territori significava potersi arricchire di esperienze, poter incrementare gli incontri e poter scambiarsi informazioni e approfondire conoscenze. La transumanza lungo questi tratturi ha raggiunto l’apice tra la fine del XV secolo e gli inizi del XVII secolo

La pista che determina l’antico tratturo, appena percettibile, si distingue dal tappeto prativo per le tracce lasciate dal transito delle greggi e delle mandrie durante lo spostamento della transumanza. Generalmente la sua ampiezza misura circa 60 metri (in origine era di circa 112 metri) e si articola per una lunghezza di circa 200 chilometri. Anticamente il tratturo era largo 60 passi napoletani (= 111,11 metri) e come tutti gli altri tratturi e cosiddetti “bracci” derivanti della rete armentizia, fu ristretto, per ordine del Re (francese) di Napoli Giuseppe Napoleone, in seguito alla “reintegra” avvenuta nel periodo 1810/1812, a 30 passi (= 55,55 metri) ma che in realtà comportò una “disintegra” sottraendo circa la metà del suolo tratturale.

La pista scorre in leggera discesa proseguendo lungo il margine della destra orografica del vallone Precinella in cui scorre la percettibile traccia di un rivolo torrentizio. Percorrere oggi questo tratturo significa poter andare alla scoperta non solo di straordinari paesaggi rurali, ma anche quello di poter toccare con mano ambienti (fortunatamente) ancora incontaminati e poter vivere una “dimensione” umana che si rifà alla vita dei pastori che qui – lungo questo percorso – hanno lasciato autentiche testimonianze di tracce del loro passaggio e della loro frequentazione

Superati il ruscello si guadagna la riva opposta fino a proseguire – con piacevoli saliscendi – in prossimità della Masseria Ielardi con la presenza di un mulino. Qui, l’ampio paesaggio consente di poter osservare con estrema precisione l’importanza del tracciato sull’erba di questa autentica “autostrada verde” del passato che ha consentito non solo il transito degli animali al pascolo, ma anche i collegamenti di carovane ed eserciti che si spostavano lungo l’Appennino sulle rotte da Nord a Sud e viceversa; un’ampia via verde caratterizzata dalle “pietre miliari”, che attraversa contrade in cui regna il silenzio rotto solo dalle cicale, che sviluppa un andamento mai uguale e sempre sinuoso superando colli, crinali e valichi.

Molti studiosi ritengono che il “tratturo” ricalcasse il percorso dell’antica via Minucia, una consolare romana già utilizzata dalle legioni che da Roma dovevano raggiungere Brindisi. Ma era già frequentata in precedenza dai Sanniti perché ritenuta importante via di comunicazione per i rapporti commerciali ed economici dell’epoca ed assumeva un ruolo fondamentale per lo scambio di prodotti derivanti dal bestiame con l’intreccio di culture tra le genti che lo frequentavano. Proprio qui, a queste latitudini, l’arte dell’ospitalità ha assunto un “valore aggiunto” all’importanza di questi territori, un’accoglienza sapientemente espressa anche oggi attraverso l’acquisto di prodotti tipici locali.

Raggiunti l’ampia conca del Campo del Monaco, si perviene alla Taverna di Calise. Superati un fossato determinato da filari d’alberi, si risale leggermente per prati, masserie sparse ed aie isolate, fino a guadagnare (e superare) la rotabile in contrada Piano d’Arco. Più volte lungo i piacevoli saliscendi che riescono a superare in successione infinite serie di orizzonti mai uguali tra loro, osservando attentamente tra i cespugli ai bordi della pista, sono possibili scrutare i “miliari” (del Regno Napoletano) con tanto di lettere (R.T. = Regio Tratturo) che sormontano una data (quella della manutenzione e del controllo periodico del tratturo) affissa dai genieri borbonici.

Ancora un incrocio e ci lasciamo alle spalle la Masseria Menicozzi e – successivamente – dopo essere transitati lungo i lievi pendii di contrada Purgatorio, ancora qualche chilometro e, finalmente, si giunge nei pressi della bella Taverna di monte Chiodo, nei pressi dell’abitato di Buonalbergo. La possente struttura, posta lungo questo Regio Tratturo, si fa ben apprezzare per la sua linea costruttiva: un portale d’accesso principale ad arco a “sesto ribassato”, inserito in una facciata di pietre (calcaree) ai cui lati si evidenziano spigoli cilindrici, al piano superiore un terrazzo patronale con tre archi e al suo interno una corte caratterizzata da piani “sottani” che fungevano da stalle per il ricovero degli armenti o per il deposito di carrozze e cavalcature, mentre i piani superiori erano gli alloggi per accogliere viaggiatori e conducenti di greggi e mandrie.

Un bellissimo e riuscito recupero strutturale ed architettonico, evidenziato dal sapiente utilizzo delle materie prime offerte dal territorio (pietra, cotto e legno) ha permesso di ridare nuova vita a questa taverna, restituendole il fascino d’un tempo mai dimenticato, ed inquadrandola in un paesaggio che a tutt’oggi esprime bellezza ed emozioni, sicuro punto di riferimento non solo per la transumanza, ma anche delle decine di camminatori e viandanti che ripercorrono questo tratto per conoscere emozioni e sensazioni di come poteva essere viaggiare a quei tempi; una bella fontana, posta qui da sempre per alleviare la stanchezza ed assetarsi, offre la reperibilità di acque sempre fresche. (di ©Andrea Perciato)

Teggiano (SA)… ritorno al “Medioevo”, una città museo ove parlano le pietre

Sull’orizzonte di quella infinita distesa di verdeggianti campi che è il Vallo di Diano si erge, dall’alto di un colle racchiuso da megalitiche mura, l’antico abitato di TEGGIANO (637 m). Le sue remote origini si perdono nella notte dei tempi. In un primo momento fu indicata come TEGIA (o TEGEA, capitale della Boezia), e molti pensano che si deve ai coloni ellenici (probabilmente gli Enotri) la realizzazione dei primi insediamenti stanziati sul colle. Alcuni studiosi, invece, ne fanno risalire la fondazione (VI secolo a.C.) avvenuta per opera dei Lucani.

Fiorentissima colonia romana (Municipio), fu indicata successivamente come TEGIANUM cittadina tra le più importanti colonie dell’Impero. Una leggenda locale narra che un corriere teggianese, chiamato Marzio, benché ferito ad un piede, corse in breve tempo dalla Caput Mundi a Teggiano per recapitare un importante messaggio (una epigrafe murata tra due antiche colonne della Cattedrale ne testimonia l’accaduto). Distrutta dal principe barbaro Alarico nel 410 d.C. il suo nome tramutò in DIANUM, denominazione che fu poi, successivamente, tradotta in DIANO (da qui il nome che identifica l’intero Vallo) forse per la presenza di un tempio dedicato al dio Giano (divinità del passaggio e degli inizi a cui era dedicato il primo mese dell’anno), nome che perdurò fino alla metà dell’800. Seguirono secoli in cui il borgo fu messo a ferro e fuoco da eserciti stranieri e bande di soldati di ventura provenienti sia dal Nord che dalle coste tra cui Goti, Longobardi, Saraceni e Normanni. Giunse il Medioevo, e con esso si ebbe uno dei massimi splendori della cittadina “dianese”. Sorsero, allora, le fondamenta dell’inespugnabile roccaforte del Castello (oggi dei Macchiaroli) feudale voluto prima dai Durazzo, e concluso poi dai Sanseverino. Nel 1485 il “Castrum” fu la sede ove mosse la famosa “Congiura dei Baroni” contro il Re di Napoli Ferdinando I d’Aragona.

Oggi il paese si presenta, per chi giunge la prima volte in queste contrade ubicate tra alte montagne ed estese vallate, come uno dei più preziosi “scrigni” contenente alcuni dei maggiori tesori del mezzogiorno italiano: una concentrazione di prodotti artistici, architettonici, storici e urbanistici; di stili ornamentali e plastici che si respirano tra i vicoli stretti intorno alle antiche case, tra i silenziosi cortili dei palazzi gentilizi, tra i selciati in pietra delle stradine su cui s’affacciano gli androni finemente decorati, e portali che si susseguono in pieni e vuoti chiaroscurali ricchi di testimonianze antiche.

Preziose gemme stilistico-decorative (iscrizioni lapidee celebrative) e luoghi memori di un glorioso passato (edicole funerarie d’epoca romana, chiese bizantine) sono tesori (soprattutto archeologici), questi, che hanno avuto il loro massimo splendore durante il periodo rinascimentale, e che evidenziano innumerevoli capolavori nascosti nell’intenso labirinto del suo tessuto urbano, dietro a ogni angolo, all’incrocio con stradine “incise” nella viva roccia. Piccola città-museo e Sede Vescovile (dal 1850) ospita, tra le sue mura, l’antichissimo Seminario (del 1564) ed offre, in un’autentica cornice paesaggistica, alcuni tra i più belli e meravigliosi panorami sulle estese pianure del Vallo di Diano solcate dalle argentee acque del fiume Tanagro.

Giunti nella centralissima Piazza del Municipio (637 m), ecco comparire, sulla destra, la bellissima Chiesa (d’origine medioevale) di S. Francesco che ingloba, nella sua facciata d’ingresso, un bellissimo portale in pietra del 1307. Fu l’unica chiesa in città nella quale si continuò ad esercitare il culto durante il decennio dell’occupazione francese, periodo in cui furono decretati la soppressione della gran parte dei conventi; al suo interno conserva un bellissimo soffitto a cassettoni del 1745 interamente dipinto con le “scene” raffiguranti la vita del Santo di Assisi.

Proseguendo lungo la centrale Via S. Cono (in direzione S), e prima d’incunearsi nell’imbuto del centro storico, sulla destra si prospetta la facciata posteriore della Cattedrale intitolata a  S. Maria Maggiore. Aperta al culto nel 1274, nei secoli successivi ha subito numerosi “rifacimenti” sia strutturali che ornamentali. Infatti, in seguito al sisma del 1857, il lato che ora prospetta sull’attuale Via S. Cono (urne marmoree d’epoca romana), era l’originaria facciata d’ingresso della chiesa, accesso che avveniva per mezzo di un bellissimo portale (situato ora sul lato opposto, in Largo Duomo) attraverso un portico (oggi incorporato nel sacro edificio e da cui si alza il presbiterio). Al suo interno sono conservate numerose e preziose opere scultoree (come pulpiti, monumenti funebri, sarcofagi in pietra) e pittoriche (tele seicentesche raffiguranti scene della vita di S. Cono, protettore del paese). Verso il termine di Via S. Cono e prima di incunearsi in quel dedalo di viuzze e corti sulla sinistra, in fondo alla strada, appare un portico: la Loggia dell’Antico Seggio (XV secolo), luogo in cui era ubicato il “Sedile” della città (oggi fontana pubblica).

Entrati nel cuore del borgo, poche decine di metri più avanti (direzione S) sotto un portico si apre, a sinistra, la Chiesa di S. Andrea. Vuole la tradizione che essa sia stata edificata sui resti di un preesistente tempio pagano. Da notare, al suo esterno, alcuni frammenti ornamentali in stile classico e il campanile che poggia sul portico, sotto cui passa l’antico “decumano major” della città.

Per una leggera discesa si perviene a Largo S. Spirito passando sotto la Porta dell’Annunziata (antico accesso alla città). In origine sulla porta sorgeva una cappella, i cui resti sono riscontrabili nelle attigue sistemazioni edilizie come l’Ospedale (ora civile abitazione) di S. Spirito del 1601. Superati la storica porta, si arriva nella pittoresca piazzetta della  SS. Annunziata posta poco oltre la cinta muraria d’epoca medioevale. La Chiesa (XIII secolo), d’origine benedettina, si preannuncia con una gradinata sormontata da un portico (con tre arcate); al suo interno un polittico del ‘500 e altri piccoli affreschi cinquecenteschi adornano la bellezza del sacro edificio. Rientrando al di qua delle mura si è nuovamente nell’antico abitato e, attraverso le Rampe di S. Angelo, si giunge ad una tra le più vecchie chiese di Teggiano: la Chiesa di S. Michele Arcangelo, al cui interno sono conservate un’antichissima cripta (presenza di affreschi) ed alcuni capitelli in pietra a “motivi” zoomorfi.

Si continua ora (direzione N), spostandosi sempre in quel fitto labirinto formato dai vicoli, alla ricerca degli spazi più aperti ove poter guadagnare un po’ di luce; ed ecco che si giunge in uno slargo adiacente il Monastero delle Benedettine. Il Convento di S. Benedetto è uno dei complessi monumentali più importanti della città e la sua adiacente Chiesa contiene uno tra i più bei portali, evidenziato da interventi decorativi in stile barocco; un altro bellissimo portale (di matrice romanica) permette di accedere direttamente al Convento. Sul retro di S. Benedetto s’apre (verso oriente) un’ampia piazza (IV novembre) alla cui destra si prospetta la bellissima facciata della trecentesca Chiesa di S. Pietro. Eretta forse sui resti di un tempio dedicato a Esculapio (dio della medicina), il suo bel porticato d’accesso in stile romanico presenta decorazioni e rilievi marmorei raffiguranti santi e profeti; al suo esterno, frammenti lapidei (leoni marmorei) d’epoca romana. Oggi, non più aperta al culto, il suo interno ospita il Museo Civico d’Arte Medioevale (Museo Diocesano).

Alle spalle di S. Pietro si apre il Largo S. Agostino su cui, dall’alto di una gradinata, s’affaccia la Chiesa (con annesso un edificio Conventuale) di S. Agostino eretta nel 1370, come testimonia un’epigrafe del suo portale; al suo interno sono presenti una serie di tele (del ‘600/‘700) e due altari (XVIII secolo) in pietra locale (marmi policromi intarsiati). Adiacenti alla fabbrica vi è un pittoresco Chiostro (XV secolo) dalle volte affrescate raffiguranti la vita, la figura e l’opera del Santo. Sul lato occidentale della Piazza IV novembre, prospetta l’imponente edificio del Seminario (1564). Tra i più vetusti d’Italia, è stato per secoli un floridissimo centro sia culturale che spirituale della Campania e, più in generale, dell’intero Mezzogiorno. All’interno di esso sono possibili riconoscere elementi ornamentali che risalgono al ‘500 come un architrave poggiato su colonne, il pozzo del cortile e il portale d’ingresso in marmo. Completa la sua magnificenza l’immensa Biblioteca che conserva antichissime pergamene e quasi cinquemila volumi. Nelle adiacenze del Seminario vi è la rinascimentale Chiesa di S. Martino; un incendio la distrusse nel(1820). Il suo accesso avviene attraverso un portico a tre arcate poggiate su colonne, mentre l’interno ospita alcune monolitiche colonne e un coro ligneo in stile neoclassico.

Riprendendo il cammino (direzione N) si attraversa lo stretto Vico Seminario fino a sbucare nella Piazza dei Mori da cui parte, sul lato opposto, un altro vicoletto che immette in Largo SS. Pietà e su cui prospetta il bellissimo accesso alla Chiesa della SS. Pietà. L’ex edificio conventuale si presenta con un’enorme gradinata che termina con un portico a tre arcate sotto cui s’affaccia un interessante portale marmoreo, nella cui “lunetta” è raffigurata la Pietà (un bassorilievo del 1476) e la cui porta, in pregiata fattura lignea (decorata a formelle), viene delimitata da fregi e leoni stilofori. Una volta era Convento dei Frati Minori Osservanti e conserva, al suo interno, un pittoresco Chiostro che richiama, nel modulare disegno degli archi poggianti su colonnine (tortili) in stile romanico, una cultura decorativa del tardo ‘400, le cui volte sono impreziosite da affreschi. Dal Largo della SS. Pietà ci si muove (direzione W) verso il centro del paese. Prima di giungere alla spianata su cui sorge il Mastio compare, sulla destra, la piccola chiesetta di S. Antuono dei “Carboni” (Abate!). Di antichissime origini la sua costruzione risale, probabilmente, a prima dell’anno 1000. La sua facciata ingloba il campanile mentre in basso, a destra, vi è il portale d’accesso contenente, nella parte superiore, una lunetta affrescata.                

Concludiamo questo itinerante giro del borgo di Teggiano andando a conoscere uno dei suoi simboli più famosi: il Castello Feudale. Discendendo per Via S. Antonio dei Carboni, ecco comparire gli alti muraglioni che cingono il Castello. Si volge a sinistra e si discende per la Strada del Castello che immette, a destra, nella Via Umberto I da cui si accede nel quattrocentesco Castello Macchiaroli. Eretto dal Re di Napoli Ladislao di Durazzo nel XV sec., assunse un importantissimo ruolo nelle vicende storiche dell’Italia Meridionale. La sua entrata principale immette in un bellissimo cortile con un pozzo in pietra; per accedere alle sale, invece, si transita su un elegante scalone in pietra. Esternamente i suoi bastioni seguono uno schema ad andamento poligonale chiuso (negli angoli) da torri cilindriche. Negli ultimi tempi, nella storica “Sala dei Baroni” sono state ospitate le riunioni dell’Amministrazione comunale Teggianese e diversi eventi o manifestazioni culturali. (di ©Andrea Perciato)