ORVIETO (TR)… quando il “culto” per i defunti valorizza la bellezza dei luoghi

Se per qualche ora, desiderate immergervi e provare l’ebbrezza di trovarsi proiettati indietro nel tempo di oltre 2500 anni fa, non c’è che da recarsi ad Orvieto, quella splendida cittadina medioevale eretta sulla sommità di una poderosa rupe tufacea, alle cui basi giace – nel misterioso e perpetuo silenzio di millenni – una particolare necropoli etrusca.

La Orvieto “turisticamente” più conosciuta per le sue splendide bellezze storiche, artistiche e architettoniche, colme di preziosi tesori stilistico decorativi e religiosi, una su tutte la splendida facciata mosaicata del suo Duomo del 1290, accoglie il visitatore in un’aurea di magnificenza che stuzzica la curiosità, incrementa la voglia di scoperta ed eleva sia l’animo che lo spirito. Ma è proprio qui che si esalta quella parte più intima che fin da fanciulli ci ha sempre affascinato spronando le nostre curiosità adolescenziali sollecitate dal gusto della scoperta e dall’adrenalinico desiderio dell’esplorazione – un po’ come i moderni archeologi/avventurieri in stile Indiana Jones – che conduce tutti noi ad approfondire la conoscenza di questi luoghi andando a visitare le “dimore dei defunti” di matrice etrusca realizzate proprio alla base della mole tufacea…

Sotto la rupe della città di Orvieto, si trova una vera e propria chicca archeologica: la Necropoli Etrusca. Un buon percorso, opportunamente segnalato, conduce seguendo le pendici della rupe fino a scendere a valle, proprio in prossimità della necropoli; un antichissimo luogo in cui si esalta la “sacrale” devozione per i defunti risalente al periodo degli Etruschi. Proprio camminsndo a piedi, in pochi minuti, tramite un buon sentiero (necessita informarsi per l’accesso, poiché spesso è chiuso) che scende dalla cittadina, si raggiunge la necropoli etrusca. La Necropoli del Crocifisso, che risale al VI secolo a.C. e prende nome da un “crocifisso” cinquecentesco scolpito nel tufo e conservato in una cappellina sottostante la zona di San Giovenale, fu scoperta nell’Ottocento; essa rappresenta un prezioso e straordinario documento storico sulla cultura e sulla civiltà degli Etruschi.

Ciò che principalmente caratterizza questa necropoli è la sua organizzazione architettonica degli spazi, il suo impianto urbanistico. Difatti le tombe sono tutte raggruppate in isolati (insule) e costituite da camere, per lo più singole, a pianta squadrata (rettangolare). Le piccole tombe dette a “camera”, tutte realizzate in blocchi squadrati di tufo, si mostrano allineate lungo le principali “vie sepolcrali”. Su ogni tomba della necropoli sono ancora possibili leggere lastre in tufo con inciso (scolpito a mano) il nome di appartenenza della famiglia etrusca a cui apparteneva il defunto. Girovagando per i suoi cardi e decumani la necropoli affascina per il suo aspetto di intima sacralità e restituisce arcane suggestioni lasciando scoprire al visitatore, poco alla volta, quali potevano essere i rituali delle sepolture di un tempo.

Le tombe (la maggior parte tutte a camera), interamente realizzate in tufo sono quasi tutte accessibili, sono quasi tutte accessibili e ci si può entrare usando la massima cautela; al loro interno le camere si presentano fredde, umide, spoglie, prive di affreschi con le pareti ricoperte dal muschio, ma sono estremamente interessanti per la loro forma costruttiva realizzata (nel senso coperta) da una volta acuta chiusa al centro. Continuando a camminare (fare attenzione ai rovi e ai blocchi sconnessi; è consigliabile utilizzare apposite scarpe da escursionismo) ci si rende veramente conto di come gli etruschi furono abili costruttori nell’edificare le proprie dimore sepolcrali, la maggior parte delle quali sono ad una camera sola (i più ricchi e agiati, invece, si potevano permettere tombe a due camere colleganti tra loro) , due “banchine“ (giacigli) ove deporre i defunti e, sopra la porta di ingresso, poter scolpire (oggi ancora ben leggibili) le scritte che lasciavano identificare il nome del titolare della tomba, il ruolo che ricopriva in vita o quello della famiglia a cui esso apparteneva.

Recarsi ad Orvieto e limitarsi a visitare solo il suo centro storico, non risulta essere sufficiente per una scoperta totale delle bellezze in essa contenute; approfondire la conoscenza delle sue peculiarità più significative, quelle autenticamente più intrinseche non espressamente raccolte nel suo impianto urbanistico e – spesso – poco conosciute e frequentate, è come se mancasse “qualcosa” alla scoperta delle nostre radici più intime. Orvieto, oltre allo splendido Duomo e al singolare Pozzo di San Patrizio, la Necropoli etrusca non può essere ignorata! (di ©Andrea Perciato)

Firenze… tra arte, colori, profumi ed emozioni perse nel tempo!

Riesce un tantino audace parlare di Firenze, di questa meravigliosa città che ho imparato a conoscere studiando sui libri di Storia dell’Arte Italiana (Carlo Giulio Argan) le cui pagine ho consumato fra tratteggi di matite e appunti… Passeggiare tra le sue vie, strette e adombre quelle del centro storico, ma ricche della presenza di ottimi locali come le tipiche trattorie, bar e pub con tavolini lungo gli stretti marciapiedi e le tradizionali botteghe artigiane che – alternandosi – rievocano i gusti, i sapori, i saperi e i mestieri (pellame, ceramiche, cuoio, cornici, antiquari) di un tempo, è un viaggio che vale davvero la pena vivere!

Qui il tempo sembra davvero essersi fermato… Rivedere la storia dell’arte, toccarla quasi con mano, assaporarne l’essenza è – credetemi – una tra le sensazioni più belle mai provate! Attraversata dal fiume Arno, la cui furia – nel novembre del 1966 – causò danni, lutti e distruzioni con l’esondazione delle acque, è divisa in due parti ben distinte; una raccolta tra le bellezze storiche, artistiche e architettoniche del suo centro storico; l’altra (extra-moenia) con le sue bellezze naturalistiche e paesaggistiche di giardini terrazzati, fortezze e camminamenti che fanno di Firenze una città dove sognare non è affatto proibito!

Scendendo dai “Giardini di Boboli” considerati l’autentico cuore verde della città, splendido esempio di giardino all’italiana, voluto dai Medici, esso sale lungo la collina di Boboli riuscendo ad offrire una incredibile e spettacolare vista panoramica dall’alto su tutta la città; dal 2013 sono Patrimonio UNESCO. Si raggiunge la sponda sud dell’Arno e si attraversa il “Ponte delle Grazie” che consente di entrare nel cuore del centro storico della città. La bellissima cortina di palazzi qui eretti tra il XV e il XVI secolo, alcuni dei quali con le facciate finemente affrescate e ornati di decorazioni, caratterizza il lungo rettilineo di Via dei Benci.

Quasi per incanto s’apre, sulla destra, l’ampia piazza su cui s’affaccia la “Basilica di Santa Croce” che al suo interno contiene affreschi di Giotto e le tombe di artisti del calibro di Michelangelo e Galileo. Da Piazza Santa Croce, la strada (ora conoscouta come via G. Verdi) continua sempre verso il centro fino ad incontrare, sulla sinistra, la sbilenca piazzatta Salvemini, ricca di locali e bistrot; per la via che sale a destra, la fetta di cielo consente di aprire uno scorcio sull’imponente “Cupola” del Brunelleschi (del XV secolo, la più grande del mondo) che sormonta la Cattedrale di Santa Maria del Fiore.

Proseguiamo risalendo la stretta via che attraversa il Borgo degli Albizi, fino ad incrociare (e prendere sulla destra) Via del Proconsolo per sbucare – definitivamente – in Piazza del Duomo, nel suo angolo di SE, proprio alla base della gigantesca cupola. Qui la presenza di numerosi locali invita a fare una piacevole sosta per godere dell’incanto di così tante bellezze artistiche. Piazza del Duomo può essere considerata, a tutti gli effetti, come un museo a cielo aperto laddove la bellezza del rinascimento si esprime in tutta la sua maestosità; tanti elementi geometrici, artistici e architettonici, sapientemente incastrati in una cornice paesaggistica davvero unica.

E poi come si fa a non rimanere incantati dalla spettacolarità della monumentale facciata del Duomo incastrata in un tessuto/reticolo visivo di perfette geometrie affiancata dal bellissimo “Campanile di Giotto” che s’impenna, coi suoi 85 metri di altezza e i 15 metri di larghezza,  alternandosi tra policrone decorazioni marmoree che si rincorrono dal bianco all’ocra, dal rosso al verde esaltando una costruzione considerata la massima perfezione della geometria. Davanti alla facciata del Duomo si erge il caratteristico Battistero di San Giovanni dove il marmo esalta la monumentalità dell’edificio religioso; da non perdere di vedere la “Porta del Paradiso”.

Da Piazza del Duomo, per una lieve variante si entra nel Borgo di San Lorenzo fino a raggiungere il sagrato della Basilica di San Lorenzo. Questo luogo di culto in passato è stata la vecchia cattedrale della città, mentre oggi è facilmente riconoscibile per la sua ruvida facciata rimasta incompiuta. Ed è proprio all’interno di questo quartiere che si esprime al meglio la presenza dei Medici a Firenze, quella Firenze fatta di popolani e mercanti, di commercianti e uomini d’affari. L’area che ruota intorno al Mercato Centrale offre la possibilità di fare shopping curiosando tra le bancarelle di oggettistica varia e produzioni artigianali in cuoio tra borse e giubbini in pelle.

Si fa sera… e ritornando nuovamente in Piazza del Duomo, ci dirigiamo alla scoperta e conoscenza di quell’intricato dedalo di vicoli, strette rampe, corti appena baciate dalla luce diurna che caratterizzano il quartiere a sud della Cattedrale e che mena verso quel punto da cui si erge la torre “merlata” di Palazzo della Signoria. Eccoci così giunti in “Piazza della Signoria” consoderata il centro pulsante della vita civile e sociale dell’intera città. La Piazza della Signoria è il “cuore” della Firenze storica, laddove ad ogni ora del giorno e della sera si incrociano e si affollano centinaia di persone (turisti in gran parte), i fiorentini la attraversano a passo sostenuto. La piazza geomentricamente ha assunto la forma di “L” su cui si affaccia uno degli edifici simbolo della città: “Palazzo Vecchio”.

All’interno della Piazza della Signoria, spicca la statua equestre in bronzo di Cosimo I de’ Medici del 1594. Appena all’angolo, sullo spigolo NW del Palazzo sgorga la grandiosa “Fontana del Nettuno” (del XVI secolo) con sculture marmoree del Nettuno e cavalli marini. Eccoci, infine, di fronte alla monumentale facciata del trecentesco Palazzo Vecchio, che oggi accoglie il potere amministrativo della città. Ma prima di entrare al suo interno, proprio accanto all’ingresso troneggia la statua (copia marmorea) del “David” di Donatello, mentre varcata la soglia d’ingresso, ci accoglie un chiostro riccamente affrescato in ogni suo angolo dalle riproduzioni panoramiche (a “volo d’uccello”) di città e capitali dell’antico continente Europa; il suo interno è visitabile e spicca, su tutto, il Salone dei Cinquecento.

A lato della facciata di Palazzo Vecchio, c’è la “Loggia dei Lanzi”, antico edificio cerimoniale del ‘300 , una galleria a cielo aperto che al suo interno contiene sculture bronzee e marmoree che vanno dal mito di Ercole e Nessuno, al Perseo con la testa mozzata di Medusa realizzato nel ‘500 dal Cellini. Eccoci finalmente sbucare nello spettacolare (e stretto) Piazzale degli Uffizi, la cui Galleria è uno dei musei più visitati al mondo. Fondata nel 1581 dai Medici al suo interno sono raccolte di collezioni di opere di artisti (pittori e scultori) che hanno operato dal XII al XVIII secolo, come Giotto e Botticelli, Raffello, Michelangelo e tanti altri ancora. Lo stretto cortile è caratterizzato, lungo le sue ali, dalla presenza di sculture in marmo dei più conosciuti e famosi artisti che hanno opere presenti all’interno della Galleria.

Ed eccoci finalmente sbucare sulla loggetta degli Uffizi che s’affaccia sulla sponda settentrionale dell’Arno; qui lo spettacolo serale sul fiume lascia senza respiro! I riflessi delle luci esaltano la bellezza architettonia del famosissimo “Ponte Vecchio”, (che compare poco distante a destra) e che collega le due sponde dell’Arno; il ponte viene considerato come il simbolo indiscusso della città nel mondo; da molti considerato come uno dei luoghi più romantici al mondo ove le coppie amano scrutare tra le vetrine di gioielli ed affacciarsi sul fiume potendo ammirare gli scorci paesaggistici che da esso si vedono. Il Ponte Vecchio, d’origini romane ma ultimato nel Medioevo, poggia su un basamento di tre campate di archi sul cui dorso scorre una sorta di naturale prosecuzione della strada; ai due lati del ponte sorgono decine di botteghe artigiane per la gran parte gioiellerie e oggetti d’artigianato.

Con l’immagine del tramonto visto dal Ponte Vecchio si chiude questa straordinaria “lettura” di una città davvero unica. Un giorno non basta per poterla visitare tutta ed ammirare le altre sue spettacolari bellezze che, purtroppo, abbiamo dovuto “saltare”, ma la voglia e il desiderio di ritornarci spinge la nostra fantasia a lasciare ancora aperte le pagine di quel libro di Storia dell’Arte Italiana che fin da ragazzi, ci ha completamente fatto innamorare della bellezza e dell’arte (di ©Andrea Perciato)

alla ricerca dell’oro giallo, lungo i “SENTIERI dell’ULIVO” (Caiazzo, CE)

Il nostro itinerario ripercorre un po’ la storia del fiume Volturno, alle spalle di Caserta, introducendoci in un’atmosfera del tutto particolare. L’olio, che è il protagonista assoluto (e non solo!) dei territori attraversati dal nostro cammino, è una delle più importanti piante per l’uomo di tutti i tempi.

Da ricerche storiche effettuate, si evidenzia che la varietà olivicola di Caiazzo, ossia la “CAIATHANA”, sia stata importata direttamente dalle regioni agricole dell’antico Egitto. Coltivato dalle epoche più remote nell’intero bacino mediterraneo, ha costituito nel passato una sicura fonte di ricchezza e di sostentamento per intere popolazioni. Tra le numerose varietà olivicole, una delle più conosciute è la “CAIATINA” (da Caiazzo) ove ancora oggi, questa viene coltivata nella sua zona d’origine. Il suo “aroma” risulta essere ottimo e gustoso e va a “sposarsi” per bene con ogni sorta di pasto o condimento; il suo “profumo” denso e aromatico, risulta essere unico e inconfondibile. Aiutano a conservare queste caratteristiche di alta qualità, il sistema detto di “molitura a freddo” e, quello più tradizionale, detto “molitura a pietra”, che risulta essere, in ogni caso, il migliore in assoluto. Oggi si va invece diffondendo, tra i produttori locali, una qualità ottenuta tramite raffinazione per “decantazione naturale” o, come viene più comunemente detto, per “affioramento”; sistema tradizionale questo, conosciuto fin dall’epoca romana.

Questa operazione appena descritta, comporta l’esclusione dell’ultima fase meccanica di raffinazione detta “centrifugazione”; e così facendo, si riescono a mantenere inalterati, e per molto tempo, tutti gli aromi e gli odori dell’olio. Alcuni esemplari d’ulivo ultrasecolari presentano, alla base di essi, un tronco pietrificato, divenendo così, in un certo senso, dei veri e propri “monumenti” della natura. La raccolta dell’oliva caiatina avviene tra ottobre e dicembre quando il frutto, di ottima qualità, risulta essere ancora molto polposo. Esso è soprattutto buono anche a tavola, matura presto e si riesce a raccoglierlo prima che arrivino i freddi invernali. Le olive vengono strappate dai rami totalmente a mano per mezzo della “brucatura” (dei lunghi bastoni con la punta uncinata) e le fronde più copiose si raggiungono con delle alte e sottili scale che a volte superano i 10 metri. L’oliva viene fatta cadere e raccolta su dei teli di paracadute (o reti), e poi il frutto viene separato dalle foglie tramite una meticolosa operazione che avviene, o subito sotto le piante, oppure a casa, accanto ad un camino acceso.

Il frutto, al 90% è privo di pesticidi, e questo perchè la civiltà contadina caiatina ha sempre rifiutato somministrare alle piante della zona, qualsiasi additivo chimico, preservando così, integralmente, la natura biologica del prodotto. Tutte queste operazioni portano ad una riscoperta dell’antico legame esistente tra uomo e natura; un legame che fa ritornare l’uomo verso quei valori più autentici dimenticati ormai da tempo.

Si cammina attraverso un ameno paesaggio che va ad aprirsi tra olivi, frutteti, boschi cedui ove regnano il rovere e il leccio, fino a giungere sulla strada comunale (la “nazionale” sannitica n. 87) ove appare, disteso su di uno sperone culminante con la rupe dominata dal Castello, il borgo di CAIAZZO (200 m). Abitata in epoca preistorica fu fondata dagli Osci (resti di mura megalitiche) col nome di KAHATA, detta poi KAIATIA e, successivamente, CAIATIA. Occupata dagli Etruschi (847 a.C.) e poi espugnata dai Sanniti (V secolo a.C.), fu definitivamente fedele a Roma divenendo Municipio. Più volte distrutta dai Saraceni (843 d.C.), nell’XI secolo fu occupata dai Longobardi che vi eressero il Castello. I Normanni donarono alla città le “insegne” adottate durante la Prima Crociata che divennero, poi, i simboli dell’attuale stemma comunale: una croce rossa in campo azzurro con quattro gigli d’oro, sormontati da mani congiunte, col motto “TA-PRO” (Coronata Pro Fide) e sopra, una corona reale.

L’arteria principale che attraversa il paese, è caratterizzata dalle pittoresche facciate di varie case ornate in stile rococò (‘600/’700) che vanno a creare una policroma cortina ricca di fregi, stucchi e ornati allineandosi lungo il decumano major ma, volendosi perdere in quel dedalo di viuzze, rampe, archi, cortili e giardini, la memoria storica porta subito il ricordo alle remote origini di questo sito. Tracce romane e medioevali, classiche e rinascimentali, si accavallano e si contrappongono in fregi, murature e stili architettonici. Magnifici esempi di portali in stile durazzesco-catalano sono costruiti con archi in pietra a sesto ribassato e ornati da stemmi agli angoli. Il Municipio ha la sua sede in un Convento Francescano (del XIV secolo) col pittoresco chiostro dominato dal Campanile. Bellissima è la platea prospettica offerta dal Vescovado (del 1564) che sorge nel luogo di un’antica cisterna (“impluvium”) romana, per la raccolta delle acque meteoriche, sita a 5 metri di profondità.

A due chilometri fuori dell’abitato di Caiazzo, verso oriente sorge, sui declivi di una collinetta, il paesino di SS. Giovanni e Paolo (270 m). A poche decine di metri prima dell’ingresso al villaggio, lungo la dissestata strada comunale, sulla destra, vi è la sorgente del “Formale” da cui, in epoca romana, veniva incanalata l’acqua tramite una condotta creata da tubi in terracotta, e che andava ad alimentare la cisterna posta proprio sotto la Piazza del Vescovado, al centro di Caiazzo. Di questa fonte, oggi si possono ancora ammirare gli antichi archi (in cotto) di sostegno della vasca e, per mezzo di una zattera, potervi anche accedere. Il circondario è ricco di secolari uliveti, e il cammino giunge nei pressi della Masseria Sangiovanni (224 m), unico frantoio in zona nel raggio di 20 km. All’olio prodotto in queste zone viene dato l’attributo di “vergine” e questo significa che l’essenza deriva solo dalla spremitura della polpa del frutto: l’oliva. Qui intorno i terreni delle colline presentano caratteristiche calcareo-argillose, le cui falde sono scarsamente alimentate; tutto ciò, non permette l’uso di particolari macchine agricole.

Ed ecco allora perchè questa pianta sopporta benissimo i terreni rocciosi e compatti che si presentano “poveri” e, quindi, privi di fertilità. L’ultimo tratto di questo fantastico viaggio nel regno dell’ulivo ci porta verso la piana fluviale in cui si aprono le sinuose anse del Volturno, lungo un percorso che si snoda attraverso aie, case coloniche e masserie, e dove ogni tanto spuntano dalla vegetazione, tratti di antiche vie e resti in pietra di sicura origine romana; nelle vicinanze scorre la Via Latina ove transitò Annibale quando, col suo poderoso esercito, diresse su Roma. Dalla Masseria Sangiovanni (in contrada Montemilo) ci muoviamo lungo la pista che scende verso il Vallone Grande. Superati il Rio (156 m), si devia a destra e si prende la pista che si mantiene in quota (160 m). Terreni sconnessi si presentano un po’ ovunque e tutto ciò caratterizza, in gran parte, l’intero territorio dell’ “Ager Caiatino”. Puntando verso levante si attraversano le case di contrada Calanice (273 m) e si guadagnano le verdi pendici del monte Alifano (280 m) ove, dopo aver facilmente raggiunto la sua sommità, si possono notare intorno i resti di mura con pietre poligonali che testimoniano l’esistenza di un “oppidum” (roccaforte) risalente al periodo della dominazione sannita.

Dai circostanti villaggi si attraversava quest’altura per poi scendere ai campi e alle pianure bagnate dal Volturno. In tutta la zona, la vita e la viabilità, dovevano già essere presenti in antichissima età. A giudicare dalle scoperte archeologiche effettuate nel sito, queste testimoniano che il posto era attivo almeno fino al medioevo. L’intera zona, al di là della rilevanza storica, risulta essere tra le più suggestive del territorio caiatino. La dolcezza del paesaggio viene scandita dai diversi insediamenti abitativi: case singole (con murature in pietra) sparse sui crinali; masserie isolate; aie e cortili attraversati dalle piste e dai tratturi; capanni e stalle; covoni e ovili; tutti elementi, questi, che preannunciano i silenzi, i profumi e la solitudine dei casali situati nella media valle del Volturno, posti alle pendici meridionali del Matese. Ancora oggi, nelle campagne circostanti, si lavora (anche di Domenica) con metodi tradizionali: l’erba tagliata e il foraggio vengono ancora trasportati sulle “traule”, singolari slitte trainate da bovi e cavalli che, simili a quelle delle pianure russe, scivolano lungo i pendii erbosi.

Dalle alture dell’Alifano ora, si punta giù verso la piana del Volturno (verso SE), ove si sbuca su una carrozzabile che costeggia, per un lungo tratto, la destra orografica della valle fluviale. Qui termina il nostro cammino a piedi e, per raggiungere nuovamente i grossi centri abitati basta servirsi delle autolinee pubbliche, che di qui transitano, e che in mezz’ora conducono ai centri abitati delle città sannita (a settentrione) e carolina (a mezzogiorno). (di ©Andrea Perciato)

tra fascino e mistero nella “Palude del Capitano” (S. Isidoro di Nardò, Salento, LE)

Senza ombra di dubbio è uno dei posti più suggestivi di tutto il Salento, quel tratto di costa in cui s’apre la cosiddetta Palude del Capitano situata all’interno dell’area del Parco Naturale Regionale di Porto Selvaggio (a S. Isidoro di Nardò); il luogo offre ai visitatori uno scenario a dir poco incantevole. All’interno dell’area, dalla particolare conformazione geo-morfologica, giace una vegetazione rigogliosa con diverse piante ormai rare, oltre che testimonianze dell’uomo preistorico.

Negli ultimi anni, in seguito a campagne di scavi archeologici, sono stati riportati alla luce i resti di una villa romana ed è stato ritrovato anche un antico “unguentario” colmo di monete d’argento.

All’interno della palude (di interesse Comunitaria) s’aprono diversi specchi d’acqua dolce (dovuti al fenomeno carsico delle “doline di crollo”, meglio conosciute nel dialetto locale come “spundulate”) che hanno origine dalle fredde sorgenti dalla roccia che si amalgama alle acque salate provenienti da piccoli canali sotterranei che dal vicino mare si congiungono fino all’interno della palude.

Il fenomeno del carsismo genera delle cavità sotterranee che in alcuni casi si aprono in superficie a causa dello sprofondamento (da qui il nome spunnulata) della volta della grotta. All’interno di questo specchio acquatico si mescolano l’acqua salata proveniente dal mare e l’acqua dolce della falda freatica offrendo riparo e habitat ad una moltitudine di specie ittiche come cefali e spigole che risalgono dal vicino mare attraverso le condotte sotterranee e qui crescono indisturbati.

L’incontaminato panorama cattura lo sguardo e rasserena l’animo dei visitatori che qui trovano un ambiente in cui la pace e la natura regnano sovrane. Difficile descrivere con le parole la sublime bellezza del luogo che sicuramente merita di essere visitato seppure non è facilmente individuabile.

In questo contesto paradisiaco creato dalla natura, per mezzo di una camminata di terra e pietrisco si arriva in breve alla casetta del Capitano, da cui il posto prende il nome. La leggenda locale narra di un marinaio che, ormai stanco della vita di mare, decise di costruire lungo le sponde del laghetto una casetta in cui vivere completamente immerso in un ambiente dagli scorci suggestivi, allora come oggi, incontaminati ed unici.

Tutto intorno, vicino alle spiagge di Porto Cesareo, al comprensorio di Sant’Isidoro e nelle marine di Nardò crescono importantissime piante, come la solicornia, il limonio endemico salentino e il rarissimo “Spinaporci” (Sarcopoterium spinosum). Piante che si riflettono su di un azzurro così intenso che non è semplicemente un mare, ma che è una filosofia di vita, uno stile di pensiero, freschezza e libertà, elementi che caratterizzano questo particolare luogo lungo la costa salentina del golfo di Taranto. Nonostante la Palude del Capitano sia così suggestiva, non è consentito fare immersioni, ma basta spostarsi di pochissimo per trovarsi dinanzi a una costa talmente così selvaggia e dalle acque così trasparenti che basteranno a rinfrancare e ad offrire stati d’animo e sensazioni davvero uniche.

Al centro della baietta si apre la spiaggia del Frascone, raggiungibile dal parcheggio con una breve passeggiata, un pezzo di costa che presenta sia un tratto con scogli bassi e agevoli, sia qualche metro di arenile in cui è possibile distendersi al sole. A poche decine di metri dalla riva sorge un isolotto, a cui si può facilmente arrivare facendo una bella nuotata; e il bello della zona è che consente, se ci si sposta leggermente, di trovare anfratti e luoghi perfetti per coloro che non amano la folla, ma che al contrario vogliano godere della natura impervia e selvaggia in totale isolamento. (di ©Andrea Perciato)

Parco Nazionale del Triglav (Slovenia): lago di Bohijnsky tra leggende e fiori miracolosi;

Il regno dei Sette laghi del Triglav è un paesaggio senza tempo, né confini di spazio, poichè così profonde, determinate e serie sono le forze della natura quando plasmano il suo volto e quando sceglie i suoi colori…

Il Parco Nazionale del Triglav fu proclamato tale in Slovenia già dal 1924 e comprende-va, allora, la valle dei Sette laghi del Triglav, o – come meglio conosciuta – del Tricorno. Man mano che si penetra all’interno dei territori del Parco Nazionale del Triglav, gli orizzonti assumono contorni sempre più alti rispetto alla nostra visuale.

La LEGENDA dell’AURICORNO e del FIORE MIRACOLOSO. Narra di una fiaba in cui l’auricorno, mitico animale (tra uno stambecco e un cervo) del Parco Nazionale di Triglav, fu ucciso da un cacciatore innamorato e cieco dall’avidità. La sua ferita guarì con l’aiuto di un miracoloso fiore che sboccia esclusivamente tra i monti del Triglav. La vendetta dell’auricorno fu tremenda… quella di lasciare per sempre questo meraviglioso posto e portarsi via con sé tutte le ricchezze e le bellezze naturalistiche, paesaggistiche e ambientali; ma, osservando attentamente coi nostri occhi la natura circostante, sembra essere il contrario!

Raggiungendo le sponde del lago, improvvisamente ci accoglie, sulla destra, ai margini orientali dello stesso, la pittoresca Chiesa di S. Giovanni Battista. Dalla chiesa, insieme al vicino ponte, è possibile scorgere una tra le più splendide vedute su tutto lago di Bohinj; la chiesa, che rappresenta il simbolo di Bohinj, fu costruita prima del 1300 e, successivamente, fu ricostruita e arredata con altari in stile barocco. La chiesa risulta essere tra i più begli esempi di edilizia e pittura medievale di tutta la Slovenia.

Case e masserie sparse sono distribuite sui densi e copiosi tappeti di prati verdi che circondano il lago; esse conservano ancora quella tipica e caratteristica edilizia rurale fatta esclusivamente di pietra e legno. Qui è possibile avere contatti e interessanti incontri con la popolazione locale che si mostra spesso aperta e gentile col forestiero di passaggio; tutt’intorno, esplodono 360° di natura intatta, ove è possibile fare belle e interessanti escursioni nei dintorni, rilassarsi e ritrovare se stessi. Abbandonarsi all’armonia della coesistenza tra uomo e natura qui… è possibile; ma anche sentire la genuinità della campagna slovena, ammirare le creste rocciose delle Alpi Giulie che, riflettendo la loro rosea livrea, superano di poco i 2800 metri d’altezza e fanno da corona – improvvisamente – al più bello e intenso spettacolo della natura carsica che caratterizza il Parco Nazionale del Triglav: BOHINJ…

Il bacino lacustre di Bohinj inoltre, con le sue limpide e trasparenti acque che riflettono i profili delle circostanti montagne – per certi aspetti, mistiche – è il posto ideale per tutti coloro in cerca di pace e di rilassamento avvolti in una natura così bella riscontrabile – forse – solo in altri rari luoghi al mondo; tutt’intorno solo silenzio rotto appena dal flebile fruscio del vento che, soffiando, scivola dai rocciosi pendii per disegnare singolari correnti di superficie sullo specchio lacustre. Qui, in inverno, quando le montagne si rivestono del candore della neve e il lago si ricopre col ghiaccio, numerosa è la presenza di appassionati delle attività sciistiche alpine e di fondo, che hui hanno la possibilità di poter vivere da entusiastici protagonisti questi paesaggi invernali davvero unici.

Il LAGO di BOHINJ è il lago più grande della Slovenia e si estende fino ai 4100 metri in lunghezza, per i 1200 metri in larghezza fino a toccare i 45 metri di profondità; tra i pesci che qui hanno trovato casa per la salubrità delle acque vi è anche il salmerino alpino. Un soggiorno, compiendo belle e intense escursioni attraverso i boschi e i monti nei dintorni lungo queste sponde, cambia davvero la vita e restituisce energie mai provate prima… potete crederci! (di ©Andrea Perciato)

INVERNESS (Scozia, UK)… accogliente e misteriosa capitale delle Highlands

Inverness è la città più a nord della Scozia ed è la capitale delle Highlands. Non è una città di particolare bellezza, ma la zona più pittoresca è – sicuramente – lungo il fiume Ness, che è indubbiamente un ottimo punto di partenza per visitare gli splendidi d’intorni, ricchi di storia e scorci emozionanti.

La cittadina si presta bene per delle camminate a piedi, con facili passeggiate che si distribuiscono dall’incantevole fiume Ness fino al Castello di Inverness e alla Cattedrale di Sant’Andrea, senza dimenticare il vivace Mercato “vittoriano“. Principale base di partenza per le esplorazioni nelle Highlands; in pochi minuti d’auto si è – praticamente – lungo le sponde del “misterioso” Loch Ness (col leggendario mostro Nessie), nei pressi del campo di battaglia di Culloden e vicino ai tumuli di pietre di Clava Cairns, risalenti all’Età del Bronzo.

Città spesso avvolta dalle nebbie, che la nascondono per intere giornate oppure dalle foschie del mattino che ne esaltano il fascino, Inverness ha il vantaggio di essere, anche se relativamente piccola, un luogo molto ospitale; per queste sue caratteristiche attira sempre di più il gusto di turisti e appassionati alla ricerca del particolare, dell’insolito e – del perché no – degli spettacoli offerti dalla storia, così come dalla natura. Bella, piacevole e distensiva risulta essere la passeggiata accanto alle sponde del fiume; lungo essa non si disdegna di visitare le molte chiese che s’incontrano, così come anche la salita al Castello che offre una splendida vista panoramica sull’intera città.

Il fiume (Ness) che l’attraversa nasce proprio dall’omonimo lago di Ness e sfocia direttamente nel mare. Nella sua parte terminale, in quel tratto tra la fine del lago e prima di raggiungere il mare, esso scorre attraverso la città e lambisce la base della collina da cui si erge il Castello di Inverness. Lungo il fiume è possibile vedere il Teatro Eden Court, uno dei più grandi teatri della Scozia e la St. Andrews Chatedral. Nel tratto metropolitano il fiume viene superato da diversi ponti che collegano le due parti della città divise da questa via d’acqua; tra i più significativi di questi ponti spicca il Greig Street Bridge, ponte sospeso realizzato nel 1881.

La città è molto rinomata per la pesca al salmone, principale alimento sulle tavole di case e ristoranti locali; la cattura del prezioso pesce viene praticata presso le Ness islands che – molto frequentate per piacevoli passeggiate nella natura vista la copiosa vegetazione – si ergono a monte del centro di Inverness, oppure direttamente dalle sponde cittadine. Non è raro veder nuotare tra i flutti del fiume le foche, così come è sorprendente veder volteggiare, tra i lunghi filari di tiglio che sporgono dalle rive, una particolare avifauna caratterizzata dagli aironi e dai gabbiani dalle enormi dimensioni. Le sky-line che possono godersi al tramonto lungo il fiume sono di una spettacolare bellezza paesaggistica mentre il vento, per la gran parte della giornata, evidenzia lo splendore naturalistico delle montagne che circondano la città e che si stagliano sull’orizzonte in un’austera immensità che scorci panoramici davvero unici. (di ©Andrea Perciato)

pedalando lungo la “CICLOVIA del VOLTURNO” dal Molise a Capua (CE)

La Ciclovia del Volturno, prima pista ciclabile al Sud, è un percorso per cicloturisti con una segnaletica direzionale che ne facilita l’individuazione. Il tracciato si sviluppa su stradine secondarie ai margini delle campagne bagnate dal grande fiume, ed ha inizio dalle sorgenti del Volturno (IS) per terminare a Capua (CE). La Ciclovia del Volturno è un tuffo nella storia, semplicemente… pedalando!

UN FIUME CHE ATTRAVERSA LA STORIA… Le sponde fluviali vengono doppiate più volte, così come gli ampi appezzamenti di allevamenti di bufale. Qui un’arcaica civiltà contadina e le reminiscenze borboniche s’intrecciano più volte durante il percorso, alternandosi a fortificazioni medioevali e tracce dell’antica presenza di Roma. I paesaggi che si aprono lungo le sponde orografiche offrono vedute che si alternano dalle dolci colline – dove regnano secolari uliveti e gustosissimi vitigni, il “Pallagrello”, di matrice reale – ai rilievi montuosi più lontani, come le propaggini del massiccio dei monti del Matese e l’impervia valle Telesina.

La Ciclovia offre all’escursionista su due ruote la possibilità di osservare numerose attrattive paesaggistiche, ambientali e culturali di territori sapientemente conservati, dove l’antica civiltà contadina ha qui lasciato indelebili tracce ancora presenti nelle popolazioni locali. Ex riserve di caccia reali appartenute ai Borboni si alternano a viali completamente avvolti dalla frescura offerta dagli intensi filari di platani secolari. Città come Vairano, Alife e Caiazzo sono ricche di testimonianze romane, medioevali e barocche, mentre antiche fontane del Settecento si susseguono a tracce di opus reticularum ai bordi della pista, lungo un territorio che ha rappresentato da sempre un autentico corridoio tra le pianure campane e gli aspri rilievi abruzzesi.

AMPI ORIZZONTI TRA AZZURRO, VERDE E ARGENTO… Dalle sorgenti fino alla pianura campana il Volturno è uno dei fiumi più importanti del Sud Italia. I colori sono quelli della terra irradiata dal sole, delle antiche case in pietra di borghi e casali, dei campi coltivati dove la danza dei girasoli rende tutto più magico e luminoso, dei covoni di paglia come turrite sentinelle di un orizzonte che sembra non finire mai, delle argentee e luminose acque fluviali. I profumi sono quelli dei frutti selvatici, more e lamponi, colti al volo ai bordi della pista, del pane cotto a legna nel forno comune di un’antica corte. I suoni sono quelli dell’aratro che solca una terra apparentemente dura e inospitale, dei campanacci di bufale al pascolo, dei rintocchi dei campanili di pievi lontane. La Ciclovia del Volturno si percorre senza particolari difficoltà tecniche: si presenta pianeggiante, tendenzialmente in discesa dalla sorgente fino a Capua, minimi i dislivelli sostenuti a Cerro al Volturno e Colli al Volturno, ancora più lievi a Ruviano e Castel Campagnano. Una ciclovia adatta a tutti i ciclisti e cicloturisti, soprattutto alle famiglie e a quelli che il Sud desiderano scoprirlo (e sentirlo) su due ruote.

Da Rocchetta al Volturno (IS), dove hanno origini le limpide e cristalline acque alla base del massiccio delle Mainarde (già Parco Nazionale d’Abruzzo), ci si immerge subito attraverso una natura rigogliosa: nella prima parte si toccano piccoli insediamenti abitativi, molto caratteristici, e guadagnando la discesa si raggiunge un fondovalle in cui trionfa la campagna (masserie isolate e case coloniche) in tutto il suo massimo splendore, costeggiando campi e orti le cui sistemazioni sono vere e proprie opere d’arte rurale!

Il percorso non presenta particolari difficoltà tecniche. I dislivelli abbordabili mostrano un profilo altimetrico tendenzialmente in continua (e leggera) discesa, salvo alcuni saliscendi abbastanza ripidi nel comune di Cerro al Volturno e Colli al Volturno, e alcuni più lievi a Ruviano e Castel Campagnano. Il traffico su queste strade è talmente poco sostenuto da non rappresentare alcun problema.

La Ciclovia ha inizio dal Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, alle pendici della catena delle Mainarde, ai piedi di monte Azzone, da cui hanno origini le acque del Volturno. Lungo la prima parte del percorso si pedala su una piacevole sterrata che segue il fiume per i suoi primi 3 chilometri; si costeggia l’area archeologica degli scavi della città monastica di Castel San Vincenzo e si continua attraverso appezzamenti di campi erbosi e coltivati a graminacee. Dopo un breve e facile guado si procede su asfalto attraverso la piccola frazione di Cartiera, continuando sulla strada proveniente da Pizzone, fino a raggiungere il centro abitato di Cerro al Volturno.

Da qui si sale e si attraversano i graziosi villaggi di Petrara e Valloni. Una stradina asfaltata di 6 chilometri circa, con fondo sconnesso, scende e poi risale fino a un lavatoio nella frazione di Casale: da qui si prende una ripida discesa fino al centro abitato di Colli al Volturno. Lasciata la strada per Fornelli, presso il Ponte Rosso riappare nuovamente il fiume: si costeggia sulla sinistra orografica il corso d’acqua fino ad attraversarlo sulla diga di Ripaspaccata, nel comune di Montaquila. Procediamo fino a Taverna di Roccaravindola attraverso una piana coltivata. Superato il ponte dei Venticinque Archi, si lascia la strada percorrendo un facile saliscendi su sterrato che in breve giunge al grazioso villaggio di Campo della Fontana (Monteroduni).

Costeggiando il fiume si raggiunge il Ponte del Re, dove si dirama una variante sulla riva sinistra di 12,5 chilometri (Ciorlano, Pratella, Ailano), che si ricongiunge al percorso principale della riva destra (comune di Vairano Patenora), dopo aver attraversato il grazioso e tranquillo villaggio di Mastrati (comune di Pratella). Si prosegue sui tratti pianeggianti che attraversano i comuni di Venafro, Sesto Campano e Presenzano. Il centro visite della centrale Enel di Presenzano è a 500 metri dal percorso che costeggia per 300 metri l’invaso inferiore. Si attraversa la SS85 Venafrana e si prosegue su stradine interne, tra i campi coltivati della Bonifica nel comune di Vairano Patenora. Siamo a circa 65 chilometri dalla partenza e questo può essere considerato il punto di arrivo della prima tappa: si trovano strutture ricettive, servizi bike friendly, mezzi di trasporto pubblico (treno, auto e bus) da Napoli, Roma e Pescara, nonchè l’uscita autostradale di Caianello della A1.

A tre chilometri dal centro di Vairano si congiunge il percorso della riva sinistra della Ciclovia, con il percorso principale della riva destra, che si era diviso precedentemente in località Ponte del Re, nel comune di Ciorlano. Si prosegue ora per Pietravairano, costeggiando un canale di irrigazione del Consorzio di Bonifica su tratto sterrato si attraversa il territorio dei comuni di Raviscanina, Sant’Angelo d’Alife e Alife (il centro storico è circondato da una imponente opera muraria di epoca romana e dista 2 chilometri dal percorso della Ciclovia). Dopo Alife si entra nel comune di Gioia Sannitica e ci si inerpica lungo i saliscendi di Ruviano che sovrastano il fiume (punti panoramici sulla valle). Proseguendo per Castel Campagnano si supera la caratteristica frazione di Squille, e con lievissime variazioni altimetriche si susseguono coltivazioni di ulivi fino a Caiazzo, dove è possibile sostare e far tappa in uno degli accoglienti agriturismi della zona.

Ci apprestiamo ora a compiere l’ultimo e più facile tratto della Ciclovia. Da Caiazzo si pedala attraverso la Piana di Monteverna, superato il centro abitato si procede per Castel di Sasso toccando Pontelatone e Bellona. Prima di oltrepassare il Ponte di Annibale, una lieve deviazione (poche centinaia di metri) porta alle fresche sorgenti minerali di Triflisco. Dopo aver sostato a Sant’Angelo in Formis per scoprire la sua splendida abbazia interamente affrescata, Capua è a portata di pedale. Le prime case del paese ci accolgono attraverso un dedalo di viuzze basolate ed archi di portali finemente decorati; la segnaletica locale ci obbliga a compiere una serpentina attraverso vicoli e cardi fino a costeggiare il grande fiume campano e raggiungere così, finalmente, l’imbocco del Ponte Romano sul Volturno, punto terminale di questa ciclovia. (di ©Andrea Perciato)

al fiordo di Crapolla (costa d’Amalfi), sulle orme dell’Apostolo Pietro…

E’ noto che quello di Furore sia molto famoso, per cultura e attività sportive, ma c’è anche un altro (più piccolo) fiordo che caratterizza la costa: dopo Positano, una precipitosa scalinata conduce in uno degli angoli più suggestivi dell’intera penisola dei Lattari; una spettacolare escursione conduce al Fiordo di Crapolla, tra le bellezze sconosciute della costiera. Paesaggi mozzafiato, panorami che si perdono all’infinito e suggestive emozioni di matrice omerica completano questa bella e insolita escursione dai monti al mare. PS il costume è d’obbligo.

Muovendosi da SANT’AGATA dei Due GOLFI (390 m) è quell’agglomerato di case che sorge a cavallo della dorsale della penisola sorrentina e, come dalla sua toponomastica, consente di affacciarsi su entrambi i golfi di Napoli, a N e di Salerno, a S. All’altezza di un albergo ha inizio una ripida discesa (Via Pigna) imboccando la strada verso la costa che mena in direzione di Torca. Appena una decina di metri e si volge subito a destra lungo la I traversa di Via Pigna, uno stretto corridoio che va ad insinuarsi tra le case isolate e terreni recintati (orti, vigneti e uliveti).

Seguendo l’arteria principale (Via Iarito) il percorso gradualmente si addolcisce passando tra case sparse e lievi terrazzamenti; un passaggio sotto un ponticello determina l’uscita dalla borgata, mentre un gigantesco pino marittimo sulla destra caratterizza questa parte inziale del percorso per raggiungere la costa. Nella piccola boscaglia che s’apre sulla sinistra, improvvisamente si ode lo scrosciare delle acque del rivo Iarito che, per salti d’acqua e cascatelle, accompagna buona parte del nostro cammino attraverso macchie ulivate).               

Lasciati alle spalle l’ultima villetta la pista continua a scendere superando ancora due ponticelli fino ad entrare in un’autentica galleria vegetazionale (composta da macchia e roveti) ove il ruscello scorre giù in basso alla sinistra del percorso. Questo ultimo tratto costeggia il torrente con un muretto di contenimento (brevi passamani in legno consentono il passaggio); mentre la folta boscaglia lentamente si dirada lasciando affacciare un immenso orizzonte fatto solo di cielo e di mare completamente abbagliato dalla luce del sole.

Siamo a ridosso di un promontorio brullo e scosceso determinato da particolari pareti calcaree e cavità ipogeiche. La pista si tramuta in brecciolino e subito dopo ha inizio (presenza di una panca in pietra sulla destra) la lunga discesa determinata sa gradini in roccia (circa mille scalini) che porta fin giù al piccolo fiordo di Crapolla. Questi gradini sono numerati – a una distanza di 50 metri tra loro – con piastrelle in ceramica secondo un ordine decrescente che parte dal fondo della Marina di Crapolla; tra il 650° e il 600° scalino parte sulla destra, a ridosso dello scosceso pendio, il sentiero dell’Alta Via dei Monti Lattari del CAI che scorre lungo la costa di Recommone.

Il sentiero continua a scendere lungo l’accidentata teoria di gradoni in roccia che serpeggia attraverso gli interminabili tornanti; di fronte, forse lo spettacolo più incantevole di tutto il Mediterraneo: verso oriente, prospettano gli isolotti delle Sirenuse (i “Galli”), la Torre di guardia costiera spagnola a controllo dell’imbocco del fiordo e lo scoglio di Vetara, mentre a occidente la selvaggia costa di Recommone con lo splendido isolotto Isca (di proprietà dei De Filippo), lo scoglio di Scruopolo e le rupi di Montalto. Circondati da questo incantevole paesaggio costiero si giunge alla piccola spianata da cui si erge la cappellina dedita al culto di San Pietro, eretta sui ruderi di una più antica badia benedettina.

Vuole la tradizione popolare che l’apostolo Pietro, proveniente via mare dalla Palestina, qui approdò proprio sulla ciottolosa spiaggia della Marina di Crapolla e proseguì a piedi fino a Roma. Lasciati alle spalle la cappella di San Pietro ha inizio l’ultimo tratto in discesa – ora ombreggiato da una copiosa vegetazione spontanea – che conduce fin giù alla pittoresca spiaggetta della Marina di CRAPOLLA. La voce tonante del mare spumeggia lungo le precipitose scogliere che caratterizzano l’ingresso del fiordo, mentre in fondo alla gola, volgendo lo sguardo in alto, si resta incantati dalla selvaggia bellezza del luogo: alte pareti con incredibili verticalismi che sembrano chiudere il cielo sopra le nostre teste, mentre le acque del torrente Iarito piombano con una piccola cascata per mezzo di un salto di oltre cento metri; se tutto ciò non è il Paradiso…!

Raggiunti la spiaggia (larga appena 20 metri) ricoperta di ciottoli con le barche dei pescatori ormeggiate al riparo dei marosi, osservando attentamente la caratteristica insenatura della montagna vi si possono scorgere – addossati alle pareti in calcare ed arenaria – ruderi di antiche strutture d’epoca romana (probabilmente resti di ville e magazzini) come i “monazeni” (depositi e basi di appoggio) dei pescatori locali; tutto il resto è scoprire l’emozione di trovarsi sperduti in così poco spazio al centro di un luogo “vissuto” da millenni, una suggestione che per bellezza e natura davvero non ha eguali! Durante la stagione estiva, per la balneazione è consigliabile sfruttare la cosiddetta “sfera ‘e sole” che (illuminando il fiordo e la spiaggetta) dura poco più di trenta minuti. (di ©Andrea Perciato)

Foresta Nera/Schwarzwald (DE): tra i mulini della valle di Gutach Kaiserstuhl Rhein

Un crogiuolo di piste e itinerari per far scoprire quanto sia importante questo micro cosmo fatto di natura intensa e creature fiabesche che sbucano da ogni dove: suoni, profumi, odori, essenze, colori, emozioni… questo è il fascino della Foresta Nera (Schwarzwalden) in Germania, questa è la valle del Gutach ove l’energia dei mulini genera forza e lavoro.

la Foresta Nera (meglio conosciuta come Schwarzwalden) in Germania è un concentrato di itinerari e percorsi escursionistici giornalieri che, per compierli tutti, non basterebbe una vita! Chilometri di terra battuta e superficie arborea che compongono un autentico cuscino di verde cupo da cui si ergono, maestose – e non sempre aspre – le montagne del circondario.

Negli angoli più nascosti e poco accessibili riecheggiano il magico suono delle acque di ruscelli, fiumi, torrenti e cascate che alimentano le ruote dei pittoreschi mulini in legno, singolari reminiscenze di un passato medioevale che qui difficilmente tende a scomparire.

Le pittoresche abitazioni in pietra e legno coi tetti in paglia o torbiere e le facciate a “graticcio” riconducono le emozioni a secoli passati in cui dalla natura si riusciva ad ottenere ogni cosa di cui l’uomo avesse bisogno. Tutto ciò concorre a formare quell’autentico paradiso naturale che aspetta soltanto di ricevere le impronte dei nostri scarponcini e vivere del silenzio attraversato dai nostri passi!

Scopriamo l’incanto di una tra le più belle vallate della Foresta Nera: la GUTACH Valley che si sviluppa per circa 16 chilometri. Spostandosi in treno da Friburgo, si scende alla fermata di Gutach Haltestelle. Attraversati la cittadina, tra fabbriche di legname (la foresta ne è ricchissima) e distillazione della birra, laboratori artigianali, balconate abbellite da vasi e fiori, nidi con le cicogne in amore sui camini più in alto o sul campanile, appena fuori il caseggiato, superati un ponte e alcuni impianti sportivi parte, sulla destra (ben visibile un’antica croce in pietra), una pista sterrata che penetra all’interno della foresta.

Qui il fiume – che scorre accanto al sentiero – scende lento, tra rivoli e gorgoglii; ai lati della valle scivolano torrenti con rapide e scogli a pelo d’acqua sulle cui sponde primeggiano vigneti e frutteti. L’uniformità dei colori di una natura pluviale, rendono ancor più magico il paesaggio tra borghi da cartolina, con le case dai tetti sistemati a graticcio, villaggi medioevali, antichi campanili nascosti tra boschi e fattorie dai caratteristici tetti spioventi. Qui il ciclo dell’acqua si rincorre dalla notte dei tempi con torrenti che da placidi ruscelli, dopo copiose piogge, si trasformano in autentiche forze della natura generando cascate e rapide che mutano continuamente nel corso del tempo, mentre lungo le rive passeggiano – indisturbati – ed è facile scorgere bellissimi ed eleganti esemplari di aironi cenerini dalle incredibili livree che, spaventati dall’avvicinarsi del cinghiale, si alzano velocemente in volo.

Si cammina lungo la principale pista che attraversa la valle lasciandoci guidare, ora su una sponda, ora sul lato opposto, semplicemente dall’istinto superando, in successione, case in legno, pendii erbosi, prati coltivati, appezzamenti, cataste di legno, radure, abetaie, creste montuose che si alternano a borgate e villaggi che si perdono sull’orizzonte. Come per incanto la pista passa vicino a quelli che sono (rimasti in pochi) gli antichi mulini della zona; un percorso punteggiato da luoghi fatti di storia, di tradizione e di duro lavoro, di tipiche produzioni locali e di commercio con le vicine regioni (i “land”), di antiche fabbriche e moderni laboratori di artigianato che da sempre raccontano la vita di un popolo fiero e orgoglioso, come solo i tedeschi sanno essere.

I mulini sembrano sbucare dalle fiabe e la magia degli orologi a cucù rendono ancor più vivace la vita nella vallata; questi – e tanti altri ancora – sono solo alcuni degli ingredienti che rendono unica una terra come la Foresta Nera (la Schwarzwald) ed in particolar modo la valle di Gutach; attraversarla a piedi, in uno scenario paesaggistico davvero fuori dal tempo, ove la natura sprigiona al massimo tutte le sue energie tramutando un paesaggio (solo in apparenza) silente, ricco di colori ed essenze aromatiche, riuscendo ad offrire emozioni, stati d’animo e sensazioni forse dimenticate e mai apprezzate in profondità. (di ©Andrea Perciato)

PALINURO (costa del Cilento, SA)… dal leggendario nocchiero alle spiagge del mito!

La leggenda narra che lo sfortunato pilota della flotta di Enea non perì subito, ma dopo che egli raggiunse a nuoto la scogliera qui, stremato dalle forze, svenne, e quando fu ritrovato dagli abitanti del vicino villaggio di pescatori questi, credendolo una “creatura” sconosciuta (proveniente dalle onde, dalle profondità del mare e, quindi, non terrena), lo presero a percuotere fino a causarne la morte.

Simile alla maggior parte dei promontori montuosi che si protendono verso il mare (vedi monti Lattari, Gargano, Cinque Terre, ecc.), quello di Palinuro va soggetto a continue e violente tempeste marine e in due occasioni – in passato – fu teatro di disastrosi naufragi a danno della flotta Romana. Palinuro una volta era un minuscolo villaggio di locali pescatori; mentre oggi le numerose strutture ricettive presenti – come villaggi, alberghi, residence, b&b e camping dotati di tutti i comfort – rendono più gradevole la visita e il soggiorno in quest’incantevole luogo frequentato, ogni anno, da decine di migliaia di turisti. Presso il pittoresco porticciolo non è raro trovare le barche che rientrano dalla pesca notturna (la famosa “lamparada”) ed avere la possibilità di acquistare direttamente sul molo le numerosissime specialità di pesce fresco appena issato con le reti.

Nelle vicinanze, a ridosso della scogliera c’è Punta del Fortino coi ruderi di un’antica postazione fortificata. Da questo punto lo sguardo spazia sull’infinita fascia costiera cilentana. Osservando attentamente la frastagliata scogliera del capo, verso occidente, è possibile scorgere sul pelo dell’acqua l’apertura della famosa (e suggestiva) Grotta Azzurra dalle straordinarie tonalità cromatiche generate dal riflesso delle acque dei suoi fondali.

All’altezza di Punta della Quaglia sono appena visibili i ruderi di un’altra torre costiera; di fronte, verso ponente, si estende quello che è uno dei tratti di mare più belli del Mediterraneo. In questo punto il promontorio s’innalza con una scogliera dai lineamenti piuttosto frastagliati; essa, imponente e precipitosa verso il mare, cala a picco nell’immensità dell’azzurro più intenso sprofondando con un dislivello che oscilla tra i 20/30 metri fino a toccare un banco sabbioso che viene completamente ricoperto di alghe. I fondali in cui s’immerge Capo Palinuro sono ricchissimi di una policroma flora e abitati da una variopinta fauna marina tra cui spugne, spirografi, stelle marine (rosse), “pharazoantus” (animaletti, organismi viventi, simili a microinfiorescenze) che si presentano come tanti fiorellini colorati di giallo, e numerose altre specie meno note.

Lungo i crinali e le ripide pareti della scogliera sono possibili ammirare il giglio marino e la ruchetta di mare dalle infiorescenze colo lilla chiaro. A settentrione il promontorio è ricco di pinete e si alterna ad una macchia bassa composta dal ginepro, mirto, lentisco, rosmarino e cisto; mentre le rocce a picco sul mare ospitano i finocchi di mare, la stecade (dall’intenso profumo di liquirizia) e l’endemica “Primula Palinuri” tipica di questo luogo e assurta a “simbolo” ufficiale del Parco Nazionale del Cilento.

Il Faro di Palinuro (dall’alto dei suoi 203 metri) è il punto più elevato sulla scogliera; naturale apice in cui confluiscono i crinali di Punta Iacco e l’impressionante muraglia di Punta Spartivento; entrambe queste propaggini racchiudono il mitico luogo ove approdò Palinuro, che cadde in mare mentre contemplava il cielo stellato. Soffermandosi lungo il promontorio fino al calar del sole, offre il meraviglioso e incredibile spettacolo dei famosi “tramonti di Palinuro” che (e c’è da crederlo) sono una espressione della natura cilentana di struggente bellezza che forse non ha eguali in tutto il bacino del Mediterraneo.

Dal Faro di Palinuro si rientra ora verso l’interno camminando lungo la strada sommitale; la scogliera in alcuni tratti sembra davvero una ciclopica muraglia calcarea con il profondo baratro di Cala della Lanterna. Si passa accanto alla bianca struttura della Stazione Meteo (posta a 188 metri) per poi imboccare una pista che raggiunge i ruderi di una grossa cascina fortificata risalente al XVIII secolo da dove si ammira – laggiù in basso verso il mare – il famoso “archetiello” (un enorme buco formatosi nella frastagliata costa rocciosa di natura calcarea) dove la rada giù in fondo raccoglie il gorgoglio di particolari acque che abbondano di idrogeno solforato, da cui l’appellativo “cala fetente” (cattivo, sgradevole, maleodorante); più in là, verso occidente, sprofonda la dorsale di Punta Mammone.

Rientrati nuovamente su nuovamente su Via Faro, proseguendo a destra, verso via F.lli Capozzoli, si raggiunge un bellissimo punto panoramico da cui è possibile godere della vista sull’isolotto (scoglio) del “Coniglio” e le famose spiagge del “Buon Dormire” della “Molpa” con l’omonimo promontorio che sormonta il famoso “arco naturale”. Appena oltre la foce del fiume Mingardo, si estende la lunga “spiaggia dei Ciclopi” che – negli anni ’60 del XX secolo – fu la naturale location del film mitologico “gli Argonauti”. Dalla sommità di Capo Palinuro, oppure in prossimità della punta estrema del promontorio, non perdetevi uno dei famosi e suggestivi tramonti sul mare; aspettare il calar del sole oltre l’orizzonte del mare, ne vale davvero la pena e non è raro, qualche volta, riuscire a scorgere anche il “raggio di Morgana”. (di ©Andrea Perciato)