Un “Salento da Camminare” lungo la sua “Via del Mare”…2 da S. Cesarea terme a Serre marina

Un cammino per convincere ad essere percorso dai viandanti deve necessariamente avere due importanti peculiarità che in esso si riflettono: la bellezza dei luoghi attraversati e le peculiarità, come arte, tradizioni, cucina, folklore, storia, artigianato, sguardi, calore umano, accoglienza, ospitalità e tanto – ma proprio tanto – altro ancora che rendono un cammino, come quello del Salento.

Da Santa Cesarea terme il “cammino” salentino prosegue – sempre verso sud – lungo la fascia costiera fino a giungere, in meno di un chilometro all’insenatura di Porto Miggiano guardato a vista dall’omonima torre. Ancora qualche chilometro che si alterna tra l’asfalto e tratti di sentiero a mezzacosta e si entra nel bellissimo borgo di Castro, un meraviglioso borgo medioevale. Una sosta per apporre il “timbro” ufficiale del cammino sulla nostra credenziale, un caffè preso al volo e si continua sfiorando i bastioni del suo poderoso Castello, tra botteghe multicolori che propongono oggetti nella tradizionale ceramica locale e i lontani ritmi di una “pizzica”, il tipico ballo salentino con andamento danzante che accompagna una poesia, un canto d’amore fra due innamorati; scopriremo, poi, che si tratta dei preparativi di un matrimonio con tanto di balli della tradizione popolare salentina. Si entra attraverso le mura del suggestivo borgo antico fino ad uscirne, con un ampio giro, seguendo l’andamento dei bastioni meridionali fino a scendere verso la marina, costellata da numerosi bar e luoghi di ritrovo all’aperto.

La brezza marina sale fino ad inebriare i nostri polmoni già provati dalla fatica, ma sono i profumi della natura, quelli che richiamano la nostra attenzione. Appena dopo le ultime case di Castro si prosegue lungo un tratto costiero dai ripetuti saltelli (lievi dislivelli), tra rampe. Gradoni e pedane, sviluppati su circa due chilometri di scogliera; siamo all’imbocco della parte più impegnativa di questa tappa, da evitare se si è con zaino a pieno carico e sotto la canicola estiva. Questo articolato tratto termina all’imbocco con la rotabile, appena pochi metri più sopra ma… attenzione! Per via di una frana, e i successivi lavori di ripristino dello stato originario per la viabilità, il transito è impedito da segnaletica, blocchi deviazioni e reti metalliche. Noi pedoni, prestando attenzione, riusciamo a passare, ma non si esita nell’aiutare Rocco, un ciclo-escursionista calabrese che, con la sua pesante bici a pedalata assistita, sta percorrendo la strada litoranea panoramica e deve raggiungere Leuca in giornata.

Si scende così finalmente alla suggestiva cornice paesaggistica della Cala di Acquaviva, una particolare insenatura rocciosa che raccoglie le splendide acque dai fondali multicolori che vanno dal giada allo smeraldo, per il blu cobalto e il turchese, uno spettacolo della natura davvero fuori dal comune; la particolarità di questo fenomeno visivo è dovuta alle sorgenti d’acqua dolce che sbucano direttamente dal fondo. Siamo ai piedi di Serra Marittima e dopo la cala il “Cammino del Salento” prosegue lungo un sassoso sentiero che s’inerpica a mezzacosta tra brulle creste in roccia calcarea determinate dai copiosi cespugli, infiorescenze, pini marittimi piegati dal vento, ulivi dai tronchi attorcigliati sostenuti da muretti a secco (alcuni geometricamente perfetti da sempre utilizzati come recinti e ovili per raccogliere gli animali al pascolo) che si alternano ad alberi di fico, copiosi gruppi di fico d’india e i profumi delle erbe aromatiche come il timo, il rosmarino e la rucola.

Volgendo lo sguardo all’indietro della pista, dal folto della copiosa vegetazione vediamo sbucare – con altalenante andamento – un bandana color arancio che si avvicina sempre di più. Qui si fa l’incontro (prima) e la conoscenza (poi) di Alessia, una camminatrice – ma preferisco chiamarla “viandante” – che compie il nostro stesso percorso, puntando nella stessa direzione; oltre ai saluti, allo scambio di impressioni e i conseguenti consigli, ci si dà appuntamento più in avanti. Superiamo un ampio e panoramico belvedere sulla costa fino ad imboccare un tratto di pista conosciuto come il sentiero della “Serra del Mito” che scorre in falsopiano e sfiora ciò che resta della “Torre del Sasso” e le successive curve delle “sette pajare” fino a scendere tra le prime case del suggestivo borgo marinaro di Tricase porto. Da qui, ignorando il traffico veicolare, sostenuto durante i weekend sulla strada litoranea, si raggiunge finalmente Marina di Serra meta finale di questa tappa, ove incontriamo nuovamente la viandante Alessia che alloggia presso il nostro stesso b&b. Ed anche questi ultimi 24 km ce li siamo finalmente lasciati alle spalle.

Nel tratto finale di questa tappa, consigliamo di prestare molta attenzione (!) al traffico sulla strada panoramica che scorre lungo la costa, in special modo alle comitive di motociclisti che, invogliati dalla scarsa presenza di autoveicoli, tendono a “smanettare” in maniera eccessiva ed a tagliare le curve in velocità come se fossero su una pista; sono anche io motociclista, ma non mi sognerei mai di fare queste cose… alla prossima! (testo Andrea Perciato; foto Maria Rita Liliano e A. Perciato)

SIETI (SA) tra i borghi più belli d’Italia è… il “Paese dell’accoglienza”

Sieti, coi suoi due nuclei alle falde meridionali dei monti Picentini è una tra le borgate che per prima hanno lanciato – in Italia – il progetto di “Paese Albergo” (o albergo “diffuso”) proponendo l’accoglienza in dimore storiche come valore aggiunto di ospitalità.  Quando la Natura e l’Ospitalità si uniscono – in una straordinaria sintesi paesaggistica – all’Ambiente e… al Silenzio! Ecco le prime impressioni colte al volo da chi, viandante curioso o forestiero, per la prima volta si trova a giungere in questi luoghi davvero unici, ricchi di acque e di verde. Protetto da una natura che ha saputo mantenere, inalterati nel tempo, le essenze e gli aromi di una macchia che ricopre di boschi l’intero territorio, l’antico borgo di SIETI (376 m), coi suoi due casali di Soprasieti (425 m) e Sottosieti (348 m), non è un luogo di passaggio, non è ubicato lungo una importante arteria stradale; esso è un luogo che per conoscerlo bisogna andare a scoprirlo di proposito.

Nascosto in una verde vallata, protetto tra le pendici dei monti Picentini, l’abitato ci accoglie nella sua splendida conca. L’itinerario inizia dalla chiesa rurale della Madonna del Carmine (368 m), all’estrema periferia S dell’abitato, adagiata al margine di un castagneto. Giunti in prossimità del paese, si scorge il particolare comignolo di Palazzo De Roberto (del XVI secolo), prima testimonianza dell’aristocratico passato di Sieti. Attraversati la via principale, una breve gradinata sfocia nella piazza principale della borgata bassa del paese: Sottosieti, accanto alla Chiesa di S. Maria delle Grazie (XVII secolo). Quel viottolo che scende verso il torrente nasconde, appena sotto a sx, un antico lavatoio pubblico a tutt’oggi ancora molto frequentato. Il percorso prosegue incamminandosi lungo una stradina che sale verso occidente, dove il cammino trova riposo nella fresca ombra di un arco sotto cui compare, a sx, l’edicola votiva della Santa immagine della Madonna.

Paese le cui dimore sono edificate nella viva roccia, conserva angoli pittoreschi di straordinaria bellezza con giardini pensili, balconi e davanzali ricolmi di variopinti vasi in fiore, orti sapientemente curati da esperte mani contadine e frutteti ingegnosamente attrezzati lungo gli scoscesi pendii. Lungo le ruvide pareti delle mura, qualche porta in legno semiaperta rompe la monotona sequenza di pietre e conci e restituisce vedute rurali dimenticate, forse, nelle memorie del tempo. Dopo l’arco compare, in fondo, il poderoso Palazzo Fortunato II (del XVI secolo) con la sua facciata orientale sormontata dalla meridiana che ancora oggi segna lo scorrere del tempo. Volgendo a dx inizia, subito dopo l’arco, uno stretto viottolo che sale attraverso alti edifici dalle grezze facciate di abitazioni contadine le cui mura, rampe e supportici sono impregnate dalle secolari essenze del mosto, dell’acre odore della sanza e dall’intenso profumo del legno bagnato.

Si transita accanto all’ingresso (sulla dx) di un “trappeto” al cui interno fa bella mostra di sé un antico frantoio con macine e vasche perfettamente funzionanti. Poco più avanti e si sbuca nella piazza intermedia del paese che ospita la splendida facciata della Chiesa di Maria SS del Paradiso (del XV secolo) col suo Campanile tinto in ocra e la cupola maiolicata, sviluppato secondo un ordine di quattro sezioni. Una ripida salita a dx della chiesa passa sotto l’austera facciata del Convento dell’Ordine dei Servi di Maria (del XV secolo), il più antico complesso conventuale (fu anche lazzareto)  del Meridione che ospitò il giovane poeta Sannazzaro.

La salita prosegue lungo una stradina che s’insinua tra vecchie case abbellite con vivaci colori pastello. A sx, quando la curva piega a dx, parte una pista campale che attraversa coltivazioni di nocciolo. Prendendo a dx il percorso prosegue in una cornice di campi delimitati da antichi muretti a secco edificati sfruttando pietre locali con tecniche costruttive di efficace manifattura. Alla seconda traversa si volge a dx e si transita presso il Palazzo Pennasilico (del XVI secolo), una delle più antiche famiglie di Sieti; nel suo cortile prospetta uno scalone in pietra che si biforca con due rampe “porticate” colleganti ad alloggi tra i più belli di tutto il paese come la singolare “Camera dell’Alcova”, pareti e soffitti affrescati. Si oltrepassa un arco ed all’incrocio con una fontana si volge a dx. Poco più avanti s’apre, a dx, il portale di Palazzo dei Baroni Fortunato (XI secolo), a tutt’oggi abitato dai discendenti della più nota e numerosa famiglia di tutta Sieti.

Sbucati in uno slargo il nostro itinerario volge a dx e transita sotto un arco fino a sbucare nella Piazza principale di Soprasieti (o Sieti alto); sulla dx prospetta il Palazzo Nobile ((XII secolo), mentre un gigantesco tiglio protegge, con la sua folta chioma, la Chiesa del Salvatore (XI secolo). Sul retro compare una fontana a doppia cannula; nella parte posteriore un interessante lavatoio pubblico. Dalla fontana una gradinata passa sotto un arco e sbuca a ridosso di Via del Pozzo, l’arteria sommitale che chiude l’intero abitato. Portandosi alla periferia N del paese si supera una fontana/lavatoio posta a sx, e si è all’aperto con terrazzamenti intensamente coltivati a nocciolo e uliveto. Volgendo a sx, imboccando una pista carraia, si giunge all’apice sommitale (463 m) del paese ove compare un incrocio: si discende (verso S) lungo gradoni che sfiorano la cinta muraria eretta a difesa del casale, fino a sbucare nuovamente su Via del Pezzo. Poi, presso la piazzetta del Salvatore, il percorso scende lungo la via principale da cui, un cortile sulla sx, lascia ammirare il portale di Palazzo De Pastina (XI secolo) e l’edificio fortificato di Palazzo De Robertis (XIV sec.).

Sieti non aspetta altro che lo andiate a visitare, ma non come semplici turisti o fugacemente durante un pomeriggio d’estate; le sue dimore sapranno come accogliervi e poi… la natura dei monti Picentini, compirà quella magia che avete sempre desiderato: aria pura, momenti di serenità, buona cucina, meraviglie naturalistico e ambientali e la tipica accoglienza di un paese montano del Sud.   (di ©Andrea Perciato; ph Maria Rita Liliano e A. Perciato)

Castelluccio Cosentino (SA), nutrirsi di orizzonti qui… è possibile!

Nessuno se lo immagina… molti pensano che sia difficile raggiungerlo, ma dovè? E’ scomparso…? Prima lo vedevo stagliarsi sul bordo della rocciosa collina, mentre ora…? Nulla di ciò, un borgo non può scomparire alla vista di chi guida sull’autostrada del Mediterraneo… bisogna conoscere le strade interne della provincia per poterlo raggiungere. Posto sull’aspra rupe di uno sperone roccioso dominante la valle del fiume Tanagro, laddove riceve le acque del torrente Bianco che scorre dalla Lucania, dopo aver svalicato sul passo delle antiche “Nares Lucanae” all’altezza dello Scorzo e al termine della lunga discesa di Zuppino ecco che appare, lassù in alto a sinistra erto su un colle, il borgo di Castelluccio Cosentino che ci accoglie con una bella terrazza panoramica che si espande sulla catena dei monti Alburni, il caseggiato di Sicignano e le sue frazioni adagiate alle falde della montagna; in quella spianata verde fatta di campi e masserie, scorre la statale (166 degli Alburni) su quello che fin dall’antichità era la via Annia, divenuta poi Popilia e, sotto i Borboni, strada “Regia per le Calabrie” costellata da quelle che per secoli fungevano da taverne.

Si ha fame di orizzonti e allora che si fa…? Andiamo a conoscere questo borgo più da vicino, nel suo cuore. Sorto su una collina geologicamente separata dalla catena dei Monti Alburni Castelluccio ci accoglie avvolta in un irreale silenzio. Superate le prime case subito si avverte di come il luogo sembri disabitato; case chiuse, portoncini sbarrati, finestre oscurate. Causa di questo silenzio è, sicuramente, il forte spopolamento avuto per via dell’immigrazione; poche decine di anime, per lo più anziani, vivono qui durante l’anno, mentre il borgo si ravviva durante la stagione estiva per quei tanti che vengono qui in cerca di fresco e buona cucina. Il caseggiato ha un andamento longitudinale che si sviluppa da ovest verso est; alle spalle il visibile valico della Nares, dinanzi i rilievi della Lucania. Situato in collina per questioni strategiche, l’origine del borgo risalirebbe al XII secolo. Il paese fu fondato dagli abitanti del Casato Cusentinorum (Cosentini), da cui deriva il nome Castelluccio Cosentino, e conserva quasi intatti elementi tipici di un borgo medievale, come portali in pietra e archi.

Case, palazzine e abitazioni erette sulla viva roccia; terrazzini su cui cresce l’erba del tempo; dislivelli dalle mutevoli pendenze; rampe dalle incredibili traiettorie. Ovunque, accanto all’ingresso delle abitazioni al piano terra, sono addossate alle pareti lunghe lastre in pietra calcarea che fungono da sedile per ritrovarsi la sera, a chiacchierare, sorseggiare in amicizia quel rosso “veramente buono” e – magari – godere del fresco nelle calde serate estive. I suoi stretti e silenziosi vicoli con le pavimentazioni composte da regolari lastroni in pietra calcarea conducono sul luogo più esposto e, panoramicamente, più bello e interessante, laddove è stato realizzato il belvedere, che in origine era il basamento di una Torre di avvistamento: Buccino e i suoi monti che si stagliano in lontananza verso nord; la valle del torrente Bianco (affluente del Tanagro) che scorre dai rilievi lucani da est e la gigantesca muraglia degli Alburni che prospetta a sud. Tutto il resto è un magnifico “nutrirsi di orizzonti” che esalta l’emozione dei luoghi e si alimenta – per 360° – ovunque volga lo sguardo.

Alle spalle della terrazza panoramica sorge la chiesetta di Santa Maria dei Martiri (del 1538) che si presenta ad unica navata, con la porta d’accesso aperta sul lato nord e con tracce di affreschi murali nella volta absidale; una bellissima statua lignea della Madonna col Bambino è situata sull’altare principale; una modesta torre campanaria è posta di fianco al sacro edificio. Prima di lasciare il borgo ci rechiamo nella sua parte più bassa del caseggiato, quella che spiove verso la valle del Tanagro. Qui, appena superate le ultime case compaiono i ruderi che i locali indicano come “i casalin mbier a’ terra” (le piccole case ai piedi della terra), un piccolo gruppo di abitazioni, completamente crollate da secoli e di cui resistono ancora le mura perimetrali fortemente sorrette dalle piante, dai cespugli e dagli alberi che hanno messo radici tra i loro interstizi creando un suggestivo scenario di precarietà e abbandono. Castelluccio Cosentino è un piccolo gioiello di ruralità che resiste al tempo e che val bene una passeggiata attraverso i vicoli, le sue mura, le sue corti, i suoi antichi portali e le rampe in pietra; per il resto, da quassù nutrirsi di orizzonti… è possibile! (di Andrea Perciato; ph Maria Rita Liliano e A. Perciato

Cilento… lungo la “Via dei Sanfedisti” da Mercato a Rocca

Nascette portoghese de’ Lisbona, a Napule campava ‘onna Eleonora… Murette quanno ‘a Napule se more, ‘o millessettecientonovantanove…!”

Tutta l’area che ruota intorno alle pendici del monte della Stella non è altro che la zona più antica della regione cilentana; quella parte di territorio in cui vennero ad incontrarsi le popolazioni autoctone preesistenti in questi luoghi e le nuove genti sbucate dai lontani lidi mediterranei, oltre i confini del mondo conosciuto.

Ma questi territori furono anche il teatro – nel 1799 – di fortissimi ed aspri scontri armati tra i giacobini (che inneggiavano alla Repubblica partenopea di Championnet) e i “conservatori” realisti (fedeli ai Borboni) delle bande sanfediste guidate del Cardinale Tommaso Ruffo. La marcia per liberare il regno dai “giacobini” guidata dal cardinale calabrese, mosse dalla Sicilia e attraversò il regno borbonico risalendo territori, borgate, villaggi e paesi, raccogliendo, durante la sua avanzata verso la capitale borbonica, un numero sempre più corposo di masse popolari fedeli al Regno tanto da farlo diventare un vero e proprio esercito: i “Sanfedisti”.

MERCATO Cilento (600 m) è un paese situato a “cavallo” lungo un crinale da cui si aprono vedute paesaggistiche di straordinaria bellezza tra le valli di Matonti e le marine di Agropoli a ponente, e sulla valle dell’Alento e i rilievi montuosi dell’interno a levante. Antico luogo in cui confluivano e transitavano le rotte carovaniere di uomini, mezzi e animali che dai litorali costieri dovevano raggiungere gli aspri territori montuosi, questo paese oggi è ancora avvolto dai suoi magici silenzi fatti di profumi intensi della macchia mediterranea.

Per un’erta salita si superano le case più antiche della borgata (frazione del comune di Perdifumo) posta ai piedi di una collina; più avanti si passa accanto al poderoso complesso monumentale del Convento di Santa Maria dei Martiri (già monastero dei “carmelitani) con i suoi singolari finestroni e le particolari “torri” angolari. Terminato l’asfalto, inizia uno sterrato che si snoda lungo lo spartiacque. La pista ripercorre fedelmente il tracciato dell’antica via utilizzata il 12 aprile del 1799 dall’esercito dei Sanfedisti per conquistare il castello di Rocca e muovere battaglia contro le forze giacobine che li erano a presidio per impedire la marcia delle truppe del Ruffo.

Lungo questo percorso sono possibili ammirare, su entrambi i versanti, alcuni scenari paesaggistici tra i più belli di tutto il Cilento: ad oriente la valle della Fiumara che va a confluire in quella dell’Alento mentre il Gelbison fa da cornice; a settentrione si stagliano le dorsali calcaree dei monti Chianello, Vesole e Soprano; a ponente invece si estende la valle del Testene, un rigagnolo d’acqua a carattere torrentizio che termina la sua breve corsa sulla costa presso Agropoli. Il cammino si sviluppa generalmente in quota con altezze che variano tra i 660 e i 675 metri; a queste quote i terreni intorno sono ricoperti da boschi di castagno, mentre nelle cespugliaie ai bordi della pista emergono il biancospino, l’erica, la felce, la ginestra e il pungitopo; la brezza dei venti che ascendono dalle vallate sottostanti restituisce gli inebrianti profumi del mirto, del lentisco e dell’origano.

Si continua a camminare tra ampie vedute paesaggistiche e panorami che si estendono oltre ogni possibile orizzonte. Siamo proprio lungo quel tratto di strada che qui vide contrapporsi le avanguardie sanfediste, coi giacobini attestati a difesa della “repubblica” partenopea proprio tra le mura del poderoso Castello. La pista termina quando sull’orizzonte si staglia – improvvisamente – l’imponente mole del Castello di Rocca Cilento (di origine Normanna del XII secolo). Qui, in questi paesi che si sviluppano dalla costa verso l’interno, ancora si evincono le tipiche caratteristiche medioevali riscontrabili negli impianti urbanistici; là, dove i centri arroccati sulle colline, avvolti dalle aromatiche essenze della natura cilentana, regalano ancora scorci paesaggistici ricchi di suggestione tra strette viuzze che s’incuneano fra le ombre dei porticati, delle torri, dei campanili, dei castelli, delle merlature e dei viali alberati. Paesi e villaggi da cui lo sguardo spazia sull’azzurro del mar Tirreno e l’incanto di Punta Licosa col suo isolato scoglio sormontato dal Faro.

ROCCA Cilento (594 m) è una frazione di Lustra; e sicuramente è questo il paese ove è più viva la testimonianza storica del Cilento più antico. Questo borgo fu la sede della baronia fino alla metà del 1500, divenendo il centro propulsore di attività per tutti i casali che ruotava-no lungo le pendici del monte della Stella. Sebbene la presenza di una poderosa fortezza normanna testimonia, forse, l’unico esempio di castello ben conservato di tutto il Cilento, l’intero paese vive e tramanda il ricordo dei tempi che furono con i tipici portoni in pietra prospicienti la via principale che attraversa longitudinalmente l’abitato; i suoi terrazzini e le sue finestre graziosamente abbellite da vasi multicolori; gli arcani silenzi e l’immensità di luoghi lontanissimi che ruotano con vedute paesaggistiche che si perdono fin oltre ogni possibile orizzonte; su una balconata panoramica, quasi un terrazzino, che si protende verso la diga dell’Alento, termina questo nostro percorso, alla scoperta di uno dei luoghi più antichi e storicamente più “coinvolgenti” di questi territori all’interno del Parco Nazionale. (di ©Andrea Perciato; ph di Maria Rita Liliano & A. Perciato)

SCOZIA… le Highlands, i fiordi, i loch, la Skye island; terre da sempre “ribelli” sospese tra cielo e mare…

Strade in mezzo al nulla che scompaiono all’orizzonte, paesaggi pazzeschi, di struggente bellezza e scenari quasi irreali che sembrano essere stati proiettati da mondi lontani, da qui una conclusione logica ed emotiva per chiunque ami davvero viversela la natura, in tutta la sua essenza: qui serve partire e andare a fare trekking! La Scozia è la patria dell’escursionismo per eccellenza e i suoi paesaggi – unici nel loro aspetto e da lasciare senza fiato – ne fanno ben capire la ragione.

Gli appassionati del trekking scelgono di venire a camminare in Scozia per vivere qualche giorno una full-immersion in una natura intrisa dai vividi colori del cardo (fiore simbolo della Sco-zia), allietata dalle lontane note di cornamuse e inebriate dal denso profumo di antiche distillerie per il whysky. In questo estremo lembo dell’isola britannica ci sono sentieri ben segnalati che attraversano paesaggi caratterizzati da montagne, brughiere, prati fioriti, laghi blu cobalto, verdi praterie e magnifici fiordi.

Escursionismo in Scozia significa camminare in una delle terre più belle, naturalistiche e incontaminate del nostro (bellissimo) Nord Europa. I sentieri in Scozia non sempre sono riconoscibili come sentieri, ma si identificano per lo più in “direzioni” da seguire lungo piste ove spesso non sempre c’è un sentiero tracciato. Lo spazio percorribile può essere a volte più ampio altre volte, invece, appena di poche decine di centimetri.

La realtà meteo in Scozia è abbastanza “capricciosa”, con ripetuti e – spesso – improvvisi capovolgimenti di fronte. Nuvole basse, vento, pioggia e cieli coperti possono incontrarsi anche ad agosto. Il lato positivo di queste precipitazioni è che esse possono cambiare di frequente, soprattutto quando si ha la fortuna di godere di qualche ora di sole che improvvisamente spunta dai cieli plumbei o per alcune giornate intere, beh allora in quel caso… si parla di bellezza allo stato puro!

In Scozia, se durante lunghi percorsi escursionistici di più giorni in completa autosufficienza ed autonomia, il modo migliore per trascorrere un bivacco notturno e dormire è il “campeggio libero”; questa forma di accantonamento o bivacco momentaneo in Scozia è sempre consentita su tutto il territorio nazionale.

Se oltre il Vallo di Adriano certi tramonti offrono paesaggi unici al mondo, tra lembi di terra circondati da acque marine e specchi lacustri, dove una macchia generata da erbe aromatiche fa da morbido cuscino – quasi una torbiera – al nostro cammino, allora siamo proprio nel posto giusto: siamo nella “Terra dei Gaeli”. La Scozia, terra di mare e di ripide scogliere, di fiumi e di cascate impetuose, di laghi dal misterioso fascino, di muschio e di torbiera dalle incredibili policromie, di castelli in cui ancora riecheggiano le antiche gesta di impavidi guerrieri ma è, soprattutto, una terra dagli incredibili orizzonti che offre scenari paesaggistici unici al mondo.

Appena fuori le principali città, come la splendida Edimburgo (sua capitale) e la contraddittoria Glasgow (centro industriale), si aprono scenari paesaggistici e ambientali di una bellezza unica, esclusiva, laddove solo il vento e qualche rapace solitario fanno sentire la propria voce riecheggiando attraverso le immense distese di brulli altipiani intervallati dal copioso manto vegetazionale composto da boschi e foreste; solo allora – dopo chilometri di passi completamente circondanti dal nulla e dal silenzio – con ampie vedute panoramiche dagli incredibili orizzonti, si avverte di essere al centro di quel luogo che ha fatto della Scozia una terra leggendaria: le Highland.

Qui i colori della natura sono unici, ovunque si volga lo sguardo oltre tutti i possibili orizzonti si avverte come questa terra riesca ancora ad offrire quel sapore di antico che permea da ogni angolo, dietro ogni pietra di antico villaggio rurale che s’incontra; laddove le capanne dei pastori vengono costruite come un tempo utilizzando solo legna e pietra, mentre quelle dei pescatori lungo le coste vengono dipinte da vivaci colori per essere viste al rientro della pesca. Immensi tappeti d’erba, spiovono fino agli orli di alte scogliere o nel cuore dei più profondi fiordi, ove s’infrangono le impetuose onde dei mari del nord, ambienti ove pascolano pecore dal copioso manto lanoso che ne brucano i filamenti mantenendosi in un precario equilibrio lungo precipitose pareti a picco.

La velocità con cui gli elementi della natura cambiano alternandosi tra copiose nebbie e schiarite, nuvole basse ed ampi squarci di azzurro, piogge improvvise e sferzate da venti impetuosi, qui sono una costante. Attraversando gli sporadici villaggi che si incontrano è possibile sostare presso locali che offrono un buon tè caldo o, per i più esigenti, bevande alcoliche come birra locale e l’immancabile whisky.

Chi, come noi, ha avuto la fortuna di girovagare per la Scozia proverà la magia che ogni centimetro di questa terra riesce a trasmette e la fantasia che scatena in ognuno; il trucco è avere la mente aperta e il cuore pronto a recepire tutte le emozioni possibili. Come scoprire le gotiche rovine della cattedrale di Elgin, le vaste brughiere dipinte di rosa dall’erica e le catene montuose del Cairngorms National Park. Nella parte occidentale della Scozia percorrendo le principali arterie di piste e sentieri colleganti villaggi, borghi e piccoli abitati, si incontrano caratteristici paesini, così come tante antiche chiese che si alternano a storici e tradizionali pub; qui in zona si distillano alcuni tra i più grandi whisky scozzesi. (di ©Andrea Perciato; photo by Maria Rita Liliano & A. Perciato)

GRECIA (ΣΛΛΑΔΞ)… su e giù tra le meraviglie della Macedonia

Non basterebbe un intero Wikipedia per riuscire a trovare le parole per descrivere e illustrare l’estrema bellezza dei luoghi attraversati, esplorati, conosciuti (forse non in profondità come meritavano ma a volte, spesso… il tempo è tiranno!). La Macedonia, quel vasto ed estremo territorio a nord della penisola ellenica, confinante con l’attuale stato della Macedonia settentrionale, altro non è che un immenso, selvaggio e variegato mondo in cui si incrociano le culture della pastorizia con quelle del bosco, quella contadina con quella del tipico agroalimentare e delle produzioni casearie, quella viticultura con quella olearia.

Immagino ancora i vecchi libri di storia che narrano di Filippo il “Macedone”, conquistatore dell’intera penisola greca; di suo figlio Alessandro “Magno” che completò l’opera paterna spostando i confini ellenici fino ad inglobare l’antico regno di Persia (oggi Iran); Dario III conosciuto anche col nome di Artashata… Le lunghe scorribande e la continua lotta da parte di dinastie, eserciti, re, principi e cavalieri per il controllo dei traffici e delle merci, sia via terra che per via mare, tra l’allora mondo occidentale conosciuto e quello orientale oscuro, misterioso e temuto mondo arabo d’indole bellicoso, sempre pronto a conquistare e depredare i miti porti e l’entroterra ellenico…

La Grecia conserva, al suo interno, un intenso ed articolato territorio montuoso (85% della superficie) in cui primeggia la più alta di tutte: quel monte Olimpo con le sue 55 cime che sembrano sempre essere irraggiungibili (occorrono sempre un paio di giorni di cammino per raggiungere la cima!) che gli antichi, al vederlo ricoperto di nubi, roboante di tuoni e circondato dalle folgori, ci misero ben poco per identificare in quell’altura, ben visibile a centinaia di km di distanza, la dimora degli Dei e la potenza espressa dalla loro collera.

Un mondo fatto in verticale invece è quello delle “Meteore” (Μετέωρε), Patrimonio Mondiale dell’Umanità (UNE-SCO), ove rocce a picco si impennano nel cielo e incutono timore reverenziale solo a guardarle dal basso o dalla lontana pianura tessalonica; un vasto “cielo di pietra” su cui troneggiano inaccessibili santuari rupestri in cui è molto sentito (e praticato) il culto della chiesa ortodossa perpetuato da monaci eremiti. Tra monasteri, chiese, cappelle e santuari rupestri è tutto un caleidoscopico alternarsi di icone, quadri, affreschi, miniature (alcune molto preziose) ricche di motivi religiosi e dai colori sgargianti; perdersi in questi silenzi lascia veramente senza parole… si resta, letteralmente, estasiati!

Purtroppo il tempo a disposizione è stato pochissimo, ma una puntatina alla penisola calcidica (Chalkidiki), soprattutto in quell’estremo lembo di terra montuosa che si protende, come un dito medio, verso il mare (Penisola di Sithonia) solo per andare a conoscere da vicino, quel suo particolare vitigno (sistemato a filari bassi) coltivato su terrazzamenti di calcareniti che, importato lungo le coste della “nostrana” Magna Grecia, ed in particolare verso le coste campane di Pithecusa (Ischia) e Positano, tra le prime e più importanti colonie greche, quell’Uva “Pede ‘e Palomma” (Uva Piede di Colombo) oggi meglio conosciuto e apprezzato, soprattutto sul “nostro” Sentiero degli Dei in costa d’Amalfi.

Ecco… sentire il profumo del mare inebriare le foglie dei tralci per restituire quell’essenza così inebriante, è stato davvero… un ritorno alle origini! (di ©Andrea Perciato; foto Maria Rita Liliano & A. Perciato)

Day of Dys 06.06.1944 (Normandie, F) “POINT DU HOC” 30 mt di rocce e di sangue

Se c’è un luogo, in tutta la Normandia che ricordi ciò che avvenne quel 6 giugno 1944 esso è Point du Hoc, trenta metri di ripida roccia diventato, suo malgrado, il promontorio più famoso di tutte le coste francesi. Una falesia che piomba nel mare e caratterizza due scogliere dalle inaccessibili muraglie rocciose. Qui fu allestita la più imponente postazione di batterie di cannoni tedeschi che potevano colpire due tra le più importanti spiagge dello sbarco in Normandia: Utah a ponente e Omaha a levante. Questo fu il luogo che vide l’avvicinarsi delle compagnie del 2° Battaglione degli US Rangers che con scale, corde e rampini avevano il compito (tentando l’impossibile) di scalare la rocciosa scogliera fino all’altopiano e, successivamente, assaltare e distruggere le linee tedesche asserragliate nei bunker in cima.… una volta in cima ai loro occhi si presentò un paesaggio colmo dei crateri lasciati dopo i pesanti bombardamenti dell’artiglieria navale.

Oggi qui si respira una sensazione di calma e raccoglimento, il cielo azzurro si unisce oltre l’immenso sulla linea del mare, e le uniche voci che resistono sono quelle del vento e dei gabbiani. Ancora oggi si riesce a percepire quella terribile sensazione di cosa fu l’alba di quel 6 giugno; si rivive drammaticamente quell’ambientazione del tempo: i bunker, le batterie tedesche, i cannoni, il filo spinato, le falesie, il vento che soffia incessante… tutto contribuisce a rendere questo luogo davvero un posto molto suggestivo. Tutta la zona che sovrasta il promontorio e un luogo fuori dal tempo, sembra di essere proiettati indietro di oltre 70 anni: per volere e/o scelta delle autorità locali e militari, l’area è stata lasciata così come si presentava dopo la guerra, coi prati di falasca a picco sulla scogliera e delimitati ancora da quel filo spinato originale dell’epoca posizionati dai tedeschi per impedire l’assalto, con le postazioni dei bunker distrutti e le grosse buche lasciate dalle esplosioni. La posizione strategica del terreno, la ripida scogliera che sprofonda in mare e che non lascia vedere il fondo, lascia qui intuire di cosa davvero fu lo sbarco e tutta la conseguente operazione militare che ne derivò.

Pointe Du Hoc, una falesia dove i tedeschi avevano costruito dei bunker per cannoni di grosso calibro. Il 6 giugno qui sbarcarono i Rangers statunitensi, che conquistarono il loro obiettivo dopo aver scalato una parete rocciosa alta trenta metri. Oggi il sito è visitabile gratuitamente; alcuni bunker sono accessibili e la vista dalla cima della scogliera è indimenticabile. (di © Andrea Perciato; foto Maria Rita Liliano & A. Perciato)

i “Palmenti” di PIETRAGALLA (PZ): storie di uomini, di pietre e di luoghi… “di-Vini”

Il viaggio in Basilicata è sempre una piacevole scoperta; ma andare alla conoscenza di luoghi davvero fuori dal tempo ha davvero un fascino unico, un’esperienza che lascia il segno, una emozione che difficilmente si dimentica. E sono proprio queste sensazioni che si provano avvicinandosi allo scenario (forse non) unico al mondo, di particolari “cellule” costruttive universalmente conosciute come i “Palmenti”; un quartiere a Pietragalla, un agglomerato di architettura rupestre, che spazia tra arte e ingegno, luogo elevato a simbolo di civiltà contadina.

Il fascino di questo quartiere, posto ai margini della periferia sud-orientale del borgo di Pietragalla, emerge dalla sua strategica posizione adagiato su un pendio scosceso con vedute panoramiche che spaziano lungo un rincorrersi di colli e vallate; alle spalle il borgo, di fronte, paesaggi che s’aprono sull’infinito. Ma come (e perché) sorgono queste nicchie scavate nel terreno grandi più o meno come un moderno disimpegno, o ricavate dai pendii inclinati, e – soprattutto – a cosa servivano? Andiamole a conoscere insieme e scopriamo perché sono così speciali.

Fuori le ultime case del borgo la via (Statale 169) comincia a scendere con una serie di curve e tornanti; dopo aver superato una grossa curva a gomito che piega a destra, ecco che compare in tutto il suo spettacolare scenario in un’atmosfera quasi da fiaba, il quartiere dei “palmenti”, antichi depositi per la trasformazione delle uve, costruiti dai contadini di un tempo in pietra locale. Di sicuro siamo di fronte a forme uniche, del tutto originali, di esemplari d’architettura rupestre che hanno mantenuto – nel corso dei secoli – la propria funzione (non residenziale) di luoghi adibiti alla lavorazione e produzione dei vitigni locali. Le strutture sono grotte ipogee scavate nella pietra arenaria oppure ricavate sfruttando le pendenze.

Anche se possono sembrare strutture costruite da secoli, l’idea di realizzare un quartiere così particolare, e d’importanza fondamentale per l’economia e il commercio della zona, risale – probabilmente – verso la fine del ‘700, di quando i monaci locali producevano in proprio il vino dei loro tenimenti, ma che durante il corso del tempo hanno ampliato ed evoluto la produzione (solo inizialmente) locale, tramutandola in una vera e propria industria vitivinicola. I “palmenti” traggono la propria origine dal verbo latino “paumentum” e cioè l’azione del pigiare, del battere, che ha originato il termine pavimento. I territori che sorgono a oriente del paese sono da sempre stati la privilegiata area di coltivazione dei vitigni locali.

Per secoli la maggior parte dei vigneti è stata coltivata sulle colline e nelle contrade tutte poste ad est di Pietragalla e le continue vendemmie mettevano in azione intere famiglie dedite alla raccolta, al trasporto per mezzo di animali da soma e alla lavorazione (ultima fase) che anticipava la produzione del cosiddetto “Nettare di-Vino” proprio all’interno di queste inconsuete “fabbriche del vino”; autentici laboratori in cui le particolari alchimie di mescite e conservazione, restituivano un prodotto di qualità ancora oggi apprezzato sulle tavole lucane e, specialmente, quelle locali.

L’area che fu individuata per realizzare questi palmenti non fu una scelta a caso, ma il principale motivo che le ha rese così speciali come tipologie costruttive (non residenziali) è stato per la conformazione geologica del pendio su cui sorgono e perché il sottosuolo è ricco di rocce tufacee, quindi piuttosto facili da lavorare. Ma, cosa da non sottovalutare, fu l’intuizione avuta nel realizzarli in modo tale da sfruttare l’orientamento puntato verso sud (le maggiori ore di luce solare) o al massimo verso SE, direzioni che garantivano il massimo afflusso di energia solare durante il corso della giornata ottimo per la fermentazione.

I palmenti sono dei veri e propri esempi di architettura rurale, originali botteghe (e laboratori) per la lavorazione e la produzione del vino, frutto dell’intuito e dell’ingegno dei vignaiuoli locali che pensarono bene di avere nelle vicinanze del borgo una zona appositamente attrezzata e adatta allo scopo. Girovagare tra i palmenti (sono circa 200) genera una piacevole sensazione che sa di antico, di fascino, di mistero, di fatica e sacrifici, di memorie lavorative perse nel tempo e di azioni dell’uomo oggi, sicuramente, sconosciute ai più. Camminare su e giù per i palmenti di Pietragalla non è solo un semplice attraversare luoghi ricchi di storia che hanno fatto della coltura del vino un vanto per l’economia locale, ma che ha restituito un plusvalore di cultura e tradizioni in quest’area della Lucania.

Osservando da vicino e andando a curiosare in ogni angolo, sia all’esterno che all’interno, i particolari costruttivi, i materiali usati, gli spazi adibiti alla lavorazione e la collocazione (con gli accessi tutti rivolti nella stessa direzione) di questi palmenti viene da pensare (ma è solo un’ipotesi) che Tolkien, insieme a sua figlia Priscilla, nel loro viaggio in Italia dell’agosto del 1955 oltre a Venezia e a Roma si spinsero verso il profondo Sud e – ma non si hanno prove – ci piace credere che abbiano potuto sfiorare Pietragalla e visitare i palmenti, traendo così ispirazione nel narrare il villaggio degli “hobbit” nel suo capolavoro letterario della “Terra di Mezzo”.

L’originalità delle architetture rupestri del luogo si unisce alla storia e alla curiosità. Se non uniche, di sicuro sono molto rare come costruzioni. In queste casette gli abitanti di Pietragalla servendosi di asini portavano le uve per poi schiacciarle ed estrarre il vino tramite un articolato sistema di vasche su differenti livelli per poi lasciare il mosto a fermentare anche grazie al particolare microclima, per poi trasferirlo definitivamente nelle botti. Qui ogni contadino aveva il suo palmento, qui si portavano le uve, si faceva fermentare nella parte bassa nella roccia e poi quando il mosto era maturo venivano riempite le botti e portate nelle cantine su in paese.

La caratteristica principale di questi palmenti emerge dal fatto che sono stati costruiti nella terra (ricavati dalle grotte preesistenti in loco) e, successivamente, è stata costruita la facciata in pietra frontale in cui si evidenziano il tufo, il calcare e l’arenaria. Erano strutture fondamentali per i contadini del posto perché proprio lì veniva prodotto il vino locale che ha creato economia fino alla metà degli anni 70 dello scorzo secolo! La fase finale della produzione avveniva col trasporto dei barili che si caricavano a dorso dei muli, oppure degli asini, per poi trasportarli – a loro volta – nelle cantine (le cosiddette “rutte”) su a Pietragalla, dove il vino veniva definitivamente versato nelle botti e messo a conservare.

Qui, le grotte dei palmenti (che non erano le cantine) avevano più o meno un identico spazio di lavorazione che potremo, sinteticamente, individuare così: 1) Vi era una prima fase che era, naturalmente, quella della vendemmia (la “v’nnéggn“); 2) i vitigni raccolti durante la vendemmia venivano introdotti nelle vasche ricavate da vani superiori solitamente accessibili con due aperture tali da consentire l’ingresso (si privilegiavano donne e fanciulli) e poter avviare la fase della pigiatura; 3) su un piano intermedio venivano scartati e depositati i raspi, riutilizzabili successivamente per altre operazioni; 4) l’estratto della pigiatura colava attraverso piccoli fori posti alla base inferiore del vano di pigiatura così da ottenere il mosto che veniva messo a fermentare in apposite vasche; 5) nel fondo della vasca di fermentazione vi è un canale per lo scarico del vino in corrispondenza del quale si trova una buca spaziosa (palm’ndédd) quanto basta per riempire i barili durante la svinatura; 6) al termine della fermentazione del mosto, che avviene dopo circa 20 giorni, si pratica la cosiddetta svinatura (“Sc’bb’ ttà“). In pratica con l’utilizzo della macchina spremitrice, si comprimono le vinacce per ottenere il vino.

Il nostro viaggio alla scoperta e conoscenza di un mondo fatto di fatica, di sudore, di attese, di privazioni, di sacrifici, ma anche di soddisfazioni per l’ottima qualità di un prodotto finale da poter gustare in ogni ricorrenza, termina con l’esplorazione di questo incredibile quartiere rurale. Un posto ove ancora si respira la forza generata dalle secolari produzioni vitivinicole, produzioni – inizialmente adottate per soddisfare solo i fabbisogni familiari – a cui tutte le famiglie di Pietragalla hanno partecipato per secoli avendo un proprio palmento e che hanno fatto conoscere a molti, l’importanza di un luogo, di una storia fatta di uomini e pietre e del vanto di una terra, la Lucania, che merita senz’altro di essere conosciuta e “gustata” soprattutto a tavola. La Lucania saprà come accoglierti, mentre a tavola ci sarà sempre un bicchiere di “quello buono” che non aspetta altro di esaltare le vostre pupille gustative. (di ©Andrea Perciato; foto Maria Rita Liliano e A. Perciato)

ore 06,00 del 06.06.44 Day of Days UTAH BEACH: la notte che cambiò il mondo… per sempre!

Sorge l’alba proprio dalla spiaggia che per prima fu interessata dalle operazioni dello sbarco in Normandia (il D-Day della II Guerra Mondiale), quella ove i primi fanti americani toccarono suolo: Utah Beach. Ma già dopo 30 minuti al trascorrere della mezzanotte tra il 5 e il 6 giugno, oltre 1500 aerei paracadutavano, sulla zona della penisola del Cotentin, migliaia di uomini della 82a Divisione Airborne, che avrebbe preso il borgo di Sainte Mére Eglise, e della 101a Divisione Airborne che avrebbe protetto e reso sicuro i collegamenti tra la testa di ponte di Utah Beach e l’interno.

Con lo stesso spirito emotivo ripercorriamo le stesse direttrici compiute dalle truppe sbarcate ad Utah. Oggi qui, dopo aver toccato e fatto scorrere tra le dita, la bianca e soffice sabbia della spiaggia, la stessa spiaggia che fu insanguinata dagli americani, ci incamminiamo verso l’interno superando la gigantesca fascia dunale, ove sono presenti un Museo (a forma di paracadute), che raccoglie numerosi reperti dello sbarco, compreso un aereo e, sparsi tutt’intorno, diversi pezzi di artiglieria (batterie campali, un carro armato Sherman, ed un mezzo da sbarco), stele, lapidi, targhe in marmo e monumenti in bronzo che ricordano cosa avvenne nelle prime ore del giorno del 6 giugno 1944; un “Albero della Pace” si evidenzia per le sue foglie pluri-cromatiche.

Allontanandosi dalle spiagge e penetrando verso i territori interni si attraversano ampie zone di “marais” (le complicate paludi in cui molti paracadutisti persero la vita); si supera il cippo marmoreo sormontato dalla statua in bronzo che ricorda le azioni del ten. Dick Winter (autore del libro e protagonista della serie Band of Brother, realmente esistito!) che coi suoi uomini della 506a “Easy” Company riuscì a mettere fuori combattimento, dopo aver toccato suolo tra le campagne di St Mére Eglise e St Marie du Mont, quattro batterie di cannoni tedeschi che puntavano ad ostacolare le operazioni di sbarco terrestri.

Dopo aver attraversato il piccolo borgo di Sainte Marie du Mont, si punta decisamente verso Sainte Mére Eglise ove sbuchiamo al centro di quella piazza immortalata nelle scenografie del più famoso film sull’argomento; una piazza che nelle prime ore del 6 giugno – abbagliata dalle fiamme di un vicino edificio – rischiarò il buio di quella triste notte favorendo la reazione dei tedeschi che annientarono centinaia di paracadutisti ancor prima che questi toccassero terra, ad accezione di un soldato (John Steele) che, durante la discesa, rimase impigliato con il paracadute alle guglie del campanile della Chiesa di questo piccolo borgo e di cui, ancora oggi, un manichino ne raffigura l’episodio.

Una piazza carica di ricordi e di memorie, quella di Sainte Mére Eglise; non possiamo fare a meno di visitare l’interno dell’antica chiesa che ha un particolare pulpito scolpito in legno ed uno scenografico altare; ma è nella facciata posteriore, quella verso l’abside, che presenta una coloratissima vetrata che raffigura un bellissimo mosaico con un Cristo “benedicente” tra due paracadutisti dell’Airborne. Sulla piazza s’affacciano decine di negozi di souvenir e/o cimeli, affiancati da bar e “patisserie”, strutture ricettive, l’ufficio turistico locale e l’ampio prato su cui è allestito l’Airborne Museum con automezzi, veicoli, carri armati e cannoni che, in bella mostra, ricordano gli eventi di quei giorni.

Si conclude questa nostra giornata escursionistica attraverso il tempo e la storia della Normandia, ove tutto ruota intorno a quella gigantesca operazione militare (“Overlord”, il D-Day… quel “Giorno più Lungo”) che liberò l’Europa dalle dittature; ma è stato anche un interessante viaggio compiuto andando alla scoperta e alla conoscenza della natura, dell’arte e della cultura di questa parte settentrionale della Francia che s’affaccia sul Canale della Manica… Il tutto nel ricordo e nella memoria di quei tantissimi giovani (americani, inglesi, canadesi, australiani, neozelandesi, scozzesi, danesi, norvegesi, francesi…) che sacrificarono la propria vita in quella notte che cambiò la storia… per sempre! (di©Andrea Perciato)

APICE (BN) tra Via Appia e fiume Calore, la città che disse NO… per 2 volte

Posta – è il caso di dirlo – all’apice di uno spuntone roccioso che si erge alla destra orografica della valle del Calore, ai margini di territori determinati da bianchi calanchi in arenaria, giace questo borgo “abbandonato” tra i più caratteristici del mezzogiorno italiano.

Appropinquarsi nel raggiungere la rupe dominata dalla poderosa fortezza normanna di Castello dell’Ettore è come immergersi in un affascinante viaggio a ritroso nel tempo ove tutto è rimasto fermo a quella sera di agosto del 1962 quando una forte scossa di terremoto colpì la zona, causando crolli e disagi alla popolazione – che qui contò 17 vittime – che, per decreto, fu costretta a lasciare il borgo ed a sistemarsi, poco lontano, sul ciglio di un crinale prativo determinando la nascita della nuova Apice.

Ma questo abbandono, anche se concordato con le autorità, non fu così semplice, poiché diverse famiglie che avevano attività commerciali all’interno del borgo, oppure perché non volevano in alcun modo lasciare il vecchio abitato, decisero di contravvenire all’ordinanza e di restare all’interno del vecchio paese continuando a vivere e a lavorare tra le case vuote. Ma la permanenza durò appena 18 anni, fino a quella maledetta sera del 23 novembre 1980 che fece “ballare” nuovamente la rupe determinando ulteriori crolli tra le vecchie case ancora rimaste in piedi.

Questa volta l’abbandono del paese fu definitivamente sancito a causa della pericolosità della gran parte degli edifici risultati lesionati e poco affidabili nella loro efficacia strutturale. Giunti al piazzale d’ingresso del borgo, ci accoglie il suggestivo scenario del Castello dell’Ettore, di matrice normanna, coi suoi barbacani, la torre merlata e il belvedere. Appena accanto compare la skyline del paese fantasma. Un primo “curioso” cancello aperto, immette in Contrada Marroni, lungo il selciato della vecchia pavimentazione.

E subito si avverte di trovarsi coinvolti dai silenzi dei vuoti di portali, terrazzini e finestre rotti – nelle giornate ventose – dalle refole e dagli ululati del vento che volteggiano e si aggrovigliano attraverso gli androni e le porte della vecchia macelleria, oppure di quella piccola officina, o la bottega del salumaio; tutto fermo e definitivamente congelato ai primi anni ’80. Il paese è tutto pericolante ed è per questo motivo che non sono tutti visitabili i quertieri che ne compongono il perimetro urbano.

Purtroppo ci sono cancelli ovunque che impediscono di accedere e vedere – forse – la parte più interessante del borgo, quella che si protende verso sud. Ma, senza scoraggiarci, cerchiamo di proseguire affidandoci al nostro istinto, soprattutto quello visivo, cercando di scoprire il più possibile, scorci, particolari e spaccati di vita “fermi” nel tempo; continuiamo a camminare immaginando di essere avvolti in una magica atmosfera intrisa di vita tranquilla, ove ogni ritmo seguiva una propria traccia, ove ogni azione veniva determinata dallo scandire del tempo.

Anche se la parte resa visitabile (ci sono, purtroppo, troppi cancelli chiusi che impediscono di accedere attraverso vicoli e corti di cui possiamo solo immaginare la dislocazione… peccato) risulta essere comunque suggestiva, il borgo ha sempre qualcosa di spettrale. Lo sguardo ci proietta indietro nel tempo… sbirciando dalle vuote finestre si scorgono mobili alle pareti, sedie impolverate, suppellettili appese ai muri, “forme di vita” perse nel tempo che hanno tantissimi anni. Le pareti con pietre in faccia a vista, i vivaci intonaci appena “spelacchiati”, ritagli di manifesti e proclami politici, oppure di persone decedute, sembrano raccontare di quella quotidianità d’un tempo che raccoglieva – e coinvolgeva – tutte le famiglie del borgo. Si possono ancora vedere le insegne dei negozi, le vecchie case piene di lesioni o mezze crollate.

Si può solo ipotizzare di come poteva svolgersi la quotidianità all’interno di Apice vecchia. Un borgo rimasto immobile nel tempo con le sue strade, le sue case, la chiesa, i suoi negozi. Insegne ancora intatte come quella del “Salone” oppure della sala biliardi, gli scaffali della farmacia, le mensole del bar, il banco della macelleria e del forno, gli odori del mosto di antiche cantine o le tipiche essenze delle cucine. Una grande piazza dove si faceva il mercato e sulla quale si affacciavano tutte le principali attività. Nelle case abbandonate ancora tavoli (che sembrano aspettare i commensali per il pranzo) e credenze con foto, documenti e vettovaglie sparse; non mancano i giocattoli dei bambini. un intreccio di strade ben tenute con case ben adornate che fanno capire di come la gente del paese viveva bene e con serenità in armonia con le bellezze naturali del circondario.

È una vera e propria “ghost town” anche se la città – ferma nel tempo – risulta essere ancora in ottimo stato, con le case che ancora offrono vibranti emozioni di vita vissuta nonostante la natura, con le sue radici incordate e le rampicanti piante, stia prendendo il sopravvento; in questo luogo si provano strane sensazioni di un’atmosfera da fiaba è – al tempo stesso – intrigante nella sua maestosità, in un paesaggio incantevole, dove storia e leggende s’intrecciano rendendo ancora più magica l’aurea di fascino e mistero. La cosa impressionante è che qui tutto è rimasto fermo a quegli anni dell’abbandono.

Ad ogni modo Apice, bella ed affascinante, accogliente e familiare presenta troppi cancelli chiusi. In sostanza al culmine del momento in cui la passione del luogo ci avvolge la delusione arriva dai limiti di accesso ovunque; allo stato attuale (gennaio 2022) resta – sich – visitabile solo 1/5 dell’intero perimetro urbano. (di ©Andrea Perciato)