ISOLA del LIRI (FR), la magia dell’acqua… il suono della vita!

(L’INDUSTRIA CARTARIA COME FONTE DI REDDITO E SOSTENTAMENTO!)

Un borgo di appena qualche centinaio di metri si espande – da una parte all’altra – circondato tra due grandi cascate generate dalle acque del fiume Liri, creando così un’isola unica al mondo all’interno di un territorio prevalentemente montuoso. Il fragore dell’acqua comincia a sentirsi poco alla volta che si superano le prime abitazioni di stampo ottocentesco, ma è dopo aver raggiunto il Ponte Napoli che si gode dello splendore e della magnificenza paesaggistica della Cascata Grande da cui emerge il poderoso Castello Boncompagni/Viscogliosi.

La natura rigogliosa del circondario, l’aria salubre dei territori circostanti, la qualità delle acque che, fin dall’antichità, hanno offerto alle popolazioni locali, sostentamento e alimentazione fanno – dell’Isola di Liri – un luogo davvero interessante ove poter trascorrere qualche giorno di puro coinvolgimento emotivo. Gli ingredienti ci sono tutti: la storia, la cultura, l’archeologia industriale, la buona cucina, l’arte, le tradizioni. Siamo nel frusinate, ai margini dei confini tra quello che un tempo era il glorioso Regno Borbonico e lo Stato della Chiesa; montagne e valloni qui hanno dato rifugio – nel tempo – a bande di briganti che imperversavano per queste contrade.

Ma la ricchezza di questi luoghi viene proprio dalla sua stessa essenza: il patrimonio naturalistico e ambientale che la contraddistingue e le peculiarità che questi patrimoni sono riusciti ad offrire all’economia e al benessere della zona. Giungere in questa località sembra proprio di entrare attraverso un varco spazio/temporale ove la natura ha sempre svolto il ruolo di protagonista assoluta. Un borgo dominato dal Castello Boncompagni/Viscogliosi che si pone proprio a ridosso della rupe ove – per un particolare gioco morfologico e naturalistico – il percorso del fiume Liri si biforca in due bracci ben distinti proprio all’altezza del castello determinando, con la Cascata Grande, un centro cittadino, ed un paesaggio (con due cascate) forse unico e, certamente, raro sia in Italia che in Europa.

La rigogliosa natura che circonda il borgo offre orizzonti e skyline davvero molto suggestive: cascate con salti d’acqua, l’argenteo flusso delle acque che serpeggia tra le case della parte più antica del borgo rendendo quest’ultimo – appunto – come un’isola circondata dalle acque offrendo al mondo intero la visione di un centro storico (forse unico) in cui l’acqua delle cascate caratterizza l’ambiente; difficile, riscontrare altrove, una cascata così imponente che scorre nel centro di un luogo abitato.

Le cascate all’Isola del Liri sono alte 27 metri e piombano proprio nel mezzo del centro abitato avendo determinato, nel tempo, anche lo sviluppo dell’agglomerato urbano. Avvicinandosi verso il centro del borgo, poco alla volta il fragore dell’acqua determina la colonna sonora che da tempo immemore accompagna il soggiorno dei residenti (e dei turisti che scelgono Isola per le vacanze) o le fugaci visite dei viaggiatori che si trovano a passare tra queste contrade. Qui il rumore dell’acqua che scivola giù sembra essere il suono delle onde che si rincorrono, s’infrangono e si attorcigliano.

Entrambe le cascate sono nel centro del paese; la Cascata Grande, alta 27 metri, è quella di maggior fascino per via del maggior gettito e portata d’acqua. La cascata più piccola, invece, detta Cascata del Volcatoio è meno spettacolare poichè viene utilizzata per alimentare una centrale elettrica. Fino agli inizi del ‘900 Isola del Liri offriva piacevoli soggiorni per la bellezza dei suoi dintorni e la peculiarità del suo centro storico che, nel corso dei secoli, è riuscito a basare la sua economia esclusivamente intorno a questo evento naturale.

Il salto dell’acqua offre uno spettacolo davvero molto suggestivo, una visione che può essere ammirata anche più da vicino, transitando per un passaggio pubblico che attraversa un antico corpo di fabbrica (Cartiera) posto sulla sinistra orografica del fiume Liri, fino a portarsi a ridosso di una terrazza quasi sotto il grande salto d’acqua; al lato opposto, sulla riva destra, prospettano gli antichi edifici del borgo antico, quello racchiuso nell’isola, sotto cui s’aprono numerosi locali (pub, ristoranti, taverne e bar) che offrono pietanze e brevi momenti di relax circondati dal magico suono delle acque.

Già dal XVI secolo la potenza e la salubrità di queste acque fu sapientemente sfruttata per scopi industriali dando un impulso all’economia locale che da agreste andava – nel corso del tempo – trasformandosi poco alla volta in industriale grazie alla regolamentazione del flusso delle acque ed alla costruzione, lungo il suo corso, di fabbriche (le cartiere) per la produzione della carta. l fiume Liri proprio all’altezza del Castello Boncompagni/Viscogliosi va biforcandosi in due rami andando a creare due cascate: una più “grande” e una più piccola, ma di minore portata d’acqua.

Isola del Liri ha avuto – durante il corso dei secoli – periodi di progresso e di benessere civile, culturale e sociale che si sono alternati periodi di totale abbandono. Con l’arrivo dei Francesi agli inizi del 1800 iniziò lo sviluppo industriale per la lavorazione della carta e le costruzioni di diverse fabbriche dedite allo scopo e la costruzione, nel circondario, di sontuose e monumentali ville, come la splendida villa Lefebre. Verso la metà del secolo scorso, invece, inizia la crisi di queste industrie della carta fino al completo abbandono degli edifici delle antiche cartiere che, è bene sapere, avevano ognuna una piccola centrale idroelettrica che sfruttava proprio l’energia prodotta dalle cascate.  

Camminando lungo le poche centinaia di metri di Via Roma, si lascia sulla sinistra uno slargo su cui prospetta la facciata di Palazzo Zuccari, mentre al lato opposto, tra vicoli basolati, archi e supportici, rampe e gradinate, vecchi edifici in pietra ed antichi portali in penombra, si attraversa il cuore antico di Isola. Sulla sinistra prospetta la rosea facciata della Chiesa di San Lorenzo in puro stile barocco; questa chiesa fu teatro di un sanguinoso ed efferato eccidio che coinvolse parte della popolazione durante la fine del ‘700.

Raggiunti il lato opposto del borgo (verso ponente), e superati il successivo Ponte Roma del braccio secondario del fiume, sulla destra compare l’accesso che invita ad entrare nel Parco Fluviale, un’area appositamente attrezzata che conduce ai piedi della Cascata del Valcatoio, formata dal ramo destro del fiume, meno spettacolare della prima perché assolve alla funzione di alimentare un impianto di produzione elettrica. Il parco è ben tenuto con un percorso pedonale e attività commerciali che costeggia il bacino; si passa per antichi corpi di fabbrica ove le ruote dei mulini, argani e ingranaggi vari lasciano intuire la vocazione industriale di questa borgata; all’interno del parco è presente anche una Biblioteca.

Qui i turisti di passaggio, i fugaci viaggiatori e la popolazione locale, possono godere, durante tutti i periodi dell’anno, di attimi di riposo – magari godendo della frescura dei grossi alberi presenti all’interno del parco – e momenti di relax; oltre a gustare delle prelibate pietanze servite nei numerosi locali (consigliabile la prenotazione!), soprattutto di quelli che prospettano vista cascata. Qui, ad Isola del Liri, l’ospite ha la piacevole sensazione di essere accolto (e coinvolto) proprio come uno di famiglia, potendo usufruire delle decine di alloggi come antiche dimore, residenze storiche, b&b in case ottocentesche e affittacamere. Isola del Liri, non merita solo una fugace visita, Isola ha ancora tanto da offrire, soprattutto nelle sue vicinanze… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

il “CAMMINO dei TRE VILLAGGI” nella “TUSCIA VITERBESE” (VT)

Luoghi che sprigionano serenità, orizzonti che sprofondano tra il verde degli uliveti e l’azzurro del cielo; posti che invitano a vestirsi di curiosità e ad immergersi in ambienti che suscitano la voglia di camminare andando alla scoperta di antiche vie di collegamento, di piste e sentieri frequentati da oltre 3000 anni e di mete sospese in quel limbo emotivo che spazia tra fascino e mistero. Siamo nel cuore della Tuscia viterbese un territorio ricco di bellezze naturalistiche e culturali; uno straordinario paesaggio in cui i suggestivi borghi conservano ancora le preziose testimonianze storiche e archeologiche di passate civiltà.

Ciò che emerge tra le caratteristiche di questo CAMMINO dei TRE VILLAGGI sono la storia (qui ogni metro quadrato è intriso di antichità), l’archeologia etrusca (per i suoi particolari luoghi di sepoltura) e la rigogliosa natura (con estese coperture forestali in cui primeggiano – su tutto – le enormi felci di un copioso sottobosco), aree ancora avvolte dalla “wild” e poco battute dall’uomo moderno. Ciò che trasmette questo cammino, ciò che riesce ad offrire e lasciare questo percorso, come a portare nel cuore, è la profonda capacità di andare alla scoperta di posti sconosciuti con occhi sempre aperti e stimolati dalla curiosità.

Siamo nelle terre deli Etruschi… popolo dall’indole colta, particolarmente raffinato, colmo di ricchezze e potente. Ed è proprio nei piccoli paesi, nei borghi e nei villaggi (come quelli toccati da questo cammino) sparsi in quest’area, che si ritrovano ampie testimonianze sia storiche che archeologiche immerse negli straordinari paesaggi naturali. Camminare per queste antiche “Vie Etrusche” solcate dai sandali e dai calzari di pastori, contadini, uomini d’arme e uomini di fede di migliaia di anni fa… è un’emozione da provare fino all’ultimo metro percorso!

Il Cammino dei Tre Villaggi altro non è che un invito alla lentezza e alla scoperta di particolari luoghi come le tombe a “camera”, il Parco Marturanum, le chiese antiche, piccole e grandi necropoli, le vie cave scavate nel tufo, i punti panoramici, e i borghi avvolti solo dal silenzio. Percorrere queste antiche strade etrusche è una continua meraviglia che – passo dopo passo – conduce alla scoperta di tesori archeologici e naturalistici di inestimabile bellezza ove la natura selvaggia delle forre, di piccole e grandi cascate, di mulini e torrenti, di giardini terrazzati, di ponti romani e borghi medievali, di antiche torri, di colombari e di antichi tratti viari come la Via Clodia, esaltano ancor più la suggestiva bellezza di questo angolo d’Italia conosciuto da pochi…

VILLA San GIOVANNI in TUSCIA è un piccolo borgo che accoglie, poco più, di 1200 anime. Fondato nel ‘500 dai discendenti del condottiero Renzo Anguillara la sua parte antica sorge in luogo di una preesistente villa d’epoca romana eretta fra III e IV secolo d.C.. Da qui ha inizio quello che – a tutt’oggi – viene considerato come il “Cammino più breve” d’Italia che, coi suoi 22 km circa di percorrenza, lungo un circuito che abbraccia alcuni dei luoghi più significativi della cultura etrusca, attraversa paesaggi bucolici di raffinata bellezza. Dopo pochi km su strada asfaltata, e superati ampi prati dediti all’agricoltura, ha inizio la strada sterrata fino ad entrare in un bosco intriso di verde, che diviene sempre più intenso, che porta in breve ad attraversare – e superare – un fiume per mezzo di un ponte.

Nuovamente all’aperto, si prende per un buon sentiero che in breve sfocia nell’ampia Valle Cappellana ove la presenza della Tomba “Margareth” (particolarissima per le colonne doriche, la trabeazione e le decorazioni dei letti funebri) e della tomba del “Trono”; due tombe che appartengono al grande tumulo sulla strada di raccordo per la Via Cassia; al loro interno si ergono due colonne scanalate con capitelli dorico/etruschi, un soffitto a travi, un letto di deposizione e piccoli troni ricavati direttamente nel tufo. E poi nuovamente in cammino attraverso le Vie cave scavate nel tufo fino a raggiungere la Casina di CAIOLO nel centro del Parco Regionale “MARTURANUM” un’area naturale protetta tra i monti della Tolfa e il Lago di Vico, camminando lungo antichi sentieri etruschi immersi in una natura ancora allo stato selvaggio.

Raggiunti uno scollinamento (casa isolata con cancello ricolmo di collari e campanacci per le greggi al pascolo) si continua ancora, in successione, per una serie di alte pareti scavate nel tufo (località Colle di Caiolo) che sembrano tanti giganteschi alveari (tombe a “portico”), un gigantesco complesso di camere funerarie conosciute come le “Palazzine”, puntellati da numerose cavità perfettamente squadrate da abili mani scultoree; reperti archeologici di epoca etrusca, che costituiscono il vasto complesso della necropoli rupestre di San Giuliano, che permette di poter visitare due tra le più famose tombe della zona: la tomba della “Regina” e la tomba del “Cervo”.

Presso un quadrivio di piste e sentieri, per una breve deviazione sulla destra del percorso principale si raggiunge, in breve, il leggero pianoro tufaceo di San Giuliano ove si ergono – maestose – le rovine della Chiesa di San Giuliano e i resti di un abitato d’epoca medioevale. Risalente al XII secolo la chiesetta presenta numerosi (e interessanti) spunti architettonici sovrapposti durante lo scorrere dei secoli come l’antico impianto a tre navate, colonne in pietra, capitelli in stile romanico, archi a “tutto sesto”, un antico romitorio (che accoglieva piccole comunità di monaci eremiti); l’abside interna è affrescata con figure di santi, una Madonna con Bambino e un Cristo benedicente racchiuso in una cornice a “mandorla”. Il complesso è dedicato al culto di San Giuliano (santo “Ospitaliere”), giovane cavaliere e mercante fiammingo, tormentato per le sue azioni, divenne – nel tempo – apostolo dell’accoglienza e protettore di viandanti e pellegrini.

Successivamente la pista porta al grosso tumulo detto “Cima”, una necropoli circolare chiusa che raccoglie numerose tombe rupestri incastrate tra alte pareti verticali. Per una impervia salita, rotta da gradoni lastricati, si supera il fontanile in località Fonte Pisciarello (remoto luogo di sosta e transito per uomini ed animali); un tortuoso percorso che serpeggia tra due alte muraglie tufacee. Attraversarlo è come seguire le impronte e gli antichi passi di contadini, pastori, pellegrini e viandanti che hanno utilizzato questo passaggio per millenni. Questa via cava – imponente e misteriosa – va a sbucare proprio a ridosso delle possenti mura che racchiudono il borgo di BARBARANO ROMANO, il secondo dei “tre villaggi”.

Col suo caratteristico centro storico si erge dall’alto di una rupe in roccia vulcanica. Le sue origini risalgono al periodo etrusco romano, ma l’attuale struttura architettura ed il suo impianto urbano è strutturato su un borgo di matrice medievale, cosiddetto a “spina di pesce”. Varcato l’ingresso passando sotto l’arco della possente Porta Romana – su base quadrata sovrapposta da due ordini cilindrici e sormontata da un orologio – si attraversa l’arteria principale in basoli che s’apre con interessanti scorci su antichi portali in pietra tufacea, palazzi gentilizi, corti adombre, archi con scale rampanti e slarghi acciottolati.

Al termine del borgo, quasi alla sua estremità settentrionale, una deviazione a sinistra scende per ripida discesa fino a lasciare lo splendido borgo attraverso l’antica porta a nord; qui ora ci si immerge in una verde e lussureggiante natura in cui primeggiano ampie macchie di felci giganti e rocce completamente ricoperte di muschio, circondati da decine di tombe etrusche per le numerose testimonianze archeologiche perfettamente integrate in questo paesaggio naturale, ove risulta spettacolare ritrovarsi immersi tra altissimi, maestosi e giganteschi alberi, foglie giganti, ciclamini selvatici e variopinte farfalle.

Siamo al centro delle “Gole del Biedano”, uno dei canyon di natura vulcanica più belli della Tuscia viterbese; esso supera un lungo vallone in cui si alternano – in successione – salti torrentizi, specchi lacustri, cascatelle, ponti, mole (antichi mulini con mura e blocchi in tufo), superamenti del greto torrentizio, salti fra le rocce e passaggi attraverso angusti cunicoli rocciosi. Tra salti su rocce, superamento di pendii, si cammina costeggiando sempre – ora su una sponda, ora sull’altra – il greto del torrente Biadano; in questi luoghi la presenza dell’uomo risale a circa 2500 anni fa, come testimoniato – allo sbocco del vallone, proprio sotto il caseggiato di Blera – dal bellissimo ponte in pietra a “schiena d’asino” sviluppato su tre ordini di archi, conosciuto come il “Ponte del Diavolo”; esso consentiva il passaggio della Via Clodia e facilitava l’ingresso al villaggio di BLERA.

Dal ponte, per un’impervia salita che sfiora i resti di quelle che dovevano inizialmente essere delle tombe riutilizzate – nel tempo – dai locali come depositi per attrezzi o ricovero per animali, si sbuca all’ingresso del terzo villaggio, sorto proprio lungo la Via Clodia verso Roma. Poche decine di minuti bastano per scoprire qualche meraviglia di questo borgo, distribuito lungo due assi principali e due secondari che attraversano – per tutta la sua interezza – il cuore del paese e consentono di camminare attraverso quella matrice medioevale che oggi è possibile ammirare. Nella sua parte più vetusta sono visibili grotte scavate nella roccia, cunicoli, caverne, tracce delle epoche antiche, ancora oggi ricche di fascino e di suggestive atmosfere.

Da Blera il cammino ora scende attraverso un vallone; sulla destra per un breve saliscendi attraverso un bosco si raggiunge un fossato facilmente superabile con un passaggio in pietra; la pista poi – con notevole pendenza – continua in salita lungo un sassoso sentiero fino ad incrociare la traccia del sentiero “Natura Evan” legato alla mitologia estrusca della dea dell’immortalità che si rifà alle “lasa”, le divinità femminili custodi delle sepolture. Poco in avanti il cammino esce dal bosco e si ammorbidisce; mantenendosi sempre sulla destra, una bianca e lunga carrareccia comincia ad attraversare – per mezzo di un lungo e assolato rettilineo – ampie radure prative colme di uliveti ove pascolano liberamente greggi di pecore.

Prima di toccare l’asfalto, però, una breve deviazione sulla destra porta in breve a solcare un tratto di un’antica Via Cava che metteva in collegamento gli assi viari della Francigena e della Clodia. Superando le numerose villette sparse per le campagne adiacenti, in pochi minuti si giunge nuovamente al centro della piazza di VILLA San GIOVANNI in TUSCIA, ove ha avuto inizio (e termina) questo cammino. Qui, accolti dagli amici della locale associazione culturale Stay Freedom “Cammino dei Tre Villaggi” che curano questo interessante percorso, si riceve il simpatico attestato (“testimonium”) del “Viandante Etrusco”. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

PITIGLIANO (GR, Toscana)… tra i profumi e i silenzi della “piccola” Gerusalemme

I riconoscimenti che identificano la bellezza e le caratteristiche di un luogo davvero unico li possiede tutti: “Bandiera Arancione” del TCI, insignito del prestigioso marchio tra i “Borghi più belli d’Italia”, riconosciuto come “Città del Vino” e tra le principali “Città dell’Olio” dell’intera Toscana. Il suo caratteristico abitato si adagia sopra uno sperone in roccia tufacea che domina un paesaggio solo in apparenza aspro, ma dalla struggente bellezza paesaggistica che ne identifica la salubrità locale, con profonde vallate ricche di vegetazione e la copiosità delle sue acque torrentizie.

Le colture della vite e dell’ulivo caratterizzano – fin dai tempi degli Etruschi – le campagne circostanti. Le qualità del vino locale e le specialità dell’olio d’oliva sono i principali prodotti sulle tavole della zona; il “Bianco di Pitigliano” è stata una tra le prime D.O.C. riconosciute (1966) in Italia. La morfologia del borgo, il suo impianto urbanistico trae origini dalla sua particolare posizione strategica che, fin dalla preistoria, ha favorito la possibilità di stabilire insediamenti umani. Il reticolo dei suoi vicoli (che sono più di 60), l’intreccio di passaggi, supportici, slarghi, rampe, piazzole sono tutti elementi – questi – che caratterizzano un borgo di pura matrice medioevale.

Fin dal passato, questi ambienti scavati nella viva roccia, sono sempre stati utilizzati come depositi e magazzini o come pozzi e cantine; per la conservazione dei cereali, ai vani superiori; mentre i “butti” (cosiddetti vani sottani) vengono adibiti a cantine per la conservazione del vino. La gran parte di questi ambienti, oggi, sono stati recuperati e riproposti come botteghe e negozietti che offrono prodotti di artigianato locale, oppure caratteristici localini (di sera illuminati da torce e lanterne) ove trascorrere qualche ora tra una buona lettura, oppure chiacchierando tra amici, o gustare pietanze della tradizione culinaria locale.

Qui ogni vicolo, ogni rampa, ogni balconata termina o s’affaccia sul vuoto; le mura tufacee, dal giallo ocra al rosso ruggine, raccontano delle tracce di un passato vissuto intensamente, celano curiosità e stimolano le fantasie di luoghi solo in apparenza inospitali, ma che da sempre hanno accolto intere famiglie dedite alla raccolta, produzione e commercio dei principali prodotti del circondario: la vite e l’ulivo. Infatti in tutte le case – completamente realizzate/scavate nel tufo modellando e ricavando, secondo le proprie esigenze – sono stati ricavati vani rialzati (gli spazi abitativi) raggiungibili per scale dalle incredibili alzate e pendenze; oppure le profonde cantine, da sempre adibite a depositi per il vino, per l’olio e altro ancora.

Queste due caratteristiche sull’utilizzo dei vani delle case o, nel complesso, dei corpi di fabbrica, sono facilmente intuibili a prima vista osservando attentamente le differenze degli accessi che prospettano lungo le due principali arterie del borgo antico: Via Roma (il Corso) e Via Zuccarelli (che attraversa il Ghetto ebraico): se la soglia d’ingresso è caratterizzata da uno o, al massimo, due gradini, allora… si sale. Mentre invece se la soglia è solo una piatta lastra in marmo (o calcare), allora… si scende! Entrambe le arterie s’incontrano davanti alla facciata della chiesa patronale dedita al culto di San Rocco.

Pitigliano è anche conosciuta con l’appellativo di “Piccola Gerusalemme”, non solo perché somiglia alla celebre “capitale” delle 3 più importanti religioni monoteiste, bensì per la presenza di un quartiere (il ghetto) d’origini ebraiche che fin dal XVI secolo accolse intere famiglie di religione giudaica che si trasferirono in questa contea “Ursinea” per sottrarsi alle persecuzioni ed alle restrizioni imposte dai propri paesi d’origine. Oggi, una Sinagoga e un museo di “Cultura Ebraica” ne ricordano questa presenza con il “Macello Kasher”, il “Forno delle Azzime”, la Cantina e il Miqvè (bagno rituale purificatorio) che guidano – e illustrano – il visitatore accompagnandolo in un percorso attraverso la cultura e la religione ebraica.

Non si va via da Pitigliano se non si compie una bellissima passeggiata lungo il viale alberato di San Michele che prospetta – per mezzo di una suggestiva e incredibile skyline – sulla promenade della rupe tufacea da cui s’impenna l’abitato che affaccia verso sud. Da qui, in condizioni meteo favorevoli e con la giusta luce riflessa al tramonto, una serie di potenti fari, alla loro accensione, generano una tra le più incredibili scenografie ambientali abbagliando, dal basso, la balconata tufacea e l’intero borgo rendendo il paesaggio e il circondario un luogo fuori dal tempo, sospeso tra mito e bellezza.

Pitigliano, se ancora non la conoscete, non perdete occasione di andarla a visitare, ma… senza scappare via subito; a Pitigliano ci si lascia il cuore… e non solo, ma qui sono soprattutto l’animo e il palato che ne traggono giovamento! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

CAPRI (NA): l’Anello del Paradiso, uno “spicchio di terra” avvolto d’immenso

Come può uno scoglio calcareo tutto circondato d’azzurro, con paesaggi verticali che strapiombano nel vuoto, catturare il suono del vento e inebriarsi del profumo dell’aria salmastra che s’infrange sulle pareti rocciose…? Dalla famosa Piazzetta, girovagando per il monte Tuoro, fino ad affacciarsi lungo i belvederi di Tragara, si viene ammaliati dal canto dei gabbiani che volteggiano sulle scogliere; tutto ciò contribuisce a rendere “magico” questo paradiso piovuto in terra. Sull’isola, anche nei periodi di maggiore affollamento, è possibile riuscire a trovare sempre un “proprio luogo” solitario, un angolo per ritemprarsi, in cui fermarsi e poter godere delle meraviglie del “Creato” che ha deciso di donare in un’isola unica al mondo!

Muovendosi dalla vivace e pittoresca Piazzetta di Capri (142 m), fulcro dell’intensa vita mondana dell’isola, si prende per Via Fuorlovado in direzione della zona orientale dell’abitato fino ad incontrare una deviazione: l’itinerario proposto prosegue a destra, in basso, lungo Via Giuliani attraverso giardini terrazzati con orti ricavati in spazi ristretti e su più livelli entro cui dominano specie arboree di ogni genere. Si scende ancora fino a raggiungere un successivo incrocio: ignorando le tracce di destra e di sinistra il percorso prosegue in avanti lungo una stradina secondaria (Via Tuoro) che in pochi minuti conduce a una splendida balconata panoramica (162 m), quasi circolare, con balaustra in legno che s’affaccia – a picco – sui celeberrimi Faraglioni; qui il viottolo termina e poco più avanti tramuta il suo percorso in una traccia di sentiero appena visibile.

Tra rocce calcaree e bassa vegetazione arbustiva si volge a sinistra lungo tornanti che cingono l’orlo di precipizi; resti di mura medioevali con archetti a sesto acuto prospettano sulla baia di Tragara. Il sentiero costeggia la pineta di monte Tuoro e passa accanto a recinti che nascondono ville private alla vista dei passanti. La pista piega a destra e raggiunge, tra una vegetazione di ginestre e di asfodeli, il viottolo che porta al monte Tuoro; una breve salita (ricolma di muschio scivoloso!) conduce davanti all’ex Osservatorio Meteorologico Militare (261 m). Qui, alla sinistra del cancello, un breve sentiero attraversa la “Pineta delle “Noci” e porta a un primo belvedere (216 m) con panorami sulla Grotta di Matermània e sull’Arco Naturale, tra le principali gemme paesaggistiche dell’isola.

Tornando indietro per breve tratto si perviene al bivio su Via Matermània. Volgendo a destra si lasciano le ultime case fino a raggiungere un caratteristico ristoro (località Matermània) ricavato nella roccia con terrazze sospese nel vuoto a ridosso di un bivio: proseguendo a sinistra si raggiunge lo spettacolare Arco Naturale. Dal bivio l’itinerario prosegue a destra scendendo per una infinita serie di tornanti superabili con gradoni attraverso la lecceta di Dentecala da cui, volgendo lo sguardo sulla scogliera in basso a sinistra, si scorgono le insenature che nascondono gli ingressi di cale e grotte che s’aprono direttamente sul mare; proprio sotto compare la bianca scogliera di Matermanìa. L’impervia discesa termina presso la Grotta di Matermània al cui interno sono i resti di un antico luogo di culto d’epoca romana. Dalla grotta in poi il sentiero si addolcisce e lascia intravedere, verso S, il promontorio di Punta Masullo.

Tra le numerose infiorescenze che sbocciano dalla scogliera si riconoscono il mirto, il lentisco, il rosmarino, l’elicriso, il ginepro, l’asfodelo, l’agave, il cisto e la ginestra. La macchia alta, invece, viene dominata dal leccio e dal corbezzolo con la presenza del pino d’Aleppo; giù in basso, a sinistra, la bella insenatura di Cala del Fico viene dominata da Punta Masullo sulla cui rupe sorge la singolare villa del poeta Curzio Malaparte. Poche decine di metri e il sentiero termina su Via Pizzolungo (dinanzi a una scala in pietra di antica memoria). Sulla destra compare la “guglia” di Pizzolungo su cui nidificano i gabbiani, mentre a sinistra un belvedere sembra quasi far toccare con mano uno tra i paesaggi naturalistici più belli e unici al mondo: la baia di Tragara che fa da scenografia alle spettacolari guglie rocciose dei Faraglioni, “Figli delle Onde”, gli enormi monoliti calcarei dello Scoglio del Monacone (32 m) e dei Faraglioni di Terra (109 m), di Mezzo (o Stella – 81 m) e di Fuori (o Scopolo – 104 m).

Da qui, ora, lo scenario paesaggistico viene dominato dalla parte meridionale dell’isola. Risalendo per Via Tragara si giunge allo splendido balcone panoramico (150 m) di Tragara dominato dalla baia di Marina Piccola; sullo sfondo, verso ponente, precipita la muraglia di Ventroso che divide il cielo (con l’erta mole di monte Solaro), dal mare (con la scogliera di Punta Ventroso). Risalendo ancora si perviene lungo la Via Camerelle e, volgendo poi a destra, su Via V. Emanuele costellata da negozi e botteghe ove riaffiorano i trambusti della mondanità caprese tra vociari multietnici e sfarzose vetrine griffate fino a portarsi, nuovamente, nel vorticoso catino della Piazzetta, passando per l’arco adiacente la Parrocchiale di Santo Stefano. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Canyon RAGANELLO (CS): un’avventura fuori dal tempo… un’avventura lontana nel tempo!

Una tra le più belle, selvagge e spettacolari vallate del massiccio montuoso del Pollino, giù in Calabria. Certamente la più aspra con le sue imponenti pareti rocciose – alte anche centinaia di metri – a picco che incutono timore solo a guardarle dal basso e le sue profondissime gole. Questa è la valle in cui scorrono le acque del torrente Raganello che, nascendo tra la foresta ai piedi di Serra delle Ciavole (2130 m) lentamente scorre fino a lambire l base rocciosa della gigantesca (e ripidissima) parete – i cosiddetti “lisci” – di SW della Timpa di San Lorenzo (1652 m) per poi continuare fino ad incunearsi tra le frastagliate della Gola del Barile, uscendone dopo circa 3 km di fronte l’abitato di San Lorenzo Bellizzi, nei pressi delle masserie Russo e Francomanno.

In questo punto la valle si apre brevemente per circa 2 km e mezzo; più avanti, in località Pietraponte, la stessa va nuovamente a chiudersi mentre le acque del Raganello vanno ad inabissarsi tra le alte e levigate pareti rocciose che formano uno dei più belli spettacoli che la natura abbia mai creato: le gole del Canyon del Raganello. Il percorso lungo il fondo di questa gola è un’autentica avventura attraverso l’ignoto; un continuo articolarsi attraverso salti su rocce che emergono dal pelo d’acqua e passaggi sulle pietre lisce e gli enormi massi levigati dal millenario scorrere delle acque. Un alternarsi che non concede distrazioni come il superamento a nuoto di laghetti spesso profondi, di salti (o scivoli) lungo le sue cascate; tutto questo, stando sempre a contatto con le fresche e – spesso – torbide acque del torrente.

Va comunque precisata una cosa molto importante: la traversata lungo il fondo del canyon è impegnativa ed è assolutamente sconsigliabile a chi non ha esperienze di alpinismo e/o arrampicata, oppure a chi non ha mai masticato nozioni di speleologia con discese in grotta! La sua traversata si sviluppa per una lunghezza di circa 7/8 km lungo una direzione che scorre da N verso S ed ha inizio poco prima dell’abitato di San Lorenzo Bellizzi (PZ) per poi terminare a Civita (CS), borgo di matrice albanese, ove è consigliabile disporre di un’altra auto da lasciare qui parcheggiata con gli indumenti asciutti per il ricambio.

Nei pressi di un pianoro ombreggiato da enormi querce in zona masseria Armentano, da un albero isolato tra i cespugli di ginestre, parte la traccia di un sentiero che scende direttamente nella zona sottostante di fronte all’enorme parete rocciosa della Timpa di Cassano. Questa traccia conduce – mantenendosi sempre lungo il filo di cresta – direttamente al ponte di Pietraponte (515 m). Questo ponte viene così chiamato perché è un passaggio naturale costituito da un enorme macigno incastratosi tra le pareti al centro della forra e qui precipitato durante una vecchia frana. Questo ponte fu opportunamente attrezzato dai contadini del luogo con muretti e pali di sostegno, oltre a scalini intagliati nella roccia, per permettervi l’agevole transito delle greggi.

Subito dopo aver scavalcato il ponte, un breve tratto scosceso sulla sinistra porta fin giù al greto del Raganello e – dopo poche decine di metri – compare una incisiva spaccatura nella roccia che “segna” l’inizio vero e proprio del Canyon del Raganello (480 m). Le difficoltà nel proseguire si presentano fin quasi subito dall’inizio. Altissime pareti a picco sovrastano, con la loro imponenza, il lento scorrere delle acque del torrente. Il tracciato si presenta a volte pianeggiante e, in alcuni punti, con scivoli naturali formati dalle rocce levigate dall’acqua. Sul greto si trova di tutto: dagli enormi tronchi trascinati giù lungo il letto del torrente dalle vecchie piene che qui avvengono, ripetutamente, in seguito alle forti e insistenti precipitazioni piovose, e poi ancora carcasse di capre e vacche che – pericolosamente – affacciandosi dalla soglia dei precipizi che chiudono in alto la gola si sono spinte troppo oltre precipitando quaggiù.

Continuando, il paesaggio varia sempre data la particolarità del luogo. In alcuni punti, l’incredibile intaglio roccioso delle alte pareti del canyon impedisce ai raggi del sole di giungere direttamente sul fondo del torrente. A circa 2 km e mezzo dall’inizio della traversata, alzando lo sguardo all’insù, compare il Ponte d’Ilice, antica costruzione in pietra che scavalca in alto quel tratto della gola conosciuta come la Forra d’Ilice, uno dei punti più angusti del canyon ove le pareti rocciose sembrano quasi congiungersi assumendo forme tondeggianti perché scavate dalla forza erosiva delle acque del torrente. Poco più avanti, (200 metri circa), salendo sulla sinistra si giunge in prossimità dell’antica traccia di sentiero (appena accennato) frequentato dai pastori del luogo. Scrutando con più attenzione le pareti, sono possibili scorgere delle sorgenti d’acqua naturale che sgorga sottoforma di zampilli.

Poco dopo, 1 km circa più a valle, si arriva alla Conca degli Oleandri. Qui la gola si apre quasi come un piccolo anfiteatro, ed è proprio qui che si avverte come la conca sia il punto più largo dell’intero canyon; una delle poche vie di fuga dalla gola in caso di estrema emergenza; qui il posto offre la possibilità per fare una breve sosta grazie alle pietrose spiaggette laterali. Si riprende il cammino affrontando la seconda parte del percorso che diventa ora più difficile e impegnativa ma che risulta essere anche la più bella e spettacolare. Le rocce sembrano quasi cambiare colorazione, assumendo dei toni e delle sfumature più scure. Il procedere è un continuo incunearsi tra rocce, scogli e scivoli ove diventa più faticoso procedere perché si cammina per lunghi tratti con l’acqua che giunge a superare il fondoschiena.

Si arriva così in vista della Frana Ciclopica. Questa zona iene così definita perché è tutta circondata da un enorme e disordinato ammasso di giganteschi macigni franati in tempi passati e qui incastrati. Appena in vista di questo intricato labirinto di massi e scivoli d’acqua è preferibile spostarsi sulla destra per poi infilarsi – attraverso diversi passaggi con cascate – subito all’estrema sinistra fino a giungere nei pressi della parte finale della frana. Qui una parete levigata, quasi a picco, compare sotto i nostri piedi. La sua superficie è sempre bagnata e rende difficilissimo qualsiasi appiglio per poter scendere; sotto, a 15 metri, continua a scorrere il Raganello. Al margine di questa parete rocciosa, in basso sulla sinistra, vi sono degli ancoraggi con un chiodo nascosto e uno spit con anello; con l’ausilio di una corda (bastano un 25/30 metri) è possibile effettuare la discesa in corda doppia per mantenersi in equilibrio sulla scivolosa parete ed è consigliabile non ancorarsi ad altri cardini lasciati in precedenza.

Dopo questo salto, che risulta essere il passaggio più difficile di tutta la traversata, compare un’altra pozza a forma di laghetto e la forza della corrente comincia – poco alla volta – a diminuire e a perdere d’intensità. Il Raganello nel suo scorrere diventa meno impetuoso e va ad incunearsi in una specie di galleria – formata dalle rocce e chiusa in alto dalle fronde di alberi e cespugli – detta il Tunnel dei Colombacci. Di qui a breve si raggiunge il Ponte del Diavolo che segna il termine naturale del canyon; da qui in avanti il Raganello va trasformandosi in una fiumara piena di fango e, lentamente, scorre fino a raggiungere il mar Ionio. Appena oltrepassati il ponte, dalla sponda sinistra del torrente parte un sentierino che, salendo, conduce al ponte, per poi proseguire inerpicandosi per erte pendenze, fino a raggiungere l’abitato di Civita Albanese (600 metri di dislivello in salita); qui sarà molto confortante ritrovare l’auto lasciata in sosta prima della traversata con gli indumenti asciutti per il ricambio. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Franco Alaia & ©A. Perciato)

ROTA (SA)… un castello, l’incrocio tra due vie storiche, un pedaggio e un antico “mercato”

Capire le funzionalità di un castello, soprattutto di un maniero d’epoca medioevale, risulta essere sempre una piacevole scoperta. Il “nostro” maniero è posto a guardia e controllo di uno tra i più importanti crocevia dell’antichità (la Via Popilia Regio/Capuam d’epoca romana, e la Strada dei Due Principati d’epoca Longobarda), utilizzato soprattutto per i traffici commerciali e dallo spostamento di eserciti: il poderoso Castello dei San Severino, che si erge sull’attuale centro di Mercato Sanseverino; un’autentica fortezza, un qualcosa di complesso, di straordinariamente imponente e di molto particolare.

E’ sempre stato considerato come uno tra i più importanti complessi monumentali di architettura militare dell’Italia meridionale (forse il secondo in Italia, per ampiezza e distribuzione degli ambienti)… Raggiungere le sue mura non comporta eccessivi sforzi, ma capire l’importanza di questa rocca, le strutture spazio-dimensionali, sia interne che esterne, ed inquadrandola nella distribuzione territoriale dell’epoca (tra il X e il XII secolo), è come scoprire le straordinarie vicende di chi, per secoli, si è alternato alla sua gestione e a renderlo vivibile.

All’ampia distribuzione degli ambienti, così come si sono succeduti nel corso del tempo, è un’alternanza e sovrapposizione di stili architettonici e strutturali composti da un originario nucleo di fondazione longobarda, si sovrappone un secondo accostamento normanno ed un successivo ampliamento di un terzo nucleo svevo/angioino/aragonese. I Sanseverino furono una tra le più importanti (e potenti) famiglie del regno, secondi – per discendenza dinastica – solo ai regnanti aragonesi e fu per questo che, per i loro servigi resi al cospetto della corona, ebbero l’importante locazione posta a controllo dei territori che si sviluppano tra la storica via che collegava i “Due Principati” (quello di Benevento a nord, e quello di Salerno a sud) e quella proveniente – per mezzo del varco di Codola, da occidente – dalle terre della Pianura Campana ove scorreva la più antica arteria romana della Popilia/Regio Capuam (o Annia).

Qui, fin dall’antichità, i Romani esigevano un pedaggio per il transito: il “Rotaticum“. Questa pratica, nel corso del tempo, fece divenire ben presto il “locus” come uno tra i nodi (collegamenti) principali per il commercio, a sud della “Caput Mundi“, proprio a ridosso tra l’antico tracciato della consolare Capua/Regium. La città che ebbe a svilupparsi lungo le pendici ai piedi delle sue mura e il nodo viario, trae la sua fondazione dal villaggio di origine conosciuto col toponimo di “ROTA” a cui si affiancò, successivamente, l’appellativo di “Mercato” proprio perchè qui, all’incrocio di queste due importanti arterie, avveniva un mercato che favoriva il commercio e lo scambio di merci che giungevano da più parti.

Giunti in prossimità del maniero, un originario muro di cinta esterno ed uno steccato immettono attraverso il varco d’ingresso nord-occidentale delle mura e subito compare quello che è l’ambiente più caratteristico di una fortezza medioevale: la Piazza d’Armi. A ridosso del mastio quadrato e sotto il secondo ingresso principale, quest’area veniva sicuramente utilizzata per le importanti operazioni militari di difesa e di attacco. Un perimetro interno viene invece caratterizzato da piccole “torrette” le quali accoglievano le installazioni di macchine da guerra coi caratteristici camminamenti di ronda, i quali ancora oggi conservano le merlature originali erette tra l’XI e il XII secolo.

Completano la bellezza dell’imponente struttura militare, la “cisterna” per la captazione dell’acqua attraverso una galleria interna; la Cappella gentilizia e la principale residenza dei signori. Sicuramente questi poderosi ruderi che testimoniano l’ardita presenza del Castello, conservano – al loro interno - nascosti (o volutamente interrati) ambienti e strutture che, se scoperti e opportunamente riportati alla luce, renderebbero la sua presenza, in questo particolare paesaggio distribuito tra monti e valli, ancor più strategicamente significativa. Camminare tra queste antiche pietre, ancora oggi riporta alla mente i gloriosi fasti di leggendarie battaglie per il controllo ed il governo di questa parte di territorio.

Conoscere la storia di un territorio e tutto l’evolversi delle vicende che lo hanno contraddistinto è importante, e riuscire a testimoniare le sue peculiarità nel trasmette curiosità e stupore, non fa altro che incrementare quel gusto per la scoperta che è insita nella natura umana di ognuno. (testi di ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ALBEROBELLO (BA), fascino, magia e mistero di quelle case bianche… dai tetti in pietra!

Un viaggio in Puglia, in quell’antica Terra dei Messapi, vale davvero la pena farlo, ma solo chi ha avuto la fortuna di nascervi riesce a comprendere fino in fondo di trovarsi al centro di un luogo magico, un luogo unico al mondo. ALBEROBELLO, con le sue singolari strutture abitative in pietra a secco dei “Trulli”, a base cilindrica o cubica, intonacati in bianco e per tetto di copertura, un cono realizzato da listelli di pietre scure su cui sono disegnati curiosi simboli (di salute, felicità, prosperità e credi religiosi) legati alle antichissime culture, hanno influenzato – fin dall’antichità – queste terre e le popolazioni che le abitavano.

Una zona unica al mondo, quella del “quartiere” dei Trulli, che sorge al centro di un declivio che s’apre fra due elevazioni collinari: l’Aia Piccola e il Rione Monti. Camminare attraverso i Trulli è una esperienza davvero unica; farlo sotto la pioggia, ancor più divertente! Perdersi tra queste viuzze lastricate dal roseo calcare delle pietre è un po’ come perdersi attraverso un labirinto fiabesco; laddove queste singolari strutture abitative sembrano come se fossero spuntate dal nulla, quasi come un tocco di magia ove il roccioso territorio della Murgia abbia spontaneamente creato questa singolare skyline lungo piani sfalsati.

La particolarità di questi edifici, rotta dal suono delle cicale nei meriggi estivi, e che essi si rifanno alla tipologia strutturale degli antichi “tholoi” (strutture a base circolare con coperture a cupola). Completamente realizzate in pietra locale, la loro tecnica costruttiva non presenta aggiunte di malta o altro tipo di legante; strutture, queste, che si rifanno ai primitivi insediamenti umani la cui staticità – a tutt’oggi – sembra reggere efficacemente allo scorrere del tempo; il “pinnacolo” di copertura (elemento distintivo della famiglia occupante) è composto dalla sovrapposizione di tre pietre: una di forma cilindrica, l’altra appiattita e l’altra ancora quasi sferica.

Le singolari “pitture” esterne sul cono dei tetti offrono una serie di “misteriose” interpretazioni che spaziano dall’arcano retaggio intriso di magia (ove spesso fede e mistero si intrecciano) che da sempre influenza queste terre e la gente che le popola, fino al puro e semplice scopo ornamentale: cioè quello di rendere identificabile l’abitazione da lontano. Avvicinandosi al paesello sembra di entrare attraverso un paesaggio fiabesco di tolkieniana memoria, quasi una tipica location cinematografica della saga del Signore degli Anelli.

Immergendosi nel fitto reticolo che caratterizza la parte più elevata ed antica dell’abitato (il Rione Monti), ove si aggrovigliano strette stradine con gradoni colorati ed abbellite da numerosi vasi fioriti, qui si riconoscono alcuni tra i più vecchi e significativi trulli (qui eretti tra il XV e il XVIII secolo), come il trullo “Siamese”, un’unica base strutturale con due distinte coperture. la sua origine è legato alla “…leggenda dei due fratelli innamorati della stessa fanciulla, fidanzata promessa in sposa al più grande dei due, ma che era innamorata del più giovane!” Per evitare screzi tra i due, allora, fu deciso così di erigere una parete divisoria all’interno del trullo e creare due ingressi indipendenti.

Solitamente nella parte conica interna del tetto di copertura veniva creato un vano sospeso in cui erano collocati i giacigli per far dormire i bambini, mentre i pavimenti – tutti rigorosamente in pietra calcarea bianca levigata del Tavoliere – restituiscono luce e aria all’interno del trullo; un vano centrale funge da soggiorno e mette in collegamento gli altri ambienti che ruotano intorno ad esso. Il bianco profumo delle pietre del selciato lungo le principali arterie di questo labirinto da fiaba, anche sotto la pioggia riesce a restituire le arcaiche sensazioni di un tempo in cui tutto ruotava intorno alle principali forme produttive della zona, autentiche strutture sociali legate – in modo indissolubile – al mondo dell’agricoltura e della pastorizia.

Questo Sud non termina mai di meravigliare; come una sorta di “terra del mezzo” tra le aspre ondulazioni rocciose della Murgia e tutte le varietà di “azzurro sospeso” che si estendono tra cielo e mare, sono quell’anticamera della felicità e del benessere interiore, quasi una sorta di un “non luogo” in cui si intrecciano suoni, profumi, emozioni, ritmi, sensazioni, gioia, colori, magia… tradizioni! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

TRENTINARA (Cilento, SA): ove il cielo si “unisce” alla montagna

I rumori del trattore e della sega elettrica sono le uniche testimonianze di vita nell’immenso mare di verde che si estende sull’altopiano boscoso. L’uomo combatte ogni giorno contro l’inesorabile scorrere del tempo il quale proietta i ricordi di un glorioso passato. Con la tenacia e l’ingenuità proprie della razza cilentana, gli occhi dell’anziano contadino hanno guardato per tanti, troppi… lunghi anni l’evolversi e la trasformazione di questo “paradiso” verde proteso sul Cilento; occhi che si focalizzano sui ricordi trasmessi per generazioni; occhi che riflettono quei lontani giorni di un doloroso passato contadino denso di sacrifici, rinunce, privazioni…

Eppure il vecchio dell’altopiano continua ancora oggi a scrutare, coi suoi piccoli ma luminescenti occhi incassati in un bronzeo volto rugato, quegli infiniti orizzonti che si estendono al di là della verde piana di Paestum, recuperando non solo le armonie del silenzio, che avvolge le magiche atmosfere di questa rupe o le policromie della luce così intensa e profumata, ma anche la malinconia dei tempi andati e che forse non ritorneranno mai più. Tutto proteso lungo il suo sperone roccioso che domina dall’alto, con straordinari e incredibili orizzonti, alcuni tra i più suggestivi panorami del Cilento interno: dal Monte Sacro alla “rupe” di Agropoli; dalla piana di Paestum, per tutto l’arco costiero del golfo di Salerno con la muraglia dei monti Lattari che si protende fino a Capri, la “perla” del Mediterraneo.

Così si presenta, al forestiero che si appropinqua su per i monti di Capaccio e Roccadaspide e volge verso la Valle dell’Alento, il caseggiato di TRENTINARA (604 m), sospeso tra cielo ed aspre montagne ricoperte da spessi manti boschivi (leccete, faggi e castagni), a dominio di rupi e valloni che s’innalzano – aspri e imponenti – dal dolce paesaggio collinare delle campagne pestane coi loro terreni ricchi di pascoli (per l’allevamento delle bufale) e i coltivi che offrono abbondanti raccolti (carciofi, tabacco, grano, ulivo e vigneti). Catene montuose a settentrione; valli ombrose che scivolano a Sud; possenti giogaie (regno di briganti e teatri di duri scontri durante i moti rivoluzionari dell’800) che s’innalzano a levante si contrappongono agli assolati litorali di una costa (tra le più belle della Campania) che si estende a ponente.

Gli spicchi di sole che per pochi minuti al dì illuminano gli stretti vicoli che si aggrovigliano intorno a quella massa di volumi sfalsati, di superfici degradanti e di morfologie diversificate costituenti il nucleo del centro storico del paese. Un borgo, questo, che solo in apparenza si presenta addormentato nel suo perenne isolamento, ma che è vivo grazie a quel continuum storico sancito dalle arcaiche testimonianze degli anziani, autentici baluardi di un vivere rurale giunto intatto e senza alterazioni fino ad oggi. Vecchie sedie impagliate addossate a candide pareti intonacate dai vivaci colori pastello fanno da sfondo a sguardi assorti nel vuoto, immobili a rimembrare quei fasti di una lontana e gloriosa civiltà contadina; volti rugati impressi in un mutismo irreale, sono questi gli autentici testimoni di una esistenza votata al sacrificio e alla dura, paziente e orgogliosa vita dei campi che da sempre, qui, segna e determina il passare delle ore.

Anziani ricurvi sul bastone altalenante; donne intente a scambiarsi il pettegolezzo della giornata raccolte sul terrazzino, affacciate alle finestre o semplicemente sedute nel cortile a bisbigliare tra un diritto e un rovescio di “punta-croce”; l’attesa del rientro dai campi che perpetua, da secoli, quella semplice e maniacale gestualità del ritorno dalle cosiddette fatiche… questi, e quanti altri, gli elementi di un vissuto consolidatosi nel corso dei secoli, mentre i giovani…? Pochi sono quelli che hanno avuto il grosso coraggio di restare e di perpetuare, nel segno del più assoluto spirito di sacrificio, ciò che i propri cari (e i propri avi) hanno loro lasciato: la cura dei terreni e il magro profitto che questi raccolti riescono a concedere. Molti giovani, invece, sono quelli che scelgono di andare via, magari lontano; i più per studiare fuori, quei pochi per cercare fortuna – laddove è possibile – anche oltre confine.

Ed allora, nel segno di una civiltà rurale che orgogliosamente tenta di restare al passo coi tempi nonostante tutto qui – dalle pietre all’aria che si respira – è impregnato di Medioevo, ecco che si propone un originale itinerario che tenta di offrire, al turista escursionista che desidera conoscere questo “insolito” angolo di Cilento, la possibilità di poter toccare con mano tutte le molteplici varianti di un paesaggio e di un ambiente che si protendono dagli ombrosi castagneti di monte Vesole e di monte Soprano fino alle colline cilentane che circondano l’antica piana pestana, avvolgendo il tutto con il dolce clima di una natura ancora inviolata e gli autentici sapori di una semplice e genuina arte culinaria che non ha eguali nel circondario.

L’abitato di TRENTINARA che è proteso – come il ponte di una nave – in cima ad uno sperone roccioso tutto circondato da dirupi, da burroni, da foreste, quasi come se fosse un nido di rapaci. E difatti, volgendo lo sguardo all’insù, non è raro veder volteggiare esemplari di avifauna locale quali poiane e piccoli falchi. Il silenzio qui è una costante fissa; esso avvolge ogni angolo di questo esteso altopiano sospeso tra le montagne e le serre; una solitudine immensa, un infinito quasi palpabile s’impossessa in chi (escursionista, montanaro, pecoraio o contadino) si accinge ad attraversare queste contrade. Attraversando gli stretti vicoli che s’inerpicano, verso l’alto, si transita lungo androni e portali che si fronteggiano tra indescrivibili giochi di penombra ed in breve si perviene nella piazza grande di Trentinara.

Punto centrale di un agglomerato semplice e complesso al tempo stesso, tutto ruota intorno allo spazio determinato dalla Piazza dei Martiri in cui confluisce l’intricato dedalo di vicoli contorti determinati dalle più scoscese pendenze. Angoli e spigolature sfalsate riflettono quegli effetti chiaroscurali determinati dalle rientranze dei pieni e dei vuoti e dalla luce del sole che porta ad evidenziare quei cromatismi delle facciate più in vista e che si fronteggiano in scenografiche platee dal sapore antico. Si percepisce, in tutto ciò, quello che è l’aspetto più emergente su ogni cosa, qui tra le abitazioni del borgo di Trentinara: il Medioevo, un’epoca storica che forse non ha mai lasciato questi luoghi. La cultura di un lontano passato che si permea attraverso la concezione visiva di uno spazio antico (e nonostante tutto attivo) viene riletta attraverso i vecchi portali in pietra finemente decorati; i viottoli lastricati o basolati; i supportici e gli androni nascosti; le rampe sospese; le finestre e i terrazzini che si toccano; i cortili e i giardini recintati, nascosti e distribuiti su più livelli…

Sono questi – e tanti altri ancora – i simboli e gli elementi di una radice medioevale facilmente intuibile nella distribuzione armonica dei vuoti e dei pieni, in un autentico accavallarsi di spazi perduti nelle memorie del tempo, lì dove il culto (qui non solo inteso come momento deputato alla preghiera e luogo riservato al raccoglimento) riveste un ruolo molto importante, fondamentale, se non unico in quell’intricato, complesso e arcaico mondo contadino generato dall’indole del trentinarese. La settecentesca Chiesa dell’Assunta, che in un remoto passato doveva essere il luogo di culto al servizio dell’adiacente camposanto (sotto l’attuale perimetro della piazza), ci accoglie con la sua semplice e luminosa facciata in cui spicca il portale in pietra; il suo interno, buio e tenebroso, viene “tagliato” dai raggi del sole pomeridiano che s’irradiano attraverso l’ingresso e le piccole aperture laterali.

Qui, poche anime all’interno della “casa” di Dio, innalzano lodi e preghiere con la recita del Santo Rosario; mani tremolanti che – leggermente – fanno scivolare i grani della corona, col capo chino in una sorta di atto penitenziale, aspettano l’inizio della lettura del Vangelo; due file di panche, a destra le donne col capo avvolto in scuri fazzoletti, sulla sinistra gli uomini con le loro pesanti giacche in velluto, le guance rosse, i folti baffi e le grosse mani callose ringraziano l’Onnipotente che continua a concedere loro il privilegio di vivere il questo “paradiso”. All’esterno della Chiesa, invece, il modesto campanile non supera più di tanto i tetti delle case adiacenti.

Dalla Piazza centrale è possibile portarsi in cinque minuti sulla piazzetta panoramica da cui si aprono ampie e suggestive vedute paesaggistiche che vanno dalle aspre montagne dell’interno ai dolci litorali costieri: e da quassù la luce e si silenzi, più di qualsiasi altro elemento e sentimento, caratterizzano la complessa natura del sito trentinariota le cui finestre si rifletto nel “rosso” disco solare, soprattutto quando l’astro diurno è lì per tuffarsi tra i marosi diffondendo gli ultimi raggi di luce e cedendo la scena celeste al luminoso spicchio lunare che compare, lento e ovattato, tra le folte chiome dei boschi del Vesole. Dalla balconata panoramica ci si porta lungo il suo margine sudorientale fino a raggiungere (angolo attrezzato con panche e fontana) il luogo detto della Preta ‘ncatenata (pietra incatenata), un sito ove si consumò una tra le più incredibili tragedie sentimentali dell’epoca.

Durante il periodo del brigantaggio, la figlia del farmacista locale si innamorò del brigante che spadroneggiava su per queste montagne. Com’era prevedibile il loro legame affettivo fu ripetutamente osteggiato. In seguito ai numerosi e continui rifiuti che impedivano loro di frequentarsi e di manifestarsi, solo dopo che furono tentate tutte le vie per costringere gli amanti a troncare quel rapporto che non avrebbe mai dovuto nascere; solo allora, dunque, fu presa da entrambi la drastica (e tragica) decisione di porre fine – e per sempre – a quella loro travagliata unione: insieme, forse tenendosi anche per mano, decisero di saltare giù dal ciglio della rupe e di gettarsi nel vuoto…

Il cielo sopra le nostre teste ancor privo di stelle comincia a riempirsi di punti luminosi ma, attenzione! Gli astri non sono ancora ben visibili poiché il meriggio sta per tramutarsi in vespero e, successivamente, in tramonto; quei luccichii che dalla piana si scorgono lassù, non sono altro che le luci dei trentinaresi (anziano, massaia, contadino, o pecoraio che esso sia) che si accingono al rientro nelle proprie dimore, a conclusione di una giornata vissuta in uno straordinario e insolito paradiso sospeso tra cielo, monti e valli. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

CAPRI (NA): al “salto” di Tiberio, uno spicchio di terra avvolto d’immenso…

Quello che si propone viene considerato – a ben ragione – uno tra i principali percorsi pedonali (escursionistici!) più conosciuto dell’isola; quello di primo impatto, quello dove il viaggiatore, appena giunto in Piazzetta, chiede di andare a visitare uno dei punti più panoramici dell’isola di CAPRI: il “leggendario” Salto di Tiberio. La famosissima Piazzetta (cuore pulsante di Capri), risulta essere il naturale punto d’incontro di tutte le stradine che collegano il paese alle varie zone dell’isola. Appena superati la Torre con l’Orologio, nella Piazzetta si entra passando sotto l’ Arco del Campanile e, portandosi accanto al Municipio, si esce su Via delle Botteghe.

Un agglomerato di curiosità, come in una sorta di “casbah” densa di profumi e di colori, in cui è possibile incontrare vetrine maiolicate; traballanti mensole stracolme di oggetti; botteghe di profumi dalle aromatiche fragranze; tipiche cantine che espongono (e propongono) vini bianchi e rossi delicati, sempre freschi, dagli intensi profumi e dai sapori morbidi, asciutti e aromatici sapientemente aromatizzati con essenze di terra caprese: finocchio e mirto. Tipiche locande che si rifanno alla fusione di due civiltà (l’una contadina e l’altra marinara) così diverse e complementari tra salse e sughi dai condimenti tutti a base di pomodoro (come la “chiummenzana”, la “aumm aumm” e la saporita “sciuè sciuè”).

Dalla Piazzetta, fulcro dell’intensa vita mondana dell’isola, si procede spostandosi verso la parte orientale dell’isola. Superati il Municipio camminando in lieve ascesa attraverso vicoli silenziosi dove le pareti delle abitazioni sembrano quasi toccarsi, poco alla volta si lascia il chiassoso e mondano centro fino ad entrare in un paesaggio dominato dai muretti di recinzione in pietra a secco, passando accanto a giardini dai particolari pergolati fioriti. Piastrelle in ceramica caratterizzano un po’ tutti gli ingressi delle case private e, mentre gli scorci cominciano ad aprirsi lungo livelli sfalsati tra macchie verdi e l’intenso azzurro tra cielo e mare, dai bianchi tetti delle volte a botte delle case emergono le splendide e inconsuete forme dei suggestivi “comignoli” di Capri, particolari canne fumarie dagli inediti stili architettonici e decorativi.

Giunti alla biforcazione della “Croce” con Via Matermania (che, proseguendo a destra, non va presa), senza indugiare si prende a salire sulla sinistra imboccando la rampa di Via Tiberio. Subito a destra compare la bianca chiesetta del XV secolo, dalle particolari forme a volta, di San Michele Arcangelo completamente circondata da aiuole sistemate su più livelli. Si cammina ancora in salita sfiorando case dai tetti ricolmi di fiori e i giardini terrazzati di ville spesso irraggiungibili. Superati i caseggiati di Mongiardino e Moneta, l’asse viario principale (sfiorato sul lato destro, verso ponente, da una copiosa pineta) perviene alla parte estrema nord-orientale dell’isola, in località Lo Capo, proprio sotto la rupe dove si erge quella che un tempo fu la Villa di Tiberio. Qui una balconata panoramica lascia scorrere lo sguardo su panorami mozzafiato che s’aprono con burroni e profondi precipizi (il “Salto di Tiberio”) a picco su un mare i cui fondali assumono molteplici tonalità d’azzurro.

A destra una casetta funge da biglietteria d’ingresso all’area archeologica, mentre a sinistra compare la scala che permette l’accesso alla poderosa struttura della Villa Romana. Il Palazzo di TIBERIO (conosciuto anche come Villa Jovis) fu la residenza dell’imperatore romano che qui trascorse molti anni della sua vita. Per un articolato sistema di rampe, cunicoli, cisterne, gallerie, vasche e camminamenti, la visita alla villa trova il suo culmine in cima alla Cappella di Santa Maria del Soccorso (335 m) da cui si gode un vasto panorama dalle incredibili bellezze paesaggistiche che spaziano dal golfo dominato dal Vesuvio alla Penisola Sorrentina col vicino “Promontorio Ateneo” di Punta Campanella. (testi & photo ©Andrea Perciato)

Parco degli Acquedotti Romani (Roma): calpestare 2500 anni di storia…? Fatto!

Tutta la potenza e la genialità espressa dall’Urbe in 240 ettari di paradiso. Le possenti opere di ingegneria idraulica ideate dai Romani mi hanno sempre affascinato; e ritrovarmi al centro di bimillenarie pietre che sembrano restituire gli echi di antichi trionfi (dagli arrivi alle partenze) tra il passo serrato dei “Pretoriani”, la forza dei “Gladiatori” e l’abilità marziale dei “Centurioni”, qui – nella periferia sud-occidentale di Roma – trova la sua massima esaltazione espressiva tra lo scoprire autentiche meraviglie di un tempo e comprendendo l’importante utilizzo che queste costruzioni, fin dall’antichità, hanno avuto per Roma e la sua popolazione!

Questo Parco degli Acquedotti Romani è sicuramente uno dei parchi più belli e interessanti di Roma. La sua estensione ricade nel vastissimo Parco dell’Appia Antica con l’Acquedotto Claudio, che conserva il maggior numero di archi ininterrotti, ed un tratto originale (poche decine di metri) ancora con il lastricato in basoli al loro posto, della Via Latina; insomma tutto il fascino, la bellezza e la suggestione della romanità storica… è qui!

Il Parco viene così indicato (degli acquedotti) al plurale perchè in questa zona scorrevano 7 degli 11 acquedotti che alimentavano l’Urbe, di cui 6 risalenti all’antica Roma e 1 (il Felice) d’epoca rinascimentale. Gli immensi tappeti prativi, dal cui verde brillante emergono le evidenze archeologiche di questi capolavori di ingegneria idraulica, vengono solcati da una rete di stradine che sono frequentemente utilizzate da ciclisti e runner; la maggior parte di questi viottolo e stradine sono in terra battuta.

Il Parco è una vasta area verde ai margini della perimetrazione urbana, collocata tra Capannelle, Appio Claudio e la rete ferroviaria che – originariamente – si estendeva senza interruzioni fino ai Colli Albani che incorniciano la sky-line poco più a sud. Questi acquedotti (a scorrimento sotterraneo o elevati) in antichità fornivano acqua all’intera città. Ciò che noi oggi possiamo ammirare non è altro che un vero e proprio museo gratuito all’aria aperta, con la magnifica sequenza degli archi acquedotto romano che lo attraversa – praticamente – per tutta la sua interezza.

Ancora oggi questo Parco (ricco di zone caratteristiche) restituisce emozioni e sensazioni di un tempo antico, una storia che da 2500 anni giunge da lontano e che si perde nella storia di Roma Antica. Gli acquedotti dell’Impero, tra i più grandi e meglio conservati di sempre, fanno da colonnato ad un antico sentiero in ciottoli e basoli che riemerge per un breve tratto (poche decine di metri), restituendo ai visitatori un tratto originario della via Latina, lungo un percorso che si estendeva per oltre 200 km fino a Casilinum, l’odierna Capua, arteria già usata anche dagli Etruschi in età preromana.

Il parco, costituito dall’ampio perimetro ove insistono i resti di ben sette degli undici acquedotti edificati dagli antichi romani, è un’ampia area verde ricca anche di testimonianze sapientemente espresse nelle iconografie di un tempo legate agli antichi viaggiatori, di quel paesaggio tipico dell’agro romano, con edifici rurali, pinete finalmente fruibili all’interno di un unico comprensorio regionale esteso per centinaia di ettari. L’area è localizzata al confine sud dell’Urbe estendendosi, fino ai colli Albani senza soluzione di continuità, confinando con l’altra bellissima area archeologica dell’Appia antica, con parti monumentali, torri di guardia e ancora altre antiche vestigia d’epoca romana.

Fra gli spettacolari monumenti da dedicare una visita a Roma e dintorni questo parco non è mai menzionato, eppure meriterebbe davvero molta più attenzione rispetto ai tanti altri monumenti più gettonati. L’intera area è un luogo molto affascinante, anche perché permette di ammirare lo stato di conservazione di alcune tra le più splendide rovine romane fuori dal caos della città; i suoi viali e i suoi sentieri accolgono il visitatore con lunghe e riposanti soste magari all’ombra di un imponente pino, per leggere un libro, per riposarsi e – perché no – quando il meteo e la luminosità dell’orizzonte lo permette, di godere del suggestivo tramonto coi raggi del sole che filtrano attraverso gli archi.

Se vi trovate a Roma e avete un po’ di tempo a disposizione, anche per una mezza giornata, non esitate ad andare a scoprire queste meravigliose bellezze storiche e paesaggistiche; gli Acquedotti Romani… meritano! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)