LETINO (e il suo lago, CE)… nelle terre degli “internazionalisti”

Letino, in provincia di Caserta, posto ai margini occidentali dei monti del Matese, è un borgo che si staglia dall’alto di un crinale che da sempre ne ha fatto – di questa sua privilegiata posizione – un luogo di tranquillità, vera oasi di pace e contemplazione; quasi come una balconata panoramica ove poter ammirare territori e vallate che si estendono oltre ogni possibile orizzonte in quest’angolo di terre alte con scorci paesaggistici che si rincorrono di crinale in crinale. 

Qui la storia ha lasciato numerosi segni del proprio passato e questo borgo “matesino” risulta essere ricordato per le leggendarie gesta di bande brigantesche e gruppi rivoltosi di anarchici che quassù incrociavano i loro passi, e che percorrendo questi sentieri ambivano ad un risorgimento politico, sociale ed emotivo affinchè queste terre, e le popolazioni che le abitavano, lasciate spesso ai margini dei più grossi e importanti avvenimenti del tempo, potessero condurre un’esistenza più dignitosa e non restare – confinati per sempre – ai “margini” di territori considerati da sempre aspri e inavvicinabili.

Una rampa che sale fino ai punti più alti del caseggiato divide il Municipio da una parte, mentre dall’altra il Campanile della principale chiesa di Santa Maria del Castello eretto in blocchi di bianco calcare, che s’impenna su quattro ordini con l’orologio, in cima chiudendo un angolo della piazzetta principale; al lato dell’ingresso del Municipio, una lapide ricorda i fermenti rivoluzionari internazionalisti di fine ‘800. Nelle sue vicinanze c’è un piccolo specchio lacustre (un invaso artificiale), ben incastrato in una suggestiva cornice paesaggistica, la cui superficie riflette il verde dei boschi circostanti; uno scenario molto simile ai piccoli specchi lacustri dei paesaggi alpini.

L’ambiente circostante si presenta molto selvaggio anche se c’è una discreta via d’accesso, caratterizzata da un ricco e pulito sottobosco, che consente di poter camminare e raggiungere il lago che dista poche centinaia di metri. In particolari periodi dell’anno lo specchio lacustre di Letino riflette tutto ciò che di bello la natura e il creato riescono ad offrire: cumuli di bianche e ovattate nubi che si rincorrono sospinte dai venti in quota; fronde dei boschi che ondeggiano al ritmo della direzione dei venti; un cielo che più azzurro di così riesce davvero difficile scorgerlo altrove; aspre cime e rigogliosi monti che sono l’ossatura della dorsale appenninica e che fanno da cornice al bacino.

E poi ancora sfondi paesaggistici e prospettive panoramiche che – di volta in volta – cambiano a seconda della posizione in cui ci si trova assumendo un’alternanza di colori che si rinnovano di stagione in stagione. Intorno al lago s’aprono scenari da favola; come la sorpresa, la meraviglia, l’incanto che al tempo stesso esalta e racchiude rilassanti atmosfere in cui immergersi in un millenario silenzio che permette di godere di una gran quiete; stati d’animo che allietano la permanenza a sostare in un luogo fuori dal tempo dove poter riuscire a trovare momenti di serenità, di svago e assoluto riposo per una – anche se pur breve – rilassante sosta! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

AOSTA… arte e natura tra i “giganti di pietra” delle Alpi

Nel cuore della “vallee” s’apre una città tra le più caratteristiche dell’arco alpino: il suo nome è Aosta (Augusta Pretoria) che – come si evince dal nome – trae le sue origini, già dal 25 a.C. dalla presenza di Roma in questi territori. Essa sorge – in posizione strategica – nel punto di confluenza del torrente Buthier col fiume Dora Baltea un’importante via d’acqua, ove era possibile controllare da lì tutte le vie di accesso ai valichi alpini in direzione delle Gallie.

La città è un continuo scavo archeologico a cielo aperto… ma ciò che cattura, camminando attraverso le sue strade o sfociando nelle sue piazze, è quella sensazione spazio/temporale di trovarsi – immediatamente proiettati indietro nel tempo – tra i fasti di un lontano Impero Romano e gli sfarzi di un Medioevo appena visibile ad ogni incrocio; sensazioni che si esprimono alzando gli occhi per scorgere insolite scenografie urbane o caratteristici scorci in cui primeggia l’arte sacra espressa tra queste montagne.

Aosta accoglie, ogni anno, migliaia di visitatori che giungono fin quassù per conoscere, scoprire e – spesso – ricercare spunti di benessere psico/fisico e di serenità che (forse) altrove riescono difficile da apprezzare. La città viene molto apprezzata perché accoglie, nel suo perimetro, le vestigia di un tempo antico facilmente visibili per mezzo delle sue mura romane e delle sue porte, tra cui primeggia – proprio nel centro cittadino – la bellissima (e interessante) struttura arcuata in pietra della “Porta Praetoria”.

I grandi blocchi di pietra squadrati fissati con ardesia sminuzzata lasciano ben intendere la forza di Roma e il monito per i nemici dell’impero. Gli scavi per riportare alla luce le fondamenta del manufatto, due metri e mezzo sotto l’attuale piano di calpestio, hanno restituito alla struttura la corretta percezione, anche se non tutti apprezzano i moderni ponteggi che hanno sostituito la gradevole piazzetta precedente. Sotto la porta sono tuttora ben visibili il taglio dove scorreva il cancello di chiusura e l’annerimento delle pareti provocato dal forno per il pane che qui venne installato.

La porta fu edificata fu edificata per ricordare la sconfitta dei Salassi ad opera di Terenzio Varrone. Ancora oggi sono ben evidenti le tre aperture (i varchi d’accesso) di cui era dotata: la centrale, carrabile, e le due laterali pedonali. Una porta monumentale che la notte veniva chiusa da possenti saracinesche. Successivamente, durante il Medioevo, la Porta Praetoria fu stata occupata da una nobile famiglia che viveva nella torre difensiva posta sul lato nord; a tutt’oggi questa torre ospita l’Ufficio del Turismo di Aosta. In alcuni punti è ancora visibile il marmo che all’epoca rivestiva completamente la struttura.

Aosta, proprio come Roma, era soprattutto Foro. Centro nevralgico della vita politica, civile, sociale e religiosa della città, tra le sue mura ospitava botteghe, templi e centri di potere. Su tutto primeggia uno dei monumenti romani più belli della città: il Teatro Romano. Esso si trova in pieno centro storico, e la sua imponente struttura – in particolare l’alta facciata meridionale lunga circa 60 metri ed alta ben 22 – lascia ben intuire di come la struttura complessiva dell’edificio era strutturata da tre livelli di gradinate. ll teatro romano, che si trova in pieno centro, è uno dei gioielli dell’arte, dell’architettura e della storia di Aosta.

La facciata, visibile anche da altri angoli della città, è molto imponente come anche il resto della struttura, ben conservata; essa si lascia incantare perché molto caratteristica, quasi come uno scrigno nel quale conserva dei gioielli dell’epoca del grande impero. Imponente è la facciata del teatro con diverse tipologie di aperture, in basso le arcate d’ingresso e verso l’alto tre ordini di finestre sovrapposte di forma diversa. Qui, fino a un secolo fa, a ridosso di questa facciata, furono costruite delle case. Vennero poi, successivamente, demolite sulla scia di una grande opera di restauro e rivalutazione del patrimonio storico, archeologico ed architettonico.

Tra i più importanti complessi medievali della città c’è sicuramente la Collegiata dei Santi Pietro e Orso col il suo Priorato. Un bel complesso d’architettura sacra con un magnifico chiostro; esso si trova poco fuori dalle mura romane che nel Medioevo ancora cingevano l’abitato. Mentre risulta essere molto spettacolare quel gioiellino di arte e di storia del piccolo chiostro circondato dagli eleganti capitelli romanici accoppiati, tutti diversi nella loro unicità, e che narrano – scolpite nella pietra nera – storie della Bibbia; uno stile e un gusto che rispecchia il desiderio di sfarzo e di ricchezza del priore.

Questo complesso religioso si affaccia sulla piccola piazza di Sant’Orso, dominata dall’imponente Campanile romanico in pietra (alto 46 metri) ricavato da una preesistente Torre difensiva, con belle aperture che ne alleggeriscono la struttura. La sua facciata si presenta con forme tardogotiche con un particolare portale di forma ogivale, mentre l’interno è caratterizzato da tre navate con robusti pilastri. Un tramezzo barocco con tre archi separa la navata centrale dal coro. Più in basso rispetto al pavimento, si osserva un bellissimo mosaico a tessere bianche e nere, mentre meritano una particolare attenzione gli stalli lignei posti sui due lati del coro.

Molto belle le cinque vetrate che si possono ammirare guardando verso le finestre dell’abside. Al termine delle navate laterali una scala consente di scendere nella cripta. L’ingresso  è libero alla chiesa mentre invece, per accedere al chiostro e visitare gli affreschi, c’è da pagare un biglietto. La chiesa si evidenzia all’esterno per il suo altissimo frontone (una slanciata “ghimberga”) che raggiunge il margine del tetto. Nella piazzetta adiacente non bisogna assolutamente lasciarsi sfuggire uno sguardo al grande olmo, dal tronco interamente scavato, che risale al 1539.

Il nostro viaggio attraverso le bellezze più caratteristiche di Aosta termina qui, ma la sua conclusione è di là da venire. L’aria frizzante della vallata in cui la città giace, la brezza dei venti che scendono dalle pendici montuose ed il corollario di vallate, fiumi e ghiacciai sormontate da picchi e da vette che ne determinano il circondario, fanno sì che questo luogo fosse ambito fin dall’antichità, consentendo anche alle armate – munite di elefanti – di Annibale di accedere per questi valichi e scendere attraverso l’italico stivale. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

TRAPANI, la città tra i “due mari”

Un lembo di terra proteso nell’azzurro, laddove l’incontro tra due mari (il Tirreno a nord e il “Mare Nostrum” a sud) determina – da tempo – confini e incontri tra popoli e antiche civiltà. Conosciuta come la “città del sale e della vela” Trapani è posta in un punto cruciale dell’isola; in uno di quei vertici della “Trinacria” occidentale tra vestigia di matrice greca, i trasparenti fondali marini, spiagge incontaminate e orizzonti solcate da isole da sogno.

La città, che si divide tra i due orizzonti marini, da un lato – a sud – con le strutture portuali e dall’altro – a nord – coi suoi antichi quartieri dei pescatori e i muraglioni di tramontana che s’affacciano su bianchi litorali sabbiosi, può essere visitabile nell’arco della giornata; ma è nel tardo pomeriggio, quando il sole comincia a calare verso l’orizzonte, che esprime il massimo della sua bellezza.

Calzando delle buone e comode scarpe da ginnastica, munendosi di una bella macchina fotografica, è possibile buttarsi a capofitto alla scoperta e alla conoscenza di questo bel centro storico, un’autentica meraviglia dove immergersi tra storia, tradizioni, una cucina semplice e – al tempo stesso – ricercata; ma è soprattutto nell’atmosfera di questa città, da secoli crocevia di culture e storia, che si scopre la sua essenza, quell’autenticità più vera e autentica.

Girovagando attraverso i suoi vicoli e le stradine lastricate in basoli di bianco calcare, è lungo la sua principale arteria – il Corso V. Emanuele II – che prospettano le facciate tardo barocche di eleganti edifici del tardo ’600 inizi XVIII secolo; una skyline da cui si eleva la Chiesa del Collegio e la Cattedrale di San Lorenzo, mentre a poche decine di metri si trova la Chiesa del Purgatorio che custodisce i Misteri, le statue portate in processione durante uno dei più famosi riti pasquali qui a Sud.

Trapani ha un centro storico a dir poco meraviglioso, un quartiere che si visita camminando facilmente a piedi. Oltrepassato il “bastione spagnolo” il lungomare è lì, a pochi passi; mentre compiere la passeggiata sulle mura di Tramontana, tra gli incredibili colori del tramonto, risulta essere un’esperienza indimenticabile da non perdere. Per gli amanti della fotografia dei tramonti e delle passeggiate sul lungomare queste sono esperienze che non possono assolutamente perdersi; dalle Mura di Tramontana è possibile ammirare la skyline sul panorama più bello della città di Trapani.

Ma è proprio il suo centro storico, una sorta di “piccolo gioiello” fatto d’arte e architettura, un luogo in cui s’incrociano gli stili e le fattezze di passate civiltà che qui hanno retto le sorti della città; un contenitore di bellezze che risalta subito all’occhio per i suoi tratti decorativi molto ben curati, e i lineamenti rinascimentali che s’intrecciano col barocco delle facciate di palazzi abilmente restaurati con stile e gusto. Quando cala il sole e la luce fioca dei lampioni illumina le vie, il centro di Trapani diventa ancora più affascinante.

Il centro storico di Trapani si trova su una penisola circondata dal mare. Nelle giornate molto ventose, oltre a ricevere le raffiche che oltrepassano le case e attraversano i vicoli, è possibile compiere la passeggiata lungo le Mura di Tramontana. Queste Mura furono costruite durante il periodo di dominazione spagnola per difendere la città dagli attacchi dal mare; oggi ne rimane solo un chilometro percorribile con una bella e suggestiva camminata fino alla sua estremità. Per compiere questa camminata, il percorso ha inizio dall’emiciclo della “Piazza Mercato del Pesce” fino a terminare presso il “Bastione Conca”.

Questo particolare camminamento attraversa da un lato il mare e le piccole calette sabbiose, dall’altro le vecchie case dei pescatori affiancate le une alle altre. Quando il vento soffia e i gabbiani si lasciano trasportare in un volo planare, il sole che tramonta oltre l’orizzonte lasciando il posto alla luna che splende sempre di più, fermarsi un attimo e godere di tutte queste sensazioni è come lasciarsi trasportare da una magica atmosfera senza tempo, un’emozione che si respira solo camminando lungo queste Mura.

Il camminamento lungo le Mura di Tramontana termina nei pressi del Bastione di Conca; oltre non si può più proseguire sul lungomare mentre – per proseguire – occorre deviare verso l’interno. Pochi passi ancora e s’imbocca il viale delle Sirene/via Torre di Ligny; qui ci si trova ancora sul mare anzi, su una stretta lingua di terra che si protende proprio nel mezzo del mare. Se Trapani è detta “la Città dei due mari”, è proprio qui – presso la Torre di Ligny – che si incontrano il mar Tirreno e il mar Mediterraneo, l’esatto punto geografico (una scogliera) dove ciò avviene. Tutto il resto, poi, è solo pura magia! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

sulle Rupi di Magliano (Cilento) tra cappelle e grotte rupestri

Se l’abitato di Felitto domina alcuni suggestivi paesaggi determinati dal sinuoso bacino della valle in cui s’aprono le ripide gole scavate dal millenario scrosciare delle acque del fiume Calore, è l’antico borgo di Magliano che “segna”, dall’alto della sua rupe calcarea (750 m) uno tra gli angoli di natura più interessanti di tutto il Cilento.

Posto al termine di una lunga dorsale che ha inizio da Capaccio (verso la costa) e prosegue lungo le cime di monte Soprano, monte Vesole, monte Chianello e monte Faito l’abitato di Magliano, naturale anello di congiunzione tra le valli fluviali del Calore (a N) e dell’Alento (a S), fin dalle sue origini è stato uno dei principali punti di riferimento per tutti quei collegamenti che dall’antichità hanno permesso il transito di uomini e merci dalle coste del Tirreno fino agli impervi territori montuosi dell’interno.

Di matrice romana (dal nome gentilizio MANLIUS) l’antico borgo di Magliano viene menzionato per la prima volta in alcuni documenti della fine del IX secolo. Per la sua strategica posizione in epoca longobarda Magliano fu un casale dominato da un importante Castello. Questa fortezza fungeva da base per il controllo dei traffici che avvenivano tra le suggestive gole del fiume Calore e le ampie radure della valle del fiume Alento. Questi spostamenti avvenivano presso il noto valico detto della “Preta Perciata” (pietra bucata) a Magliano Nuovo (denominato “La Terra”).

Autentici nidi d’aquila, che si ergono al centro di un vasto paesaggio dominato da aspre montagne e superbi panorami, le “rupi” di Magliano accolgono il visitatore in una cornice paesaggistica vagamente alpina, dove le balze calcaree di queste alture si ergono con profondi precipizi che superano i 600 metri. In un paesaggio che riesce ad offrire emozioni quasi dolomitiche con un’ambientazione in cui le dimensioni non hanno limiti e confini, mentre il tempo sembra scorrere lento tra palazzi e case di antica memoria; ed è proprio in questa cornice paesaggistica spazio-temporale che va a svilupparsi l’itinerario proposto.

Movendosi da CAPIZZO (656 m), frazione posta a due chilometri a NW rispetto al capoluogo Magliano Vetere, si prende a salire lungo le pendici sud-occidentali di monte Faito. Ad una prima cortina vegetazionale, folta e intricata, caratterizzata dalla macchia con portamento basso e cespuglioso su in alto si ergono, come baluardi a guisa della valle dell’Alento, le strapiombanti rupi calcaree del monte Faito. Dopo oltre un’ora di impervio cammino il percorso raggiunge – con non poche difficoltà – la Cappella rupestre di S. Mauro (1078 m) collocata e aggrappata alla parete a mezza costa del monte Faito.

Addossata sotto la rupe, il suo interno viene caratterizzato da un altare avvolto da un’abside ricavato nell’antro tra due enormi pareti rocciose; la copertura viene evidenziata da una controsoffittatura con degli enormi tronchi in legno a vista, opportunamente orditi per sorreggere il tetto esterno incastrato tra la roccia e la cappella; dalla Cappella si gode uno straordinario panorama che spazia lungo tutto l’alto corso fluviale dell’Alento fino all’invaso che raccoglie le sue acque generando uno specchio lacustre.

Da San Mauro vi è la possibilità di raggiungere le creste sommitali e poter ammirare i paesaggi che si distribuiscono tra le vallate del Calore (a N) e dell’Alento (a S), mentre il percorso qui proposto prosegue camminando a mezzacosta (SE) e sfiorando le basi delle falesie che caratterizzano il monte Faito, lungo tracce di sentiero appena percettibili che si perdono nell’intricata foresta. Questa parte del cammino può essere considerato come il “percorso delle grotte rupestri” poiché lungo esso s’incontrano, nascoste dalla vegetazione, una serie di antri ipogeici (autentici buchi nella roccia calcarea) non riscontrabili (segnalati e/o identificati) su nessuna carta topografica; esse sono state frequentate – con molta probabilità – fin da epoche remote.

La prima spelonca che s’incontra è la cosiddetta Grotta “Ri’ Mortai” (dei mortai) dove gli abitanti di Capizzo si dedicavano alla preparazione artigianale e alla confezione di polveri da sparo. Proseguendo si raggiunge la Grotta Serra e, successivamente, la Grotta “Ri Cataratti” (delle cataratte) per via dei numerosi buchi aperti nelle rocce al suo interno, proprio sotto la cima di monte Faito (1160 m). Continuando per la stessa direzione si passa sotto la ripida parete rocciosa di Rupe della Noce (1165 m) e da qui il percorso comincia a scendere lungo la dorsale sud-orientale di monte Faito fino ad incrociare (778 m) la strada interpoderale Magliano Vetere/Castagneto. In questo punto termina la dorsale di monte Faito e si apre a sinistra (direzione NE) l’impressionante panorama sulle gole in cui scorre la valle del fiume Calore.

Camminando all’aperto lungo lo spartiacque e senza discendere verso il paese, si raggiunge la Cappella rupestre di S Lucia (750 m), accostata alla dorsale rocciosa, poco sotto l’altura della Rupe Rossa (798 m), straordinario punto panoramico su tutto il circondario. Aggirando le pendici settentrionali della Rupe Rossa si attraversano le folte macchie boscose che prospettano sulle gole del fiume Calore fino a raggiungere (587 m) la balconata prativa posta tra la rupe e Magliano Nuovo. Da qui per un comodo sentiero si sfiora la base settentrionale della rupe da cui si erge l’abitato di Magliano Nuovo e si raggiunge (728 m) l’antico valico della “Preta Perciata” di Magliano, punto terminale di questo itinerario. (testi&photo ©Andrea Perciato)

“BIFERI ROSARIA PAESTI”* (*Virgilio) “ove le Pietre profumano di Rosa”

Le origini di PAESTUM e della sua fondazione si perdono nella notte dei tempi… tra fiabe e leggende, subendo varie denominazioni. Detta Poseidonia dai Greci e Pesto dai Romani, fu indicata anche come NETTUNIA, cioè città dedicata al dio del mare. Ma anche l’ebraico PISTAH, o il caldeo PISTAN, che entrambi significano “lino” identificarono la nostra zona come quel luogo in cui era presente in grande abbondanza e si coltivava il lino. Mentre per i Fenici fu PESITANE, cioè Nettuno. Giasone coi suoi Argonauti giunse nel porto Alburno di Pesto e nelle vicinanze edificò un tempio dedicato a Giunone Argiva, poco distante da un preesistente villaggio indigeno abitato da popoli Tirreni, identificati anche come Etruschi; a tal proposito, durante le storiche campagne di scavi volute dai Reali Borbonici e condotte a partire dalla seconda metà del ‘700, qui sono stati rinvenuti tutta una serie di reperti risalenti, probabilmente, al primo periodo di vita della città: vasi etruschi, monete, urne sepolcrali, lampade, lucerne e diversi utensili in creta.

Il moderno edificio che ospita il MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE di Paestum fu inaugurato nel 1952. In esso vi sono stati raccolti, nel corso degli anni, tutti quei materiali e quelle suppellettili ritornati alla luce durante le campagne di scavi nella città pestana e nei dintorni. Distribuito su più livelli con un piano interrato, una galleria inferiore ed una galleria superiore, in esso vi sono conservati capitelli in vario stile, forma e grandezza; metope in calcare, marmo, travertino e arenaria; frammenti di cornice; fregi con triglifi che raffigurano, in successione, tutta una serie di figure mitologiche tra cui Ulisse, i Dioscuri, Apollo, Artemide, Tytios, Herakles, Zeus, Elena, Ettore, Patroclo, Achille, Priamo, i Centauri, Anteo e la maga Medea.

E poi ancora, frammenti di statue fittili e busti; frammenti di vasi; vasi bronzei e in terracotta; anfore e oggetti preziosi; monili dorati o bronzei come anelli, orecchini, collane, spille e bracciali; monete sia locali che della Magna Grecia; ex voto della Meter (madre) Hera; armi votive; vasellame di manufattura lucana e pestana; corredi tombali; ceramiche preistoriche e vasi medioevali; oggetti paleolitici e neolitici tra cui lame di selce, pugnali in rame, brocche; armature in bronzo con elmi, corazze e cinturoni; sculture policrome in terracotta; corredi nuziali con oggetti in oro, avorio e gemme preziose; pitture, affreschi marmorei e lastre tombali.

Gli SCAVI di PAESTUM, con il lungo perimetro delle Mura, giacciono nella verdeggiante pianura solcata dai meandri del fiume Sele a settentrione, della vicina costa ad occidente, da Agropoli al promontorio di Tresino che nasconde Punta Licosa (l’antico Capo ENIPEO, cioè di Nettuno) a S e dai primi contrafforti montuosi (Alburni, monti di Capaccio, Gelbison, ecc.) del Cilento a oriente. Si perviene a Paestum seguendo la Strada Statale n.18 Tirrena Inferiore che da Battipaglia termina a Sapri. All’incrocio in prossimità delle mura, all’altezza dell’antica Porta Aurea, ove ora sorge una fresca fontana, è possibile scorgere sulla linea del verde orizzonte i maestosi templi (secondi solo a quelli di Atene) che si elevano entro l’antico perimetro urbano, le cui grandezze si esprimono al variare della luce del sole creando suggestive e particolari visioni man mano che il giorno cede il passo al tramonto.

Nel corso dei secoli la gente del posto indicava l’area come i “SEGGI di PESTO”. Le attuali rovine, che hanno reso celebre Paestum in tutto il mondo, consistono nella cerchia delle mura che racchiudono l’intero perimetro urbano della città antica con le porte che in essa si aprono, i templi, le vie, gli anfiteatri e il Foro; mentre tre sono gli ingressi che permettono di accedere e visitare gli scavi. Si propone di entrare dal varco settentrionale, quello in vicinanza del Museo lungo la Statale, all’altezza di quella Casina (che oggi funge da biglietteria d’ingresso) indicata fino al secolo scorso come Taverna Carducci. Subito un filare di pini e profumati oleandri fanno da scenografia alla spianata ove si erge il cosiddetto Tempio Minore (o di Cerere) del VI secolo a.C. in puro stile dorico.

In esso, però, veniva celebrato il culto di Athena. Questo tempio, eretto in omaggio a Cerere, fu così chiamato dagli antichi pestani poiché in molte famiglie della città si praticava l’agricoltura, vista l’enorme fertilità che riuscivano ad offrire i territori delle campagne circostanti. Alcuni studiosi, però, giudicano questa indicazione errata poiché pensano che l’edificio fosse dedicato a Dite (Afrodite), ovverossia a Plutone, dio delle ricchezze, fratello di Nettuno e genero di Cerere (per il ratto di Proserpina); Plutone fu anche detto Sorano o Quietale (da “quiete dei defunti”). Al deo Pluto si dedicavano statuette in terracotta, materiale che ha rivisto la luce durante i primi ripulimenti del tempio e le successive campagne di scavi. Il tempio si presenta con sei colonne per ciascun frontespizio incluse le angolari, mentre ha undici colonne sui lati lunghi.

Il suo ingresso è dal fronte orientale e per alcuni gradini si accede al portico; da qui, per mezzo di un altro gradino, nel vestibolo del tempio. Sino alla fine del ‘700 questi templi giacevano in un pessimo stato sia per le continue inondazioni e l’impaludamento dei terreni, sia per gli effetti di lievi eventi tellurici (bradisismo) che hanno alterato, ripetutamente, la vicina fascia costiera. Gli edifici erano colmi di rottami, avvolti dalle spine dei rovi e dai tronchi d’albero, e a stento le mandrie al pascolo camminavano in mezzo a questi labirinti di pietra e vegetazione. Poco sul retro ha subito inizio il nastro di pietre squadrate che caratterizzano il piano stradale della Via Sacra, una lunga arteria che attraversa il centro della città da nord a sud.

Questa era la strada delle processioni religiose, ridata alla luce durante gli scavi del 1907. Larga nove metri, essa è pavimentata da grossi blocchi di calcare che conservano numerosi solchi ed è munita di marciapiedi sopraelevati (dai 30 ai 50 cm di altezza); il lastricato è di origini romane, ma il suo tracciato risale all’epoca greca. Questa via attraversa due zone ben distinte dell’antica città: l’area occidentale, che era tutta una schematica distribuzione di quartieri civili privati, con grandi case signorili, botteghe e alloggi per gli abitanti; e l’area orientale coi suoi quartieri religiosi e di interesse pubblico tra cui i templi, il Foro, le Terme, gli anfiteatri e la Curia. Comunque, è consigliabile dedicare il tempo disponibile per la visita alla parte orientale di Paestum, se non altro perché ci sono le cose più interessanti da vedere e i reperti sono meglio conservati.

Proseguendo nella visita sono possibili vedere, nell’area orientale della città, numerosi edifici d’epoca romana che evidenziano il carattere sacro della tipologia. E così, proseguendo lungo la Via Sacra e prima di giungere al Foro, entriamo nell’emiciclo dell’Anfiteatro Romano (o Pestano) collocato al centro della città; esso è un concavo circolare ricoperto dal prato e a ridosso dell’attuale strada Statale. Un’antica tradizione popolare del luogo indica l’anfiteatro col nome di “Fontanone” poiché qui, probabilmente, esisteva la pubblica fontana; collocazione provata dal fatto che l’acquedotto aveva questa direzione come confermata dai vuoti rinvenuti sotto il piano stradale. Rientrando in direzione della Via Sacra, si lasciano una serie di botteghe appoggiate al muro greco del sacro recinto (o Témenos), e si costeggia una grande costruzione con in mezzo una cisterna d’acqua di fattura greca cinta da un portico (le basi marmoree delle colonne) che, probabilmente, doveva essere la piscina del Ginnasio.

Da qui, prima di giungere al Foro, superate alcune botteghe si arriva al cosiddetto Tempio Italico (uno dei quattro esistenti a Paestum). Eretto intorno al 273 a.C. fu successivamente modificato (80 a.C.) e doveva essere, con molta probabilità, il Capitolium della città dedicato a Giove, Giunone e Minerva; esso si erge dall’alto di un podio preceduto da un’ampia gradinata ove è collocato un semplice altare di forma rettangolare. Di fianco al tempio si apre un edificio a gradinate indicato, con molta chiarezza, come il Teatro Greco; ma è più probabile che esso era sì un teatro – o un luogo di incontri e riunioni – ma che però era di fattura lucana, la cui struttura si rifaceva a quella dei teatri greci.

Eccoci dunque giungere finalmente nell’ampio spiazzo determinato dall’area del Foro, una spianata rettangolare (150 x 57 metri) che s’apre a settentrione del Tempio Maggiore, sistemata dopo la conquista lucana e, successivamente, dopo l’arrivo dei Romani, in luogo della più antica agorà ellenica. Fiancheggiato da numerosi edifici sia pubblici che religiosi, ai lati di questo si aprivano anche una serie di botteghe lungo tutto il periplo e caratterizzato dal colonnato di un portico. Muovendosi verso S si superano altri ambienti tra cui il particolare edificio della Curia con semicolonne addossate alle pareti che racchiudono un’esedra, ove l’alternanza di sedili identificava un luogo per gli incontri e le riunioni.

Subito dopo si esce all’aperto e incamminandosi verso un immenso prato verde si parano, davanti, gli imponenti colonnati del Tempio Maggiore, la costruzione più grande esistente in Paestum, dedicato al culto di Nettuno dio del mare. Detto anche Poseidonion, questo magnifico edificio, con le sue colonne, gli architrave, i capitelli e vari altri particolari stilistico-decorativi, è degno della massima ammirazione poiché non solo è il più grande, ma è anche il meglio conservato di tutti i templi pestani; la sua costruzione è talmente così solida che sembra sia stata eretta per l’eternità. La pietra usata è il travertino locale impreziosito dalle incrostazioni calcaree del vicino fiume Sele che, col trascorrere del tempo, ha assunto una patina dorata che brilla d’intensità a seconda della rifrazione della luce solare.

Ha la forma bislunga con due frontespizi uguali, ad E ed W, con sei colonne incluse le angolari, mentre dodici sono quelle sui lati lunghi. Ma quello che subito risalta dal punto di vista stilistico, sono alcuni particolari accorgimenti tecnici tra cui le lievi convessità delle linee orizzontali e le colonne angolari, dalle sezioni ellittiche anziché circolari. Le colonne sono tutte senza le basi e contengono, ciascuna, 24 scanalature lungo le superfici e sono composte da quattro o cinque blocchi sovrapposti nella loro altezza complessiva. I Pestani, che erano espertissimi naviganti, vivevano la gran parte dei mesi in mare a pescare, e dall’elemento acqua traevano tutto il loro sostentamento sia nell’approvvigionamento che nel commercio: numerose sono state le monete ritrovate con l’effige di Nettuno. Questo, rappresenta il più perfetto stile di architettura dorica templare presente oggi sia in Italia che in Grecia.

Oltre il Tempio di Nettuno, a mezzogiorno si erge la Basilica, così indicata dai primi archeologi del ‘700 e collocata nella parte meridionale della città. Esso è il più antico (ma diversi studiosi non concordano) tra i templi di Paestum. Eretto nella metà del VI secolo a.C. vi si adunava il Senato, si eseguivano i giudizi ed era il luogo dove i mercanti e i banchieri trattavano e discutevano dei loro affari. L’edificio ha una forma bislunga ed è distribuito con frontespizi di nove colonne ciascuno, incluse le angolari; mentre i lati lunghi presentano sedici colonne. Le colonne di questo edificio hanno la particolarità che nel mezzo, la loro sezione, cresce di circonferenza come una pancia o un rigonfiamento. Questo tempio è l’unico, a Paestum, che non ha mai avuto né frontoni, né un tetto di copertura, per cui esso assume l’esatta forma di un mastodontico parallelepipedo.

Si esce dall’area archeologica attraverso la Porta della Giustizia, nella parte meridionale della città. Qui, l’integra struttura di un’antica Torre a sezione quadra, facente parte del sistema difensivo delle mura, è stata tramutata in un ristorante tipico. Prendiamo ora in direzione del mare e seguiamo l’intero perimetro determinato dalle mastodontiche mura perimetrali e formate da monolitici blocchi squadrati in calcare, marmo e travertino. Proseguendo, si rasentano i resti dell’unica Torre a sezione pentagonale inglobata nella cinta e, subito dopo, si giunge in vista del bivio per il mare. Dall’incrocio si continua tenendosi sulla destra e seguendo, ora, il versante occidentale delle mura. Poco più avanti è possibile incontrare le tracce del basolato che determina l’antico manto stradale in prossimità della Porta Marina, priva di arco, ma rimasta intatta nel complesso sistema difensivo; accanto a questa, due torrette quadrate con una cilindrica (del VII secolo a.C.) molto più antica.

Il tratto occidentale delle mura termina presso un altro bivio (sulla sinistra si va per la strada litoranea) e si prende a destra seguendo, ora, il versante settentrionale delle mura su cui prospettano una serie di case. Giunti in prossimità dell’incrocio con la Statale, qui vi era collocata la Porta Aurea da dove passava la Via dei Sepolcri. Superata la Statale si prosegue in avanti, verso E, fiancheggiando ancora il braccio N delle mura che poi piega a destra fino a determinare la periferia orientale dell’antica città; in alto, su a sinistra, il monte Calpazio con il Santuario della Madonna del Granato. Qui, lungo questo lato, si ha la conferma di quanto grandi e possenti siano state, nel passato, queste mura; il loro spessore varia dai 5-7 metri di larghezza. In un arcano silenzio, interrotto saltuariamente dalla vicina ferrovia, eccoci pervenire a ridosso della Porta Sirena, la meglio conservata di tutte le porte pestane, che metteva in collegamento il decumano major fino a Porta Marina.

Il suo arco (ben conservato) presenta un bassorilievo, scarsamente leggibile, nella chiave di volta e che raffigura una sirena; poco più avanti si volge a destra e si è sul versante meridionale delle mura. Qui lo scorrere dei secoli ha saputo, più che altrove, conservare in maniera inalterata l’originaria fattezza costruttiva delle mura; due Torri a sezione quadra con tettoia si ergono dal candido profilo di blocchi restituendo quella particolare tecnica costruttiva e scenografica, vanto millenario dell’architettura greca e, successivamente, romana. Il periplo della cinta muraria pestana, lungo quasi 5 km, termina in prossimità dell’incrocio con la strada Statale. attraversare la città e compiere il giro delle sue mura ci ha riportato indietro nel tempo attraverso un excursus emotivo/sensoriale, di quando le verdeggianti campagne che circondavano la città offrivano incredibili quantità di cespugli di rose che emanavano densi profumi tali da attirare la curiosità di Virgilio che, camminando tra queste pietre sparse, indicò il luogo “BIFERI ROSARIA PAESTI“. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

GALLO e il suo lago (Matese, CE) tra Sanniti, profughi bulgari, anarchici, natura e silenzi

Borgo che si erge ai confini con il Molise, GALLO (CE) sorge dall’alto di un colle proprio al centro di una conca verde solcata dalle acque di un lago. I tetti del suo modesto centro storico si espandono a ridosso di ciò che ancora resta di una Torre (avamposto militare) di origine normanna. Contesa dagli antichi Sanniti, ospitò – verso la fine del VII secolo – comunità bulgare in fuga dalla Puglia. Dopo le prime due “guerre sannitiche” sotto l’egemonia di Roma queste popolazioni dell’interno furono prima conquistate e, successivamente, assoggettate tanto da far divenire il Molise una “particolare” regione romana.

La vallata in cui giace il borgo che si rispecchia sulle acque (invaso artificiale) dell’omonimo lago fu teatro, verso la fine del XIX secolo, di importanti moti insurrezionali. In queste zone, tra Gallo e il dirimpettaio Letino, nel 1877 avvenne uno dei più importanti tentativi insurrezionali nell’intera area del Matese: uno sparuto gruppo di uomini aderì alla Federazione Italiana dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, meglio conosciuta in seguito a questi eventi come la “Banda del Matese“; gruppo a cui aderirono molti dei personaggi più rappresentativi dell’anarchismo italiano di fine ‘800, tra cui Carlo Cafiero ed Errico Malatesta.

Per via della sua collocazione il borgo sembra irraggiungibile e lontano dalle più grosse e importanti vie di comunicazione disposte – nel corso dei secoli – sul territorio; tant’è che la zona veniva attraversata da bretelle stradali cosiddette minori come la via “Abebuzia” che risale dal versante di Alife e la Via “Latina” che serpeggia sul versante di Venafro. Qui una strada sale dalla piana del Volturno e una rotabile interna sale direttamente da Isernia; mentre la principale strada che sale dall’altopiano del Matese, collega Letino e giunge fino a Gallo.

Qui a Gallo il silenzio è di casa; quella forte e serena capacità di identificarsi col territorio e tutto ciò che esso riesce ad esprimere, circondati da un’aria salubre, spesso frizzante, ma pur sempre pulita, fa si che qui l’ospitalità è di casa; e chi giunge in queste contrade per la prima volta non ha che da scegliere. Mentre per chi è alla ricerca di serenità, degli intensi profumi aromatici, della tranquillità e desidera lasciarsi circondare solo dai silenzi, non ha che da raggiungere le sponde del lago formato da un invaso; qui, dalle sue rive, gli scorci paesaggistici hanno molto da raccontare… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Castel S. Lorenzo (Cilento, SA)… attraverso le inebrianti terre del “Nettare di-Vino” DOC Cilento

Castel San Lorenzo (358 m) è un borgo nel cuore del Cilento che s’affaccia sull’ampia valle solcata dalle acque del fiume Calore (tributario del Sele); il suo tessuto urbano è un complesso e articolato sistema di vicoli tutti confluenti nella Piazza Umberto I, ove antichi palazzi gentilizi si integrano con le preesistenti strutture del castello. Il paese assurge a fama internazionale per l’intensa coltivazione della vite e alla produzione dei suoi vini DOC al punto tale da sposarsi bene con le tradizionali pietanze della tipica cucina locale.

Dal campo sportivo (266 m) ha inizio un sentiero che scorre, tra la vegetazione e intesi filari di vigneti, fino a guadare (136 m) il torrente Lumugno circondato da macchia mediterranea. Sulla riva opposta c’è una pista carraia che prosegue sul sentiero che costeggia il torrente fino al punto di confluenza (141 m) con il fiume Calore ove, visto il basso fondale, è possibile un guado e raggiungere la sponda opposta completamente immersa nel verde di uliveti e vigneti.

Qui la vite ha esposizioni favorevoli, sempre sotto i raggi del sole a mezza collina, circondati da oliveti, piccoli appezzamenti di terra coltivati e macchia mediterranea: è un territorio, questo, che si basa esclusivamente su vitigni autoctoni. Proseguendo, si attraversano ampi vigneti ben ordinati, sistemati dai contadini, esposti sulle assolate pendici che spiovono dolcemente verso il fiume. In tutta la zona la mitezza del clima, la particolare conformazione ed esposizione dei terreni e una secolare cultura contadina favoriscono la produzione di vitigni DOC.

Presso alcune case compare il Ponte in Ferro che permette il collegamento alla riva opposta. Da qui un sentiero attrezzato con passamani in legno raggiunge (159 m) la rotabile per Felitto. Si prosegue ancora tra vitigni, masserie e casolari di campagna fino al ponte sul Calore in contrada Vigna superato il quale si attraversano ampi filari di vitigni tra cui spiccano l’aglianico, il barbera, il piedirosso, il lambrusco, il malvasia ed il trebbiano.

Qui, in tutto il circondario, contadini e massaie sono impegnati nelle operazioni della vigna; luoghi e momenti dove i ritmi della cultura locale sembrano essersi fermati tra le mute scenografie di case in pietra che si alternano alla maestosità e al fascino degli attrezzi agricoli ancora usati per perpetuare i cicli di una millenaria civiltà contadina. Dal ponte, si risale nuovamente passando per l’antica Cappella della Madonna della Stella e raggiungere Castel San Lorenzo all’altezza della storica dimora di Palazzo Vigna. (testi & photo ©Andrea Perciato)

CAPRI island (NA): camminando per giardini “sospesi nel vuoto”

Un facile itinerario che attraversa, in una sorta di ideale circuito, “tagliando” da un punto all’altro l’isola “azzurra”, muovendosi dalla Marina Grande a settentrione, fino a scendere e raggiungere la Marina Piccola, verso sud, passando per la Piazzetta, perdendosi tra i labirinti dei vicoli porticati, scoprendo gli arabeschi maiolicati che impreziosiscono le architetture dell’isola, sporgendosi dalle terrazze panoramiche, attraverso giardini colmi di infiorescenze, ville adagiate tra boschi e prati, architettura sacra, incredibili strade dai mille tornanti scolpiti nella roccia a picco sul mare e tante altre meraviglie ancora.

Muovendosi dal molo di Marina Grande di CAPRI si prende a sinistra percorrendo la banchina fino a raggiungere lo slargo di Piazza Fontana. Volgendo a destra s’imboccano le gradinate di un violetto che, ripidamente, sale a sinistra per Via Truglio. Per altre scale ancora si transita sotto la funicolare fino a raggiungere la strada rotabile; attraversata quest’ultima, si riprende la gradinata sul lato opposto fino a raggiungere nuovamente la stessa per poi riattraversarla e guadagnare le scale di Via Acquaviva che conducono presso un bivio. Volgendo a sinistra si raggiunge un secondo bivio ove si prende decisamente a destra salendo per Via Lo Palazzo. Da qui, in breve, al primo incrocio si imboccano le scale sulla sinistra che in breve raggiungono la strada principale.

Da qui, prendendo a sinistra, in meno di trecento metri si sbuca nella famosissima Piazzetta (cuore pulsante della vita mondana dell’isola), il naturale punto d’incontro di tutte le stradine che collegano il paese alle varie zone dell’isola. Nella Piazzetta si entra passando sotto l’Arco del Campanile e, portandosi accanto al Municipio, si esce su Via delle Botteghe. Una stretta striscia di cielo compare dall’alto degli edifici; angoli di un intricato tessuto urbano caratterizzato da archi rampanti e loggette che si alternano a gradini; davanzali con vasi fioriti creano impensabili volumetrie attraverso stretti passaggi porticati e finestre decorate da artistiche inferriate. Pergolati dalle forme bizzarre celano misteriosi e affascinanti laboratori artigianali con il loro caleidoscopico carico di souvenir.

Senza esitare si imbocca la Via V. Emanuele fino a portarsi e proseguire lungo Via F. Serena. Al termine di questa si raggiungono i “Giardini di Augusto”, uno spettacolare spazio di verde sospeso nel vuoto dove la gran parte dei fiori e delle piante presenti sull’isola vengono qui incorniciati dallo splendido panorama con lo sfondo dei Faraglioni; un bel viale – a tratti pergolato – conduce all’ingresso della monumentale Certosa di San Giacomo ove sono possibili visitare il Museo della Certosa, il Museo “Diefenbach” ed il caratteristico Chiostro in bianco/roseo calcare con le interessanti “celle” monastiche dalle volte a botte incrociate; a destra dell’ingresso della Certosa, presso un portico a sesto acuto, compare una splendida lunetta affrescata raffigurante la Madonna con Bambino “seduta in trono” fra santi e beati.

Alle spalle dei giardini della Certosa, spostandosi un pò in basso, ha inizio la suggestiva Via Krupp, uno dei percorsi pedonali più belli e affascinanti al mondo realizzata, agli inizi del ‘900, dall’industriale tedesco che consentì il collegamento diretto tra la Marina Piccola e la Piazzetta; lungo questa strada pedonale si incontra un piccolo cancello che porta alla Grotta di Frà Felice mentre un po’ più avanti, un sentiero scosceso consente di arrivare fino alla Grotta dell’Arsenale posta a quattro metri sul livello del mare.  Purtroppo, negli ultimi tempi, il transito della famosa via viene spesso chiuso per via dei ripetuti lavori di consolidamento della parete rocciosa che vi strapiomba con un impressionante salto di 250 m.

Dalla Marina Piccola si risale per Via Mulo verso il centro dell’isola passando sotto i ruderi di quello che fu un Castello. Per chi invece volesse raggiungere direttamente la caratteristica spiaggia di Marina Piccola, muovendosi dalla Piazzetta deve percorrere la panoramica Via Roma fino a raggiungere il Largo dei Due Golfi da cui parte – prendendo giù a sinistra – la rotabile che scende direttamente in direzione di Marina Piccola di CAPRI (circa 20 minuti di cammino) fino a giungere a ridosso dello scoglio delle “Sirene”, da cui si gode di un suggestivo punto panoramico immortalato in una cornice paesaggistica unica al mondo con lo sfondo dei Faraglioni; da qui si ammira la promenade di tutta la parte meridionale dell’isola. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

POLIGNANO a MARE (BA, Puglia) uno stretto lembo di terra dalle incredibili meraviglie

Polignano è famosa per il suo vivacissimo carnevale che si snoda lungo le principali vie del centro e per aver dato i natali al melodico cantante degli anni ‘60/’70 Domenico (Mimmo) Modugno. Ma è la sua splendida cornice paesaggistica in cui è collocata che la incorona come una tra le più belle mete di tutta la Puglia. In un ambiente quasi irreale, Polignano assume l’iconica immagine che rappresenta le bellezze naturalistiche e ambientali della Puglia con le sue tipiche viuzze strette che serpeggiano tra vicoli, archi, strettoie, supportici, gradoni e balconate che s’aprono all’improvviso sul mare.

Il centro storico di Polignano a Mare è di una bellezza disarmante; avendo consolidato – nel tempo – quel particolare connubio tra mare e manufatti realizzati dall’uomo che qui trovano, credeteci, la loro massima collocazione visibile attraverso costruzioni a picco sul mare, adagiate con incredibili pendenze e piani sfalsati proprio a ridosso sulla scogliera; i suoi vicoli, le sue straordinarie viuzze, abbellite da interessanti e artistici balconi fioriti, si snodano lungo tutto il centro storico, con scorci mozzafiato, balconate panoramiche e skyline paesaggistiche uniche nel loro genere; tutto il circondario risulta essere estremamente bellissimo, vivacizzato – soprattutto – dalle numerose botteghe artigiane della tipica ceramica artistica locale.

Il centro storico di Polignano a Mare è come una perla incastonata nella viva roccia ed i suoi promontori che accolgono la piccola spiaggia regala suggestivi scorci panoramici sul mare; dai vicoletti che si affacciano con le splendide balconate sono possibili ammirare le grotte che s’aprono, a pelo d’acqua, tra le rocce a picco sul mare. Qui il tempo sembra davvero scorrere lentamente, seguendo il ritmo della luce (e delle ombre) generate – dall’alba al tramonto – dal correre del sole laddove il bianco delle case si perde nell’immenso azzurro del cielo e nel profondo blu del mare.

Qui a Polignano le calette, le scogliere e le terrazze affacciate sul mare riempiono gli occhi ed esaltano le emozioni. La sua parte antica, quel suo borgo arroccato con le bianche case sospese nel vuoto sulla scogliera, sprofonda in un mare dalle molteplici tonalità che vanno dal blù al cobalto, dal giada fino al turchese; la strada panoramica di matrice borbonica costruita su archi e che s’affaccia sulla ciottolosa spiaggia raccolta nell’insenatura, fanno di questo paese un privilegiato luogo di vacanza davvero bello e rilassante ove sostare, anche solo per qualche ora, ritempra lo spirito. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

sulla “Via dell’Oro Bianco” (Altavilla Sil, Cilento) della “Regina Bianca” delle tavole

Una storia dalle radici lontane, porta con sé il ricordo di mani delicate e instancabili; mani da cui prende forma una inconfondibile pasta filata, figlia del latte di bufala e di una tradizione che si perde nella notte dei tempi: la MOZZARELLA di “bufala” patrimonio della cultura, della tradizione e delle pietanze del Cilento.

Storie di magiche mani e pasta filata… La comparsa del bovide bufalo sul suolo italiano non ha una data precisa. Quasi certamente essa giunge da lontano, dall’India orientale e attraverso l’Asia minore travalica le Alpi e approda nella pianura Padana. Plinio il Vecchio parla del laudatissimum caseum di Campo Cedicio, allocato nelle aree tra Mondragone e il Volturno dove ancora oggi è sviluppato l’allevamento bufalino. Il latte di bufala veniva trasformato nella “bufalara” locale in cui veniva munto e raccolto, costruzioni in muratura di forma circolare con un camino centrale in cui venivano allevate le bufale. Qui le abili mani dei mastri casari trasformavano il latte in numerose pezze tra cui formaggi, ricotta, caciocavalli, burro, provole e mozzarelle. Testimonianze certe della sua presenza nella Piana del fiume Sele (all’epoca ricca di paludi e acquitrini) si datano intorno al VI secolo d. C..

La paludosa Piana del Sele era l’habitat ideale per la diffusione del bufalo, essendo quelle terre praticamente inutili per le coltivazioni. L’esperienza del mastro casaro era determinante per la qualità delle mozzarelle. Da lui dipendevano i tempi e le fasi della lavorazione detta appunto “mozzatura”, attraverso la quale i casari, con gesti antichi immutati nel tempo, “mozzano”, cioè tagliano, con le dita l’ammasso di pasta filata. Dal XIV Sec. il bufalo si diffonde in Campania; allevato allo stato brado talvolta è utilizzato, per la sua forza e robustezza, anche come animale da lavoro per arare i campi o al traino da soma nelle zone paludose, per la facilità con cui si muove grazie alla conformazione dei suoi zoccoli piatti e larghi.

Dalla mungitura alla tavola… In pieno ‘700 chi voleva visitare e conoscere le vestigia della Magna Grecia doveva per forza transitare per queste terre. Provenienti da tutta Europa, i novelli pellegrini della cultura osavano spingersi oltre l’ultima tappa del Grand Tour attraversando gli sparsi villaggi della Piana del Sele. Ai lati delle principali vie stazionavano i bufalari che proponevano, ai viaggiatori delle carrozze transitanti, le forme migliori di questo strano formaggio fresco; gustosissimo e profumato, aveva il sapore leggermente acidulo. Goethe durante il suo viaggio in Italia incontrò le “bufale dall’aspetto di ippopotami e dagli occhi iniettati di sangue”. La lavorazione della mozzarella inizia col versare il latte ottenuto dalle bufale in un calderone e portarlo a 35° unendo al latte il caglio e lasciando riposare il tutto per un’ora. La cagliata viene spezzettata minutamente e lasciata lievitare, poi versata in acqua caldissima, a 80°, e fatta filare.

Quando la filatura è al punto giusto, eliminata l’acqua si prende la pasta filata e la si “mozza” nella dimensione voluta; successivamente sono passate in acqua fredda e poi lasciate in salamoia. La mozzarella è un formaggio fresco, a pasta molle, cruda e filata, a sfoglie sovrapposte dalla crosta sottilissima e gustosa. La mozzarella, un tempo tagliata a mano in forme di circa mezzo chilo, da cui “mozzare” (che significa tagliare), oggi è prodotta in forme tonde di diverse dimensioni, in bocconcini, in pani o in trecce. Nel 1996 la mozzarella di bufala campana ottiene il marchio D.O.P. (5° formaggio italiano a ricevere questo riconoscimento), a testimonianza delle sue qualità e della particolarità delle sue origini, legate a doppio filo al territorio campano. Attualmente esiste un Consorzio di Tutela della mozzarella di bufala campana D.O.P. che ne regola norme di produzione e vendita.

Dalle “bufalare” della piana ad Altavilla Silentina… Il circondario di Altavilla Silentina è interamente circondato dai confini del Parco Nazionale del Cilento; una panoramica altura che si pone come un baluardo a controllo delle anse fluviali dei fiumi Sele e Calore, nel punto in cui questi si incontrano. Tutta l’area fu teatro, durante l’ultimo conflitto mondiale di 70 anni fa, di scontri tra gli americani e i tedeschi. A vocazione agricola vi si pratica, da secoli, l’allevamento delle bufale, dal cui latte si ricava il pregiato prodotto della “mozzata”. I diversi caseifici della zona riescono a soddisfare il fabbisogno dei centri di vendita del prodotto caseario dislocati sul territorio, mentre numerose bufalare caratterizzano il circondario. Muovendosi da contrada Olivella (52 m), all’altezza di un bar-tabacchi, si prende la strada che verso E conduce per appezzamenti di terreno coltivati. Superati l’ultimo gruppo di case, si è praticamente all’aperto in piena campagna; a destra campi coltivati e allevamento per le bufale, mentre a sinistra appezzamenti ulivati che si alternano ai frutteti.

Si prende a sinistra attraverso copiosi uliveti fino a superare un ruscello ed alcune case coloniche, per immettersi (160 m) sulla rotabile che sale in paese. Incamminandosi lungo quest’ultima si superano, in successione, i tornanti che ascendono ad Altavilla. Al sesto tornante si prende la pista che da sud risale alle prime case dell’abitato (273 m). Il borgo domina un territorio collinare caratterizzato da appezzamenti ulivati, case coloniche e masserie sparse a carattere rurale. L’antico centro urbano, che raccoglie straordinarie testimonianze di arte e cultura come il Castello MOTTOLA (XII sec.); la Chiesa di San Biagio (XIII sec.) col poderoso Campanile; la Chiesa di Sant’Egidio (XII sec. ristrutturata nel 1666); la Chiesa di Sant’Antonio (XV sec.); la Chiesa del Carmine, che ospita l’omonima Confraternita e il Convento di San Francesco, viene attraversato da due principali arterie e raggruppa ancora in sé un agglomerato urbano di sicura matrice alto-medioevale. L’economia si basa principalmente sulle attività e le produzioni agricole (frutteti, uliveti, vigneti) e lattiero-casearie. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)