CAPRI (NA): al “salto” di Tiberio, uno spicchio di terra avvolto d’immenso…

Quello che si propone viene considerato – a ben ragione – uno tra i principali percorsi pedonali (escursionistici!) più conosciuto dell’isola; quello di primo impatto, quello dove il viaggiatore, appena giunto in Piazzetta, chiede di andare a visitare uno dei punti più panoramici dell’isola di CAPRI: il “leggendario” Salto di Tiberio. La famosissima Piazzetta (cuore pulsante di Capri), risulta essere il naturale punto d’incontro di tutte le stradine che collegano il paese alle varie zone dell’isola. Appena superati la Torre con l’Orologio, nella Piazzetta si entra passando sotto l’ Arco del Campanile e, portandosi accanto al Municipio, si esce su Via delle Botteghe.

Un agglomerato di curiosità, come in una sorta di “casbah” densa di profumi e di colori, in cui è possibile incontrare vetrine maiolicate; traballanti mensole stracolme di oggetti; botteghe di profumi dalle aromatiche fragranze; tipiche cantine che espongono (e propongono) vini bianchi e rossi delicati, sempre freschi, dagli intensi profumi e dai sapori morbidi, asciutti e aromatici sapientemente aromatizzati con essenze di terra caprese: finocchio e mirto. Tipiche locande che si rifanno alla fusione di due civiltà (l’una contadina e l’altra marinara) così diverse e complementari tra salse e sughi dai condimenti tutti a base di pomodoro (come la “chiummenzana”, la “aumm aumm” e la saporita “sciuè sciuè”).

Dalla Piazzetta, fulcro dell’intensa vita mondana dell’isola, si procede spostandosi verso la parte orientale dell’isola. Superati il Municipio camminando in lieve ascesa attraverso vicoli silenziosi dove le pareti delle abitazioni sembrano quasi toccarsi, poco alla volta si lascia il chiassoso e mondano centro fino ad entrare in un paesaggio dominato dai muretti di recinzione in pietra a secco, passando accanto a giardini dai particolari pergolati fioriti. Piastrelle in ceramica caratterizzano un po’ tutti gli ingressi delle case private e, mentre gli scorci cominciano ad aprirsi lungo livelli sfalsati tra macchie verdi e l’intenso azzurro tra cielo e mare, dai bianchi tetti delle volte a botte delle case emergono le splendide e inconsuete forme dei suggestivi “comignoli” di Capri, particolari canne fumarie dagli inediti stili architettonici e decorativi.

Giunti alla biforcazione della “Croce” con Via Matermania (che, proseguendo a destra, non va presa), senza indugiare si prende a salire sulla sinistra imboccando la rampa di Via Tiberio. Subito a destra compare la bianca chiesetta del XV secolo, dalle particolari forme a volta, di San Michele Arcangelo completamente circondata da aiuole sistemate su più livelli. Si cammina ancora in salita sfiorando case dai tetti ricolmi di fiori e i giardini terrazzati di ville spesso irraggiungibili. Superati i caseggiati di Mongiardino e Moneta, l’asse viario principale (sfiorato sul lato destro, verso ponente, da una copiosa pineta) perviene alla parte estrema nord-orientale dell’isola, in località Lo Capo, proprio sotto la rupe dove si erge quella che un tempo fu la Villa di Tiberio. Qui una balconata panoramica lascia scorrere lo sguardo su panorami mozzafiato che s’aprono con burroni e profondi precipizi (il “Salto di Tiberio”) a picco su un mare i cui fondali assumono molteplici tonalità d’azzurro.

A destra una casetta funge da biglietteria d’ingresso all’area archeologica, mentre a sinistra compare la scala che permette l’accesso alla poderosa struttura della Villa Romana. Il Palazzo di TIBERIO (conosciuto anche come Villa Jovis) fu la residenza dell’imperatore romano che qui trascorse molti anni della sua vita. Per un articolato sistema di rampe, cunicoli, cisterne, gallerie, vasche e camminamenti, la visita alla villa trova il suo culmine in cima alla Cappella di Santa Maria del Soccorso (335 m) da cui si gode un vasto panorama dalle incredibili bellezze paesaggistiche che spaziano dal golfo dominato dal Vesuvio alla Penisola Sorrentina col vicino “Promontorio Ateneo” di Punta Campanella. (testi & photo ©Andrea Perciato)

Parco degli Acquedotti Romani (Roma): calpestare 2500 anni di storia…? Fatto!

Tutta la potenza e la genialità espressa dall’Urbe in 240 ettari di paradiso. Le possenti opere di ingegneria idraulica ideate dai Romani mi hanno sempre affascinato; e ritrovarmi al centro di bimillenarie pietre che sembrano restituire gli echi di antichi trionfi (dagli arrivi alle partenze) tra il passo serrato dei “Pretoriani”, la forza dei “Gladiatori” e l’abilità marziale dei “Centurioni”, qui – nella periferia sud-occidentale di Roma – trova la sua massima esaltazione espressiva tra lo scoprire autentiche meraviglie di un tempo e comprendendo l’importante utilizzo che queste costruzioni, fin dall’antichità, hanno avuto per Roma e la sua popolazione!

Questo Parco degli Acquedotti Romani è sicuramente uno dei parchi più belli e interessanti di Roma. La sua estensione ricade nel vastissimo Parco dell’Appia Antica con l’Acquedotto Claudio, che conserva il maggior numero di archi ininterrotti, ed un tratto originale (poche decine di metri) ancora con il lastricato in basoli al loro posto, della Via Latina; insomma tutto il fascino, la bellezza e la suggestione della romanità storica… è qui!

Il Parco viene così indicato (degli acquedotti) al plurale perchè in questa zona scorrevano 7 degli 11 acquedotti che alimentavano l’Urbe, di cui 6 risalenti all’antica Roma e 1 (il Felice) d’epoca rinascimentale. Gli immensi tappeti prativi, dal cui verde brillante emergono le evidenze archeologiche di questi capolavori di ingegneria idraulica, vengono solcati da una rete di stradine che sono frequentemente utilizzate da ciclisti e runner; la maggior parte di questi viottolo e stradine sono in terra battuta.

Il Parco è una vasta area verde ai margini della perimetrazione urbana, collocata tra Capannelle, Appio Claudio e la rete ferroviaria che – originariamente – si estendeva senza interruzioni fino ai Colli Albani che incorniciano la sky-line poco più a sud. Questi acquedotti (a scorrimento sotterraneo o elevati) in antichità fornivano acqua all’intera città. Ciò che noi oggi possiamo ammirare non è altro che un vero e proprio museo gratuito all’aria aperta, con la magnifica sequenza degli archi acquedotto romano che lo attraversa – praticamente – per tutta la sua interezza.

Ancora oggi questo Parco (ricco di zone caratteristiche) restituisce emozioni e sensazioni di un tempo antico, una storia che da 2500 anni giunge da lontano e che si perde nella storia di Roma Antica. Gli acquedotti dell’Impero, tra i più grandi e meglio conservati di sempre, fanno da colonnato ad un antico sentiero in ciottoli e basoli che riemerge per un breve tratto (poche decine di metri), restituendo ai visitatori un tratto originario della via Latina, lungo un percorso che si estendeva per oltre 200 km fino a Casilinum, l’odierna Capua, arteria già usata anche dagli Etruschi in età preromana.

Il parco, costituito dall’ampio perimetro ove insistono i resti di ben sette degli undici acquedotti edificati dagli antichi romani, è un’ampia area verde ricca anche di testimonianze sapientemente espresse nelle iconografie di un tempo legate agli antichi viaggiatori, di quel paesaggio tipico dell’agro romano, con edifici rurali, pinete finalmente fruibili all’interno di un unico comprensorio regionale esteso per centinaia di ettari. L’area è localizzata al confine sud dell’Urbe estendendosi, fino ai colli Albani senza soluzione di continuità, confinando con l’altra bellissima area archeologica dell’Appia antica, con parti monumentali, torri di guardia e ancora altre antiche vestigia d’epoca romana.

Fra gli spettacolari monumenti da dedicare una visita a Roma e dintorni questo parco non è mai menzionato, eppure meriterebbe davvero molta più attenzione rispetto ai tanti altri monumenti più gettonati. L’intera area è un luogo molto affascinante, anche perché permette di ammirare lo stato di conservazione di alcune tra le più splendide rovine romane fuori dal caos della città; i suoi viali e i suoi sentieri accolgono il visitatore con lunghe e riposanti soste magari all’ombra di un imponente pino, per leggere un libro, per riposarsi e – perché no – quando il meteo e la luminosità dell’orizzonte lo permette, di godere del suggestivo tramonto coi raggi del sole che filtrano attraverso gli archi.

Se vi trovate a Roma e avete un po’ di tempo a disposizione, anche per una mezza giornata, non esitate ad andare a scoprire queste meravigliose bellezze storiche e paesaggistiche; gli Acquedotti Romani… meritano! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ISCHIA (NA), la “Verde Pithecusa”: al monte Epomeo… dimora del gigante Tifeo

Fontana-Serrara è il nucleo abitato più alto (452 m) dell’isola d’Ischia. A ridosso della parte orientale delle ultime case, parte la salita che punta alla nostra meta: il monte Epomeo, grossa mole tufacea posta al centro dell’isola, e interessato da manifestazioni sismiche e vulcaniche. Epomeo è un nome che giunge da lontano e starebbe a significare: “epopon” o “epopos” (io guardo, io miro), oppure da “epechon”, carbone ardente. La ripida salita si presenta con pietre irregolari e scorre attraverso castagneti. Nei pressi di un bivio (582 m) si sale in alto a sinistra per un sentiero scavato nel verde tufo, attraverso ambienti naturali di rara bellezza (boschi di castagno, pinete, dai pioppi, dalle ginestre e un sottobosco ricco di felci).

Al termine della pista compare uno stretto canyon ove lo sguardo s’apre con ampie vedute paesaggistiche. A 680 m sulla sinistra si stacca un sentiero che porta alle creste della Monticella e alla Pietra dell’Acqua. Prendendo a destra, invece, si transita nel solco del canalino; alcuni gradini sistemati con pali in legno conducono in poche decine di minuti allo spiazzo sottostante la cima. Poco più su si superano camminamenti su rocce in tufo e si giunge, così, ai 787 metri del monte Epomeo, il punto più elevato dell’isola. Da qui si godono straordinarie vedute panoramiche: ad E spicca il monte Trippodi (503 m) e, più oltre, l’isolotto del Castello Aragonese ad Ischia Ponte. Poco più sotto, verso N, si aprono i valloni di Bianchetto e di Cantone, da cui emerge la punta di Capo dell’Uomo (721 m); più oltre si vede il frastagliato profilo della costa settentrionale con Casamicciola e il caratteristico “Fungo” (scoglio tufaceo) di Lacco Ameno.

Ad W le ondulazioni della Falanga con il monte Nuovo (513 m) fino alla costa di Punta del Soccorso, il Torrione di Forio e il bianco faro di Punta Imperatore; a S s’apre la bellissima baia di Punta Sant’Angelo. Scrutando oltre l’orizzonte è possibile vedere, le isole Pontine, la costa che va dal golfo di Gaeta fino ai Campi Flegrei, la città di Napoli, il Vesuvio, la Penisola Sorrentina e Capri. Una rete di sentieri sale fino alla vetta; la cima dell’Epomeo è il più alto monte di tufo verde (trachitico) che esista nel Sud Italia, ed occupa un preesistente cratere in cui si riconoscono le pareti boreali. Poco sotto la cima giace, nella roccia tufacea, l’Eremo di S. Nicola (XV secolo), complesso rupestre sorto nel 1400, eretto forse sui resti di una preesistente costruzione.

Il complesso ospitò piccole comunità cenobite che, in cerca di isolamento, preferivano località difficilmente accessibili. Fin dalle origini il luogo costituì un buon osservatorio per lanciare allarmi di pericoli provenienti dal mare. Al suo interno, una cappella ricavata nella roccia scavata secondo una precisa geometria di archi a volte, mentre marmi e maioliche policromate decorano le pareti interne, statue ed immagini del Santo sono sul piccolo altare da cui spicca la bianca balaustra in marmo. Questi abbellimenti decorativi furono voluti dal più noto degli eremiti che vissero quassù: il fiammingo frà Giuseppe d’Argut, che nel ‘700 fu Governatore dell’isola e, come narra la storia, in seguito ad un voto fatto a S. Nicola, si ritirò a vita su nell’eremo in cima all’Epomeo, conferendogli l’aspetto che tutti noi oggi ammiriamo.

Dalla cima dell’Epomeo si scende ora superando le creste della Falanga fino a raggiungere la cima di Pietra dell’Acqua (730 m). L’itinerario ora attraversa un’area di singolare bellezza, dall’aspetto quasi “lunare” con pinnacoli di tufo verde che si stagliano in alto a sinistra verso il cielo. Nelle zone circostanti, invece, il terreno si presenta con le caratteristiche colorazioni rossastre creando tutt’intorno un habitat favorevole alla vita di rare specie vegetali. Volgendo lo sguardo intorno si può riconoscere lo sperone roccioso, che si protende come un bastione, di “Pietra dell’Acqua”. Allineata col monte Epomeo (787 m), questa roccia era di sicuro un punto strategico di riferimento e osservazione, ed il suo accesso era possibile mediante una rustica scalinata scavata direttamente nella roccia.

Da qui, ora, il sentiero diventa sempre più difficoltoso per l’aumentata pendenza in discesa che attraversa un copioso sottobosco in cui primeggia la felce e la pista, sempre cosparsa di polvere tufacea (molto fastidiosa se si alza il vento), prosegue lungo gli infiniti tornanti che lambiscono altri massi di roccia lavica trasformati – nel tempo – in abitazioni (317 m). Il percorso, che presenta particolari interessi sia paesaggistici che geologici, conduce fino alla antica “chiesa nella roccia” di Santa Maria al Monte (del XVI secolo), ove convergono e si congiungono numerose altre piste provenienti da diverse direzioni dell’isola. Da quassù si ammirano i panorami di Forio ed il promontorio col Faro di Punta Imperatore.

L’itinerario lungo i versanti nord-occidentali si svolge tra forti pendii assolati, rocce laviche e case scavate nella pietra, coltivazioni di viti sistemate a terrazzo, precipizi e burroni nei tratti più esposti, piste polverose, boschi fitti ed ombrosi. Questo è un percorso che riporta indietro nel tempo, di quando inquieti giganti di pietra (il Tifeo), incatenati al sottosuolo, provocati e irritati, erano la causa scatenante di fenomeni vulcanico-sismici. Fu sicuramente uno sprofondamento tettonico a causare il crollo dell’intera parete nord-occidentale del cono vulcanico dell’Epomeo, facendo così “rotolare” a valle i giganteschi massi di roccia lavica fin quasi a giungere in prossimità della costa. Queste rocce furono ben presto utilizzate per un uso abitativo in modo da poter rendere possibile la principale attività agricola ed economica dell’isola: la coltivazione della vite.

Ed è qui, nelle vicinanze, in questo profumato “polmone verde” posto al centro dell’isola, che si possono incontrare le cosiddette “Fosse della Neve”, buche più o meno profonde dove gli uomini di un tempo, salendo dai sottostanti borghi, raccoglievano la neve posatasi in quota per depositarla in queste “vasche-freezer”, ricavate in grosse cavità scavate nella roccia. Il ghiaccio veniva quindi ricoperto da frasche di castagno e poi custodito fino all’arrivo della stagione calda per essere poi venduto giù nei paesi lungo la costa. Situata in un punto nodale di confluenza sorge questa chiesa di Santa Maria del Monte (409 m) che favorì, fin dall’inizio della sua fondazione, incontri e scambi tra nuclei rurali sparsi sui rilievi dell’interno e le popolazioni della costa sottostante; i suoi ambienti interni sono tutti rigorosamente scavati nel tufo.

Districandosi nella copiosa foresta tra muschi, basse cespugliaie di felci ed un sottobosco tutt’altro che facile da superare, si continua sempre a scendere fino a sbucare – quasi all’aperto – e raggiungere, in breve, la cappella (che si staglia sulla destra) dedicata a Sant’Antonio Abate (138 m), eretta dai contadini che da tempo qui transitano trasportando fascine e tronchi in legno a dorso dei muli; nelle vicinanze c’è una fontana che, lentamente, sgorga acqua salubre (non sempre fresca!). Il percorso è in discesa (spesso, per il gran caldo, necessita fare qualche sosta in più) e attraversa la località detta Pannoccia (125 m).

Questo tratto può essere senz’altro considerato come il “Sentiero dell’Uva”, per la prevalenza di questa coltura estesa tutta intorno, ed esso viene caratterizzato da poderi sparsi alternati a numerosi “massi-cellaio”. Curiosando intorno e scrutando nel particolare, è possibile notare le tracce di attività lavorative risalenti a un passato contadino fatto di vasche di raccoglimento, gradini scavati nella roccia di tufo, sistemi di canalizzazione per raccogliere ed incanalare l’acqua piovana, la mola per affilare gli attrezzi e le “parracine”, piccole muraglie di pietra a secco che determinano i terrazzamenti del terreno. Si è giunti, ormai, in vicinanza della costa in località Citara, presso le cosiddette “Pietre Rosse” ove lungo il suo litorale ha termine questa traversata dell’isola. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Val VENY (AO, la Valleè) al lago Miage… quando bellezza e colori si fondono con l’immenso!

Mai potevamo immaginare di riuscire a realizzare i sogni che ci portavamo dietro da adolescenti: scalare (o quanto meno avvicinarsi) le cime più alte delle Alpi, laddove s’impennano gigantesche muraglie di granito solcate da nevi perenni e attraversate da ghiacciai che hanno fatto la storia delle ascensioni alpine. Siamo nella Val Veny, forse una delle più belle delle Alpi, solcata dalle impetuose e cristalline acque della Dora di Veny; in un’ora di cammino ci avviciniamo a quello che è l’autentico “paradiso” di chi ama per davvero la montagna. Dalle nostre parti abbiamo l’Appennino che ci regala sì emozioni davvero uniche, ma ascendere verso l’immenso ha un sapore incredibile, un qualcosa di diverso che tutti coloro che amano fare escursionismo in alta quota dovrebbero provare!

Una tra le valli più belle della Val d’Aosta (la Velleè) che si estendono ai piedi del monte Bianco è, sicuramente, quella della Val Veny; una valle molto bella che restituisce un piacevole senso di pace per gli incredibili panorami che si possono ammirare ai piedi di questi giganti delle Alpi. La Val Veny è una delle due valli laterali di Courmayeur ed è quella con la natura più selvaggia ed aspra. Lo stesso corso d’acqua fluviale della Dora di Veny in alcuni tratti rispecchia le asperità del terreno (ghiaia e detriti) assumendo un regime torrentizio spesso anche a carattere precipitoso.

Curva dopo curva si aprono scenari alpestri che sanno di “white wild“: cascate che piombano giù da tutte le parti e vanno ad alimentare i torrenti di fondovalle; il vento che fa ciondolare le nubi da una cresta all’altra; su tutto si erge l’esteso tappeto di abetaie e laricete che fanno da cuscino alla impressionante piramide rocciosa della guglia sicuramente più famosa del gruppo del monte Bianco, quella Aiguille Noire de Peuterey, la più ambita da tutti i rocciatori e la più elegante di tutto il massiccio del Bianco.

Muovendosi da Courmayer in meno di due ore di cammino sull’unica strada (inizialmente asfaltata), si attraversa questa valle caratterizzata da un paesaggio davvero molto bello laddove una natura – fortunatamente ancora – incontaminata restituisce emozioni e sensazioni dell’incredibile spettacolo dell’alta montagna tant’è, che in alcuni angoli, è possibile alzare lo sguardo e poter scorgere anche stambecchi e camosci che saltano lungo incredibili pendenze.

La val Veny è una vallata d’origine glaciale, così ricca di acque che vanno ad alimentare laghi e ruscelli e che mette in comunicazione l’Italia con la Francia. Essa orograficamente scorre ai piedi del settore occidentale del massiccio del monte Bianco svelandone il settore più aspro e, forse, più coreografico dovuto al susseguirsi di una fantastica skyline che offre la visione di guglie, piramidi e pareti a picco, teatri di leggendarie ascese alpinistiche intervallate da maestosi ghiacciai.

Improvvisamente dietro l’ultima curva della rotabile, s’apre uno spettacolo della natura degno dei migliori documentari della montagna e degli ambienti alpinistici: la conca in cui si estende la torbiera del Lago di Combal, perfettamente incastrata tra piramidi di granito e nevai perenni. Giunti nei pressi di un bivio: a sinistra si prosegue per un’ampia vallata, in direzione del rifugio Elisabetta che, affacciandosi sul lago, si erge su un colle alla sinistra orografica della valle; mentre a destra, poco più oltre, si raggiunge – all’altezza di un lieve colle – la Cabane du Combal, sorta di piccolo rifugio a disposizione di tutti; alle sue spalle una serie di segnali indicano per l’altro lago famoso della zona; quello del Miage che tempo fa fu protagonista involontario di una (per fortuna) mancata tragedia.

Dal bivio la pista a sinistra va aprendosi in un suggestivo scenario paesaggistico che non ha eguali e prosegue in direzione delle Pyramides Calcaires che chiudono – laggiù in fondo – la suggestiva distesa del lago del Combal (1957 m) con le sue acque multi-cromatiche dovute dallo scioglimento dei ghiacciai circostanti, dai riflessi del cielo che si rispecchia sulla superficie e dal limo che emerge dai suoi fondali. Quassù i colori della natura assumono una dimensione irreale, sono estremamente stupendi. Essi vanno dal verde ancora più intenso dei prati d’altura, al giallo e rosso degli alberi che già assumono un foliage quasi autunnale, fino al grigio delle doline moreniche e all’abbagliante bianco dei numerosi ghiacciai.

Dai pressi della “Cabane” la vista sembra quasi toccare (con la mano) l’immensa catena del monte Bianco. Da qui, seguendo le indicazioni con un’appropriata segnaletica, in 10/15 minuti circa il sentiero serpeggia tra gli ultimi esemplari di abeti, dalle radici ancora così ostinatamente attaccate alla roccia, e si comincia a salire lungo piccole, ma facili, tracce di sentieri fino a raggiungere, dopo aver terminato la risalita della morena che lo separa dalla conca del Combal. Raggiunti la cresta morenica ci appare – improvvisamente – sull’orlo della riva dx orografica del Ghiacciaio del Miage, la promenade di uno scenario unico al mondo: i picchi del Bianco e di tutte le guglie, le piramidi, i campanili e le cime che fanno da corona alla sua maestosità.

Una singolare leggenda avvolge di fascino e mistero questo luogo. “Qui, in un tempo lontano, immemore da qualsiasi datazione, questi ambienti erano territori avvolti esclusivamente dalla meraviglia della natura; un luogo talmente così bello che le fate decisero di sceglierlo a propria dimora. Esaltando la bellezza di questi paesaggi, spesso le fate omaggiavano la natura eseguendo canti e balli. Nel tempo queste festose esternazioni cominciarono a risvegliare i demoni della montagna racchiusi nelle granitiche rocce del monte Bianco. Destati da così tanto festoso entusiasmo, queste armoniose esecuzioni di canti e balli cominciarono a piacere ai demoni; essi decisero dalle millenarie oscurità rocciose di scendere giù per incontrare le fate chiedendo loro di ballare insieme su queste note. Ma le fate – impaurite – rifiutarono l’invito, un’azione che irritò molto i demoni tant’è che, ritirandosi nell’eterno livore al buio delle rocce, resero questo luogo e questi ambienti così spogli, aridi, privi di vita, ruvidi ed aspri…” Ecco allora perché oggi questi scenari si presentano così ardui e impegnativi da scoprire ed esplorare!   

Naturalmente la curiosità spinge oltre il nostro spirito esplorativo e si decide di superare gli ultimi (non difficili, ma…) particolari gradini e balze rocciose che consentono di guadagnare e raggiungere il profilo della destra orografica dell’immenso ghiacciaio del Miage, impressionante per il suo letto/fondo roccioso (determinato dalla morena) alimentato dai numerosi canali di deiezione detritici ed ultime lingue di ghiaccio che spiovono da entrambi i versanti del bacino morenico. Il Miage è più grande “ghiacciaio nero” delle Alpi Italiane; esso prende forma dal ghiacciaio di Bionnassay e, attraverso la sua lunga discesa, viene alimentato dal ghiacciaio del Dôme e dal ghiacciaio del Monte Bianco. La parte superiore del ghiacciaio è solcata da crepacci e serraccate mentre la parte inferiore è completamente ricoperta da detriti morenici. La cresta del Bianco si erge lassù, in alto, in direzione nord!

Dire che sembra che siamo sulla Luna potrebbe essere davvero eccessivo ma, credeteci, è davvero così. Ovunque si giri è tutto un planetario fatto di roccia e di ghiaccio; una valle perfettamente disegnata sullo scorrere del ghiacciaio che trascina a valle tutto ciò che incontra sul suo percorso. Con non poche difficoltà, riusciamo a raggiungere finalmente l’incantevole conca da cui si aprono gli specchi lacustri del Miage (2017 m), originati dallo scioglimento del ghiacciaio del Miage che scorre, a qualche decina di metri più in alto, sulle nostre teste. Proprio alla base della testa morenica dell’omonimo ghiacciaio. Le calme e limpide acque lacustri riflettono il colore del cielo, offrendo in più punti policromie pastello che vanno dal giada allo smeraldo, dal perlato al turchese; mentre il tutto, tra sibili di vento e rapaci che volteggiano fino a quote elevate, sembra quasi irreale.

Qui, lungo le sponde del ghiacciaio del Miage, è possibile assistere al singolare fenomeno del distacco di piccoli iceberg dalla falesia di ghiaccio che entra in contatto con le acque. Nel 2009 in questo luogo, proprio lungo queste sponde, si sfiorò una tragedia. Praticamente una porzione – quasi una enorme parete – del ghiacciaio omonimo, improvvisamente sì staccò cadendo nelle acque del lago ove sostava una folla di turisti, alzando una gigantesca ondata alta più di due metri. Gli incauti visitatori del luogo, che – probabilmente – avevano scelto un punto d’osservazione troppo vicino e pericoloso, furono tutti travolti dall’onda e trascinati in acqua; incidente che – per fortuna – ebbe esito felice poiché si riportarono solo numerosi feriti subito dimessi.

Raggiungere il bordo del ghiacciaio e poter vedere da vicino il fronte morenico del Miage è davvero una bella (e impegnativa) impresa escursionistica, ma il livello di prudenza da adottare non deve mai scendere la sua asticella al di sotto della soglia di attenzione! Abbiamo “giocato” a fare gli alpinisti e non sappiamo se ci siamo riusciti; comunque sia chi ama davvero la montagna deve assolutamente venire (ma soprattutto a “vivere” e camminare per questi sentieri e) a conoscere queste leggendarie vette alpine. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

AMALFI (amalfi coast SA), vocazione di un’antica “Repubblica” e di una città ducale da sempre aperta al mondo!

Appena si volge la curva della Torre di Amalfi, oggi trasformata in un locale per accoglienza cerimonie e a vocazione turistica, compare la suggestiva visione di AMALFI, perla della costiera e – certamente – di tutto il bacino del Mediterraneo, che s’apre con una skyline compresa tra le alture di Torre dello Zirro, a levante, e dei ruderi del Castello presso Pogerola a ponente. Dalla punta del molo/darsena principale si apprezza la visione della città in tutta la sua interezza; una ineguagliabile cartolina paesaggistica, naturalistica e ambientale composta da bellezze architettoniche, storiche, culturali e tradizionali ove – tra l’azzurro del cielo, e il cobalto dei fondali marini – ritroviamo i colori dell’arcobaleno e si avvertono gli intensi profumi delle essenze aromatiche di una natura che qui – per tutto l’anno – esplode nel suo massimo splendore.

Dalla vicinissima Piazza Flavio Gioia si accede in piazza del Duomo; da non trascurare una bevuta delle fresche acque che eroga la bellissima fontana di Sant’Andrea, con opere scultoree che si rifanno al classicismo più puro. Alla destra compare l’enorme gradinata che, salendo, permette di accedere alla Cattedrale di Sant’Andrea e e di poter scoprire, ammirare e conoscere tutti i “tesori” d’arte e storia che in essa sono presenti. Appena guadagnati la scenografica scala d’accesso, si perviene all’atrio “porticato” della splendida facciata su cui prospettano le Porte in bronzo realizzate dalla fusione di cannoni e qui portate da Costantinopoli (nel 1060) dal nobile amalfitano Pantaleone; le ante presentano decorazioni con finissime figure in stile bizantino raffiguranti il Cristo e la Vergine con epigrafi greche e i Santi Andrea e Pietro con scritte in latino.

Al lato sinistro del portico si accede al Chiostro del Paradiso, l’antico cimitero dei nobili amalfitani, realizzato fra il 1266 e il 1268 con matrici architettoniche stilistico-decorative d’impronta orientale coi suoi interessanti archi “intrecciati” e sostenuti da 120 colonnine tortili; lungo tutto il suo perimetro sono presenti vari sarcofagi con fregi e bassorilievi che si alter-nano a nicchie, pulpiti e balaustre a carattere sacro riccamente affrescate con vivaci colori. A margine del chiostro è possibile accedere alla Basilica (sede del Museo) del Crocifisso risalente al 596, preesistente all’attuale Cattedrale, una struttura di sicuro stampo altomedioevale. Al suo interno sono possibili ammirare – ben sistemati nelle vetrine – alcuni tra i pezzi più pregiati del cosiddetto “Tesoro” del Duomo come la “Mitrya” angioina, ornata da perle e lamine in oro, un “calice” (del ‘300) impreziosito da gemme e pietre; e poi ancora “reliquari”, pianete, croci pettorali, ostensori, una rara “lettiga” da viaggio (del XVIII secolo), affreschi a carattere sacro e statue scolpite in legno.

Per uno stretto passaggio attraverso una scala si accede alla Cripta di Sant’Andrea. Qui si conservano il corpo e le ossa del Santo apostolo, primo discepolo del Cristo, giunte nel maggio del 1208 da Patrasso e Costantinopoli ad opera del Cardinale Pietro Capuano Legato Pontificio alla IV Crociata. Un altare barocco con statue di Santi e beati impreziosiscono quello che per gli amalfitani è l’autentico cuore “pulsante” della città ducale, ove da oltre settecento anni si rinnova il “miracolo” della manna, singolare “segno” di intensa e profonda spiritualità che qui si tramanda da secoli. Oltre l’altare della cripta si risale per una scala che immette, da un accesso laterale, finalmente nella grandiosa Cattedrale ricca di tele affrescate, con statue e colonne in granito, cappelle e nicchie laterali con reliquari (busto argenteo del Santo) e una singolare croce in madreperla giunta da Gerusalemme.

La passeggiata che ci porta a scoprire – spesso perdendosi tra vicoli, supportici, androni, archi, portali, gradoni e scalinate dalle incredibili pendenze – gli angoli e gli scorci più suggestivi di Amalfi può continuare andando alla scoperta delle caratteristiche botteghe che offrono prodotti tipici dell’arte culinaria locale ove, a parte il pescato che non manca mai sulle tavole degli amalfitani, l’esaltazione del gusto si esprime attraverso tutto ciò che ruota intorno alla raccolta, produzione e lavorazione del famoso “Limoncello” di Amalfi, fiore all’occhiello della tipicità locale apprezzato in tutto il mondo per la sua squisita e fresca essenza dal naturale sapore di limone; un liquore – spesso fatto addirittura in casa – che si presenta brillante, denso e vagamente oleoso; sorseggiandolo, soprattutto apprezzandolo dopo i pasti come digestivo, non deve lasciare retrogusti amari o artificiosi; esso per le sue qualità determinate anche dalla consistenza del succo estratto, deve poter rendere fresco il palato.

L’altro prodotto tipico, che esalta l’indole artistica, commerciale ed imprenditoriale dell’amalfitano, sono le produzioni artigiane che evidenziano – su tutto – la lavorazione e la produzione della (famosissima) “carta filigranata” di Amalfi, riccamente illustrata in alcuni dei vari “Musei” presenti all’interno del borgo che raccontano (e raccolgono) inedite collezioni di attrezzature specifiche, utensili particolari usati durante la produzione e singolari modelli di fogli cartacei così prodotti secondo un antico procedimento giunto dal lontano Oriente e qui trasmesso alle maestranze locali che ne hanno fatto tesoro seguendo un millenaria e particolare modalità produttiva che, dopo secoli, restituisce – nell’effettuare la cernita degli stracci di lino, il lavaggio e la fermentazione dei cenci, il taglio degli stracci, la molitura per triturare i cenci, l’imbianchimento della pasta, la formazione del foglio (o casso), la compressione e l’asciugamento, l’incollatura di pesce, la lisciatura e l’allestimento, la stesa e l’asciugatura – una carta unica al mondo spesso utilizzata, anche in passato, da celebrità della scena politica, sociale e internazionale come capi di stato e capi di fede religiosa.

Presso l’enorme struttura, abbandonata da tempo, che una volta ospitava le botteghe e i laboratori di una tra le più importanti “cartiere” (quella di Amatruda) presenti in Amalfi, termina questo bello, intenso, per certi aspetti curioso e interessante giro alla scoperta delle peculiarità che riesce ad offrire l’antica capitale del “Ducato”. Quando il mare è in burrasca e le onde s’infrangono tra gli scogli e la battigia, la brezza marina sale fino ai quartieri più interni della cittadina; se poi è domenica, spesso l’aroma intriso di iodio portato dal lungomare s’intreccia con quello emanato da un sugo al ragù che si espande nell’aria fuoriuscendo dalla finestrella di una cucina e che a breve allieterà i palati degli ospiti commensali che qui – ad Amalfi – vengono, da sempre, accolti e trattati come se fossero a casa propria. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)  

Procida (NA)… la dimora di “MIMAS”, un’isola da camminare

Meno famosa delle due sorelle maggiori, che insieme formano l’arcipelago del golfo partenopeo, Procida è la più piccola delle tre, dalla forma sinuosa e irregolare, distribuita tra insenature, promontori, cale, baie, spiagge e profonde scogliere. Autentico paradiso per gli escursionisti alla ricerca di luoghi distanti dalla confusione. Una lontana leggenda tramanda che l’isola, naturale struttura geologica facente parte dei Phlegray Oros (Campi Flegrei) sia sorta, dopo una cruenta lotta fra titani, dalle bocche di sette crateri e Mimas, personaggio della mitologia greca, era un gigante figlio di Urano (Cielo) e di Gea (Terra) e, sempre secondo il codice leggendario, l’attuale isola di Procida sorgerebbe proprio sopra il corpo del gigante.

Come i giardini d’Alhambra, in Andalusia, l’isola si presenta, allora come oggi, nelle vesti di un suggestivo scenario di vigneti, aranceti e limoneti dai profumi frizzanti che, soprattutto quando i venti ne accarezzano la superficie e i colori si rinnovano di stagione in stagione, sembrano un bellissimo giardino adagiato sulla superficie del mare. Tra le pietanze primeggia “lu pesce fujute” (il pesce “fuggito”), una deliziosa zuppa di pane raffermo bollita e condita con aglio, prezzemolo, pomodoro e un filo d’olio ma… senza pesce. Le “Stagioni della fede” in quest’isola determinano lo scorrere del tempo caratterizzato da forti devozioni popolari come le feste e riti processionali tra cui la suggestiva processione degli Apostoli, confratelli incappucciati e coronati di spine, che ha luogo dalla sera del giovedì santo fino al successivo venerdì con il corteo dei “Misteri”, rappresentazioni delle Sacre Scritture che precedono le statue dell’Addolorata e del Cristo crocifisso.

Curiosa era, fino a qualche tempo fa, la tradizione religiosa delle “monache di casa”, donne non più in età da marito che dedicavano il proprio tempo ad assistere un sacerdote dopo aver indossato un abito quasi monacale. “Mimas” è l’antico nome dell’isola sorta sulle bocche di 7 crateri vulcanici. Dal molo di Marina Grande si cammina su una spiaggia fino al termine del molo; per una ripida scala a destra si sale fino a un vicolo e volgendo a destra si passa per il suggestivo Casale del Vascello (un bel cortile interno) fino a giungere in piazza dei Martiri, con case e palazzine dai vivaci colori. Da qui si risale verso il Castello fino al quartiere di Terra Murata ove s’aprono bellissimi scorci panoramici sul vecchio porto della Corricella, antico cuore di Procida.

Per un arco (Porta Romanica) si segue l’antica cinta muraria fino ad entrare, a destra, per la Porta di Mezz’Uomo, principale accesso al quartiere di Terra Murata. Nuovamente in piazza dei Martiri, si prende a sinistra e si scende al Porto della Corricella, dove le paranze (tipiche barche dei pescatori) fronteggiano le abitazioni dai vivaci colori pastello; un agglomerato edilizio unico nel suo genere con archi, gradoni, viottoli e terrazzini, quasi un presepe che si riflette nel mare. Superati il molo della Corricella, alla fine del porto si prende a destra una scalinata che riconduce sulla strada principale; a sinistra compare Villa Scotto Pagliara.

Siamo nel cuore della Conca di Chiaia, alta scogliera tufacea che s’inabissa in un mare turchese; la spiaggia di sabbia scura è la prima ad essere baciata dal sole, riparata dai venti di maestrale e poco frequentata dai turisti. Su questo naturale anfiteatro scorre via Vittorio Emanuele, caratterizzata dalla presenza di ben cinque chiese e da palazzi gentilizi con splendidi giardini a picco sul mare. Giunti a piazza Olmo si prende a sinistra lungo via Pizzacofino alla panoramica, chiusa all’orizzonte dalla penisola di Solchiaro, coi fondali ricchi di coralli, gorgonie e spugne.

Proseguendo in discesa si giunge al porticciolo di Chiaiolella ove ormeggiano le barche dei turisti: la baia è riparata e inserita nella suggestiva cornice di un cratere vulcanico sommerso. Siamo nella parte meridionale dell’isola: dopo la Chiaiolella, a destra, si raggiunge il lato opposto dell’isola, dove s’apre una delle spiagge sabbiose più lunghe, quella di Ciracciello, su uno degli scorci più belli di Procida: l’isolotto di Vivara, collegato all’isola principale da un ponte.

Vivara risalta per la sua natura vulcanica; la parte orientale altro non è che la caldera di un antico cratere semisommerso, originariamente legato a Procida da una falesia, e una copiosa vegetazione richiama ambientalisti e naturalisti. Antico avamposto militare borbonico, Vivara accoglie una casina di caccia con panorami bellissimi su tutto il litorale campano. Oasi di protezione naturale, dal 1974 diviene Riserva Naturale dello Stato; oggi l’isola è un privilegiato punto d’osservazione dell’avifauna migratoria europea. Dalla Chiaiolella, si cammina sulla spiaggia del Lido di Procida, fino al promontorio di Punta Serra.

Qui un sentiero risale le falesie e doppia la punta fino a raggiungere il cimitero di Procida, disposto ad anfiteatro nell’antico cratere di Pozzo Vecchio. Dal cimitero, superata la Torre, si prosegue su via Battisti a sinistra e dopo si volge a destra su via Cavour. Giunti alla chiesa della SS. Annunziata, si scende per via Marconi, prima a destra e, successivamente, a sinistra poi, su via Libertà che termina direttamente al porto; un circuito che completa il giro dell’isola toccando i suoi punti (panoramici, paesaggistici, ambientali e naturalistici) più significativi di questo “giardino proteso nel mare”. un’isola da camminare! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

al valico del Gran San Bernardo (I – CH)… emozioni di confine

Indimenticabile escursione in uno dei luoghi più suggestivi dell’arco alpino. La canicola non concede un attimo di tregua, nemmeno alle quote più elevate. Meta della sgambata giornaliera: il Colle (o valico) del Gran San Bernardo/Col du Gd St Bernard a 2474 metri d’altezza; cioè avere lo sfizio di travalicare a piedi e penetrare in una nazione estera… semplicemente camminando! Ci muoviamo appena lasciati (1700 m) le ultime case del borgo di St Rhemy, per quello che era l’antico sentiero che sale al Colle; una pista già conosciuta (e frequentata) oltre 2500 anni fa dai potenti eserciti cartaginese di Annibale, coi suoi “spaventosi” elefanti; solcata dai piedi del vescovo Sigerico che – muovendosi dalla lontana Anglae Terrae –  aprì quella via (oggi meglio conosciuta come “Francigena“) usata di lì a breve, anche per gli eserciti Sassoni, Franchi e Alemanni, nonchè gli oltre 46.000 uomini del “mòn general” Bonaparte con pesanti artiglierie al seguito che di qui passò per invadere l’Italia settentrionale tra la fine del ‘700 e gli inizi dell’800.

Ma a parte queste divagazioni storiche davvero suggestive, guardandoci intorno cerchiamo di interpretare la meraviglia e le impressioni di tutti quegli uomini come soldati, cavalieri, pellegrini, viandanti e monaci che scrutarono gli impressionanti orizzonti che s’aprono da questo angolo di paradiso montano. La traccia del sentiero lambisce i verdi pendii meridionali di mount Mort e più si guadagna quota, più aumentano le numerose chiazze di neve che resistono aggrappate ai crinali. Giunti alla Cantoniera abbiamo abbondantemente superato i 2000 metri e sembra di essere piombati all’improvviso sulla Luna; l’aria comincia a rinfrescarsi, ma è sempre il sole a determinare l’opprimente calura ferma a oltre i 32°. La traccia dell’originale sentiero è coperta da spesse lingue di ghiaccio che ci obbligano, ora, a proseguire lungo la rotabile… ma va bene lo stesso; contemporaneamente una marmotta sgattaiola, impaurita, davanti a noi per almeno una dozzina di metri per poi scomparire sull’immenso prato; ancora un ultimo sforzo e… finalmente il valico di confine!

Un lago ghiacciato s’apre avanti ai nostri occhi; sulla sx in alto la grande statua di San Bernardo che si staglia all’ombra della gigantesca piramide di granito del Gran Golliat; il famoso albergo Italia e la stazione (italiana) della vecchia dogana. Non attraversiamo il confine subito, il desiderio e grandissimo per immortalare quante più emozioni possibili questo momento; la stanchezza prevale sulla ragione, le gambe cominciano a tremare e la calura continua il suo martellante incidere; recuperiamo le forze mangiando i nostri rigatoni alla “bolognese”. Ok, finalmente passiamo il confine (contrassegnato da una bolla fluorescente arancio sul pavimento stradale!); una barra è aperta da chissà quanto e “miliari” in pietra calcarea determinano le delimitazioni statali ma… strano, nessuno controlla i nostri documenti; ma come… la stazione delle guardie elvetiche è chiusa?

Ad ogni modo ci godiamo il suggestivo spettacolo del Lac du Gr St Bernard ghiacciato camminando sull’antico (e originale) cammino che attraversa il valico, appena pochi metri sulla rotabile. In poche centinaia di metri raggiungiamo il grande edificio dell’Ospizio (ora in ristrutturazione); una breve sosta e giù verso la Svizzera fino al primo tornante, ad appena 1 km. Qui lo spettacolo della montagna è… incredibile, unico; verso ogni angolo ovunque lo sguardo ruota di 270° ci sono montagne innevate, picchi aguzzi, guglie e campanili, estese vallate ricoperte di muschi, prati e torbiere, cascate generate dallo scioglimento dei nevai, il tutto riflesso sotto un cielo così incredibilmente azzurro! La magia della montagna non smette mai di meravigliare e l’attraversamento a piedi del “mitico” Colle del Grand San Bernardo è un’esperienza davvero unica, da provare…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

quei “Mille Orizzonti” verso il Paradiso (costa d’Amalfi): da Minori a Ravello attraverso un’estasi di profumi e di colori

(attraverso casali, portici, rampe e giardini dal sapore arabo sospesi nell’immenso: da Minori a Ravello lungo il cammino percorso dal nobile avventuriero Thomas Hoby nel 1550). Questo singolare percorso si snoda attraverso un bel pendio che dal mare ascende alla montagna. L’itinerario tocca almeno quattro chiese ed il suo tratto offre belle vedute panoramiche dei dintorni sullo sfondo di paesaggi immutati nel tempo, dalle frastagliate montagne della costiera ai giardini “terrazzati” sospesi nell’azzurro.

Il nobile inglese Thomas Hoby ambasciatore alla corte francese nel 1550 durante la traversata da Salerno a Napoli fu colto da una tempesta che costrinse i viaggiatori a prendere terra a Minori ed a continuare il viaggio a piedi. Durante lo spostamento Hoby loda il paesaggio: “…ridente e popolato, un luogo che stupisce per la ricchezza dei frutti con arance, limoni, cedri, olive, prugne, melograni e ciliegie; per l’abbondanza di fiori profumati, per l’aria tiepida della zona e per il basso prezzo del meraviglioso vino che mi meraviglio nel veder venduto a così buon prezzo; una caraffa, che corrisponde ad un quarto inglese, costa 8 cavallucci, circa 3 farthings”.

Muovendosi dalla Basilica di Santa Trofimena in MINORI, ci si porta sul piccolo lungomare che determina la spiaggia ciottolosa. Spostandosi verso Amalfi si giunge a Piazza Umberto I che è al margine W del lungomare. Da qui, imboccati la traversa di San Giovanni a Mare, si percorre il passaggio pedonale fino ad arrivare alla base della rampa dei gradini di via S. Giovanni a Mare. Ora ha inizio la salita lungo i gradini che in breve raggiungono la Statale Amalfitana n. 163, nei pressi di una fontana d’acqua potabile. Attraversati la strada principale si risale, proprio di fronte, per un’altra rampa di strette scale che in breve portano (75 m) nelle adiacenze del cancello principale del locale cimitero.

Alla destra dell’ingresso del camposanto compare una stradina (che non va presa!); poi, proseguendo brevemente lungo il margine del cimitero, subito dopo averne superato il perimetro, si volge decisamente a sinistra da dove – ancora una volta – ha inizio una lunga salita attraverso orti e frutteti terrazzati che si alternano a masserie e case isolate. La pista s’inerpica lungo il forte pendio che viene superato con tornanti e ripetuti gradoni i quali offrono – di volta in volta – visioni e suggestioni di una costiera solo in apparenza conosciuta.

In vista di un bivio (203 m) con una via che – a destra – sale direttamente dalla periferia settentrionale di Minori qui, subito dopo aver incontrato un’altra fonte e lasciati alle spalle una piccola chiesa, s’incontrano le prime case del pittoresco villaggio di Torello (228 m), borgo di matrice medioevale che in molti identificano come il primo nucleo abitativo di Ravello e che trae il suo nome dall’altura di monte Toro. Pochi metri ancora e compare (230 m), a sinistra, la Parrocchiale di S. Michele Arcangelo con un campanile a sezione quadra e tre ordini d’altezza; qui nei pressi sbuca la pedonale (Via Torretta) che risale dalla frazione di Mormorata lungo la “nazionale” costiera.

Si continua ancora a salire attraversando case e mura di recinzione (orti e frutteti) fino a quando, dopo circa 100 metri, si incrocia una rotabile secondaria che scende da Ravello. Qui ci troviamo proprio sotto la rupe da cui si erge l’abitato di Ravello le cui case e, soprattutto, le sue ville avvolte da incredibili giardini terrazzati, già cominciano a profilarsi oltre l’orizzonte sulle nostre teste. Dall’incrocio si attraversa la strada e, passando di fronte (presenza di fonte d’acqua) si gira subito a sinistra incamminandosi lungo un sentiero.

Ad appena 150 metri si giunge a ridosso di un grande loggiato che fa da platea alla chiesa di S. Pietro a Costa (270 m), la più antica fondata in Ravello crollata nel ‘500 e più volte rimaneggiata. Dalla spianata della chiesa si volge a destra e per un viottolo (via S. Pietro) si attraversa (312 m) un’altra rotabile; da qui, salendo a destra e senza indugiare, si giunge direttamente (359 m) nella piazza principale di RAVELLO, proprio nelle adiacenze della singolare Torre d’accesso della superba Villa Rufolo.

La bellissima cornice paesaggistica in cui è inserita Villa Rufolo è un miscellaneo concentrato di edifici “moreschi” di matrice medioevale (XIII-XIV secolo), avvolti da una incredibile vegetazione che si presenta varia e lussureggiante con specie floreali non autoctone. La Villa, eretta tra il 1270 e il 1280, Attraverso il suo viale si giunge alla terrazza (che sembra tuffarsi nel mare) di Riccardo Wagner così detta perché il 26 maggio 1880 il celebre compositore cercò l’ispirazione per concludere il quadro scenico del “Giardino di Klingsor”, II atto del Parsifal; e per ricordare questo evento, in questa cornice da favola da anni si celebra – in suo onore – il ciclo del Festival musicale Wagneriano.

Piazza del Vescovado in poche decine di metri divide l’ingresso a Villa Rufolo dalla bella facciata del Duomo, (più volte rimaneggiato) dedicato a S. Pantaleone, eretto nel 1086, che si caratterizza per la presenza di tre bei portali in marmo; quello centrale è chiusa da una porta in bronzo del 1179 con 54 formelle a sfondo sacro. Il suo interno assume forma balisicale con tre navate che poggiano su otto colonne e un transetto che si contraddistingue per il pavimento inclinato nel cui fondo compare la Cappella di S. Pantaleone. Ma i gioielli scultorei di questo sacro edificio sono gli amboni; quello di destra, detto del “Vangelo”, poggia le sue tortili colonnine su leoni marmorei; mentre quello a sinistra, conosciuto come quello de “l’Epistola”, è caratterizzato da pannelli e balaustre intarsiati da splendidi mosaici con figure zoomorfe.

Sempre dalla Piazza del Vescovado s’imbocca la stradina che risale per botteghe e tipiche trattorie, fino a raggiungere – in breve – la Chiesa di S. Francesco, il cui Convento, originariamente composto da tre navate e otto cappelle, vuole sia stato fondato – secondo la tradizione – dal “Poverello” di Assisi nel 1222. Poco più sopra sorge la Chiesa di S. Chiara, affiancata dalle otto celle attigue al ‘300tesco monastero di clausura. Risalendo ancora per la bella, panoramica e silenziosa via si perviene alla scenografica Villa Cimbrone. Realizzata per volere di Lord Grimthorpe che fu colpito dalla straordinaria bellezza del luogo, la villa accoglie – in maniera sobria e spesso bizzarra – un crogiuolo di stili artistici, decorativi e architettonici appartenenti ad epoche diverse.

I suoi giardini interni, ricchi di tesori naturalistici, panche e gazebo, offrono diverse possibilità per effettuare suggestive passeggiate. Di particolare bellezza è il “Chiostrino” che compare presso l’ingresso a sinistra da cui si accede anche alla vicina cripta. Nelle adiacenze si erge la Torre “merlata” del cosiddetto castello. Il suo rigoglioso giardino attraversa il bellissimo “Viale dell’Immensità” che conduce al “Tempietto di Cerere”, ricco di statue, pozze e fontane, culminante – a strapiombo sul mare – con il celebre “Belvedere dell’Infinito” che lascia proiettare lo sguardo verso l’immenso, un panorama mozzafiato che Gore Vidal definì il “più bello al mondo”.

Guadagnando l’uscita è possibile attraversare la pineta che solca l’orlo del crinale e che ospita, al suo interno, il “Tempietto di Bacco, il “Belvedere di Mercurio” ed il “Tempio di Venere” fino a restare incantati dall’atrio delle Sirene e dal singolare Tea Room in puro stile arabo. Ritornati nuovamente in Piazza del Vescovado (359 m), con splendide vedute panoramiche che si stagliano dalla costa ai monti dell’interno; quel caseggiato che si erge a settentrione e Scala. Qui, presso la piazza principale, questo itinerario ha il suo temine. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Partenio (AV)… Zi’ Renato ci racconta l’ultimo degli “Uomini in Nero”: i Carbonai

La zona dei monti del Partenio, in provincia di Avellino, è uno di quei luoghi scarsamente pubblicizzati dalla stampa “specializzata” in proposte di itinerari escursionistici e naturalistici; eppure, quello che può essere considerato, senza ombra di alcun dubbio (vista la sua centralità) il vero “cuore verde” della Campania, oggi riesce ancora ad offrire realtà ambientali (fortunatamente rimaste incontaminate) forse introvabili nel resto del meridione con le  stupende vedute paesaggistiche che si estendono per 360° su tutto l’arco dell’Appennino Centro-Meridionale e  le impenetrabili faggete d’altura.

L’itinerario ripercorre, fedelmente, quello che era l’antico cammino dei carbonari, gli “uomini in nero” della montagna che, carichi del loro prodotto, s’inerpicavano lungo questi sentieri e venivano a trascorrere gran parte delle loro giornate dedite alla lavorazione dei carboni. Un tempo questi sentieri erano pieni di vita, ricchi di essenze profumate; un particolare vissuto ambientale che ha determinato quella piccola economia locale legata allo sfruttamento della montagna; un tutt’uno tra uomo e ambiente che si riscontra ancora oggi, con innocente genuinità, nell’indole e nel tessuto sociale delle popolazioni site ai piedi di queste alture.

“...Era questo il monte sacro della greca Partenope, che presso un’ara di Cibele vi adorava i suoi numi protettori Castore e Polluce; era un vecchio nido della gente Osca, prima abitatrice della Campania, dimora più tardi delle tribù irpine di razza sannitica…” così diceva, nel 1878, del Partenio Giustino Fortunato. Il Partenio offre prodotti legati alla pastorizia, alla produzione dei carboni, alla raccolta dei frutti del bosco. Da S. Martino Valle Caudina (320 m) si sale lungo tornanti avvolti da impenetrabili fustaie. Per la strada che porta al Santuario di Monte Vergine si costeggiano dirupi e boschi ove sgorga la fonte di Carluccio (dedicata al sovrano angioino che di qui passò).

Giunti nel luogo (1130 m) detto le “Quattro Vie”, crocevia di piste e mulattiere, si sale a sinistra per un sentiero ove il cammino assume un’aurea di fascino; e qui si viene coinvolti dai racconti dell’ottuagenario Zi’ Renato sul lavoro dei carboni. Su un roccioso precipizio (1376 m) s’apre un terrazzino con scorci sulla valle Caudina e sul monte Taburno. Dopo alcuni tornanti si attraversa un solco torrentizio (1150 m) e il sentiero prosegue (ad W) mantenendosi in falsopiano: al sottobosco ricco di cespugli, si è circondati dalla faggeta che si alterna, per altezza e cromatismi, a giovani esemplari di tasso. Qua e là lungo il sentiero si aprono slarghi simili a piazzole; sono i punti esatti ove venivano effettuate le cataste di tronchi da tramutare in carboni.

Ed è ancora Zi’ Renato che suggerisce di scrutare sotto il fogliame le tracce di passate carbonaie da cui sbucano “spezzoni” neri da sotto i piedi. Superati altri quattro alvei torrentizi, si arriva nei pressi della fonte dell’Acqua Fredda (1320 m): una vasca in blocchi di pietra raccoglie le acque più buone di tutto il Partenio. Dalla fonte un comodo sentiero continua ora in discesa fino a raggiungere (1247 m) un valico posto tra due alture: Croce di Puntone (1495 m) a S, ed il Trave del Fuoco (1156 m) a N. Il calcare s’illumina al riverbero dei raggi solari e dopo i boschi si sfocia (1236 m) presso il Piano di Rapillo, zona comunemente conosciuta come la “Piana di Lauro”.

Qui ampie radure erbose offrono versioni di un paesaggio appenninico che, di stagione in stagione, si presenta con ambienti innevati o con verdi lande prative; qui numerose mandrie di cavalli e bovini pascolano in piena libertà. In fondo al pianoro compare un rifugio, vecchio bivacco per i montanari. Ai margini nordoccidentali si sfocia nel successivo pianoro caratterizzato, a sinistra, dalle balze di monte Ciesco Alto (1357 m). La comoda pista prosegue per una faggeta che racchiude i versanti settentrionali della terza radura al cui centro (1223 m) un recinto in pietre squadrate è tutto ciò che resta di un’antica cisterna.

Ad un bivio si lascia la pista che scende a destra e si continua a sinistra verso i margini meridionali di un altro pianoro. In pochi minuti, nei pressi del bivio detto il Valico (o Vatico, 1213 m) si devia a sinistra fino all’orlo (1226 m) delle balze meridionali del Partenio. Il luogo e il momento meritano una sosta per ammirare i panorami sul Vesuvio e su tutta la Campania Felix. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

MAJELLA (Abruzzo): la lunga traversata della “Montagna Madre” dell’Appennino

Situato al centro della Regione Abruzzo questo gruppo montuoso, i cui punti più elevati presentano forme tondeggianti, dai pendii poco aspri e, complessivamente, morbidi lungo il lato occidentale; si apre con strapiombi spigolosi, discontinui e fratturati, contrassegnati da profonde e impenetrabili gole, scavate dalla forza erosiva delle acque lungo i suoi versanti orientali; mentre nella sua parte centrale si concentrano valloni dalla natura cruda e selvaggia con altipiani brulli e ambienti calcarei simili ad un paesaggio lunare.

Nelle vicinanze del Rifugio Pomilio, ha inizio il nostro percorso. In breve si raggiunge la brulla altura del Blockhaus e proseguendo in direzione S, lungo il sentiero sommitale che penetra in un boschetto (un esteso “tappeto” di pini mughi), sotto in basso sulla sinistra s’aprono i valloni delle Tre Grotte. Poco dopo si tocca la cima del monte Cavallo (2171 m). Da qui, la traccia del sentiero – che è ben segnalata – risulta in buono stato, e questo permette di camminare più agevolmente. In lontananza, sullo sfondo a destra, si aprono i valloni di Selvaromana (o dell’Inferno); sulla sinistra, invece, poco più sopra tra la fitta vegetazione dei pini mughi, si trova nascosta la “Tavola dei Briganti”.

Un pendio su cui s’aprono una serie di rocce levigate dove il ricordo, la frequentazione e il transito di uomini datisi alla macchia e alla clandestinità, di oppositori politici all’indomani dell’unità d’Italia, hanno lasciato incise su queste pietre i loro nomi (e soprannomi), le imprecazioni, il disprezzo e i loro incitamenti alla battaglia. Una tra tutte quelle incise riesce a dare il senso e la realtà di come si viveva in quel periodo; essa recita così scritto: “…nel 1820 nacque Vittorio Emanuele Re d’Italia… Prima era il regno dei fiori… ora è il regno della miseria…”. Proseguendo lungo la cresta di Scrima Cavallo, poco più avanti c’è una fontanella: sulla sinistra si scorgono i dirupi della Cima delle Murelle (2596 m) che si ergono in prossimità del Bivacco Fusco (2455 m).

Ora da qui ha inizio la salita lungo il crinale settentrionale del monte Focalone, un immenso ghiaione distribuito a “placche” quasi come se fossero delle immense gradinate. Da qui è possibile scorgere tra le pietre i resti di fossili marini impressi nella bianca roccia e ciò lascia supporre che milioni di anni fa queste alture si trovavano sotto il livello dei mari. In breve si raggiunge la cima di monte Falcone (2676 m) mentre in lontananza, verso E, si erge la cima del monte Acquaviva (2737 m). Di qui , scendendo in direzione SW lungo il filo di cresta, si varca il “Primo Portone” (2668 m) e si perviene, in meno di un chilometro, alla Cima Pomilio (2656 m). Scendendo a destra, verso occidente, lungo un sentierino che scivola su brulli pendii, si aggirano i versanti meridionali di monte Rotondo (2658 m); subito dopo si attraversa il “Secondo Portone” (2656 m).

Il sentiero ora prosegue lungo un ghiaione; in basso, a sinistra verso S, va aprendosi l’anfiteatro naturale della Valle Cannella con, sullo sfondo, il Bivacco Manzini (2523 m). Poco dopo si raggiunge il ciglio di una cresta rocciosa che divide da un lato, verso N a destra la Valle dell’Orfento, mentre dall’altra, verso S, la Valle Cannella. Siamo così giunti al “Terzo Portone” (2653 m), e qui c’è il punto più critico dell’intera traversata. Bisogna fare molta attenzione quando si comincia ad arrampicare su queste rocce che sono piene di insidie, instabili e scivolose le quali si aprono con profondi strapiombi verso i sottostanti valloni. Da qui già è possibile notare, volgendo lo sguardo a sinistra, la mole rocciosa e tondeggiante del monte Amaro.

Piegando ad arco verso sinistra ed effettuando un saliscendi verso SW, si raggiungono le pendici settentrionali della cima del monte Amaro. Si affronta quest’ultima salita zigzagando lungo il ripido pendio sassoso che in poco tempo porta in cima del monte Amaro (2793 m), la più alta vetta della dorsale montuosa della Majella e di tutto l’Appennino Centro Meridionale, seconda cima solo dopo il Gran Sasso. Da quassù, avvolti solo dalle nubi e dal cielo possiamo conoscere cosa significano davvero le sensazioni e i sentimenti del silenzio, dell’immenso e dell’infinito: lontane cime isolate, profondi valloni, un alternarsi di boschi e foreste, un cielo terso come non mai, le tracce del lupo impresse nella neve fresca; come non restare affascinati dalla maestosa bellezza di questa montagna, sicuro rifugio di briganti e pastori transumanti, naturale habitat di animali altrove assenti.

In cima vi è collocato il traliccio in ferro che indica il punto trigonometrico vicino alla tondeggiante struttura del Bivacco Majorano. I bellissimi panorami e le vedute paesaggistiche che da quassù si scorgono, meritano senz’altro più di qualche minuto di una semplice visita ma in montagna, come si sa, il tempo è tiranno. A settentrione si intravede la mole del Gran Sasso; a oriente l’azzurra distesa del mare Adriatico con le isole Tremiti e i primi rilievi della Croazia; a mezzodì le aspre vette della Meta, delle Mainarde e, più oltre, il bianco Matese; a ponente le cime del Sirente (2487 m) e del Velino (2349 m). Dal monte Amaro ha ora inizio, puntando verso S, una lunghissima discesa che conduce ad attraversare le desertiche pietraie e i ghiaioni della lunga Valle di Femmina Morta.

Poco sotto la cima del monte Amaro inizia un brullo paesaggio che assume un aspetto desertico, quasi lunare: rocce, pietre e massi isolati sono gli unici elementi di una qualche forma visibile che si ergono dall’assolato piano ghiaioso che scivola verso il fondo. A sinistra, in prossimità di alcune sporgenze rocciose, vi è nascosta la Grotta Canosa (2604 m). Mantenendosi sempre lungo la sinistra orografica della Valle di Femmina Morta, si continua a scendere procedendo con cautela e facendo molta attenzione a non inciampare lungo i ghiaioni. Si aggirano, così, l’Altare dello Stincone (2563 m) e il monte Macellaro (2636 m). Al termine di questa lunga discesa si giunge alla desertica radura (primi tappeti di verde) del Fondo di Femmina Morta (2380 m). Un naturale anfiteatro di brulle cime si para davanti: sulla destra, verso W, si prende un sentiero che attraverso la Forchetta della Majella (2390 m) scende ripidamente, con non poche difficoltà, verso Campo di Giove.

Si continua proseguendo ancora verso S e dopo un continuo saliscendi tra rocce, ghiaioni e inghiottitoi, si giunge alla Tavola Rotonda (2403 m). Da qui, lungo i crinali erbosi, si transita nelle vicinanze dei vecchi impianti di risalita in disuso, fino a scendere lungo una ripidissima sterrata che porta al Valico del Guado di Coccia (1652 m): di fronte, a mezzogiorno, si para l’imponente mole a forma piramidale del monte Porrara (2137 m). Dal Guado di Coccia, verso occidente, si procede in discesa lungo una serie infinita di tornanti che tagliano, attraverso un bosco di faggi, il sentiero la cui traccia sbuca presso le adiacenze del cimitero di Campo di Giove (1017 m), a meno di un chilometro dal centro abitato; qui ha termine questa lunga traversata della Majella.