ROMANIA (antica “DACIA” romana): un tenebroso viaggio… tra le meraviglie della Transilvania

Tra leggendari ed austeri castelli, fiabesche residenze reali, borghi medioevali, foreste incontaminate, immense pianure coltivate a grano e girasoli, un mare “chiuso” che fa da ponte tra oriente e occidente, antichi villaggi rupestri che tramandano gli usi e le tradizioni della Dacia più remota, le imponenti e monumentali architetture di passate dittature, edifici sacri intrisi dell’essenza di aromatici incensi ed impreziositi dagli affreschi di matrice greco/copta/ortodossa. E poi ancora, tanta di quella storia, cultura, arte, religione e tradizioni da riempire interi volumi di geografia; questa è la Romania. La TRANSILVANIA è, sicuramente, una delle zone più belle e intriganti d’Europa; essa si estende alle pendici dei monti Carpazi ed è la culla di tradizioni e culture storiche da sempre frequentata da Sassoni, Tedeschi, Ebrei e Magiari (ungheresi). Ma più di ogni cosa, la regione è conosciuta in tutto il mondo per le leggende che ruotano intorno al personaggio letterario di Vlad (di Valachia), meglio conosciuto come conte Dracula, ispirata al cupo e tenebroso “VLAD l’Impalatore“.

Il viaggio cosiddetto “trasversale” comincia addentrandosi attraverso rigogliose vallate, ricche di acque e di verde che fanno da proscenio al paesaggio della Transilvania. SINAIA è una modesta cittadina cresciuta lungo la principale arteria stradale che attraversa queste vallate; situata ai piedi dei monti Bucegi, durante l’inverno è un’apprezzata stazione sciistica con modesti impianti di risalita, essa rappresenta il varco d’ingresso alla regione transilvanica. Il luogo fu scelto dai reali tedeschi quale privilegiata residenza per le vacanze, tant’è che provvidero a far erigere un bellissimo maniero, il “Castello di PELES“. Il Castello è un magnifico esempio di architettura neo-rinascimentale incastrato nella foresta e che s’apre – con suggestivi scorci ambientali – in un paesaggio da fiaba. Struttura in puro stile svizzero/bavarese esso racchiude un bellissimo giardino (all’italiana) ricco di statue, siepi, camminamenti, aiuole, fontane, giardini e terrazze. Fu costruito per volere di Re Carlo I e commissionato ad un architetto tedesco.

Lo stile del Castello di PELES ricorda molto i castelli delle Alpi svizzere ed austriache; tra i particolari che risaltano, sono le tipiche strutture tedesche a “graticcio” con particolari intagli lignei e decorazioni di varie scuole scultoree. Pochi chilometri e si giunge al più “famoso” dei castelli della Transilvania, da tutti ricordato come la residenza del Conte Dracula: il “Castello di BRAN“, poderosa fortezza medioevale. Uno dei monumenti simbolo della Transilvania, e per estensione di tutta la Romania, questo magnifico castello situato nell’abitato di Bran, a 25 chilometri a sud-ovest di Brașov, è il luogo in cui si dice che Bram Stoker ambientò il suo romanzo Dracula. Per questo motivo, per molti turisti e stranieri questa austera fortezza è nota semplicemente come “Castello di Dracula”. Oggi, il castello di Bran ospita un museo che ospita opere d’arte e arredamenti collezionati dalla Regina Maria.

Non si può dire di aver conosciuto la Transilvania senza scoprire la sua “perla”: BRAZOV. Capitale culturale della Transilvania, un autentico gioiello di ispirazione medievale ed una delle città più turistiche della Romania. Affascinante e un po’ bohémien, Brașov è la principale città della Transilvania per importanza culturale e commerciale e si trova quasi al centro della Romania a 170 chilometri da Bucarest. Fondata dai cavalieri teutonici nel 1211 e fortificata dai Sassoni, la città è un dedalo di stradine, facciate barocche e guglie gotiche. Brașov è anche un ottimo punto di partenza per andare alla scoperta dei magnifici dintorni; circondata su 3 lati dai monti Carpazi, e meravigliosi boschi circostanti sono stati tutelati anche durante l’industrializzazione del dopoguerra. Il monumento più famoso di Brazov è, sicuramente, la “Chiesa Nera” (Biserica Neagra), tra le chiese gotiche più famose della Romania.

L’edificio, lungo 90 metri e con un campanile alto 65 metri, si trova in Piazza del Municipio ed è stata costruita tra il 1385 e il 1477. Nel 1689 un grande incendiò devastò gran parte della città e annerì le mura della chiesa, da allora deve il suo nome quei tragici eventi. L‘interno della chiesa è in stile barocco ed è riccamente decorato: colonne in pietra esagonali dividono le 3 navate. L’edificio ospita una tra le più grandi collezioni di tappeti orientali in Europa: 119 tappeti anatolici donati alla chiesa da alcuni mercanti tedeschi tra il XVII e il XVIII secolo come ringraziamento per essere sopravvissuti nelle terre barbare; oltre all’enorme organo del 1839, con oltre 4 mila canne. La chiesa comprende 6 portali in diversi stili architettonici, dal gotico al rinascimentale. Girovagando ancora per Brazov, non si deve mancare di far visita alla Piata Sfatului Centrul Vechi. La bella Piata Sfatului, o “piazza del consiglio”, è la piazza centrale del centro storico.

 Su di essa prospettano case dell’800 e del ‘900, la maggior parte delle quali sono monumenti storici. Tra queste, la più importante in assoluto è la Casa Sfatului, o “Casa del Consiglio” (praticamente il Municipio), che dà il nome alla piazza. Essa risale al 1420 e oggi ospita il museo di storia della contea di Brașov. Dalla piazza si diramano le stradine del centro cittadino, tra cui la pittoresca Strada Republicii, interamente pedonale, e negli immediati dintorni si trovano alcune tra le principali attrazioni di Brașov, come la Chiesa ortodossa, il Muzeul Civilizației Urbane e la bella casa Hirscher. C’è poi ancora da vedere a Brazov, oltre alla Sinagoga, anche la bella Porta di Caterina Centrul Vechi, o Poarta Ecaterinei, costruita a scopi difensivi nel 1559, per rimpiazzare la vecchia porta distrutta qualche anno prima da un’inondazione. Prende il nome dall’antico monastero di Santa Caterina, che qui si trovava in antichità.

Le 4 torrette costruite sulla sua cima stanno a significare l’autonomia giuridica di Brașov nel Medioevo, e il conseguente diritto di applicare la pena capitale. Oggi, la porta di Caterina è l’unica rimasta in piedi tra le antiche porte della città, e si narra che nel medioevo, quando aveva il nome di Porta Valacce, era l’unica entrata per gli abitanti del vicino villaggio di Șcheii Brașovului, ai quali non era concesso di usare le altre 4 porte poichè, durante il regno dei Sassoni dal XIII al XVII secolo, ai romeni era proibito avere una proprietà all’interno delle mura cittadine; pertanto furono costretti a stabilirsi nella vicina Şcheii Braşovului, e potevano entrare a Brașov soltanto pagando un pedaggio all’ingresso della porta di Caterina. Qui a Brazov termina questo primo “assaggio” di cultura e di bellezze naturalistiche della Romania. A presto con altre storie e racconti di questa straordinaria terra che fu l’antica Dacia romana, il cosiddetto “granaio dell’Impero“. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ALGHERO (Sardinia, SS), la città delle Torri e dei Bastioni…

Una tra le città più belle città dell’isola, si evidenzia per le sue belle Torri e i suoi possenti bastioni che fronteggiano il mare della costa occidentale, ALGHERO è una destinazione ricca di momenti e atmosfere. Fin dall’antichità le diverse dominazioni di eserciti forestieri di occupazione che si sono succeduti in questo angolo di Sardegna hanno lasciato il proprio segno in questo borgo fortificato: fenici, cartaginesi, arabi, bizantini, spagnoli e piemontesi. La parte visibile più bella del borgo che noi oggi conosciamo è quanto rimane della città d’impianto genovese, catalana dal 1354, castigliana ed infine, spagnola. Con un centro storico a misura d’uomo, camminare per le sue stradine lastricate sembra che il tempo non trascorra mai, mentre la stanchezza viene sostenuta dall’ammirazione per ogni possibile scorcio che si riesce a vedere. Un borgo che offre, al suo interno, una straordinaria e interessante combinazione che si riscontra in quel dedalo di vicoli e stradine sormontate dagli archi rampanti in cui s’intrecciano arte, cultura, storia, aromi di pietanze dalle arcaiche tradizioni e le essenze di un vino tra le eccellenze di questa parte di Sardegna.

Le strade acciottolate che serpeggiano attraverso il borgo di Alghero possono essere esplorate a piedi; un groviglio di vie che vi invitano il viandante, curioso o appassionato che esso sia, ad esplorare i pittoreschi scorci su cui prospettano facciate di chiese e palazzi in arenaria dalle pareti color miele, cortili in ombra, antichi pozzi, le vivaci piazze e i silenziosi cortili, le cappelle dal culto ortodosso; un excursus che attraversa la lunga e millenaria storia di Alghero, con angoli che restituiscono squarci di cielo da cui sono possibili visitare la monumentale Cattedrale di Santa Maria (dedita all’Immacolata Concezione) del XVI secolo, considerata una delle più grandi chiese di tutta l’isola con le sue volumetrie interne che lasciano spazio all’immaginazione sui processi evolutivi della fabbrica d’impianto catalano durante i secoli, con le sue incredibili cappelle laterali e quelle distribuite sul retro dell’altare costituenti l’abside, ognuna che accoglie statue e immagini raffiguranti la Madonna e con l’altare elevato su baldacchino centrale con gradoni che poggiano su figure zoomorfe (leoni).

Se la perfezione architettonica, con la distribuzione di spazi che si rincorrono tra pieni e vuoti, tra luci ed ombre, è quella che io ho provato in questo luogo sacro, non ho mai visto nulla di così incredibilmente bello! Sul fronte del mare, invece, i possenti Bastioni catalani e i cannoni lasciano intuire di come Alghero sia stata più volte – durante il corso dei secoli – obiettivo di conquiste ed assalti. Camminare lungo le mura che sovrastano il mare o perdersi all’interno delle mura su quelle strade acciottolate che sanno di antico è una sensazione veramente piacevole. Il centro storico di Alghero viene caratterizzato dai suoi vicoli tutti lastricati, mentre la sua posizione strategica ha determinato la costruzione di una massiccia cinta muraria proprio di fronte al mare, a protezione della città dagli assalti. Un unicum di palpiti emotivi che si rincorrono alle sensazioni vissute godendo del paesaggio che si staglia all’orizzonte (le falesie di Capo Caccia), un camminamento che offre la possibilità di avvicinarsi, quasi toccare con mano, quella sottile distanza che separa la terraferma dal mare. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Masada: “METZADA’ SHENI’T LO TIPPOL” (mai più Masada cadrà!): una storia d’Israele…poco conosciuta!

In un paesaggio biblico, tra deserti, oasi e cammelli, s’apre un panorama che si estende tra gli aspri rilievi del Negev, la profonda depressione del Mar Morto e i lontani monti della Giordania; al centro s’impenna l’isolata rupe rocciosa sul cui “plateau” giacciono i resti di quella che fu la Fortezza di Masada, una città fortificata assediata dai Romani nel 73 d.C.. La rocca fa parte del Parco Nazionale di Masada, e si trova appena a sud della parte centrale di Israele lungo il confine orientale, ai margini della sponda giudaica del Mar Morto. Il parco nazionale comprende un’area di poco più di 1 miglio quadrato. Masada rappresenta un interessante connubio, una incredibile miscela di cultura, arte, storia e natura. L’altopiano era una fortificazione dove Erode il Grande costruì due palazzi per sé. La rocca da cui si erge MASADA è una montagna nel deserto del Negev. La sua fortificazione fu costruita su un “horst” (geologicamente un “pilastro tettonico”) situato dove termina l’altopiano ed è accompagnato da aguzze e precipitose scogliere; essa è già ben visibile da chilometri di distanza, e si distingue dalle alture circostanti perchè s’impenna ai margini della sponda occidentale del mar Morto. Giunti alla base due sono le possibilità (a seconda dell’ora) per accedervi: o percorrere in meno di un’ora lo “Snake path”, il Sentiero del Serpente che sale – un po’ ardua e faticosa coi suoi ripidi tornanti – lungo i costoni orientali, oppure avvalersi della funivia che in meno di 5 minuti raggiunge l’altopiano.

Comunque sia l’ascesa comincia già ad offrire vedute paesaggistiche spettacolari e il panorama… è da lasciare senza fiato! Ma cosa accade una volta giunti in cima all’altopiano? Cosa ci aspetta di vedere? Cosa riusciremo a trovare e, soprattutto, quali potranno essere le risposte alle nostre tante domande di curiosi viaggiatori e appassionati di storia antica, archeologia e religioni a noi sconosciute? Tanto per cominciare, percorsa una passerella sospesa nel vuoto e varcata una porticina tra le mura compare – in tutta la sua straordinaria magnificenza – un immenso plateau colmo di rovine sparse e circondato, ovunque volga lo sguardo, da incredibili vedute paesaggistiche. Il luogo è impressionante, a tratti incantevole, con un fascino che aleggia – tra storia e religione – ovunque ci si trovi. Tutt’intorno solo deserto di pietre dai cromatismi che vanno dal rosso al giallo fino al bianco tenue; e poi il silenzio che viene rotto solo dalle folate del vento e dal gracchiare delle decine di quelli che potrebbero sembrare corvi (anime silenziose di antiche presenze), ma non lo sono: questi volatili si chiamano “tristamit” e vivono solo quassù; invece del becco, presentano livree color arancio solo sulle punte delle ali. Girovagando tra le rovine si avverte che qui giaceva un grande palazzo fondato, nel I secolo a.C., da Erode il Grande. La fortezza era arroccata su tre diversi livelli verso lo strapiombo sul lato nord della rupe; essa era dotata di terme, magazzini sotterranei e ampie cisterne per la raccolta dell’acqua.

Le rovine del Palazzo di Erode sono qualcosa di unico e spettacolare per la posizione, la vastità e la storia che esse rappresentano; il deserto, poi, ha conservato tutto nel migliore dei modi. L’altopiano su cui sorge la fortezza di Masada, immersa nella depressione del Mar Morto, offre uno scenario storico da brividi. Vale la pena visitarlo tutto e – cosa da non perdere se si ha tempo – scendere le scale per vedere le tre “terrazze” del palazzo distribuite su livelli differenti. Da quassù la vista sul deserto e sul mar Morto merita più di una foto; appena sotto la rupe, e quei pochi chilometri che la dividono dalle sponde del Dead sea, sono bel visibili le suggestive (tali da sembrare un paesaggio lunare) bianche formazioni erose (un tempo sommerse), simili a canyon e a calanchi, emerse durante il lento, e perpetuo, ritiro delle acque eccessivamente salate di questo mare. Ma perché Masada e così famosa ed è così importante per gli ebrei…? In effetti cosa successe a Masada…? Quassù sorgevano, nel 73 d.C., le fortificazioni e le abitazioni che accolsero 960 (compresi donne e bambini) ebrei “Zeloti” (i più rigorosi), ultimi resistenti alle vittoriose truppe romane che tre anni prima avevano espugnato Gerusalemme e che, con un esercito di 10000 uomini al loro inseguimento, ora assediavano la rocca. Dopo un anno di assedio, senza fretta, i Romani avevano circondato la rupe con un vallo (visibile ancora adesso) ed avevano costruito, sul lato orientale della stessa, un terrapieno che dal basso saliva per 70 metri fin sotto le mura pianificando l’assalto finale alla fortezza di Masada.

Gli assediati capirono subito che il prossimo assalto sarebbe stato quello fatale ed il loro capo, Eleazar Ben Yair, convocò la sua gente e la convinse che una morte onorevole sarebbe stata meglio della schiavitù e sottomissione imposte dai Romani; tutto questo accadeva la notte prima dell’ingresso dei Romani a Masada. La fede ebraica abiura il suicidio, ma ormai la scelta fu presa e così ciascun guerriero uccise a fil di spada la propria moglie ed i propri figli dopo averli abbracciati e baciati. Tra i superstiti ne vennero sorteggiati 10 che pensarono a bruciare l’avamposto e ad uccidere gli altri guerrieri che nel frattempo si erano sdraiati vicini ai corpi dei propri cari. Tra i 10 che restarono fu nuovamente sorteggiato l’ultimo guerriero che diede la morte agli altri 9 ed infine si gettò sulla sua spada. Il giorno successivo, quando i Romani dopo aver rotto l’assedio entrano, non credendo ai propri occhi, trovano tutti cadaveri (in realtà quasi tutti, perché rimasero pochi sopravvissuti); essi allora tributarono ai caduti un silenzioso omaggio. Erano morti credendo di non lasciare ai romani nemmeno uno di loro vivo; invece una donna anziana e una seconda, che era parente di Eleazar, si salvarono assieme a 5 bambini nascondendosi nei cunicoli sotterranei che trasportavano l’acqua potabile mentre gli altri erano tutti intenti a consumare la strage: 960 furono le vittime, comprendendo nel numero anche le donne e i bambini, e la data dell’eccidio fu il quindici del mese di Xanthico.

I romani non riuscivano a capire che cosa fosse accaduto; alla fine levarono un grido, come quando si dà il segnale di tirar d’arco, per vedere se si faceva vivo qualcuno. Il grido fu udito dalle 2 donne che, risalite dal sottosuolo, spiegarono ai romani l’accaduto e specialmente una riferì con precisione tutti i particolari sia del discorso sia dell’azione. Ma quelli non riuscivano a prestarle fede, increduli dinanzi a tanta forza d’animo; si adoperarono per domare l’incendio e, apertasi una via tra le fiamme, entrarono nella reggia. Quando furono di fronte alla distesa dei cadaveri… “ciò che provarono non fu l’esultanza di aver annientato il nemico, ma l’ammirazione per il nobile proposito e per il disprezzo della morte con cui tanta moltitudine l’aveva messo in atto” questo è il racconto di Giuseppe Flavio nel suo “La guerra giudaica”. Ma perché arrivare alla morte? Perché i Romani rubavano, assediavano e rendevano in schiavitù sottomettendo le popolazioni conquistate. Di questo triste episodio della storia ebraica Israele, per secoli, ha volutamente taciuto e nascosto (un po’ per pudore, molto per tener lontana l’onta subita) le reali vicissitudini fino alla “Guerra dei Sei giorni” del 1967. Ed è proprio qui, su questa spianata, che dal 1967 dopo la liberazione dell’altura dall’occupazione giordana, per volontà di Moshè Dayan (ex generale e ministro della difesa) ogni anno le reclute di TZAHAL (“Tzavah haganah leisrael”, esercito di difesa israeliano) risalgono a piedi lo “Snake path” e vengono a pronunciare il loro giuramento di attaccamento ad Israele pronunciando, per ben tre volte: Metzadà shenìt lo tippol! (Masada non cadrà una seconda volta!).

Qui i futuri soldati, dopo l’addestramento di base e prima dell’incorporazione nei reparti trascorrono la notte, giurando all’alba eterna fedeltà allo Stato ed al popolo ebraico. Il mito di Masada aiuta i militari a prepararsi al supremo sacrificio, al martirio e alla lotta all’ultimo sangue. Inoltre, il mito di Masada basa le sue fondamenta su una potente costruzione sociale di legame ideologico e identificazione coi ribelli ebrei, valicando un abisso temporale di due millenni, un legame di natura etnica, religiosa, nazionale e storica. Il mito di Masada, che rafforza tali legami, fu ideato, pensato e trasmesso per fornire un saldo fondamento di eroismo a un nuovo tipo di identità nazionale ebraica. Mentre alcuni archeologi e storici oggi ancora dibattono sulla storia dell’assedio, l’atto finale degli zeloti è diventato il “simbolo di eroico martirio” per eccellenza; l’eredità di Masada è quella che esalta le azioni di eroismo nell’opporsi alla tirannia. Girovagando tra i resti, le mura, i camminamenti e gli edifici che ancora sono rimasti per l’altopiano è possibile compiere un giro completo toccando tutti i principali punti della fortezza un tempo esistente come: i resti del Palazzo del Nord si trovano all’estremità settentrionale dell’altopiano roccioso; ai margini orientali della spianata si scorgono ciò che resta di una Sinagoga che, a detta degli archeologi che l’hanno scoperta, essa è probabilmente una delle sinagoghe più antiche del mondo (qui si celebra il rituale passaggio dalla fanciullezza alla maggiore età per gli ebrei ortodossi).

Una delle aree più intatte è la Chiesa Bizantina con una parte del muro e della finestra, che fu costruita dai monaci bizantini diverse centinaia di anni dopo l’assedio di Masada; il Palazzo Occidentale che si trova all’estremità meridionale dell’altopiano e comprende alcune strutture ancora ben conservate, laddove sono possibili vedere colonne romane e un pavimento mosaicato ben conservato. Tra le curiosità che emergono durante l’esplorazione dell’altopiano sono ben visibili, lungo le pareti (sia interne che esterne agli ambienti) che ancora resistono nel tempo, una linea dipinta (generalmente di colore blu) che serpeggia – in senso orizzontale – lungo queste pietre e strutture murali; essa identifica che tutto ciò che è al di sotto di questa linea sono le strutture originarie di 2000 anni fa, mentre tutto ciò che si vede al di sopra, sono parti ricostruite. Questa bellissima e interessante esplorazione di Masada si conclude nei pressi dell’accesso principale, laddove un traliccio s’impenna sostenendo una grande bandiera dello stato d’Israele; questo è il principale punto di tutto l’altopiano in cui si raccolgono, in cerchio, le reclute durante il cerimoniale del giuramento “Metzada Sheni’t lo Tippol” (mai più Masada cadrà). E da questa incredibile – e poco conosciuta – parte di mondo, per il momento… è tutto!  (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)   

Val CODERA (SO, Alpi Retiche): la leggenda delle “Aquile Randagie” e la loro valle

Tra le Alpi Retiche centrali giace una valle, molto simile per natura e ambienti, a tante altre che si ramificano lungo i versanti alpini; ma questa in particolare – conosciuta come Val CODERA – conserva un fascino tutto particolare perché intrisa di storia e di avvenimenti che l’hanno resa, nel tempo, leggendaria! Esplorando la Val Codera è come immergersi in una particolare esperienza che ci condurrà alla scoperta del mito e della leggenda delle “Aquile Randagie“, della loro clandestinità tutelata dal “Baden” e da “Kelly”; della infaticabile e sempre disponibile (oggi non più tra noi) Romilda; dei contrabbandieri e dei rifugiati/profughi politici… e ancora tante altre storie! Un luogo magico, ricco di fascino; laddove ogni pietra, ogni albero, ogni ruscello, ogni alito del vento parla di avventura, di amicizia, di condivisione! Un’avventura che, per chi la vivrà, rimarrà per sempre scolpita… nel cuore! Oltre alla struggente bellezza dei luoghi, dei panorami e dei paesaggi alpini, l’alone leggendario di cui è intrisa questa valle, offre di camminare andando alla scoperta, delle tracce e dei segni, lasciati dalle mitiche “AQUILE RANDAGIE”. Qui – in questa valle – un gruppo di adolescenti (scout cattolici dell’ASCI) che disse no al Fascismo, datisi alla clandestinità, nel 1935 era sovente, il sabato sera, prendere l’ultimo treno che da Milano giungeva a Colico alle 20.00 di sera.

Qui, dalla stazione iniziavano un lungo cammino a piedi (14 km circa) fino a Novate Mezzola per poi prendere l’arduo pendio roccioso fino a giungere nella Val Codera e terminare la salita (in 3 ore) alla Capanna Brasca, ove stabilirono il loro nascondiglio ideale e adottarono un nome che li avrebbe trasformati in leggenda: le “Aquile Randagie”. L’unica valle di tutto l’arco alpino – al centro di un autentico paradiso fatto di pietra, di profumi e di silenzi – senza la presenza di strade asfaltate e raggiungibile solo a piedi o in elicottero. É questo il biglietto da visita per chi desidera avventurarsi nell’ascesa alla conoscenza ed alla scoperta della Val Codera. Ma questa è una storia che parte da ben oltre 40 anni fa. Era il settembre 1983, e mi trovavo a camminare – per la prima volta – attraverso un paesaggio mai visto fino ad allora: circondato, letteralmente, da quelle che io ho sempre considerato, le montagne più belle (oltre a quelle dell’Himalaya o delle Ande) al mondo e che non avevo ancora calpestato coi miei scarponi: le Alpi. 40 anni fa ero lì per vivere una importante esperienza di “vita” e di “formazione” scout, e di trekking (almeno in Italia, fino ad allora, ancora non si conosceva bene cosa fosse e cosa potesse significare questo termine!) La Val Codéra è una delle più belle, selvagge e incontaminate di tutta la Valtellina. Il percorso che sale direttamente in Val Codera parte dal comune di NOVATE MEZZOLA (Sondrio), dalle sponde dell’omonimo lago situato all’estremità settentrionale del lago di Como. La valle è nota come uno dei più begli esempi di valle alpina preservata nel suo aspetto originario grazie all’assenza di strade: è infatti ancor oggi servita solo da una mulattiera.

Raggiunto un piazzale sterrato in località Castello, sono ben visibili le indicazioni per Codera che, per alcuni gradoni, salgono alla sinistra, in corrispondenza dell’inizio del sentiero (fontanino). Il percorso, che s’apre tra ampi scorci panoramici sui laghi di Como e di Mezzòla, sale per la “Mulattiera delle Scale”, duemilacinquecento scalini che si inerpicano sui ripidi versanti attraversando boschi di castagni, eriche, betulle e frassini, tra i numerosi tornanti, le gigantesche muraglie in granito e i profondi precipizi che rinchiudo (alla vista, e proteggono) la valle proprio come una fortezza. Il primo tratto dell’impervia salita – che termina poco prima dell’abitato di Codera – si presenta molto impervio. La pendenza del sentiero è piuttosto sostenuta e i tornanti, che sembrano non finire mai, si fanno sempre più articolati; i resti arrugginiti di un vecchio scavatore abbandonato compaiono, improvvisamente, sulla sx accanto alla parete rocciosa. Più avanti si attraversa un castagneto fino a raggiungere una cappella da cui si può godere di uno splendido panorama sugli specchi lacustri di Mezzola e, più oltre, di Como circondati da imponenti montagne come il Legnone; più sotto scorre, in una stretta e profonda forra, il torrente Codera di cui si avverte l’eco dello scrosciare dell’impetuosa corrente.

Si continua ancora per una ripida scalinata che porta tra le prime case del piccolo villaggio (abbandonato) di Avedeé (m 790); lungo il sentiero, che da qui diviene pianeggiante, si scorge la piccola chiesetta di Sant’Antonio. Continuando a salire si passa sotto un paramassi, conosciuto come “Grondan dal mut” da dove gronda acqua tutto l’anno. La valle è importante per il suo patrimonio floro-faunistico; di grande interesse naturalistico tra le specie floristiche si evidenziano quelle tipiche di un clima mediterraneo, come la ginestra, e quelle più propriamente alpine, come il rododendro e il pino mugo. La presenza del torrente Codera, che attraversa la vallata e scorre laggiù in fondo a sinistra, ha un’importanza fondamentale per il mantenimento di questo ampio e complesso ecosistema. All’esterno di un tornante, accanto a un cartello e posto su una roccia, troviamo una piccola croce – completamente avvinghiata da molteplici fazzolettoni multicolorati – in memoria di uno scout che qui, per un incidente, ha perso la vita. Ormai Codera è vicina e sulla destra troviamo una piccola croce con una cappella affrescata (Madonna e Santi) con alcuni scheletri che ammoniscono: “Ciò che noi fummo un dì voi siete adesso, chi si scorda di noi scorda se stesso“; subito dopo, alla destra, compare il piccolo cimitero di Codera.

Superati alcune cappelle votive ed il piccolo camposanto, un lungo muro in pietrame compare sulla sinistra e lascia scorgere, poco alla volta, l’erto campanile di Codera che s’impenna proprio lì davanti a noi. Eccoci alla soglia d’ingresso nella piazzetta ricoperta d’erba prativa, di CODERA; costeggiando l’imponente campanile staccato dal corpo della chiesa di S. Giovanni Battista eretta nel XVI secolo, con uno sguardo si riconoscono le vecchie case del villaggio di Codera, mentre a destra c’è il Rifugio “La Locanda”. Scoprire uno degli ultimi paesi raggiungibili solo a piedi o in elicottero, e l’architettura di antichi nuclei costruiti utilizzando il granito sanfedelino. Ci porta a conoscere questo piccolo gioiello di architettura rupestre, nascosto nel cuore di una valle dal fascino wilderness, tra rocce, laghi e montagne. Proprio alle rocce si associa l’etimologia del nome. Secondo la tradizione che si tramanda da generazioni, Dio, quando creò il mondo, si vide avanzare un mucchio di pietre e le distribuì tra gli uomini in questa valle. Le case sparse un po’ alla rinfusa nella valle utilizzarono questo “dono” piovuto dal cielo, per cui Codera/Coeder deriva da “cote” sta per masso. Qui a Codera il grande protagonista è il “sanfedelino”, il granito chiaro con cui sono state erette la maggior parte delle case della valle. In queste zone della Valtellina e della Val Chiavenna i locali estraevano il granito per le loro necessità già fin dall’XI secolo.

Per molti anni il “picapréda” (colui che picchia/scalpella sulla pietra, gli scalpellini che per oltre un secolo hanno estratto granito per portarlo sulle strade di Milano, Piacenza, Bologna e Parma) fu un mestiere marginale poichè l’intera comunità traeva sostentamento per vivere dal taglio dei boschi, dagli allevamenti degli alpeggi, e dall’agricoltura. I balconi e i terrazzini fatti in pietra con balaustre in legno finemente decorati che, sporgendosi, si affacciano su stretti viottoli oppure sui rigogliosi orti terrazzati dove crescono patate e fagioli, orzo, segale, granoturco danno al villaggio quell’immagine bucolica di un passato che qui, tra queste montagne, non è mai andato via. L’economia del piccolo nucleo abitato di Codera si regge su agricoltura e turismo; una volta qui, proprio nella piazzetta, c’era anche un anziano “artigiano dei boschi” che realizzava (e vendeva ai tanti escursionisti di passaggio) bastoni da montagna ricavati dai rami di betulla. Famoso per tutto l’Ottocento grazie all’estrazione del granito, oggi Codera è un vero e proprio gioiello tutto da custodire e proteggere. Attraversare le sue strette viuzze, le rampe in pietra e i suoi profumati giardini, si avverte l’impressione di essere come in una cartolina: la sua piccola scuola, il vetusto ufficio postale, i lavatoi in pietra, i tetti spioventi di lastre in granito/ardesia che poggiano su loggette in legno, incorniciano questo particolare luogo in cui gli unici rumori (o suoni) che si avvertono sono quelli dell’acqua e del vento.

L’atmosfera che aleggia intorno sembra alternarsi tra una fiaba e le ovattate sensazioni di benessere e tranquillità che solo un villaggio come questo riesce ad offrire: qui tutto si è conservato nei secoli grazie all’isolamento che ha preservato il centro abitato dal passaggio di eserciti e contrabbandieri sulle vie di fuga attraverso i valichi di montagna. Uscendo dal paese di Codera, la valle si apre nel frastuono dell’acqua ove l’escursionista ha la possibilità di poter trovare sempre e ovunque acqua lungo il cammino e, soprattutto nei mesi più caldi, anche la possibilità di poter effettuare un bagno nelle fresche pozze che si trovano poco fuori a monte del paese. Poco dopo raggiungiamo un’altra fontana mentre un cartello indica, sulla destra, la ex “Centralina” che un tempo conteneva le turbine che fornivano energia elettrica a Codera; oggi questa viene utilizzata (e gestita) dagli scout come campo base per le proprie attività. Da qui in poi il sentiero attraversa le baite di Tiune (tiunée, da tiùn = pino silvestre), i casolari di Beleniga (belénich), il maggengo di Saline (1085 m); tutto luoghi, questi, che un tempo erano abitati tutto l’anno dai “picapréda” e che oggi sono frequentati dalle terze generazioni di chi estraeva granito o dagli scout, che qui ritornano per onorare (e conoscere e riscoprire) le leggendarie gesta della mitica squadriglia di esploratori delle Aquile Randagie, un gruppo di scout clandestini la cui storia risale al periodo del fascismo.

Subito dopo ha inizio una strada sterrata, di recente costruzione (e peraltro incompiuta!) che percorre la parte superiore della vallata, a volte costeggiando il vecchio sentiero e – spesso – sovrapponendosi allo stesso; un incredibile scempio utilizzato da qualche moto enduro (per chi vive quassù durante l’estate) portata fin qui dall’elicottero. Le baite senza riscaldamento ed elettricità punteggiano la mulattiera: sullo sfondo si scorge il pizzo Barbacan e l’omonimo passo (2598 m), che interseca il Sentiero Roma. Di tanto in tanto si incrociano, sulla pista, delle canaline in legno poste di traverso al percorso, utilizzate per lo scolo delle acque piovane. Tutt’intorno ci sono dei massi mentre la vegetazione è ormai ridotta a qualche sporadica betulla; un ruscello attraversa la sterrata passandole sotto in un tubo. All’altezza della cappella del Sabiun, situata all’ombra di un acero in una zona fresca in quanto battuta dalla corrente d’aria proveniente dalla gola della Balèniga, si sale a sinistra per un sentiero che attraversa il torrente con un ponticello traballante lungo, stretto, con due funi ai lati come protezione e un tubo nero sospeso sul lato destro che passa per le vecchie case dei villaggi (ormai completamente disabitati) di Saline e Piazzo per poi scendere fino a ritornare sulla sterrata. Ormai la valle (la parte alta di Codera, il suo cuore/polmone fatto di boschi e di creste rocciose protese nel cielo da incredibili pareti, comincia ad aprirsi in tutta la sua ampiezza, offrendo – agli occhi – tutta la sua magnificenza con le aspre vette del Pizzo Ligoncio e la Punta Sfinge.

Superate una serie di case dirute ed orti sparsi quasi in piano, tra l’erba di un prato, aggirando il piccolo borgo di Piazzo, proseguiamo tra gli alberi, in prevalenza larici, e piccoli prati, fino a raggiungere Stoppadura dove troviamo delle case di pietra, quasi tutte ben sistemate, e una fontana con vasca in legno (1180 m). Qui, nelle vicinanze, si ergono due curiosi segnavia con tettuccio in legno che indicano la direzione per il Rifugio Bresciadega (5 minuti) di cammino ed il Rifugio Brasca (30 minuti). Raggiunti finalmente il pianoro ove sorge l’abitato di BRESCIADEGA (1214 m), il primo edificio che compare sulla destra è il Rifugio Bresciadega, magistralmente gestito dalla famiglia della guida alpina Tarcisio Nonini ed oggi diretto da sua figlia Marisa; nel suo antistante spazio si erge una cappelletta ed una panca in pietra ove fare piacevoli soste prima di andare alla scoperta, esplorazione e conoscenza di questa incantevole valle. Una sosta al rifugio Bresciadega ritempra le forze dalla fatica fatta per raggiungere l’alta valle e nutre/alimenta il corpo con cibi e pietanze genuine preparate al momento come zuppe (ricavate dagli orti locali), decotti, e polente nonché i succulenti “pizzoccheri” che gustati quassù, tra queste aspre cime, sono una specialità unica… credeteci! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ad IMLIL (امليل, Marocco) tra sperduti villaggi berberi, lungo il “sentiero dei tappeti” ai piedi dei monti dell’Atlas.

Queste vallate che s’aprono alle pendici settentrionali dei monti dell’Atlante sono state abitate fin dal Neolitico, in gran parte da popolazioni di etnia Berbera. Questi popoli riflettono l’essenza di quello spirito che da sempre li identifica, e cioè “Uomini liberi” dall’originario significato della lingua Imazighen che – con lo scorrere del tempo – derivò dal termine “barbaro” di matrice greco-latina. La popolazione del Marocco si sente berbera e non araba e questo è un conflitto che li perseguita da sempre. In particolare, poi, in questa zona del Marocco, vivono esclusivamente popolazioni berbere e, osservando le usanze di questa gente, povera ma molto orgogliosa delle loro tradizioni, queste vengono tramandate di generazione in generazione sempre e soltanto attraverso la parola.

Qui, in questa parte d’Africa, la cultura berbera affonda le sue radici nelle sabbie del Sahara che s’apre sull’orizzonte oltre la gigantesca catena di montagne che s’aprono davanti ai nostri occhi. Prima di raggiungere le montagne però abbiamo la possibilità di poter fare una visita a una tipica casa berbera. Appena varcati la soglia d’ingresso, ove una sorta di tenda/tappeto funge da porta, dimentichiamoci qualsiasi tipo di comfort, anche se per i proprietari della casa sembra di possedere una reggia, anche se si fa presto l’abitudine ad essere circondati da insetti e moscerini di varia grandezza. Le mura, calde d’inverno e fresche nelle più assolate estati, sono realizzati della solita argilla, mista a paglia e qualche mattone misto di sabbia e terracotta.

Gli ambienti interni, invece, sono divisi tra stanza da letto, una sottospecie di salotto, una piccola stalla vuota, un piccolo frantoio mosso dalla forza di una grossa mola in pietra sospinta dal perpetuo giro di un asinello, e infine la cucina all’aperto con un lavatoio e un forno dove poter cuocere il cibo. Dopo aver ancora superato chilometri di un deserto roccioso, dislivelli non indifferenti fra tornanti polverosi e case fatte tutte di paglia e argilla; le famose “case rosse” del Marocco tutte, rigorosamente, con la parabola satellitare, eccoci proiettati nel bel mezzo di un paesaggio dal sapore alpino. Come attraverso una finestra spalancata, il paesaggio s’apre sulla rigogliosa Valle d’Ourika.

Questa valle è famosa per la massiccia presenza di numerosi villaggi sparsi sulle pendici abitati da popolazioni berbere che qui – da sempre – vivono e coltivano i terreni grazie alla presenza delle bellissime acque fiume Ourika, che scorrono attraverso le gole di Asni, un pittoresco villaggio arroccato lassù in alto noto per il suo mercato settimanale del sabato, il percorso prosegue lungo una verde vallata dove i suggestivi profili di bellissime montagne, imponenti bastioni naturali, giocano con i colori della natura dall’alba al tramonto. Si raggiunge il villaggio di IMLIL, a 1740 metri sul livello del mare, ai piedi delle pendici del vicino al monte Toubkal, la cima più alta del Nord Africa, in una cornice paesaggistica all’interno di uno scenario naturalistico di grande fascino.

Gli abitanti di Imlil, tutti estremamente gentili ed accoglienti, permettono, a chi raggiunge il villaggio, di scoprire le attività artigianali, di entrare nelle loro case per pranzare insieme, di assaporare il tradizionale tè alla menta, gustare l’ottima cucina locale caratterizzata dal tajine a base di montone o pollo, di saggiare le molteplici varianti del cous cous, di prendere lezioni di cucina e di fare escursioni nella natura circostante. Il simpatico villaggio di Imlil, nell’Alto Atlante, si trova proprio nel cuore del parco nazionale del Jbel Toubkal. Imlil è una tappa necessaria, se non addirittura fondamentale, prima di cominciare qualsiasi escursione, trekking o tappe di avvicinamento per arrampicare che portano al Toubkal, utile base ove poter acquistare provviste e tutto il necessario per i trekking e le ascensioni.

Molti sono i sentieri che puntano verso l’alto, ma il nostro obiettivo – vista la poca disponibilità di tempo – non è raggiungere la cima dell’Atlante, quel Toubkal che tocca i 4167 metri d’altezza, ma conoscere le bellezze paesaggistiche e ambientali che riesce ad offrire lo spettacolo della natura in questa parte di mondo lungo il “Sentiero dei Tappeti”. Superati un primo forte dislivello, il sentiero sembra quasi planare; tutt’intorno una copiosa foresta di alberi (betulle e conifere) e rocce che s’impennano verso l’alto fino a chiudere quasi l’orizzonte. Si cammina seguendo la direzione di un ruscello canalizzato che, grazie alla forte pendenza, riesce più facilmente a raggiungere i terreni da irrigare. Il sentiero serpeggia tra le rocce e saltella da una sponda all’altra delle rive del torrente; supera inizialmente guadi realizzati con grosse pietre appositamente incastrate nell’acqua e ponti legati con corde.

Lungo il sentiero sono – appositamente sistemati – passamani, steccati e passerelle in legno. La disarticolata pista finalmente raggiunge la spettacolare cascata di Setti Fatma, il primo di una serie di salti che più a monte raccolgono le acque che giungono dallo scioglimento delle nevi. Osservare il triplice salto che eroga la potenza di queste acque ricostruisce e consolida sempre di più quel rapporto armonico che da sempre si connette tra uomo e natura; la cascata e il sentiero percorso per raggiungerla sono – credetemi – come il paradiso in terra. Dal bosco scende un facile sentiero che permette di rientrare ad Imlil appena raggiunti le prime case di un villaggio abbarbicato sulle rupi a ridosso di Imlil si compie un altro percorso raggiungendo il lato opposto (destra orografica) della vallata.

Attraversiamo campi coltivati a ortaggi, una folta foresta determinata da giganteschi tronchi le cui basi raggiungono anche gli 8/10 metri di circonferenza, fino a raggiungere case/laboratori (costruzione e vendita di tipici tappeti della cultura berbera), erette sul ciglio di dirupi, che si spalancano sui paesaggi della vallata. Raggiunti la rotabile in pochi minuti di discesa l’intenso profumo della cottura di un tajin ci riconduce nuovamente ad Imlil, termine di questa escursione che per qualche ora ci ha fatto vivere e scoprire le atmosfere delle montagne dell’Atlante; quei profili montuosi che – per qualche decina di minuti prima del rientro – seduto a contemplare su un enorme tappeto berbero, non mi sono mai stancato di osservare. Il “mal d’Africa” passa anche attraverso questi momenti… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

la FRANCIGENA (nel tratto da Faucecchio a Siena, Toscana) offre le mille curiosità di una storica via dove il senso del camminare, sta nel “guardare con occhi diversi”

Lungo una interminabile successione di orizzonti che si rincorrono di crinale in crinale, per la maggior parte si sviluppa un allineamento di basse colline caratterizzate dall’arenaria e dall’argilla, Oltrepassato il fiume Arno nei pressi di FAUCECCHIO, qui si trovava un crocevia tra la “via che menava” per Pisa e la Via Francigena; lungo quest’ultima, per tenersi a distanza di sicurezza dai domini bizantini, i Longobardi scelsero di utilizzare per gli spostamenti il preesistente tracciato di una viabilità etrusca che percorreva il crinale sulla sinistra orografica del torrente Elsa. Nella pianura sotto San Miniato giaceva una città perduta la cui cattedrale è ancora oggi oggetto di studio di campagne di scavi archeologici nei pressi di un campo di girasoli.

Alternandosi tra dolci declivi ammantati dai regolari filari di vigneti e gli argentei uliveti dal basso fusto, si è circondati dalle dolci catene montuose determinate dai ciuffi di cipressi. Si scopre subito di come l’abitato di San MINIATO sia andato sviluppandosi – lungo il corso dei secoli – lungo la linea di displuvio dello spartiacque di un crinale, permettendo così alla Via Francigena di attraversare zone più sicure di quelle in fondo alle vallate, nelle paludose pianure o lungo i corsi fluviali. San Miniato ha da sempre esercitato un controllo strategico sulla via Francigena che si snoda attraverso le colline della Val d’Elsa offrendo vedute panoramiche mozzafiato lungo tutti i possibili orizzonti. Un’alternanza di bellissimi e intensi paesaggi agresti distribuiti lungo un raggio di 24 km dividono San Miniato da GAMBASSI (area a forte presenza termale).

Qui il paesaggio ha da sempre determinato – fin dall’antichità – un sistema viario molto efficace, che offre un percorso abbastanza lineare collegando, in successione, pievi e borgate, La località, fin dai tempi antichi, veniva considerata per gli Etruschi una “terra di passo“, trovandosi appunto sulla direttrice (e nel dominio) di Volterra; per i Romani invece era in relazione alla via Clodia che si sviluppava tra Siena e Lucca. Qui nell’alto Medioevo i viaggiatori, e in particolare per i pellegrini che percorrevano la via Francigena verso Roma, trovavano un sicuro punto di rifornimento e sosta. Sono 14 invece i chilometri che dividono Gambassi da San GIMIGNANO. Qui si attraversano ambienti naturali e scenari paesaggistici di inaudita bellezza.

È un percorso facile (non vi sono salite di rilievo) ed attraversa aree dal particolare interesse storico, artistico e religioso, come la visita e scoperta degli edifici costruiti appositamente per far aumentare il numero di pellegrini in sosta lungo la via, come il Santuario di Pancole, il caratteristico abitato di Collemucioli e l’incantevole Pieve di Cellole. In vista della “Città delle Torri” si prova il fascino dell’antico pellegrinaggio attraversando la sua “Porta Settentrionale” e percorrendo la “ruga maestra” cioè la strada centrale che mena ad attraversare la città, corrispondente all’originario tracciato urbano della Francigena, percorsa da Sigerico di Canterbury dopo la mansione di Santa Maria a Chianni e prima di quella di San Martino ai Fosci.

Qui a San Gimignano è localizzata la XVIII submansio incontrata da Sigerico. La più lunga tappa (appena 31 km) collega San Gimignano a MONTERIGGIONI. Lasciando la città turrita uscendo dalla sua porta meridionale il cammino conduce alla pieve romanica di Santa Maria a Coneo. Si susseguono punti di sosta e rifornimento da sempre utilizzati per gli antichi viaggiatori, così anche oggi per i moderni camminatori, pellegrini o semplici viandanti la via è abbastanza “servita”. Più avanti si attraversa il ponte sull’Elsa e – attraverso distese di campi sistemati a frumento che si alternano ad appezzamenti di vigneti, si giunge così alla chiesa romanica di San Martino di Strove. Subito dopo pochi km raggiungiamo il poderoso complesso monumentale di Abbadia a Isola, prima di scorgere in lontananza – lassù in cima a un colle ulivato – Monteriggioni.

Circondata dalle sue poderose mura e l’inconfondibile corona di torri merlate che dominano un paesaggio di straordinaria bellezza. L’ultima tappa, di appena 19 km, conduce da Monteriggioni a SIENA percorrendo una serie di strade bianche che portano verso l’antico borgo medievale di Cerbaia. Si attraversa la boscaglia fino ai castelli della Chiocciola e di Villa, prima di scendere nell’alveo bonificato nel XVIII secolo di Pian del Lago con la presenza di un epitaffio chiamato anche “colonna”. Successivamente si attraversa poi il bosco dei Renai prima di raggiungere la “Città del Palio” e attraversare Porta Camollia, tradizionale accesso della via Francigena a Siena.

La città deve la sua esistenza al traffico medioevale sviluppato lungo la via Francigena nei punti in cui era incrociata dai tratturi dei pastori transumanti che dagli Appennini si recavano in autunno verso i pascoli invernali della Maremma, posseduti da Siena che godeva di diritti assai lucrativi. SIENA infatti si è arricchita coi tributi pagati dai pastori per i diritti di pascolo nella Maremma senese. La banca più antica d’Italia, il Monte dei Paschi di Siena, significa letteralmente “i risparmi derivanti dall’affitto dei pascoli”. Il più grande pittore di Siena, Simone Martini era probabilmente un francese da Tours, giunto a Siena per la via di Francia.

In città si discende via Banchi di Sopra per poi risalire verso il punto tappa attraverso la Via dei Pellegrini fino a sbucare nello splendido catino di Piazza del Campo, “nostro” punto d’arrivo di questo incredibile e bellissimo viaggio compiuto a piedi attraverso il tempo. Da Siena in direzione di Roma la Via Francigena continua ricalcando fedelmente la Via Cassia romana. Qui ha termine la nostra Francigena…! Quali le nostre impressioni…? Alla fine del viaggio, alla fine di un cammino, alla fine di un qualsiasi itinerario percorso a piedi in piena autosufficienza… secondo noi il pellegrino sarà una persona sicuramente più ricca.

Ed anche noi, un misto di umanità che si divide tra l’essere credenti e la laicità, ci sentiamo più elevati, spiritualmente soddisfatti dalle emozioni provate, dall’esperienza vissuta, dai luoghi visti, scoperti e conosciuti, dalle acquisizioni e dalle conoscenze riguardanti principalmente noi stessi e ciò che ci ha circondato. Tutte esperienze, queste, non raggiungibili in maniera diversa se non dal camminare, lungo quel fiume della storia che da sempre ci attrae e ci coinvolge: capire il passato per operare meglio nel futuro…. è questa la nostra “mission” possible! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

RIGA (LATVIJA, Lettonia): a spasso per la capitale dei due soli!

Mai visto uno spettacolo della natura così bello e suggestivo come quello di scorgere – dallo stesso punto – il sorgere del Sole ed il suo tramonto oltre l’orizzonte. Paesi Baltici, RIGA… la capitale della Lettonia (Latvija), un dedalo di vie lastricate ed ampie piazze, tetti (rossi) spioventi, campanili acuminati, edifici dalle superbe architetture; tutto ciò fa di questa grande città un favorevole e particolare punto strategico territoriale per l’intera Europa. Fin dall’antichità qui convergevano le più importanti vie commerciali di terra e le rotte marittime sul Baltico. Riga, che per decenni ha subito l’influenza dell’imperialismo sovietico, ha – nel dna della propria popolazione – matrici teutoniche che affondando le proprie origini nella vicina Germania.

Terra più volte ambita fra tedeschi e russi a cominciare dai principi del XX secolo, ha visto ripetutamente l’alternarsi di regimi totalitari subendo stragi e deportazioni. Finita sotto l’influenza Russa diviene una Repubblica Socialista Sovietica. Ma è soltanto dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica che Riga e l’intera Lettonia, riconquistano nuovamente un ruolo da protagonisti in Europa. Il bellissimo itinerario a piedi ci conduce nel cuore della città vecchia (Vecrijga) per farci conoscere le sue bellezze ed apprezzarne fino in fondo le sue peculiarità di arte, storia e cultura. Si parte dal Ponte Akmens sul fiume Daugava, importante fume che sfocia nel vicino Baltico.

Una piazza caratterizzata dall’imponente statua della “libertà” (scultura marmorea raffigurante tre personaggi di sicura matrice sovietica, ma che simboleggia l’identità lettone) s’apre con la bellissima facciata dell’Hotel De Rome. Tuffandosi nella vivacità dei colori delle facciate degli edifici storici, si giunge nei pressi della gigantesca mole della chiesa – tutta in mattoni rossi – dedita al culto di San Pietro. Qui le sorprese non mancano e in poche decine di metri volgendosi intorno troviamo, il vicoletto che immette attraverso un tipico portone che per decenni ha determinato il confine (ingresso) del ghetto ebraico; ai margini dei marciapiedi, tutti rigorosamente basolati, si trovano le originali e vivaci bancarelle che vendono, in bella mostra, gli oggetti tipici dell’artigianato locale, dalle bambole in tessuto alle collane e monili forgiate con l’ambra.

Qui un curioso gruppo scultoreo dalle figure zoomorfe sovrapposte, rappresenta i “Musicanti di Brema” la famosissima fiaba di matrice tedesca, una simpatica statua in bronzo donata dalla città tedesca a Riga unite in gemellaggio a stringere ulteriormente i rapporti di amicizia (commerciali e religiosi) tra le due città che dura dal XII secolo. Il percorso sfocia in una grande piazza ove tipici locali, bistrot e pub sono il punto di ritrovo per tutti coloro che amano trascorrere un pò di tempo a bere e chiacchierare; intorno numerosi artisti di strada tra cui, alcuni, molto giovani. Il labirintico percorso ci conduce nella grande spianata della piazza su cui s’affacciano la mole del Rigas Dome, il duomo; al centro della spianata basolata, un disco bronzeo ci ricorda che stiamo calpestando un luogo sotto tutela Unesco e Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Appena un paio di case dietro la piazza, lungo la stradina Mazapils iela, si stagliano – quelle che vengono conosciute come – le bellissime facciate di uno dei più suggestivi complessi architettonici dell’antica Riga: i “Tre Fratelli” tre abitazioni corrispondenti ai numeri civici 17, 19 e 21 tra le più antiche residenze della città. Il percorso continua a perdersi nella bellezza di case storiche, nelle ombre di palazzi monumentali che profumano d’antico e nello splendore delle prime luci che caratterizzano bar e ristoranti e che preannunciano l’avviarsi al tramonto che può essere goduto proprio dal punto di partenza, e cioè dal ponte sul fiume-canale della Daugava da cui, affacciandosi dalla balaustra, si ammira uno scenario davvero unico: il sole che scivola e irradia il suo ultimo raggio nel cielo prima di scomparire oltre l’orizzonte… e sono appena le 22,15 di sera, ora locale! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

CRACO (MT, Lucania): da borgo abbandonato a… set cinematografico!

È un autentico deserto fatto di campi arati, pendii che scivolano verso impervi valloni, rocce calcaree che, come guglie, sbucano – improvvise – da un paesaggio solo in apparenza addormentato ma, comunque, avvolto nel suo millenario silenzio. Sono queste le atmosfere che si vivono nell’avvicinarsi alla scoperta e alla conoscenza di uno dei borghi (abbandonati) più belli e incredibili che sorgono qui al Sud: CRACO. Siamo in Lucania, nella bassa provincia materana, al limite di profondi solchi (calanchi) caratterizzati dal carsismo ove – durante le torride estati – neanche i rettili riescono a resistere. In una distesa valliva sorge il nuovo abitato di Craco-Peschiera. Questo centro, nato agli inizi degli anni ’70, fu qui eretto poiché l’originario sito di Craco, che si erge a circa 9 km più a monte, fu interessato da uno smottamento franoso costringendo gli abitanti di allora ad abbandonare definitivamente l’originario sito e a stabilirsi in un luogo più sicuro, presso le frazioni giù a valle.

Dall’incrocio, seguendo a destra lungo la SS. n. 103 che conduce verso i territori dell’interno, si attraversa quel fantastico mondo generato dalle erosioni e determinato dal singolare solco vallivo del Fosso Bruscata. La strada, poco alla volta, comincia ad ascendere lungo questi pendii assolati ove trovar riparo dalla canicola è quasi impossibile, se non tranne per qualche raro albero da frutto sorto per incanto lungo le pendici di queste colline. Lasciata la deviazione a sinistra che porta alla Val d’Agri, la strada principale rompe la sua monotona e silenziosa andatura e si appresta a continuare con una serie di tornanti che, salendo, poco alla volta incorniciano l’abitato di Craco Vecchia che ora già si erge – ben visibile – sullo sfondo. A ridosso del terzo tornante che piega sulla sinistra si stacca uno stradello che taglia le successive curve e conduce direttamente a ridosso delle prime case del borgo abbandonato di CRACO Vecchia (391 m).

Esso appare in tutta la sua monumentale bellezza – incredibilmente spettrale – a dominio di vallate e di estesi orizzonti, coi suoi misteriosi silenzi rotti soltanto dalle folate del vento che serpeggiano tra le mute pietre. L’antico abitato sorge a ridosso di un’altura che dall’alto controlla la valle del Salandrella. Le sue origini risalgono all’VIII secolo e nel Medioevo il sito era già conosciuto col toponimo di GRACULUM. Il suo Castello, erto su di una rupe, fu innalzato nel XII secolo e della sua antica struttura oggi non resta altro che un Torrione a “sezione quadra” (usato come serbatoio per distribuire ed alimentare le fonti dell’intero paese). Una silenziosa cortina di pietre dagli intonaci color pastello sbiaditi dal tempo prospetta a sud ed accoglie il viaggiatore tra gli arcani silenzi creati dagli effetti chiaroscurali dei pieni e dei vuoti, dalle ombre degli usci di porte e finestre che s’aprono… verso l’immenso!

Fogli ingialliti (con edizioni datate gli anni 50/60 del XX secolo) svolazzano sospinti dalle folate che ululano tra i gradoni in pietra seminascosti dai folti cespugli d’erba incolta. Rampe ed arcate in pietra viva ove negli interstizi hanno messo le radici il fico, l’ulivo, l’agave, il fico d’india e la vite. Ante di porte e finestre semiaperte che cigolano sospinti dal vento, cortine adombre che prospettano sui vasti orizzonti assolati delle valli fluviali del Salandrella e dell’Agri. Archi affrescati e cortili basolati con i fregi e i portali marmorei di qualche dimora gentilizia i quali emergono da un intricato mare di cespugli rinsecchiti. I tetti rossi delle cupole e delle case scricchiolano sotto i passi felpati di qualche gatto che salta da una falda all’altra. Gli ameni viottoli che conducono nel punto più in alto sotto la Torre per interrompersi, all’improvviso, sul ciglio di un dirupo sotto le mura dell’antico maniero e da cui prospettano guglie monolitiche che sembrano, oltre ai gatti, le uniche forme “viventi” di questo mondo rurale fermo e perduto nelle memorie di un’epoca lontana, persa all’infinito senza limiti di spazio e di tempo…

Il tutto viene scandito dall’arco che il sole disegna quotidianamente nel cielo, dall’intrecciarsi degli eventi e dal rincorrersi delle stagioni. Solo un uomo, unico essere in un mondo fermo da oltre 60 anni, continua con, accanita ostinazione, a venire – quotidianamente – quassù, per condurre il suo gregge di pecore a pascolare tra le pietre della Craco che fu, di quella Craco dalle forti tradizioni agricole basate sulle colture dei cereali e dell’ulivo accomunate da un’incisiva presenza della pastorizia transumante con produzioni casearie tipiche di queste zone. E quando ciò accade il borgo si ravviva al passaggio del suo gregge. Avendo l’occasione di avvicinarmi, salutandolo, faccio la sua conoscenza; dialogando col pastore egli comincia a raccontarmi di sentirsi un po’ come un “privilegiato” custode del luogo.

Raccogliendo la testimonianza orale dell’ultimo “sopravvissuto” di Craco emerge, dal suo sfogo col forestiero di turno, di quando egli accusò l’Amministrazione locale che – sembra – diverso tempo fa prese la decisione di radere completamente al suolo il borgo abbandonato. Il pastore… onesto, sincero, a volte ingenuo, continua ancora a chiedersi perché mai debba accadere tutto ciò e non si possa far nulla per preservare e recuperare (anche attraverso una semplice fruizione turistica) la memoria storica e il retaggio culturale di un’arcaica tradizione contadina che non vuole affatto mettersi da parte per far posto al cosiddetto progresso.

L’opprimente canicola di un caldo vento estivo aleggia tra le diroccate mura di Craco mentre i campanacci delle pecore si odono sempre più lontani ed il silenzio si riappropria, nuovamente, dei suoi spazi coccolando per l’eternità i vuoti di un vissuto rurale che ostinatamente tenta di resistere al completo abbandono dell’incuria. Questa è Craco, e se ancora non avete avuto la possibilità di conoscerla e magari fate vacanza sulla vicina costa ionica della Basilicata, andate a visitarla anche perchè i suoi scorci, le sue cortine diroccate – oltre agli incredibili scenari delle “gravine” di Matera – sono stati scelti dal grande attore/regista americano Mel Gibson, quale location per girare alcune tra le più belle e intense scene del suo “Passion“. (testi ©Andrea Perciato, photo ©Maria Rita Liliano e ©A. Perciato)

FRIBURGO, Freibürg im Breisgau (Germania)… tra biciclette e canalini.

Se ancora non avete conosciuto una città europea a “misura” di fanciulli, essa è certamente Friburgo (Freibürg) in Germania, capitale simbolica della Foresta Nera nella regione di Baden Baden. Se il vocabolo “Trek – to Trek” nacque alla fine dell’800 in Sud Africa in seguito all’esodo dei coloni di stirpe boera (olandese), è qui a FRIBURGO (Freibürg in germanico), crocevia di importanti (e antiche) strade commerciali fin dalla caduta dell’impero romano che nasce, nel cuore dell’Europa che prende forma e attecchisce la pratica dell’escursionismo itinerante già fin dagli inizi del ‘900, diffondendo la filosofia e lo stile di vita del trekking e, soprattutto, la pratica del camminare attraverso la natura e l’ambiente.

Ovunque si giri, decine di escursionisti singoli, a coppie o a piccoli gruppi, tutti bardati nelle loro variopinte attrezzature, girano per le strade della città; si avverte che il trekking qui – da oltre un secolo – sembra essere una tra le principali risorse che richiama, ogni anno, migliaia di appassionati del genere da tutto il mondo. Friburgo è questa, una platea in cui tutti si sentono protagonisti assoluti del proprio momento, e per conoscerla basta recarsi nella grande piazza che circonda la monumentale Cattedrale (il Münster) dedicata a San Giorgio, con una gigantesca e possente Torre campanaria (simbolo della città), alta circa 120 metri, in marcato stile gotico e i suoi caratteristici “gargoiles” (utilizzati come fugoli per l’acqua piovana) in pietra rossa dei monti della Foresta Nera.

Ai piedi della Torre e nella piazza circostante si svolge, ogni mattina, un antichissimo (risalente al XVI secolo), vivace e pittoresco mercato in cui primeggiano i frutti locali (ciliegie su tutto), gli ortaggi, i formaggi, gli insaccati (speck) e i fiori; tutt’intorno negozi pulsanti di vita; sulla stessa piazza prospetta il caratteristico edificio in pietra rossa dell’Historisches Kaufhaus, l’antico mercato coperto costruito nel 1532 che fu anche la prima sede di attività commerciali e, successivamente, della dogana. Ma qui non è solo folklore… Friburgo è un concentrato di umanità giunta da ogni angolo del pianeta e che hanno scelto di vivere in quest’angolo di Germania. La città presenta un clima mite, quasi mediterraneo, che la favorisce per periodi di vacanze rilassanti.

I suoi innumerevoli locali, brulicanti di un melting-pot multicromatico, soddisfano i gusti di ogni età, dal semplice e spartano pub, al localino raffinato magari nascosto in qualche vicolo adombro da erbe rampicanti che fanno da copertura vegetazionale. Le vie del centro storico, tutte rigorosamente chiuse al traffico veicolare, sono pavimentate in basoli e ciottoli; i marciapiedi si fanno notare per i mosaici realizzati in pietra che individuano (e identificano) l’ingresso di negozi e locali commerciali; le biciclette (a migliaia) sono il mezzo di locomozione preferito dalla popolazione locale, soprattutto i più giovani; i tram, curiosamente silenziosi, sono una delle caratteristiche di Friburgo e collegano, da una parte all’altra, gli angoli più belli della città.

Ma una curiosità su tutto ha destato il nostro interesse; la maggior parte dei vicoli e alcune delle principali strade che attraversano il centro storico della città, sono delineate – lungo i bordi – da curiosi canalini (i Bächle), autentici ruscelletti a cielo aperto, privilegiati campi da gioco per i più piccoli che, con le loro caratteristiche barchette colorate, si divertono a farle scorrere su e giù a pelo d’acqua. Vuole la tradizione che se si cade, o si inciampi, in uno di questi canalini, colui che si “bagna” è destinato a coniugarsi in matrimonio con un abitante di Friburgo. Quanto sono fighi questi tedeschi… che popolo, educatissimo e (cosa conosciuta ai più) d’indole particolarmente accogliente, ma mai… dico, mai… farli arrabbiare! Ritornare qui è sempre un piacere; poter vivere tutto ciò da protagonisti a pochi passi dalla Schwarzwald (Foresta Nera) è un privilegio per pochi! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ANNECY (France), la “Venezia delle Alpi”… tra fascino e leggenda!

Circondata da una incredibile cornice paesaggistica e ambientale giace – tra Svizzera, Francia e Alta Savoia – una città alpina (ANNECY) che sembra essere uscita fuori da una fiaba d’altri tempi e completamente avvolta da atmosfere medioevali. Da molti conosciuta come la “Venezia delle Alpi”, Annecy incanta con il suo reticolo di eleganti case tinte da colori a pastello le cui finestre sono affacciate sui canali alimentati dalle acque del vicino lago turchese circondato da imponenti montagne. Annecy, incastrata in una bellissima cornice paesaggistica, è un gioiello d’arte cultura, storia e natura nascosta tra le Alpi; il suo lago turchese adagiato ai piedi delle meravigliose montagne seduce viandanti e camminatori alla ricerca di scorci suggestivi da fotografare. Essa possiede soprattutto il fascino delle città storiche perfettamente conservate, con il suo patrimonio medievale, i suoi canali che si snodano attraverso il centro, il suo castello e il suo famoso lago. É chiamata anche la “Perla delle Alpi” per indicare il suo imponente patrimonio storico, architettonico e culturale. Tra canali, strade acciottolate, case color pastello e architettura medievale, il centro storico di Annecy è uno scrigno di tesori nascosti tutti da scoprire con angoli pittoreschi che si susseguono di scorcio in scorcio in cui immergersi per scoprire e conoscere gli aspetti più insoliti e caratteristici di questa città.

I suoi vicoli confluiscono tutti verso il Lago di Annecy, una meraviglia naturale costellata dai profili di superbe montagne come quelle del Massif des Bauges sullo sfondo. Ma oltre agli scorci paesaggistici, Annecy colpisce soprattutto per le bellezze incastonate nel suo centro storico. Muovendosi dal lago verso l’interno della città la maggior parte dei luoghi di Annecy è pianeggiante, ad eccezione del Castello, il che consente di poter camminare facilmente potendosi immergere attraverso il reticolo di viuzze e portici del centro medievale; un ricco e intricato insieme di vicoli rinfrescati dai numerosi canali che il fiume Thiou crea e che confluiscono nel lago di Annecy. Il centro storico della città è una tappa obbligata per chiunque giunga da queste parti. Annecy deve la sua fama di incantevole cittadina alle sue incredibili e pittoresche stradine tutte acciottolate, ai canali che s’insinuano tra gli edifici e al fascino senza tempo che si respira in ogni pietra. Passeggiando fra i suoi vicoli, si compie un viaggio a ritroso nella sua storia, ammirando gli opulenti edifici dai colori pastello, camminando lungo i suoi argentei canali attraverso freschi porticati, ponticelli e angoli nascosti. Nel centro storico di Annecy si concentra la gran parte della brulicante vita della città.

La sua parte più antica – quella che si concentra alla base dell’altura da cui si erge il castello – sembra essere uscito da un libro delle fiabe: canali, vicoli dai davanzali di finestre abbelliti dalle fioriture, stradine acciottolate e vivaci piazzette in cui confluisce la gran parte di coloro che visitano questi luoghi; sembra quasi di fare un salto indietro nel tempo. L’elemento acqua è il principale attrattore di Annecy coi suoi canali che in origine erano tre e svolgevano tutti funzioni distinte: Le Grand Thiou riforniva la città di acqua potabile; il Notre-Dame irrigava i giardini degli edifici religiosi e il Canal du Vassé aveva uno scopo di difesa ed evacuazione di acque di scarico. Oggi questi canali rappresentano una delle caratteristiche più pittoresche della città creando suggestivi angoli in cui poter osservare (quasi vivere) l’atmosfera che si respira tra queste mura. Annecy è resa famosa in tutto il mondo per il caratteristico edificio che compare – come un biglietto da visita – alle porte d’ingresso del borgo antico: “Palais de l’Isle” o “Palais de l’Ile”, il monumento più fotografato della città. Simbolo indiscusso della città esso risalente al 1132, fu costruito su un’isola naturale alla biforcazione delle acque fluviali del Thiou; il palazzetto (somigliante alla prua di una imbarcazione) è un insieme di edifici comunicanti. Insolito edificio d’epoca medievale sorprende per le sue piccole dimensioni ed il suo caratteristico scorcio da cartolina.

Oltre alle varie chiese, cattedrali, torri, giardini, fontane, slarghi, portali e palazzi storici Annecy colpisce, soprattutto, per la sua edilizia urbana, bellissima e intrigante al tempo stesso. Maison de Chamoisy si evidenzia per essere un’abitazione della nobiltà locale tra la fine del Medioevo e gli inizi del XVII secolo. Accedendo attraverso il portale arricchito con modanature quattrocentesche in pietra, si raggiunge a un ampio cortile su cui si affacciano la casa e le strutture di servizio; attraverso un secondo portale, invece, i suoi abitanti riuscivano ad avere anche accesso diretto al fiume. La città, le montagne e il suo lago è anche interessata dal fascino di racconti popolari che narrano di leggende locali e di fantastiche (e immaginarie) creature che si tramandano nei ricordi dei più anziani. Una tra le più conosciute e importanti leggende locali racconta della mitica “creatura” conosciuta come “Dahu“, una sorta di gigantesca bestia che abita le circostanti montagne; si dice che essa abbia una zampa più corta dell’altra, il che le permette di affrontare i pendii ripidi per salire e scendere dalle montagne.

Considerato uno dei più incantevoli d’Europa, il Lago di Annecy è un vero gioiello della natura. Il suo panorama suggestivo e le sue acque color topazio invitano a tuffarsi in un ambiente da cartolina. Se in inverno il lago di Annecy colpisce per la sua atmosfera meditativa, in estate le sue sponde invitano a provare le numerose attività. Altra fantastica creatura leggendaria del lago è la “Fée des Eaux” (o Fata dell’Acqua), che si crede abiti i fondali del lago di Annecy; si dice che essa protegga il lago e i suoi dintorni, premiando chi tratta la natura con rispetto e punendo chi la inquina. Se si è alla ricerca di un luogo ove davvero il relax ha una sua “forma” compiuta, esso è Annecy, nell’Alta Savoia, in Francia. Nota per i suoi canali pittoreschi, gli edifici colorati e l’architettura medievale, Annecy offre una deliziosa miscela di bellezza naturale e fascino storico. Ecco per cui è un borgo che obbliga ad una visita approfondita e ad una piacevole sosta per i viaggiatori in cerca di esperienze memorabili. Il suo centro storico è un labirinto di stradine fiancheggiate da edifici colorati e singolari botteghe, oltre ad essere un privilegiato e ideale luogo per camminare, conoscere… ed esplorare! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)