Cipro: FAMAGOSTA (Gazimagusa), le mille contraddizioni di una città turco-cipriota

Non puoi dire di essere stato a Cipro se non hai camminato tra le bellezze storiche, artistiche e architettoniche di questa città, nonchè lanciare uno sguardo ai suoi quartieri abbandonati, per capire – da vicino – le incomprensibili divisioni di un territorio conteso da anni. Famagosta è, soprattutto, la città più incredibile dell’isola. É impossibile evitare di rimanere incantati dalla sua magnifica bellezza. Fra i tesori in essa custoditi si evidenziano: l’immensa cattedrale gotica con un minareto in cima, decine di straordinarie chiese tutte dirute e in completo stato di abbandono, un quartiere fantasma. In questa città il tempo si è fermato al 1571 l’anno in cui, dopo un assedio di dieci mesi, i duecentomila soldati di Lala Mustafa Pascià sconfissero gli ottomila soldati dell’esercito veneziano e greco, agli ordini di Marcantonio Bragadin. Numerose sono le rovine di chiese bizantine sparse nel centro storico; molti dicono che fossero almeno 100, altri ancora narrano che un edificio di culto fosse stato eretto per ogni giorno dell’anno, tanto da renderla una città ricca, magnifica, tale da renderla uno dei gioielli del Mediterraneo. La città, molto eterogenea, presenta una varietà di edifici di culto dalle molteplici confessioni: cattolici, ortodossi e armeni, oltre a cappelle di principali ordini militari. Per secoli fu crocevia obbligato nello scambio di merci tra Oriente ed Europa, divenendo così la più ricca città del Mediterraneo. Famagosta, dal 1489, divenne la principale roccaforte dei Veneziani sull’isola e fu qui che i maggiori lavori di fortificazione difensiva vennero concentrati. La conquista turca nel 1571 modificò il destino di Famagosta. Dal 1974, poi, a causa degli scontri militari tra greco-ciprioti e turco-ciprioti, durante quei pochi giorni di battaglia Famagosta si ritrovò a pochi chilometri dalla linea di confine. Il suo centro storico si evidenzia tra abbazie dirute e chiese trasformate in moschee.

Avvicinandosi alla città, per accedere nel suo fulcro principale e conoscere alcuni tra i suoi principali monumenti, si transita dalla “Porta di Terra”; sulla sinistra, verso il mare, compaiono i possenti bastioni della “Torre di Otello”, mentre a destra – nelle adiacenze di un crocevia – in una sorta di catino prativo si ergono gli spettrali ruderi della “Latinlerin St. George Kilisesi”, la Chiesa di San Giorgio dei Latini, prima chiesa parrocchiale cattolica di Famagosta, classico esempio di architettura tardo-gotica, costruita verso la metà del XIII secolo; per la sua costruzione furono utilizzati materiali giunti dalle rovine della vicina Salamina. La sua distruzione avvenne tra il 1570-1571 durante l’assedio turco della città e ciò che oggi resta delle mura (le caratteristiche monofore), evidenziano quel grande esempio di architettura sacra del primo gotico. Osservando da vicino alcuni suoi particolari stilistico-decorativi si scorgono: colonne sottili incorporate alle pareti, con una elaborata manifattura di figure religiose o stemmi gentilizi; un gargoyle inciso a forma di monaco con la bocca aperta, probabilmente usato per drenare l’acqua dalle pareti, e un leone che divora un agnello.

Dopo poche decine di metri si giunge nella piazza principale su cui si staglia, in tutta la sua magnificenza, la Cattedrale di San Nicola, oggi Moschea di Lala Mustafa Pascià. Edificata tra i 1298 e il 1326 è la più grande cattedrale gotica esistente a Cipro e la sua facciata venne realizzata su modello della chiesa di Reims; il minareto aggiunto sulla torre campanaria sinistra determina la sua trasformazione in moschea. Considerata il più grande edificio medioevale della città, nel 1954 fu intitolata al Gran Visir albanese Lala Kara Mustafa Pascià comandante delle forze ottomane contro i Veneziani a Cipro. L’imponente struttura, oltre alla monumentale facciata, offre un interno (consentita la visita anche ai non musulmani, purchè scalzi) davvero incredibile: la struttura ha mantenuto i suoi lineamenti gotici, con finestre trilobate e grandi vetrate, ma spogliata di tutti gli arredi che la consacravano cattolica; una serie di sette enormi pilastri; vari mosaici; una pavimentazione in legno (lievemente rialzata dall’originario calpestio) è stata ricoperta da enormi tappeti con scritte in arabo. Niente altari, niente nicchie, ma solo l’importante presenza di elementi tipici dell’islamismo, tra cui spicca – su tutto – il singolare “Miḥrᾱb” una sorta di pulpito con scala che indica la direzione della Mecca, sostanzialmente la “Via del Cuore” verso l’Islam.

A poche decine di metri, sul lato opposto alla facciata della moschea, si scorgono le arcate e le colonne di sostegno di quello che fu Палаццо-дель-Проведиторе, il Palazzo del Provveditore (o di Lusignano); davanti si ergono due colonne dove la tradizione vuole che vi fu legato, torturato e crudelmente ucciso il comandante veneto Bragadin. Le colonne e i capitelli che compaiono qui sono state tutte portate da Salamina; secondo la tradizione, il sarcofago che compare presso gli archi di facciata, conteneva il corpo di Afrodite, mentre sopra l’arco centrale è ben visibile lo stemma di Giovanni Renier, capitano dell’esercito cipriota nel 1552.

Ancora pochi metri e si erge la St. Peter Ve St. Paul Katedrali Kiliseler (cattedrale gotica di Pietro e Paolo) o di Sinàn Pashà, costruita a metà del XIV secolo coi soldi del mercante siriano Simon Nostrano, che donò parte del ricavato di un buon affare avuto a Beirut. Coi turchi, la cattedrale fu ricostruita e trasformata in una moschea, dedicata alla figura dell’ammiraglio Ottomano Sinàn Pashà all’epoca di Solimano I detto il “Magnifico”. Sotto il dominio britannico (1914-1934), la Moschea e il minareto furono chiusi e per molto tempo l’edificio sacro venne utilizzato come magazzino, ecco da cui il nome non ufficiale di “moschea del grano“. Solo molto più tardi, nel 1964, quando Cipro divenne uno stato indipendente dal Regno Unito, la moschea fu trasferita alla biblioteca cittadina.

Non si va via da Famagosta se non si compie almeno una capatina tra i palazzi abbandonati del quartiere “fantasma” di Varosha. Qui, nell’agosto del 1974, di fronte all’avanzata dell’esercito turco dal nord dell’isola, gli abitanti fuggirono e l’esercito turco prese possesso della città. Varosha oggi è deserta e camminando per le sue strade si avverte quel senso di tristezza, quasi inquietante, che permea l’atmosfera della città; ancora oggi, a 40 anni da allora, edifici, negozi e case sono rimasti immutati nel tempo con la polvere che si sovrappone alle macerie. Molti palazzi hanno i vetri sfondati con le pareti bucherellate dai colpi dei proiettili di artiglieria e stanno cadendo a pezzi; tutti stabili disabitati, come fantasmi fermi dal tempo in cui gli abitanti abbandonarono frettolosamente la zona; recinzioni di filo spinato e fusti di latta ricolmi di sabbia bloccano il passaggio e impediscono a chiunque di entrare in tutta la zona. A pochi chilometri dalla linea (Green-Line) di confine tra le due parti, quest’area oggi è sotto il diretto controllo delle forze dell’ONU e dell’esercito turco. Il lato più triste della divisione dell’isola è tutta racchiusa qui: assurdi fantasmi del passato e monumenti alle incomprensibili idiozie che scatenano le guerre! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Cipro: ALAGADI “turtle” beach, ove nidificano le tartarughe

Alcuni tratti di costa che circondano l’isola di Cipro, sono il naturale paradiso per la nidificazione delle tartarughe. Andare a percorrere chilometri di sabbia dorata bagnata da un incredibile mare è come sentirsi proiettati in una dimensione ambientale diversa; il rispetto per il luogo, la sensibilità di chi vi abita nelle vicinanze e se ne prende cura, la protezione stessa del luogo fanno di queste spiagge il privilegiato eden per le tartarughe. Dopo aver camminato lungo chilometri di costa attraverso un paesaggio mai uguale a se stesso e con scorci ambientali che si rinnovano metro dopo metro, dopo aver visitato chiese (di rito greco/ortodosso) abbandonate dalla fuga di fedeli e sacerdoti di rito cristiano e rimasti vuoti perché circondati all’interno di una “sacca” occupata dalle milizie turche si raggiungono – ad est di Kyrenia – spiagge di una particolare bellezza; ed è proprio qui che nidificano e pongono le loro uova le tartarughe; nidi circondati da protezioni e tutt’intorno il vuoto.

Nessuna forma antropica (sdraio, cabine, ombrelloni) lungo chilometri d’ costa, che si divide tra sabbia e scogli, ma la balneazione è permessa e si può nuotare in acque limpide e cristalline proprio dove le tartarughine neonate fanno i loro primi incredibili passi. La spiaggia di Alagadi è una spiaggia libera ed è – quasi certamente – la spiaggia più famosa di Cipro per la frequentazione delle tartarughe marine, che vi depongono le uova. la Società cipriota per la protezione delle tartarughe marine, grazie ai volontari che fanno osservazioni, proteggono i nidi e fanno attività di divulgazione (tra cui il frequentatissimo turtes watch notturno). Il paesaggio viene caratterizzato da una spiaggia di sabbia rossa, sovrastata da dune costiere di sabbia più chiara coperte di vegetazione (macchia mediterranea); molto belle da vedere sul litorale sono anche le fioriture dei gigli di mare. Prima di giungere alla spiaggia c’è un punto informazione dove trovare tutte le notizie utili. Qui il mare non è particolarmente ricco di pesce, neanche attorno alle rocce o nelle praterie di alghe. Bisogna spingersi molto al largo per trovare profondità, ove l’acqua è molto più limpida, dai fondali estremamente trasparenti, ma la vita marina è piuttosto scarsa. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Cipro: “KYRENIA/GIRNE”, il lato nascosto dell’isola di Venere

Camminiamo ancora in quella parte dell’isola amministrata dai turchi. Quando si giunge alle porte di Kyrenia (Girne in turco, Κερύνεια in greco), balza subito agli occhi di come questa sia una tra le più belle e interessanti cittadine della Repubblica Turca di Cipro Nord, a pochi chilometri da Nicosia; essa è, infatti, la principale meta del turismo della parte turca dell’isola. Kyrenia/Girne ruota tutt’intorno al suo caratteristico centro storico, nonché borgo marinaro, che s’affaccia sulla spettacolare skyline dell’antico porto chiuso da un lato dai possenti bastioni del castello di Sant’Ilario che domina (dal mare) e protegge, verso l’interno, la città. Il piccolo porto di Girne, così bello e pittoresco, fu realizzato durante la dominazione veneta dell’isola; circondato da maestose ed imponenti mura, su di esso fanno da sfondo le sue moschee e le chiese ortodosse. Per queste sue bellezze paesaggistiche e caratteristiche ambientali questa cittadina, paragonata spesso a Portofino con la zona che la circonda, è da tempo soprannominata il “giardino di Cipro“.

Passeggiando tra i suoi vicoli s’incontrano particolari portoni dai disegni e dalle livree disegnate nella tipica tradizione locale, con colori che vanno dal verde intenso al blù più luminoso. Serpeggiando attraverso i suoi vicoli è possibile raggiungere l’antico porto racchiuso in una spettacolare cornice paesaggistica ben consolidata dai suoi principali punti di riferimento: il porticciolo e il Castello. Il “porticciolo” – che accoglie splendidi modelli di imbarcazioni, di cui alcune molto antiche – si presenta con una suggestiva skyeline, con le case disposte ad anfiteatro e la mole del castello che ne protegge un lato. Camminando lungo il braccio del porto storico s’incontra una sorta di torre in pietra molto simile a un faro; questa è conosciuta come la “Torre della catena”. Dialogando coi pescatori presenti sul molo siamo riusciti a comprendere che questa torre, fin dalla sua origine, ha effettivamente fatto parte di un particolare sistema di fortificazione nonché difensivo.

Essa deve il suo nome a come i veneziani la usassero come sistema difensivo; quando il pericolo era imminente, da questa veniva sollevata una grande catena posta tra la fortezza e la torre in modo da bloccare ed impedire alle navi nemiche di penetrare nel porto. Quando avvenne l’invasione turca nella parte nord dell’isola, a pochi chilometri da qui, verso ovest, posero piede le truppe da sbarco turche per stabilire teste di ponte e occupare territori ad etnia turca. Tutto il resto, sono i profumi intensi del pesce appena pescato, le urla dei venditori ambulanti, il grido dei gabbiani in volo che si lasciano trasportare dal vento, gli aromi di una cucina sapientemente speziata, gli anziani che giocano a carte o con una sorta di dama/scacchiera riparati al fresco di portali ed antichi archi in pietra; queste sono le principali caratteristiche che colpiscono il viaggiatore che, visitando l’isola, lo porta a Kyrenia, tutto il resto… è solo turismo! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

CIPRO: attraverso la “Geen-Line” ultima barriera e ultima divisione tra etnie europee e orientali

Crocevia degli spostamenti di chi si recava in Terra Santa; una delle ultime roccaforti dei Templari dopo la caduta di Gerusalemme; terra più volte contesa col silenzio/assenso delle potenze mondiali… qui la natura ha un qualcosa di magico e sembra quasi voler dialogare coi suoi ospiti. Border-line, confini, barriere, muri, filo spinato, chek-point, terre di nessuno, “Green-line”… pensavamo che nell’odierno mondo globalizzato del III millennio, dopo la caduta di ben più “pesanti” muri nel cuore d’Europa, non ci fossero più divisioni tra popoli, distingui fra etnie invece… non è così! Pace, unione e comunità sono – per molti – concetti e valori ancora lontani a certe latitudini e farli comprendere, credetemi, è una difficile impresa su cui c’è ancora tanto da lavorare.

Quel senso di inquietudine che ancora oggi si prova a dover attraversare una frontiera che divide un’antica terra (quella del “rame”), ormai divisa da 50 anni, perché le parti, purtroppo, non riescono ancora a trovare accordi su come poter vivere in pace, condividendo gli stessi benefici senza in alcun modo ledere le altrui sensibilità. Tra un Occidente che macina accordi finanziari, imprese e investimenti e corre inseguendo effimeri traguardi… e un Oriente che ancora risplende di tutte le sue possibili bellezze offerte dal Creato; da una rigogliosa natura a gioielli di arte, storia e cultura che solo la “mezzaluna” riesce ad offrire! 

Questa è un’isola che per grandezza è la terza nel Mediterraneo, questa è… CIPRO! La cosiddetta “Green Line” (la linea verde) separa la parte meridionale del territorio, e di Nicosia capitale della Repubblica di Cipro (ad amministrazione greca), da quella settentrionale, capitale dell’autoproclamata (dal 1974) Repubblica turca di Cipro (ad amministrazione turca), frutto dell’invasione turca avvenuta il 20 luglio 1974 e non riconosciuta dalla comunità internazionale. Entrandoo nella “no man’s land”, che qui viene chiamata “Green line” sotto il controllo della UNFICYP, la forza di pace dell’ONU, si avverte di come due culture, due civiltà, due mondi diversi si allontanino sempre di più! A sinistra c’è l’edificio diroccato e le pertinenze rinselvatichite del glorioso Ledra Palace Hotel e a destra una serie di altre costruzioni abbandonate, spesso con ancora ben visibili i fori dei proiettili delle brevi giornate di battaglia oggi presidiate da un improbabile paesaggio.

Qui dal 2011 ha preso posizione, stabilendo un suo presidio, la “Home for Cooperation“, gestita dall’associazione per il dialogo AHDR. I quartieri a ridosso della linea di confine tra le due parti contrapposte sono aperti ai turisti, almeno attraverso le loro principali strade prestando però attenzione che sono sotto la stretta sorveglianza militare da entrambi le parti. Ci si aggira quindi come alieni tra quelli che un tempo erano case, alberghi, negozi, teatri, oggi tutti in abbandono e in rovina da quando, nel 1974, ci fu l’esodo in massa della popolazione greca verso sud, messa in fuga dai militari turchi d’occupazione e dalle milizie turco-cipriote. Le divisioni non portano mai ad una conclusione condivisa e ad una definitiva risoluzione del problema; fino a quando le armi (anche se silenziose) verranno mostrate, l’astio continuerà a pervadere nell’animo dei ciprioti tutti… che oriente e occidente possano continuare a confrontarsi e a venirsi incontro, mostrando finalmente così il loro lato più bello: quello di una umanità condivisa e solidale! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Cipro: Nicosia nord, Caravanserraglio di Buyuk Han, incontri e storie d’altri tempi

Il caravanserraglio Büyük Han si trova nel mezzo di un’isola al centro del Mediterraneo (chiamato anche Lefkoşa). Costruito nel 1572, esso fu occupato dai turchi poco dopo la conquista dell’isola da parte degli Ottomani, e a tutt’oggi è considerata la più antica struttura turca presente su quest’isola. In epoca ottomana la “Han“, ovvero la locanda, era utilizzata come albergo per i mercanti e i viaggiatori del tempo. Il profumo del fieno, l’olezzo del letame delle cavalcature, i fumi di una cucina a base di carni e verdure, le urla per richiamare l’attenzione ed invitare all’acquisto, l’ombra di porticati eretti con blocchi in arenaria che offrono perenne frescura dalla canicola… atmosfere di un tempo in cui il commercio era fiorente lungo le principali rotte del Mediterraneo tra i fasti di un occidente in decadenza e un oriente sempre più prodigo di meraviglie. Il caravanserraglio fungeva principalmente da ostello per i viaggiatori del tempo. Luogo in cui i mercanti e i viaggiatori sostavano, ed i carovanieri spesso cambiavano anche i cammelli o le cavalcature. Il caravanserraglio di Nicosia oggi si presenta con la sua architettura originale del XVI secolo, sicuramente restaurata, ma che non ha perso nulla del suo fascino.

All’interno delle sue spesse mura, si era al sicuro dai ladri, quindi le merci al seguito e gli animali da soma per il trasporto erano in un posto sicuro. Il Büyük Han (Han è la parola turca per indicare il caravanserraglio) di Nocosia si presenta con due piani: al piano terra venivano ospitati gli animali ed alcune piccole botteghe, al piano superiore invece c’era la zona notte dei viaggiatori che potevano alloggiare in particolari e fresche cellette. L’ampio cortile fungeva principalmente da mercato e luogo di scambio per le numerose merci provenienti da vicino e da lontano. Nati come luoghi per assicurare il ricovero dei viandanti, adesso sono una sorta di monumento con una vocazione simile: quella di accogliere i turisti per pranzare ed invitare ad acquistare oggetti del luogo. Posto a pochi minuti dall’ingresso nella parte turca della città esso è da visitare assolutamente. E’ consigliabile la visita al mattino presto o nel tardo pomeriggio, quando le chiassose comitive di turisti si allontanano e si possono fare belle foto. Ancora una sosta al fresco per riprendersi dal caldo prima di ricominciare a camminare ed andare alla scoperta di altre storie (e cose belle) da raccontare di Cipro. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ad Imlil (امليل, Marocco) tra sperduti villaggi berberi ai piedi dell’Atlas.

Queste vallate che s’aprono alle pendici settentrionali dei monti dell’Atlante sono state abitate fin dal Neolitico, in gran parte da popolazioni di etnia Berbera. Questi popoli riflettono l’essenza di quello spirito che da sempre li identifica, e cioè “Uomini liberi” dall’originario significato della lingua Imazighen che – con lo scorrere del tempo – derivò dal termine “barbaro” di matrice greco-latina. La popolazione del Marocco si sente berbera e non araba e questo è un conflitto che li perseguita da sempre. In particolare, poi, in questa zona del Marocco, vivono esclusivamente popolazioni berbere e, osservando le usanze di questa gente, povera ma molto orgogliosa delle loro tradizioni, queste vengono tramandate di generazione in generazione sempre e soltanto attraverso la parola. Qui, in questa parte d’Africa, la cultura berbera affonda le sue radici nelle sabbie del Sahara che s’apre sull’orizzonte oltre la gigantesca catena di montagne che s’aprono davanti ai nostri occhi. Prima di raggiungere le montagne però abbiamo la possibilità di poter fare una visita a una tipica casa berbera. Appena varcati la soglia d’ingresso, ove una sorta di tenda/tappeto funge da porta, dimentichiamoci qualsiasi tipo di comfort, anche se per i proprietari della casa sembra di possedere una reggia, anche se si fa presto l’abitudine ad essere circondati da insetti e moscerini di varia grandezza.

Le mura, calde d’inverno e fresche nelle più assolate estati, sono realizzati della solita argilla, mista a paglia e qualche mattone misto di sabbia e terracotta; mentre gli ambienti sono divisi tra stanza da letto, una sottospecie di salotto, una piccola stalla vuota, un piccolo frantoio mosso dalla forza di una grossa mola in pietra sospinta dal perpetuo giro di un asinello, e infine la cucina all’aperto con un lavatoio e un forno dove poter cuocere il cibo. Dopo aver ancora superato chilometri di un deserto roccioso, dislivelli non indifferenti fra tornanti polverosi e case fatte tutte di paglia e argilla; le famose “case rosse” del Marocco tutte, rigorosamente, con la parabola satellitare, eccoci proiettati nel bel mezzo di un paesaggio dal sapore alpino. Come attraverso una finestra spalancata, il paesaggio s’apre sulla rigogliosa Valle d’Ourika, famosa per la massiccia presenza di numerosi villaggi sparsi sulle pendici abitati da popolazioni berbere che qui – da sempre – vivono e coltivano i terreni grazie alla presenza delle bellissime acque fiume Ourika, che scorrono attraverso le gole di Asni, un pittoresco villaggio arroccato lassù in alto noto per il suo mercato settimanale del sabato, il percorso prosegue lungo una verde vallata dove i suggestivi profili di bellissime montagne, imponenti bastioni naturali, giocano con i colori della natura dall’alba al tramonto.

Si raggiunge il villaggio di Imlil, a 1740 metri sul livello del mare, ai piedi delle pendici del vicino al monte Toubkal, la cima più alta del Nord Africa, in una cornice paesaggistica all’interno di uno scenario naturalistico di grande fascino. Qui gli abitanti, tutti estremamente gentili ed accoglienti, permettono, a chi raggiunge il villaggio, di scoprire le attività artigianali, di entrare nelle loro case per pranzare insieme, di assaporare il tradizionale tè alla menta, gustare l’ottima cucina locale caratterizzata dal tajine a base di montone o pollo, di saggiare le molteplici varianti del cous cous, di prendere lezioni di cucina e di fare escursioni nelle natura circostante. Il simpatico villaggio di Imlil, nell’Alto Atlante, si trova proprio nel cuore del parco nazionale del Jbel Toubkal. Imlil è una tappa necessaria, se non addirittura fondamentale, prima di cominciare qualsiasi escursione, trekking o tappe di avvicinamento per arrampicare che portano al Toubkal, utile base ove poter acquistare provviste e tutto il necessario per i trekking e le ascensioni.

Molti sono i sentieri che puntano verso l’alto, ma il nostro obiettivo – vista la poca disponibilità di tempo – non è raggiungere la cima dell’Atlante, quel Toubkal che tocca i 4167 metri d’altezza, ma conoscere le bellezze paesaggistiche e ambientali che riesce ad offrire lo spettacolo della natura in questa parte di mondo. Superati un primo forte dislivello, il sentiero sembra quasi planare; tutt’intorno una copiosa foresta di alberi (betulle e conifere) e rocce che s’impennano verso l’alto fino a chiudere quasi l’orizzonte. Si cammina seguendo la direzione di un ruscello canalizzato che, grazie alla forte pendenza, riesce più facilmente a raggiungere i terreni da irrigare. Il sentiero serpeggia tra le rocce e saltella da una sponda all’altra delle rive del torrente; supera inizialmente guadi realizzati con grosse pietre appositamente incastrate nell’acqua e ponti legati con corde, passamani, steccati e passerelle in legno fino a raggiungere la spettacolare cascata di Setti Fatma, il primo di una serie di salti che più a monte raccolgono le acque che giungono dallo scioglimento delle nevi. Osservare il triplice salto che eroga la potenza di queste acque ricostruisce e consolida sempre di più quel rapporto armonico che da sempre si connette tra uomo e natura; la cascata e il sentiero percorso per raggiungerla sono – credetemi – come il paradiso in terra.

Per il rientro ad Imlil appena raggiunti le prime case di un villaggio abbarbicato sulle rupi a ridosso di Imlil si compie un altro percorso raggiungendo il lato opposto (destra orografica) della vallata. Attraversiamo campi coltivati a ortaggi, una folta foresta determinata da giganteschi tronchi le cui basi raggiungono anche gli 8/10 metri di circonferenza, fino a raggiungere case/laboratori (costruzione e vendita di tipici tappeti della cultura berbera), erette sul ciglio di dirupi, che si spalancano sui paesaggi della vallata. Raggiunti la rotabile in pochi minuti di discesa l’intenso profumo della cottura di un tajin ci riconduce nuovamente ad Imlil, termine di questa escursione che per qualche ora ci ha fatto vivere e scoprire le atmosfere delle montagne dell’Atlante; quei profili montuosi che – per qualche decina di minuti prima del rientro – seduto a contemplare su un enorme tappeto berbero, non mi sono mai stancato di osservare. Il “mal d’Africa” passa anche attraverso questi momenti… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Le donne di ZAWIYT NBOHITA (الزاوية نبوحيتة) le “mimose” del deserto; storie di emancipazione, riscatto e orgoglio nel cuore del Marocco

In questa regione dell’Africa occidentale, che affonda le sue sponde nelle acque dell’Oceano Atlantico, emergono storie di donne che ti fanno scoprire e conoscere uno dei lati più belli, misteriosi e affascinanti del mondo islamico femminile: quello delle donne di stirpe BERBERA (quelle del “Popolo Libero”). Storie che, spesso, vengono accostate a quelle della principale produzione che offre questa terra: i semi della pianta di “argan” da cui si estrare il prezioso nettare conosciuto in occidente come olio di Argan e molto usato in cosmesi dalle donne di tutto il mondo.

Le donne berbere e l’olio di argan sono un connubio indivisibile qui in Marocco. Durante una tappa di avvicinamento alle pendici settentrionali dei monti dell’Atlante abbiamo incontrato, presso il villaggio berbero di ZAWIYT NBOHITA nella valle del Ghighaya, alcune di loro riunitesi in cooperativa, ed abbiamo visitato una delle decine di queste imprese (composte da sole donne) sparse – per chilometri – su un ampio territorio ai piedi dell’Atlante. L’argan è un prodotto di tradizione molto antica, realizzato da mani femminili per essere utilizzato dalle donne di tutto il mondo.

L’olio di Argan viene chiamato “l’oro liquido del Marocco” e si estrae a partire dalle bacche verdi degli Argan (pianta conosciuta come Argania spinosa o Argania sideroxylon) che sbocciano sugli alberi su cui – molto spesso – si vedono arrampicare le capre che brucano questi frutti. Il procedimento lavorativo per ottenere il prodotto finale comincia con la raccolta delle bacche da cui si elimina la polpa (ottimo cibo per gli animali) mentre si trattiene, invece, il seme dal cui interno si estrare una specie di mandorla che, sottoposta a molatura, eroga una pasta oleosa.

Tutta la lavorazione segue un tradizionale procedimento – principalmente fatto a mano – che si perpetua fin dalla notte dei tempi e solo, ed esclusivamente, le donne berbere di questi territori sanno come estrarre l’olio. Le aziende cooperativiste nate negli ultimi anni in Marocco offrono lavoro a donne di tutte le età. Diversi anni fa, ancor prima che il prodotto divenisse di largo consumo in cosmetica, le donne producevano l’olio all’interno delle proprie case; mentre i loro mariti lo vendevano sui mercati e si trattenevano i soldi del ricavato. Fin quando, quelle stesse donne non hanno preso consapevolezza delle proprie capacità (lavorative ed imprenditoriali) ed hanno deciso di scendere direttamente in campo per la produzione e vendita di questo prodotto

Ora, queste donne dal nobile e fiero aspetto decise ad impegnarsi a fondo in queste attività che va dalla raccolta al prodotto finito pronto per la vendita (e spedizione in tutto il mondo) non hanno bisogno dei soldi dei loro mariti, li guadagnano direttamente loro gestendo il ricavato in prima persona. Ciò ha portato a risvolti positivi per l’emancipazione delle donne locali e per le intere popolazioni femminili in quest’angolo d’Africa.

Questo ciclo produttivo ha portato indipendenza ed emancipazione nel mondo femminile africano, specialmente nella vita delle tante donne assoggettate da sempre ai propri mariti; questo ha favorito una importante crescita nella scala sociale; un risvolto della medaglia in cui donne componenti (o facenti parte) di comunità spesso emarginate in questo modo hanno guadagnato spazio e credibilità nella scala sociale.

Perciò, ogni volta che una donna occidentale utilizza questo speciale unguento per la propria pelle, ora capirà tutto il mondo, le azioni, le fasi, i momenti… che si celano dietro la produzione dell’olio di Argan. Senza nulla togliere alle altre importanti figure femminili presenti nella nostra società, questo 8 marzo lo dedico a loro, alle “donne berbere!” AUGURI… a tutte voi! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Agafay desert (اكفاي – MAROCCO) un te sotto la tenda e a spasso per il deserto

A poche decine di chilometri a sud di Marrakesh s’apre uno spettacolo naturalistico e ambientale di notevole bellezza: chilometri e chilometri di silenzio tra l’immensità di paesaggi che si perdono all’infinito, mentre nel mezzo… il nulla del deserto di AGAFAY.

Anche se il più ambito (e sabbioso) Sahara si trova a molti chilometri più a sud, questa esperienza “desertica” nell’Agafay si avvicina molto a quella del più celebre deserto. Tutt’intorno, per decine e decine di chilometri non c’è nulla, solo un vasto altopiano roccioso ove ogni tanto, in lontananza, si scorgono muretti di pietre a secco (ovili) e qualche pastore che segue il suo sparuto gregge di capre che pascolano in una distesa di altopiani rocciosi che creano un affascinante luogo, molto simile ad un autentico paesaggio lunare.

L’alto spirito di accoglienza e ospitalità che contraddistingue queste popolazioni stanziali nel deserto, tra berberi e nomadi tuareg, ha dell’incredibile. Appena raggiunti una piccola oasi che – improvvisamente – compare nascosta dietro una duna ecco comparire una piccola oasi; ma più che un’oasi è il risultato di come queste popolazioni riescano a ricavare, in un ambiente così aspro e – all’apparenza – inospitale, un angolo di paradiso davvero inaspettato: campi sapientemente coltivati ad ulivo e sufficientemente irrigati da acqua di pozzo astutamente ricavata da una falda sotterranea. Una grande vasca ricavata in un recinto di pietre a secco contiene centinaia di litri d’acqua che una pompa provvedere a trasferire nei canaletti appositamente ricavati tra i piccoli filari ulivati.

In un ampio spiazzo tra questi alberelli (che sembrano grossi cespugli) si ergono almeno 4 grosse tende, che si rifanno alla tradizione beduina; esse sono state realizzate per accogliere i viaggiatori che si trovano a transitare da queste parti. Qui, prendere parte al rito del te intriso con la menta sorseggiandolo seduti intorno ad un tavolo basso accovacciati su tappeti multicolori e cuscini dagli incredibili disegni, più che una tradizione che evidenzia l’ospitalità di questa gente, esalta la gentilezza dell’accoglienza e la cura che si esprime verso il forestiero per farlo sentire accolto in casa come amici e non come una fugace visita di forestieri di passaggio; oltre al te, coronano questa piacevole sosta anche biscotti preparati al momento, salsine, pane, marmellate, burro, spezie ed olive accuratamente preparate per l’occasione.

Qui i colori, in questa parte dell’Africa, vanno dall’ocra più intenso al rosso più sbiadito, incorniciando – laggiù sullo sfondo a sud – le aree aride della “cordillera atlantica”. Nonostante la loro latitudine, l’altitudine di queste montagne ti permetterà di vedere le cime innevate. Volgendo lo sguardo a mezzogiorno, se la giornata è nitida sono possibili scrutare i profili innevati delle montagne più alte dell’Africa settentrionale; quei monti dell’Atlante su cui domina, su tutti, la cima del Toubkal. Una escursione a dorso di dromedario (non cammelli) è il clou più interessante e divertente della giornata; col suo passo lento e costante l’itinerario attraversa un ambiente naturale perfettamente conservato ove sembra di attraversare un incredibile paesaggio lunare scoprendo, oltre l’orizzonte, delle piccole oasi e ammirando pastori al seguito di centinaia di pecore pronte per il pascolo sulle arse colline incuriositi da cosa mai avrebbero mangiato queste pecore in un territorio così secco, inospitale e senza un filo d’erba.

La particolarità di questo luogo avvolto dal più assoluto silenzio, è che si sta attraversando un deserto di pietra e rocce ove lo sguardo – oltre ogni possibile orizzonte – offre un panorama unico, nel quale si susseguono bianche dune che si alternano a lievi ondulazioni in roccia rossastra, come calanchi in calcarenite, la cui forma e colore ricordano molto da vicino quelle Sahariane di Erg Chebbi. Il capo-carovana guida i passi dei dromedari lungo polverose e assolate piste; in lontananza si scorgono sparuti gruppi di case, più che altro 4 pareti in pietra con il tetto di palme, raccolte all’interno di recinti realizzati con pietre a secco del deserto. Come piccoli villaggi esse sono raccolte intorno ad un palmizio, ciò a testimoniare che in quel luogo la sapiente maestria di chi ci vive e la dura esperienza della vita nel deserto, hanno contribuito nel riuscire a trovare, e a ricavare dal sottosuolo, pozze d’acqua (spesso non potabili) utilissime ad irrigare quei pochi metri di deserto che si riescono a ricavare come colture di bacche, ortaggi e verdure, nonché di ulivi.

L’Agafay, come in molti magari credono di aspettarsi, non è un deserto sabbioso come quello del più blasonato Sahara; esso è, piuttosto, un immenso altopiano di terra arida che – per decine e decine di chilometri – offre una vera, autentica sensazione di deserto da godere soprattutto nei periodi giusti dell’anno. Qui la steppa locale determina anche le contrastanti condizioni climatiche in una terra eccessivamente arida tale da riuscire ad offrire giornate con temperature infernali che si alternano a notti estremamente fredde. Nei periodi più caldi dell’anno in questo deserto le temperature massime riescono a raggiungere (e superare) anche gli spaventosi 40 gradi, per cui queste escursioni su dromedario sono possibili effettuarle o all’alba o al tramonto.

Per il resto, poi, lasciarsi cullare dalla fantasia e sognando ad occhi aperti di poter essere un califfo, o magari l’avventuriero Lawrence d’Arabia o – meglio ancora – l’icona del perfetto cavaliere berbero spesso incarnato dal celebre attore Omar Sharif, riempie di pensieri, di emozioni e di sensazioni il resto dell’escursione ammirando gli splendidi scenari del paesaggio circostante in un’autentica estasi contemplativa. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Marrakesh/Marocco (مراكش)… dal vivace caos della Medina ai silenzi meditativi di Koutoubia

Tre sono i principali luoghi da non perdere in questa magica “città rossa”: il dedalo di vicoli, supportici e traverse del souk che si ramificano nella sua parte più vecchia (la MEDINA) dichiarata – fin dal 1985 – Patrimonio UNESCO; il vivace caos della piazza JEMAA el FNAA; e l’austera (e antica) “Moschea dei Librai” di KOUTOUBIA.

La Medina è un qualcosa di inimmaginabile. Si tratta di uno sterminato numero di vicoli e vicoletti pieni di bancarelle e negozietti. Completamente coperto da tende di vario genere che quando alzi gli occhi in alto è difficile vedere un barlume di cielo e non si vedono punti di riferimento per cui è facilissimo rischiare di perdersi. I silenziosi cortili e i tortuosi vicoli che caratterizzano la MEDINA sono un continuo rincorrersi di souk colorati, che si alterna alla tipica architettura moresca e a giardini accuratamente nascosti.

Quello che noi oggi conosciamo come “città vecchia”, o “centro storico”, è tuttora completamente cinta di mura, che racchiudono al suo interno un universo di colori, odori, rumori; antichi monumenti, mercati (i vari Souk), quartieri (quali la Kasbah e il Mellah), ma anche hotel e dimore (i Riad), oggi ristrutturate e riportate ad un antico splendore un po’ come gli occidentali b&b. In questo intricato labirinto è facile perdersi percorrendo i vicoli dei souk senza una meta precisa; ove si alimenta il fascino per la scoperta, si è coinvolti dalla curiosità che ad essa conduce, riservando – di volta in volta – conquiste inaspettate e scorci di angoli insospettabili; tutto questo alternarsi di momenti alimenta gli occhi e l’anima, contribuendo a edificare nella nostra mente immagini e ricordi che, sicuramente, resteranno per lungo tempo impressi.

Racchiusa entro un cordone di mura rosa (lunghe circa 19 km) che si ripete, come scatole cinesi, fino al margine della città moderna, la Medina altro non è che un contenitore di anime vaganti che si trastullano tra la vivace magia del momento, colori mai uguali a sé stessi e rumori che si rincorrono tra portali finemente decorati e vicoli ove scorgere la luce del sole risulta essere un’ardua impresa. Qui, anche ripassando dalle stesse strade ogni volta si hanno nuovi scorci e nuove sensazioni. Innumerevoli sono negozi che offrono ogni tipo di mercanzia, con particolare riferimento a spezie ed erbe, tappeti, ceramiche, pelletteria, artigianato di metallo battuto e terrecotte grezze o smaltate, cibi locali, colori e odori locali, laddove – trattare sul prezzo richiesto – è la tipica consuetudine locale.

Qui a Marrakech hanno tutti da fare. Chi cuce, chi salda e batte al tornio, chi prega, chi spolvera, chi bagna i pavimenti, chi traina un improbabile calesse ricavato da quattro assi poggiate su due ruote (di auto o di moto) e trainato dal flemmatico passo di muli o asinelli. L’atmosfera che si respira nelle viuzze piene di botteghe di cuscini, tappeti, piadine e frittelle preparate al momento, spezie in sacchi multicolori e vestiti su stampelle agitate dal vento risulta essere autentica, confusa, coinvolgente. Qui tutti vendono, tutti comprano; tutti corrono all’affannosa ricerca di qualcosa ma, spesso, nessuno sa che cosa! In questo allegorico caos di frenetici momenti ed elementi, due sole cose rendono calma e quieta l’atmosfera: la voce del Muezzin, che invita alla preghiera, e i gatti che si trastullano nei luoghi più impensabili. La prima segna il tempo che sembra non esistere; per i secondi, invece, dormire infischiandosene del tutto è la più salutare delle azioni.

Eccoci finalmente giunti in quel luogo considerato come un vero teatro all’aperto, l’anima pulsante di questa città: la Piazza JEMAA el FNAA, ove tutti sono attori e recitano una parte rendendo il posto unico nel suo genere: suonatori; danzatori; incantatori di serpenti; chioschi di spremute d’arancia, con bancarelle da cui salgono piramidi di agrumi e frutti d’ogni genere; banchetti che (espongono ed) offrono ogni sorta di cibo, dalle fritture di pesce alle carni sulla brace; tatuatori occasionali; domatori di scimmie. Una miriade di prodotti in vendita, tutti esposti senza il prezzo (qui in Marocco, e soprattutto a Marrakesh, la trattativa è una consuetudine); i tanti e coloratissimi tappeti che si alternano ai costumi tipici della tradizione locale; e poi ancora i profumi, le essenze, gli olezzi dei cibi cotti al momento e i ritmi alienanti della musica popolare che si ripetono all’infinito. La piazza è il centro della vita (turistica, economica e commerciale) cittadina, mentre di sera, dal tramonto in poi – al calar del sole – si anima incredibilmente divenendo un autentico palcoscenico all’aperto in cui la musica tradizionale fa da colonna sonora con vari gruppi di “artisti” intorno a cui si raccolgono capannelli di gente coinvolti ad ascoltare con esibizioni di cantastorie, astrologi, suonatori, incantatori di serpenti, mercanti di qualunque genere di merce; qui l’atmosfera è indimenticabile, irresistibile, unica al mondo!

In fondo all’ampio viale che, partendo dalla piazza, si protende verso sudest, si staglia Il Minareto della Moschea di Koutoubia che è sicuramente uno tra i più alti dell’Africa settentrionale; esso è ben visibile da ogni angolo della città e, come un faro, è un sicuro punto verso cui orientarsi. Considerata una vera “icona” di Marrakesh essa è una delle principali moschee islamiche ed è, senza dubbio, la più importante della città. Il suo nome, che in arabo significa “moschea dei librai”, indicherebbe l’esistenza, negli immediati dintorni, di un antico souk di botteghe in cui si vendevano libri e testi sacri sin dalla sua costruzione. Com’è risaputo, ma d’altronde non poteva essere diversamente, l’accesso alla moschea è preclusa ai non musulmani (noi ci contentiamo di ammirarne le fattezze, i colori e i materiali), e quindi la sua parte visitabile è limitata al percorso esterno lungo il suo perimetro. Il Minareto della Moschea, conosciuta anche come il “faro” è una bella torre di epoca almohade simbolo di Marrakech e dell’intero Marocco, è realizzato a pianta quadrata di circa 12 metri di lato, per circa 70 metri di altezza; esso ospita sei sale sovrapposte, ed attorno ad esse, lungo il suo perimetro, corre una rampa, lungo la quale salivano i muli che portavano sulla sommità il materiale necessario alla sua edificazione.

In cima al Minareto, una piattaforma con balaustra merlata, fa da base ad un lanternone alto circa 16 metri, che porta sulla sommità quattro sfere sovrapposte di diametro decrescente, realizzate in rame dorato. Una locale leggenda narra di come, inizialmente, le sfere fossero state fuse in oro, utilizzando i gioielli della moglie del sultano, accusata di aver rotto il digiuno del Ramadan. Le quattro facciate del Minareto sono diverse tra loro, e presentano fini decorazioni con archi intrecciati, maioliche verdi e azzurre, pitture e stucchi. Ai suoi piedi si aprono i suoi splendidi giardini ricchi di palme, aranci e panchine su cui rilassarsi e prendere fiato dal caos della piazza principale e dei souk. Qui un tempo, dall’alto della sua sommità, il muezzin (sorta di sacerdote) richiamava l’attenzione, con la voce distorta dal megafono, invitando alla preghiera tutta la popolazione; oggi invece una voce preregistrata, quasi come un canto/lamento, invita lo stesso alla preghiera ed anche se i musulmani sono intenti nelle loro faccende quotidiane, non hanno necessità di fermarsi e pregare, basta scorgere con lo sguardo indiscreto il loro labiale, siate certi che stanno pregando!

Marrakesh, autentico biglietto da visita per scoprire uno degli infinitesimi angoli dell’Africa; ma siamo sicuramente certi che addentrandosi verso le desolate terre dell’interno, fra deserti in roccia e terra rossa e montagne oltre i 4000 metri d’altezza, questa terra riserva ancora innumerevoli sorprese. Follow me..! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

JERUSALEM: הכותל המערבי, HaKotel HaMa’aravi, Kotel, Ḥāʾiṭ al-Burāq, Muro di al-Burāq “Muro del Pianto” (o Muro Occidentale del Tempio)

Il principale monumento che più si identifica con lo spirito di Israele e che celebra la magnificenza della città santa di Gerusalemme, non può essere che questo: il Muro del Pianto, un luogo dal grande impatto emotivo, ancor prima che religioso. Nel contesto, quello che è visibile ancor oggi ai nostri occhi altro non è che l’antico “tratto” di mura del Monte del Tempio – più o meno ove oggi sorge la “Spianata delle Moschee” – principale luogo di pellegrinaggio e preghiera che attira fedeli, pellegrini e viaggiatori da ogni parte del mondo.

Raggiungere la grande spianata che si estende ai piedi del muro è già di per sé un’impresa nell’impresa. Per visitare il Muro del Pianto di Gerusalemme è necessario passare uno severo controllo di sicurezza prima di accedere alla piazza principale. Da qualsiasi angolazione della città vecchia si accede, si dovrà passare attraverso un metal detector ove le guardie – se lo ritengono – possono anche perquisire gli zaini o le borse al seguito e chiedere documenti di riconoscimento (passaporto) e provenienza. Difatti bisogna superare almeno il controllo di 6 check-point tra polizia (in divisa nera), forze speciali di sicurezza israeliane (in tuta grigio/verde e armate di tutto punto, machete compreso) e guardie armate (in tuta mimetica/sahariana) a difesa del muro. Una parete in blocchi di calcare (conosciuta anche come pietra di Gerusalemme) che si erge nello stesso luogo ove sorgevano il 1° e il 2° Tempio giudaico distrutto dai Romani, un periodo che segnò – inevitabilmente – un prima e un dopo nella travagliata storia di Gerusalemme. Le controversie storiche del muro lasciano intendere che Tito, mettendo a ferro e fuoco la città, volesse lasciare in piedi il muro occidentale per commemorare la vittoria di Roma sulla Giudea, mentre gli Ebrei attribuiscono al muro la “sacra” promessa fatta a Dio per proteggere questa parte di Tempio a sigillare la sua alleanza con il popolo.

Appena entrati nella spianata risalta subito agli occhi tutta la magnificenza di questo monumento religioso; il più sacro per tutto l’ebraismo. Qui, dopo le vicissitudini della “Guerra dei Sei Giorni” del 1967, Gerusalemme fu posta sotto la sovranità amministrativa israeliana, non tenendo affatto conto che la stessa valeva (e vale a tutt’oggi) anche per la parte palestinese che ritiene Gerusalemme come sua capitale sia amministrativa che religiosa; la spianata è sede di raduni e manifestazioni religiose.

Questo luogo sacro resta, da sempre, il punto di riferimento per tutti gli ebrei che vivono al mondo. Giungono qui da tutte le parti per pregare e chiedere l’arrivo del Messia, il ritorno degli esiliati, la ricostruzione del tempio e fare molte altre richieste ancora. Salta subito agli occhi di come la grande spianata sia suddivisa in due parti ben distinte: quella a sud, che occupa un terzo della superficie del muro, è riservata alla preghiera delle donne; mentre la parte a nord, lunga i due terzi dell’intera parete, è riservata al culto e alla preghiera professata dagli uomini. La lunghezza effettiva del muro è di 488 metri, coperti in gran parte dalle case del quartiere musulmano, e ciò che è visibile da tutti sono gli unici 60 metri. Solitamente le preghiere degli uomini risultano essere molto più sorprendenti, poiché questi cantano e recitano i salmi ad alta voce, formano gruppi di preghiera collettivi e scuotono freneticamente la testa, compiendo ripetutamente a tratti il gesto dell’inchino come segno di devozione davanti al muro. Solo recentemente, dal 2013, le donne possono anch’esse pregare ad alta voce e usare gli stessi simboli religiosi degli uomini. Nelle due aree del Muro del Pianto ci sono scaffali (specie di leggii) che sorreggono copie della Torah (i testi sacri delle preghiere ebraiche), messe lì a disposizione per tutti coloro che vogliono pregare e numerose sedie per sedersi davanti al muro. Proprio sotto il muro, invece, sono appoggiati alla parete alcuni tabernacoli in legno (specie di confessionali di matrice cattolica) chiusi con tendine in seta colorata e che al loro interno custodiscono testi sacri della Bibbia “arrotolati”.

Tra i rituali più significativi che possono scoprirsi (e conoscerne la loro origine) è vedere decine e decine di persone pregare ad alta voce ed invocare frasi spesso incomprensibili; oppure restare sorpresi nell’osservare quei tanti (grandi e piccoli fedeli) che appoggiano la propria fronte sui grossi blocchi di pietre che compongono il muro. Altri invece indossano al collo (oppure cingono la testa) una sorta di grande sciarpa color sabbia o bianca sfrangiata ai cui lembi sono due o tre strisce scure; le stesse strisce (in tessuto o in cuoio) che arrotolano intorno al braccio sinistro a simboleggiare il forte legame che esiste tra anima e cuore col proprio Dio. L’accesso alla spianata è consentito a chiunque, di qualsiasi religione esso sia. Avvicinarsi al muro è possibile per tutti coloro che vogliono scoprire più da vicino i particolari rituali che contraddistinguono la religione ebraica. Raccontando questi momenti, visti soltanto dalla parte “maschile” del muro, emerge ancora il fatto che chi non è di religione ebraica e desidera avvicinarsi al muro, è invitato ad indossare la “kippah”, una sorta di papalina (o un cappello che copra il capo) in segno di rispetto per il luogo sacro in cui ci trova. A margine di un angolo della spianata un celebrante consegna i fogliettini su cui scrivere le proprie intenzioni di preghiera; fogliettini che si arrotolano e, trovandosi di fronte al Muro, si rinnova un rituale che si perpetua nel tempo, cercando un interstizio ove poterlo inserire.

Vedere da vicino il fervore espresso dagli ebrei più religiosi e comprendere i rituali degli ortodossi è l’atmosfera unica che qui si respira quel giorno. Il Muro del Pianto è uno dei luoghi più sacri per l’ebraismo. L’accesso è gratuito e chiunque può avvicinarsi al muro per pregare, a qualunque religione esso appartenga. Non ci sono mai abbastanza parole adatte per descrivere l’emozione che si prova alla sola vista di tutto ciò; la magnificenza per queste opere e la suggestione che emerge tra questi luoghi intrisi di santità e pregnanti di storia. Ci si avvicina con la curiosità del viaggiatore (fedele o pellegrino che esso sia) per poi ritrovarsi immerso, pur fra tanta gente di fede diversa, in un profondo momento di raccoglimento così personale e spirituale. Quasi senza accorgersene ci si trova accomunati a pregare nello stesso luogo sacro insieme a tanti fedeli di religioni diverse, ma tutti col pensiero rivolto verso un unico Dio.

Toccare il Muro con le proprie mani, appoggiarle alla ruvida superficie è – credeteci – un’emozione unica, irripetibile che almeno una volta nella vita, se fosse possibile, è da provare; qui riesce davvero impossibile non avvertire la magia e la spiritualità di cui questo luogo è intriso! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)