Non puoi dire di essere stato a Cipro se non hai camminato tra le bellezze storiche, artistiche e architettoniche di questa città, nonchè lanciare uno sguardo ai suoi quartieri abbandonati, per capire – da vicino – le incomprensibili divisioni di un territorio conteso da anni. Famagosta è, soprattutto, la città più incredibile dell’isola. É impossibile evitare di rimanere incantati dalla sua magnifica bellezza. Fra i tesori in essa custoditi si evidenziano: l’immensa cattedrale gotica con un minareto in cima, decine di straordinarie chiese tutte dirute e in completo stato di abbandono, un quartiere fantasma. In questa città il tempo si è fermato al 1571 l’anno in cui, dopo un assedio di dieci mesi, i duecentomila soldati di Lala Mustafa Pascià sconfissero gli ottomila soldati dell’esercito veneziano e greco, agli ordini di Marcantonio Bragadin. Numerose sono le rovine di chiese bizantine sparse nel centro storico; molti dicono che fossero almeno 100, altri ancora narrano che un edificio di culto fosse stato eretto per ogni giorno dell’anno, tanto da renderla una città ricca, magnifica, tale da renderla uno dei gioielli del Mediterraneo. La città, molto eterogenea, presenta una varietà di edifici di culto dalle molteplici confessioni: cattolici, ortodossi e armeni, oltre a cappelle di principali ordini militari. Per secoli fu crocevia obbligato nello scambio di merci tra Oriente ed Europa, divenendo così la più ricca città del Mediterraneo. Famagosta, dal 1489, divenne la principale roccaforte dei Veneziani sull’isola e fu qui che i maggiori lavori di fortificazione difensiva vennero concentrati. La conquista turca nel 1571 modificò il destino di Famagosta. Dal 1974, poi, a causa degli scontri militari tra greco-ciprioti e turco-ciprioti, durante quei pochi giorni di battaglia Famagosta si ritrovò a pochi chilometri dalla linea di confine. Il suo centro storico si evidenzia tra abbazie dirute e chiese trasformate in moschee.
Avvicinandosi alla città, per accedere nel suo fulcro principale e conoscere alcuni tra i suoi principali monumenti, si transita dalla “Porta di Terra”; sulla sinistra, verso il mare, compaiono i possenti bastioni della “Torre di Otello”, mentre a destra – nelle adiacenze di un crocevia – in una sorta di catino prativo si ergono gli spettrali ruderi della “Latinlerin St. George Kilisesi”, la Chiesa di San Giorgio dei Latini, prima chiesa parrocchiale cattolica di Famagosta, classico esempio di architettura tardo-gotica, costruita verso la metà del XIII secolo; per la sua costruzione furono utilizzati materiali giunti dalle rovine della vicina Salamina. La sua distruzione avvenne tra il 1570-1571 durante l’assedio turco della città e ciò che oggi resta delle mura (le caratteristiche monofore), evidenziano quel grande esempio di architettura sacra del primo gotico. Osservando da vicino alcuni suoi particolari stilistico-decorativi si scorgono: colonne sottili incorporate alle pareti, con una elaborata manifattura di figure religiose o stemmi gentilizi; un gargoyle inciso a forma di monaco con la bocca aperta, probabilmente usato per drenare l’acqua dalle pareti, e un leone che divora un agnello.
Dopo poche decine di metri si giunge nella piazza principale su cui si staglia, in tutta la sua magnificenza, la Cattedrale di San Nicola, oggi Moschea di Lala Mustafa Pascià. Edificata tra i 1298 e il 1326 è la più grande cattedrale gotica esistente a Cipro e la sua facciata venne realizzata su modello della chiesa di Reims; il minareto aggiunto sulla torre campanaria sinistra determina la sua trasformazione in moschea. Considerata il più grande edificio medioevale della città, nel 1954 fu intitolata al Gran Visir albanese Lala Kara Mustafa Pascià comandante delle forze ottomane contro i Veneziani a Cipro. L’imponente struttura, oltre alla monumentale facciata, offre un interno (consentita la visita anche ai non musulmani, purchè scalzi) davvero incredibile: la struttura ha mantenuto i suoi lineamenti gotici, con finestre trilobate e grandi vetrate, ma spogliata di tutti gli arredi che la consacravano cattolica; una serie di sette enormi pilastri; vari mosaici; una pavimentazione in legno (lievemente rialzata dall’originario calpestio) è stata ricoperta da enormi tappeti con scritte in arabo. Niente altari, niente nicchie, ma solo l’importante presenza di elementi tipici dell’islamismo, tra cui spicca – su tutto – il singolare “Miḥrᾱb” una sorta di pulpito con scala che indica la direzione della Mecca, sostanzialmente la “Via del Cuore” verso l’Islam.
A poche decine di metri, sul lato opposto alla facciata della moschea, si scorgono le arcate e le colonne di sostegno di quello che fu Палаццо-дель-Проведиторе, il Palazzo del Provveditore (o di Lusignano); davanti si ergono due colonne dove la tradizione vuole che vi fu legato, torturato e crudelmente ucciso il comandante veneto Bragadin. Le colonne e i capitelli che compaiono qui sono state tutte portate da Salamina; secondo la tradizione, il sarcofago che compare presso gli archi di facciata, conteneva il corpo di Afrodite, mentre sopra l’arco centrale è ben visibile lo stemma di Giovanni Renier, capitano dell’esercito cipriota nel 1552.
Ancora pochi metri e si erge la St. Peter Ve St. Paul Katedrali Kiliseler (cattedrale gotica di Pietro e Paolo) o di Sinàn Pashà, costruita a metà del XIV secolo coi soldi del mercante siriano Simon Nostrano, che donò parte del ricavato di un buon affare avuto a Beirut. Coi turchi, la cattedrale fu ricostruita e trasformata in una moschea, dedicata alla figura dell’ammiraglio Ottomano Sinàn Pashà all’epoca di Solimano I detto il “Magnifico”. Sotto il dominio britannico (1914-1934), la Moschea e il minareto furono chiusi e per molto tempo l’edificio sacro venne utilizzato come magazzino, ecco da cui il nome non ufficiale di “moschea del grano“. Solo molto più tardi, nel 1964, quando Cipro divenne uno stato indipendente dal Regno Unito, la moschea fu trasferita alla biblioteca cittadina.
Non si va via da Famagosta se non si compie almeno una capatina tra i palazzi abbandonati del quartiere “fantasma” di Varosha. Qui, nell’agosto del 1974, di fronte all’avanzata dell’esercito turco dal nord dell’isola, gli abitanti fuggirono e l’esercito turco prese possesso della città. Varosha oggi è deserta e camminando per le sue strade si avverte quel senso di tristezza, quasi inquietante, che permea l’atmosfera della città; ancora oggi, a 40 anni da allora, edifici, negozi e case sono rimasti immutati nel tempo con la polvere che si sovrappone alle macerie. Molti palazzi hanno i vetri sfondati con le pareti bucherellate dai colpi dei proiettili di artiglieria e stanno cadendo a pezzi; tutti stabili disabitati, come fantasmi fermi dal tempo in cui gli abitanti abbandonarono frettolosamente la zona; recinzioni di filo spinato e fusti di latta ricolmi di sabbia bloccano il passaggio e impediscono a chiunque di entrare in tutta la zona. A pochi chilometri dalla linea (Green-Line) di confine tra le due parti, quest’area oggi è sotto il diretto controllo delle forze dell’ONU e dell’esercito turco. Il lato più triste della divisione dell’isola è tutta racchiusa qui: assurdi fantasmi del passato e monumenti alle incomprensibili idiozie che scatenano le guerre! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)
