“CAMMINO dell’ARCOBALENO” 4a tappa, da Conza(Compsa della Campania alla Cappella S. Vito (AV)

Si giunge in vista delle bellissima vallata solcata dalle acque del fiume Ofanto lungo piacevoli saliscendi e, superando vecchie masserie che si alternano a variopinte villette di nuova costruzione sparse per la campagna irpina, si raggiunge il nuovo centro abitato di CONZA della CAMPANIA (AV). Qui, dopo l’accoglienza e la sistemazione presso la struttura di un locale “centro sociale” è consigliabile effettuare una bella scarpinata serale che ci consente di raggiungere a piedi la rupe ove un tempo sorgeva l’antico abitato di “Compsa” completamente distrutto dal sisma del 1980 e che, durante la rimozione delle macerie, ha restituito le antiche tracce della presenza di Roma a queste latitudini; luoghi già frequentati dai Romani che da qui controllavano (e gestivano) il transito di merci e carovane lungo la vicina “consolare” Appia; lo spettacolo che offre il tramonto sul lago di Conza è di una bellezza unica.

Dalla bianca scultura marmorea posta nel primo slargo al centro del nuovo caseggiato di CONZA della CAMPANIA si transita per il Corso 23 novembre 1980 superando la chiesa, una seconda scultura e una successiva rotatoria. Proseguendo sul corso principale verso N, si supera il locale cimitero e si confluisce su una via secondaria; dopo 150 metri a destra c’è un altro bivio con rotatoria. Ignorando la via che sale a destra e che conduce al vecchio centro di Conza, si prende a sinistra passando sotto un ponte; lassù in alto è ben visibile ciò che ancora resta dell’antico abitato di “Compsa”. La via prosegue incassata, quasi come una trincea, tra alti muraglioni in cemento lasciando Conza alle spalle. Un lungo ponte di circa 800 metri supera l’alveo del fiume Ofanto generato dalle chiuse della diga; quel caseggiato lassù che si staglia in alto sulla rupe a destra è Cairano, mentre un enorme curvone piega a sinistra fino ad incontrare un bivio determinato da un gigantesco isolato platano.

Lasciando Conza alle spalle si viene completamente avvolti dalla bellezza paesaggistica di quel curioso slang toponomastico molto usato in questa zona della Campania, ma che restituisce meglio l’efficacia e la bellezza di un paesaggio nel suo massimo splendore soprattutto da maggio a luglio, un appellativo meglio conosciuto come la “verde Irpinia”. Si continua per la via a sinistra e appena superati lo svalicamento della diga compare un paesaggio di straordinaria bellezza, quasi bucolico, determinato dallo specchio lacustre (del lago di Conza) generato dalla diga. Tutt’intorno ovunque lo sguardo cattura l’orizzonte si rincorrono una interminabile successione di crinali prativi intervallati da estesi campi di frumento; laggiù in basso il ponte della ferrovia (Avellino-Rocchetta S.Antonio, Lacedonia) oggi in disuso.

Una lieve pista in terra battuta risale a sinistra e consente di evitare l’asfalto; questa conduce su una carraia fino a scendere nei pressi di una masseria da cui parte, sulla destra, la buona traccia di un sentiero che prosegue attraverso campi arati verso N fino a sbucare presso altre case; qui la pista principale volge a destra risalendo per sparsi villaggi, mentre il cammino riprende a sinistra seguendo per una carraia fino a raggiungere una successiva biforcazione. Campi di grano e di frumentacee che si perdono a vista d’occhio, si rincorrono lungo le dolci ondulazioni di rilievi appena accennati, senza che alcun rumore si percepisca da lontano se non quello del trattore che scorre su e giù per i crinali a sistemare il terreno per le nuove semine; solitari casali distribuiti tra i campi, nuove villette realizzate durante la ricostruzione, isolate masserie con animali da cortile che vagano liberamente tra l’aia e il fienile, attrezzi per l’agricoltura e il lavoro nei campi disseminati un po’ in giro dappertutto.

Continuando a destra la sterrata attraversa estesi coltivi distribuiti lungo i declivi della valle tra alberi isolati e campi di graminacee. Senza scendere oltre al primo incrocio si volge a destra risalendo per un sentiero che attraversa una macchia boschiva e che sfocia su una polverosa sterrata. Al primo incrocio, nel bel mezzo di uno sconfinato orizzonte di crinali prativi che si alternano a campi coltivati, si continua in avanti verso ovest. Tra frutteti e vigneti la pista continua attraverso le case sparse di Contrada Borraccielli. Il successivo incrocio supera la via principale e risale – sempre verso occidente, per masserie isolate – fino al successivo incrocio con un’altra strada (presenza di una baracca in lamiera sulla destra). Senza esitare si continua in avanti per la discesa attraverso la Contrada Case Mariani.

Ed ancora si susseguono recinzioni e filari di vigneti, uliveti da curare e orti da zappare, sono tutte le “cartoline” – queste – di un mondo agricolo e contadino che contraddistinguono questa parte di paesaggio splendidamente incorniciata dagli argentei riflessi delle acque del lago di Conza. Continuando sempre verso ponente tra vigneti, campi arati ed altre casette sparse, superando le contrade di Orcomone e la successiva Arcoli si giunge – sempre in direzione ovest – fino a un bivio. Si continua a scendere a destra per poi risalire fino a portarsi sulla SP 150 che giunge da destra. Continuando ora a sinistra si risale fino a raggiungere la SP 102 proprio sotto l’abitato di Morra De Sanctis. Si prende a sinistra e, per una carraia che scende a sinistra da questa (evitando il lungo tornante), si sbuca nuovamente sulla Strada Provinciale prendendo lo stradello di fronte che mena attraverso ampie campagne.

Raggiunti quella casa visibile laggiù sul fondo, alla sua destra compare un sentiero che attraversa prima un boschetto e poi una serie di radure sistemate a coltivi, fino a sbucare su una carraia. Da qui un piacevole saliscendi ci porta a raggiungere la borgata di SAN VITO (AV) con l’omonima (e antica) chiesa di San Vito Martire, dai cui secolari cipressi s’apre una terrazza panoramica di inaudita bellezza che spazia, con ampie vedute, sul lago di Conza e la valle dell’Ofanto. Qui, a San Vito, è possibile effettuare una sosta con bivacco… (di ©Andrea Perciato)

SCHWARZWALDEN (DE), tra incanto, meraviglia e stupore… le “mille anime” della Foresta Nera

Proiettati al centro dell’antico continente, in quel cuore della mitteleuropa, laddove i confini di tre stati (Svizzera, Francia e Germania) si incontrano, si estende il più bello e intricato reticolo di sentieri tracciati – per una lunghezza di circa 23.000 km – che attraversa la copiosa Foresta Nera (la Schwarzwalden), nel lander di Baden Baden, in Germania.

Un “vivere intensamente la natura incontaminata” tra impressionanti gole, valli profonde, villaggi isolati e copiose foreste… è questo il mix di sensazioni che si provano per le escursioni nella Foresta Nera (Schwarzwalden) in Germania. Alla scoperta della flora e della fauna in una regione (il Land di Baden-Baden) tra relax e avventura, nonché la socializzazione con la cultura e il vissuto locale. Una vasta gamma di itinerari e percorsi escursionistici che conducono attraverso straordinari paesaggi di una bellezza unica, sospesa tra specchi lacustri di origine glaciale, foreste che si “animano” tra gli intensi profumi dei boschi, picchi, aironi, cicogne, lupi e scoiattoli, la Foresta Nera racchiude in se uno scenario naturalistico e ambientale davvero suggestivo; attraverso essa scorre una intensa rete di alcuni tra i sentieri più belli di tutta la Germania che toccano Friburgo (Freiburg/Bisgrau), valli come quella del Gutach, le torri di Friedrichsturm, la cappella rupestre di St. Wendelin’s, il rifugio di St.Ottilien, i boschi e le alture di Hinterzarten, la magia del lago di Titisee, il rifugio Berggasthaus in cima al monte Hochfirst e tante altre meraviglie ancora…

la Foresta Nera (meglio conosciuta come Schwarzwalden) in Germania è un concentrato di itinerari e percorsi escursionistici giornalieri che, per compierli tutti, non basterebbe una vita! Chilometri di terra battuta e superficie arborea che compongono un autentico cuscino di verde cupo da cui si ergono, maestose – e non sempre aspre – le montagne del circondario. Negli angoli più nascosti e poco accessibili riecheggiano il magico suono delle acque di ruscelli, fiumi, torrenti e cascate che alimentano le ruote dei pittoreschi mulini in legno, singolari reminiscenze di un passato medioevale che qui difficilmente tende a scomparire. Alcuni tra gli specchi lacustri di origine glaciale più belli d’Europa riflettono un cielo sempre azzurro e, solo occasionalmente, color bigio. Le pittoresche abitazioni in pietra e legno coi tetti in paglia riconducono le emozioni a secoli passati in cui dalla natura si riusciva ad offrire ogni cosa di cui l’uomo avesse bisogno.

Numerose, in giro, sono le antiche botteghe artigiane per la costruzione e la riparazione di orologi a cucù, autentiche cassette allegoriche in legno che scandiscono i tempi della vita di gnomi e folletti che qui, più che altrove, hanno le proprie dimore tra i boschi. Tutto ciò concorre a formare quell’autentico paradiso naturale che aspetta soltanto di ricevere le impronte dei nostri scarponcini e vivere del silenzio attraversato dai nostri passi! Partendo dalle porte di Friburgo (Freibürg) si ha subito voglia di lanciarsi nel profondo verde e mettere piede tra i cespugli che caratterizzano i sentieri della grande foresta. Non bastano pochi giorni di cammino, le tappe o gli itinerari giornalieri percorsi oppure le migliaia di scatti fotografici per raccontare una bellissima esperienza vissuta tra boschi incantati e foreste che si perdono a vista d’occhio; un trekking che qui, più che altrove, si sviluppa nel cuore di quella parte d’Europa, Germania sudorientale, dove oltre 100 anni fa nacque come forma di turismo escursionistico e ambientale! Itinerari che prossimamente prenderanno “forma” tra le pagine di questo blog. (di ©Andrea Perciato)

CAIAZZO (CE)… tra fertili colline e le anse del Volturno, a spasso lungo i “Sentieri dell’Ulivo”

Il nostro itinerario ripercorre un po’ la storia del fiume Volturno, alle spalle di Caserta, introducendoci in un’atmosfera del tutto particolare. L’olio, che è il protagonista assoluto (e non solo!) dei territori attraversati dal nostro cammino, è una delle più importanti piante per l’uomo di tutti i tempi. Da ricerche storiche effettuate, si evidenzia che la varietà olivicola di Caiazzo, ossia la “CAIATHANA”, sia stata importata direttamente dalle regioni agricole dell’antico Egitto. Coltivato dalle epoche più remote nell’intero bacino mediterraneo, ha costituito nel passato una sicura fonte di ricchezza e di sostentamento per intere popolazioni.

Tra le numerose varietà olivicole, una delle più conosciute è la “CAIATINA” (da Caiazzo) ove ancora oggi, questa viene coltivata nella sua zona d’origine. Il suo “aroma” risulta ottimo e gustoso e va a “sposarsi” bene con ogni sorta di pasto o condimento; il suo “profumo” risulta unico e inconfondibile. Aiutano a conservare queste caratteristiche di alta qualità, il sistema detto di “molitura a freddo” e, quello più tradizionale, detto “molitura a pietra”, che risulta essere, in ogni caso, il migliore in assoluto. Oggi si va invece diffondendo, tra i produttori locali, una qualità ottenuta tramite raffinazione per “decantazione naturale” o, come viene più comunemente detto, per “affioramento”; sistema tradizionale questo, conosciuto fin dall’epoca romana. Questa operazione appena descritta, comporta l’esclusione dell’ultima fase meccanica di raffinazione detta “centrifugazione”; e così facendo, si riescono a mantenere inalterati, e per molto tempo, tutti gli aromi e gli odori dell’olio. Alcuni esemplari d’ulivo ultrasecolari presentano, alla base di essi, un tronco pietrificato, divenendo così, in un certo senso, dei veri e propri “monumenti” della natura. La raccolta dell’oliva caiatina avviene tra ottobre e dicembre quando il frutto, di ottima qualità, risulta essere ancora molto polposo. Esso è buono anche a tavola, matura presto e si riesce a raccoglierlo prima che arrivino i freddi invernali. Le olive vengono strappate dai rami totalmente a mano per mezzo della “brucatura” (dei lunghi bastoni con la punta uncinata) e le fronde più copiose si raggiungono con delle alte e sottili scale che a volte superano i 10 metri. L’oliva viene fatta cadere e raccolta su dei teli di paracadute (o reti), e poi il frutto viene separato dalle foglie tramite una meticolosa operazione che avviene, o subito sotto le piante, oppure a casa, accanto ad un camino acceso. Il frutto, al 90% è privo di pesticidi, e questo perchè la civiltà contadina caiatina ha sempre rifiutato somministrare alle piante della zona, qualsiasi additivo chimico, preservando così, integralmente, la natura biologica del prodotto. Tutte queste operazioni portano ad una riscoperta dell’antico legame esistente tra uomo e natura; un legame che fa ritornare l’uomo verso quei valori più autentici dimenticati ormai da tempo.

Si cammina attraverso un ameno paesaggio che va ad aprirsi tra olivi, frutteti, boschi cedui ove regnano il rovere e il leccio, fino a giungere sulla strada comunale (la “nazionale” Sannitica n. 87) ove appare, disteso su di uno sperone culminante con la rupe dominata dal Castello, il borgo di CAIAZZO (200 m). Abitata in epoca preistorica fu fondata dagli Osci (resti di mura megalitiche) col nome di KAHATA, detta poi KAIATIA e, successivamente, CAIATIA. Occupata dagli Etruschi (847 a.C.) e poi espugnata dai Sanniti (V secolo a.C.), fu definitivamente fedele a Roma divenendo Municipio. Più volte distrutta dai Saraceni (843 d.C.), nell’XI secolo fu occupata dai Longobardi che vi eressero il Castello. I Normanni donarono alla città le “insegne” adottate durante la Prima Crociata che divennero, poi, i simboli dell’attuale stemma comunale: una croce rossa in campo azzurro con quattro gigli d’oro, sormontati da mani congiunte, col motto “TA-PRO” (Coronata Pro Fide) e sopra, una corona reale.

L’arteria principale che attraversa il paese, è caratterizzata dalle pittoresche facciate di varie case ornate in stile rococò (‘600/’700) che vanno a creare una policroma cortina ricca di fregi, stucchi e ornati allineandosi lungo il decumano major ma, volendosi perdere in quel dedalo di viuzze, rampe, archi, cortili e giardini, la memoria storica porta subito il ricordo alle remote origini di questo sito. Tracce romane e medioevali, classiche e rinascimentali, si accavallano e si contrappongono in fregi, murature e stili architettonici. Magnifici esempi di portali in stile durazzesco-catalano sono costruiti con archi in pietra a sesto ribassato e ornati da stemmi agli angoli. Il Municipio ha la sua sede in un Convento Francescano (del XIV secolo) col pittoresco chiostro dominato dal Campanile. Bellissima è la platea prospettica offerta dal Vescovado (del 1564) che sorge nel luogo di un’antica cisterna (“impluvium”) romana, per la raccolta delle acque meteoriche, sita a 5 metri di profondità.

A due chilometri fuori dell’abitato di Caiazzo, verso oriente sorge, sui declivi di una collinetta, il paesino di SS. Giovanni e Paolo (270 m). A poche decine di metri prima dell’ingresso al villaggio, lungo la dissestata strada comunale, sulla destra, vi è la sorgente del “Formale” da cui, in epoca romana, veniva incanalata l’acqua tramite una condotta creata da tubi in terracotta, e che andava ad alimentare la cisterna posta proprio sotto la Piazza del Vescovado, al centro di Caiazzo. Di questa fonte, oggi si possono ancora ammirare gli antichi archi (in cotto) di sostegno della vasca e, per mezzo di una zattera, potervi anche accedere. Il circondario è ricco di secolari uliveti, e il cammino giunge nei pressi della Masseria Sangiovanni (224 m), unico frantoio in zona nel raggio di 20 km.

All’olio prodotto in queste zone viene dato l’attributo di “vergine” e questo significa che l’essenza deriva solo dalla spremitura della polpa del frutto: l’oliva. Qui intorno i terreni delle colline presentano caratteristiche calcareo-argillose, le cui falde sono scarsamente alimentate; tutto ciò, non permette l’uso di particolari macchine agricole. Ed ecco allora perchè questa pianta sopporta benissimo i terreni rocciosi e compatti che si presentano “poveri” e, quindi, privi di fertilità. L’ultimo tratto di questo fantastico viaggio nel regno dell’ulivo ci porta verso la piana fluviale in cui si aprono le sinuose anse del Volturno, lungo un percorso che si snoda attraverso aie, case coloniche e masserie, e dove ogni tanto spuntano dalla vegetazione, tratti di antiche vie e resti in pietra di sicura origine romana; nelle vicinanze scorre la Via Latina ove transitò Annibale quando, col suo poderoso esercito, diresse su Roma.

Dalla Masseria Sangiovanni (in contrada Montemilo) ci muoviamo lungo la pista che scende verso il Vallone Grande. Superati il Rio (156 m), si devia a destra e si prende la pista che si mantiene in quota (160 m). Terreni sconnessi si presentano un po’ ovunque e tutto ciò caratterizza, in gran parte, l’intero territorio dell’ “Ager Caiatino”. Puntando verso levante si attraversano le case di contrada Calanice (273 m) e si guadagnano le verdi pendici del monte Alifano (280 m) ove, dopo aver facilmente raggiunto la sua sommità, si possono notare intorno i resti di mura con pietre poligonali che testimoniano l’esistenza di un “oppidum” (roccaforte) risalente al periodo della dominazione sannita. Dai circostanti villaggi si attraversava quest’altura per poi scendere ai campi e alle pianure bagnate dal Volturno. In tutta la zona, la vita e la viabilità, dovevano già essere presenti in antichissima età.

A giudicare dalle scoperte archeologiche effettuate nel sito, queste testimoniano che il posto era attivo almeno fino al medioevo. L’intera zona, al di là della rilevanza storica, risulta essere tra le più suggestive del territorio caiatino. La dolcezza del paesaggio viene scandita dai diversi insediamenti abitativi: case singole (con murature in pietra) sparse sui crinali; masserie isolate; aie e cortili attraversati dalle piste e dai tratturi; capanni e stalle; covoni e ovili; tutti elementi, questi, che preannunciano i silenzi, i profumi e la solitudine dei casali situati nella media valle del Volturno, posti alle pendici meridionali del Matese. Ancora oggi, nelle campagne circostanti, si lavora (anche di Domenica) con metodi tradizionali: l’erba tagliata e il foraggio vengono ancora trasportati sulle “traule”, singolari slitte trainate da bovi e cavalli che, simili a quelle delle pianure russe, scivolano lungo i pendii erbosi.

Dalle alture dell’Alifano ora, si punta giù verso la piana del Volturno (verso SE), ove si sbuca su una carrozzabile che costeggia, per un lungo tratto, la destra orografica della valle fluviale. Qui termina il nostro cammino a piedi e, per raggiungere nuovamente i grossi centri abitati basta servirsi delle autolinee pubbliche, che di qui transitano, e che in mezz’ora conducono ai centri abitati delle città sannita (a settentrione) e carolina (a mezzogiorno). (di ©Andrea Perciato)

la “Via delle TAVERNE” sull’antico tratto della “Via REGIA delle Calabrie”, già “POPILIA” (Viae Regio/Capuam)

Quasi per necessità, o forse per una mancanza dovuta ad una semplice distrazione di studi sulla bonifica del territorio e dei suoi collegamenti, questa antica via ha avuto, fin dalla sua origine, vicissitudini molto contorte. Infatti, le strade più importanti all’epoca del massimo splendore dell’Impero Romano, erano la Appia, un’arteria che, sviluppandosi sulle propaggini degli Appennini seguendone, morfologicamente, quei passi, valichi e crinali che potessero permettere il transito agli eserciti ed ai carriaggi per le mercanzie, collegava Roma col maggiore scalo marittimo dell’opposta sponda che era Brindisi, e la Traiana che, staccandosi dalla Appia in prossimità di Benevento, tagliava le regioni meridionali da occidente ad oriente. Per cui, nessun’altra via era stata finora pensata che mettesse in collegamento le estreme regioni del sud con percorsi di importanza strategica militare e civile. Intuita quest’importanza di collegare le regioni che s’affacciavano lungo la fascia tirrenica, Tito ANNIO Lusco, pretore romano in terra di Trinacria (Sicilia), diede inizio (152 a.C.), contemporaneamente alla riforma agraria diretta da Caio Sempronio GRACCO, ai lavori di costruzione di quella lunga arteria stradale che metteva in collegamento i centri di Capua e Reggio (Calabria) su una lunghezza di 321 miliari.

Questa strada non fu di facile realizzazione; il suo percorso più volte fu modellato alla difficile orografia dei luoghi attraversati e della natura circostante come dirupi, valloni, in discesa e in salita, per tortuosi avvolgimenti o veloci rettilinei. L’arteria, si distaccava dall’Appia nei pressi di Capua e, con vario cammino, tagliava le città di Alfaterna (Nocera), l’Hippocratyca Civitas (Salerno), Picentia (l’odierna Pontecagnano-Faiano), le “Nares Lucanae” (l’attuale valico dello Scorzo), i Campus Athinati (l’infinito Vallo di Diano) dove fu piantato il “Forum Popili” (presso l’attuale Polla), e poi Morano e Cosenza, Valentia (Vibo) ove un fortunato scavo ha fatto riaffiorare dalla nuda terra un “miliaro”, la costa dello Stretto Siculo fino alla ellenica Regio. Ed infatti, nel 1954, durante una campagna di scavi condotta all’imbocco del Vallo di Diano, fu trovato un “miliaro” della Via Regio-Capuam col nome di Tito Annio che, con molta probabilità, aveva commissionato questa epigrafe, confermata poi anche dal professor Maiuri, noto archeologo italiano. Ad evitare ulte-riori confusioni si cerca di dare un contributo e chiarire (almeno in parte) il perché gli esperti indicano lo stesso tratto di strada, che qui viene indicato con due nomi differenti.

Storicamente la strada fu fatta realizzare da Tituus ANNIUS praetor, mentre l’epigrafe che ne caratterizza il percorso nei pressi dell’imbocco del Vallo di Diano, in territorio di Polla, è situato nelle vicinanze di quello che era l’antico sito del Forum Popili. Il Foro, contrassegnava sul territorio un borgo (Polla), situato lungo la strada; un punto di riferimento che era centro di mercato, un villaggio fiorente che era conosciuto dalla continua presenza di viaggiatori, di contadini, di boscaioli, di pastori. Altre ipotesi, potrebbero dare un significato al nome Popilia come, ad esempio, quella di un POPILIUS che si rese meritevole per aver avviato la bonifica dei territori (il Vallo) a valle del Foro; oppure quella di un Popilio (POPILIUS Pedo Apronianus) console nell’età di Commodo, che salì in dignità e fortuna per aver avuto i natali nel piccolo e adiacente villaggio di VOLCEI (l’odierna Buccino). Comunque sia, questi dubbi storici, sono a tutt’oggi, ancora oggetto di discussione da parte di esperti archeologi e di studiosi di geografia antica.

Per conoscere quest’antica via bisogna fare un passo a ritroso nel tempo di 2000 anni. Il suo tratto era compreso nelle 321 miglia lungo il tracciato della Via Popilia (o Regio-Cpuam) che collegava Capua a Reggio Calabria. Questa via era considerata un’appendice della più importante Appia, e da questa se ne distaccava per mettere in comunicazione i luoghi più interni della fascia tirrenica. La sua pavimentazione, in quei tratti in cui oggi ancora esiste, non è rivestita dai basoli, tipica pavimentazione delle strade dell’Impero; il suo tracciato sembra più una comune strada carraia con le normali caratteristiche del fango in inverno e della polvere in estate. Essa non si discosta molto dall’attuale asse stradale della SS 19. La sistemazione delle taverne lungo quest’arteria avvenne, per necessità, quasi subito: luoghi di sosta per i viaggiatori, di cambio per i cavalli, di stazioni per la posta; e ancora, rifugi e locande per uomini d’affari, prelati, nobiluomini, principi e notabili che di qui transitavano e potevano ricevere riposo e ristoro.

L’attuale tracciato della SS 19 delle Calabrie può essere considerato, per una buona parte, la sopravvivenza della via Regio-Capuam. Risalta subito agli occhi come essa modella il suo attuale percorso su quello dell’antica via, ne attraversa le stesse zone, tocca molte delle località da essa servite, e punta nella stessa direzione. Nel ‘700 il governo borbonico ebbe cura di migliorare e sistemare la viabilità nel Reame di Napoli col riassetto delle strade romane (ciò di cui ancora ne restava) e con la costruzione di nuove opere stradali, tra cui l’ardua impresa del ponte e dei tornanti nella gola di Campestrino. L’antica via, provenendo dalla fertile pianura della Campania Felix, attraversava Salernum (Salerno) e Picentia (Pontecagnano), lambiva il colle di Eburum (Eboli) valicando infine, su un tortuoso ponte, il fiume Sele che in antichità veniva considerato il confine meridionale della Campania. Si propone, con questo itinerario, di ripercorrere (da Sud verso Nord) un pezzo di quell’antica via lungo il tratto che dalla borbonica Fontana della Regina, nei pressi della stazione FS di Petina conduce, attraverso il Valico dello Scorzo, fino al Ponte sul fiume Sele. Ma soprattutto si vuole cercare di capire quali emozioni provavano i viaggiatori a quel tempo attraversando questa impervia e, al tempo stesso, straordinaria natura.

Muovendosi dalla FONTANA della REGINA (231 m), sulla SS 19, inizia il nostro itinerario che viene percorso, in buona parte, su strada asfaltata. Nelle vicinanze della fontana, sul lato opposto, c’è una traccia di sentiero che in 15 minuti conduce giù al fondovalle del Tanagro; qui ci sono i resti di un ponte in pietra a quattro o cinque arcate, due delle quali ancora esistenti e ben visibili. Il ponte, oggi detto della “Difesa” (o come veniva indicato, della Petina), è una tipica opera romana rivestita ad opus quadratum, antica tecnica di pregiato valore costruttivo. Ritornati sulla SS 19 questa riprende leggermente a salire tra boschi e costoni rocciosi che si parano sulla sinistra, e tra gli alvei paludosi del Tanagro. Una cappellina (270 m) al lato destro della strada fa destare il nostro sguardo interessato verso la vallata che si apre a sinistra. In basso, sulla destra, si trova il Bosco dell’Incoronata mentre di fronte, sullo sperone roccioso che si erge in fondo, si ergono i ruderi dell’antico borgo di Castelluccio Cosentino; posta invece tra l’immenso verde dei boschi e la ciclopica muraglia dei costoni rocciosi settentrionali dei monti Alburni, si staglia la rupe con le case del paese di Sicignano degli Alburni. Proseguendo, dopo una prima curva a destra ed una controcurva a sinistra, si giunge al km 38 nei cui pressi, sulla sinistra, si trova la Taverna S. Giuseppe (259 m). Poco più oltre, al km 37 sulla destra si apre, invece, il grande portone in pietra ad arco della Taverna dell’Olmo (243 m). A meno di 1 km più avanti c’è un ponticello che scavalca il torrente Galdo che vi scorre poco sotto a destra mentre a sinistra, nascosti tra le querce del Prato della Corte, vi sono alcuni ruderi (taverne forse!). Ancora 1 km e la strada presenta un incrocio: sulla destra appare il ponte dei Gualani che conduce al borgo di Castelluccio Cosentino (458 m), mentre sulla sinistra la strada porta a Galdo (349 m), una frazione di Sicignano. Dall’incrocio in poi, la strada comincia gradualmente a salire con un pendio abbastanza notevole fino a giungere nei pressi di un bivio (343 m): sulla destra, per prati coltivati e altipiani sistemati con filari di viti, si giunge alla stazione FS di Sicignano Scalo mentre, proseguendo ancora in avanti dopo 200 m si transita lungo la strada che attraversa le case del borgo di Zuppino (355 m): presenza di taverne.

Tra quelle case che si scorgono, sono facilmente riconoscibili i portali in pietra e le tipiche facciate delle antiche taverne. Proseguendo ancora in avanti, e per ripida salita, a 1,5 km si giunge al Valico dello Scorzo (o Scuorzo – 473 m), nel luogo esatto in cui erano ubicate le antiche “NARES LUCANAE” (le Narici della Lucania). Il nome viene suggerito dall’aspetto del valico, situato fra la ripida e irta parete dell’Alburno (oltre i 1600 m) a sinistra, e un’altura molto più modesta, Serra dello Scorzo o di S. Angelo (676 m), sulla destra. Questo nome evidenzia l’importanza naturale che il valico assunse fin dall’antichità nelle comunicazioni tra la Lucania e la Campania. Attraverso le Nares infatti, la chiusa ed impervia Lucania respirava e il suo orizzonte si dilatava verso la pianura e il mare. Le Nares erano il punto d’incontro di due diverse regioni e questo ancora avverte il viaggiatore che oggi giunge allo Scorzo: da un lato, verso occidente, si aprono le colline coltivate ad ulivi e vigneti di Serre che degradano verso la piana del fiume Sele, lambita dal mare, ricca di piantagioni e densamente popolata; dall’altro lato invece si estende un paesaggio dominato dalla montagna col fondovalle solcato dal fiume, in cui si riversano i torrenti che discendono dalle alture. Allo Scorzo, una delle antiche taverne è stata adattata a tipico ristorante riuscendo a conservare, così, la sua caratteristica struttura e riprendendo, in un certo senso, la sua antica funzione originaria: luogo di sosta e di ristoro. Dal valico dello Scorzo parte la strada che conduce a Sicignano degli Alburni e a Petina.

Continuando lungo la SS 19 (antica Via Regia delle Calabrie), ad 1,5 km dallo Scorzo, presso una curva che in leggera discesa piega a sinistra parte, distaccandosi dalla Statale (poco sotto a destra), una carraia che segue fedelmente il tracciato dell’antica Via Popilia. Dopo un ponticello, a 1 km si arriva alle case dei Vignali. Superati un altro ponte, a 200 m sulla destra, una sterrata porta (in 10 minuti) ai ruderi della Torre. Più avanti, in contrada Zancuso, si transita per la omonima masseria e, 1 km dopo, si giunge a un trivio: Contrada Duchessa (318 m). Qui notevole è la presenza dei ruderi di una torre e dei resti di antiche taverne; c’è un tratto di basolato ben conservato sul manto stradale. Il nostro cammino prosegue sulla destra e continua a mantenersi, senza mai distaccarsi, lungo la carrareccia principale. Si attraversano così i saliscendi, i campi e le colline, ove diverse masserie sono sistemate lungo i declivi dei piani e delle contrade di Mascia, Groppa, Zonzo, Favoli e Aliterno. Dopo un ponte che travalica il corso di un torrente, a sinistra si trova Pagliarelle con la presenza di un rudere sulla destra. Si risale ancora un po’, ed altri ruderi si scorgono sulla destra, presenti nelle vicinanze della masseria Romano. La via continua ora a discendere in maniera abbastanza lineare proseguendo in direzione W fino a ricongiungersi (85 m), all’altezza del km 16, nuovamente con la SS 19 delle Calabrie. Qui la presenza di pietre miliari, cippi e cappelline testimoniano l’importanza che questa strada ha avuto fin dal passato. Poco più sotto, nelle vicinanze, dopo aver superato l’Epitaffio borbonico che identifica l’antico tratto viario, si giunge al tortuoso ponte (75 m) eretto dagli spagnoli lungo il fiume SELE, punto terminale di questo storico percorso. (di ©Andrea Perciato)

la MONTEA (CS), l’incanto della montagna, simile alle Alpi ma a Sud!

Immaginiamo di poter “vivere” una intensa e bellissima ascesa lungo una montagna, aspra e solenne, ma dalle caratteristriche orografiche e geomorfologiche simili a quelle delle Alpi…! Ecco, questa è la MONTEA, giù al Sud, lungo da dorsale appenninica calabra. Come una bella donna che incanta con tutto il suo fascino, questa montagna accoglie gli escursionisti avvolgendoli in un ambiente di rara bellezza, circondato spesso da un alone di mistero, là dove un’aspra e selvaggia natura diviene il “regno incontrastato” dei venti e dei boschi.

L’AMBIENTE… Definita dagli escursionisti esperti come la più “alpina” di tutte le montagne del mezzogiorno italiano per la sua inconfondibile bellezza, per la sua aspra natura e per il suo fascino estremamente selvaggio. La Montea si erge maestosa, dall’alto di profondi valloni e vertiginosi baratri, su quel complesso di pizzi, altopiani e vallate che formano l’ossatura della “Catena Costiera” calabra.

Geograficamente chiude a sud i confini meridionali del Parco Nazionale del Pollino e dei Monti dell’Orsomarso; orograficamente è individuabile tra la valle solcata dal fiume Rosa a nord e la forra torrentizia del fiume Esaro a sud. L’esperienza che si prova, nel raggiungerne la vetta, scatena incredibili emozioni per i paesaggi che da quassù si possono ammirare, per la rigogliosa vegetazione che ricopre interamente le sue pendici ricche di boschi e per l’asprezza dei suoi crinali esposti, così brulli e rocciosi. Le vedute panoramiche che si ammirano dalle sue creste vanno aprendosi su infinite distese di boschi (composte dal faggio, carpino e leccio); immensi e spettacolari tappeti verdi meravigliosamente conservati, là dove la natura giunge al culmine del suo “integro” splendore, proiettandosi al di sopra di oscuri precipizi dove i pini loricati – come silenziose sentinelle – trovano il loro ideale habitat. Pur non essendo una tra le cime più alte del comprensorio montuoso meridionale, la Montea è una montagna “imprevedibile”, e col suo nascondersi della cima ad ogni crinale, raggiunto e superato, sembra quasi come se volesse “giocare” con quegli escursionisti che ne risalgono per le sue dorsali e le sue creste.

Per capire e comprendere l’esatta “consistenza” di quanto, sulla Montea, la natura sia la protagonista assoluta, assumendo spesso valori di wilderness, ci si rende subito conto di trovarsi effettivamente di fronte a qualcosa di diverso, di grandioso, di unico; forse non riscontrabile in nessun’altra zona montuosa del Meridione. L’ossatura di questa montagna resta praticamente chiusa e celata dall’esterno. Creste e valloni laterali, si alternano e si rincorrono tra rupi e fitti boschi, creando così uno stato di inaccessibilità difficilmente presente altrove. Non c’è luogo in cui crinali, creste ed irte rupi scoscese non chiudano ogni orizzonte.

La Montea è per escursionisti “specialisti”, non facile da superare, non impossibile, ma sicuramente alla portata dei più esperti, e raggiungere la sua vetta non è impresa comune. Dalle sue aeree creste subito s’intuisce di trovarsi di fronte a quell’ancestrale equilibrio tra le immensità dello spazio e gli elementi che regolano così tanta biodiversità che ci avvolge e ci circonda come il cielo, l’aria, la terra e l’acqua; un “qualcosa” di infinito e ininterrotto che si para davanti, ad ogni passo che si compie, che è “presente” in ogni momento ai lati del sentiero in quota e che ci “lasciamo” dietro ad ogni metro superato.

Questa è l’esatta “sensazione” che si prova durante l’ascensione alla irraggiungibile vetta della Montea. Una montagna non per tutti, ma che comunque, una volta raggiunti il suo tetto, evoca sensazioni ed emozioni indescrivibili coi suoi estesi panorami e con quella sua natura alpestre, capace di offrire suggestioni, brividi e avventure, ma che evidenzia, com’è naturale che sia, anche quei “pericoli” (appena percettibili) che possono incontrarsi ad ogni passo lungo il cammino verso la cima ricordandoci, spesso, che noi siamo solo “ospiti” di transito in questo magico e surreale paradiso montano che si erge qui nel profondo Sud. (di ©Andrea Perciato)

Oasi Naturalistica FRASSINETO (Calvanico, SA) il “luna park” della natura a pochi km dalla città

Splendido esempio di conservazione e valorizzazione della natura con l’istituzione di questa oasi naturalistica che si estende in territorio di Calvanico. Singolare presenza di flora autoctona e di fauna stanziale, soprattutto avifauna migratoria che all’interno dell’oasi trova un habitat particolare. Ben rappresentati al suo interno particolari aree “tematiche” allestite in modo da restituire, al visitatore escursionista, i momenti e le fasi salienti della vita all’interno di un bosco: carbonaia; teleferica; accatastamento; ecc.

La bella Oasi di FRASSINETO è posta ai piedi del caseggiato di CALVANICO, tra il vallone Voce d’Eco e i contrafforti settentrionali del monte Monna. L’oasi, conosciuta anche come Parco di Frassineto, si estende ai piedi del Pizzo di San Michele e dei monti Maj, tra le principali vette dei monti Picentini.

Ricca di sorgive, accoglie – al suo interno – una straordinaria varietà di specie arbustive tra le più interessanti dei Picentini occidentali; un lussureggiante patrimonio naturalistico che si alterna tra boschi di rara bellezza e paesaggi inconsueti che si rinnovano di stagione in stagione. Alture di modesta levatura (Vosco 680 m, Marano 589 m e Polignano 688 m) fanno da corollario a un orizzonte sempre circondato da boschi (tra cui profumati castagneti e le ombrose fronde di secolari faggete); naturale habitat di specie animali (mammiferi, rettili e volatili) che qui stazionano perennemente.

Il Parco viene gestito dalla locale sezione della LegAmbiente (valle dell’Irno) che cura la manutenzione, la sistemazione e la pulizia di tutta l’area. L’ingresso, ostruito da una sbarra, permette l’accesso in un viottolo sterrato (ben pulito) con una balaustra realizzata da pali intrecciati in legno. Alla destra del varco d’accesso compare un tabellone esplicativo con la descrizione (sintetica) su tutto ciò che è possibile incontrare all’interno dell’oasi. Una molteplice varietà di sentieri (di diverse difficoltà escursionistiche), tutti bene attrezzati e percorribili, conducono in differenti aree boschive suddivise – e ben catalogate – secondo il criterio monotematico che “segna” il filo conduttore delle fustaie presenti quali il castagneto, la cerreta, la faggeta, la pineta, il pioppeto, la querceta ed altre ancora. Penetrando all’interno dell’oasi compaiono strutture di svago e didattica tutte realizzate esclusivamente in materiale locale quali la casetta “Museo” edificata in pietra (materiale di recupero edilizio) secondo uno stile rurale tipico del luogo.

Al suo interno è collocata una variegata raccolta di utensili e attrezzi usati per le attività legate al bosco, all’allevamento e all’artigianato. Lungo i percorsi (segnalati) si trovano panche e tavolati, gazebo, passamani, pontili, steccati, recinti, contenitori per piante e aiuole attrezzate; elementi strutturali e di arredo che contribuiscono allo sviluppo di iniziative e fruizione per mezzo di attività escursionistiche, eventi, occasionali incontri didattici (per scolaresche e appassionati) , momenti di folklore, artigianato e manifestazioni sportive. Durante particolari periodi dell’anno l’oasi ospita numerose feste tematiche grazie al prezioso contributo di esperti del settore quali allevatori, apicoltori, artigiani, boscaioli, carbonai, contadini, pastori ed altri che – nel corso degli anni – hanno sapientemente riproposto (e illustrato) quello che i loro padri si sono tramandati per secoli.

Giunti alla spianata centrale (prospiciente le pendici di Pizzo S. Michele) da qui hanno inizio una intricata serie di percorsi, segnalati da colorazioni differenti, che conducono attraverso boschi e angoli nascosti all’interno dell’area parco. Lungo uno di questi (Sentiero F1) sono sistemati particolari spazi dimostrativi per una didattica ambientale di facile comprensione come un capanno realizzato con pali intrecciati e ricoperto da zolle in terra erbosa, molto usati un tempo come rifugio di pastori; una ceppaia (sezione di tronco) per la conoscenza dell’accrescimento degli anelli di un albero; una carbonaia e una teleferica per il trasporto a valle dei tronchi in legno. Altri due sentieri, indicati come F2 ed F3, conducono alla scoperta di diversi punti interessanti dell’oasi come la pioppaia (un pianoro) e le sorgenti dell’Acqua del Sambuco e dell’Acqua dei Faggi. Tra gli arbusti che compongono gli intensi cromatismi del sottobosco, sono invece possibili scorgere piccoli cartelli indicativi che citano il nome scientifico relativo alla pianta e le sue caratteristiche. (di ©Andrea Perciato)

CIVITA SABATHIA (AV) la “misteriosa” Città di Sabbia ai piedi del Terminio

Liberi da impegni e con una domenica di sole a disposizione, con un cielo azzurro ed un’aria frizzante che invitano certamente ad andare alla scoperta e alla conoscenza di luoghi e posti poco noti della Campania più “insolita”, si punta – decisamente – verso il cuore dell’Irpinia, ai piedi di quel “montagnone” meglio conosciuto come il Terminio, tra boscaglie di secolari castagneti ed acque sorgive tra le più buone. Sparso tra numerosi casali sorge, lungo la fascia pedemontana del monte Terminio, l’abitato di SERINO adagiato in una ridente valle solcata dalle acque del fiume Sabato. Nel punto in cui la valle va aprendosi ad anfiteatro in un paesaggio di monti ricoperti da folta vegetazione, qui la zona è avvolta da copiose foreste (latifoglie e conifere), mentre i profili di cresta cingono tutto l’orizzonte con acque sorgive sempre fresche e un sottobosco che si ravviva di stagione in stagione; sparse un po’ dappertutto si aprono radure e falsipiani, terrazzamenti e pianori che si alternano a depressioni e vallette ricche di vegetazione arbustiva (un sottobosco di cespugliaie e felcete).

Ad una curva che piega a sinistra appare, nascosto tra i rovi e i cespugli, il perimetro delle possenti mura dell’antica città di SABATHIA. Il luogo (615 m), oggi conosciuto come la CIVITA, fu un’antica città sannita abitata da popolazioni montane dedite alla caccia e alla pastorizia e indicata come Serium/Sarinu, antico nome osco che deriva da sereno. Per un perimetro di circa 2 km e per uno spessore che varia da 1,5 a 3 metri queste mura racchiudono oltre nove ettari di castagneto. La Civita è all’apice di una delle valli più interessanti dell’Irpinia, nel cuore del gruppo montuoso dei Picentini, ove scorre il fiume Sabato le cui acque scivolano dai monti del Terminio e dell’Accellica incontrandosi all’altezza del Varco della Finestra, uno dei luoghi più incantevoli di tutto l’Appennino Campano. Chiuso tra aspre montagne l’antico borgo, di sicura origine Osca, fu una città dei Sanniti, come testimoniato dalla presenza a monte dell’abitato (contrada Ogliara) dei resti di una muratura appartenuti alla fortificazione di Sabathia.

Alcuni studiosi ritengono che questa valle, in epoche remote, doveva essere d’origine lacustre per via delle continue inondazioni causate dallo straripamento dei corsi torrentizi che rendevano la zona paludosa. Il nome dato alla valle ed al fiume che l’attraversa, oltre ad indicare una città perduta, indica l’origine della parola osca “Bsa-Psa”, che significa sabbia (dovuto alla natura sabbiosa dei terreni sulle sue sponde, presso le sorgive). E’ ancora la stagione invernale ma qui, in questa valle, Il clima salubre e rilassante, generato dai boschi di cui la zona è ricca (faggete, abetaie, quercete, acerete, cerrete e da secolari castagneti) e la freschezza delle sue sorgive, sono famose fin dall’antichità per portata e capacità oligominerali e conosciute perfino dai Romani (l’acquedotto del Sirino risale all’epoca augustea); acque che rifornivano le navi della flotta imperiale ormeggiata a Puteoli (Pozzuoli).

Tre sono gli elementi presenti in natura che contraddistinguono questo itinerario: il rigoglioso suono delle acque, l’intensità dei profumi generati dal verde dei boschi e la purezza dei silenzi palpabili in ogni angolo della valle. Il suo abbandono e la sua decadenza ancora oggi restano avvolti dal mistero. Questa, probabilmente, doveva essere una città-fortezza a controllo del passaggio strategico tra i monti e le valli dell’Appennino, e le pianure sulla costa tirrenica. La sua distruzione (e definitiva scomparsa) fu un alternarsi di vicende succedutesi dai Romani fino alle prime invasioni barbare; distrutta da Annibale durante la seconda guerra Punica, oppure rasa al suolo dai Romani per punire i Sabatini rei di tradimento per essersi alleati e aver dato aiuto e ospitalità al condottiero cartaginese. Altri studiosi affermano che queste mura furono erette per ospitare la popolazione (nel 410) di Serino che qui trovò riparo da Alarico quando scese da Roma per conquistare il meridione. Le basi di un fortilizio all’interno delle mura, e delle torri all’ingresso sud-orientale della cinta, sembrano risalire ad origini Longobarde; una postazione che doveva assolvere – senza ombra di dubbio – ad una funzione di controllo (o, comunque, di ricovero in caso di pericolo) per mezzo di guerre, invasioni, e saccheggi da parte di predoni provenienti dalle coste.

Questo insediamento, sicura fortificazione militare longobarda, era posta lungo l’importante arteria di comunicazione che metteva in collegamento il Principato di Salerno col Ducato di Benevento; e fu qui collocato come una postazione strategica a presidio e difesa di coloro che tentassero di conquistare la città sannita. Ma resta comunque un importante luogo che ha determinato per secoli la storia e le leggende delle locali popolazioni che qui risiedevano e che hanno determinato la storia dell’Irpinia altomedioevale. Non esistono, purtroppo, testimonianze della città scomparsa poiché al momento dell’abbandono i suoi abitanti ebbero modo di portar via tutto ciò che possedevano. Durante vecchie campagne di scavi archeologici (nel 1978) qui furono ritrovati diversi cocci in ceramica (forse frammenti di altare o sepolture); spazi di un periodo storico vissuto in questo sito le cui vicissitudini (di cui non si ha memoria) sono ancora avvolte nel mistero o sono andate perdute per sempre.

Ecco un modo consapevole di investire al meglio il proprio rempo alla scoperta e alla conoscenza di luoghi e testimoniane di un passato, geograficamente a noi così vicino, ma per certi versi ancora così lontano. Una domenica fuori dal consueto, alla ricerca dell’insolito e – perché no – alla scoperta delle origini della nostra terra.(di ©Andrea Perciato)

CORNOVAGLIA/KERNOW (UK)… Welkome “Spring” the Legend 13th Virgin Maidens Harvester

Si sa che i “Cerchi di Pietre” distribuiti un po’ dappertutto in Gran Bretagna, hanno sempre incuriosito un pubblico particolarmente attratto dalle storie locali e da leggende che si perdono nella notte dei tempi. Il “fascino” di queste pietre, grandi o piccole che siano, ma sistematicamente distribuite sempre “in cerchio” spesso compaiono improvvise sull’orizzonte, oppure al centro di vallette determinate dalla torbiera o – inaspettatamente – esposte su terrazzamenti prativi lungo alte e precipitose scogliere che sprofondano nell’oceano.

Sicuramente “Stonehenge” è il più famoso (e conosciuto) cerchio di pietre al mondo, ma trovarsi a camminare lungo il South West Coast Path che dal villaggio di Morvha conduce a St. Jves ed attraversare questo minuscolo – appena percettibile – cerchio di pietre, attira sicuramente per la curiosità e la particolare posizione in cui esso giace.

Il luogo, di cui ho conosciuto il nome (the Legend 13th Maidens Harvester) e il significato solo una volta raggiunto l’incantevole baia di St Jves, non è riportato su nessuna carta topografica e/o escursionistica, ma val bene comunque una sosta. Piccoli monoliti in pietra, di cui alcuni restano solo le basi, avvinghiati dalle felci e dalle erbe rampicanti, sono sistematicamente distribuiti in cerchio. Le singole pietre sistemate al lato a monte del sentiero sono di modeste dimensioni, ma il cerchio che creano al suo interno è tutto ricoperto di felci ed erbe selvatiche. Fu un luogo di sicura origine celtica e, probabilmente, utilizzato per riti propiziatori o particolari cerimonie come quella lagata alla venuta dell’equinozio di primavera; la zona, ed in particolare il retrocosta, vista la sua pianeggiante morfologia risulta essere ricca di acque e di torbiera, fu intensamente interessata da una prima bonifica e, successivamente, dalla sistemazione agraria già fin da epoche remote. Piccoli villaggi, sparsi lungo la scogliera, traevano sostentamento sia dalle intense colture dei terrazzamenti prativi dominati dalla torbiera, che dalla copiosa ricchezza ittica offerta dal vicino mare. Ampie aree dense di campi furono probabilmente coltivate a grano, insieme ad altre specie di foraggifere, per sfruttare al meglio sia la densità d’acqua piovana che le folate del vento miste d’aria salmastra proveniente dall’oceano.

Il nome del sito deriva – molto probabilmente – da una leggenda locale poco conosciuta. Fu, probabilmente, un prolungato periodo di carestia che causò la perdita dei coltivi causati per l’aridità, l’abbandono e la desertificazione che questi territori subirono (forse) per l’effetto di lontani sconvolgimenti climatici. Le popolazioni del tempo (gli antichi “Celti”) si affidarono allora ad importanti uomini di religione (i “Druidi”) per porre rimedio e/o cercare di trovare una soluzione per far ritornare nuovamente fertili questi territori. Sta di fatto che, per un prolungato periodo di tempo, furono sacrificate diverse fanciulle della zona legate, sottoforma di sacrificio da offrire a qualche primitiva divinità pagana, a questi monoliti, come segno di atto penitenziale per ritornare nuovamente ai periodi fertili cui queste zone erano interessate. Cone narra la leggenda, da quel poco di comprensibile che siamo riusciti a scoprire (in Cornovaglia si parla l’antica lingua celtica/gaelica, di difficile interpretazione!) vi fu un periodo durato una dozzina di anni in cui, verso l’arrivo dell’equinozio di primavera, veniva sacrificata una giovane fanciulla del luogo; poi, nell’attesa che arrivasse un qualsiasi “segno” dalle divinità evocate e non accadeva quel tanto aspirato cambiamento di rinnovo della natura, la poveretta era costretta a rimanere per sempre qui legata fino all’avvento della sua morte.

Fu così, allora, che di anno in anno, si susseguono i sacrifici di fanciulle immolate alla causa del rito propiziatorio per il ritorno alla normalità e il ripristino della salubrità dei campi della vita contadina di un tempo; dopo ben dodici anni solari, e dopo che le fanciulle sacrificate furono tramutate in pietre disposte in circolo divenendo un tutt’uno con la natura del luogo, dopo che la tredicesima vergine fu anch’essa legata a un monolito, avvenne il tanto atteso cambiamento: i territori dell’entroterra ritornarono nuovamente a germogliare e a garantire il raccolto e la produzione del grano per le popolazioni che vivevano lungo questo lembo di costa. Da allora gli antichi del luogo si sono tramandati per millenni la narrazione di questi leggendari eventi conosciuti come: la “Leggenda della 13a vergine mietitrice” (legata, appunto, al ritorno della fertilità di quei territori per renderli produttivi alla raccolta del grano); ed il cerchio di pietre che si può ammirare, ne testimonia la veridicità.

Oggi di questo luogo rimangono solo poche tracce litiche tra basamenti in pietra e qualche appena accennato monolito tutti – rigorosamente – disposti in circolo; punti su cui venivano legate le sfortunate fanciulle immolate. Il posto oggi viene avvolto dal più rigoroso silenzio rotto solo dalle violenti folate di vento, dal fragore e dal tuono delle onde che si abbattono sulla scogliera e dal gracchiare di corvi e gabbiani che qui marcano prepotentemente il proprio habitat, terreno di caccia per prede e piccoli roditori. E tante sono le domande e le curiosità che emergono ammirando queste pietre in circolo: chi le ha posizionate così in circolo…? Cosa realmente avvenne al suo interno…? Chi erano i preposti ad officiare questi particolari riti…? Tra spiritualità, riti pagani e sacralità di questo luogo, sembra davvero di essere proiettati indietro nel tempo. Qui, come nella gran parte dell’antica Cornovaglia, si avvertono ancestrali sensazioni di tempi lontani persi – forse – per sempre; circondati da un’atmosfera che rievoca i fasti e le leggende di un lontano passato celtico che resta, comunque, un prodotto di sentimento e di piacevole immaginazione. Superate le ultime centinaia di metri ecco comparire St. Jves, laggiù, oltre la rada e la lunga spiaggia di sabbia dorata su cui s’adagia il borgo di pescatori.

Ma le storie e i racconti che la elevano a capitale delle più belle e significative basse maree in Cornovaglia, ve le racconterò un’altra volta; ora, fatemi ancora godere il profumo dell’Oceano Atlantico e scorgere l’ultimo raggio di sole al tramonto che va a nascondersi oltre la linea dell’orizzonte… (di ©Andrea Perciato)

PUGLIA, emozioni fuori dal tempo in un’antica terra… senza tempo!

Si ritorna sempre molto volentieri in una terra che offre emozioni durante tutte le stagioni dell’anno; una terra dove arte, storia, folklore e tradizioni s’intrecciano coi doni offerti da una terra e da un mare su cui prospettano le chiese in pietra bianco/roseo-calcaree, i monumentali castelli e le masserie fortificate le cui radici si fondono nelle lontane memorie del tempo e giungono da culture antichissime.

Disponendo dei tre giorni di un week-end è possibile andare alla conoscenza ed eventuale scoperta di nuovi itinerari escursionistici. TRANI ci accoglie coi suoi splendidi gioielli fatti di arte e di paesaggi. Capitale del romanico pugliese, la sua gigantesca Cattedrale, dedita al culto di San Nicola “pellegrino” offre uno spettacolo di inaudita bellezza con la splendida mole che s’impenna dal profondo azzurro del mare Adriatico e si staglia oltre un orizzonte sempre più infinito. L’incredibile spettacolo offerto al tramonto della sua monumentale facciata indorata dagli ultimi raggi del sole e illuminata da scenografiche luci, ci introduce alla conoscenza di questo tempio federiciano (XI secolo) con un terrazzo/pronao raggiunto da una gradinata in calcare bianco-rosato. Il suo interno è distribuito su due distinti livelli: la cripta inferiore e la basilica superiore; un magnifico portale in bronzo si armonizza con figure zoomorfe che si alternano a rilievi dai motivi floreali mentre l’imponente Campanile completa quest’opera che ha fatto del romanico pugliese il suo gioiello più caratteristico. Ma Trani è bella anche per il suo singolare porto, le cui splendide acque riflettono (ed evidenziano), oltre alla splendida mole della Cattedrale, una caratteristica promenade in cui si alternano palazzi gentilizi e chiese di antichissime origini; le coloratissime imbarcazioni, poi, completano questo pittoresco scenario fatto di bianche pietre che si riflettono nell’azzurro del mare e del cielo.

POLIGNANO è famosa per il suo vivacissimo carnevale che si snoda lungo le principali vie del centro e per aver dato i natali al melodico cantante degli anni ‘60/’70 Domenico Modugno; ma è la sua splendida cornice paesaggistica che la incorona come una tra le più belle mete della Puglia. La sua parte antica, quel suo borgo arroccato le cui bianche case sospese nel vuoto sulla scogliera che sprofonda in un mare dalle molteplici tonalità che vanno dal blù al cobalto, e dal giada al turchese la strada panoramica di matrice borbonica costruita su archi e che s’affaccia sulla ciottolosa spiaggia raccolta nell’insenatura, fanno di questo paese un privilegiato luogo di vacanza davvero bello e rilassante.

Ma non si può lasciare la terra dei Messapi senza aver fatto una puntatina in un luogo unico al mondo, riconosciuto (e protetto), fin dal 1996, come Patrimonio Mondiale dell’UNESCO: ALBEROBELLO, con le sue singolari strutture abitative in pietra a secco dei “Trulli”, a base cilindrica o cubica, intonacati in bianco e per tetto di copertura, un cono realizzato da listelli di pietre scure su cui sono disegnati curiosi simboli (di salute, felicità, prosperità e credi religiosi) legati alle antichissime culture che hanno influenzato – fin dall’antichità – queste terre e le popolazioni che le abitavano, chiusi in cima da singolari pinnacoli bianchi. Camminare attraverso i Trulli è una esperienza davvero unica; farlo sotto la pioggia, ancor più divertente! Avvicinandosi al paesello sembra di entrare ed attraversare un paesaggio fiabesco di tolkieniana memoria, quasi una tipica location della saga del Signore degli Anelli. Immergendosi nel fitto reticolo che caratterizza la parte più antica dell’abitato (Rione Monti), si riconoscono alcuni tra i più vecchi e significativi trulli (qui eretti tra il XV e il XVIII secolo), come il trullo “Siamese”, un’unica base strutturale con due distinte coperture e legato alla leggenda dei due fratelli innamorati della stessa fanciulla, fidanzata promessa in sposa al più grande dei due, ma che era innamorata del più giovane; per evitare screzi tra i due, allora, fu deciso così di erigere una parete divisoria all’interno del trullo e creare due ingressi indipendenti. Solitamente nella parte conica interna del tetto di copertura veniva creato un vano sospeso in cui erano collocati i giacigli per far dormire i bambini, mentre i pavimenti – tutti rigorosamente in pietra calcarea bianca levigata del Tavoliere – restituiscono luce e aria all’interno del trullo; un vano centrale funge da soggiorno e mette in collegamento gli altri ambienti che ruotano intorno ad esso. Il bianco profumo delle pietre del selciato lungo le principali arterie di questo labirinto da fiaba, anche sotto la pioggia riesce ancora a restituire quelle arcaiche sensazioni di un tempo in cui tutto ruotava intorno alle principali forme produttive della zona, autentiche strutture sociali legate – in modo indissolubile – al mondo dell’agricoltura.

Un viaggio in Puglia, vale davvero la pena effettuarlo, e solo chi ha avuto la fortuna di nascervi riesce a comprendere fino in fondo di trovarsi al centro di un magico Sud in cui si intrecciano suoni, profumi, emozioni, ritmi, sensazioni, gioia, colori, magia… tradizioni! (di ©Andrea Perciato)

Camminando lungo orizzonti “saraceni” sulle Terrazze del Paradiso (Amalfi coast, South Italy)

attraverso casali, portici, rampe e giardini dal sapore arabo sospesi nell’immenso:da Minori a Ravello lungo il cammino percorso dal nobile avventuriero Thomas Hoby nel 1550… Questo singolare percorso si snoda attraverso un bel pendio che dal mare ascende alla montagna. L’itinerario tocca almeno quattro chiese e offre belle vedute panoramiche dei dintorni sullo sfondo di paesaggi immutati nel tempo, dalle frastagliate montagne della costiera ai giardini “terrazzati” sospesi nell’azzurro.

Il nobile inglese Thomas Hoby ambasciatore alla corte francese nel 1550 durante la traversata da Salerno a Napoli fu colto da una tempesta che costrinse i viaggiatori a prendere terra a Minori ed a continuare il viaggio a piedi. Durante lo spostamento Hoby loda il paesaggio: “… ridente e popolato, un luogo che stupisce per la ricchezza dei frutti con arance, limoni, cedri, olive, prugne, melograni e ciliegie; per l’abbondanza di fiori profumati, per l’aria tiepida della zona e per il basso prezzo del meraviglioso vino che mi meraviglio nel veder venduto a così buon prezzo; una caraffa, che corrisponde ad un quarto inglese, costa 8 cavallucci, circa 3 farthings”.

Muovendosi dalla Basilica di Santa Trofimena in MINORI, ci si porta sul piccolo lungomare che determina la spiaggia ciottolosa. Spostandosi verso Amalfi si giunge a Piazza Umberto I che è al margine W del lungomare. Da qui, imboccati la traversa di San Giovanni a Mare, si percorre il passaggio pedonale fino ad arrivare alla base della rampa dei gradini di via S. Giovanni a Mare. Ora ha inizio la salita lungo i gradini che in breve raggiungono la Statale Amalfitana n. 163, nei pressi di una fontana d’acqua potabile. Attraversati la strada principale si risale, proprio di fronte, per un’altra rampa di strette scale che in breve portano (75 m) nelle adiacenze del cancello principale del locale cimitero. Alla destra dell’ingresso del camposanto compare una stradina (che non va presa!); poi, proseguendo brevemente lungo il margine del cimitero, subito dopo averne superato il perimetro, si volge decisamente a sinistra da dove – ancora una volta – ha inizio una lunga salita attraverso orti e frutteti terrazzati che si alternano a masserie e case isolate.

La pista s’inerpica lungo il forte pendio che viene superato con tornanti e ripetuti gradoni i quali offrono – di volta in volta – visioni e suggestioni di una costiera solo in apparenza conosciuta. In vista di un bivio (203 m) con una via che – a destra – sale direttamente dalla periferia settentrionale di Minori qui, subito dopo aver incontrato un’altra fonte e lasciati alle spalle una piccola chiesa, s’incontrano le prime case del pittoresco villaggio di Torello (228 m), borgo di matrice medioevale che in molti identificano come il primo nucleo abitativo di Ravello e che trae il suo nome dall’altura di monte Toro. Pochi metri ancora e compare (230 m), a sinistra, la Parrocchiale di S. Michele Arcangelo con un campanile a sezione quadra e tre ordini d’altezza; qui nei pressi sbuca la pedonale (Via Torretta) che risale dalla frazione di Mormorata lungo la “nazionale” costiera. Si continua ancora a salire attraversando case e mura di recinzione (orti e frutteti) fino a quando, dopo circa 100 metri, si incrocia una rotabile secondaria che scende da Ravello.

Qui ci troviamo proprio sotto la rupe da cui si erge l’abitato di Ravello le cui case e, soprattutto, le sue ville avvolte da incredibili giardini terrazzati, già cominciano a profilarsi oltre l’orizzonte sulle nostre teste. Dall’incrocio si attraversa la strada e, passando di fronte (presenza di fonte d’acqua) si gira subito a sinistra incamminandosi lungo un sentiero. Ad appena 150 metri si giunge a ridosso di un grande loggiato che fa da platea alla chiesa di S. Pietro a Costa (270 m), la più antica fondata in Ravello crollata nel ‘500 e più volte rimaneggiata. Dalla spianata della chiesa si volge a destra e per un viottolo (via S. Pietro) si attraversa (312 m) un’altra rotabile; da qui, salendo a destra e senza indugiare, si giunge direttamente (359 m) nella piazza principale di RAVELLO, proprio nelle adiacenze della singolare Torre d’accesso della superba Villa Rufolo.

La bellissima cornice paesaggistica in cui è inserita Villa Rufolo è un miscellaneo concentrato di edifici “moreschi” di matrice medioevale (XIII-XIV secolo), avvolti da una incredibile vegetazione che si presenta varia e lussureggiante con specie floreali non autoctone. La Villa, eretta tra il 1270 e il 1280, Attraverso il suo viale si giunge alla terrazza (che sembra tuffarsi nel mare) di Riccardo Wagner così detta perché il 26 maggio 1880 il celebre compositore cercò l’ispirazione per concludere il quadro scenico del “Giardino di Klingsor”, II atto del Parsifal; e per ricordare questo evento, in questa cornice da favola da anni si celebra – in suo onore – il ciclo del Festival musicale Wagneriano.

Piazza del Vescovado in poche decine di metri divide l’ingresso a Villa Rufolo dalla bella facciata del Duomo, (più volte rimaneggiato) dedicato a S. Pataleone,  eretto nel 1086, che si caratterizza per la presenza di tre bei portali in marmo; quello centrale è chiusa da una porta in bronzo del 1179 con 54 formelle a sfondo sacro. Il suo interno assume forma balisicale con tre navate che poggiano su otto colonne e un transetto che si contraddistingue per il pavimento inclinato nel cui fondo compare la Cappella di S. Pantaleone. Ma i gioielli scultorei di questo sacro edificio sono gli amboni; quello di destra, detto del “Vangelo”, poggia le sue tortili colonnine su leoni marmorei; mentre quello a sinistra, conosciuto come quello de “l’Epistola”, è caratterizzato da pannelli e balaustre intarsiati da splendidi mosaici con figure zoomorfe.

Sempre dalla Piazza del Vescovado s’imbocca la stradina che r,isale per botteghe e tipiche trattorie, fino a raggiungere – in breve – la Chiesa di S. Francesco, il cui Convento, originariamente composto da tre navate e otto cappelle, vuole sia stato fondato – secondo la tradizione – dal “Poverello” di Assisi nel 1222. Poco più sopra sorge la Chiesa di S. Chiara, affiancata dalle otto celle attigue al ‘300tesco monastero di clausura.

Risalendo ancora per la bella, panoramica e silenziosa via si perviene alla scenografica Villa Cimbrone. Realizzata per volere di Lord Grimthorpe che fu colpito dalla straordinaria bellezza del luogo, la villa accoglie – in maniera sobria e spesso bizzarra – un crogiuolo di stili artistici, decorativi e architettonici appartenenti ad epoche diverse. I suoi giardini interni, ricchi di tesori naturalistici, panche e gazebo, offrono diverse possibilità per effettuare suggestive passeggiate. Di particolare bellezza è il “Chiostrino” che compare presso l’ingresso a sinistra da cui si accede anche alla vicina cripta. Nelle adiacenze si erge la Torre “merlata” del cosiddetto castello. Il suo rigoglioso giardino attraversa il bellissimo “Viale dell’Immensità” che conduce al “Tempietto di Cerere”, ricco di statue, pozze e fontane, culminante – a strapiombo sul mare – con il celebre “Belvedere dell’Infinito” che lascia proiettare lo sguardo verso l’immenso, un panorama mozzafiato che Gore Vidal definì il “più bello al mondo”. Guadagnando l’uscita è possibile attraversare la pineta che solca l’orlo del crinale e che ospita, al suo interno, il “Tempietto di Bacco, il “Belvedere di Mercurio” ed il “Tempio di Venere” fino a restare incantati dall’atrio delle Sirene e dal singolare Tea Room in puro stile arabo.

Ritornati nuovamente in Piazza del Vescovado (359 m), con splendide vedute panoramiche che si stagliano dalla costa ai monti dell’interno; quel caseggiato che si erge a settentrione e Scala. Proseguendo, in discesa si costeggia Villa Rufolo, passando sotto un portico con belle esposizioni di ceramiche artistiche. Si volge subito a sinistra scendendo lungo le rampe di Via Orso Papice, fino a sbucare su Via della Repubblica; e proprio sotto l’aspra rupe calcarea compare – incastrato nella roccia – l’ardito Santuario rupestre dei SS Cosma e Damiano. Continuando lungo la bellissima promenade di Via S. Cosma, si rasenta la rupe da cui s’affacciano i giardini di Villa Cimbrone, ben visibili lassù in cima. Giunti a un bivio, la via principale prosegue verso destra, mentre il nostro percorso prende, per rampe e scalinate in pietra, lungo Via Petrito in precipitosa discesa (prestare attenzione alle alzate “fuori misura”), attraverso muretti di confine, terrazzamenti recintati e scorci panoramici che si distribuiscono tra la rada di Maiori e il vallone di Atrani, fino a raggiungere (e superare) la strada principale, riprendendo in discesa lungo Via Castiglione che attraversa le prime case della borgata.

Atrani è laggiù, sullo sfondo e per raggiungerla, dopo una breve sosta a un fontanino, si prende la panoramica pedonale Via San Nicola che – superando suggestivi passaggi sfiorando incredibili sporgenze rocciose (prestare attenzione!) offrendo bellissime vedute paesaggistiche lungo la costa e le cale nascoste tra gli scogli – conduce fino ad Atrani, terminando la sua discesa proprio sul sagrato della Colleggiata di Santa Maria Maddalena Penitente. Qui, presso la terraza panoramica che s’affaccia dalla chiesa, il percorso ha il suo temine. (di ©Andrea Perciato)