monti PICENTINI (SA/AV)… “Paradiso Verde” dell’Appennino Campano

INVITO alla CONOSCENZA Un invito per condurre e far conoscere, a chi ancora non lo sa, le “bellezze” e l’importanza di queste montagne e la “sua” gente. Uno degli scopi per cui si desidera far conoscere questi monti, è quello di presentare in chiave ambientale, culturale, naturalistica, paesaggistica e storica, luoghi interessanti e poco noti dell’interno montuoso della Regione Campania, il suo “Cuore Verde”: i monti Picentini.

Lungo questi poco conosciuti percorsi Picentini appare, dunque, con maggiore evidenza, quello stretto “legame” tra l’uomo e l’ambiente naturale che altrove, in luoghi più affollati dal grande flusso turistico e dagli insediamenti industriali, è ormai scomparso. E’ un legame, questo, che può essere conservato solo con una severa politica di salvaguardia (ecco l’importanza di un Parco o di un’Area Protetta!) dell’ambiente, tanto più utile nel Mezzogiorno, dove forti e antiche si manifestano le interazioni tra storia e territorio, tra forme “offerte” dalla natura e manufatti “creati” dalla mano dell’uomo.  La molteplicità degli scorci paesistici, l’abbondanza dei castagneti, le meravigliose coloriture autunnali del bosco ceduo ed un’economia ancora legata all’agricoltura, alle attività silvo-pastorali ed ai semplici costumi montani, conferiscono alla zona dei Picentini una particolare bellezza che attende ancora “giustamente” di essere evidenziata e rispettata nei suoi valori più autentici.

La vita tra queste contrade, gli isolati borghi e le sconosciute vallate, fino a pochi decenni addietro, era “costruita” ancora su quei ritmi ingenui e naturali che hanno sempre contraddistinto l’animo forte e generoso delle popolazioni di queste terre. Si avverte in queste zone, come ancora oggi le giornate siano regolate misurandosi con gli eventi naturali: il sole, le lune, la cadenza e l’alternarsi delle stagioni, le emozioni scaturite da nascite, matrimoni e morti. Si assapora come questi paesaggi e le sue genti siano ancora rimasti così austeri, fieri e, al tempo stesso, legati alle tradizioni, senza mai alterare le loro abitudini, e con quel forte attaccamento a questa terra che conserva ancora quella immagine segreta e misteriosa, stretta e raccolta intorno ai suoi antichi borghi, isolati quasi sempre tra montagne, oppure a dominio di una valle. Contadini, soldati, pastori, tagliaboschi, pecorai e briganti, percorrendo molto prima di noi questi sentieri, hanno scritto pagine della loro storia di vita quotidiana tra le piste, i cammini e le strade di queste montagne… Le valli, i fiumi, i castelli, la gente oggi sono ancora lì, a testimoniare quella vita semplice e genuina, magari tenuta anche un po’ gelosamente nascosta. Anche un Ministero, quello dei Beni Culturali e Ambientali, si è accorto di queste montagne, emanando un Decreto (28 marzo 1985) in cui si dichiaravano i monti Picentini un “territorio di interesse pubblico, di interesse naturalistico e ambientale perché… un unico e immenso patrimonio di grande e notevole pregio paesaggistico degno di una adeguata tutela…

Fatte queste premesse, ecco che si propone, a tutti gli escursionisti che intendono avvicinarsi a questo “Polmone Verde” della Campania, la possibilità di aprire i propri cuori e le proprie menti ed a seguire il “ritmo dei passi” che, con il loro escursionare, avranno la possibilità di immedesimarsi, anche solo per pochi giorni, con lo stesso spirito che secoli addietro accompagnò quei grandi viaggiatori che mossero i loro passi lungo le antiche strade della storia alla ricerca ed alla conoscenza delle più remote tracce di arcaiche civiltà. Chi percorre i sentieri di queste montagne, vive costantemente le emozioni di un’avventura fantastica e interessante dal primo all’ultimo passo, quasi un ritorno alle origini dove non basta seguire le tracce della pista, ma si deve ricorrere (a volte) alla carta e alla bussola e, molto spesso… anche all’istinto. Tra questi monti, tra queste vallate, si possono ancora provare la “paura” di essersi perduti e la “gioia” di ritrovare un segno certo, sicuro, che indichi la via  (anche un campanile, un profilo di cresta montuosa o panorami a noi familiari). Si può ancora provare oggi, l’esaltante sensazione di camminare giornate intere senza che alcun “rumore” umano giunga agli orecchi, riassaporando i profumi che ancora offre questa incantevole natura. Infatti non bastano pochi giorni di cammino per capire l’importanza e la bellezza di questi luoghi, per conoscere a fondo quei mille piccoli segreti che avvolgono nel mistero e nella leggenda ogni pietra, ogni albero, ogni angolo nascosto di questo immenso paradiso montuoso.

Il piccolo contributo che si vuole offrire attraverso queste parole ed immagini, ma soprattutto di “ricordi”, è rivolto principalmente a chi, in questi paesi, su queste montagne, continua ancora a vivere, e soprattutto a far sì che escursionisti, appassionati di storia, cultura e tradizioni, turisti della domenica ed altri ancora, possano conoscere ed apprezzare quello che oggi questa terra, le sue valli, le sue cime, i suoi fiumi, le sue case e la sua gente riescono ancora a trasmettere con “forti emozioni” e “antichi sentimenti”. (tratto dalla guida “MONTI PICENTINI” Paradiso Verde dell’Appennino di©Andrea Perciato, Edizioni ARCI Postiglione, 2007 SA)

lungo la “COSTA degli DEI” 2) …Quando i pescatori raccontano!

… Sono tanti i fatti, gli spunti e gli aneddoti che possono venir fuori dai semplici racconti di qualche anziano pescatore che è ancora possibile incontrare lungo le cale o nei pressi di piccole baie nascoste. Dai loro racconti escono fuori storie sicuramente sconosciute a quei tanti turisti che riescono, purtroppo, a dedicare solo una fugace visita in questi straordinari luoghi. Popoli della costa e abili navigatori le cui gesta leggendarie sono giunte fino a noi cariche di entusiasmanti emozioni.

Questi, fin dall’antichità, erano in possesso delle più conosciute tecniche dell’andar per mari sia a vela, sospinti dai venti, che per strumentazione, con l’ausilio della bussola e il sestante; esperti maestri d’ascia con una tradizione cantieristica tra le più forti del passato; provetti tecnici d’ingegneria contadina applicata allo sfruttamento delle verticalità dei terreni “sospesi”; artisti completi e creatori di forme (con le ceramiche e le maioliche); astuti commerciati di sete, spezie e velluti che correvano lungo le rotte di tutti i mari esplorati; abili imprenditori ed instancabili lavoratori con le famose produzioni artigiane della carta e delle paste alimentari. A parte l’ampia e fortunatissima parentesi del granducato medioevale e della famosa Repubblica Marinara con l’istituzione dell’Ordine degli Ospedalieri a Gerusalemme (divenuto, più tardi, Ordine dei Cavalieri di Malta) ed il codice di commercio e di navigazione formulato dalle Tabulæ Amalfitanæ, la costa e il suo entroterra vissero per lunghi secoli nell’isolamento più assoluto, tagliata fuori da ogni collegamento sia per mare che per terra.

Solo agli albori dell’epoca dei lumi (tra XVII e XVIII secolo) questi luoghi aspri, da tutti visti brutti e misteriosi, lontani e difficilmente accessibili, cominciarono a destare l’interesse dei più arditi viaggiatori del tempo (artisti, poeti, pittori narratori, geografi, incisori, musicisti) i quali, alla scoperta della solitudine a tutti i costi e all’incontro con se stessi, viste le straordinarie meraviglie che potevano toccare con mano, cominciarono a privilegiare i paesaggi aspri e inviolati visti, ora, in quei contesti come specchio della contemplazione ideale alla ricerca di altre culture, di altre verità, di altre nature. (tratto dalla guida “ORIZZONTI SARACENI” di ©Andrea Perciato)

“Impressioni di Settembre”… nel Vallo del DIANO (SA, Campania South Italy)

…Settembre, perché può essere considerata senz’altro la migliore stagione per vivere il Vallo, nella sua veste ambientale, paesaggistica e naturalistica più bella, così come nel suo rincorrersi di eventi e ricorrenze che lasciano alle spalle un anno di sacrifici spesi nel curare l’amata terra ed aprono, per il futuro, certezze e speranze dense di propositi costruttivi. Gli enormi fazzoletti campestri sono già stati tutti falciati; l’aratro (oggi sostituito dal più moderno, veloce e maleodorante trattore) fino a qualche decennio fa scorreva lento dietro il flemmatico passo dei bovi che, immersi nel terreno fangoso, tracciava i solchi per le nuove semine mentre la soffice brezza del vento, che di tanto in tanto in queste zone cambia direzione, accompagnava quel dolce sapore di fertile terra appena rimossa.

E ancora il vento che, come una leggera mano, accarezza i morbidi cuscini cespugliosi irrorando profumi campestri anche negli angoli più nascosti e lontani di questo immenso Vallo, così le sue impercettibili refole piegano dolcemente i canneti che delimitano gli acquitrini; qualche animale domestico spaventa gli uccelli che cercano riparo all’ombra del folto fogliame mentre in alto, nel cielo terso d’azzurro, si vedono danzare grossi volatili che seguono le lunghe rotte della migrazione. Le oche starnazzano nell’aia mentre polli, pulcini e galline corrono all’impazzata da un angolo all’altro dei cortili.

La donna di questi territori (anziana o fanciulla che sia) col suo “maccaturo” avvolto tra i capelli, è intenta a gestire le quotidiane operazioni domestiche; il suo uomo, invece, ha di che essere impegnato. La sua giornata è vissuta senza scadenze orarie; l’orologio è superfluo… basta il sole. I tempi di lavoro seguono un preciso alternarsi di attività che a seconda di come si presentano le condizioni meteorologiche possono tanto avere inizio nella stalla, a pulire e curare le sue amate bestie, oppure tra i campi, intento a zappare o a realizzare qualche particolare innesto. I bimbi giocano felici a rincorrersi e a nascondersi tra l’erba alta, mentre i più grandicelli amano acquattarsi tra le rive dei canali e i canneti lungo le sponde del fiume alla ricerca di rospi e rane da catturare con i loro “coppi”. Un’anziana nonna, dagli occhi azzurri incastrati in un volto scolpito da infinite sfumature rugose, col suo corpo ricurvo ci racconta che non ha mai visto il mare, ed ella ingenuamente immagina che questo sia raccolto in una enorme bagnarola (o “gguara”) contenente una grande massa d’acqua colorata d’azzurro.

E’ mezzogiorno, e i lontani rintocchi dei campanili di chiese e cappelle segnano il trascorrere del tempo. In contrada Trinità, all’altezza dello storico 77° miglio della Via Regia delle Calabrie (l’antica Via Popilia/Regio-Capuam) proprio sotto l’abitato di Sala Consilina, fervono i preparativi e i festeggiamenti per un matrimonio. Dopo la celebrazione del Sacramento, ci si dà tutti appuntamento all’aperto. Già le lunghe tavolate sistemate tra i cortili e ricoperte di succulenti pietanze tutte rigorosamente preparate in casa emanano densi, aromatici e stuzzicanti profumi che rendono l’atmosfera più sobria, coinvolgendo tutti gli invitati (parenti, amici e compari di podere confinante) in un’autentica allegoria festaiola a cui nessuno si sottrae divenendo così, al di là dei novelli coniugi, i protagonisti assoluti dell’evento; momenti in cui tutti offrono il meglio di se stessi: suonatori, danzatori e il continuo vociare delle comari, si alternano ai ritmi cadenzati delle tarantelle e delle polke, delle tammurriate e delle mazurke.

Pochi decenni addietro, prima che in queste contrade passasse il grigio nastro d’asfalto dell’Autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria, i trasporti e le comunicazioni avvenivano ancora a misura d’uomo: carretti e torpedoni correvano in lungo e in largo tra le fangose vie campestri (che divenivano pozzanghere dopo i temporali) e le polverose strade maestre (inondate dalla calura estiva). Lungo questi tragitti vi era sempre un attimo dedicato alla sosta presso quelle locande e quelle trattorie adiacenti le antiche taverne e situate lungo la Statale. I carri in legno a quattro ruote trainati dalla coppia di bovi erano un bene prezioso per le genti che abitavano i poderi e le fattorie sparse in quest’immenso altopiano; il calesse a due ruote trainato dal cavallo, invece, permetteva di velocizzare gli spostamenti tra la campagna e la città. Il torpedone, che raccoglieva studenti, professionisti e dipendenti pubblici, tutti uniti dalla stessa condizione di pendolari, impiegava più di una giornata di viaggio per raggiungere la città capoluogo di provincia.

Ieri come oggi, è il giorno dedicato al mercato. Vicoli, strade e piazze cominciano a vivacizzarsi quando il buio della notte lentamente cede il passo alle prime luci dell’aurora; il vociare aumenta cominciando pian piano a moltiplicarsi, mentre spazi di memoria non troppo lontani portano il ricordo di quando i viottoli acciottolati, o ricoperti di basoli, fungevano da cassa armonica restituendo gli echi delle scalcinature provocate dai muli che, carichi di mercanzie provenienti dalle campagne del Vallo, arrancavano lungo le precipitose stradine vendendo primizie di portone in portone.

Ma ciò che più coinvolge le popolazioni di questo Vallo, nell’ultima decade del mese, sono i festeggiamenti del Patrono: San Michele, il Santo Longobardo che, trascorsi i mesi della calda stagione a proteggere le case e gli uomini di questa terra, fa ritorno tra le sue alture. In quasi ogni angolo di queste contrade compaiono effigi, stampe, immagini e altarini che inneggiano al culto dell’Arcangelo; i preparativi sono intensi e vissuti con rituali che si perpetuano da generazioni, segni di una fede vissuta nel profondo e tramandatasi di padre in figlio. Tradizioni che hanno fondate radici nell’indole sana e genuina degli abitanti di questi luoghi; tutto questo, in un turbinio di suoni e colori per rendere omaggio all’Arcangelo liberatore del male, affinché anche quest’anno, come quelli passati e quelli ancora da venire, dispensi gaudio, salute e protezione a quanti, con fervida devozione, ad Egli innalzano e invocano ogni sorta di preghiera. (tratto dalla guida “MI NI ‘GNANAVA PE’ LU CHIANI ‘E MUNTI, Me ne Andavo per le Vie ai Monti” di ©Andrea Perciato, Edizioni ARCI Postiglione, SA 2003)

a piedi nel CILENTO…1) una terra da camminare, una terra da raccontare!

In una Terra dove il senso del camminare si integra con un “vissuto” dalle arcaiche tradizioni… Là dove gli spazi assumono dimensioni senza confini mentre il tempo, come per incanto, sembra essersi fermato per l’eternità…

Per lunghi secoli, la sicurezza del Cilento è venuta proprio dal suo interno; monti e catene a fare da baluardo, strade quasi inesistenti, fiumi a regime torrentizio. Goethe, che amava misurarsi con l’ignoto, quando giunse per la seconda volta a Paestum, nel 1787 affermò che “nulla di più” lo attirava nel meridione dopo aver visitato la pianura pestana e i monti che coronano il suo circostante territorio. Renàn invece, nel 1850 considerò Salerno l’ultimo “confine della civiltà verso il Sud” perché al di là di Faiano (Pontecagnano) tutto era palude e pericolo. Il Lenormant, infine, che fu un insigne archeologo francese ed un accanito viaggiatore, sul finire del secolo XIX (1883) intraprese un lungo viaggio che lo portò ad attraversare le contrade, i paesi, i monti, i fiumi e le vallate di quell’immenso e disarticolato territorio che, partendo dalla piana del Sele ed estendendosi fino a Sapri, nel golfo di Policastro, prende il nome di “CILENTO”.

Attraversare queste zone poste all’estremo meridione della regione Campania, oggi come allora, è una continua emozione che va esaltandosi con un alternarsi di stati d’animo, momenti in cui s’intrecciano stupori e meraviglie nel continuo incanto e nelle suggestioni offerte da quegli isolati borghi montani che emergono tra i profumi e i colori di questa meravigliosa natura mediterranea. Le escursioni e i trekking che si propongono portano a scoprire tutte quelle meravigliose bellezze che riesce ad offrire il PARCO NAZIONALE del CILENTO-VALLO DIANO in cui spiccano le catene montuose degli Alburni, del Cervati, del Sacro-Gelbision e del Bulgheria fino a giungere lungo quei tratti di costa ancora intatti come l’incantevole Baia di Punta degli Infreschi.

Il Cilento, l’antico “CIS-ALENTUM” (al di qua del fiume Alento) dei Romani, fu in origine abitato dalle popolazioni lucane dell’interno. Fin dall’antichità gli insediamenti abitativi (di piccole dimensioni) dislocati nel territorio erano arroccati intorno ai rilievi montuosi, mentre lungo i litorali costieri bassi e sabbiosi sorsero antiche città come YELE/ELEA (Velia) e BUXENTIUM (Policastro-Bussento); insediamenti, questi ultimi, che determinarono fin da allora, quelle principali arterie d’accesso che, sviluppatesi dal mare verso l’interno (l’antica Via del Sale, la Via del Grano, la storica Via del Ferro) ricordavano, a quei primi coloni ellenici giunti in queste zone, quelle forme montuose e collinari della loro patria lontana: la Grecia. (tratto dalla guida “CILENTO, terra da camminare, terra da raccontare” di © Andrea Perciato edizioni ARCI Postiglione, 2002)

“Lacryma Christi” la vite del fuoco… Vesuvio (NA, Campania, South Italy)

Il leggendario vino vesuviano. La Campania è la terra dove ogni espressione riferita alla natura assurge a dimensioni superlative, oggi apprezzabili nel Parco Nazionale del Vesuvio. Già dai primi coloni Greci giunti dalla Tessaglia l’uva è la protagonista delle masserie e degli orti ai piedi del vulcano: falanghina, coda di volpe (confusa con l’uva caprettone), piedirosso (noto come Per ’e Palummo), sciascinoso e, naturalmente, l’aglianico sono i vitigni più diffusi e conosciuti nell’area vesuviana; come la catalanesca, ottima uva bianca da tavola importata dagli spagnoli e ancora coltivata lungo le falde del monte Somma. Dal mix delle varietà su elencate nasce il Lacryma Christi, tra i vini italiani più conosciuti all’estero. Sembra che l’appellativo di questo vitigno, e della terra da cui trae linfa, sia stato originato da più di una leggenda.

Si racconta del Maligno che, scacciato dall’Inferno, per dispetto rubò un pezzo di Paradiso per plasmare il golfo di Napoli. Cristo, alla vista di tale scempio, riversò sul Vesuvio le lacrime del proprio pianto donando così fertilità e prosperità. Le lacrime di Gesù, toccando il suolo, impreziosirono a tal punto queste terre tali da permettere la crescita di questo nobile vitigno. Altra antica leggenda vesuviana narra che il Cristo, passando da queste terre, abbia incontrato un anziano eremita cui fece dono di questo nettare. Altro racconto, anch’esso legato a un eremita, narra una storia diversa. L’eremita coltivava un vitigno abbondante e intensamente profumato da cui produceva il pregiato vino. Qui un giorno passò Satana e vide l’eremita al lavoro; lo indusse in tentazione ubriacandolo col suo stesso vino. Quasi riuscito nella malefica intenzione, sul Vesuvio si abbatté un uragano di piogge torrenziali; Lucifero, impaurito, scappò terrorizzato lasciando per sempre quella terra. Il diluvio che si abbatté generò un buon vino dal gusto acido e quasi insapore, mentre le intense preghiere dell’eremita contribuirono a rendere quel vino ancor più buono restituendogli il primitivo sapore e quelle lacrime, versate come atto devozionale per intercessione divina, determinarono il miracoloso cambiamento. Da allora quel vino assunse l’attuale nome.

Dal fuoco il colore, dalla cenere il sapore. Tra i principali vulcani della Campania (Somma-Vesuvio, Campi Flegrei, Ischia e Roccamonfina) persistono millenarie tracce dei vitigni che hanno reso questa terra un’area di coltivazione dell’uva conosciuta e apprezzata da tempi immemori. Nella Casa del Centenario, a Pompei, su una parete primeggia un bell’affresco raffigurante Bacco sul Vesuvio; nella scena si scorgono le pendici vulcaniche ricoperte dai vigneti. Il Vesuvio, considerato in antichità come il vulcano che “fabbrica tutte le nuvole del mondo” ha reso, questo angolo di mondo ed il vino che se ne produce, un luogo leggendario. Un vino che sa di sacro ed è intriso di antico; un vino  dall’essenza forte e delicata, riconoscibile per l’aroma sfumato e dal sapore delle erbe selvatiche, dall’intenso e misterioso colore del fuoco e dall’aspro sapore di lava, un’essenza fatta di lapilli e di cenere, quelle stesse ceneri che seppellirono Pompei ed Ercolano. Ottenuto principalmente da uve Piedirosso in uvaggio con altre uve rosse autoctone questo vino, come molti altri della Campania, è caratterizzato dalla natura vulcanica dei terreni sui quali le uve vengono coltivate. Queste rocce sott’acqua raggiungono l’isola di Ischia (importante per la produzione di vini, caratterizzata dal tipo di viticultura praticata, disagiata a causa dei ripidi terrazzamenti e paragonabile a quella di altre zone, come la Val d’Aosta, Valtellina e Cinqueterre). Vino fragrante dal sapore inconfondibile, accoppia in sé la freschezza dei bianco e la corposità del rosso giovane. Il suo gradevole profumo ricorda la ginestra e la zagara; dal sapore asciutto e armonico di ciliegia con una lievissima nota mandorlata. (tratto dalla guida “CAMPANIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

lungo la “COSTA degli DEI” 1) introduzione a un viaggio di scoperta, di profumi… di emozioni!

Al centro del Mediterraneo, lungo la costa tirrenica bagnata dall’esteso litorale campano, esiste un promontorio montuoso – sospeso tra cielo e mare – che si protende con straordinari paesaggi verticali i quali offrono le meraviglie di una natura forse unica al mondo; ambienti di rara bellezza che formano la penisola dei monti Lattari, una granitica dorsale che divide due tra le più belle coste che possano affacciarsi nell’azzurro del Mare Nostrum.

Questa è una terra ove l’Oriente ha lasciato preziose testimonianze della sua presenza… I popoli di queste “terre sospese” o di questi “mondi in obliquo” sono intrisi di Medioevo e di cultura araba, di mondi, tradizioni e culture giunti da lontano. Un carattere esotico, quasi “moresco”, aleggia dal loro modo di agire, di esprimersi, di essere… Nel cuore della Penisola dei monti LATTARI, sulla Costiera Amalfitana, tra lo splendore dei suoi orizzonti, tra il profumo dei suoi boschi e il silenzio delle sue valli… nei colori della sua terra andavano a svilupparsi insoliti itinerari frequentati dagli antichi commerciati che provvedevano al trasporto e alla lavorazione del pregiato prodotto che qui veniva scambiato lungo precise rotte di scambi terrestri: dal mare alla montagna e viceversa. Questi scritti, queste testimonianze, questi ricordi, questi disegni, queste foto… ripercorrono, lungo uno straordinario viaggio nel tempo, la vita, le abitudini, le case, i vicoli, la conoscenza del territorio e gli sviluppi di un’economia essenziale basata soprattutto sulle tipiche produzioni locali e le lavorazioni artigianali della carta, della pasta, dei dolciumi, del vino e dei liquori.

Questa è una terra ove l’oriente ha lasciato preziose testimonianze di stili, di architetture e decorazioni arabo-siculo con chiostri e campanili, case cubiche tinte in bianco con archi e vicoli attraverso i quali pulsa una vita ricca di stimoli e di sensazioni, ove la coesistenza di due civiltà così tanto distanti genera infinite contraddizioni e imprevedibili ambiguità le quali, poi, non sono estranee a quelle atmosfere di mistero e di magia che solo qui, e difficilmente altrove, riescono a farsi sottile incantamento. Una terra (e una costa) abitata da gente semplice, ostinata, fiera e orgogliosa; rinunciataria al superfluo, concreta nelle decisioni…! (tratto dalla guida “ORIZZONTI SARACENI” di ©Andrea Perciato)

nella valle dei mulini dell’Ermice (Eboli, monti Picentini, SA)

A volte non ci si crede delle particolari bellezze naturalistiche che un territorio possiede, bellezze paesaggistico/ambientali incastrate in un’autentica oasi di verde, ricche di acque e di profumi intensi generati da una macchia che fa da sfondo alle fustaie più estese, con un sottobosco che emana densi profumi di erbe aromatiche da cui s’aprono cornici paesaggistiche di inaudita bellezza con vasche naturali in cui spiovono le acque di fonti e ruscelli formati da cascate e pozze dai fondali così trasparenti entro cui nuotano girini, mentre le salamandre fanno a gara a nascondersi tra il copioso fogliame: la Valle dell’Ermice ad Eboli.

Ecco una piccola “goccia” di paradiso creata dalla natura e a portata di… piede! Una piccola oasi sorta a pochi km dal centro antico di Eboli (SA), dalle più importanti vie d’accesso (autostrada, statale e ferrovia) e facilmente accessibile da tutti. Tra i versanti meridionali dei monti Picentini, s’apre questa valle in prossimità della collina di San Donato. Siamo all’apice, nel punto più elevato del centro storico di Eboli, alle spalle del Castello dei Colonna; qui, dalla Chiesa dei SS Cosma e Damiano (XVIII secolo) sale, tra antiche mura che da secoli dividono terrazzamenti sistemati a coltura (uilveto) e proprietà ecclesiastiche, lasciando a sx il poderoso complesso conventuale della Basilica di S. Pietro alli Marmi (del 1159), una stretta via che in breve raggiunge al Serbatorio dell’Ermice (presenza di un fontanile).

Da qui parte un piacevole percorso naturalistico, recentemente inaugurato dalla locale amministrazione, per favorire la fruizione, la scoperta e la conoscenza di uno degli angoli più caratteristici di questo territorio: quello della Valle dei Mulini. Superati il varco d’accesso un viale, con balaustra il legno sulla dx, attraversa il primo tratto pianeggiante, fino al primo mulino detto di “Zì Matteo“. Da qui, poi, il facile tracciato si tramuta in sentiero e, tra la copiosa vegetazione formata da boschi di acero e cerro, con un rigoglioso sottobosco di ginestre, lentisco ed altre componenti della macchia, in pochi minuti raggiunge lo storico “ponticello sull’Ermice” da cui sono possibili ammirare due scenografiche platee naturalistiche di pregio valore ambientale.

A valle, scendendo subito a destra del ponticello, c’è una “scaletta in trincea” (scivolosa per la presenza di muschio!), scavata nel pendio roccioso e che porta a ciò che resta di un’antica struttura (fontanino in muratura) qui sistemato alla fine dell’800; affacciandosi con la massima cautela è possibile scorgere una bella cascata formata da molteplici salti conosciuta come “u butto ru cianciuso” (che dovrebbe significare il fondo in cui si lavavano i cenci, gli stracci!). Proseguendo a monte del ponticello il sentiero sfiora una solida struttura in muratura (conci e pietre); laggiù in fondo al torrente s’aprono singolari polle d’acqua trasparente conosciute come “e quatt laghetti” (quattro piccole pozze d’acqua). A poca distanza già è possibile scorgere il sentiero che passa sotto una poderosa struttura in pietra ad arco (“Mulino dell’Arco”), struttura che sorregge e permette di raccogliere l’acqua incanalata dalle sorgenti a monte per distribuirla, con industriosi accorgimenti di tecnica idraulica e irrigua, ai terreni più a valle sistemati a coltura.

L’operosità dell’arte molitoria e la cultura dei frantoi in questa valle ha origini molto antiche avendo inciso notevolmente, per oltre un millennio, ad indicare percorsi, erigere strutture produttive nelle vicinanze di ruscelli e corsi d’acqua, a determinare abitudini protratte per secoli, tutte legate al sapiente utilizzo dell’acqua come il lavaggio della biancheria, l’irrigazione nei campi, macinare cereali e graminacee per ricavarne farine, per molare le olive e incrementare la produzione di olio di cui, questo territorio, è un privilegiato punto di riferimento.

Ancora un po’ più avanti e per uno stretto sentiero si raggiungono prima i ruderi (ben visibili sulla sponda opposta) del “Mulino della Torre” e le vicine sorgenti dell’Ermice ove è possibile ammirare la cosiddetta “Buatta“, una bellissima ed ampia pozza d’acqua dai fondali trasparenti che vanno dal color giada al turchese. Oltre alle preziose gemme storiche, artistiche e culturali conservate nel centro storico della città “eburina”, i dintorni riescono ad offrire notevoli spunti per una visita a stretto contatto con una natura che si rinnova di stagione in stagione; qui, nella valle dei Mulini dell’Ermice l’acqua è la protagonista assoluta mentre i ruderi dei mulini assurgono ad austeri testimoni di un passato fermo nelle memorie del tempo, che tramandano ai posteri le tradizioni di una cultura popolare che ha reso questi luoghi… immortali! (tratto dalla guida “CAMPANIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

John O’GROATES Cape (SCOTLAND)… in cima all’UK, sulle scogliere di Duncansby Head

Ma poi, come si fa a dire che il Nord… non piace? DUNCANSBY HEAD e le incredibili scogliere di JOHN O’GROATS, sono – per chi decide di fare un viaggio in Scozia – davvero un luogo da vedere, con qualsiasi condizione meteo/ambientale! Lungo un orizzonte verde smeraldo che si protende verso il Mare del Nord, si giunge fino alle basse e grigie case della città di THURSO, la più settentrionale della Gran Bretagna; abitazioni che compaiono improvvisamente dal nulla in mezzo ad un paesaggio solitario, spazzato solo da venti gelidi provenienti da nord. Un breve tratto ancora di strada che sembra perdersi nel nulla e si raggiunge il vicino Capo di DUNCANSBY HEADS da cui prospettano le spettacolari scogliere di JOHN O’GROATS, piccolo villaggio posto all’estremo N-E del Regno Unito, nonché punto d’imbarco per le vicine (appena 13 miglia) isole Orcadi.

Per raggiungere il faro di Duncansby Head è possibile prendere il sentiero che dal villaggio di John O’Groat conduce fino a qui. Il percorso parte del piccolo paese coprendo una lunghezza totale di 8 km per circa tre ore di cammino in un deserto solcato dai venti e dalla bianca spuma delle mareggiate che lasciano ondeggiare le erbe dei campi e restituire gli echi delle onde che s’infrangono sulle scogliere. Il piccolo paese viene considerato come il punto più a settentrione dell’United Kingdoom, base principale del turismo verso le isole Orcadi.

Dal faro si gode di una vista spettacolare sulle isole, talmente così vicine che se ne vedono le ripide coste, come anche l’estensione illimitata dei prati erbosi dove gli unici abitanti sono le centinaia di pecore che pascolano tranquille e pacifiche in questo estremo paradiso del nord; da qui – durante i gelidi inverni ove il tratto di mare che separa la costa dalle isole si ghiaccia – è possibile coprire la distanza che divide le due coste, con una slitta trainata dai cani.

Dal punto estremo del promontorio, parte un bel sentiero che scende lungo un dolce pendio coperto dalla torbiera e da estesi prati verdi attraverso un paesaggio bucolico interrotto spesso dal belato delle pecore e dallo stridere dei gabbiani; si segue il sentiero che costeggia la scogliera, scorrendo lungo piacevoli saliscendi e sfiorando le profonde e strette spaccature che s’aprono da essa sul mare. Poco alla volta mentre si superano cigli esposti, profili erbosi, pecore “marchiate” con cerchi colorati che brucano l’erba – in precario equilibrio – sull’orlo di incredibili precipizi, è possibile già scrutare da lontano, avvicinandosi poco alla volta, gli enormi faraglioni di Duncansby Stacksche, qui conosciuti come “stacks”, enormi guglie, spesso vere piramidi, rocciose che diventano sempre più spettacolari emergendo dal mare in tempesta come dei giganteschi coni di roccia scura, umida, ricoperta in buona parte di muschio. Un aspro paesaggio dalla natura estremamente selvaggia laddove sembra davvero di aver raggiunto gli estremi confini del mondo! I due stacks (che hanno fatto da sfondo a diversi film di avventura e fantascienza) sono formazioni rocciose composte da arenaria rossa di sicura origine vulcanica e le loro spettacolari geometrie, la loro imponenza e la loro maestosità lasciano sicuramente estasiati di fronte a così tanta crudele e selvaggia bellezza.

Durante l’escursione seguendo il sentiero sull’orlo della scogliera, gli uccelli marini che nidificano negli anfratti delle impervie rientranze rocciose ci tengono compagnia svolazzando sopra le teste e gracchiano osservando, incuriositi, i colori sgargianti delle giacche a vento che si evidenziano dal fondo verde dei prati. Sulla scogliera il vento continua a soffiare con tutta la sua imponente forza, mentre le nuvole basse compaiono per dissolversi qualche istante dopo.

Come sempre il Regno Unito non stanca mai di meravigliare, come spesso accade in questo estremo angolo di terra caledone, anche questa volta la natura continua letteralmente a stupirci regalando, a chi transita lungo queste impetuose scogliere, vedute panoramiche caratterizzate da una inaudita bellezza con le immagini di orizzonti in cui si riflette una natura primordiale che si rifà alle origini del pianeta Terra e che difficilmente si riesce a vedere altrove. (tratto dalla guida “EUROPA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

CORNOVAGLIA/KERNOW (UK)… lì dove finisce la terra, tra pirati e sirene!

Qui, di fronte all’immenso dell’Oceano Atlantico, si cammina lungo sentieri dalle emozioni possibili che si rincorrono di scogliera in scogliera sulle tracce del South West Coast Path, un lungo, bellissimo, suggestivo e panoramico tracciato che percorre tutta la costa del S-W dell’Inghilterra.

Lo spettacolare centro costiero di Penzance, offre una lunga passeggiata fino al borgo dei pescatori di Marazion verso l’isola di Mount St. Michael, raggiungibile per un istmo solo piedi e quando la bassa marea lo consente, isolotto gemello del più famoso St. Michel in Normandia. Le precipitose scogliere di Land’s End (la fine della terra), con sentieri che toccano antiche e isolate fattorie (farm) della zona, fino al villaggio di pescatori di Sennen Cove, paradiso dei surfisti.

Ma la Cornovaglia è un crogiolo di emozionanti sorprese da vivere passo passo, senza fretta, col giusto tempo per guardarsi intorno e conoscere, scoprire, curiosare. Una costa ricca di sorprese con le antiche miniere (a picco sul mare) in disuso, case dai variopinti giardini, giganteschi fari sulle scogliere ed ampie distese prative ottime per i pascoli. Dai silenzi delle campagne di Zennor, alle suggestive maree di St. Ives, pittoresco borgo marinaro caratterizzato da spiagge color pastello e bagnate da un mare che offre barche e natanti adagiate su bianchi fondali sabbiosi dopo le basse maree.

La Cornovaglia è la parte più a sud dall’isola britannica, lontana dal resto del paese in tutti sensi. Qui la vita scorre piano, ogni colore ha una storia, ogni suono, rumore, profumo hanno una sua storia; per alcuni è un pregio, per altri un difetto; e per visitarla con gli occhi attenti di un adulto e la curiosità tipica dei fanciulli, suggerisco alcuni elementi che della Cornovaglia ne fanno un luogo magico… unico! I numerosi fossili presenti, con ricche specie vegetali (felci e infiorescenze preistoriche) e marine (conchiglie e pesci), arricchiscono la conoscenza di questa parte di mondo affacciato sull’Atlantico, con ampi orizzonti che s’aprono tra il Canale della Manica, l’oceano e il mare Celtico. I cimiteri monumentali, ove ogni lapide, ogni effige, racconta una storia diversa. La costa con pareti e scogliere a picco sull’Atlantico con altezze fra i 30 e i 70 metri, sono da sempre il teatro di incidenti navali e naufragi con navi trascinate dalla forza delle correnti sulle aspre scogliere che qui hanno un fascino unico, ove il mare rumoreggia al punto da confondersi coi colpi di un cannone o dei tuoni in lontananza. I sentieri, ben visibili e segnalati, sono il paradiso degli escursionisti, un autentico eden per chi fa trekking.

Chi cammina per la Cornovaglia trova facilmente l’imbocco dei sentieri grazie a una rete di piste tracciate fra l’interno e la costa ben evidenziata con appropriata segnaletica sia verticale che orizzontale, nonché visibili sul territorio da chilometri di siepi ben curate dai proprietari dei terreni attraversati. La campagna inglese risalta per le caratteristiche farm (tipiche fattorie), con orizzonti solcati da mucche al pascolo, da cavalli e da pecore, con prati ben mantenuti e opportunamente curati.

Le famose barche dei pescatori qui hanno tante storie da narrare, ove il culto per il mare ha un sapore antico; tra mito e leggenda, storie e romanzi, tragedie e lieti eventi da sempre, qui il mare, è fonte di sostentamento per le popolazioni che vivono sulla costa. Ogni colore dato a una imbarcazione caratterizza il ceppo di appartenenza della famiglia di pescatori, attività che si tramanda da nonno a nipote ed il pesce, qui in Kernow, credetemi… ha un sapore davvero speciale! Bere un tè caldo nelle giornate plumbee non ha eguali. Qui il tè si beve ovunque, a qualunque ora e in qualsiasi momento della giornata. Caldi e accoglienti tea-room offrono numerose specialità di tè dalle numerose essenze aromatiche; esso non solo è buono, ma toglie l’enorme quantitativo di umidità che si può assorbire durante la giornata. I corvi sono gli uccelli tipici della Cornwall, mentre i gabbiani qui sono diversi dai loro cugini mediterranei. Più grossi e robusti, per resistere alle correnti dei venti atlantici, hanno un piumaggio leggermente più scuro e bruno e poi, sono talmente così abituati all’uomo che si lasciano facilmente avvicinare.

La Cornwall, infine, è l’indiscusso mondo delle ragnatele. Mai viste di cosi belle, grandi e geometricamente perfette. Particolarmente visibili prima che si scateni la pioggia o durante le plumbee giornate nebbiose, si possono scorgere da vicino aracnidi dalle dimensioni piuttosto notevoli che danzano in circolo a tessere i fili della propria ragnatela irrobustendola in previsione delle violenti burrasche di acqua e di vento che qui, più che altrove, non hanno eguali (tratto dalla guida “EUROPA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

un insolito andar tra ponti e taverne… La “Via delle Taverne” sull’antica Popilia/Regio Capuam (Alburni, SA)

Per conoscere quest’antica via bisogna fare un passo a ritroso nel tempo di 2000 anni. Il suo tratto era compreso nelle 321 miglia lungo il tracciato della Via Popilia (o Regio/Capuam) che collegava Capua a Reggio Calabria. Questa via era considerata un’appendice della più importante Appia, e da questa se ne distaccava per mettere in  comunicazione i luoghi più interni della fascia tirrenica. La sua pavimentazione, in quei tratti in cui oggi ancora esiste, non è rivestita dai basoli, tipica pavimentazione delle strade dell’Impero; il suo tracciato sembra più una comune strada carraia con le normali caratteristiche del fango in inverno e della polvere in estate. Essa non si discosta molto dall’attuale asse stradale della SS 19. La sistemazione delle taverne lungo quest’arteria avvenne, per necessità, quasi subito: luoghi di sosta per i viaggiatori, di cambio per i cavalli, di stazioni per la posta; e ancora, rifugi e locande per  uomini d’affari, prelati, nobiluomini, principi e notabili che di qui transitavano e potevano ricevere riposo e ristoro.

L’attuale tracciato della SS 19 delle Calabrie può essere considerato, per una buona parte, come la sopravvivenza della via Regio/Capuam. Risalta subito agli occhi come essa modella il suo attuale percorso su quello dell’antica via, ne attraversa le stesse zone, tocca molte delle località da essa servite, e punta nella stessa direzione. Nel ‘700 il governo borbonico ebbe cura di migliorare e sistemare la viabilità nel Reame di Napoli col riassetto delle strade romane (ciò di cui ancora ne restava) e con la costruzione di nuove opere stradali, tra cui l’ardua impresa del ponte e dei tornanti nella gola di Campestrino. L’antica via, provenendo dalla fertile pianura della Campania Felix, attraversava Salernum (Salerno) e Picentia (Pontecagnano), lambiva il colle di Eburum (Eboli) valicando infine, su un tortuoso ponte, il fiume Sele che in antichità veniva considerato il confine meridionale della Campania. Si propone, con questo itinerario, di ripercorrere (da Sud verso Nord) un pezzo di quell’antica via lungo il tratto che dalla Fontana della Regina, nei pressi della stazione FS di Petina conduce, attraverso il Valico dello Scorzo, fino al Ponte sul fiume Sele. Ma soprattutto si vuole cercare di capire quali emozioni provavano i viaggiatori a quel tempo attraversando questa impervia e, al tempo stesso, straordinaria natura.

Dalla FONTANA della REGINA (231 m), sulla SS 19, inizia il nostro itinerario che viene percorso, in buona parte, su strada asfaltata. Nelle vicinanze della fontana, sul lato opposto, c’è una traccia di sentiero che in 15 minuti conduce giù al fondovalle del Tanagro (135 m); qui ci sono i resti di un ponte in pietra a quattro o cinque arcate, due delle quali ancora esistenti e ben visibili. Il ponte, oggi detto della “Difesa” (o come veniva indicato, della Petina), è una tipica opera romana rivestita ad opus quadratum, antica tecnica di pregiato valore costruttivo. Ritornati sulla SS 19 questa riprende leggermente a salire tra boschi e costoni rocciosi che si parano sulla sinistra, e tra gli alvei paludosi del Tanagro giù in basso a destra. Una cappellina (270 m) al lato destro della strada fa destare il nostro sguardo interessato verso la vallata che si apre a sinistra. In basso, a destra, si trova il Bosco dell’Incoronata mentre di fronte, sullo sperone roccioso che si erge in fondo, si ergono i ruderi dell’antico borgo di Castelluccio Casentino; posta invece tra l’immenso verde dei boschi e la ciclopica muraglia dei costoni rocciosi settentrionali dei monti Alburni, si staglia la rupe con le case del paese di Sicignano degli Alburni.

Proseguendo, dopo una prima curva a destra ed una controcurva a sinistra, si giunge al km 38 nei cui pressi, sulla sinistra, si trova la Taverna S. Giuseppe (259 m). Poco più oltre, al km 37 sulla destra si apre, invece, il grande portone in pietra ad arco della Taverna dell’Olmo (243 m). A meno di 1 km più avanti c’è un ponticello (227 m) che scavalca il torrente Galdo che vi scorre poco sotto a destra mentre a sinistra, nascosti tra le querce del Prato della Corte, vi sono alcuni ruderi (taverne forse!). Ancora 1 km e la strada presenta un incrocio (233 m): sulla destra appare il ponte dei Gualani che conduce al borgo di Castelluccio Cosentino (458 m), mentre sulla sinistra la strada porta a Galdo (349 m), una frazione di Sicignano. Dall’incrocio in poi, la strada comincia gradualmente a salire con un pendio abbastanza notevole fino a giungere nei pressi di un bivio (343 m): sulla destra, per prati coltivati e altipiani sistemati con filari di viti, si giunge alla stazione FS di Sicignano Scalo mentre, proseguendo ancora in avanti dopo 200 m si transita lungo la strada che attraversa le case del borgo di Zuppino (355 m): presenza di taverne.

Tra quelle case che si scorgono, sono facilmente riconoscibili i portali in pietra e le tipiche facciate delle antiche taverne. Proseguendo ancora in avanti, e per ripida salita, a 1,5 km si giunge al Valico dello Scorzo (o Scuorzo – 473 m), nel luogo esatto in cui erano ubicate le antiche “NARES LUCANAE” (le Narici della Lucania). Il nome viene suggerito dall’aspetto del valico, situato fra le ripide e irte pareti degli Alburni (oltre i 1700 m) a sinistra, e un’altura molto più modesta, Serra dello Scorzo o di S. Angelo (676 m), sulla destra. Questo nome evidenzia l’importanza naturale che il valico assunse fin dall’antichità nelle comunicazioni tra la Lucania e la Campania. Attraverso le Nares infatti, la chiusa ed impervia Lucania respirava e il suo orizzonte si dilatava verso la pianura e il mare. Le Nares erano il punto d’incontro di due diverse regioni e questo ancora avverte il viaggiatore che oggi giunge allo Scorzo: da un lato, verso occidente, si aprono le colline coltivate ad ulivi e vigneti di Serre che degradano verso la piana del fiume Sele, lambita dal mare, ricca di piantagioni e densamente popolata; dall’altro lato invece si estende un paesaggio dominato dalla montagna col fondovalle solcato dal fiume, in cui si riversano i torrenti che discendono dalle alture. Allo Scorzo, una delle antiche taverne è stata adattata a tipico ristorante riuscendo a conservare, così, la sua caratteristica struttura e riprendendo, in un certo senso, la sua antica funzione originaria: luogo di sosta e di ristoro. Dal valico dello Scorzo parte la strada che conduce a Sicignano degli Alburni e a Petina.

Continuando lungo la SS 19 delle Calabrie, conosciuta anche col toponimo di matrice borbonica “Via Regia delle Calabrie” ad 1,5 km dallo Scorzo, presso una curva che in leggera discesa piega a sinistra parte, distaccandosi dalla Statale (poco sotto a destra), una carraia che segue fedelmente il tracciato dell’antica Via Popilia. Dopo un ponticello, a 1 km si arriva alle case dei Vignali. Superati un altro ponte, a 200 m sulla destra, una sterrata porta (in 10 minuti) ai ruderi della Torre (348 m). Più avanti, in contrada Zancuso, si transita per la omonima masseria (359 m) e, 1 km dopo, si giunge a un trivio: Contrada Duchessa (318 m). Qui notevole è la presenza dei ruderi di una torre e dei resti di antiche taverne; c’è un tratto di basolato ben conservato sul manto stradale. Il nostro cammino prosegue sulla destra e continua a mantenersi, senza mai distaccarsi, lungo la carrareccia principale. Si attraversano così i saliscendi, i campi e le colline, ove diverse masserie sono sistemate lungo i declivi dei piani e delle contrade di Mascia, Groppa, Zonzo, Favoli e Aliterno.

Dopo un ponte (147 m) che travalica il corso di un torrente, a sinistra si trova Pagliarelle (164 m) con la presenza di un rudere sulla destra. Si risale ancora un po’, ed altri ruderi si scorgono sempre a destra (186 m), presenti nelle vicinanze della masseria Romano. La via continua ora a discendere in maniera abbastanza lineare proseguendo in direzione W fino a ricongiungersi (85 m), al km 16, nuovamente con la SS 19 delle Calabrie. Qui la presenza di pietre miliari, cippi e cappelline testimoniano l’importanza che questa strada ha avuto fin dal passato. Poco più sotto, nelle vicinanze, si giunge al tortuoso ponte (75 m) eretto dagli spagnoli lungo il fiume SELE, punto terminale di questo storico percorso. (tratto dalla guida (“ALBURNI, tra i Monti del Silenzio”, edizioni ARCI Postiglione 2001, di ©Andrea Perciato)