TRAPANI, la città tra i “due mari”

Un lembo di terra proteso nell’azzurro, laddove l’incontro tra due mari (il Tirreno a nord e il “Mare Nostrum” a sud) determina – da tempo – confini e incontri tra popoli e antiche civiltà. Conosciuta come la “città del sale e della vela” Trapani è posta in un punto cruciale dell’isola; in uno di quei vertici della “Trinacria” occidentale tra vestigia di matrice greca, i trasparenti fondali marini, spiagge incontaminate e orizzonti solcate da isole da sogno.

La città, che si divide tra i due orizzonti marini, da un lato – a sud – con le strutture portuali e dall’altro – a nord – coi suoi antichi quartieri dei pescatori e i muraglioni di tramontana che s’affacciano su bianchi litorali sabbiosi, può essere visitabile nell’arco della giornata; ma è nel tardo pomeriggio, quando il sole comincia a calare verso l’orizzonte, che esprime il massimo della sua bellezza.

Calzando delle buone e comode scarpe da ginnastica, munendosi di una bella macchina fotografica, è possibile buttarsi a capofitto alla scoperta e alla conoscenza di questo bel centro storico, un’autentica meraviglia dove immergersi tra storia, tradizioni, una cucina semplice e – al tempo stesso – ricercata; ma è soprattutto nell’atmosfera di questa città, da secoli crocevia di culture e storia, che si scopre la sua essenza, quell’autenticità più vera e autentica.

Girovagando attraverso i suoi vicoli e le stradine lastricate in basoli di bianco calcare, è lungo la sua principale arteria – il Corso V. Emanuele II – che prospettano le facciate tardo barocche di eleganti edifici del tardo ’600 inizi XVIII secolo; una skyline da cui si eleva la Chiesa del Collegio e la Cattedrale di San Lorenzo, mentre a poche decine di metri si trova la Chiesa del Purgatorio che custodisce i Misteri, le statue portate in processione durante uno dei più famosi riti pasquali qui a Sud.

Trapani ha un centro storico a dir poco meraviglioso, un quartiere che si visita camminando facilmente a piedi. Oltrepassato il “bastione spagnolo” il lungomare è lì, a pochi passi; mentre compiere la passeggiata sulle mura di Tramontana, tra gli incredibili colori del tramonto, risulta essere un’esperienza indimenticabile da non perdere. Per gli amanti della fotografia dei tramonti e delle passeggiate sul lungomare queste sono esperienze che non possono assolutamente perdersi; dalle Mura di Tramontana è possibile ammirare la skyline sul panorama più bello della città di Trapani.

Ma è proprio il suo centro storico, una sorta di “piccolo gioiello” fatto d’arte e architettura, un luogo in cui s’incrociano gli stili e le fattezze di passate civiltà che qui hanno retto le sorti della città; un contenitore di bellezze che risalta subito all’occhio per i suoi tratti decorativi molto ben curati, e i lineamenti rinascimentali che s’intrecciano col barocco delle facciate di palazzi abilmente restaurati con stile e gusto. Quando cala il sole e la luce fioca dei lampioni illumina le vie, il centro di Trapani diventa ancora più affascinante.

Il centro storico di Trapani si trova su una penisola circondata dal mare. Nelle giornate molto ventose, oltre a ricevere le raffiche che oltrepassano le case e attraversano i vicoli, è possibile compiere la passeggiata lungo le Mura di Tramontana. Queste Mura furono costruite durante il periodo di dominazione spagnola per difendere la città dagli attacchi dal mare; oggi ne rimane solo un chilometro percorribile con una bella e suggestiva camminata fino alla sua estremità. Per compiere questa camminata, il percorso ha inizio dall’emiciclo della “Piazza Mercato del Pesce” fino a terminare presso il “Bastione Conca”.

Questo particolare camminamento attraversa da un lato il mare e le piccole calette sabbiose, dall’altro le vecchie case dei pescatori affiancate le une alle altre. Quando il vento soffia e i gabbiani si lasciano trasportare in un volo planare, il sole che tramonta oltre l’orizzonte lasciando il posto alla luna che splende sempre di più, fermarsi un attimo e godere di tutte queste sensazioni è come lasciarsi trasportare da una magica atmosfera senza tempo, un’emozione che si respira solo camminando lungo queste Mura.

Il camminamento lungo le Mura di Tramontana termina nei pressi del Bastione di Conca; oltre non si può più proseguire sul lungomare mentre – per proseguire – occorre deviare verso l’interno. Pochi passi ancora e s’imbocca il viale delle Sirene/via Torre di Ligny; qui ci si trova ancora sul mare anzi, su una stretta lingua di terra che si protende proprio nel mezzo del mare. Se Trapani è detta “la Città dei due mari”, è proprio qui – presso la Torre di Ligny – che si incontrano il mar Tirreno e il mar Mediterraneo, l’esatto punto geografico (una scogliera) dove ciò avviene. Tutto il resto, poi, è solo pura magia! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

sulle Rupi di Magliano (Cilento) tra cappelle e grotte rupestri

Se l’abitato di Felitto domina alcuni suggestivi paesaggi determinati dal sinuoso bacino della valle in cui s’aprono le ripide gole scavate dal millenario scrosciare delle acque del fiume Calore, è l’antico borgo di Magliano che “segna”, dall’alto della sua rupe calcarea (750 m) uno tra gli angoli di natura più interessanti di tutto il Cilento.

Posto al termine di una lunga dorsale che ha inizio da Capaccio (verso la costa) e prosegue lungo le cime di monte Soprano, monte Vesole, monte Chianello e monte Faito l’abitato di Magliano, naturale anello di congiunzione tra le valli fluviali del Calore (a N) e dell’Alento (a S), fin dalle sue origini è stato uno dei principali punti di riferimento per tutti quei collegamenti che dall’antichità hanno permesso il transito di uomini e merci dalle coste del Tirreno fino agli impervi territori montuosi dell’interno.

Di matrice romana (dal nome gentilizio MANLIUS) l’antico borgo di Magliano viene menzionato per la prima volta in alcuni documenti della fine del IX secolo. Per la sua strategica posizione in epoca longobarda Magliano fu un casale dominato da un importante Castello. Questa fortezza fungeva da base per il controllo dei traffici che avvenivano tra le suggestive gole del fiume Calore e le ampie radure della valle del fiume Alento. Questi spostamenti avvenivano presso il noto valico detto della “Preta Perciata” (pietra bucata) a Magliano Nuovo (denominato “La Terra”).

Autentici nidi d’aquila, che si ergono al centro di un vasto paesaggio dominato da aspre montagne e superbi panorami, le “rupi” di Magliano accolgono il visitatore in una cornice paesaggistica vagamente alpina, dove le balze calcaree di queste alture si ergono con profondi precipizi che superano i 600 metri. In un paesaggio che riesce ad offrire emozioni quasi dolomitiche con un’ambientazione in cui le dimensioni non hanno limiti e confini, mentre il tempo sembra scorrere lento tra palazzi e case di antica memoria; ed è proprio in questa cornice paesaggistica spazio-temporale che va a svilupparsi l’itinerario proposto.

Movendosi da CAPIZZO (656 m), frazione posta a due chilometri a NW rispetto al capoluogo Magliano Vetere, si prende a salire lungo le pendici sud-occidentali di monte Faito. Ad una prima cortina vegetazionale, folta e intricata, caratterizzata dalla macchia con portamento basso e cespuglioso su in alto si ergono, come baluardi a guisa della valle dell’Alento, le strapiombanti rupi calcaree del monte Faito. Dopo oltre un’ora di impervio cammino il percorso raggiunge – con non poche difficoltà – la Cappella rupestre di S. Mauro (1078 m) collocata e aggrappata alla parete a mezza costa del monte Faito.

Addossata sotto la rupe, il suo interno viene caratterizzato da un altare avvolto da un’abside ricavato nell’antro tra due enormi pareti rocciose; la copertura viene evidenziata da una controsoffittatura con degli enormi tronchi in legno a vista, opportunamente orditi per sorreggere il tetto esterno incastrato tra la roccia e la cappella; dalla Cappella si gode uno straordinario panorama che spazia lungo tutto l’alto corso fluviale dell’Alento fino all’invaso che raccoglie le sue acque generando uno specchio lacustre.

Da San Mauro vi è la possibilità di raggiungere le creste sommitali e poter ammirare i paesaggi che si distribuiscono tra le vallate del Calore (a N) e dell’Alento (a S), mentre il percorso qui proposto prosegue camminando a mezzacosta (SE) e sfiorando le basi delle falesie che caratterizzano il monte Faito, lungo tracce di sentiero appena percettibili che si perdono nell’intricata foresta. Questa parte del cammino può essere considerato come il “percorso delle grotte rupestri” poiché lungo esso s’incontrano, nascoste dalla vegetazione, una serie di antri ipogeici (autentici buchi nella roccia calcarea) non riscontrabili (segnalati e/o identificati) su nessuna carta topografica; esse sono state frequentate – con molta probabilità – fin da epoche remote.

La prima spelonca che s’incontra è la cosiddetta Grotta “Ri’ Mortai” (dei mortai) dove gli abitanti di Capizzo si dedicavano alla preparazione artigianale e alla confezione di polveri da sparo. Proseguendo si raggiunge la Grotta Serra e, successivamente, la Grotta “Ri Cataratti” (delle cataratte) per via dei numerosi buchi aperti nelle rocce al suo interno, proprio sotto la cima di monte Faito (1160 m). Continuando per la stessa direzione si passa sotto la ripida parete rocciosa di Rupe della Noce (1165 m) e da qui il percorso comincia a scendere lungo la dorsale sud-orientale di monte Faito fino ad incrociare (778 m) la strada interpoderale Magliano Vetere/Castagneto. In questo punto termina la dorsale di monte Faito e si apre a sinistra (direzione NE) l’impressionante panorama sulle gole in cui scorre la valle del fiume Calore.

Camminando all’aperto lungo lo spartiacque e senza discendere verso il paese, si raggiunge la Cappella rupestre di S Lucia (750 m), accostata alla dorsale rocciosa, poco sotto l’altura della Rupe Rossa (798 m), straordinario punto panoramico su tutto il circondario. Aggirando le pendici settentrionali della Rupe Rossa si attraversano le folte macchie boscose che prospettano sulle gole del fiume Calore fino a raggiungere (587 m) la balconata prativa posta tra la rupe e Magliano Nuovo. Da qui per un comodo sentiero si sfiora la base settentrionale della rupe da cui si erge l’abitato di Magliano Nuovo e si raggiunge (728 m) l’antico valico della “Preta Perciata” di Magliano, punto terminale di questo itinerario. (testi&photo ©Andrea Perciato)

“BIFERI ROSARIA PAESTI”* (*Virgilio) “ove le Pietre profumano di Rosa”

Le origini di PAESTUM e della sua fondazione si perdono nella notte dei tempi… tra fiabe e leggende, subendo varie denominazioni. Detta Poseidonia dai Greci e Pesto dai Romani, fu indicata anche come NETTUNIA, cioè città dedicata al dio del mare. Ma anche l’ebraico PISTAH, o il caldeo PISTAN, che entrambi significano “lino” identificarono la nostra zona come quel luogo in cui era presente in grande abbondanza e si coltivava il lino. Mentre per i Fenici fu PESITANE, cioè Nettuno. Giasone coi suoi Argonauti giunse nel porto Alburno di Pesto e nelle vicinanze edificò un tempio dedicato a Giunone Argiva, poco distante da un preesistente villaggio indigeno abitato da popoli Tirreni, identificati anche come Etruschi; a tal proposito, durante le storiche campagne di scavi volute dai Reali Borbonici e condotte a partire dalla seconda metà del ‘700, qui sono stati rinvenuti tutta una serie di reperti risalenti, probabilmente, al primo periodo di vita della città: vasi etruschi, monete, urne sepolcrali, lampade, lucerne e diversi utensili in creta.

Il moderno edificio che ospita il MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE di Paestum fu inaugurato nel 1952. In esso vi sono stati raccolti, nel corso degli anni, tutti quei materiali e quelle suppellettili ritornati alla luce durante le campagne di scavi nella città pestana e nei dintorni. Distribuito su più livelli con un piano interrato, una galleria inferiore ed una galleria superiore, in esso vi sono conservati capitelli in vario stile, forma e grandezza; metope in calcare, marmo, travertino e arenaria; frammenti di cornice; fregi con triglifi che raffigurano, in successione, tutta una serie di figure mitologiche tra cui Ulisse, i Dioscuri, Apollo, Artemide, Tytios, Herakles, Zeus, Elena, Ettore, Patroclo, Achille, Priamo, i Centauri, Anteo e la maga Medea.

E poi ancora, frammenti di statue fittili e busti; frammenti di vasi; vasi bronzei e in terracotta; anfore e oggetti preziosi; monili dorati o bronzei come anelli, orecchini, collane, spille e bracciali; monete sia locali che della Magna Grecia; ex voto della Meter (madre) Hera; armi votive; vasellame di manufattura lucana e pestana; corredi tombali; ceramiche preistoriche e vasi medioevali; oggetti paleolitici e neolitici tra cui lame di selce, pugnali in rame, brocche; armature in bronzo con elmi, corazze e cinturoni; sculture policrome in terracotta; corredi nuziali con oggetti in oro, avorio e gemme preziose; pitture, affreschi marmorei e lastre tombali.

Gli SCAVI di PAESTUM, con il lungo perimetro delle Mura, giacciono nella verdeggiante pianura solcata dai meandri del fiume Sele a settentrione, della vicina costa ad occidente, da Agropoli al promontorio di Tresino che nasconde Punta Licosa (l’antico Capo ENIPEO, cioè di Nettuno) a S e dai primi contrafforti montuosi (Alburni, monti di Capaccio, Gelbison, ecc.) del Cilento a oriente. Si perviene a Paestum seguendo la Strada Statale n.18 Tirrena Inferiore che da Battipaglia termina a Sapri. All’incrocio in prossimità delle mura, all’altezza dell’antica Porta Aurea, ove ora sorge una fresca fontana, è possibile scorgere sulla linea del verde orizzonte i maestosi templi (secondi solo a quelli di Atene) che si elevano entro l’antico perimetro urbano, le cui grandezze si esprimono al variare della luce del sole creando suggestive e particolari visioni man mano che il giorno cede il passo al tramonto.

Nel corso dei secoli la gente del posto indicava l’area come i “SEGGI di PESTO”. Le attuali rovine, che hanno reso celebre Paestum in tutto il mondo, consistono nella cerchia delle mura che racchiudono l’intero perimetro urbano della città antica con le porte che in essa si aprono, i templi, le vie, gli anfiteatri e il Foro; mentre tre sono gli ingressi che permettono di accedere e visitare gli scavi. Si propone di entrare dal varco settentrionale, quello in vicinanza del Museo lungo la Statale, all’altezza di quella Casina (che oggi funge da biglietteria d’ingresso) indicata fino al secolo scorso come Taverna Carducci. Subito un filare di pini e profumati oleandri fanno da scenografia alla spianata ove si erge il cosiddetto Tempio Minore (o di Cerere) del VI secolo a.C. in puro stile dorico.

In esso, però, veniva celebrato il culto di Athena. Questo tempio, eretto in omaggio a Cerere, fu così chiamato dagli antichi pestani poiché in molte famiglie della città si praticava l’agricoltura, vista l’enorme fertilità che riuscivano ad offrire i territori delle campagne circostanti. Alcuni studiosi, però, giudicano questa indicazione errata poiché pensano che l’edificio fosse dedicato a Dite (Afrodite), ovverossia a Plutone, dio delle ricchezze, fratello di Nettuno e genero di Cerere (per il ratto di Proserpina); Plutone fu anche detto Sorano o Quietale (da “quiete dei defunti”). Al deo Pluto si dedicavano statuette in terracotta, materiale che ha rivisto la luce durante i primi ripulimenti del tempio e le successive campagne di scavi. Il tempio si presenta con sei colonne per ciascun frontespizio incluse le angolari, mentre ha undici colonne sui lati lunghi.

Il suo ingresso è dal fronte orientale e per alcuni gradini si accede al portico; da qui, per mezzo di un altro gradino, nel vestibolo del tempio. Sino alla fine del ‘700 questi templi giacevano in un pessimo stato sia per le continue inondazioni e l’impaludamento dei terreni, sia per gli effetti di lievi eventi tellurici (bradisismo) che hanno alterato, ripetutamente, la vicina fascia costiera. Gli edifici erano colmi di rottami, avvolti dalle spine dei rovi e dai tronchi d’albero, e a stento le mandrie al pascolo camminavano in mezzo a questi labirinti di pietra e vegetazione. Poco sul retro ha subito inizio il nastro di pietre squadrate che caratterizzano il piano stradale della Via Sacra, una lunga arteria che attraversa il centro della città da nord a sud.

Questa era la strada delle processioni religiose, ridata alla luce durante gli scavi del 1907. Larga nove metri, essa è pavimentata da grossi blocchi di calcare che conservano numerosi solchi ed è munita di marciapiedi sopraelevati (dai 30 ai 50 cm di altezza); il lastricato è di origini romane, ma il suo tracciato risale all’epoca greca. Questa via attraversa due zone ben distinte dell’antica città: l’area occidentale, che era tutta una schematica distribuzione di quartieri civili privati, con grandi case signorili, botteghe e alloggi per gli abitanti; e l’area orientale coi suoi quartieri religiosi e di interesse pubblico tra cui i templi, il Foro, le Terme, gli anfiteatri e la Curia. Comunque, è consigliabile dedicare il tempo disponibile per la visita alla parte orientale di Paestum, se non altro perché ci sono le cose più interessanti da vedere e i reperti sono meglio conservati.

Proseguendo nella visita sono possibili vedere, nell’area orientale della città, numerosi edifici d’epoca romana che evidenziano il carattere sacro della tipologia. E così, proseguendo lungo la Via Sacra e prima di giungere al Foro, entriamo nell’emiciclo dell’Anfiteatro Romano (o Pestano) collocato al centro della città; esso è un concavo circolare ricoperto dal prato e a ridosso dell’attuale strada Statale. Un’antica tradizione popolare del luogo indica l’anfiteatro col nome di “Fontanone” poiché qui, probabilmente, esisteva la pubblica fontana; collocazione provata dal fatto che l’acquedotto aveva questa direzione come confermata dai vuoti rinvenuti sotto il piano stradale. Rientrando in direzione della Via Sacra, si lasciano una serie di botteghe appoggiate al muro greco del sacro recinto (o Témenos), e si costeggia una grande costruzione con in mezzo una cisterna d’acqua di fattura greca cinta da un portico (le basi marmoree delle colonne) che, probabilmente, doveva essere la piscina del Ginnasio.

Da qui, prima di giungere al Foro, superate alcune botteghe si arriva al cosiddetto Tempio Italico (uno dei quattro esistenti a Paestum). Eretto intorno al 273 a.C. fu successivamente modificato (80 a.C.) e doveva essere, con molta probabilità, il Capitolium della città dedicato a Giove, Giunone e Minerva; esso si erge dall’alto di un podio preceduto da un’ampia gradinata ove è collocato un semplice altare di forma rettangolare. Di fianco al tempio si apre un edificio a gradinate indicato, con molta chiarezza, come il Teatro Greco; ma è più probabile che esso era sì un teatro – o un luogo di incontri e riunioni – ma che però era di fattura lucana, la cui struttura si rifaceva a quella dei teatri greci.

Eccoci dunque giungere finalmente nell’ampio spiazzo determinato dall’area del Foro, una spianata rettangolare (150 x 57 metri) che s’apre a settentrione del Tempio Maggiore, sistemata dopo la conquista lucana e, successivamente, dopo l’arrivo dei Romani, in luogo della più antica agorà ellenica. Fiancheggiato da numerosi edifici sia pubblici che religiosi, ai lati di questo si aprivano anche una serie di botteghe lungo tutto il periplo e caratterizzato dal colonnato di un portico. Muovendosi verso S si superano altri ambienti tra cui il particolare edificio della Curia con semicolonne addossate alle pareti che racchiudono un’esedra, ove l’alternanza di sedili identificava un luogo per gli incontri e le riunioni.

Subito dopo si esce all’aperto e incamminandosi verso un immenso prato verde si parano, davanti, gli imponenti colonnati del Tempio Maggiore, la costruzione più grande esistente in Paestum, dedicato al culto di Nettuno dio del mare. Detto anche Poseidonion, questo magnifico edificio, con le sue colonne, gli architrave, i capitelli e vari altri particolari stilistico-decorativi, è degno della massima ammirazione poiché non solo è il più grande, ma è anche il meglio conservato di tutti i templi pestani; la sua costruzione è talmente così solida che sembra sia stata eretta per l’eternità. La pietra usata è il travertino locale impreziosito dalle incrostazioni calcaree del vicino fiume Sele che, col trascorrere del tempo, ha assunto una patina dorata che brilla d’intensità a seconda della rifrazione della luce solare.

Ha la forma bislunga con due frontespizi uguali, ad E ed W, con sei colonne incluse le angolari, mentre dodici sono quelle sui lati lunghi. Ma quello che subito risalta dal punto di vista stilistico, sono alcuni particolari accorgimenti tecnici tra cui le lievi convessità delle linee orizzontali e le colonne angolari, dalle sezioni ellittiche anziché circolari. Le colonne sono tutte senza le basi e contengono, ciascuna, 24 scanalature lungo le superfici e sono composte da quattro o cinque blocchi sovrapposti nella loro altezza complessiva. I Pestani, che erano espertissimi naviganti, vivevano la gran parte dei mesi in mare a pescare, e dall’elemento acqua traevano tutto il loro sostentamento sia nell’approvvigionamento che nel commercio: numerose sono state le monete ritrovate con l’effige di Nettuno. Questo, rappresenta il più perfetto stile di architettura dorica templare presente oggi sia in Italia che in Grecia.

Oltre il Tempio di Nettuno, a mezzogiorno si erge la Basilica, così indicata dai primi archeologi del ‘700 e collocata nella parte meridionale della città. Esso è il più antico (ma diversi studiosi non concordano) tra i templi di Paestum. Eretto nella metà del VI secolo a.C. vi si adunava il Senato, si eseguivano i giudizi ed era il luogo dove i mercanti e i banchieri trattavano e discutevano dei loro affari. L’edificio ha una forma bislunga ed è distribuito con frontespizi di nove colonne ciascuno, incluse le angolari; mentre i lati lunghi presentano sedici colonne. Le colonne di questo edificio hanno la particolarità che nel mezzo, la loro sezione, cresce di circonferenza come una pancia o un rigonfiamento. Questo tempio è l’unico, a Paestum, che non ha mai avuto né frontoni, né un tetto di copertura, per cui esso assume l’esatta forma di un mastodontico parallelepipedo.

Si esce dall’area archeologica attraverso la Porta della Giustizia, nella parte meridionale della città. Qui, l’integra struttura di un’antica Torre a sezione quadra, facente parte del sistema difensivo delle mura, è stata tramutata in un ristorante tipico. Prendiamo ora in direzione del mare e seguiamo l’intero perimetro determinato dalle mastodontiche mura perimetrali e formate da monolitici blocchi squadrati in calcare, marmo e travertino. Proseguendo, si rasentano i resti dell’unica Torre a sezione pentagonale inglobata nella cinta e, subito dopo, si giunge in vista del bivio per il mare. Dall’incrocio si continua tenendosi sulla destra e seguendo, ora, il versante occidentale delle mura. Poco più avanti è possibile incontrare le tracce del basolato che determina l’antico manto stradale in prossimità della Porta Marina, priva di arco, ma rimasta intatta nel complesso sistema difensivo; accanto a questa, due torrette quadrate con una cilindrica (del VII secolo a.C.) molto più antica.

Il tratto occidentale delle mura termina presso un altro bivio (sulla sinistra si va per la strada litoranea) e si prende a destra seguendo, ora, il versante settentrionale delle mura su cui prospettano una serie di case. Giunti in prossimità dell’incrocio con la Statale, qui vi era collocata la Porta Aurea da dove passava la Via dei Sepolcri. Superata la Statale si prosegue in avanti, verso E, fiancheggiando ancora il braccio N delle mura che poi piega a destra fino a determinare la periferia orientale dell’antica città; in alto, su a sinistra, il monte Calpazio con il Santuario della Madonna del Granato. Qui, lungo questo lato, si ha la conferma di quanto grandi e possenti siano state, nel passato, queste mura; il loro spessore varia dai 5-7 metri di larghezza. In un arcano silenzio, interrotto saltuariamente dalla vicina ferrovia, eccoci pervenire a ridosso della Porta Sirena, la meglio conservata di tutte le porte pestane, che metteva in collegamento il decumano major fino a Porta Marina.

Il suo arco (ben conservato) presenta un bassorilievo, scarsamente leggibile, nella chiave di volta e che raffigura una sirena; poco più avanti si volge a destra e si è sul versante meridionale delle mura. Qui lo scorrere dei secoli ha saputo, più che altrove, conservare in maniera inalterata l’originaria fattezza costruttiva delle mura; due Torri a sezione quadra con tettoia si ergono dal candido profilo di blocchi restituendo quella particolare tecnica costruttiva e scenografica, vanto millenario dell’architettura greca e, successivamente, romana. Il periplo della cinta muraria pestana, lungo quasi 5 km, termina in prossimità dell’incrocio con la strada Statale. attraversare la città e compiere il giro delle sue mura ci ha riportato indietro nel tempo attraverso un excursus emotivo/sensoriale, di quando le verdeggianti campagne che circondavano la città offrivano incredibili quantità di cespugli di rose che emanavano densi profumi tali da attirare la curiosità di Virgilio che, camminando tra queste pietre sparse, indicò il luogo “BIFERI ROSARIA PAESTI“. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

GALLO e il suo lago (Matese, CE) tra Sanniti, profughi bulgari, anarchici, natura e silenzi

Borgo che si erge ai confini con il Molise, GALLO (CE) sorge dall’alto di un colle proprio al centro di una conca verde solcata dalle acque di un lago. I tetti del suo modesto centro storico si espandono a ridosso di ciò che ancora resta di una Torre (avamposto militare) di origine normanna. Contesa dagli antichi Sanniti, ospitò – verso la fine del VII secolo – comunità bulgare in fuga dalla Puglia. Dopo le prime due “guerre sannitiche” sotto l’egemonia di Roma queste popolazioni dell’interno furono prima conquistate e, successivamente, assoggettate tanto da far divenire il Molise una “particolare” regione romana.

La vallata in cui giace il borgo che si rispecchia sulle acque (invaso artificiale) dell’omonimo lago fu teatro, verso la fine del XIX secolo, di importanti moti insurrezionali. In queste zone, tra Gallo e il dirimpettaio Letino, nel 1877 avvenne uno dei più importanti tentativi insurrezionali nell’intera area del Matese: uno sparuto gruppo di uomini aderì alla Federazione Italiana dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, meglio conosciuta in seguito a questi eventi come la “Banda del Matese“; gruppo a cui aderirono molti dei personaggi più rappresentativi dell’anarchismo italiano di fine ‘800, tra cui Carlo Cafiero ed Errico Malatesta.

Per via della sua collocazione il borgo sembra irraggiungibile e lontano dalle più grosse e importanti vie di comunicazione disposte – nel corso dei secoli – sul territorio; tant’è che la zona veniva attraversata da bretelle stradali cosiddette minori come la via “Abebuzia” che risale dal versante di Alife e la Via “Latina” che serpeggia sul versante di Venafro. Qui una strada sale dalla piana del Volturno e una rotabile interna sale direttamente da Isernia; mentre la principale strada che sale dall’altopiano del Matese, collega Letino e giunge fino a Gallo.

Qui a Gallo il silenzio è di casa; quella forte e serena capacità di identificarsi col territorio e tutto ciò che esso riesce ad esprimere, circondati da un’aria salubre, spesso frizzante, ma pur sempre pulita, fa si che qui l’ospitalità è di casa; e chi giunge in queste contrade per la prima volta non ha che da scegliere. Mentre per chi è alla ricerca di serenità, degli intensi profumi aromatici, della tranquillità e desidera lasciarsi circondare solo dai silenzi, non ha che da raggiungere le sponde del lago formato da un invaso; qui, dalle sue rive, gli scorci paesaggistici hanno molto da raccontare… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Castel S. Lorenzo (Cilento, SA)… attraverso le inebrianti terre del “Nettare di-Vino” DOC Cilento

Castel San Lorenzo (358 m) è un borgo nel cuore del Cilento che s’affaccia sull’ampia valle solcata dalle acque del fiume Calore (tributario del Sele); il suo tessuto urbano è un complesso e articolato sistema di vicoli tutti confluenti nella Piazza Umberto I, ove antichi palazzi gentilizi si integrano con le preesistenti strutture del castello. Il paese assurge a fama internazionale per l’intensa coltivazione della vite e alla produzione dei suoi vini DOC al punto tale da sposarsi bene con le tradizionali pietanze della tipica cucina locale.

Dal campo sportivo (266 m) ha inizio un sentiero che scorre, tra la vegetazione e intesi filari di vigneti, fino a guadare (136 m) il torrente Lumugno circondato da macchia mediterranea. Sulla riva opposta c’è una pista carraia che prosegue sul sentiero che costeggia il torrente fino al punto di confluenza (141 m) con il fiume Calore ove, visto il basso fondale, è possibile un guado e raggiungere la sponda opposta completamente immersa nel verde di uliveti e vigneti.

Qui la vite ha esposizioni favorevoli, sempre sotto i raggi del sole a mezza collina, circondati da oliveti, piccoli appezzamenti di terra coltivati e macchia mediterranea: è un territorio, questo, che si basa esclusivamente su vitigni autoctoni. Proseguendo, si attraversano ampi vigneti ben ordinati, sistemati dai contadini, esposti sulle assolate pendici che spiovono dolcemente verso il fiume. In tutta la zona la mitezza del clima, la particolare conformazione ed esposizione dei terreni e una secolare cultura contadina favoriscono la produzione di vitigni DOC.

Presso alcune case compare il Ponte in Ferro che permette il collegamento alla riva opposta. Da qui un sentiero attrezzato con passamani in legno raggiunge (159 m) la rotabile per Felitto. Si prosegue ancora tra vitigni, masserie e casolari di campagna fino al ponte sul Calore in contrada Vigna superato il quale si attraversano ampi filari di vitigni tra cui spiccano l’aglianico, il barbera, il piedirosso, il lambrusco, il malvasia ed il trebbiano.

Qui, in tutto il circondario, contadini e massaie sono impegnati nelle operazioni della vigna; luoghi e momenti dove i ritmi della cultura locale sembrano essersi fermati tra le mute scenografie di case in pietra che si alternano alla maestosità e al fascino degli attrezzi agricoli ancora usati per perpetuare i cicli di una millenaria civiltà contadina. Dal ponte, si risale nuovamente passando per l’antica Cappella della Madonna della Stella e raggiungere Castel San Lorenzo all’altezza della storica dimora di Palazzo Vigna. (testi & photo ©Andrea Perciato)

CAPRI island (NA): camminando per giardini “sospesi nel vuoto”

Un facile itinerario che attraversa, in una sorta di ideale circuito, “tagliando” da un punto all’altro l’isola “azzurra”, muovendosi dalla Marina Grande a settentrione, fino a scendere e raggiungere la Marina Piccola, verso sud, passando per la Piazzetta, perdendosi tra i labirinti dei vicoli porticati, scoprendo gli arabeschi maiolicati che impreziosiscono le architetture dell’isola, sporgendosi dalle terrazze panoramiche, attraverso giardini colmi di infiorescenze, ville adagiate tra boschi e prati, architettura sacra, incredibili strade dai mille tornanti scolpiti nella roccia a picco sul mare e tante altre meraviglie ancora.

Muovendosi dal molo di Marina Grande di CAPRI si prende a sinistra percorrendo la banchina fino a raggiungere lo slargo di Piazza Fontana. Volgendo a destra s’imboccano le gradinate di un violetto che, ripidamente, sale a sinistra per Via Truglio. Per altre scale ancora si transita sotto la funicolare fino a raggiungere la strada rotabile; attraversata quest’ultima, si riprende la gradinata sul lato opposto fino a raggiungere nuovamente la stessa per poi riattraversarla e guadagnare le scale di Via Acquaviva che conducono presso un bivio. Volgendo a sinistra si raggiunge un secondo bivio ove si prende decisamente a destra salendo per Via Lo Palazzo. Da qui, in breve, al primo incrocio si imboccano le scale sulla sinistra che in breve raggiungono la strada principale.

Da qui, prendendo a sinistra, in meno di trecento metri si sbuca nella famosissima Piazzetta (cuore pulsante della vita mondana dell’isola), il naturale punto d’incontro di tutte le stradine che collegano il paese alle varie zone dell’isola. Nella Piazzetta si entra passando sotto l’Arco del Campanile e, portandosi accanto al Municipio, si esce su Via delle Botteghe. Una stretta striscia di cielo compare dall’alto degli edifici; angoli di un intricato tessuto urbano caratterizzato da archi rampanti e loggette che si alternano a gradini; davanzali con vasi fioriti creano impensabili volumetrie attraverso stretti passaggi porticati e finestre decorate da artistiche inferriate. Pergolati dalle forme bizzarre celano misteriosi e affascinanti laboratori artigianali con il loro caleidoscopico carico di souvenir.

Senza esitare si imbocca la Via V. Emanuele fino a portarsi e proseguire lungo Via F. Serena. Al termine di questa si raggiungono i “Giardini di Augusto”, uno spettacolare spazio di verde sospeso nel vuoto dove la gran parte dei fiori e delle piante presenti sull’isola vengono qui incorniciati dallo splendido panorama con lo sfondo dei Faraglioni; un bel viale – a tratti pergolato – conduce all’ingresso della monumentale Certosa di San Giacomo ove sono possibili visitare il Museo della Certosa, il Museo “Diefenbach” ed il caratteristico Chiostro in bianco/roseo calcare con le interessanti “celle” monastiche dalle volte a botte incrociate; a destra dell’ingresso della Certosa, presso un portico a sesto acuto, compare una splendida lunetta affrescata raffigurante la Madonna con Bambino “seduta in trono” fra santi e beati.

Alle spalle dei giardini della Certosa, spostandosi un pò in basso, ha inizio la suggestiva Via Krupp, uno dei percorsi pedonali più belli e affascinanti al mondo realizzata, agli inizi del ‘900, dall’industriale tedesco che consentì il collegamento diretto tra la Marina Piccola e la Piazzetta; lungo questa strada pedonale si incontra un piccolo cancello che porta alla Grotta di Frà Felice mentre un po’ più avanti, un sentiero scosceso consente di arrivare fino alla Grotta dell’Arsenale posta a quattro metri sul livello del mare.  Purtroppo, negli ultimi tempi, il transito della famosa via viene spesso chiuso per via dei ripetuti lavori di consolidamento della parete rocciosa che vi strapiomba con un impressionante salto di 250 m.

Dalla Marina Piccola si risale per Via Mulo verso il centro dell’isola passando sotto i ruderi di quello che fu un Castello. Per chi invece volesse raggiungere direttamente la caratteristica spiaggia di Marina Piccola, muovendosi dalla Piazzetta deve percorrere la panoramica Via Roma fino a raggiungere il Largo dei Due Golfi da cui parte – prendendo giù a sinistra – la rotabile che scende direttamente in direzione di Marina Piccola di CAPRI (circa 20 minuti di cammino) fino a giungere a ridosso dello scoglio delle “Sirene”, da cui si gode di un suggestivo punto panoramico immortalato in una cornice paesaggistica unica al mondo con lo sfondo dei Faraglioni; da qui si ammira la promenade di tutta la parte meridionale dell’isola. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

POLIGNANO a MARE (BA, Puglia) uno stretto lembo di terra dalle incredibili meraviglie

Polignano è famosa per il suo vivacissimo carnevale che si snoda lungo le principali vie del centro e per aver dato i natali al melodico cantante degli anni ‘60/’70 Domenico (Mimmo) Modugno. Ma è la sua splendida cornice paesaggistica in cui è collocata che la incorona come una tra le più belle mete di tutta la Puglia. In un ambiente quasi irreale, Polignano assume l’iconica immagine che rappresenta le bellezze naturalistiche e ambientali della Puglia con le sue tipiche viuzze strette che serpeggiano tra vicoli, archi, strettoie, supportici, gradoni e balconate che s’aprono all’improvviso sul mare.

Il centro storico di Polignano a Mare è di una bellezza disarmante; avendo consolidato – nel tempo – quel particolare connubio tra mare e manufatti realizzati dall’uomo che qui trovano, credeteci, la loro massima collocazione visibile attraverso costruzioni a picco sul mare, adagiate con incredibili pendenze e piani sfalsati proprio a ridosso sulla scogliera; i suoi vicoli, le sue straordinarie viuzze, abbellite da interessanti e artistici balconi fioriti, si snodano lungo tutto il centro storico, con scorci mozzafiato, balconate panoramiche e skyline paesaggistiche uniche nel loro genere; tutto il circondario risulta essere estremamente bellissimo, vivacizzato – soprattutto – dalle numerose botteghe artigiane della tipica ceramica artistica locale.

Il centro storico di Polignano a Mare è come una perla incastonata nella viva roccia ed i suoi promontori che accolgono la piccola spiaggia regala suggestivi scorci panoramici sul mare; dai vicoletti che si affacciano con le splendide balconate sono possibili ammirare le grotte che s’aprono, a pelo d’acqua, tra le rocce a picco sul mare. Qui il tempo sembra davvero scorrere lentamente, seguendo il ritmo della luce (e delle ombre) generate – dall’alba al tramonto – dal correre del sole laddove il bianco delle case si perde nell’immenso azzurro del cielo e nel profondo blu del mare.

Qui a Polignano le calette, le scogliere e le terrazze affacciate sul mare riempiono gli occhi ed esaltano le emozioni. La sua parte antica, quel suo borgo arroccato con le bianche case sospese nel vuoto sulla scogliera, sprofonda in un mare dalle molteplici tonalità che vanno dal blù al cobalto, dal giada fino al turchese; la strada panoramica di matrice borbonica costruita su archi e che s’affaccia sulla ciottolosa spiaggia raccolta nell’insenatura, fanno di questo paese un privilegiato luogo di vacanza davvero bello e rilassante ove sostare, anche solo per qualche ora, ritempra lo spirito. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

sulla “Via dell’Oro Bianco” (Altavilla Sil, Cilento) della “Regina Bianca” delle tavole

Una storia dalle radici lontane, porta con sé il ricordo di mani delicate e instancabili; mani da cui prende forma una inconfondibile pasta filata, figlia del latte di bufala e di una tradizione che si perde nella notte dei tempi: la MOZZARELLA di “bufala” patrimonio della cultura, della tradizione e delle pietanze del Cilento.

Storie di magiche mani e pasta filata La comparsa del bovide bufalo sul suolo italiano non ha una data precisa. Quasi certamente essa giunge da lontano, dall’India orientale e attraverso l’Asia minore travalica le Alpi e approda nella pianura Padana. Plinio il Vecchio parla del laudatissimum caseum di Campo Cedicio, allocato nelle aree tra Mondragone e il Volturno dove ancora oggi è sviluppato l’allevamento bufalino. Il latte di bufala veniva trasformato nella “bufalara” locale in cui veniva munto e raccolto, costruzioni in muratura di forma circolare con un camino centrale in cui venivano allevate le bufale. Qui le abili mani dei mastri casari trasformavano il latte in numerose pezze tra cui formaggi, ricotta, caciocavalli, burro, provole e mozzarelle. Testimonianze certe della sua presenza nella Piana del fiume Sele (all’epoca ricca di paludi e acquitrini) si datano intorno al VI secolo d. C..

La paludosa Piana del Sele era l’habitat ideale per la diffusione del bufalo, essendo quelle terre praticamente inutili per le coltivazioni. L’esperienza del mastro casaro era determinante per la qualità delle mozzarelle. Da lui dipendevano i tempi e le fasi della lavorazione detta appunto “mozzatura”, attraverso la quale i casari, con gesti antichi immutati nel tempo, “mozzano”, cioè tagliano, con le dita l’ammasso di pasta filata. Dal XIV Sec. il bufalo si diffonde in Campania; allevato allo stato brado talvolta è utilizzato, per la sua forza e robustezza, anche come animale da lavoro per arare i campi o al traino da soma nelle zone paludose, per la facilità con cui si muove grazie alla conformazione dei suoi zoccoli piatti e larghi.

Dalla mungitura alla tavola In pieno ‘700 chi voleva visitare e conoscere le vestigia della Magna Grecia doveva per forza transitare per queste terre. Provenienti da tutta Europa, i novelli pellegrini della cultura osavano spingersi oltre l’ultima tappa del Grand Tour attraversando gli sparsi villaggi della Piana del Sele. Ai lati delle principali vie stazionavano i bufalari che proponevano, ai viaggiatori delle carrozze transitanti, le forme migliori di questo strano formaggio fresco; gustosissimo e profumato, aveva il sapore leggermente acidulo. Goethe durante il suo viaggio in Italia incontrò le “bufale dall’aspetto di ippopotami e dagli occhi iniettati di sangue”. La lavorazione della mozzarella inizia col versare il latte ottenuto dalle bufale in un calderone e portarlo a 35° unendo al latte il caglio e lasciando riposare il tutto per un’ora. La cagliata viene spezzettata minutamente e lasciata lievitare, poi versata in acqua caldissima, a 80°, e fatta filare.

Quando la filatura è al punto giusto, eliminata l’acqua si prende la pasta filata e la si “mozza” nella dimensione voluta; successivamente sono passate in acqua fredda e poi lasciate in salamoia. La mozzarella è un formaggio fresco, a pasta molle, cruda e filata, a sfoglie sovrapposte dalla crosta sottilissima e gustosa. La mozzarella, un tempo tagliata a mano in forme di circa mezzo chilo, da cui “mozzare” (che significa tagliare), oggi è prodotta in forme tonde di diverse dimensioni, in bocconcini, in pani o in trecce. Nel 1996 la mozzarella di bufala campana ottiene il marchio D.O.P. (5° formaggio italiano a ricevere questo riconoscimento), a testimonianza delle sue qualità e della particolarità delle sue origini, legate a doppio filo al territorio campano. Attualmente esiste un Consorzio di Tutela della mozzarella di bufala campana D.O.P. che ne regola norme di produzione e vendita.

Dalle “bufalare” della piana ad Altavilla Silentina Il circondario di Altavilla Silentina è interamente circondato dai confini del Parco Nazionale del Cilento; una panoramica altura che si pone come un baluardo a controllo delle anse fluviali dei fiumi Sele e Calore, nel punto in cui questi si incontrano. Tutta l’area fu teatro, durante l’ultimo conflitto mondiale di 70 anni fa, di scontri tra gli americani e i tedeschi. A vocazione agricola vi si pratica, da secoli, l’allevamento delle bufale, dal cui latte si ricava il pregiato prodotto della “mozzata”. I diversi caseifici della zona riescono a soddisfare il fabbisogno dei centri di vendita del prodotto caseario dislocati sul territorio, mentre numerose bufalare caratterizzano il circondario. Muovendosi da contrada Olivella (52 m), all’altezza di un bar-tabacchi, si prende la strada che verso E conduce per appezzamenti di terreno coltivati. Superati l’ultimo gruppo di case, si è praticamente all’aperto in piena campagna; a destra campi coltivati e allevamento per le bufale, mentre a sinistra appezzamenti ulivati che si alternano ai frutteti.

Si prende a sinistra attraverso copiosi uliveti fino a superare un ruscello ed alcune case coloniche, per immettersi (160 m) sulla rotabile che sale in paese. Incamminandosi lungo quest’ultima si superano, in successione, i tornanti che ascendono ad Altavilla. Al sesto tornante si prende la pista che da sud risale alle prime case dell’abitato (273 m). Il borgo domina un territorio collinare caratterizzato da appezzamenti ulivati, case coloniche e masserie sparse a carattere rurale. L’antico centro urbano, che raccoglie straordinarie testimonianze di arte e cultura come il Castello MOTTOLA (XII sec.); la Chiesa di San Biagio (XIII sec.) col poderoso Campanile; la Chiesa di Sant’Egidio (XII sec. ristrutturata nel 1666); la Chiesa di Sant’Antonio (XV sec.); la Chiesa del Carmine, che ospita l’omonima Confraternita e il Convento di San Francesco, viene attraversato da due principali arterie e raggruppa ancora in sé un agglomerato urbano di sicura matrice alto-medioevale. L’economia si basa principalmente sulle attività e le produzioni agricole (frutteti, uliveti, vigneti) e lattiero-casearie. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ISOLA del LIRI (FR), la magia dell’acqua… il suono della vita!

(L’INDUSTRIA CARTARIA COME FONTE DI REDDITO E SOSTENTAMENTO!)

Un borgo di appena qualche centinaio di metri si espande – da una parte all’altra – circondato tra due grandi cascate generate dalle acque del fiume Liri, creando così un’isola unica al mondo all’interno di un territorio prevalentemente montuoso. Il fragore dell’acqua comincia a sentirsi poco alla volta che si superano le prime abitazioni di stampo ottocentesco, ma è dopo aver raggiunto il Ponte Napoli che si gode dello splendore e della magnificenza paesaggistica della Cascata Grande da cui emerge il poderoso Castello Boncompagni/Viscogliosi.

La natura rigogliosa del circondario, l’aria salubre dei territori circostanti, la qualità delle acque che, fin dall’antichità, hanno offerto alle popolazioni locali, sostentamento e alimentazione fanno – dell’Isola di Liri – un luogo davvero interessante ove poter trascorrere qualche giorno di puro coinvolgimento emotivo. Gli ingredienti ci sono tutti: la storia, la cultura, l’archeologia industriale, la buona cucina, l’arte, le tradizioni. Siamo nel frusinate, ai margini dei confini tra quello che un tempo era il glorioso Regno Borbonico e lo Stato della Chiesa; montagne e valloni qui hanno dato rifugio – nel tempo – a bande di briganti che imperversavano per queste contrade.

Ma la ricchezza di questi luoghi viene proprio dalla sua stessa essenza: il patrimonio naturalistico e ambientale che la contraddistingue e le peculiarità che questi patrimoni sono riusciti ad offrire all’economia e al benessere della zona. Giungere in questa località sembra proprio di entrare attraverso un varco spazio/temporale ove la natura ha sempre svolto il ruolo di protagonista assoluta. Un borgo dominato dal Castello Boncompagni/Viscogliosi che si pone proprio a ridosso della rupe ove – per un particolare gioco morfologico e naturalistico – il percorso del fiume Liri si biforca in due bracci ben distinti proprio all’altezza del castello determinando, con la Cascata Grande, un centro cittadino, ed un paesaggio (con due cascate) forse unico e, certamente, raro sia in Italia che in Europa.

La rigogliosa natura che circonda il borgo offre orizzonti e skyline davvero molto suggestive: cascate con salti d’acqua, l’argenteo flusso delle acque che serpeggia tra le case della parte più antica del borgo rendendo quest’ultimo – appunto – come un’isola circondata dalle acque offrendo al mondo intero la visione di un centro storico (forse unico) in cui l’acqua delle cascate caratterizza l’ambiente; difficile, riscontrare altrove, una cascata così imponente che scorre nel centro di un luogo abitato.

Le cascate all’Isola del Liri sono alte 27 metri e piombano proprio nel mezzo del centro abitato avendo determinato, nel tempo, anche lo sviluppo dell’agglomerato urbano. Avvicinandosi verso il centro del borgo, poco alla volta il fragore dell’acqua determina la colonna sonora che da tempo immemore accompagna il soggiorno dei residenti (e dei turisti che scelgono Isola per le vacanze) o le fugaci visite dei viaggiatori che si trovano a passare tra queste contrade. Qui il rumore dell’acqua che scivola giù sembra essere il suono delle onde che si rincorrono, s’infrangono e si attorcigliano.

Entrambe le cascate sono nel centro del paese; la Cascata Grande, alta 27 metri, è quella di maggior fascino per via del maggior gettito e portata d’acqua. La cascata più piccola, invece, detta Cascata del Volcatoio è meno spettacolare poichè viene utilizzata per alimentare una centrale elettrica. Fino agli inizi del ‘900 Isola del Liri offriva piacevoli soggiorni per la bellezza dei suoi dintorni e la peculiarità del suo centro storico che, nel corso dei secoli, è riuscito a basare la sua economia esclusivamente intorno a questo evento naturale.

Il salto dell’acqua offre uno spettacolo davvero molto suggestivo, una visione che può essere ammirata anche più da vicino, transitando per un passaggio pubblico che attraversa un antico corpo di fabbrica (Cartiera) posto sulla sinistra orografica del fiume Liri, fino a portarsi a ridosso di una terrazza quasi sotto il grande salto d’acqua; al lato opposto, sulla riva destra, prospettano gli antichi edifici del borgo antico, quello racchiuso nell’isola, sotto cui s’aprono numerosi locali (pub, ristoranti, taverne e bar) che offrono pietanze e brevi momenti di relax circondati dal magico suono delle acque.

Già dal XVI secolo la potenza e la salubrità di queste acque fu sapientemente sfruttata per scopi industriali dando un impulso all’economia locale che da agreste andava – nel corso del tempo – trasformandosi poco alla volta in industriale grazie alla regolamentazione del flusso delle acque ed alla costruzione, lungo il suo corso, di fabbriche (le cartiere) per la produzione della carta. l fiume Liri proprio all’altezza del Castello Boncompagni/Viscogliosi va biforcandosi in due rami andando a creare due cascate: una più “grande” e una più piccola, ma di minore portata d’acqua.

Isola del Liri ha avuto – durante il corso dei secoli – periodi di progresso e di benessere civile, culturale e sociale che si sono alternati periodi di totale abbandono. Con l’arrivo dei Francesi agli inizi del 1800 iniziò lo sviluppo industriale per la lavorazione della carta e le costruzioni di diverse fabbriche dedite allo scopo e la costruzione, nel circondario, di sontuose e monumentali ville, come la splendida villa Lefebre. Verso la metà del secolo scorso, invece, inizia la crisi di queste industrie della carta fino al completo abbandono degli edifici delle antiche cartiere che, è bene sapere, avevano ognuna una piccola centrale idroelettrica che sfruttava proprio l’energia prodotta dalle cascate.  

Camminando lungo le poche centinaia di metri di Via Roma, si lascia sulla sinistra uno slargo su cui prospetta la facciata di Palazzo Zuccari, mentre al lato opposto, tra vicoli basolati, archi e supportici, rampe e gradinate, vecchi edifici in pietra ed antichi portali in penombra, si attraversa il cuore antico di Isola. Sulla sinistra prospetta la rosea facciata della Chiesa di San Lorenzo in puro stile barocco; questa chiesa fu teatro di un sanguinoso ed efferato eccidio che coinvolse parte della popolazione durante la fine del ‘700.

Raggiunti il lato opposto del borgo (verso ponente), e superati il successivo Ponte Roma del braccio secondario del fiume, sulla destra compare l’accesso che invita ad entrare nel Parco Fluviale, un’area appositamente attrezzata che conduce ai piedi della Cascata del Valcatoio, formata dal ramo destro del fiume, meno spettacolare della prima perché assolve alla funzione di alimentare un impianto di produzione elettrica. Il parco è ben tenuto con un percorso pedonale e attività commerciali che costeggia il bacino; si passa per antichi corpi di fabbrica ove le ruote dei mulini, argani e ingranaggi vari lasciano intuire la vocazione industriale di questa borgata; all’interno del parco è presente anche una Biblioteca.

Qui i turisti di passaggio, i fugaci viaggiatori e la popolazione locale, possono godere, durante tutti i periodi dell’anno, di attimi di riposo – magari godendo della frescura dei grossi alberi presenti all’interno del parco – e momenti di relax; oltre a gustare delle prelibate pietanze servite nei numerosi locali (consigliabile la prenotazione!), soprattutto di quelli che prospettano vista cascata. Qui, ad Isola del Liri, l’ospite ha la piacevole sensazione di essere accolto (e coinvolto) proprio come uno di famiglia, potendo usufruire delle decine di alloggi come antiche dimore, residenze storiche, b&b in case ottocentesche e affittacamere. Isola del Liri, non merita solo una fugace visita, Isola ha ancora tanto da offrire, soprattutto nelle sue vicinanze… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

il “CAMMINO dei TRE VILLAGGI” nella “TUSCIA VITERBESE” (VT)

Luoghi che sprigionano serenità, orizzonti che sprofondano tra il verde degli uliveti e l’azzurro del cielo; posti che invitano a vestirsi di curiosità e ad immergersi in ambienti che suscitano la voglia di camminare andando alla scoperta di antiche vie di collegamento, di piste e sentieri frequentati da oltre 3000 anni e di mete sospese in quel limbo emotivo che spazia tra fascino e mistero. Siamo nel cuore della Tuscia viterbese un territorio ricco di bellezze naturalistiche e culturali; uno straordinario paesaggio in cui i suggestivi borghi conservano ancora le preziose testimonianze storiche e archeologiche di passate civiltà.

Ciò che emerge tra le caratteristiche di questo CAMMINO dei TRE VILLAGGI sono la storia (qui ogni metro quadrato è intriso di antichità), l’archeologia etrusca (per i suoi particolari luoghi di sepoltura) e la rigogliosa natura (con estese coperture forestali in cui primeggiano – su tutto – le enormi felci di un copioso sottobosco), aree ancora avvolte dalla “wild” e poco battute dall’uomo moderno. Ciò che trasmette questo cammino, ciò che riesce ad offrire e lasciare questo percorso, come a portare nel cuore, è la profonda capacità di andare alla scoperta di posti sconosciuti con occhi sempre aperti e stimolati dalla curiosità.

Siamo nelle terre deli Etruschi… popolo dall’indole colta, particolarmente raffinato, colmo di ricchezze e potente. Ed è proprio nei piccoli paesi, nei borghi e nei villaggi (come quelli toccati da questo cammino) sparsi in quest’area, che si ritrovano ampie testimonianze sia storiche che archeologiche immerse negli straordinari paesaggi naturali. Camminare per queste antiche “Vie Etrusche” solcate dai sandali e dai calzari di pastori, contadini, uomini d’arme e uomini di fede di migliaia di anni fa… è un’emozione da provare fino all’ultimo metro percorso!

Il Cammino dei Tre Villaggi altro non è che un invito alla lentezza e alla scoperta di particolari luoghi come le tombe a “camera”, il Parco Marturanum, le chiese antiche, piccole e grandi necropoli, le vie cave scavate nel tufo, i punti panoramici, e i borghi avvolti solo dal silenzio. Percorrere queste antiche strade etrusche è una continua meraviglia che – passo dopo passo – conduce alla scoperta di tesori archeologici e naturalistici di inestimabile bellezza ove la natura selvaggia delle forre, di piccole e grandi cascate, di mulini e torrenti, di giardini terrazzati, di ponti romani e borghi medievali, di antiche torri, di colombari e di antichi tratti viari come la Via Clodia, esaltano ancor più la suggestiva bellezza di questo angolo d’Italia conosciuto da pochi…

VILLA San GIOVANNI in TUSCIA è un piccolo borgo che accoglie, poco più, di 1200 anime. Fondato nel ‘500 dai discendenti del condottiero Renzo Anguillara la sua parte antica sorge in luogo di una preesistente villa d’epoca romana eretta fra III e IV secolo d.C.. Da qui ha inizio quello che – a tutt’oggi – viene considerato come il “Cammino più breve” d’Italia che, coi suoi 22 km circa di percorrenza, lungo un circuito che abbraccia alcuni dei luoghi più significativi della cultura etrusca, attraversa paesaggi bucolici di raffinata bellezza. Dopo pochi km su strada asfaltata, e superati ampi prati dediti all’agricoltura, ha inizio la strada sterrata fino ad entrare in un bosco intriso di verde, che diviene sempre più intenso, che porta in breve ad attraversare – e superare – un fiume per mezzo di un ponte.

Nuovamente all’aperto, si prende per un buon sentiero che in breve sfocia nell’ampia Valle Cappellana ove la presenza della Tomba “Margareth” (particolarissima per le colonne doriche, la trabeazione e le decorazioni dei letti funebri) e della tomba del “Trono”; due tombe che appartengono al grande tumulo sulla strada di raccordo per la Via Cassia; al loro interno si ergono due colonne scanalate con capitelli dorico/etruschi, un soffitto a travi, un letto di deposizione e piccoli troni ricavati direttamente nel tufo. E poi nuovamente in cammino attraverso le Vie cave scavate nel tufo fino a raggiungere la Casina di CAIOLO nel centro del Parco Regionale “MARTURANUM” un’area naturale protetta tra i monti della Tolfa e il Lago di Vico, camminando lungo antichi sentieri etruschi immersi in una natura ancora allo stato selvaggio.

Raggiunti uno scollinamento (casa isolata con cancello ricolmo di collari e campanacci per le greggi al pascolo) si continua ancora, in successione, per una serie di alte pareti scavate nel tufo (località Colle di Caiolo) che sembrano tanti giganteschi alveari (tombe a “portico”), un gigantesco complesso di camere funerarie conosciute come le “Palazzine”, puntellati da numerose cavità perfettamente squadrate da abili mani scultoree; reperti archeologici di epoca etrusca, che costituiscono il vasto complesso della necropoli rupestre di San Giuliano, che permette di poter visitare due tra le più famose tombe della zona: la tomba della “Regina” e la tomba del “Cervo”.

Presso un quadrivio di piste e sentieri, per una breve deviazione sulla destra del percorso principale si raggiunge, in breve, il leggero pianoro tufaceo di San Giuliano ove si ergono – maestose – le rovine della Chiesa di San Giuliano e i resti di un abitato d’epoca medioevale. Risalente al XII secolo la chiesetta presenta numerosi (e interessanti) spunti architettonici sovrapposti durante lo scorrere dei secoli come l’antico impianto a tre navate, colonne in pietra, capitelli in stile romanico, archi a “tutto sesto”, un antico romitorio (che accoglieva piccole comunità di monaci eremiti); l’abside interna è affrescata con figure di santi, una Madonna con Bambino e un Cristo benedicente racchiuso in una cornice a “mandorla”. Il complesso è dedicato al culto di San Giuliano (santo “Ospitaliere”), giovane cavaliere e mercante fiammingo, tormentato per le sue azioni, divenne – nel tempo – apostolo dell’accoglienza e protettore di viandanti e pellegrini.

Successivamente la pista porta al grosso tumulo detto “Cima”, una necropoli circolare chiusa che raccoglie numerose tombe rupestri incastrate tra alte pareti verticali. Per una impervia salita, rotta da gradoni lastricati, si supera il fontanile in località Fonte Pisciarello (remoto luogo di sosta e transito per uomini ed animali); un tortuoso percorso che serpeggia tra due alte muraglie tufacee. Attraversarlo è come seguire le impronte e gli antichi passi di contadini, pastori, pellegrini e viandanti che hanno utilizzato questo passaggio per millenni. Questa via cava – imponente e misteriosa – va a sbucare proprio a ridosso delle possenti mura che racchiudono il borgo di BARBARANO ROMANO, il secondo dei “tre villaggi”.

Col suo caratteristico centro storico si erge dall’alto di una rupe in roccia vulcanica. Le sue origini risalgono al periodo etrusco romano, ma l’attuale struttura architettura ed il suo impianto urbano è strutturato su un borgo di matrice medievale, cosiddetto a “spina di pesce”. Varcato l’ingresso passando sotto l’arco della possente Porta Romana – su base quadrata sovrapposta da due ordini cilindrici e sormontata da un orologio – si attraversa l’arteria principale in basoli che s’apre con interessanti scorci su antichi portali in pietra tufacea, palazzi gentilizi, corti adombre, archi con scale rampanti e slarghi acciottolati.

Al termine del borgo, quasi alla sua estremità settentrionale, una deviazione a sinistra scende per ripida discesa fino a lasciare lo splendido borgo attraverso l’antica porta a nord; qui ora ci si immerge in una verde e lussureggiante natura in cui primeggiano ampie macchie di felci giganti e rocce completamente ricoperte di muschio, circondati da decine di tombe etrusche per le numerose testimonianze archeologiche perfettamente integrate in questo paesaggio naturale, ove risulta spettacolare ritrovarsi immersi tra altissimi, maestosi e giganteschi alberi, foglie giganti, ciclamini selvatici e variopinte farfalle.

Siamo al centro delle “Gole del Biedano”, uno dei canyon di natura vulcanica più belli della Tuscia viterbese; esso supera un lungo vallone in cui si alternano – in successione – salti torrentizi, specchi lacustri, cascatelle, ponti, mole (antichi mulini con mura e blocchi in tufo), superamenti del greto torrentizio, salti fra le rocce e passaggi attraverso angusti cunicoli rocciosi. Tra salti su rocce, superamento di pendii, si cammina costeggiando sempre – ora su una sponda, ora sull’altra – il greto del torrente Biadano; in questi luoghi la presenza dell’uomo risale a circa 2500 anni fa, come testimoniato – allo sbocco del vallone, proprio sotto il caseggiato di Blera – dal bellissimo ponte in pietra a “schiena d’asino” sviluppato su tre ordini di archi, conosciuto come il “Ponte del Diavolo”; esso consentiva il passaggio della Via Clodia e facilitava l’ingresso al villaggio di BLERA.

Dal ponte, per un’impervia salita che sfiora i resti di quelle che dovevano inizialmente essere delle tombe riutilizzate – nel tempo – dai locali come depositi per attrezzi o ricovero per animali, si sbuca all’ingresso del terzo villaggio, sorto proprio lungo la Via Clodia verso Roma. Poche decine di minuti bastano per scoprire qualche meraviglia di questo borgo, distribuito lungo due assi principali e due secondari che attraversano – per tutta la sua interezza – il cuore del paese e consentono di camminare attraverso quella matrice medioevale che oggi è possibile ammirare. Nella sua parte più vetusta sono visibili grotte scavate nella roccia, cunicoli, caverne, tracce delle epoche antiche, ancora oggi ricche di fascino e di suggestive atmosfere.

Da Blera il cammino ora scende attraverso un vallone; sulla destra per un breve saliscendi attraverso un bosco si raggiunge un fossato facilmente superabile con un passaggio in pietra; la pista poi – con notevole pendenza – continua in salita lungo un sassoso sentiero fino ad incrociare la traccia del sentiero “Natura Evan” legato alla mitologia estrusca della dea dell’immortalità che si rifà alle “lasa”, le divinità femminili custodi delle sepolture. Poco in avanti il cammino esce dal bosco e si ammorbidisce; mantenendosi sempre sulla destra, una bianca e lunga carrareccia comincia ad attraversare – per mezzo di un lungo e assolato rettilineo – ampie radure prative colme di uliveti ove pascolano liberamente greggi di pecore.

Prima di toccare l’asfalto, però, una breve deviazione sulla destra porta in breve a solcare un tratto di un’antica Via Cava che metteva in collegamento gli assi viari della Francigena e della Clodia. Superando le numerose villette sparse per le campagne adiacenti, in pochi minuti si giunge nuovamente al centro della piazza di VILLA San GIOVANNI in TUSCIA, ove ha avuto inizio (e termina) questo cammino. Qui, accolti dagli amici della locale associazione culturale Stay FreedomCammino dei Tre Villaggi” che curano questo interessante percorso, si riceve il simpatico attestato (“testimonium”) del “Viandante Etrusco”. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)