Back from “GOLDEN CICLE” (ICELAND): Through the Heart of The Earth…

Premesso che se non si ha un’auto al seguito, dell’Islanda si vede e si conosce ben poco. Percorre il famoso “Cerchio d’Oro” in Islanda è un po’ come attraversare tutte le meraviglie che sono contenute in quest’isola: dall’occhio della Terra (il “Kerid crater”), al “sospiro” della Terra (gli incredibili getti di vapore e gas di Geysir)… dal “ruggito” della Terra (il boato delle imponenti e più belle cascate d’Islanda, quelle di Gulfoss), alla “deriva” dei continenti (con le due ben distinte “placche continentali” del Nord America e dell’Eurosiatica), fino al Parco Nazionale di Thingvellir

Tante sono le voci che invitano ad ascoltare… il “cuore” della Terra…! E l’Islanda è il palcoscenico per eccellenza di questa incredibile e meravigliosa “sinfonia” della natura. Scoprire le meraviglie naturalistiche e ambientali distribuite lungo questo circuito d’oro è una delle tappe fondamentali per chi giunge qui in Islanda per la prima volta. Puntando decisamente all’estremo est, verso il “cuore” dell’isola, si raggiungono quelle che – per eccellenza – vengono considerate le cascate più belle (e imponenti) d’Islanda: GULFOSS.

Già da lontano le cascate di Gulfoss fanno sentire la propria voce, col fragore determinato da un salto d’acqua di 30 metri all’interno di una gola. Generate dalle acque del fiume Hvità, esse si presentano con un doppio salto incuneandosi in una stretta e profonda gola continuando, poi, la loro corsa verso l’oceano. Le particolarità che rendono unica Gullfoss sono il suo doppio salto e la possibilità di arrivare quasi all’interno della cascata stessa. Si possono ammirare sia dall’alto, con un colpo d’occhio spettacolare, oppure scendendo attraverso dei gradoni proprio alla base delle cascate.

Situata in una immensa e profonda vallata, viene spesso denominata “la regina di tutte le cascate islandesi” per la teatralità dello scenario paesaggistico, l’estrema bellezza e i giochi di luce generati dal suo doppio salto. La cascata di Gullfoss non è solo nota per la sua potenza mozzafiato, ma anche per gli arcobaleni che si possono ammirare in una giornata di sole. Questi si aggiungono ad un panorama già di per se stupendo: oltre alla spettacolare valle e alle cascate, lo sguardo si affaccia su campi ondulati fino alla magnifica calotta del ghiacciaio di Langjökull.

Ritornando lungo la strada fatta per Gulfoss s’apre lo splendido scenario paesaggistico della valle di Haukadalur, in cui giace l’area geotermica di GEYSIR, famosa per i suoi geyser e le sue numerose sorgenti termali. Trovarsi in una terra che coniuga – in simbiosi – ghiaccio e fuoco, elementi che generano il più spettacolare fenomeno naturale di geotermia: il geyser, è come trovarsi nel ventre della Terra. Questo è uno dei luoghi più iconici d’Islanda e la particolarità di questa area è quella di essere uno dei pochissimi posti sulla terra dove si possono osservare da vicino i geyser attivi; basta avere pazienza e attendere dai 4 e i 5 minuti intorno allo Strokkur, il gande geysir.

Tutta l’area è costellata di pozzi ove ribollono polle di fango estremamente caldo le quali espellono vapori caldi dal caratteristico odore di zolfo. Tutta l’area circostante offre una intensa colorazione causata dai profondi elementi litici interni alla terra e portati in superficie dall’attività geotermica con sorgenti terminali dalle pozze di un intenso colore azzurro trasparente, uno spettacolo veramente incredibile. Salendo sulle colline circostanti si ammirano i cromatismi delle varie pozze fino a raggiungere le terrazze panoramiche che offrono una visuale su tutta l’area geotermale osservando dall’alto le eruzioni.

Altro tesoro geologico del Golden Circle e il PINGVELLIR/THINGVELLIR National Park, un parco ricco di faglie dovute al movimento delle placche tettoniche, le quali mediamente si separano di un centimetro ogni anno. La faglia principale si chiama Almannagjá, punto di divisione fra le placche del Nord-America e dell’Eurasia; risulta molto suggestivo passeggiare all’interno della faglia circondati da scure muraglie rocciose di lava “accartocciata” su se stessa. Qui siamo al centro dell’Islanda dove, appunto, le placche tettoniche Euroasiatiche e Americane si scontrano ed emergono in superficie.

Questa valle, camminare attraverso la faglia che divide le due placche continentali, è un luogo che riassume natura, geologia e storia. Thingvellir significa “pianura del parlamento”, e fu proprio in questo luogo che nell’anno 930 ebbe origine uno dei primi (se non il primo) parlamenti del mondo: Althing. Esso si riuniva una volta l’anno nei pressi di un emiciclo lavico delimitato da due dirupi rocciosi paralleli. Durante queste sessioni parlamentari si promulgavano nuove leggi, affrontavano le dispute e si organizzavano persino feste. Dal punto di vista geografico il parco si trova su una frattura dovuta alla deriva dei continenti da qui le faglie e i canyon che si possono ammirare e percorrere a piedi.

Sia gli amanti della natura che gli appassionati di storia nordica restano estasiati dalla profonda ed immortale bellezza di questi luoghi. È un incredibile parco naturale con tanto verde, ampie vedute paesaggistiche, panorami che si perdono oltre ogni possibile orizzonte, una cascata, un fiume, una bellissima chiesetta e la faglia dove le placche del Nord America da una parte, e quelle dell’Europa e dell’Asia dall’altra, si stanno allontanando. Quest’ultima è la cosa che più intriga; pensare che si è a cavallo di due continenti, vedere la profonda spaccatura che riporta ad un’epoca primordiale è, al tempo stesso, sconvolgente e affascinate.

Camminare all’interno della faglia che divide le placche offre sensazioni uniche. Muovere i propri passi tra una placca e l’altra è un qualcosa di selvaggio, che ci riporta indietro nel tempo di milioni di anni. Si può solo immaginare quel senso di pace, di silenzio, di meditazione… che generano le eterne pietre in roccia lavica che fanno da cornice alla faglia. Le rocce che formano le pareti interne della faglia sembrano guardiani armati a difesa del luogo, circondate dalla loro aurea solennità, imponenti come eterni custodi del tempo e veramente affascinanti per la loro selvaggia bellezza.

Un’escursione all’interno di questa fossa tettonica consente di scendere lungo il sentiero che attraversa le due pareti rocciose fino ad arrivate all’antico anfiteatro (Almannaja) dove in epoche remote si tenevano le assemblee; qui la bandiera islandese sventola dall’alto di un pennone sopra un cumulo di pietre a forma di terrazza. Proseguendo ancora sul sentiero si giunge all’Oxararfoss, una cascata di 20 metri d’altezza; qui era il luogo dove venivano affogate le donne e gli uomini eretici. Vicino c’è la “Flosaja” (altra spaccatura) che forma una pozza dalle acque limpide con – ben visibili – decine di monetine giacenti sul fondo (Peningagja); la chiesa giù in fondo sorge sulle sponde del grande lago formatosi 9000 anni fa.

La cascata Gulfoss, il geyser “Stokkur” a Geysir ed il Pingvellir/Thingvellir National Park (unitamente al Kerid crater) sono le principali gemme naturalistiche, paesaggistiche, storiche e ambientali che sorgono lungo il Golden Circle. Poterle conoscere magari con escursioni giornaliere di qualche ora di cammino, consente di avere un quadro completo di quello che è realmente l’animo più autentico di quest’isola dove i principali elementi della natura (acqua, fuoco, ghiaccio, fango, sismicità, lava, geotermia, vulcanismo, vento…) qui giocano un ruolo determinante per le sorti dell’intero pianeta; ecco perché l’Islanda è un’isola da custodire e proteggere con ogni mezzo, e ad ogni costo, per il bene e il futuro dell’umanità… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)  

KERID crater (Islanda), camminare attraverso un’intensa tavolozza di colori

La Road 35, una lunga strada che solca un paesaggio determinato da km di deserti di lava, da montagne e vulcani in lontananza e distese ghiacciate (come il Langjökull) che chiudono l’orizzonte, è un lungo nastro d’asfalto che attraversa – praticamente – il nulla scorre lungo quel celebre “circuito” più conosciuto (e frequentato) d’Islanda: il “Golden Circle”. Un circuito in cui tutti gli elementi dell’isola possono essere scoperti, conosciuti e vissuti in maniera tale da comprendere come gli elementi della natura qui, da sempre, hanno determinato gli ambienti di quest’isola e la vita di quei pochi abitanti che la popolano.

Il Kerid crater è una tra le principali attrazioni d’Islanda. Dalla strada non lo si percepisce a vista d’occhio, ma una lieve salita sulla destra porta presso il suo crinale. Ed eccolo il Kerid che compare in tutta la sua magnificenza; qui lo spettacolo della natura offre la visione di uno tra i principali protagonisti della natura e dell’ambiente dell’isola: sembra quasi una perla nel nulla, con le sue pareti rossastre e col lago verdastro che giace in fondo ad esso. Si può percorrere il sentiero di cresta e poter raggiungere le trasparenti acque di questo laghetto; sia dall’alto che dal basso il contrasto dei colori dell’acqua, della terra vulcanica e del verde del muschio sono un qualcosa di unico e straordinariamente spettacolare.

Formatosi oltre 6500 anni fa, il Kerid è un vero paradiso per gli appassionati di geologia, vulcanologia, glaciologia e geografia che qui trovano sicuramente molto da conoscere, scoprire e osservare come, d’altronde, molte altre cose in tutta l’Islanda. Originariamente esso era la caldera di un vulcano che – crollando – ha generato al suo interno questo splendido laghetto dai colori, a dir poco, mozzafiato. Il luogo è molto suggestivo e di una bellezza inaudita, forse uno tra i posti più emozionanti dell’isola, per via dei suoi colori mozzafiato – dal rosso delle pareti interne all’acqua di un color azzurro/verde, dalle macchie di verde intenso al tracciato del sentiero color nero opaco; chiudendo gli occhi per qualche attimo qui l’immaginazione lascia il posto allo stupore e alla meraviglia.

Dopo l’interessante giro di crinale, è possibile compiere la discesa in accentuata pendenza, sistemata da gradoni in legno opportunamente sistemata lungo il sentiero, fino a raggiungere il bordo delle acque del laghetto. Un bellissimo specchio d’acqua formatosi sul fondo di un cratere occluso; i suoi colori vanno dal verde smeraldo al giada, dal turchese al cobalto più intenso. Al suo interno le pareti sono piuttosto alte e ripide e il lago in fondo sembra davvero essere un gioiellino racchiuso, e gelosamente custodito, da madre natura. I colori sono stupendi dato che si fondono l’azzurro dell’acqua con quello del cielo, il marrone della terra con il verde dell’erba muschiata e anche i tenui colori di qualche lichene sparso qua e là.

Dopo aver percorso la circonferenza che lambisce le creste sommitali, una volta raggiunti il laghetto compiere il periplo camminando lungo il sentiero che ne cinge il fondo è un qualcosa di veramente unico e spettacolare: quaggiù il particolare colore rosso della terra riesce a fa risaltare ancor di più il blu del lago all’interno. Tutta la zona intorno è ricca di materiale lavico dai cromatismi più svariati, in cui si evidenziano tutte le tonalità che vanno dal rosso al nero, circondati da un caleidoscopio di iridescenti muschi verdissimi; è, praticamente, come camminare attraverso una tavolozza di colori e poter ammirare un quadro dal suo interno… una meraviglia della natura e dell’ambiente dell’Islanda da non perdere assolutamente! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

sul “Promontorio Atheneo” a Punta Campanella (antica “VIÆ SURRENTIUM”): il circuito di monte San Costanzo

Quello che si propone è un bellissimo e panoramico itinerario che si svolge, a circuito, lungo l’estremità della dorsale montuosa della Penisola Sorrentina, là dove i monti Lattari si protendono verso l’isola “azzurra” di Capri, camminando sull’orlo di balconate naturali ove s’aprono panorami mozzafiato su entrambi i golfi di Salerno e Napoli. Detta dai greci PROMONTORIO ATHENEO fu, successivamente indicata dai romani, come PROMONTORIUM MINERVIAE o SURRENTIUM, luogo ove sorgeva un tempio dedicato al culto della dea Athena (Minerva per i romani). Orizzonti che si perdono verso l’immenso, gli intensi profumi di una macchia mediterranea che fa da colonna olfattiva per tutto il percorso, i silenzi rotti solo dal vociare di qualche gheppio o dal suono del vento sono gli elementi conduttori di un viaggio attraverso le emozioni; per il resto, aspettando il tramonto, conta solo sognare…

Partendo da TERMINI (323 m), a meno di due chilometri in linea d’aria dai “faraglioni” dell’isola di Capri, prendendo in direzione S, comincia a scendere una stradina (inizialmente asfaltata) che porta tra le case del borgo di Petrale (338 m). Qui, una serie di tornanti che salgono in cima al monte S. Costanzo, vengono attraversati da un viottolo formato da gradoni scavati nella roccia e che permettono di tagliare la forte pendenza. Guadagnati la sella del crinale, nei pressi di una pineta che sfocia sull’opposto versante salernitano della penisola, una deviazione a sinistra conduce, brevemente, alla bianca Cappellina dell’Eremo del monte San Costanzo (486 m).

Alcuni studiosi ritengono che qui fosse posto l’antico tempio dedicato al culto della dea ellenica Minerva. I due principali golfi campani, da quassù offrono davvero splendide vedute panoramiche: dalle isole de Li Galli (le tre mitiche isolette che gli antichi chiamavano Sirenuse) al Vesuvio. Muovendoci ora in direzione SW, proseguiamo fra creste esposte, roccette traballanti e fasciumi d’erba filiforme; si transita per una pineta e, immediatamente, si guadagna il brullo crinale che in breve porta a raggiungere, lungo gli scoscesi pendii, la cima del Monte San Costanzo (497 m); quassù sono presenti alcune installazioni radio militari, per cui la zona della cima è completamente interdetta e racchiusa da un reticolato con filo spinato.

Rasentando con prudenza un breve tratto di recinto, si prosegue verso oriente, ove la pista, ora, presenta un cammino che diventa, man mano, più impervio e difficoltoso, dovuto soprattutto alla presenza di precipiti costoni rocciosi che si aprono, con inquietanti e profondi baratri, verso un mare così incredibilmente e meravigliosamente azzurro; più giù, in basso, si apre la stupenda Baia di Jeranto, (Baia del “Fiore Sacro“) una naturale insenatura il cui accesso è possibile solo dal mare; una tra le bellezze naturali meno conosciute dell’intera costa e che presenta fondali che vanno dal turchese al giada, dallo smeraldo al cobalto più intenso; domina la baia, un piccolo promontorio sormontato dai ruderi della Torre di Montalto che nasconde i resti di una tramoggia (usata fino al 1945) per l’imbarco di materiale estrattivo.

L’intera zona è sottoposta dal vincolo protezionistico del FAI (Fondo Ambiente Italiano). Dalla cima del monte San Costanzo, parte la labile traccia (appena percettibile) di un sentiero, per lo più battuto dal passaggio delle capre che, attraversando il lungo crinale erboso di Pezzalonga e, proseguendo lungo una interminabile discesa di roccette calcaree, gradatamente si affaccia a mezzacosta con balconate che si aprono su panorami a mozzafiato fino a raggiungere la spianata di Punta della CAMPANELLA (36 m), posta sull’estremo punto della Penisola Sorrentina. Proprio di fronte, a poco più di un paio di miglia marine, si stagliano le scogliere dell’isola “azzurra” con i suoi faraglioni.

In questo tratto di mare, conosciuto come le “Bocche di Capri”, le acque si presentano quasi sempre agitate, ciò a causa delle forti correnti marine sospinte da venti di bonaccia; qui il Goethe stava per naufragare durante il suo viaggio costiero dai lidi peloritani (la Sicilia) verso la capitale borbonica (Napoli) nel 1787. Questa Punta della Campanella fu detta dai greci PROMONTORIO ATHENEO e, successivamente indicata dai romani, come PROMONTORIUM MINERVIAE o SURRENTIUM, perché vi sorgeva, probabilmente non lontano dall’attuale Torre d’avvistamento, un tempio dedicato al culto della dea Athena (Minerva per i romani); nelle vicinanze sono ancora ben visibili le basi circolari per le batterie d’artiglieria della difesa costiera, qui sistemate dai francesi di Murat per impedire lo sbarco della flotta inglese dell’ammiraglio Nelson a Capri ai principi dell’800.

Tutt’intorno si possono facilmente notare i diversi resti delle strutture perimetrali e pavimentazioni d’epoca romana attribuibili, forse, ad una villa o alla sede di un distaccamento militare in servizio presso un faro per comunicazioni con i depositi marittimi di un antico approdo. Vi sorge qui, in una posizione strategica, la mozza TORRE MINERVA (o Saracena), fatta costruire da Roberto d’Angiò nel 1335, rifatta nel 1566 dagli spagnoli, e che faceva parte di un imponente sistema di avvistamento costiero distribuito lungo tutta la fascia tirrenica. Al sopraggiungere delle incursioni saracene provenienti dal mare, questa segnalava l’avvicinamento dei legni pirati, per mezzo del suono di una campana (o col bagliore di grossi fuochi), da cui l’attuale nome dato alla punta. 

Lungo questo promontorio si possono notare dei profondi tagli nella roccia calcarea e la presenza di alcuni tratti di mura di terrazzamento di quella che, con molta probabilità, in antichità doveva essere la “Via Minerviae” con la pavimentazione in basoli ad opus-incertum/reticolarum, tipica sistemazione delle strade romane. Se si sosta sulla spianata della Torre di Punta della Campanella e si volge lo sguardo all’interno verso settentrione, si potrà notare come da questa posizione si intravedono contemporaneamente altre due torri di avvistamento costiero: a sinistra, la torre Fossa di Papara (o di Namonte); mentre a destra, la torre di Montalto. Il più delle volte queste torri, poste a guardia della costa, erano completamente isolate.

Non presentavano quasi mai tracce di collegamento verso l’interno; generalmente venivano approvvigionate via mare. Verso la metà dell’anno 800, il bacino del Tirreno fu devastato dalle scorrerie dei Saraceni che provenivano dalle coste settentrionali africane. I tranquilli siti della Penisola vennero allora anche loro interessati da queste incursioni. Le popolazioni locali, in prevalenza pescatori, agricoltori, coltivatori e pastori, avvertirono il bisogno di potersi difendere da questi Musulmani (detti anche Mori) costruendo fortificazioni e torri distribuite lungo le coste. Solo con l’avvento dei Longobardi, dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini, degli Aragonesi e, infine, degli Spagnoli, nei territori da essi conquistati, si progettò un piano ben definito per la protezione dal mare contro il pericolo dei predoni.

Le torri, situate in postazioni strategiche, a ridosso di scogliere e spiagge, e all’imbocco di fiordi e cale, non avevano nessun tracciato che le collegasse tra loro, ma esercitavano in assoluta autonomia; erano stabilmente occupate da drappelli militari che periodicamente si davano il cambio. Ad oriente della torre, una ripida scala scende per un angusto dirupo che porta fin giù alla selvaggia scogliera. Questa, in parte intagliata nella roccia, ed in parte sistemata da mani umane, conduce ad alcune cavità ipogee sfocianti direttamente sul mare che, affacciandosi nella pittoresca marina di Jeranto, ai piedi della precipitosa scogliera che scende giù dal monte San Costanzo, fungevano, con molta probabilità, sia da approdo dal mare, che da magazzini portuali.

Qui è possibile ammirare gli incredibili ed incantevoli colori che offrono i fondali marini. Un secondo approdo, presumibilmente posto sul lato occidentale della punta, era situato in fondo ad una scala, probabilmente costruita nel luogo di una più antica gradinata. Una considerazione va fatta sugli aspetti morfologici e topografici della penisola. Dal lato della costiera Sorrentina si hanno una maggiore distribuzione di centri lungo il litorale. Immediatamente a ridosso di questi, in leggero falsopiano (tra i 250/400 m), si aprono estese ondulazioni coltivate prevalentemente a vigneti e uliveti.

Dal lato opposto, invece, sulla costiera Amalfitana, presso Positano, si possono notare aspetti molto più impervi della fascia costiera. Lungo il ciglio di questa, vi scorre la dorsale più elevata dei monti Lattari con altezze che oscillano tra i 500 ed i 1200 metri. Ciò è dovuto al fatto che questi strapiombi rocciosi precipitanti verso il mare, non hanno permesso l’estensione di coltivi, verso l’interno, così come sul versante opposto, eccezion fatta per la sola Positano che, protetta da alte montagne, ha saputo offrire sempre un sicuro approdo ed un ospitale soggiorno a coloro che su questi litorali svolgevano i loro traffici commerciali.

Spostandosi ora dalla Punta della Campanella verso l’interno, e proseguendo verso settentrione, si ritorna a camminare lungo il basolato dell’antica strada romana che ora, con una luce diversa, offre magnifiche vedute panoramiche dell’isola di Capri, della scogliera, della cala di Mitigliano, delle baie, della Torre di Namonte (o di Papara), delle macchie boschive di querce ed ulivi delle insenature nascoste e delle spiagge che si aprono in uno dei tratti di mare più incantevoli del mondo, e si raggiunge così, nuovamente il borgo Petrale e poi a TERMINI (punto iniziale del percorso), ove finisce questo bellissimo circuito. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

D-DAY… the “DAY of DAYS”! Normandy (F) Overlord… il “Giorno più lungo”

Un viaggio nel tempo e nella storia della Normandia, ove tutto ruota intorno a quella gigantesca operazione militare (“Overlord”, il D-Day quel “Giorno più Lungo”) che liberò l’Europa dalle dittature del nazi-fascismo; un interessante vagabondaggio compiuto andando alla scoperta e alla conoscenza della natura, dell’arte e della cultura di questa parte settentrionale della Francia che s’affaccia sul Canale della Manica… Il tutto nel ricordo e nella memoria di quei tantissimi giovani (americani, inglesi, canadesi, australiani, neozelandesi, scozzesi, danesi, norvegesi, francesi…) che – 80 anni fa – sacrificarono la propria vita durante quella notte che cambiò la storia del mondo per sempre! Perchè la storia va benissimo studiarla sui libri ed approfondirla, ma quando essa diventa una realtà tridimensionale, assume tutta un’altra visione ed un’atra dimensione, credetemi…!

Sono stato in Normandia per una dozzina di giorni ed il mio obiettivo prima della partenza dall’Italia è stato quello di stabilire un insolito itinerario storico/emotivo che mi guidasse, con gli occhi e con la mente, ma – soprattutto – attraversando a piedi quei territori, camminando lungo gli stessi orizzonti… vissuti dalle migliaia di ragazzi sbarcati su quelle spiagge, o paracadutati la notte prima, nell’entroterra.

UTAH BEACH, la notte che cambiò il mondo… per sempre! Sorge l’alba proprio dalla spiaggia che per prima fu interessata dalle operazioni dello sbarco in Normandia (il D-Day la più grande operazione bellica della storia), quella ove i primi fanti americani toccarono suolo: Utah Beach. Ma già dopo 30 minuti allo scorrere della mezzanotte tra il 5 e il 6 giugno, oltre 1500 aerei paracadutavano, sulla zona della penisola del Cotentin, migliaia di uomini della 82a Divisione aviotrasportata “Airborne, che avrebbe preso il borgo di Sainte Mére Eglise, e della 101a Divisione aviotrasportata “Airborne” che avrebbe protetto e reso sicuro i collegamenti tra la testa di ponte di Utah Beach e l’interno. Con lo stesso spirito emotivo ripercorriamo le stesse direttrici compiute dalle truppe americane sbarcate nel settore delle spiagge di Utah. Oggi qui, dopo aver toccato e fatto scorrere tra le dita, la bianca e soffice sabbia della spiaggia, ci incamminiamo verso l’interno superando la gigantesca duna…

…Allontanandosi dalle spiagge e penetrando verso i territori interni si attraversano ampie zone di “marais” (le complicate paludi in cui molti paracadutisti persero la vita), si supera il cippo marmoreo con statua in bronzo che ricorda le azioni del ten. Winter (protagonista della serie televisiva “Band of Brother“, realmente esistito!) che con gli uomini della 506a “Easy” Company riuscì a mettere fuori combattimento, dopo aver toccato suolo tra le campagne di St. Mére Eglise e St. Marie du Mont, quattro batterie di cannoni tedeschi le cui bocche da fuoco puntavano ad ostacolare le operazioni di sbarco terrestri…

…Dopo aver attraversato il piccolo borgo di Sainte Marie du Mont, si punta decisamente verso Sainte Mére Eglise ove sbuchiamo al centro di quella piazza (la “piazza del massacro”) immortalata nelle scenografie del più famoso film sull’argomento; una piazza che nelle prime ore del 6 giugno – abbagliata dalle fiamme di un vicino edificio – rischiarò il buio di quella triste notte favorendo la reazione dei tedeschi che annientarono centinaia di paracadutisti ancor prima che questi toccassero terra, ad accezione di un soldato (John Steele) che, durante la discesa, rimase impigliato con il paracadute al campanile della Chiesa di questo piccolo borgo e di cui, ancora oggi, un manichino ne raffigura l’episodio.

POINT DU HOC, quella maledetta scogliera! Se c’è un luogo, in tutta la Normandia che ricordi ciò che avvenne quel 6 giugno 1944 esso è Point du Hoc, trenta metri di ripida roccia diventato, suo malgrado, il promontorio più famoso di tutte le coste francesi. Una falesia che piomba nel mare e caratterizza due scogliere dalle inaccessibili muraglie rocciose. Qui fu allestita la più imponente postazione di batterie di cannoni tedeschi che potevano colpire due tra le più importanti spiagge dello sbarco in Normandia: Utah a ponente e Omaha a levante. Questo fu il luogo che vide l’avvicinarsi delle compagnie del 2° Battaglione degli US Rangers che con scale, corde e rampini avevano il compito (tentando l’impossibile) di scalare la rocciosa scogliera fino all’altopiano e, successivamente, assaltare e distruggere le linee tedesche asserragliate nei bunker in cima.… ai loro occhi si presentò un paesaggio colmo dei crateri lasciati dopo i pesanti bombardamenti dell’artiglieria navale…

…Oggi qui si respira una sensazione di calma e raccoglimento, il cielo azzurro si unisce oltre l’immenso sulla linea del mare, e le uniche voci che resistono sono quelle del vento e dei gabbiani. Ancora oggi si riesce a percepire quella terribile sensazione di cosa fu l’alba di quel 6 giugno; si rivive drammaticamente quell’ambientazione del tempo: i bunker, le batterie tedesche, i cannoni, il filo spinato, le falesie, il vento che soffia incessante… tutto contribuisce a rendere questo luogo davvero un posto molto suggestivo. Tutta la zona che sovrasta il promontorio e un luogo fuori dal tempo, sembra di essere proiettati indietro di oltre 80 anni: per volere e/o scelta delle autorità locali e militari, l’area è stata lasciata così come si presentava dopo la guerra.

OMAHA (bloody) BEACH… un inferno chiamato MG42, lo sterminio degli US soldier… Poco alla volta ci avviciniamo a quella che, in più di qualche trasposizione cinematografica, è stato il racconto e la narrazione dei fatti svolti e avvenuti qui, in Normandia. Due opere su tutto: come il “Giorno più Lungo” e “Salvate il Soldato Ryan” restituiscono visivamente ciò che realmente è accaduto qui. Il varco di “Dog Green” quel varco aperto dopo estenuanti ore di battaglia su 8 km di spiagge tinte dal rosso sangue degli uomini della 1a e della 29a Divisione di Fanteria Americana che qui, durante la prima ora dello sbarco, dei 2400 uomini che tentarono di mettere piede a terra, più del 50% lasciarono sull’arenile le proprie giovani vite falciate dalle micidiali MG42 tedesche (25 colpi al secondo ad una velocità di 900 km all’ora) praticamente… un autentico plotone d’esecuzione!

…Stare qui, voltarsi intorno cercando di capire le varie posizioni dei belligeranti sul terreno; chi difendeva e chi attaccava, vedere coi propri occhi, il solamente intuire, comprendere e conoscere ciò che è avvenuto su questa spiaggia fa davvero rabbrividire. Bloody Omaha (Sanguinosa Omaha) fu definita la spiaggia; oggi sull’arenile dalla sabbia dorata di Omaha è stato eretto un monumento commemorativo intitolato “Les Braves” (i Coraggiosi) composto da tre stele d’acciaio simili a vele spiegate al vento che simboleggiano la speranza, la libertà e la fraternità. A margine della maledetta spiaggia, a pochi chilometri si giunge a Colleville sur Mer ove s’apre la spianata del più grande cimitero monumentale militare di sempre: il Normandy American Cemetery. Al suo interno sono accolte le 9386 croci di marmo di Carrara tutte allineate in geometrica sequenza e avvolte da un impressionante silenzio. Nell’asse del viale centrale s’innalza quel “Muro dei Dispersi”, su cui sono iscritti 1557 nomi di ragazzi mai più ritrovati. Sembra di “vivere” le scene iniziali e finali del Capt. Miller in Save Ryan Soldier; tra i viali un attempato centenario (sicuramente uno dei reduci di Omaha) a passo lento e dondolante col bastone, accompagnato dalla consorte sono affidati alle amorevoli cure di una guida che illustra loro le bianche lapidi; dal film alla realtà la differenza sembra davvero non esistere!

…Non vi sono parole per descrivere questo luogo carico di storia ma, al tempo stesso, che esprime immenso dolore e profonda tristezza. Splendidamente tenuto in ogni cura (il suolo è territorio americano donato dalla Francia) e particolare qui, il silenzio, è d’obbligo; qui giacciono le migliaia di spoglie di coloro che hanno dato la vita per la nostra libertà. La suggestione di questo luogo si esprime anche attraverso i suoi colori: il blu del cielo, il verde smeraldo dei prati, il bianco abbagliante delle croci, il silenzio…! Dinanzi a questa infinità di bianche croci (diverse le Stelle di Davide) si rimane sbalorditi al solo pensiero che ricordano i tantissimi ragazzi morti per aver dato a noi tutti oggi la libertà. Prima di andar via resta dentro solo un grande senso di vuoto e di impotenza, mentre fuori la sensazione è quella di godere solo di un grande senso di gratitudine rendendo onore a tutti questi eroi. La guerra… tutte le guerre… da che mondo è mondo restano sempre, e solamente, la più grande e orribile azione creata dall’uomo.

GOLD BEACH: un incredibile molo sulla spiaggia delle conchiglie! ARROMANCHES e PORT EN BESSIN… Poter ammirare da vicino di quali opere l’ingegno umano e possibile concepire è solo qui, di fronte alla baia di Arromanches, che si percepisce la monumentalità dello scopo. Le banchine portuali fluttuanti di Arromanches sono una delle più straordinarie elaborazioni ingegneristiche applicate all’utilizzo bellico: il porto artificiale. Durante lo sbarco in Normandia, dopo che gli inglesi ebbero conquistato la spiaggia (nome in codice: Gold Beach), diedero subito inizio alla costruzione di un grande porto artificiale, destinato ad accogliere l’enorme mole di uomini e materiali necessari per l’avanzata degli alleati verso l’interno…

Arromanche fu un prioritario obiettivo durante le operazioni dello sbarco poiché gli stessi alleati individuarono la possibilità di realizzare, nella sua rada, una imponente opera portuale artificiale per poter garantire, in tempo utile, la fornitura di armi e munizioni alle truppe sbarcate; i componenti di questo porto furono trasportati a pezzetti attraverso il mare e, successivamente, assemblati di fronte ad Arromanche. Le forme bizzarre dei cassoni, a volte anche misteriose, di ciò che resta del gigantesco porto artificiale, determinano la sky-line lungo l’orizzonte laddove il cielo e il mare s’incontrano. Qui, durante lo sbarco, all’estremità orientale dello schieramento americano, quella tristemente famosa spiaggia di Omaha Beach, insieme ai genieri inglesi, sbarcò e mosse le prime operazioni anche il comandante in capo delle forze terrestri alleate: il generale inglese Montgomery.

ETRETAT, uno sbarramento di rostri lungo la Costa d’Alabastro! Etretat non è stata direttamente coinvolta durante gli avvenimenti bellici del II conflitto mondiale anche se su questa spiaggia furono realizzati i rostri in acciaio per impedire un eventuale sbarco alleato a difesa di quello che il governo del III Reich hitleriano definì come la difesa del Vallo Atlantico; tant’è che sono ancora ben visibili le costruzioni in cemento di bunker realizzati alla base della precipitosa scogliera.

SWORD e il ponte “conteso” di Pegasus Bridge… Stando al piano, i parà avrebbero dovuto prendere terra qualche ora prima degli sbarchi, raggrupparsi, raggiungere gli obiettivi assegnati, occupare e tenere le vie di comunicazione da e per le spiagge, creare confusione dietro le linee tedesche e appoggiare le truppe da sbarco. L’aliante offre forse un’immagine meno spettacolare delle orde di paracadutisti, ma compensava con la sua estrema silenziosità e, specie nel caso di Pegasus Bridge, precisione. Se i paratroopers statunitensi, più a ovest, raramente atterrarono nei luoghi previsti, il maggiore Howard ed i suoi uomini arrivarono a poche decine di metri dal ponte; i tedeschi posti a difesa del ponte pensarono che il leggero rumore prodotto dall’atterraggio in planata del velivolo fosse semplicemente un pezzo di aereo abbattuto dalla contraerea.  Un errore che si rivelò fatale…

…immediatamente a terra il parà Brotheridge e il suo plotone imboccarono di corsa il ponte, gli “Sten” imbracciati all’altezza del petto, pronti a fare fuoco. La giovane sentinella tedesca – poco più di un ragazzo – si vide arrivare contro ventidue diavoli in divisa da combattimento, le facce annerite, le armi spianate. La parte dell’eroe non gli si addiceva.  Anziché sparare, si mise a correre verso l’altra estremità del ponte, gridando: “Paracadutisti!” La seconda sentinella udì il grido e fece in tempo a sparare un razzo di segnalazione prima di essere colpita da una raffica di mitra. Il razzo e una forte esplosione (gli uomini di Brotheridge avevano fatto saltare il bunker all’imboccature orientale del ponte), fecero scattare l’allarme. I tedeschi guadagnarono le trincee e reagirono aprendo il fuoco con le mitragliatrici leggere e con gli Schmeisser.

…Ci vollero meno di dieci minuti per mettere in sicurezza il ponte. I tedeschi, presi completamente di sorpresa, furono rapidamente sopraffatti, mentre gli inglesi persero due uomini: furono i primi caduti di Overlord su entrambi i fronti, circa 30 minuti dopo la mezzanotte del 6 giugno. E non furono gli ultimi, dato che il maggiore Howard ed i suoi uomini, che furono rinforzati nel frattempo da ulteriori elementi della 6a aviotrasportata, furono impegnati nel respingere numerosi contrattacchi tedeschi durante tutta la notte e la mattinata seguente. Il destino degli uomini del maggiore Howard era dunque strettamente legato alle truppe in arrivo ad Ouistreham, sulla spiaggia denominata Sword, il punto più orientale dell’assalto anfibio. Nello specifico, i Commandos inglesi ebbero l’ordine di recarsi immediatamente verso i ponti una volta sbarcati.

A guidare le forze speciali britanniche vi era Simon Fraser, 15° Lord di Lovat, carismatico nobiluomo scozzese tutto d’un pezzo, assistito dal soldato Bill Millin, il quale, tra lo sconcerto di alleati e nemici, sbarcò a Ouistreham armato solo di un coltello e della sua fidata cornamusa. Lord Lovat scelse personalmente Millin come suo assistente, e gli ordinò di accompagnare lo sbarco dei Commando con il suono del suo strumento, contravvenendo ad uno specifico divieto dell’Alto comando…Seduti al Café Gondrée (meglio noto, a partire da quella lunga notte del 6 giugno 1944, come il ‘primo edificio francese liberato’), a pochi metri dal ponte, non si può non pensare all’incontro tra il maggiore Howard ed i suoi uomini con Lord Lovat ed i Commando inglesi, nella tarda mattinata del giorno più lungo. La conferma del successo della loro missione arrivò, per le truppe aviotrasportate, con il suono di una cornamusa. Il fianco orientale di Overlord era stato messo in sicurezza, lo sbarco a Sword, nonostante qualche intoppo, aveva avuto successo e le forze britanniche muovevano alla volta di Caen.

Per la 6a aviotrasportata la notte più lunga era giunta al termine. La vittoria portava il segno del silenzio degli alianti e delle rumorose cornamuse scozzesi. Questo può ritenersi vero soprattutto per quanto riguarda Bill Millin. Arrivati nei pressi del ponte, Lord Lovat esordì con un “Sorry for being late”, conscio dei due minuti di ritardo della sua unità: con il soldato Millin in testa, i Commando attraversarono Pegasus Bridge marciando, esponendosi al fuoco dei tedeschi appostati non troppo lontani. Dodici uomini furono colpiti, ma Millin, che marciava diversi metri davanti ai suoi commilitoni, armato solo di coltello e cornamusa, rimase illeso. Più tardi chiese a due tedeschi catturati nelle vicinanze il motivo per cui non spararono ad un bersaglio così facile: “doveva per forza essere un matto, non ne valeva la pena”, risposero. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

3 giugno… “Bike World Day” giornata mondiale della bici, tra il Volturno e il Parco del Cilento

Una pedalata da S. Vincenzo al Volturno (IS) a Capua (CE): 150 km in bici e mountainbike, dalle Mainarde (in Abruzzo) fino alla “Terræ Felix” di romana memoria, lungo tutta la valle solcata dal medio corso dalle acque del fiume Volturno, attraverso territori ricchi di scorci paesaggistici, bellezze naturali ed emergenze storiche. La Ciclovia del Volturno, prima pista ciclabile al Sud, è un percorso per cicloturisti con una segnaletica direzionale che ne facilita l’individuazione. Il tracciato si sviluppa su stradine secondarie ai margini delle campagne bagnate dal fiume, e parte dalle sorgenti del Volturno per terminare a Capua. La Ciclovia del Volturno si percorre senza particolari difficoltà tecniche: si presenta pianeggiante, tendenzialmente in discesa dalla sorgente fino a Capua, minimi i dislivelli sostenuti a Cerro al Volturno e Colli al Volturno, ancora più lievi a Ruviano e Castel Campagnano. Una ciclovia adatta a tutti i ciclisti e cicloturisti, soprattutto alle famiglie e a quelli che il Sud desiderano scoprirlo (e sentirlo) su due ruote. Da Rocchetta al Volturno (IS), dove hanno origine le limpide e cristalline acque alla base del massiccio delle Mainarde (già Parco Nazionale d’Abruzzo), ci si immerge subito attraverso una natura rigogliosa: nella prima parte si toccano piccoli insediamenti abitativi, molto caratteristici, e guadagnando la discesa si raggiunge un fondovalle in cui trionfa la campagna (masserie isolate e case coloniche) in tutto il suo massimo splendore, costeggiando campi e orti le cui sistemazioni sono vere e proprie opere d’arte rurale!

Il Cilento e la Bicicletta, un’accoppiata vincente: Pedalare significa conoscere…! Pedalare nel Cilento significa… la possibilità di scoprire sempre nuovi paesaggi, usando strade spesso sconosciute (o poco frequentate) che portano in luoghi lontani, spesso inimmaginabili. Le possibilità di pedalare in quest’angolo d’Italia, il Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, offrono il discreto fascino di usare un semplice strumento di locomozione quale la bicicletta che riesce ad arrivare lì dove spesso l’auto del frettoloso turista di passaggio regala veloci e sfuggenti attimi di godimento ambientale. Non c’è niente di meglio della bici per scoprire questa terra incantata, ricca di suggestioni e splendidi paesaggi, che scivolano dai baluardi appenninici e si tuffa nell’intenso azzurro del mar Tirreno. Girovagare per il Cilento in bicicletta offre senz’altro inedite sensazioni e sempre nuove emozioni, permettendo di giungere fino al cuore, a quell’essenza più intima della cultura mediterranea. Nel Cilento, insomma, ci sono itinerari per tutti i gusti; dal cicloturista allenato, che avranno la possibilità di cimentarsi su tracciati, piste e tratturi d’antica frequentazione e di scoprire itinerari sempre nuovi e interessanti, al cicloturista che giunto per la prima volta nel Cilento, avrà la possibilità di scegliere tra gli itinerari proposti in questa guida quelli che meglio si adattano alle proprie possibilità. Esperienze indimenticabili, entusiasmanti, sensazioni di una terra che va vissuta fino in fondo… Il Cilento e la bicicletta sono un’accoppiata naturale davvero vincente, unica nel suo genere! (testi ©Andrea Perciato tratti dalle guide “CILENTO IN BICICLETTA” (2004) e “ZAINO IN SPALLA NELLE TERRE ALTE DELLA CAMPANIA” (2023); photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

SORANO (GR, Toscana)… tra le “Città del Tufo” della Maremma

Il borgo compare – quasi improvvisamente – in tutto il suo massimo splendore, soprattutto verso il tramonto, con le facciate delle antiche case realizzate in tufo che offrono una pittoresca visuale con tutte le possibili tonalità cromatiche che un borgo arroccato sul tufo riesce ad offrire al calar del sole.

Splendido borgo dalle origini etrusche e, successivamente, fu poi anch’esso conquistato dai romani. Posto su una rupe in tufo si trova questo piccolo e caratteristico borgo, in quella parte di Maremma “etruria” che va ad incunearsi con la “tuscia” dell’alto viterbese. Originario centro di matrice etrusca divenne, successivamente, possedimento della famiglia Aldobrandeschi/Orsini che provvidero – nel periodo rinascimentale – alla costruzione di interessanti opere architettoniche d’ingegneria civile e militare, come fortezze, palazzi gentilizi e fortificazioni costruite a protezione dagli attacchi della città di Siena.

Conosciuta come la “Matera etrusca”, Sorano è uno dei borghi più caratteristici della Toscana. È un posto incantevole che restituisce piacevoli sensazioni di un viaggio indietro nel tempo. La morfologia del luogo si presenta con case arroccate costruite nella viva roccia tufacea, piccole e strette viuzze. Il borgo, appunto, cresciuto ai piedi della poderosa fortezza voluta dagli Aldobrandeschi e, successivamente, ampliata e conclusa dagli Orsini, sotto la cui dominazione Sorano visse un periodo di grande fermento e vivacità; potenti e nobili famiglie dell’epoca che qui hanno “governato” per secoli proprio sul confine con lo Stato della Chiesa.

La posizione dello splendido borgo di Sorano, affacciato a strapiombo sulla valle del torrente Lente, regala incredibili e suggestivi panorami sulle boscose gole sottostanti. Entrando nel borgo antico attraversando l’Arco del Ferrini si scopre un autentico gioiello: il nucleo storico, il suo cuore è rappresentato (e dominato) dalla Fortezza di Palazzo Orsini, che incombe sull’abitato da un lato, e dal Masso Leopoldino con la sua Torre dell’Orologio che si erge sul lato opposto, dalla cui terrazza si può ammirare un suggestivo panorama. Chi giunge per la prima volta a Sorano, sembra di provare la sensazione di trovarsi di fronte ad un paesino abbandonato; ma è solo apparenza, pura apparenza…!

La scoperta del luogo può partire dalla poderosa Fortezza degli Orsini (già Aldobrandesca). Vi si accede da un ponte in pietra che immette in un androne caratterizzato da un arco d’accesso sostenuto da possenti blocchi in bianco calcare; su di esso, troneggia – in tutta la magnificenza della sua facciata in blocchi di tufo – una stele marmorea con le effigi e le credenziali gentilizie delle famiglie che lo hanno reso celebre. Da qui poi, si accede per una gradinata che attraversa un portico che sfocia nella parte interna della fortezza che s’apre con un’ampia spianata con camminamenti e posti di guardia.

Sulla sinistra una rampa consente di accedere ai “bastioni” della fortezza che è composta da più corpi di fabbrica, voluminosi ambienti distribuiti da un “mastio” centrale e da due “bastionate” angolari, quelle di San Marco e di San Pietro tra loro colleganti da percorsi, cunicoli e camminamenti sotterranei utilizzati, fin dalle origini, dai ripetuti assedi e le incursioni mosse alla città.   

Scendendo dalla fortezza, e dopo aver superato il ponte in pietra su archi che sprofondano in un fossato dalla copiosa vegetazione, ci si trova all’interno del borgo antico e si risale sulla terrazza del “masso leopoldino”, veramente bello e suggestivo con una veduta a 360 gradi su tutto il centro storico, sulla fortezza e sul parco rupestre di San Rocco dalla cui terrazza panoramica si scorge tutta la struggente bellezza di come l’abitato di Sorano emerga da profondi valloni d’origine tufacea e scavati dal solco di rivoli e corsi d’acqua a carattere torrentizio.

Camminando è possibile ammirare tutte le sue bellezze architettoniche (civili e religiose), immergersi nella penombra appena intrisa dall’odore di tutte le “varianti” del tufo; sembra quasi d’intraprendere un lungo viaggio nel tempo dove tutto è fermo ad un’epoca indefinita, laddove molteplici entità spazio/temporali si dilatano e si ritorna a vivere attraverso i vicoli, gli scorci, assaporare l’essenza di profumi antichi che esaltano lo spirito e sanano la mente. La scoperta di Sorano è davvero una piacevole sorpresa, una “chicca” lontano dai soliti giri della Toscana storica; questo borgo merita una visita, se non altro per la gentilezza e disponibilità offerta dalla gente che ancora lo popola. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Μεταπόντιον (Metaponto, MT)… la polis della “SPIGA d’ORO”

Un viaggio a ritroso nel tempo attraverso i luoghi che hanno reso leggenda la Magna Grecia…! Su una lieve altura posta tra le foci del Basento e del Bradano (in provincia di Matera), a pochi passi dalla Taranto di “matrice” ellenica, sul confine tra l’estremo lembo di Lucania e l’Apulia romana, sorgeva questa “polis” che determinò la massiccia produzione del grano fornendo le necessarie scorte a tutte le città satelliti della Magna Grecia: METAPONTO… la “polis” della Spiga d’Oro, la città dei templi dimenticati. Ma, andiamo a scoprirla insieme…!

Puntando verso la costa ionica in direzione delle foci del Bradano e del Basento, s’incontrano i resti di un’antica città: METAPONTO. Narrano gli storici (il geografo Strabone) che la città di METAPONTION sia stata fondata (nel 773 a.C.) dai Pili i quali, provenienti da Ilio, navigarono sotto la guida di Nestore fuggito da Troia. Questi furono abili contadini nei lavori dei campi che dedicarono a Delfi una messe d’oro; ma già nella prima metà del V secolo a.C. la città viene ricordata (fonti dello Bacchilide) per la vittoria conquistata dal metapontino Alessidamo in una gara di lotta svoltasi a Delfi. Successivamente la città fu distrutta dai Sanniti e non passò molto tempo che furono mandati a chiamare gli Achei della vicina Sibari per ripopolare quei luoghi abbandonati. Il nome che gli Achei diedero al sito trarrebbe origine dal fatto che la città è racchiusa tra due fiumi, il Bradanus e il Casuentus (oggi Basento). Nel 510 a.C. tra le sue mura fu accolto, proveniente fuggiasco da Crotone, il matematico Pitagora, ritenuto uno tra gli uomini più illustri del tempo, quel padre che formulò la teoria che “il numero è l’essenza delle cose”.

Metaponto fu città frumentaria e ben presto divenne il granaio della Magna Grecia che insieme a Sibari e a Poseidonia/Paestum (le tre grandi città achee delle “pianure”), create con la stessa matrice urbana, furono collocate tutte e tre a raccogliere le messi delle grandi pianure, allo sbocco di valli con un entroterra più o meno profondo e presso la foce di fiumi che servivano, al tempo stesso, come difesa del territorio e porto canale. I Greci qui vennero soprattutto per bisogno di grano, di pane, ed in questi sconfinati paesaggi dagli orizzonti uniformi ove le nebbie ristagnano nascondendo, molto spesso, il profilo dei rilievi montuosi, qui essi edificarono la loro città. Coniarono moneta propria su cui incisero da una parte la “spiga del grano” e dall’altra il “demone maligno Alybas“, la cavalletta divoratrice delle spighe già indorate. Il primo dono che essi inviarono, come segno di devozione al dio Apollo in madrepatria, fu un covone di spighe tutte già granite.

La colonia jonica oggi rivive soprattutto nelle colonne del suo tempio superstite, le uniche erette, insieme a quelle di Hera Licinia a Crotone, a testimonianza delle tracce elleniche lungo l’intera fascia costiera jonica. Su di una lieve altura, che forma un naturale baluardo nelle adiacenze del fiume Bradano si ergono le ali di quello che fu, probabilmente, il Tempio di Hera al confine con la regione dei temuti tarantini, e ciò induce a pensare che i nostri metapontini idealmente affidavano alla dea la difesa dei loro territori. Queste quindici colonne (delle 32 originarie) dall’insolito nome di “Tavole Palatine” e che sono anche dette “Mesole” o “Scuola di Pitagora”, un tempio extraurbano in stile dorico del VI secolo a.C., sono disposte su due ali (5 e 10) e la loro presenza viene avvolta da una poetica leggenda narrata dai popoli lucani i quali giunsero fin qui dai monti a mietere e a morire tra le spighe di Metaponto. Tutto questo fuori le mura della città ma al suo interno, invece, nessuna colonna segna ciò che fu il grande Tempio di Apollo Licèo (o Leykos, il “dio solare”) che con le sue dorate frecce fugava dalle spighe mature le fumose nebbie e le fameliche locuste.

Questo enorme complesso si ergeva nel cuore della città in seno all’agorà, un’autentica fossa incavata tra il grigio delle rinsecchite e polverose stoppie. Altri templi furono eretti a Metaponto e i numerosi e sparsi resti testimoniano la complessa e regolare dislocazione tra i vari quartieri e il resto delle fortificazioni tra cui il Teatro, i quartieri artigiani del KARAMEYKOS (i vasai e i ceramisti), dei fabbri, dei falegnami e l’EKKLESIASTERYON (edificio a pianta circolare del IV secolo, riservato per le pubbliche assemblee e teatro all’aperto). Apparentemente il sito delle Tavole Palatine sembra un luogo di difficile accesso, quasi a margine delle principali vie di comunicazione; ma, molto spesso, la domanda sorge spontanea: come sia possibile che un’opera di tale magnificenza, con una storia alle spalle di oltre 2500 anni sia lì, quasi abbandonata, e forse per niente conosciuto ai più. Ma se si è in zona consigliamo di andarle a scoprire al tramonto, dove il calcare delle colonne e dei capitelli, bagnate dagli ultimi raggi del sole, assumono un colore rosato mentre tutt’intorno… il luogo diventa magico! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Nel “regno” della lontra (Cilento, SA)… le gole del fiume Calore tra impetuose acque e ripide rocce

Esiste un luogo, nel cuore del Parco Nazionale del Cilento, che restituisce arcane sensazioni di fascino e mistero. Jules Verne ne avrebbe tratto sicuramente fonte di ispirazione per le sue incredibili avventure. Qui l’acqua, nel suo millenario scorrere attraverso salti, cascate, zampilli e sifoni ha eroso la roccia calcarea. Regno incontrastato della lontra, le sue sponde offrono una variegata aggregazione di erbe (officinali) e infiorescenze (diverse specie di orchidee) ove trovano il proprio habitat naturale anfibi (come l’ululone dal ventre giallo e la salamandra) e mammiferi (tasso, donnola e volpe).

Il corso delle acque fluviali del Calore, là dove s’incunea nei pressi dell’abitato di Felitto (in provincia di Salerno), è sicuramente uno tra i paesaggi più suggestivi e spettacolari dell’intero Cilento; di quel Parco Nazionale del Cilento, Alburni e Vallo di Diano ancora poco conosciuto e, per certi versi (e fortunatamente), ancora intatto. Un particolare habitat situato molto lontano delle rotte di quei turismi cosiddetti “convenzionali”; un angolo di paradiso verde, ove il profumo della terra bagnata dalle acque restituisce emozioni e sensazioni di un territorio rimasto così autenticamente integro.

Felitto (280 m), ci accoglie con austera fierezza dall’alto del suo sperone roccioso, naturale baluardo che si erge sulla stretta gola ove scorrono, impetuose, le acque del fiume Calore. Arroccato su di un erto colle calcareo (la “Rupe di S. Nicola”), l’abitato domina a strapiombo la vallata. Lungo le sue polverose e lastricate stradine, racchiuse tra i bastioni della vecchia cinta muraria, è ancora possibile scorgere i resti di portali in pietra che restituiscono angoli suggestivi ricchi di antiche memorie; qui dove la natura e la storia sembrano continuamente alternarsi in un incantevole spettacolo ricco di profumi e di colori, dove anche per un solo giorno trascorso tra gli stretti vicoli e gli adombri portoni sembra ascoltare, tra queste pietre levigate dal tempo, gli echi di arcane cavalcature.

Nelle immediate vicinanze dell’antico ponte medioevale che, fin dall’antichità, collegava gli abitati di Felitto e Castel S. Lorenzo, parte la traccia di un sentiero che penetra subito nel cuore della valle, mantenendosi a mezza costa e articolandosi lungo la sinistra orografica della forra. Uno spettacolo di inaudita bellezza si apre ai nostri occhi: ambienti selvaggi e incontaminati, dove una rara vegetazione forma quella naturale scenografia ricca di vivaci colori e di frizzanti profumi, là dove il “suono tonante” delle acque fa da sottofondo ai guizzi ed ai richiami  di bellissimi uccelli che volteggiano sulle nostre teste.

In alto, invece, si profilano le irte pareti rocciose su cui è adagiato l’abitato di Felitto: tutti questi elementi messi insieme e concentrati in questo particolare luogo, non possono far altro che indicare che questo è il naturale “regno” della lontra, mustelide che qui vive indisturbata, libera e protetta. Spostandosi fuori dell’abitato, uno stradello scende giù verso destra e conduce, in breve, presso una località indicata come Remolino; una modesta radura (in ciottoli) che si apre lungo le sponde del fiume; nelle vicinanze vi è un’area attrezzata a picnic ed una fontana, il luogo si presta ideale per fare il bagno, la canoa fluviale ed è anche possibile – chiedendo eventuali permessi – montarvi la tendina e trascorrervi la notte.

Da qui parte l’itinerario che in breve giunge a un piccolo sbarramento (una diga) posto alla confluenza tra il fiume stesso e lo sbocco del Fosso Remolino (182 m), un alveo torrentizio che si apre sulla sinistra. Poco più avanti, sulla sponda opposta, parte la traccia di un sentierino che in breve conduce alla grotta (o cella) detta di Bernardo (sicuramente una “laura” di origini basiliane): questa pista non va assolutamente presa! Il cammino principale invece ora prosegue attraversando lo sbarramento della diga e continua portandosi sulla destra orografica della gola, lungo un sentiero abbastanza frequentato che penetra a mezza costa nella selvaggia natura che caratterizza la forra.

In alto, sulla sinistra, si ergono le articolate creste ammantate di vegetazione boschiva del monte Ceglie (602 m), mentre sulla destra si parano i costoni meridionali dello Scanno del Mezzogiorno (740 m), alture calcaree che, nascondendo questa gola, hanno contribuito nel corso dei secoli a mantenere integro ed intatto questo particolare habitat. Qui la natura diviene protagonista assoluta e numerose sono quelle specie di infiorescenze che s’incontrano lungo il percorso che attraversa per intero tutta la gola quali l’aglio ursino, la valeriana, la sulla e l’orchidea provincialis (una specie selvatica).

Più avanti la traccia del sentiero diventa (236 m) quasi impraticabile per via della fitta vegetazione che lo circonda, ma è abbastanza percorribile perchè il tracciato della pista è molto evidente per via del transito degli animali. Intorno, notevoli sono quelle presenze dell’erica, delle felci e del pungitopo che si alternano a piante di cisto (bianco e rosso) e di laconito (dai fiori blu). Lungo il sentiero, se si è dotati di un buono spirito di osservazione, si riescono facilmente a individuare le tracce della faina che lascia i “segni” del suo passaggio e delimita, così, anche il suo territorio; oppure le zolle di terreno rimosso che sono quelle del cinghiale che scava per trovare tuberi o insetti.

Mentre in alto, nel cielo, non è raro riuscire a scorgere falchi pellegrini o poiane che volteggiano poco sopra le teste; questo loro volare in circolo sono dei precisi movimenti indirizzati agli escursionisti: infatti vogliono segnalare che si sta attraversando il loro territorio. Il sottobosco è ricco di vegetazione arbustiva e sembra quasi di attraversare una foresta tropicale, tant’è l’insistenza del fogliame che in alcuni casi impedisce quasi del tutto il riflesso dei raggi solari. Il sentiero è ammantato da foglie di edera e di lauroceraso, e alla base di grossi tronchi di frassino e carpino bianco non è difficile riuscire ad individuare le tane scavate dal tasso.

In questa vallata, proprio al centro della gola (238 m), parte una piccola deviazione (un breve tratto su rocce esposte piuttosto difficoltoso) che scende in basso a destra e conduce a degli enormi massi levigati dal millenario scrosciare delle acque: questo ammasso viene indicato come il ponte di “Pietra Tetta” (pietra del tetto), un gigantesco groviglio di pietre che sono qui franate in epoche remote, e qui sono rimaste incastrate, proprio al centro della gola; le loro superfici sono state, per secoli, modellate e levigate dalla forza erosiva delle acque che qui scorrono impetuose soprattutto durante le piene, lasciando diverse tracce del loro passaggio come tronchi, rami, bidoni, indumenti, plastica, carcasse di animali precipitati ed altro.

Dopo aver visitato il labirinto di Pietra Tetta, si prosegue ancora continuando a camminare nella fitta vegetazione del bosco, là dove il sole difficilmente riesce a penetrare attraverso il folto fogliame della foresta. Il leccio giovane, detto dai locali elice o ilice (dall’antico ILEX), si alterna alle tortili radici dei tronchi più vecchi, mentre il fogliame sparso del sottobosco è ricco di bacche di mirto e bulbi di giglio selvatico; non è raro trovare anche esemplari di olmo e orniello. Nel tratto più impervio (274 m) della gola si stagliano, in alto sulla sinistra, gli strapiombi calcarei della Rupe Rossa, mentre sulla destra si profilano le creste boscose della Costa di Magliano (389 m).

Dopo quest’ultimo ed impegnativo passaggio, mentre il sentiero aumenta considerevolmente la sua pendenza, si guadagna quota salendo in alto e mantenendosi sempre sulla sinistra (ripidissimo versante coperto di erbe scivolose e di ghiaioni: qui bisogna fare molta attenzione!). Camminando, ci si accorge che all’improvviso la gola termina proprio nel momento di massima impennata, là dove la vegetazione poco alla volta va diradandosi e il bosco va aprendosi cominciando ad offrire bellissime vedute panoramiche lungo il suo tratto a monte.

Si compie così un’ultima scarpinata lungo un tratto ghiaioso piuttosto in pendenza che in breve conduce, in alto sulla sinistra, a ridosso di un sentiero che aggira la Costa di Magliano; dall’alto di questa terrazza panoramica è possibile scorgere, all’opposto imbocco della gola del fiume Calore, l’antico ponte medioevale ad arco (schiena d’asino), costruito interamente in pietra, tra due verdeggianti sponde fluviali ricche di vegetazione, il quale ha permesso per lunghi secoli il collegamento pedonale tra gli antichi borghi di Magliano e di Felitto: sullo sfondo, oltre l’orizzonte, si profila la mole del monte Motola coi suoi 1700 metri d’altezza. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

LETINO (e il suo lago, CE)… nelle terre degli “internazionalisti”

Letino, in provincia di Caserta, posto ai margini occidentali dei monti del Matese, è un borgo che si staglia dall’alto di un crinale che da sempre ne ha fatto – di questa sua privilegiata posizione – un luogo di tranquillità, vera oasi di pace e contemplazione; quasi come una balconata panoramica ove poter ammirare territori e vallate che si estendono oltre ogni possibile orizzonte in quest’angolo di terre alte con scorci paesaggistici che si rincorrono di crinale in crinale. 

Qui la storia ha lasciato numerosi segni del proprio passato e questo borgo “matesino” risulta essere ricordato per le leggendarie gesta di bande brigantesche e gruppi rivoltosi di anarchici che quassù incrociavano i loro passi, e che percorrendo questi sentieri ambivano ad un risorgimento politico, sociale ed emotivo affinchè queste terre, e le popolazioni che le abitavano, lasciate spesso ai margini dei più grossi e importanti avvenimenti del tempo, potessero condurre un’esistenza più dignitosa e non restare – confinati per sempre – ai “margini” di territori considerati da sempre aspri e inavvicinabili.

Una rampa che sale fino ai punti più alti del caseggiato divide il Municipio da una parte, mentre dall’altra il Campanile della principale chiesa di Santa Maria del Castello eretto in blocchi di bianco calcare, che s’impenna su quattro ordini con l’orologio, in cima chiudendo un angolo della piazzetta principale; al lato dell’ingresso del Municipio, una lapide ricorda i fermenti rivoluzionari internazionalisti di fine ‘800. Nelle sue vicinanze c’è un piccolo specchio lacustre (un invaso artificiale), ben incastrato in una suggestiva cornice paesaggistica, la cui superficie riflette il verde dei boschi circostanti; uno scenario molto simile ai piccoli specchi lacustri dei paesaggi alpini.

L’ambiente circostante si presenta molto selvaggio anche se c’è una discreta via d’accesso, caratterizzata da un ricco e pulito sottobosco, che consente di poter camminare e raggiungere il lago che dista poche centinaia di metri. In particolari periodi dell’anno lo specchio lacustre di Letino riflette tutto ciò che di bello la natura e il creato riescono ad offrire: cumuli di bianche e ovattate nubi che si rincorrono sospinte dai venti in quota; fronde dei boschi che ondeggiano al ritmo della direzione dei venti; un cielo che più azzurro di così riesce davvero difficile scorgerlo altrove; aspre cime e rigogliosi monti che sono l’ossatura della dorsale appenninica e che fanno da cornice al bacino.

E poi ancora sfondi paesaggistici e prospettive panoramiche che – di volta in volta – cambiano a seconda della posizione in cui ci si trova assumendo un’alternanza di colori che si rinnovano di stagione in stagione. Intorno al lago s’aprono scenari da favola; come la sorpresa, la meraviglia, l’incanto che al tempo stesso esalta e racchiude rilassanti atmosfere in cui immergersi in un millenario silenzio che permette di godere di una gran quiete; stati d’animo che allietano la permanenza a sostare in un luogo fuori dal tempo dove poter riuscire a trovare momenti di serenità, di svago e assoluto riposo per una – anche se pur breve – rilassante sosta! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

AOSTA… arte e natura tra i “giganti di pietra” delle Alpi

Nel cuore della “vallee” s’apre una città tra le più caratteristiche dell’arco alpino: il suo nome è Aosta (Augusta Pretoria) che – come si evince dal nome – trae le sue origini, già dal 25 a.C. dalla presenza di Roma in questi territori. Essa sorge – in posizione strategica – nel punto di confluenza del torrente Buthier col fiume Dora Baltea un’importante via d’acqua, ove era possibile controllare da lì tutte le vie di accesso ai valichi alpini in direzione delle Gallie.

La città è un continuo scavo archeologico a cielo aperto… ma ciò che cattura, camminando attraverso le sue strade o sfociando nelle sue piazze, è quella sensazione spazio/temporale di trovarsi – immediatamente proiettati indietro nel tempo – tra i fasti di un lontano Impero Romano e gli sfarzi di un Medioevo appena visibile ad ogni incrocio; sensazioni che si esprimono alzando gli occhi per scorgere insolite scenografie urbane o caratteristici scorci in cui primeggia l’arte sacra espressa tra queste montagne.

Aosta accoglie, ogni anno, migliaia di visitatori che giungono fin quassù per conoscere, scoprire e – spesso – ricercare spunti di benessere psico/fisico e di serenità che (forse) altrove riescono difficile da apprezzare. La città viene molto apprezzata perché accoglie, nel suo perimetro, le vestigia di un tempo antico facilmente visibili per mezzo delle sue mura romane e delle sue porte, tra cui primeggia – proprio nel centro cittadino – la bellissima (e interessante) struttura arcuata in pietra della “Porta Praetoria”.

I grandi blocchi di pietra squadrati fissati con ardesia sminuzzata lasciano ben intendere la forza di Roma e il monito per i nemici dell’impero. Gli scavi per riportare alla luce le fondamenta del manufatto, due metri e mezzo sotto l’attuale piano di calpestio, hanno restituito alla struttura la corretta percezione, anche se non tutti apprezzano i moderni ponteggi che hanno sostituito la gradevole piazzetta precedente. Sotto la porta sono tuttora ben visibili il taglio dove scorreva il cancello di chiusura e l’annerimento delle pareti provocato dal forno per il pane che qui venne installato.

La porta fu edificata fu edificata per ricordare la sconfitta dei Salassi ad opera di Terenzio Varrone. Ancora oggi sono ben evidenti le tre aperture (i varchi d’accesso) di cui era dotata: la centrale, carrabile, e le due laterali pedonali. Una porta monumentale che la notte veniva chiusa da possenti saracinesche. Successivamente, durante il Medioevo, la Porta Praetoria fu stata occupata da una nobile famiglia che viveva nella torre difensiva posta sul lato nord; a tutt’oggi questa torre ospita l’Ufficio del Turismo di Aosta. In alcuni punti è ancora visibile il marmo che all’epoca rivestiva completamente la struttura.

Aosta, proprio come Roma, era soprattutto Foro. Centro nevralgico della vita politica, civile, sociale e religiosa della città, tra le sue mura ospitava botteghe, templi e centri di potere. Su tutto primeggia uno dei monumenti romani più belli della città: il Teatro Romano. Esso si trova in pieno centro storico, e la sua imponente struttura – in particolare l’alta facciata meridionale lunga circa 60 metri ed alta ben 22 – lascia ben intuire di come la struttura complessiva dell’edificio era strutturata da tre livelli di gradinate. ll teatro romano, che si trova in pieno centro, è uno dei gioielli dell’arte, dell’architettura e della storia di Aosta.

La facciata, visibile anche da altri angoli della città, è molto imponente come anche il resto della struttura, ben conservata; essa si lascia incantare perché molto caratteristica, quasi come uno scrigno nel quale conserva dei gioielli dell’epoca del grande impero. Imponente è la facciata del teatro con diverse tipologie di aperture, in basso le arcate d’ingresso e verso l’alto tre ordini di finestre sovrapposte di forma diversa. Qui, fino a un secolo fa, a ridosso di questa facciata, furono costruite delle case. Vennero poi, successivamente, demolite sulla scia di una grande opera di restauro e rivalutazione del patrimonio storico, archeologico ed architettonico.

Tra i più importanti complessi medievali della città c’è sicuramente la Collegiata dei Santi Pietro e Orso col il suo Priorato. Un bel complesso d’architettura sacra con un magnifico chiostro; esso si trova poco fuori dalle mura romane che nel Medioevo ancora cingevano l’abitato. Mentre risulta essere molto spettacolare quel gioiellino di arte e di storia del piccolo chiostro circondato dagli eleganti capitelli romanici accoppiati, tutti diversi nella loro unicità, e che narrano – scolpite nella pietra nera – storie della Bibbia; uno stile e un gusto che rispecchia il desiderio di sfarzo e di ricchezza del priore.

Questo complesso religioso si affaccia sulla piccola piazza di Sant’Orso, dominata dall’imponente Campanile romanico in pietra (alto 46 metri) ricavato da una preesistente Torre difensiva, con belle aperture che ne alleggeriscono la struttura. La sua facciata si presenta con forme tardogotiche con un particolare portale di forma ogivale, mentre l’interno è caratterizzato da tre navate con robusti pilastri. Un tramezzo barocco con tre archi separa la navata centrale dal coro. Più in basso rispetto al pavimento, si osserva un bellissimo mosaico a tessere bianche e nere, mentre meritano una particolare attenzione gli stalli lignei posti sui due lati del coro.

Molto belle le cinque vetrate che si possono ammirare guardando verso le finestre dell’abside. Al termine delle navate laterali una scala consente di scendere nella cripta. L’ingresso  è libero alla chiesa mentre invece, per accedere al chiostro e visitare gli affreschi, c’è da pagare un biglietto. La chiesa si evidenzia all’esterno per il suo altissimo frontone (una slanciata “ghimberga”) che raggiunge il margine del tetto. Nella piazzetta adiacente non bisogna assolutamente lasciarsi sfuggire uno sguardo al grande olmo, dal tronco interamente scavato, che risale al 1539.

Il nostro viaggio attraverso le bellezze più caratteristiche di Aosta termina qui, ma la sua conclusione è di là da venire. L’aria frizzante della vallata in cui la città giace, la brezza dei venti che scendono dalle pendici montuose ed il corollario di vallate, fiumi e ghiacciai sormontate da picchi e da vette che ne determinano il circondario, fanno sì che questo luogo fosse ambito fin dall’antichità, consentendo anche alle armate – munite di elefanti – di Annibale di accedere per questi valichi e scendere attraverso l’italico stivale. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)