Punta LICOSA (Cilento, SA): lungo la costa degli “alberi danzanti”

La costa nord del Parco Nazionale del Cilento ci accoglie con le sue splendide pinete d’Aleppo lungo quel promontorio di “omeriana” memoria su cui s’infrangono le onde del mare, così imponenti dopo la burrasca, tali da lasciare – per diversi giorni – l’intenso profumo intriso di sale misti alla resina del sottobosco, a cui si alternano i ripetuti “scorci” paesaggistici di una natura dalle incredibili bellezze! Leggenda e natura, appunto, sono gli elementi conduttori di questo itinerario che si sviluppa, tra l’intenso azzurro del mare ed il profumato verde della macchia mediterranea; esso muove i suoi primi passi dal villaggio costiero della Marina di Ogliastro.

Dalla Marina di Ogliastro lungo la pista che ascende per il monte Licosa, la spuma salmastra del mare s’innalza con le sue onde infrangendosi lungo la costa degli “alberi danzanti” a ridosso del promontorio “leucoteo“, e sale lungo pendici ricoperte da copiosa macchia mediterranea ove i protagonisti assoluti sono il carrubo, il corbezzolo, il mirto e il rosmarino che fanno da naturale cornice alle marine di Castellabate. Lungo il crinale si susseguono una successione di torri/palafitte (d’osservazione per gli incedi lungo la costa); queste consentono di godere una skyline che va dall’isola di Capri, passando per tutto l’arco costiero del golfo di Salerno solcato dalle catene montuose dei Lattari e dei Picentini, la maestosità delle montagne dell’antico Cilento, i bagliori delle finestre di Castellabate, fino al promontorio di Capo Palinuro.

La modesta altura di monte Licosa è un caleidoscopico contenitore di bacche, radici, infiorescenze, aromatiche essenze che sono il filo conduttore del senso olfattivo sottoposto al massimo del suo esercizio. Camminando sul filo di cresta che si lascia conquistare attraverso i suoi piacevoli saliscendi – ora assolati, ora avvolti da frescure appena accennate – compaiono, di volta in volta, scenografie ambientali che non stancano mai di meravigliare. Ecco allora che si passa accanto ai ruderi di antiche torri aragonesi per l’avvistamento lungo la costa, le possenti mura di antichi semafori per lanciare l’allarme ai navigli di passaggio per evitare il pericolo di restare incagliati nei fondali bassi e per monitorare l’osservazione tra la costa e l’interno, e poi laggiù compare disteso – nel suo millenario silenzio – l’isolotto di Licosa col suo bianco Faro.

Una lunga e sassosa discesa conduce a ridosso della fascia costiera determinata dai pini d’Aleppo che, sottoposti alle continue sferzate delle burrasche marine, o dei venti provenienti da terra, offrono lo spettacolare fenomeno “danzante” che li fa muovere come giganteschi fuscelli che ballano e ondeggiano al ritmo dei venti; la particolare scogliera a scaglie prospetta verso l’isolotto di Punta Licosa, estremo lembo di una terra che chiude, a mezzogiorno, l’ampio arco costiero del golfo di Salerno. La “punta” non è altro che il prolungamento naturale di uno sperone roccioso che discende dal massiccio del monte della Stella, e la sua toponomastica trae origine dalla leggendaria sirena Leucosia celebrata nell’omerico episodio dell’Odissea, di quando questa tentò di ingannare l’acheo errante Ulisse con un canto in cui imitava la voce della sua lontana consorte Penelope.

Bagnarsi i piedi in un’area marina protetta ha un fascino molto particolare: riesce ad offrire una full-immersion di relax e di ricariche energetiche. Leucosia continua ad incantarci col suono delle leggere onde che s’infrangono sulla particolare scogliera e a noi piace che essa ci guardi dal vicino isolotto sormontato dal bianco faro. Presso la Marina di San Marco di Castellabate va a concludersi questo meraviglioso spettacolo che si distribuisce tra piccole baie, insenature e scogliere sospese in un mare così splendidamente ricco di colori e trasparenze che ha pochi eguali in tutto il Mediterraneo; che altro aggiungere se non… Benvenuti al Sud…!!! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Sant’AGATA de’ GOTI (BN): tutti i colori (tufo, calcare, cotto) e i profumi del Medioevo…!

Chi giunge per la prima volta a Sant’AGATA dei GOTI, alle falde occidentali del gruppo montuoso del Taburno/Camposauro nelle terre del Sannio ha di che meravigliarsi; qui l’aria amplifica la sensazione di benessere (sia fisico che mentale). I suoi vicoli, gli slarghi, i portali, i palazzi, le chiese e i cortili godono di una straordinaria bellezza artistica, stilistica, architettonica e decorativa accogliendo il viaggiatore in ambienti unici per la varietà di scorci che riescono ad offrire; su tutto regna una tranquillità che fanno dell’ospitalità e della gentilezza il fiore all’occhiello dei suoi abitanti.

Nelle remote terre del Sannio, sorge uno dei borghi più belli e caratteristici della Campania: Sant’Agata de’ Goti, che si erge – dall’alto del suo sperone tufaceo – a circa 159 metri sul livello del mare. La località viene definita come la “perla del Sannio”, un borgo millenario la cui origine si perde nelle memorie del tempo; un luogo unico che riesce ancora a conservare preziosi tesori fatti di arte, cultura e antiche tradizioni. Qui siamo nelle contrade ove le mele “annurche” sono un privilegiato (e prezioso) dono che la terra – da sempre – offre, luoghi in cui si esalta il gusto di un vino pregiato e si gode dell’aroma dei tartufi neri. Attraversare i suoi vicoli, le sue case, entrare nelle sue chiese, è un po’ come poter essere “guidati” – passo dopo passo – alla scoperta e alla conoscenza dei più intimi segreti del paese.

Dopo aver superato quel lungo viale alberato dalle folte chiome dei secolari platani si transita per il ponte che scavalca il profondo vallone in cui scorrono, silenziose, le acque del torrente Martorano e da cui si gode di una vista mozzafiato sulla lunga promenade delle case più antiche del borgo che si estendono – maestose come una terrazza – lungo lo sperone tufaceo. È un autentico belvedere, quello che offre la vista dal ponte di collegamento tra la parte vecchia e la nuova della cittadina, ideale per poter ammirare l’agglomerato del centro storico “aggrappato” prepotentemente alla roccia in tufo; un inaudito colpo d’occhio di rara suggestione che sembra tanto somigliare a Pitigliano, la “Piccola Gerusalemme” della Tuscia.

Dal ponte che supera il vallone Martorano, la borgata ci appare – in tutta la sua suggestiva bellezza paesaggistica e ambientale – offrendo la visuale di una lunga schiera di case e antichi palazzi (alcune intonacate con discutibili colori pastello) che si affacciano da una terrazza in tufo che affonda le sue radici nei dirupi sottostanti. Affascinante, coinvolgente, misteriosa, come sospesa in un etereo limbo di improbabili “altrove”, la borgata spesso risulta essere angosciante, quando lo sguardo resta fisso nel baratro, e a volte seducente quando gli occhi scrutano sul suo profilo illuminato dai lampioni del viale, del sottostante vallone che ne esalta la bellezza e dalle luci accese delle case in tufo.

Al di là del ponte, dopo aver ammirato le case che sembrano in bilico sullo strapiombo dell’orrido tufaceo, si è proprio all’inizio della principale arteria (Via Roma) che attraversa – longitudinalmente – l’intero borgo; qui un primo sguardo cattura tutti quegli elementi stilistici, decorativi e architettonici che fanno di Sant’Agata un abitato unico (trai “Borghi più Belli d’Italia”) con le sue strade lastricate con basoli in lucido calcare, blocchi di muratura nelle varie sfumature del tufo e conci e mattoni in cotto dei palazzi più antichi. Qui, ai margini del centro storico, si trovano tre dei principali edifici storici del paese: la chiesa della SS. Annunziata, la chiesa di San Menna e l’ex Palazzo Ducale.

Ma volgendo subito sulla sinistra comincia il nostro viaggio tra le bellezze di questo antico centro sannita. S’imbocca l’asse principale (e centrale) del centro storico in cui scorre via Roma. Da qui in avanti, ora, si cammina lentamente superando vicoli laterali che s’aprono sia a destra che a sinistra, bretelle che si collegano con le altre due vie che scorrono ai margini dell’abitato e dalle quali, ovviamente, si possono godere scorci paesaggistici e viste panoramiche sui territori circostanti. Alla fine dell’agglomerato urbano si raggiunge la terrazza panoramica – caratterizzata da un bel giardino sospeso – di Largo Torricella.

Questo è un borgo molto antico, semplice, suggestivo, ove è possibile compiere interessanti passeggiate attraverso i vicoli che narrano di una vita vissuta, restituendo gli echi di antichi mestieri. La tranquilla e serena armonia che serpeggia tra gli antichi edifici che compongono il borgo invita a camminare con un ritmo lento, pacato e rilassante, ove l’aria fresca che giunge – ora dalle vicine alture, ora dai profondi valloni – rinfranca dalle giornate torride di chi giunge dalle caotiche metropoli. Qui le strade assumono un’importanza vitale, laddove l’architettura espressa dalle facciate dei suoi edifici che vi prospettano, presentano lo stile unico di un borgo intriso di antichità, molto caratteristico e per nulla scontato.

Nel suo labirintico intreccio di vicoli e slarghi Sant’Agata riesce a fondere – in una sintesi di rara bellezza – sia la storia che la natura. Il suo dedalo di stradine strette, laddove il sole compare per poche ore al giorno, la sontuosa eleganza dei porticati, la maestosità delle facciate di chiese e palazzi gentilizi, esaltano un passato ricco di storia che, incredibilmente, riecheggia ad ogni passo compiuto; il contesto naturale dei monti e vallate in cui il borgo è sorto, ne valorizza ed amplifica ogni suo aspetto; tra le caratteristiche per cui si evidenzia c’è la completa fioritura degli alberi d’arancio che conferisce – all’intero borgo – un tocco di incredibile piacere che ne esalta i sensi sia visivo che olfattivo.

Altra caratteristica che si avverte attraversando a piedi questo borgo sono lo stato di conservazione, la cura e l’autenticità del luogo, espressa per mezzo delle vecchie insegne – spesso dipinte coi colori pastello o affrescate su ruvide assi di legno – degli antichi archi e portali di negozi e botteghe; spesso la manutenzione degli intonaci risulta essere più efficace sui muri delle principali costruzioni, a cui fanno da scenografia la pulizia e il decoro delle principali arterie e dei vicoli che ad esse si connettono. Passeggiando a passo lento in questo borgo si avverte come la mente e il corpo possano tranquillamente rilassarsi.

Le peculiarità offerte da un borgo come quello di Sant’Agata de’ Goti, sono tutte qui: sul lungo rettilineo di Via Roma. La principale (ed elegante) arteria principale, una strada tutta dritta, che misura circa un chilometro, e che – passando lungo il corso – accompagna il visitatore attraverso un viaggio nel tempo che si distribuisce tra antiche case, palazzi nobiliari, slarghi e cortili nascosti, chiese e cappelle di ogni grandezza, botteghe che offrono i tipici prodotti locali come l’estratto di mele e i particolari vitigni della zona, fino ad arrivare al Duomo, praticamente il “cuore” intorno a cui ruotano tutta la vita e le attività che mantengono vivo questo paese. Sant’Agata è tutto questo, ma una fugace visita non basta per apprezzarne tutte le sue peculiarità. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

le “COMOLE” di Castel Morrone (CE, Iraly): tra fascino e mistero, un’avventura nel cuore di Gaia…!

    Anni fa posi ad un bambino questa domanda: “Francesco cosa significa per te una grotta, una galleria?” E subito la risposta fu: “un buco nella montagna…!” Straordinaria la percezione dei bambini di fronte ai fenomeni naturali come quelli relativi al carsismo. Quanto conta l’aver letto, fin da ragazzi, racconti di fantastiche avventure come quelle scritte e illustrate dal romanziere francese Jules Verne. Ci sono luoghi, spesso poco conosciuti, che vale davvero la pena andare a scoprirli e ci sono luoghi che, per raggiungerli, bisogna lasciarsi trasportare emotivamente dagli elementi che catturano ogni nostra minima attenzione. È il caso di fenomeni naturali (come il carsismo) legati al territorio come questi giganteschi buchi che sprofondano nella terra che, dalle parti di Caserta, in territorio di Castel Morrone, vengono indicati come le “comole”.

    Campi seminati a foraggio, frutteti, uliveti, numerosi filari di vitigni sistemati a “festoni” articolati secondo un sistema di perimetrazioni con muretti a secco; una natura brulla ricoperta da cespugli ove è possibile trovare il biancospino, il cardo, il corbezzolo, la felce, la ginestra, il mirto e, tra questi, numerosi (in zona) sono anche gli asparagi. Dopo aver attraversato una modesta “cupa” (vie campali scavate nel tufo), tra uliveti secolari e prati ricchi di erbe officinali si giunge sull’orlo di quello che è uno tra gli spettacoli della natura più insoliti, belli, affascinanti, poco conosciuti e misteriosi di questa Campania: la Comola Grande. Tra stupore e meraviglia un enorme precipizio calcareo sprofonda proprio sotto i nostri piedi.

    Quello delle “comole” sono un aspetto del carsismo piuttosto raro. Profondi buchi scavati dalla forza erosiva degli agenti atmosferici, queste hanno origine dall’acqua che, scorrendo dalla superficie, corrode gli strati inferiori generando prima il distacco e, successivamente, lo slittamento longitudinale di faglie rocciose che col trascorrere del tempo scivolano tra loro creando questi profondi baratri. Di forma quasi circolare, ha un diametro di circa 250 metri; in fondo all’inghiottitoio sorge una vegetazione cespugliosa e si perviene all’imbocco dell’unica traccia (appena percettibile) di sentierino che porta giù in fondo. Durante la discesa bisogna fare molta attenzione a non scivolare lungo il pendio sassoso.

    Giunti sul fondo dell’enorme camera cilindrica dalle pareti ricurve si ha ancora di più l’impressione di scendere nelle viscere della terra: irte pareti rocciose si stagliano in alto a chiudere da tutti i lati la volta celeste; strati calcarei più resistenti, si alternano a conglomerati (arenarie e calcidici) friabili ove trovano rifugio centinaia di volatili (corvi, falchi, beccacce, rondini, piccioni e gracchi) che vi dimorano stabilmente. Il fondo non è piatto, ma è un gigantesco ammasso di pietre e rocce di varia grandezza qui precipitate, durante lo scorrere del tempo, in seguito alla forza erosiva degli strati superiori, o dal continuo incidere delle acque meteoriche.

    Ancora qualche precauzione: accedere in quest’antro, durante la stagione estiva, vuol dire andare incontro a probabili (e poco piacevoli) incontri con serpenti di varie specie, per via della numerosa presenza di rettili tra le pietre. Giù, nel punto più profondo, là dove le pareti coperte di muschio cedono i metri alle prime zone d’ombra, si apre quella che fino a pochi decenni fa era una grotta: naturale rientranza generata da una faglia obliqua. Con molta cautela, volgendo lo sguardo all’insù, risulta possibile scorgere lo spettacolo di migliaia di piccole stalattiti, nonché sifoni e cunicoli, formazioni calcaree dalle varie sfumature cromatiche per via della rifrazione della luce e degli agenti chimici che ne determinano la varietà litologica.

    Quaggiù il silenzio, che avvolge tutto il fondo della cavea, viene ripetutamente rotto dal continuo stillicidio di goccioline d’acqua calcarea che scivolano giù dalle stalattiti più in alto. Per il resto è come se si venisse proiettati tra gli scenari dello spettacolare romanzo d’avventure di Jules Verne: quel “Viaggio al Centro della Terra” tanto amato dalla letteratura per ragazzi. (testi & photo ©Andrea Perciato)

    Val di FIAMES/FLAMES e le Cascate di FANES: tripudio di rocce, di boschi, di acque…

    Pochi chilometri a nord di Cortina d’Ampezzo, proprio nel cuore delle Dolomiti ampezzane, s’apre uno scenario paesaggistico di notevole bellezza; uno scrigno naturalistico che raccoglie, in sé, tutte le caratteristiche di un ambiente montano aspro e selvaggio ma che – al tempo stesso – riesce a ritemprare l’animo e ad offrire solo emozioni: la Val di FIAMES/FLAMES e le sue cascate. La valle è una meta spettacolare, che attraversa un particolare ambiente che si distribuisce – tra cime aspre e rocciose, copiosi boschi di conifere, profonde e inaccessibili forre e spettacolari salti d’acqua – in microcosmi di assoluto pregio naturalistico, principali caratteristiche di paesaggio davvero incantevole, con una rete sentieristica ben ramificata e opportunamente segnalata.

    Per scoprire queste peculiarità ambientali, i percorso ha inizio dalla località Fiames. Muovendosi dal parcheggio una pista attraversa la parte iniziale della vallata determinata dal corso del torrente Boito. Ogni metro guadagnato è una sorpresa, una meraviglia, un succedersi di scenari ambientali che generano emozione e stupore alternandosi alla curiosità e all’immaginazione nel poter vivere, anche se solo per qualche ora, in un posto molto suggestivo, immerso nella natura e circondati da uno impressionante silenzio. Il percorso che si propone è denso di maestosi scenari ambientali e naturalistici che da sempre custodiscono sorprendenti scorci paesaggistici che si alternano tra boschi, cime e tanti salti d’acqua.

    È raro trovare luoghi che, come questo, oltre a riunire tante caratteristiche diverse riescono ad accontentare qualsiasi gusto e opportunità escursionistiche. Di grande suggestione e altissimo pregio naturalistico gli ambienti della valle (e delle cascate di Fanes) offrono, infatti, la possibilità di una tranquilla camminata adatta proprio a tutti. Fiore all’occhiello della val di Fiames/Flanes sono le spettacolari cascate che serpeggiano attraverso canyon dalla natura carsica espressa in tutta la loro bellezza. Qui la natura risulta essere davvero incontaminata con scenari di bellezza indescrivibili. Le cascate sono formate dal Rio Fanes e il suo percorso – seppur di breve lunghezza – attraversa scenari naturalistici di altissimo valore ambientale.

    Le cascate di Fanes hanno il pregio di offrire percorsi diversificati, dalla facile passeggiata, al sentiero escursionistico, fino ai più impegnativi tratti attrezzati adatti ai più esperti e muniti di equipaggiamento da ferrata. Incamminandosi lungo l’itinerario si rimarrà affascinati dal meraviglioso ambiente naturale in cui sono incastrate le cascate; un ambiente fatto di boschi, di forre, circondato da alte cime, bagnato dalle acque di torrenti e ruscelli e poi loro – le cascate – così ricche d’acqua in ogni stagione. Una breve deviazione, in basso sulla destra, conduce in direzione della forra in cui scorrono le cascate. L’ultimo tratto di sentiero raggiunge una spettacolare balconata che s’affaccia sulla forra e le cascate (il “Belvedere“) percorso che è costellato dalle radici sporgenti degli alberi.

    A metà circa della traversata nella valle, attraverso un bellissimo bosco di larici, dopo aver superato alcune panche in legno appositamente installate per il pic-nic, una breve deviazione sulla destra consente di arrivare al “Belvedere” (una sorta di terrazzino panoramico in legno) dal quale si può godere di una veduta paesaggistica che ripagherà del piccolo sforzo effettuato. Dal Belvedere è possibile scendere al sentiero attrezzato con la ferrata seguendo un percorso abbastanza semplice che permette di vivere un’esperienza assolutamente unica ed entusiasmante: il passaggio sotto il salto della cascata per poi scendere fino alla sua base, oppure girare a sinistra e risalire la forra; ma questo… è per esperti arrampicatori!

    Dopo aver provato la sensazione di essere i privilegiati spettatori di uno scenario ambientale davvero unico nel suo genere, dal “Belvedere” parte un sentiero che scende in direzione dei canyon e delle cascate; un sentiero (scivoloso ed attrezzato con una corda fissa in acciaio) permette di raggiungere la più bella e suggestiva di tutte le cascate della forra, quella situata più in basso: lo “Sbarco di Fanes”, che risulta essere la più spettacolare di tutte. Questa cascata, che consente di potervi passare dietro per un breve tratto, è talmente così bella che sembra di essere proiettati in una scena del film “l’Ultimo dei Mohicani“; qui le cascate sono semplicemente stupende, mentre le forre scavate nella roccia sono di una impressionante bellezza naturalistica.

    Il breve sentiero attrezzato che porta fin giù alla cascata consente il passaggio proprio sotto il salto dell’acqua; pochi metri di suggestione che esaltano il momento poichè si è soli, a contatto con l’acqua che fa ascoltare la sua voce per mezzo del suo enorme rumore e l’incanto della montagna. Immortalare la scena qui è d’obbligo ma richiede di prestare molta attenzione. Risulta essere davvero un’esperienza indimenticabile ed emozionante, quella di poter effettuare il passaggio all’interno delle cascate (fare attenzione a non scivolare!). Qui, tra la forra e il cielo, ci divide solo un lembo di roccia arcuata ed una natura incontaminata determinata dalle copiose foreste; la principale sensazione che si avverte, oltre al fragore dell’acqua generata dal salto, è quella di ritrovarsi ad essere circondati da tanta pace, di essere avvolti dai profumi del bosco coi suoi magnifici colori e dalle incredibili “creature” del sottobosco, come le salamandre.

    La Val di Flames/Fianes è un ambiente dolomitico da conoscere e scoprire, mentre le cascate di Fanes sono una esperienza da vivere assolutamente. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)  

    Val d’Orcia (SI, Toscana): per castelli, antiche sorgenti, fiumi, borghi in pietra e filari di viti…

    Questo illustrato è un bellissimo itinerario a circuito che attraversa una tra le zone più interessanti di tutta la Val d’Orcia: quella determinata dai filari di vigneti e dalle tracce del termalismo; un percorso ad anello che parte e termina a San Quirico d’Orcia.

    Ci lasciamo alle spalle il pittoresco borgo di San Quirico d’Orcia con la sua tradizionale cultura olivicola, coi suoi bei giardini, le sue interessanti chiese ricche di preziose “gemme” artistiche, i suoi pittoreschi palazzi gentilizi, le sue mura perimetrali e le possenti porte d’accesso al paese, portandosi alla sua estrema periferia meridionale ove si percorre la polverosa strada comunale che conduce a Bagno Vignoni, inizialmente asfaltata, ma che subito polverosa per il bianco brecciolino che la caratterizza per tutta la sua interezza. In lieve pendenza stiamo percorrendo un tratto della storica “Via Francigena” fino a raggiungere un dosso (presenza di un incrocio) ove – momentaneamente – lasciamo sulla sinistra la traccia per Bagno Vignoni e consigliamo di proseguire a destra per una lieve discesa.

    Tutt’intorno l’orizzonte viene costellato da un continuo alternarsi di castelli, pievi, poderi, antichi basoli, masserie sparse. Il paesaggio della val d’Orcia viene determinato da un elemento caratteristico che solo qui, nelle terre di Siena, ha il suo massimo splendore: la “cultura” per il cipresso. Albero per eccellenza che caratterizza profili e i cigli di cresta, ingressi dei viali di ville o – semplicemente – determina un viottolo di campagna; qui il cipresso ha una cultura secolare, piantarlo da giovani piante in particolari posti determina per sempre il fascino e la bellezza di questi luoghi. Una piacevole discesa conduce al cancello d’ingresso del bel castello (privato) di Ripa d’Orcia; chiedendo il permesso è possibile vedere, solo esternamente però, la sua poderosa struttura così come è articolata in tutta la sua complessa volumetria costruttiva ove risalta, per lo sviluppo dei molteplici ambienti che si incastrano, si sovrappongono e si alternano, la costruzione di stampo militare tipica del Medioevo. 

    Ritornando nei pressi dell’incrocio lasciato in precedenza, si continua fino a prendere, sulla sinistra una sassosa pista in discesa che conduce fino a toccare le sponde (destra orografica) del fiume Orcia, proprio all’altezza di un vecchio ponte (passerella sospesa con cavi d’acciaio e tavole in legno), ma riprendendo subito la pista in salita si cammina in una intensa vegetazione caratterizzata dalla macchia mediterranea. Dichiarata nel 2004 giustamente come Patrimonio Mondiale dell’Umanità sotto l’egida dell’UNESCO, la val d’Orcia è il “buen retiro” di artisti contemporanei, soprattutto inglesi e tedeschi; non è difficile incrociare lungo questi sentieri decine e decine di comitive di escursionisti di provenienza anglosassone; ciò fa capire di quanto gli inglesi apprezzino queste terre che – a detta di loro – hanno molto in comune con simili skyline che determinano la campagna britannica.

    Si giunge così finalmente all’interno dell’antico borgo di Bagno Vignoni, antica sede termale già conosciuta e frequentata fin dai Romani. Il borgo ci accoglie con la sua splendida cornice paesaggistica che prospetta sulla pittoresca piazza/piscina che offre la visione degli incredibili colori dei suoi fondali perché alimentata dalle sorgive di acque termali che serpeggiano attraverso antichi canaletti scavati nella roccia calcarea andando, così, ad incrementare le cascatelle che precipitano nelle sottostanti “libere” Terme di Fabianna. Risalendo ora nuovamente lungo il polveroso tracciato della storica Via Francigena, si raggiunge la Torre di Vignoni alto circondata dal suo minuscolo borgo, tutto in pietra (dai basoli della pavimentazione, alle possenti mura di case e palazzi) interamente avvolto da un arcano silenzio che ne caratterizza l’ambiente.

    Qui, e solo attraverso questi orizzonti, sono universalmente riconosciute… le famosissime Terre di Siena! Si prosegue ancora lungo la sterrata solcata della Francigena che proprio qui, ove la mano del Creato sembra davvero essersi divertita a modellare paesaggi di indiscutibile bellezza, va aprendosi – per tutti i suoi 360° – lungo ampi orizzonti che si perdono in lontananza oltre i dolci rilievi della Toscana, fino a raggiungere nuovamente il bivio lasciato in precedenza ad inizio percorso; a sinistra si scende verso il (già conosciuto) Castello di Ripa d’Orcia mentre il nostro percorso volge a destra e va a concludersi – con la complicità dei meravigliosi tramonti che dipingono il paesaggio di sfumature rosa – nuovamente nel centro di San Quirico d’Orcia. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

    LOCOROTONDO (BA, Puglia)… il “mio” ombelico del mondo!

    Incantevole e stupefacente sono le prime impressioni che si avvertono giungendo per la prima volta a Locorotondo, tranquillo borgo adagiato su un’altura. Le sue tipiche casette imbiancate dai tetti aguzzi, evocano quelle dei villaggi sparsi nel nord Europa. Disposte in senso circolare intorno al centro, queste sono circondate da un preciso perimetro che raccoglie – al suo interno – i quartieri più vivaci. Passeggiare tra i vicoli di questo borgo (“Bandiera Arancione” del TCI) è un’esperienza dal fascino bucolico, fatta di continui scorci da fotografare; qui i balconi sono tutti in ferro battuto, abbelliti da vasi fioriti, coi cactus disposti agli angoli, le scale e le porte dipinte, le ceramiche esposte e i panni stesi al sole.

    Già da lontano, avvicinandosi dall’immensa pianura determinata dalle ampie macchie ulivate e caratterizzate da chilometri di muretti in pietra a secco, Locorotondo appare in tutta la sua imponente bellezza, ergendosi – dall’alto del suo colle – in un paesaggio assolato che ne risalta il bianco candore delle sue case raccolte in quel labirinto di vicoli, slarghi e portali, esaltando una magnificenza architettonica che giunge dalla preistoria fino al tardo barocco; un luogo e un paesaggio unici nel loro genere.

    Camminando attraverso il centro storico, nella sua parte più antica, ci si immerge – in un emotivo percorso spazio/temporale – nel suo labirinto di vicoli bianchi, puliti, profumati e soprattutto fioriti (una sorta di “Vicoli/Giardino”); laddove i venti dell’est serpeggiano trasportando i profumi delle essenze aromatiche attraverso le cosiddette “Cummerse”, le tipiche case locali coi tetti spioventi realizzati con la tecnica delle “chiancarelle”, piccole lastre in pietra calcarea locale, montate a secco, in modo da poter veicolare l’acqua sotto le dimore.

    Prima di addentrarsi alla conoscenza del borgo c’è un belvedere da cui è possibile godere di un panorama mozzafiato sull’intera Valle d’Itria, una bella vallata dagli orizzonti ondulati e caratterizzati da nuclei sparsi di trulli, oltre ad antiche masserie circondati da boschi e campi in terra rossa, da cui emergono vigneti e uliveti. Questo belvedere offre la sensazione di poter ammirare – durante i giorni di foschia in valle d’Itria – i cumuli di nubi ondeggianti che sembrano il mare; e già questo rende Locorotondo è uno dei borghi più belli della Puglia.

    Il suo centro storico si sviluppa in una perfetta forma circolare; ed è proprio da questa sua particolare forma urbana che ha origine la sua toponomastica. Con le case tutte tinte di bianco esalta la sua bellezza artistica, urbanistica e architettonica in tutto il suo splendore, soprattutto sotto l’azzurro del cielo; come un’intricata ragnatela, dal suo centro (che ruota intorno alla principale chiesa madre di San Giorgio) si diramano le tante viuzze strette che esaltano i mille colori dei fiori esposti sui tanti balconcini del centro e le splendide ceramiche locali.

    Sembra di camminare attraverso un paesaggio fiabesco, immersi nel bianco candore delle case tra singolari negozietti e antichi locali. Girovagare senza una precisa meta, esalta quel senso di scoperta, quella piacevole sensazione di andare ad esplorare i tanti angoli e gli scorci pittoreschi sparsi un po’ tutt’intorno, coi suoi bei palazzi e le singolari chiesette – spesso nascoste – tra le viuzze imbiancate; perdersi in questo dedalo di vicoli e di slarghi, lasciandosi avvolgere solo dai colori e dalla penombra, è una esperienza davvero molto affascinante.

    Quando il dì giunge al tramonto il sole infuoca il paesaggio a ponente tale da trasformare l’orizzonte in un indimenticabile scenario da lascare incantati per lo stupore e la suggestione che riesce ad evocare. Da qui si articola la “Scalinata dei Templari” che, attraversando i vigneti e gli uliveti, costeggia le scarpate che girano intorno al paese. Tra le emergenze architettoniche più in vista spunta il barocco del palazzo Morelli, la chiesa madre di San Giorgio con la facciata neoclassica, e la chiesa di Santa Maria la Greca (del XV secolo) che, in contrasto alla sua linea sobria ed essenziale, presenta – nella sua facciata – un articolato rosone moderno.

    Non si può andare via da Locorotondo se non si compie – ad appena pochi chilometri dal centro – una breve e piacevole sgambata camminando lungo piste campali che attraversano secolari uliveti e campi di ortaggi tutti circondati dai muretti a secco che conducono alla scoperta del “trullo” più antico di tutta la regione, risalente al 1509, e recentemente restaurato con discutibili interventi stilistico/architettonici di dubbio gusto (!) Esso, purtroppo, non è visitabile al pubblico perché privato, ed è visibile solo da lontano. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

    alla “grava” di Vesalo (da Laurino): i “Morskye Oko” del Cilento

    Girovagando per il Cilento alla ricerca di luoghi insoliti che riescano ancora ad offrire suggestioni naturalistiche e panorami bucolici con scorci paesaggistici i quali incorniciano ambienti presumibilmente ancora inviolati dall’intervento umano non è impresa rara, tantomeno se si tiene conto che in pochi chilometri quadrati si concentrano la stragrande maggioranza di tutti quegli elementi naturali più significativi che determinano, quasi sempre, non solo la geografia dei luoghi, la sua flora e la sua fauna ma anche, e soprattutto, quel suo particolare vissuto rurale  che è tipico delle montagne e delle vallate più inaccessibili e poco frequentate del Cilento più interno.

    Questo è il caso dell’area che ruota intorno alla Grava di Vesalo. La selvaggia Valle Soprana, che si estende dai piedi del caseggiato di Laurino, attraversa l’alto corso del Calore, fino al vivaio della Forestale, viene caratterizzata da stretti canalini d’acqua chiamati “fugoli” circondati da un manto forestale talmente così fitto da creare monumentali gallerie vegetazionali. La Grava di Vesalo è una tra le più belle e importanti cavità ipogeiche d’Europa ove la natura si esprime al massimo della sua potenza; un inghiottitoio (pozzo naturale) in cui coinvolgono le acque del torrente Milenzio prima che queste precipitano nella grava per poi scomparire, nelle viscere della terra, con un ignoto percorso sotterraneo di circa 6 km.

    Avvicinandosi con la massima cautela lungo i suoi bordi (potenzialmente scivolosi per il muschio e l’umidità generata dalle acque sotterranee) s’aprono due enormi “buchi” a cielo aperto, uno spettacolo del carsismo modellato da formazioni calcaree divise da un arco naturale; queste determinano l’ambiente circostante che offre – al tempo stesso – sensazioni di magnificenza e maestosità. Come un inaspettato tesoro che determina il paesaggio circostante,  l’ambiente intorno alla grava è ricco di straordinarie bellezze che danno origine a un meraviglioso mosaico naturalistico, autentica testimonianza dell’incredibile natura cilentana che non smette mai di meravigliare con suggestioni di un territorio unico nel suo genere in un ambiente integro e senza “interferenze” umane.

    La Grava di Vesalo (che s’apre a 928 metri d’altezza), circondata da copiose faggete, è uno dei fenomeni carsici più interessanti di tutto il mezzogiorno. Qui la natura si esprime al massimo della sua potenza. Le suggestioni di un territorio unico nel suo genere sono il privilegiato habitat di diverse specie di animali (tra cui volpi, faine, diverse specie di rapaci). Il ripetuto rumore delle fronde degli alberi che ondeggiano determina la presenza di avifauna; più in alto nel cielo volteggiano, planando con interminabili acrobazie, esemplari di poiane, gracchi e corvi imperiali. In una piccola radura erbosa, interamente circondata da una cornice di faggi secolari s’apre, proprio al suo centro, la fenditura perfettamente circolare che determina la grava.

    La sua apertura è – praticamente – la “bocca” di un profondo inghiottitoio, tutta ammantata da una copiosa cespugliazione di felci (lingua corvina) che determina il sottobosco, nelle cui vicinanze si trova un grande pozzo naturale in cui precipitano, per mezzo di un grosso sifone, le acque del torrente Milenzio (corso d’acqua già denominato in passato come Vesolo, da Vae-soli) prima che queste precipitano definitivamente nella grava per poi scomparire nelle viscere della terra con un ignoto percorso sotterraneo che va a sfociare nei pressi dell’abitato di Laurino, sottoforma di molteplici sorgive che con le loro limpide acque vanno ad alimentare il fiume Calore.

    Tutta l’area che ruota intorno alla grava viene fortemente interessata da fenomeni di carsismo con percorsi torrentizi, pozze e laghetti sotterranei. L’ambiente circostante all’imbocco dell’inghiottitoio proietta sensazioni di magnificenza e maestosità, quasi come se le montagne circostanti fossero sentinelle che, dalla notte dei tempi, custodiscono questo naturale tesoro fatto di incredibili bellezze naturali in cui i suoni delle acque che scorrono, sprofondando giù in basso verso l’ignoto, e i profumi delle erbe e dei terreni da queste bagnate, creano una piacevole sensazione di silenzio, di pace, di contemplazione e di serenità;  condizioni che, se vissute e provate intensamente, alimentano lo spirito e la mente dell’uomo riuscendo, così, a ritrovare emozioni e sensazioni forse perdute da tempo…! (testi & photo ©Andrea Perciato)

    FAICCHIO (BN, Sannio)… dal Castello Medioevale al Convento di San Pasquale

    Per chi giunge la prima volta a Faicchio, in quel lato della provincia di Benevento che s’affaccia sulla valle del Titerno, ormai ridotto ad un “arrojo” (solco roccioso) in secca, non immagina di trovarsi di fronte ad un autentico spettacolo, della storia così come per la natura, di un borgo arroccato “a guardia” della valle dominato dalla splendida fortificazione del Castello (maniero ducale) medioevale, caratteristico biglietto da visita della località, immersa tra vigneti e uliveti.

    La via che accede in paese lascia scorgere – poco alla volta – la superba fortezza medioevale (risalente al XII secolo) col suo varco d’accesso che s’apre tra due imponenti torrioni cilindrici. Conosciuto anche come Rocca “Nova”, esso sorge in posizione strategica su uno sperone di roccia. L’edificio assume la forma di un poligono irregolare i cui lati vengono uniti da tre torri che poggiano su basi tronco-coniche e che per aspetto e similitudine, richiama un suo più famoso e celebre gemello: il Maschio Angioino in Napoli.

    Il Castello chiude il lato meridionale della piazza principale (piazza Roma), punto nevralgico della borgata, attraversata dalla via Fabio Massimo, catino in cui confluiscono e da cui partono, le principali direttrici che collegano i paesi vicinali o che conducono ai territori circostanti. La bella cortina di edifici storici con il sagrato della Chiesa di San Rocco, delimitano il prospetto settentrionale della piazza su cui svettano le pendici ulivate del monte Monaco di Gioia alle cui pendici s’adagia il bianco Convento/Santuario di San Pasquale, meta di questa escursione.

    Dalla Piazza si prende la rampa che comincia la sua ascesa lungo via Palmieri che a sua volta attraversa – in successione – tutta una serie di edifici di varie dimensioni con portali in pietra e corti interne che determinano le varie tipologie, succedutesi nei secoli, e che si sono adattate alla pendenza della montagna. Appena superati un incrocio tra il vicolo principale e due diramazioni – quella a sinistra, via Tiglio e quella a destra, via Crocevia II – che raccordano il perimetro urbano nella sua parte alta, si entra apertamente nella campagna circostante fino ad incontrare la prima delle “cappelle” che, con affreschi dai vividi colori, raffigurano le scene della Passione del Cristo.

    Da qui comincia la Via Crucis lungo un sentiero in pietra che, per serpentine e tornanti, supera pendii coltivati intensamente a uliveti e attraversa terreni – delimitati da muretti a secco – sistemati a vigneti, frutteti ed altre piante. Volgendo lo sguardo verso il basso, si scorgono i tetti del caseggiato di Faicchio, dominato dalle torri del castello, le sinuose anse della valle del Titerno e la boscosa sagoma del monte Acero. Complessivamente il sentiero che dal paese conduce al Convento non lascia incertezze circa le direzioni da seguire, non presenta particolari difficoltà tecniche ed è breve nel suo complesso solo… è completamente esposto al sole! 

    Senza mail lasciare la pista principale, il sentiero termina a ridosso della rampa d’accesso del poderoso Santuario/Convento di San Pasquale, luogo decisamente suggestivo per il valore sia naturalistico che storico. Il Convento di San Pasquale è ubicato in una posizione elevata che domina il centro storico di Faicchio; a questo è annessa la chiesa di San Salvatore. Esso si presenta come una grande struttura in pietra, arroccata lungo le pendici del monte Erbano (l’Eribium di origini sannite) appena sopra la cittadina di Faicchio.

    L’intero complesso presenta una chiesa antecedente il ‘700 (intitolata al SS Salvatore), alloggi e cellette  per le attività religiose che vi si sono succedute durante il corso dei secoli, compreso un periodo dedicato alle suore di clausura. La struttura è costruita completamente in pietra locale, distribuita su almeno 4 livelli e 6 corpi indipendenti (di cui quattro ormai chiusi e senza alcun tipo di attività) ristrutturati dopo il sisma del 1980. In un’ala al suo interno sorge il piccolo Museo della Storia e della Scienza locale che raccoglie alcuni tra i primi sismografi ed apparati meteorologici del fisico Luigi Palmieri nativo di Faicchio.

    Il panorama che si gode da quassù, misto all’aurea di pace e al silenzio che offre tutto il circondario, vale la “fatica” fatta lungo la salita per raggiungerlo. La località, nel suo insieme, risulta essere molto suggestiva ed attrae per la sua caratteristica meditativa; sembra quasi sentirsi come… un lasciarsi trasportare indietro nel tempo! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

    da Montalcino a Sant’Antimo (Val d’Orcia, SI, Toscana): camminar per vigneti, fino ai silenzi contemplativi

    La Val d’Orcia è una terra ove le emozioni esplodono in tutta la loro estasi; qui il tempo, che sembra essersi fermato per sempre, determina gli spazi e l’esaltazione dei sensi tramutandoli in sentimento e, successivamente, in ammirazione. Qui, in val d’Orcia ovunque volga lo sguardo c’è una natura che ti accoglie e – trasformandosi nella tua momentanea casa – determina l’origine e la creazione di quella filosofia dell’ospitalità e dell’accoglienza che qui, in queste terre alle falde dell’Amiata, tra borghi e villaggi di matrice medioevale, hanno un valore particolarmente fondamentale. In queste terre ospitalità e accoglienza sono valori radicati nel tempo; se non ci siete mai stati, trovate il tempo di andarci, ma a camminare, perché sapete… ne vale davvero la pena, credetemi!

    Solo qui, in questa parte d’Italia, nella val d’Orcia, in provincia di Siena, è possibile godere – contemporaneamente – di così tanta bellezza paesaggistica da fare invidia al mondo intero. Piste, sentieri, percorsi, antiche vie, cammini… sono tutte bellezze paesaggistiche, storiche e ambientali – queste – che fanno della val d’Orcia una terra davvero benedetta dalla mano del Creato. Luoghi e mete che esaltano le peculiarità di un territorio le cui geometrie non seguono mai lo stesso preciso riferimento; i cui orizzonti – che, apparentemente uguali, si perdono all’infinito – si rincorrono senza essere mai identici nelle prospettive; luoghi e cornici paesaggistiche immortalati nelle immagini di fotografi e pittori giunti da ogni parte del mondo oppure lasciarsi avvolgere dalle note di canti gregoriani attraverso il più assoluto silenzio di abbazie benedettine.

    Ritrovarsi ai piedi della splendida rocca medioevale della fortezza di Montalcino (patria del rinomato “brunello“), e poter ammirare i bellissimi tramonti dalle sue merlature, si rivive la massima esaltazione dell’architettura militare dell’alto Medioevo, col Palazzo dei Priori e il loggiato… tutto ciò esalta l’autentico spirito di quella terra chiamata Toscana, tutto ciò è quell’incredibile contenitore di sorprese ed emozioni che possono essere vissute solo toccando questi luoghi camminando a piedi (o, se volete) con percorsi itineranti a tappe. Che altro dire se non che questa parte di Toscana – la val d’Orcia appunto – in provincia di Siena, merita di essere conosciuta in tutte le sue molteplici “sfaccettature”. Durante questo tratto si attraversano luoghi modellati dal genio delle mani dell’uomo: i rinomati vigneti.

    Qui il vignaiolo, che sia egli artista o contadino, riesce a tramutare dai campi alle tavole, dai vitigni ai calici, vere e proprie “alchimie di sapori” trasformandole in autentici capolavori di gusto, benessere e di stili di vita. Tra ampi orizzonti e campi estesi che si perdono oltre l’orizzonte si superano antiche cascine e casali determinate dai filari dei cipressi ove un profumo d’antico s’insinua attraverso ogni pietra, serpeggia lungo i filari sistemati a “festoni” e supera vallette solcate dai basoli di antiche vie oggi dimenticate dal tempo. Così, superato l’antico “casale” di Tolli, ha inizio una lunga discesa che scorre attraverso boschi intrisi dalla macchia mediterranea, fino a sbucare in una splendida cornice paesaggistica caratterizzata dalla presenza della suggestiva pieve, edificata tutta in pietra calcarea, dedicata al culto di Sant’Antimo.

    All’ingresso s’apre un giardino che, caratterizzato da secolari uliveti, invita a una sosta meditativa, mentre da lontano giunge l’eco di antichi canti che esaltano lo spirito ed elevano l’animo alla contemplazione. Varcati il suo bellissimo portale in pietra tutto finemente decorato, si entra in un luogo che ci proietta indietro nel tempo, attraverso un arcano silenzio ove tutto contribuisce all’elevazione di preghiere, il tutto accompagnato dalle melodiose litanie di canti e cori. Gli affreschi, le sculture, le statue e le note dei canti “gregoriani”, che riecheggiano da una navata all’altra della suggestiva abbazia di Sant’Antimo, la cui costruzione viene attribuita a Carlo Magno quando egli si recò in pellegrinaggio a Roma dal Papa per chiedere intercessione a Dio di far cessare la pestilenza, sono tutti elementi che contribuiscono ad esaltare la suggestiva e intensa bellezza di questo luogo.

    Tutti elementi, questi, che lasciano facilmente intuire di come qui – in queste terre – il Medioevo ha davvero lasciato indelebili tracce della sua epopea… ovunque i nostri occhi riescono a posare lo sguardo! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

    al monte CERVATI (Parco Nazionale Cilento, Alburni, Val Diano)… Quando i cieli profumano di lavanda!

    Lontani dai rumori della chiassosa costa il Cilento si presenta come un mondo a sé, tra vallate inaccessibili in cui scorrono – impetuose – le acque di fiumi e torrenti che s’aprono tra aspre montagne che sembrano toccare il cielo. Impenetrabili foreste, regno indiscusso di lupi e cinghiali; luoghi in cui la memoria storica riflette l’incanto di antiche leggende ove l’eco di civiltà millenarie è giunto fino ad oggi così ricco di stimoli e denso di significati. Una lunga sgroppata che conduce a sfiorare il cielo: acque sorgive; copiose foreste di faggio (i Temponi); cuscini di lavanda; paesaggi lunari, conche e pianori carsici d’origine glaciale; un antico Santuario (risalente al 1599) “conteso” da tre borgate sorte ai piedi della montagna; una grotta appena accessibile che s’apre su un immenso abisso di verde; tutto ciò è la magia di una montagna che, coi suoi 1899 metri, viene considerata il “sistema” orografico più elevato della Campania.

    Dal PIAGGINE (600 m), cuore del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, ha inizio la traccia di una buona pista che porta in quota fino a ricongiungersi con la carraia principale che sale al monte Cervati. Una serie di tornanti raggiunge, e oltrepassa, il Piano Roti (915 m) fino ad un bivio: sulla sx si scende verso il fiume Calore, mentre l’itinerario proposto continua sulla dx seguendo la carraia principale. Dopo circa 1 km s’incrocia, sempre a dx, la Fonte Radicone (1053 m) e poco più in avanti si presenta un secondo bivio (1075 m): scendendo brevemente sulla sx si raggiunge il lieve pianoro in cui giace la fonte dei Caciocavalli (1232 m, luogo ideale per un momentaneo bivacco e montare la tendina per la notte!), mentre la carraia principale continua sulla destra, aggira il Cervati, e porta lungo le propaggini settentrionali della montagna fino a penetrare in una copiosa foresta di faggi.

    Proseguendo si penetra in un’autentica galleria vegetazionale; la pista scivola attraverso le faggete create dalle suggestive atmosfere della Foresta dei Temponi, che si presenta con enormi esemplari di faggio simili, per bellezza, alle colonne di una “cattedrale” nella natura; muscolosi tronchi ramificati sbucano tra gli scoscesi pendii attraverso un inconsueto labirinto carsico creato da voragini e inghiottitoi sparsi un po’ dappertutto e nascosti dal copioso fogliame. Si continua a camminare attraverso la folta foresta (1400 m) in cui la secolare faggeta (che presenta – facilmente riconoscibili – alcuni esemplari ultracentenari) si alterna coi castagni, i carpini, i tassi, gli ontani, i tassi e qualche raro esemplare di abete. Si avanza su un terreno ondulato caratterizzato da profonde cavità ipogeiche e sifoni di cui, sporgendosi con la massima attenzione dal bordo, non si conosce il fondo! Fuori dal bosco compare la sterrata principale (1548 m) che, salendo dalla dx, conduce a un pianoro.

    Si segue questa sterrata in salita prendendo verso sx, e appena termina la cortina boscosa si guadagna il pianoro ove a dx compare l’edificio in pietra (recentemente ristrutturato) dell’ex Rifugio della Forestale del monte Cervati (ora “Rosalia” – 1597 m); alle sue spalle c’è una fonte. Numerose conche carsiche costituiscono il paesaggio dei piani d’altura. Qui le radure erbose, allo sciogliersi delle nevi (in primavera) si ravvivano di muschi che si alternano alle numerose specie di orchidee, che fioriscono spontaneamente creando paesaggi floreali di straordinaria bellezza; mentre tra i sassi sbucano cespugli di timo, lavanda e policromi cuscini fioriti. I rari faggi che si spingono verso le altitudini maggiori assumono un portamento contorto e cespuglioso (modellati dalla forza dei venti in quota). Dal Rifugio parte un lungo sentiero che, attraversando l’enorme distesa prativa, conduce alle creste di SE della montagna e, in leggera salita, porta all’uscita del pianoro in un bosco di faggi nani. All’ingresso del bosco c’è un bivio; qui s’incrocia, sulla sx, il Sentiero dei Pellegrini che proviene da Sanza e giunge fin su al Santuario della Madonna della Neve, sull’altro versante della montagna.

    Senza esitare si prende quindi a destra, in direzione NW (1678 m), e con un’impennata si percorre un sentiero (pietraia) che si sviluppa interamente su roccia; la vegetazione scompare definitivamente, ed è probabile incontrare (fino alla tarda primavera) alcune lingue di ghiaccio lungo i costoni settentrionali della montagna (1844 m). Una prima croce posta su un monte di pietra e, successivamente, altre due sono sistemate lungo il percorso e caratterizzano il “varco” d’accesso alle conche carsiche d’altura. Le croci “segnano” l’importanza che i fedeli danno all’ascensione di questa montagna durante i loro pellegrinaggi effettuati nei giorni dal 3, 4 e 5 di agosto in onore della Madonna della Neve. Durante i periodi dei festeggiamenti non è raro incontrare, lungo queste propaggini, folle di devoti e pellegrini che compiono la salita al monte per rendere omaggio alla Vergine Santa. Molti di questi bivaccano di notte, in tende o rifugi improvvisati all’aperto, accendendo numerosi fuochi che creano, dal tramonto fino all’alba, vedute paesaggistiche ricche di fascino.

    Sotto un cielo ricco di stelle sostano per salutare il “passaggio” della Madonna che viene portata in spalla, ripercorrendo l’antico tratturo e accompagnata dal suono di ciaramelle e zampogne che segnano il passo alle compagnie di fedeli in processione. Superati il Varco delle Croci, alla fine del sentiero sommitale, si volge decisamente a sinistra lungo una dorsale in leggera salita. Da qui in avanti ora, ci si arrampica leggermente lungo il crinale che prosegue verso SW. Rare piante di ginepro dominano i pianori carsici sommitali lungo i quali, ancora oggi, si leggono le tracce di glaciazioni preistoriche. All’uscita di questo crinale roccioso si presentano tante anticime inframmezzate da piccoli inghiottitoi di sicura origine glaciale. Continuando lungo un’erta brulla e sassosa che piega leggermente a destra, in direzione SSW, si giunge a toccare finalmente il punto trigonometrico della vetta del monte CERVATI (1899 m). Da quassù si aprono ampie vedute panoramiche sul mare fino alle valli ed ai monti interni. Proseguendo in direzione NW, si attraversa un intricato saliscendi tra inghiottitoi e conche carsiche raggiungendo, lungo il sentiero principale, il Santuario della Madonna del monte Cervati o della Neve (1852 m).

    Meta di continui pellegrinaggi che si perpetuano da secoli, il culto per questa Madonna era già fiorente fin dal ‘500, come testimonia un’epigrafe (datata 1599) incisa su un architrave all’interno della Cappella del Santuario. L’area del culto è divisa in due zone ben distinte: la Cappella vera e propria col suo nucleo originario che è stato eretto sulla roccia ha avuto, nel corso degli anni, numerosi rifacimenti ed ampliamenti di cui l’aspetto odierno ingloba (al suo interno) la struttura più antica; e infine la Grotta, il luogo più visitato dai fedeli, situata a 80 metri più in basso e che prospetta sull’orlo di un profondo dirupo conserva, al suo interno, la statua raffigurante l’immagine santa della Vergine che regge il Bambino. Un aspetto curioso, che desta stupore, è quello che lascia meravigliati sul come una statua così finemente incisa e decorata, sistemata in una teca in legno e vetro, possa trovarsi all’interno di un anfratto ipogeo il cui varco d’accesso non supera i 40/50 cm di larghezza: “misteri” della fede, o “capacità” dell’ingegno e della devozione dell’uomo? Risposte che – forse – non verranno mai esaudite; ma l’ascesa al monte Cervati vale la fatica compiuta anche solo per i paesaggi che da lassù… si aprono! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)