Canale MONTERANO (Roma): un posto “fuori dal tempo”, un tuffo tra magia, mistero e storia…!

Compiere tanti km e qualche ora da Roma sono possibili scoprire e conoscere alcune tra le bellezze di quell’Italia “minore” spesso lontana dai circuiti più frequentati dal grande pubblico. A nord della capitale, tra i monti della Tolfa ed il lago di Bracciano si trovano le rovine dell’antica MONTERANO, uno dei più suggestivi luoghi della cosiddetta Maremma Laziale; una città perduta, un borgo fantasma che offre bellezze scenografiche d’altri tempi ove la curiosità e il senso di scoperta travalicano confini oltre l’immaginario… Si percorrono gli ultimi 800 metri e lo spettacolo di un posto fuori dal tempo compare in tutta la sua straordinaria bellezza per la presenza di un acquedotto d’epoca romana, che collega un versante della collina con le mura del borgo, e un fontanile con vasche posto sulla destra; alcune grotte dalle pareti con colori sgargianti (forse intrise dello zolfo che si mescola al calcare), testimoniano, già in epoche remote, la presenza etrusca in questa zona; nei pressi della fontana e delle vasche sono possibili scorgere numerose specie di anfibi e qualche serpente che stazionano in zona.

Si sale per un sentiero attraversando sotto gli archi dell’Acquedotto e si sfiorano le mura di contenimento del borgo fino a raggiungere il lato opposto del perimetro, proprio nei pressi della Porta Gradella, caratterizzata dalla presenza di una torre quadrata, che s’apre sulla sinistra. Si penetra in quel che resta del borgo attraverso la Via Gradella fino a sbucare nell’ampio spiazzo che s’apre alla base del Castello ove siamo – letteralmente – circondati dalla storia… e che storia! Monterano poggia su un altopiano di tufo, sul quale la presenza umana è testimoniata fin dall’età preistorica grazie al rinvenimento di vari reperti dell’età della pietra. Più volte abbandonata nel corso dei secoli, visse nuovamente un momento di rilevanza storica in epoca alto-medioevale quando diventò capoluogo episcopale di una vasta diocesi che si estendeva dal lago di Bracciano ai monti della Tolfa. C’è una particolare essenza, quasi un’ispirazione, nell’aria che sembra avvolgere il borgo come fosse attraversato da uno scenario uscito direttamente da un film fantasy; sensazione che si avverte dal fantastico connubio tra il verde incontaminato della natura e le rovine del borgo; ciò che resta di una città fantasma che nei tempi antichi è stata popolata prima da genti etrusche e, successivamente, da popoli che vivevano del taglio della legna.

I ruderi di un Campanile, forse quello della Cattedrale, compaiono sulla destra, mentre invece a sinistra s’impenna – in tutta la sua maestosità – la facciata del Palazzo Baronale da cui spicca la fontana con la statua del Leone. Nella seconda metà del XVII sec. Monterano fu acquistata dai familiari di papa Clemente X Altieri, i quali, grazie a Gian Lorenzo Bernini, trasformarono l’abitato in una piccola capitale Barocca. La monumentale fontana, detta la “Capricciosissima“, fu realizzata dal Bernini sfruttando le fondamenta rocciose della struttura, collocando la statua del Leone sulla sommità della parete che raffigura l’atto di scuotere con una zampa la roccia per farne uscire l’acqua. Il Bernini, chiamato dalla famiglia che aveva oramai acquistato i feudi di Monterano, Oriolo e Veiano, ridisegnò la facciata del Palazzo Ducale, inserendo le due torri a pianta quadrata e rotonda collegate da una splendida loggia a sei arcate; ma il capolavoro si evidenzia – quando c’era la portata dell’acqua – per la Cascata del Leone. L’architetto posò in opera un’idea tipica del suo pensiero di paesaggio, dove arte e natura si fondono, insieme, con armonia. Egli utilizzò le fondamenta rocciose del sito e costruì alla base della ripida parete una fontana splendidamente incastonata nello sfondo naturale.

Sulla sommità della parete e sopra la fontana pose una statua raffigurante un leone nell’atto di scuotere con una zampa la roccia per farne uscire l’acqua: da qui lo zampillo scendeva nella vasca della fontana. Accanto vi sono i ruderi della Chiesa di San Rocco ed altri vari ambienti tutti facente parte del monumentale complesso del Castello/Palazzo Baronale. Ma perché un borgo talmente così bello ed in favorevole posizione dominante ampie zone di territorio fu abbandonato…? L’abbandono di Monterano risale già dalla fine del ‘700, quando queste terre cominciarono ad essere devastate dalla malaria; furono luoghi di scontri, questi, tra i sostenitori del Papa e i giacobini francesi, protettori della Repubblica Romana. Tra le solitarie rovine del borgo molte sono le tracce di animali al pascolo, mentre le uniche forme viventi… qualche gatto; qui la fitta ed intricata vegetazione viene interrotta solo da ampie vallate dove pascolano – liberamente – greggi, bovini e cavalli. Qui vi sono sistemate, al fresco dell’ombra di grossi alberi, delle panchine ove poter riposare e ogni monumento è ampiamente spiegato con locandine pensili.

Ma le sorprese di Monterano non finiscono qui! Fuori dal borgo, c’è una spianata sul cui sfondo compare la monumentale facciata di una chiesa con una fontana in bella mostra davanti alla sua facciata. Di solito si scoprono borghi medioevali spesso sperduti, con poche case magari distribuite intorno alle rovine di un castello oppure di una chiesetta; ma una chiesa barocca (Convento di San Bonaventura) progettata sempre dal Bernini e la fontana “ottagonale” nella piazza antistante la facciata sembrano davvero così insolite, diverse da ciò che ci si aspetterebbe di trovare su una collina che si erge in mezzo ai boschi, rovine che sembrano davvero maestose e fuori dal tempo. In questa location furono girate alcune scene del “Marchese del Grillo” con Alberto Sordi. A completare la spettacolarità del luogo ci ha pensato anche la natura facendo crescere – nel corso degli ultimi 200 anni – un curioso albero di fico ormai secolare all’interno della chiesa abbandonata, ed un gelso altrettanto vecchio ed adagiato alla sinistra dell’edificio; di originale nella chiesa è rimasto solo il pavimento in cotto colorato. Ritrovarsi ad osservare ogni angolo di questo posto, ogni suo orizzonte, ogni suo scorcio fin dove giunge lo sguardo le sensazioni si accavallano; da un lato il fascino di trovarsi vicino ad un luogo unico, ancestrale, misterioso e dall’altro viene da chiedersi come mai così tanta bellezza (non solo paesaggistica, naturalistica e ambientale) possa essere lasciata nell’incuria più totale e nel più assoluto abbandono…?

Monterano e le sue rovine, valgono davvero la pena di essere visitate, ma non fugacemente; capire l’importanza e la bellezza di questo posto, credetemi… davvero non ha eguali! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

JERUSALEM (Israele), “Città Santa” per eccellenza, “capitale contesa”… da millenni!

All’interno delle mura della Città Vecchia di Gerusalemme si celano monumenti ed opere d’arte d’incredibile bellezza, simboli della fede e tradizioni religiose che si perpetuano da millenni, archeologia e storia che ti coinvolgono e ti appassionano. Camminare tra i vicoli, le rampe, i basoli (calpestati da circa 5000 anni), i portali, gli androni, i cunicoli e i supportici della Città Vecchia è come provare ad ascoltare il battito pulsante del cuore di questa incredibile città che sembra davvero essere l’autentico “centro del mondo”. Un melting-pot fatto di popoli, razze, dialetti, usanze, colori, profumi, suoni, costumi, credi e religioni caratterizzano la capitale (contesa da millenni) dei Palestinesi e degli Ebrei; ed è proprio qui, a Gerusalemme, che elementi, valori, sensazioni e pensieri sono qualcosa che difficilmente si trova in qualsiasi altra parte del mondo. Per come è complessa e diversificata la coesistenza in questa città/capitale (“santa” per almeno sette diversi credi religiosi), indipendentemente dal proprio credo, le emozioni che si provano tra queste bianche pietre (in calcare) levigate dal tempo, sono incredibilmente intense e difficilmente esprimibili a parole.

In meno di 2 kmq, la Città Vecchia è – da sempre – divisa, storicamente e culturalmente, in “Quattro Quartieri” residenziali: Armeno, Cristiano, Ebraico e Musulmano che costituiscono l’essenza della città. Quattro mondi fra loro ben distinti ma attigui, che sconfinano l’uno nell’altro senza i limiti di barriere fisiche. Altra grande attrazione della Città Vecchia sono le sue porte d’accesso, ognuna con una storia particolare. Qui, il contrasto delle culture nella Città Santa è più palpabile che mai nei quattro quartieri della Città Vecchia, ognuno con un colore, un aroma e dei suoni diversi. Visitare la Città Vecchia di Gerusalemme è il modo migliore per scoprire il fascino della città, sia a livello monumentale che culturale. I contrasti tra i quartieri e il multiculturalismo della città si respirano in ogni strada, dove convergono musulmani, ebrei, cristiani e turisti, pellegrini, viaggiatori e viandanti da tutto il mondo. Qui è possibile godersi la tranquilla atmosfera del quartiere armeno, oppure immergersi nel vivace “suq” del quartiere mussulmano, o essere destati dal rintocco delle campane del quartiere cristiano, oppure camminare per le strade d’impianto romano del quartiere ebraico; e il tutto… in circa un chilometro quadrato!

Questi quartieri accolgono le famiglie di quattro diverse comunità, ognuna con una forte identità culturale che si evince nel modo di vestire della gente e nell’architettura degli edifici, così come si distingue nei suoni o si percepisce nei profumi di essenze aromatiche che impregnano l’aria di ognuno di questi. Entrare e camminare attraverso l’intricato reticolo di vicoli e stradine nella Città Vecchia significa compiere un viaggio indietro nel tempo di oltre 3000 anni e poter sentire, comprendere, vedere, e (quasi) toccare con mano i contrasti di questa “Città Santa”, presenti in ogni angolo, nascosti dietro ogni spigolo o nel buio di portoni di cui non s’intuisce il fondo. La matrice antropica di questi quartieri è esistita per millenni rappresentando – fino al 1860 – la massima estensione dell’intera area urbana. Le mura che la circondano furono erette, nel 1538, dal sultano Solimano il Magnifico con l’intento di proteggere il perimetro della città. Contesa dai diversi conflitti che l’hanno accompagnata per secoli, la Città Vecchia di Gerusalemme è la zona più bella e intrigante della capitale israeliana.

Andando a conoscere più da vicino questi quartieri, scopriamo il “Quartiere Armeno” situato nella parte sud-occidentale della Città Vecchia. Esso è il più piccolo dei quattro e contiene il minor numero di residenti. La maggior parte del quartiere è costituita da un’area privata chiusa di proprietà del monastero armeno e circondata da mura. Per intuizione emotiva lo considero il quartiere più “tranquillo”, con circa 500 membri, ed è anche il meno conosciuto, pur essendo presente nella Città Santa da secoli. Qui è possibile scoprire la bellezza delle interessanti botteghe artigianali di ceramica, del legno scolpito, dei vimini, delle cantine, oltre a piccole cappelle e musei sulla storia degli armeni in città. C’è poi il “Quartiere Cristiano” ubicato nella parte nord-ovest della Città Vecchia. Il quartiere ospita la Chiesa del Santo Sepolcro, uno dei luoghi più sacri della cristianità mondiale. Esso si estende tra la Porta di Damasco, la Porta Nuova e la Porta di Giaffa, ed è il secondo più antico della città. Attraverso il reticolo delle sue stradine molti pellegrini iniziano la Via Crucis seguendo i passi e le tracce del passaggio di Gesù, arrivando al tesoro del quartiere cristiano: il Santo Sepolcro.

La Basilica è il luogo più sacro per i cristiani ed è uno dei monumenti più visitati di Gerusalemme. Il quartiere cristiano è la zona più visitata della Città Santa, un crogiuolo di commercio, cibo da asporto e spiritualità. Entrando nella Città Vecchia attraverso la Porta di Jaffa, si percorre una lunghissima e stretta via in discesa dove si sussegue un’infinità di botteghe e negozietti che propongono chincaglierie, souvenir e tanto altro ancora di ogni genere. Questa via conduce alla Chiesa del Santo Sepolcro, il luogo più sacro per i cristiani. C’è poi “Quartiere Ebraico” che si espande nella parte meridionale della Città Vecchia abitato per secoli da Ebrei. Il quartiere ebraico fu distrutto durante la guerra del 1948 ma ricostruito dal governo israeliano dopo il 1967. Entrando dalla Porta del Letame, il quartiere ebraico è la parte più elegante della zona fortificata. Le sue vie sembrano immerse in una calma e una tranquillità interrotte solamente da qualche ebreo ortodosso (riconoscibili per il particolare abbigliamento) che avanza di fretta, schivando turisti e pellegrini. In esso sorgono numerose sinagoghe e yeshivah (scuole dedicate allo studio della Torah).

Il tracciato urbano del quartiere ebraico evidenzia lo stile romano di Gerusalemme. Sono ancora ben visibili alcune colonne originali che segnano l’inizio del “cardo”, antica via commerciale romana su cui prospettano gallerie d’arte, negozi e appartamenti. La maggior attrazione resta il celeberrimo Muro del Pianto (chiamato anche Kotel) gremito di fedeli ad ogni ora del giorno e della notte. Vicino ai resti del secondo tempio di Gerusalemme, si possono ascoltare ogni giorno le orazioni di migliaia di ebrei raccolti in preghiera. Al di là di questo muro si erge “Haram esh-Sharif” (recinto del nobile santuario) o Monte del Tempio, ancor più noto come Spianata delle Moschee, luogo di culto da sempre conteso dalle tre principali religioni monoteiste, laddove si erge la scintillante Cupola della Roccia sacra ai musulmani. Il quartiere ebraico è senz’altro il più ortodosso e conservatore. Scopriamo, infine, il “Quartiere Musulmano” collocato nella parte nord-est della Città Vecchia, è il più grande, esteso e popolato dei quartieri con residenti principalmente musulmani. Esso occupa l’area dietro al Muro del Pianto fino alla Porta di Erode (raggiungibile anche dalla Porta dei Leoni o dalla Porta di Damasco).

Al suo interno scorre la Via Dolorosa (la Via Crucis), luogo di pellegrinaggio cristiano, così come il Monte del Tempio, dove si trova il terzo dei luoghi sacri dell’Islam, ovvero la Cupola della Roccia. Perdersi attraverso gli stretti e labirintici vicoli si rincorrono gli aromi delle spezie e del caffè, gli echi del suq e la varietà di merce esposte sulle bancarelle, i sapori delle tisane e gli intensi fumi dei narghilè ove primeggiano bellissimi tappeti, stoffe multicolorate, succhi di frutta appena fatti, oggetti di antiquariato e cibo da strada dai molteplici gusti, praticamente… di tutto! Vicoli e stradine sono sempre piene di vita praticamente a qualsiasi ora del giorno. Anche se appare caotica, trafficata e – solo in apparenza – sporca, è proprio per questo che è la più viva ed animata; stracolma di negozietti di souvenir di vario genere ed oggetti religiosi: dai presepi in legno d’ulivo ai crocifissi in plastica. Prossimamente cercheremo di illustrare e trasmettere quali (e quante altre) sensazioni ed emozioni sono ancora possibili vivere, scoprire e comprendere nella monumentalità e della sacralità dei suoi luoghi più importanti.

PS… viste le recenti escalation della ripresa di attentati e violenze tra fazioni musulmane ed ebraiche che coincidevano con la chiusura della Spianata delle Moschee e la ricorrenza dello Sabbath, non ci è stato possibile accedere e godere delle bellezze e delle meraviglie che questo luogo suscita. Vorrà dire che ritorneremo qui, ma… in tempi più tranquilli! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Le “Bolle della MALVIZZA” (sul confine apulo/irpino): quella Taverna alle soglie dell’Inferno…!

Camminando lungo quel tratto del Regio Tratturo (antica via delle greggi) “Pescasseroli/Candela” agli estremi confini settentrionali dell’alta Irpinia e con la Puglia, sorge una masseria (Taverna) che s’apre lungo orizzonti e paesaggi che si perdono a vista d’occhio. Nelle vicinanze ha luogo l’inconsueto “fenomeno” naturale di una pozzanghera di fango ribollente (fenomeno non a carattere vulcanico) che emana gas solforosi: un luogo che fin dall’antichità è stato identificato come la “PORTA degli INFERI”… I panorami cominciano ad aprirsi e i campi di grano e tabacco ammantano di gialloverde l’intero orizzonte; si risale lungo la polverosa pista, praticamente una variante che scorre nelle vicinanze del Regio tratturo, che attraversa terreni aridi e spogli, ricolmi di siepi e cespugli fino ad incontrare i ruderi (gruppo di edifici, case, torri e masserie) di quello che una volta era l’antico Villaggio della MALVIZZA, in un luogo che era punto cruciale di antiche arterie e sentieri, tutti di fondamentale importanza per il transito e i collegamenti tra la Campania e la Puglia.

Il Tavoliere è vicino tra dolci alture e vallate incise da corsi torrentizi; la pista sfiora una prima masseria con Torre (colombaia) e una seconda masseria, Stiscia, con cappella privata di San Gaetano (del 1797) non più agibile. Subito c’è l’edificio più grosso della contrada: la Taverna del Duca, un imponente caseggiato del ‘600 capace di ospitare numerose persone e bestiame al seguito (cavalcature e greggi), sorto proprio lungo il tratturo Castelfranco-Montecalvo. Alla Malvizza la pista incrocia la rotabile che dalla Valle del Miscano conduce a Ginestra degli Schiavoni e a Castelfranco in Miscano. Si continua su una pista larga 40 m; al centro di questo è collocato un pozzo per la raccolta d’acqua, utile per dissetare greggi e pastori, formato da grossi blocchi di pietra sistemati in cerchio. Chi ripercorrere a piedi l’itinerario del Tratturo Regio, non può non imbattersi in uno degli spettacoli della natura più incredibili, insoliti e misteriosi che si possa capitare di assistere. A poche centinaia di metri dall’incrocio, verso oriente si estende, quasi improvvisa, un’ansa argillosa ricoperta di fango grigio al centro della quale si aprono piccole pozze ribollenti, poste al di sopra di rigonfiamenti craterici.

Qui la pista sprofonda nel più arcano dei silenzi: nessun uccello in volo, le cicale zittiscono, il vento cala ed ecco comparire, ai margini di uno steccato quasi dal nulla, l’enorme pozza della Mofetta con le sue “bolle” (piccoli crateri di superficie non di origine vulcanica) che vomitano, a intermittenza, un continuo ribollire che eietta gorgoglii fangosi di acqua mista a gas. Questi laghetti fangosi, indicati dai locali come le “Bolle alla Malvizza”, sono un luogo denso di significati (allegorici, scientifici, fantastici) e ricco di fenomeni naturali la cui credenza popolare offre spunti e leggende su cui tramare qualsiasi racconto terrificante. Narra un’antica leggenda che un oste della Taverna, al passaggio dei viandanti lungo il tratturo, dava da mangiare nella sua osteria carne umana; saputo ciò, Satana fece sprofondare l’osteria considerandola una sua pericolosa concorrente, dando così luogo a questo fenomeno eruttivo. L’intera area viene interessata da esalazioni metanifere cioè, nel sottosuolo di questi appezzamenti di terreno vi sono (a decine di metri di profondità) profonde cavità contenenti enormi quantità di gas metano per cui questo, quando s’incanala per trovare l’uscita, viene a contatto con l’acqua e raggiunge la superficie attraverso le bolle.

Le pozze indicate come “Bolle” non sono altro che piccoli crateri dal diametro di 50 – 60 cm, i quali non sono altro che sfiatatoi naturali soprannominati – da tempo immemore – dalle popolazioni locali anche come la “Gola di Satana”; non a caso sono state riscontrate, in passato, anche la presenza di numerose carcasse di animali (qualche capra e mucca) che si sono avvicinate troppo respirando le esalazioni prodotte dal fenomeno. Porre i piedi nelle vicinanze di queste bolle è sconsigliabile tranne se si è esperti studiosi del fenomeno e/o accompagnati da qualcuno delle vicine masserie della zona. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Le antiche “industrie del cotto” a Salerno (tra Ogliara e Rufoli): come plasmando la materia essa… diventa arte!

Le colline a nord di Salerno, quelle che si espandono nella valle del rio Grancano (affluente del fiume Irno), tra le pendici del monte Stella a nord e le alture di Giovi a sud, hanno ospitato – per secoli – le antiche fabbriche per la produzione artigianale del cotto, in special modo, manufatti in creta per piastrelle e rivestimenti (di pavimenti o tegole per coperture). Le famose “quadrelle” in cotto, in tutte le possibili sfumature cromatiche che vanno dal giallo paglierino al rosa tenue, sono presenti nelle più belle case del mondo, negli antichi palazzi di pregiato valore storico e nei giardini di ville e masserie d’epoca. L’argilla, direttamente estratta dalle vicine cave, è stata per secoli l’elemento fondamentale per quest’attività produttiva a carattere – principalmente – artigianale.

La fortunata combinazione di elementi presenti in natura quali l’acqua, l’argilla, il fuoco e il sole, ha fatto sì che questa materia grigia (l’argilla), estratta dalle diverse cave naturali presenti nella zona, di incrementare la produzione e il commercio di questi particolari manufatti richiesti – soprattutto – per l’edilizia residenziale di un ceto alto borghese e di ville o palazzi gentilizi sparsi per il mondo. Sono ben note le produzioni del cotto che caratterizzano la zona, sapientemente illustrate dalle maestranze locali le quali perpetuano un’arcaica tradizione con produzioni artigianali di pregiato valore artistico e, spesso, anche decorativo. Ma ciò che risulta essere il motivo dominante della conoscenza di queste antiche fabbriche e i loro dintorni sono, la presenza di quelle che erano le antiche fornaci per la lavorazione/produzione delle forme.

Andare alla scoperta e alla conoscenza di queste fabbriche – spesso gestite a carattere familiare – e dei manufatti che esse producevano è – soprattutto – riuscire a “ricostruire” quel simbolico percorso che per secoli ha compiuto la creta dalle cave di estrazione dell’argilla fino alle fornaci delle botteghe artigiane dove il prodotto, modellato, veniva tramutato, successivamente, in terracotta. In un orizzonte costellato da rilievi montuosi, boschi e campi, con rivoli fluviali a carattere torrentizio tra anse e meandri e terreni sapientemente coltivati a orto e distribuiti a frutteti, vigneti e uliveti, sorgono casali e masserie lungo le principali arterie: ampi slarghi interni con il forno esterno, le scale, gli ambienti sottani (comunemente usati come spazio del lavoro: la bottega) e quelli soprani (raramente usati come abitazione: residenza stabile).

La presenza di particolari elementi espressi in natura quali l’acqua (leggibile attraverso le fontane, i pozzi, il fiume), il fuoco (chiaramente visibile attraverso fornaci, focolari e forni) e i percorsi (riscontrabili negli antichi ponti, nelle rampe o – più semplicemente – nelle stradine acciottolati) concorrono, tutti insieme, a definire e rafforzare, come varchi di comunicazione, i tre elementi degli orizzonti basso-medio-alto: ctonio, terrestre, celeste. Da alcuni scavi archeologici eseguiti negli anni ’60 in località Fratte (a nord di Salerno), sono stati rinvenuti, oltre a reperti etruschi e sanniti, anche reperti risalenti ad epoca romana. Tra quelli d’epoca romana, è stata rinvenuta una fornace con accanto alcune vasche e pozzi che fanno pensare ad un complesso sistema idrico utilizzato per una fervida attività artigianale ed in particolare per la lavorazione dell’argilla.

Fratte, Ogliara, Rufoli sono tre casali uniti dalla diffusione dell’arte del cotto. Questa ipotesi è rafforzata dal fatto che, come riporta Andrea Sinno in “Economia sec. XIII – XIV”, “una grossa tegola di argilla, asportata da una tomba romana, mi rivelò, vari anni or sono, il nome del fabbricante, avendo sulla faccia inferiore impressa una stella e accanto la parola Rufus, nome, che ricorda un’antica famiglia romana da cui, forse, il villaggio suddetto ebbe i natali.” Fino alla metà del ‘900 operavano in Rufoli 8 fornaci: De Maio, Soriente, Della Rocca, Ventura, Barra, De Martino, Di Giacomo (2). A tutt’oggi sono ancora funzionanti le fornaci De Martino e Ventura (acquisita dai De Martino); le altre, invece, sono state abbandonate da tempo. In particolare, la fornace Della Rocca ha funzionato fino al sisma del 1980 mentre la fornace De Maio ha funzionato fino agli inizi del 2000.

Di tutte le altre fornaci che erano presenti in zona oggi, purtroppo, sono ancora ben visibili i ruderi di quelle che un tempo erano le vivaci fabbriche che davano lavoro a intere famiglie della zona; oggi, invece, versano tutte in un totale stato di degrado e di abbandono. Solo del rudere della fornace Barra non vi è più traccia in quanto il sito è stato oggetto di riqualificazione e trasformazione urbanistica. Un interessante progetto, sarebbe quello di inserire (e poter offrire) – a chi giunge a Salerno per la prima volta – la possibilità di compiere un percorso storico e culturale che toccasse i principali siti ove giacevano le antiche fabbriche per la produzione del cotto artigianale. Oltre al Museo della Ceramica, già presente ad Ogliara, creare un itinerario che dal centro della città collegasse le frazioni (e i casali) a nord di Salerno… è possibile! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Un Parco, quattro stazzi, l’immenso… da Passo Godi un “circuito” nel cuore dell’Abruzzo!

La libertà di andare oltre… senza confini di tempo e di spazio in territori ove gli orizzonti non sono mai uguali e dove i tramonti restituiscono arcane sensazioni di fascino, mistero e curiosità: il sentiero è un amico… il vento, altro non è… che il suo respiro! Mettersi in cammino sulla pista, due gambe e macinare chilometri di sentiero (ora su roccia, ora su pista erbosa); ha inizio così l’intrigante fascino di un’avventura nel cuore del Parco ricca di scoperte, di emozioni e di libertà. Due pedule che “mordono” la traccia o che sfiorano appena i bordi di balconate panoramiche mozzafiato, conducono in ambienti remoti così densi di profumi a noi oggi sconosciuti, intrisi da odori mai saggiati e da suoni mai ascoltati: la Natura dell’Abruzzo, insomma! Irreali paesaggi d’alta montagna con cieli tersi e senza confini; gli scarponi che si alternano senza interruzione dal prato erboso alla nuda roccia. Pace, silenzi, profumi, circondati solo dall’immenso…!

Cerchiamo di ascoltare le autentiche sensazioni di una natura che sussurra la sua continua presenza attraverso i soffi del vento. Dalle rupi appenniniche, passando dalle aspre e possenti giogaie della Marsica, le nude creste del Gran Sasso fino alle incantevoli dorsali della Maiella e gli intensi profumi della macchia mediterranea: pensavamo di conoscere i profili dell’Abruzzo in tutta la sua completezza; non pensavamo di poterlo scoprire fino in fondo scarpinando su e giù per i suoi monti più selvaggi, tra il passo Godi e le cime della Marsica! Quel che si propone è un itinerario particolarmente interessante per gli ambienti selvaggi che si attraversano e il delicato ecosistema floro/faunistico che si va a conoscere; con splendidi panorami che s’aprono per 360° su tutto l’orizzonte del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Un bellissimo cammino in quota che si svolge tra ampi paesaggi, faggete d’altura e la riserva integrale in cui è possibile ancora scorgere la “presenza” dell’orso marsicano; laddove gli escursionisti che da quassù transitano, in punta di piedi e senza mai scostarsi dalle principali tracce dei sentieri segnati, non turbano affatto l’equilibrio di quei pochi esemplari di cui sono ancora possibili individuare le tracce lasciate sulle cortecce degli alberi, oppure le pesanti impronte lasciate nel fango lungo la pista.

Dal passo Godi (1547 m) ha inizio un facile percorso in falsopiano con scenari sulla valle del Tasso, verso N. Continuando sulla pista in discesa (panorami sulla Serra Capra Morta), si procede fino a giungere in vista dello stazzo di Ziomas (1583 m). Caratteristica di questi stazzi (o jazzi) d’alta montagna è la loro peculiare struttura capace di asservire a molteplici funzionalità. Solitamente un unico vano (in pietra grezza) al cui interno c’è il ricovero per i pastori transumanti e in un angolo, oltre al focolare, il giaciglio per gli animali; usato spesso durante l’estate, all’esterno è sempre presente un recinto squadrato fatto con pietre calcaree e sistemato con pali e recinzioni alte (a “prova” di orso marsicano in cerca di facili prede). La pista, dopo forti acquazzoni, offre la possibilità di scorgere le impronte lasciate dal lupo nel fango che corre alla caccia di cervi o cinghiali. Continuando sulla sterrata che sale e attraversa la Serra Ziomàs, a un bivio si ignora la traccia che scende a destra e si prosegue fino a un successivo bivio.

Si prende a destra, fino a giungere a quota 1735 m ove la pista aggira il Campitello, un altopiano che racchiude il Ferrojo di Scanno (altro stazzo). Raggiunto il versante E del Campitello (1715 m) si abbandona la pista e si sale (W) per un vallone fino a un valico (1957 m) ove s’aprono scenari paesaggistici su creste esposte e doline interne ricoperte da prati ove si raccoglie un particolare tipo di verdura selvatica (orapi) molto usato nelle pietanze della cucina locale; giù in fondo alla conca i ruderi dello Stazzo Vado di Corte (1900 m). Il sentiero riprende (direzione NNE) fino all’orlo di una balconata che s’apre su ampi orizzonti. Da qui si scende attraverso un suggestivo scenario ambientale, quasi lunare, fino all’altopiano di Camporotondo (1700 m, altro stazzo) racchiuso come un anfiteatro naturale in un paesaggio dominato solo dai silenzi. Si esce dal campo (verso E) attraverso copiosi boschi (cerreta e faggeta). La pista scende ancora fino al termine del bosco; poi esce all’aperto con panorami mozzafiato fino a Scanno, e risale fino a lambire le Serre di Ziomas, in alto a dx, fino a ritornare (1617 m) su quella fatta per l’andata. Si prosegue nuovamente verso lo Stazzo Ziomas, lasciandoci alle spalle un autentico paradiso della montagna, ripercorrendo l’itinerario fatto per l’andata. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

“CARÚ CU BERE” (Romania)… l’Anima di Bucarest!

Siamo a Bucarest (in Ungheria), una delle capitali più vivaci e caratteristiche dell’Europa. Qui non ci si stanca mai, è difficile annoiarsi, soprattutto se si compie un viaggio alla scoperta e conoscenza dei posti più insoliti di questa terra (antico granaio romano); ma se dopo tanto camminare si desidera una buona birra, CARÚ CU BERE e il luogo ideale. É talmente così affollato che risulta essere sempre pieno di gente (turisti e comitive di gitanti per la maggior parte); per cui bisogna necessariamente prenotarsi in tempo, ma se si desidera soltanto gustare della buona (e tipica) birra della tradizione/produzione locale, l’accesso è consentito soffermandosi – principalmente – al “quadrato” del bancone centrale.

Uno dei locali (ristorante, cantina e birreria) più iconici della Romania e del centro storico (LIPSCANI) della capitale Bucarest. Il “Carro con Birra” questa la traduzione del nome che indica il locale, nel centro della città, in un edificio storico. Gli interni della birreria sono tutti arredati in legno; anche se affollato e caotico l’ambiente è piacevole, festoso e coinvolgente. Un arredamento senza tempo, un intrattenimento non invasivo ma caratteristico, sorseggiare una birra e guardare il mondo che passa all’interno di questo locale, è un ottimo modo per trascorrere qualche ora del giorno. Una buona selezione di cibo rumeno dal servizio cordiale e cortese; non sembra una trappola per turisti, comunque è una buona esperienza.

Carù cu Bere è stato (e lo è tutt’ora) il simbolo della città vecchia di Bucarest, essendo il luogo di incontro preferito sia dalla gente del posto che da chi visita la città per la prima volta. Già nel 1871 tale Ion CĂBĂŞANU di Ardeal, fondò una birreria chiamandola “CARUL CU BERE”, affidandone in eredità la produzione e il commercio della birra a due suoi nipoti. La sua è una storia lunga oltre 140 anni, una sorta di spazio/temporale che si respira all’interno di questo locale; una storia che ha avuto inizio dai fratelli MIRCEA, di cui Nicolae (il fondatore “mastro birraio” e nipote di Ion) ha trasmesso in eredità questo storico edificio – uno tra i più leggendari luoghi di ristoro al mondo – nel cuore di Lipscani (Bucarest).

Lo storico edificio fu costruito in stile neogotico, esso presenta un seminterrato (che accoglie cantine per botti di vino e birra); un piano terra rialzato riccamente decorato con pitture, vetrate che raffigurano personaggi storici della città e della locale tradizione birraia, mosaici multi-cromatici e pannelli in legno finemente intagliati; due piani alloggi e un’ampia soffitta. Molti sono gli eventi che si susseguono durante l’anno all’interno di questo edificio storico, ma quello che colpisce di più è il totale coinvolgimento offerto da ballerini e musicisti che si cimentano in danze tipiche (dai tradizionali costumi) della cultura popolare rumena, invitando – di volta in volta – anche i commensali – ad unirsi al ritmo dei passi e delle note.

Appena varcati l’ingresso il locale stupisce per la sua bellezza artistica, architettonica e decorativa; una antica locanda che sembra essersi fermata nel tempo; interno caratteristico, dall’atmosfera un po’ buia, ma perfettamente in linea con lo stile di una taverna tradizionale rumena che offre spettacoli di danza tipica che vengono proposti nel salone principale. La particolare atmosfera che si respira nel pub più antico di Bucarest, rende la permanenza molto piacevole e interessante. Ciò che lo sguardo subito cattura sono la bellezza dei suoi ambienti in cui i materiali costruttivi (e gli arredi che si rincorrono offrendo spazi ed angoli davvero suggestivi) e decorativi si intersecano in un gioco cromatico che rende tutto unico.

Se siete a Bucarest e non passate – anche solo dall’estero – a godere della bellezza, almeno espressa dalla facciata, di questo edificio storico (Patrimonio UNESCO), allora non potete dire di aver conosciuto l’anima più iconica della Bucarest di un tempo. Un posto bello, autentico, divertente, dove la birra e i sapori di una volta sono “perle” dell’ospitalità locale. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)  

Sant’AMBROGIO (Montecorvino Rovella, SA) al Rienna e i “suoi 4” santi Longobardi: Ambrogio, Gervasio, Protasio e Simpliciano!

Tra fascino e mistero, oggi vi porto alla scoperta di un luogo fuori dal tempo… Cosa hanno in comune i nomi di questi quattro santi: Ambrogio, Protasio, Simpliciano e Gervasio… tutti santi longobardi di “matrice nordica”? Il fatto di essere una tra le più interessanti testimonianze di fede, di culto e di espressione artistica della massima espansione della “politica papale” Longobarda nelle terre a mezzogiorno della penisola ma – principalmente – per osteggiare l’espandersi dell’ortodossia del culto bizantino in queste contrade del sud! Siamo alle pendici meridionali dei monti Picentini, gruppo orografico che scorre lungo i confini tra le provincie di Avellino (a nord) e Salerno a Sud e, precisamente, in territorio di Montecorvino Rovella. Dalla periferia occidentale della località s’aprono vedute paesaggistiche che cominciano ad allargarsi con ampi orizzonti e i campi coltivati (o seminati) che assumono sempre di più l’aspetto di autentici tappeti; appezzamenti che rinnovano i propri cromatismi con lo scorrere e l’alternarsi delle stagioni.

Case sparse, per lo più fattorie o masserie, sono comparse negli ultimi anni (o, comunque, ristrutturando il già preesistente) un po’ dappertutto, nascoste dai frutteti o avvolte dagli uliveti. É, questa, la distribuzione del caseggiato a carattere sparso, che caratterizza quest’area estesa tra Giffoni e Montecorvino i cui punti di riferimento sono le pendici meridionali dei Picentini a N e i modesti rilievi del monte Roma e del monte Nebulano a S, che si rifà, grosso modo, a quello che in antichità era l’assetto territoriale di queste zone. Probabilmente lungo i declivi esistevano più “curtes” tra loro confinanti le quali, certamente, appartenevano a più gruppi di persone accomunate da saldi vincoli di parentela che permettevano, attraverso donazioni e lasciti, la creazione e l’inserimento nel territorio di beni e proprietà ceduti a chiese e monasteri. Tra i rappresentanti di queste nobiltà locali di un tempo potrebbero essere individuati i mandatari – o i fondatori – che pensarono di edificare e istituire un luogo di culto dedicato a Sant’Ambrogio; numerosi studi ipotizzano l’eventualità di una fondazione a carattere prevalentemente privato.

Da Montecorvino la strada continua a scendere in forte pendenza fino a quando, tra i noccioleti che compaiono sulla destra, non compare una sbarra: questo è il viottolo che permette l’accesso alla bellissima Chiesa (“oratorio” d’origine Longobarda) di Sant’AMBROGIO. Ci troviamo (158 m) in quella che è la contrada Marotti, lì dove s’apre un’ampia valletta ricca di vegetazione e in cui scorrono le fresche acque del torrente Rienna, un ruscello (fino a qualche tempo fa ricco anche della presenza di anfibi) che s’insinua tra i folti canneti, i profumati meleti, gli argentei uliveti e i copiosi noccioleti. Alla fine del ‘900 questa si presentava come un enorme ammasso di ruderi, blocchi di pietre interrati sotto uno spesso manto di cespugli, seminascosti tra i rovi e la vegetazione arbustiva. Per lunghi decenni in molti credevano che quella che si presentava come un rudere, al cui interno – durante lo scorrere del tempo – era cresciuto un enorme albero, fosse un romitorio o una struttura abbandonata. Una volta appurati che si trattava di una chiesa (probabilmente sconsacrata!) con l’intervento di restauro architettonico operato dalla Soprintendenza, l’antico edificio è ritornato nuovamente al suo antico splendore artistico e di culto.

Ma perché in tanti hanno sempre creduto che questa chiesetta fosse sconsacrata? Un monsignore ci ha spiegato i termini per cui un edificio perde la sua sacralità. Due sono gli elementi: 1) all’interno della struttura viene commesso omicidio, e quindi spargendo sangue; 2) oppure, sempre nel luogo dedicato al culto, vengono evocate – tramite rituali occulti – le forze del male con riti satanici e/o sedute spiritiche. Cose, queste, che per Sant’Ambrogio non sono mai successe; l’edificio – com’era comprensibile – durante il corso dei secoli è stato poco alla volta abbandonato dagli ultimi monaci che ne mantenevano il culto! Oggi, dopo gli interventi di pulizia, di recupero e di ripristino attuati dai giovani volontari e studiosi del patrimonio storico, artistico, ambientale e culturale del luogo (l’Archeoclub), si è giunti ad un accurato restauro architettonico che ha restituito l’antico luogo di culto ai suoi remoti splendori, tant’è che nella primavera del 2000 il suo interno ha rivissuto, dopo un buio durato per lunghi secoli, nuovamente la sua originaria funzione di “luogo sacro” con la celebrazione di alcuni sacramenti relativi a un battesimo e a un matrimonio.

Al suo interno c’è l’abside con uno splendido affresco raffigurante la Madonna (al centro) seduta in trono (tipica del Synthronos d’origine bizantina) con ai lati quattro figure di Santi – tutti milanesi – riconoscibili in Ambrogio, Gervasio, Protasio e Simpliciano. Quest’ultima è la straordinaria testimonianza (se non addirittura l’unica) di come i Longobardi non solo scesero per conquistare il meridione italico, ma che con la loro venuta contribuirono, senz’altro, a lasciare alcuni indelebili segni della loro particolare cultura e della loro profonda fede religiosa con l’erezione (e la dedicazione) di questo tempio a Santi e Beati di origine “nordica”. Ripercorrendo, infine, lo scorrere del tempo che ha segnato lo sviluppo e la presenza di S. Ambrogio in questi territori si può, in base a ricerche effettuate dagli studiosi, determinare che l’impianto della Chiesa è da porsi entro il X secolo e restò operante come luogo di devozione fino agli inizi del XII secolo il cui culto – di pura matrice milanese – così come espresso nel ciclo delle pitture interne alla chiesetta sul Rienna, fu la sintesi di una intensa maturazione religiosa e politica, risalente alla prima metà del IX secolo tra l’azione politica messa in atto dai Carolingi d’intesa coi prelati d’origine franca.

La chiesa, si ritiene che venne costruita (a nobo fundamine) nel X secolo, in una zona pianeggiante nelle vicinanze di un piccolo corso d’acqua, il Rienna e in un territorio che la geografia del tempo indicava come in finibus stricturie e che oggi è l’odierna contrada S. Ambrogio tra le località di Marotti (a N) e Curriano (a S). Concepita come un oratorio all’interno di una corte, ben presto il suo ruolo – mirato alla cura delle anime – riuscì ad assecondare le esigenze dei coloni che da essa dipendevano. Il lungo scorrere del tempo ci conduce al XVI secolo, periodo in cui l’oratorio ambrosiano perde la sua importanza di luogo di culto della zona, un territorio esteso tra i contadi di Montecorvino e di Giffoni. Strategicamente era collocato al centro (quasi un crocevia) di importati vie dell’epoca quali la Via que pergit ad Jufuni a ponente, la Via antiqua que pergit ad Gaurum a settentrione e la Via da la Antennara (Ornito, S. Vittore, S. Ambrogio, Occiano, S. Marco, S. Martino fino a Olevano) che è il tratto che noi oggi conosciamo poiché è la strada che ci porta direttamente a S. Ambrogio. La cura delle anime locali, allora, venne trasferita nella vicina chiesa di S. Maria di Occiano; dopodiché, trascorrono ancora due secoli e una successione di alluvioni, frane, mutamenti dell’assetto geologico e cambiamenti dell’orografia locale, che contribuiscono a far sì che di S. Ambrogio si perdano definitivamente le tracce.

Il ricordo e le testimonianze sono ormai appannaggio solo del muto silenzio che avvolge la località rotto spesso dai vortici ventosi che in questa valletta s’intrecciano, mentre giù, nella contrada a settentrione del Nebulano, tornano nuovamente ad affacciarsi degli insediamenti rurali sparsi a carattere prevalentemente agricolo; nell’area che fu della Chiesa, una casa colonica ospitò un nucleo familiare di contadini durante tutto il corso del XIX secolo. La nostra visita ai luoghi di interesse storico (e non solo) in quello che poteva essere l’antico contado di Montecorvino termina sulla spianata di S. Ambrogio. Vista qui la presenza di un fontanile con acque sempre fresche, per chi è amante dell’escursionismo itinerante è possibile sostare ed – eventualmente – trascorrere un bivacco notturno. Durante la bella stagione, da qui si gode l’emozione nel poter assistere al sole che tramonta dietro l’orizzonte dei profili montuosi caratterizzanti la destra orografica della valle del Picentino. Risulta davvero incredibile, invece, soprattutto in quelle notti senza la Luna, poter ammirare il paesaggio offerto dalla volta celeste, tutto brillo di stelle, che da Sant’Ambrogio è possibile scrutare durante le fresche notti d’estate; tutte le costellazioni sembrano più nitide, mentre l’immaginazione ce le fa quasi toccare con mano. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

AFSLUITDIJK (NL), laddove il senso dell’infinito divide il mare dalla terra…

Il rapporto che gli olandesi da sempre hanno avuto col mare è un legame stretto, fatto di dolori, di sacrifici ma anche di soddisfazioni. Fin dall’antichità le vilente tempeste del nord permisero al mare di allagare l’Olanda, formando così il golfo di Zuiderzee; fu allora che i primi abitanti di queste zone per sopravvivere dovettero prosciugare nel tempo ampie zone di terra e difendersi dalle continue inondazioni. “Dio creò la terra, ma gli olandesi crearono i Paesi Bassi”; non si tratta solo di un antico proverbio ma della realtà poiché gran parte del territorio di questo Paese è stato strappato al mare per opera dell’uomo. Da sempre affascinati di come l’Olanda del nord, quella conosciuta osservando le antiche mappe geografiche che s’affaccia sul mare oceanico, abbia creato una gigantesca opera di ingegneria idraulica per risolvere (ed arginare) il flusso delle acque del mare che inondavano migliaia di metri quadrati di terra rendendo – per secoli – queste aree paludose e improduttive da un punto di vista agricolo. Siamo così andati alla scoperta di un luogo davvero unico: la diga di AFSLUITDIJK che in olandese significa “diga di sbarramento”, è stata costruita in 6 anni di duro lavoro, fra il 1927 e il 1932; lunga ben 32 km e larga 90 metri, si trova a un’altezza di 7,25 metri sul livello del mare.

Il territorio dell’Olanda è in buona parte al di sotto del livello del mare. Ed è sempre stato per questa ragione che, in passato, l’area era spesso soggetta ad inondazioni. Nel periodo compreso fra l’800 ed il 1300 il clima globale divenne più caldo, le cui temperature contribuirono ad un notevole innalzamento del livello del mare. Così il lago situato al centro del Paese poco alla volta si unì al mare, dando così vita a quello che sarà chiamato il “Southern Sea”. Fu grazie allora a questo fenomeno che Amsterdam, prima centro cittadino di poca rilevanza, si trovò – col passare del tempo – in una posizione privilegiata per diventare un luogo centrale per le tutte le attività economiche del Paese. Chiunque giunge quassù per la prima volta si trova ad assistere a una delle opere di ingegneria idraulica più imponenti al mondo. Una diga costruita nella prima metà dello scorso secolo; un imponente sistema di terrapieni, briglie e captazioni per il deflusso delle acque che permette a una parte del paese di non finire sotto il livello del mare. Molti visitatori decidono di viaggiare fino a qui solo per vedere quanto sia impressionante quest’opera umana. Un incredibile sistema di chiusure, dislivelli controllati ed opere idrauliche che consentono di controllare (e monitorare) il livello dell’acqua, regolando le esigenze dell’agricoltura e della protezione dei villaggi sorti lungo la costa.

La diga/ponte unisce i due estremi di un immenso golfo, quello di DEN OEVER, nella provincia dell’Olanda Settentrionale e ZURICH, nella provincia della Frisia. Percorrendo la diga, a circa 6 km di distanza da Den Oever si incontra una prima area di sosta in cui la statua del progettista – l’ingegnere Cornelis – porge il benvenuto. L’Olanda ha da sempre avuto uno stretto legame con l’acqua; tutto il suo territorio è un affascinante paesaggio creato da fossi, navigli, canali, laghi e fiumi. Quasi un terzo del paese si trova sotto il livello del mare; se I Paesi Bassi non avessero creato un sistema di protezione dall’ acqua, creato dai mulini, le stazioni di pompaggio, i polder e le dighe, adesso tutto il territorio sarebbe sommerso. La diga Afsluitdijk, ha permesso di creare quella che oggi è un’intera provincia del Paese (FLEVOLAND), prosciugando terreni prima sommersi dal mare. Questo, all’inizio del ‘900, permise ai Paesi Bassi di diventare importanti esportatori di prodotti alimentari. La diga collega le province Frisia ed Olanda Settentrionale. La sua realizzazione non è solamente un’incredibile opera ingegneristica, ma anche un fattore importante del cambiamento della flora e della fauna locali; una infrastruttura che incide molto sulla mobilità urbana tra il nord e il sud del paese. La diga è la concretizzazione dell’ingegno umano e delle azioni che la società compie per l’adattamento della natura.

Attraversare a piedi qualche chilometro di questa lunga “highway sea” è un po’ come vivere – attraverso un colpo d’occhio davvero unico – la dimensione di immenso; una vasta distesa d’acqua da entrambe le parti, con la diga che scorre, infinita… una impressione davvero bellissima! Camminare lungo questo terrapieno è una incredibile emozione; se c’è vento sferzante, bisogna prestare molta attenzione per le incredibili folate che giungono da nord e per l’improvviso calo (anche in estate) delle temperature! Verso il centro della diga è possibile salire sulla torretta del punto panoramico da cui poter ammirare dall’alto (10 metri circa) il dislivello ben distinguibile che c’è tra il Mare del Nord ed il “lago” (Ijsselmeer) che si è creato verso l’interno. Questa incredibile opera ingegneristica lascia a tutti quel senso di stupore e meraviglia; da una parte (verso nord) l’acqua salata dell’Oceano Atlantico, mentre dall’altra l’acqua dolce con un dislivello – ben visibile – di 4 metri. Tutto questo lo si può notare fermandosi a circa metà della diga dove c’è un monumento e la passerella che consente di attraversare l’autostrada e poter ammirare sia il capolavoro che l’immensità dell’orizzonte. Quest’opera riassume in sé la forza espressa dalla natura e quella generata dalle maree, elementi che gli olandesi, nel corso dei secoli, sono riusciti a domare con grandi energie e sacrifici.

Oggi la struttura funge anche da autostrada e pista ciclabile, con alcuni locali e monumenti posizionati lungo il percorso. La prima considerazione che viene in mente a chi cammina lungo questa autostrada sull’acqua e sale sul ponticello a metà percorso, è questa: la diga separa due mondi d’acqua completamente differenti tra loro; essa resta una delle più importanti opere di ingegneria idraulica mai realizzate dall’ingegno umano nel corso della difesa dei territori contro l’invasione del mare. In questa parte di mondo, quasi come fosse sospesa tra il cielo e il mare, la tecnologia e la natura si sono fuse generando questo grandioso monumento all’operosità e all’ingegno del popolo olandese. Quasi alla fine della diga, poco prima di raggiungere Zurich, si incontra KORNWERDERZAND, piccolo villaggio situato su un’isola artificiale realizzata durante la costruzione della diga, un luogo abitato da una trentina di persone, Qui si trova il Museo delle Casematte, ove è possibile conoscere la storia della battaglia di Afsluitdijk: proprio in questi luoghi, nel maggio del 1940, gli olandesi sconfissero i tedeschi. Una volta giunti al termine della diga, siamo trova nella regione della Frisia. A circa 20 chilometri da Zurich si trova HINDELOOPEN, un piccolo villaggio dove il tempo sembra essersi fermato; qui è possibile assistere al passaggio delle barche dalle chiuse per l’uscita in mare, vedere le donne in costumi tradizionali e poter ammirare l’architettura tipica della zona.

L’Olanda sembra essere una terra completamente piatta e l’appellativo “Paesi Bassi” calza proprio a pennello per questa sua particolarità geomorfologica e orografica. Poter conoscere le sue caratteristiche peculiari che contraddistinguono un paesaggio davvero unico come gli estesi campi di tulipani, oppure le ampie radure ove sono le decine di mulini a vento (che qui, in Olanda, hanno una funzione del tutto particolare!) che caratterizzano canali, paludi, canneti e rientranze d’acqua… e andar via senza aver visto questo spettacolo di terra strappata al mare come la diga di Afsluitdijk, è come se mancasse quella ciliegina sulla torta che rende tutto più dolce, gustoso e coinvolgente; e l’Olanda, in quanto a dolciumi…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)  

ANNECY (F)… la “VENEZIA delle Alpi” tra fascino e leggenda!

Circondata da un’autentica cornice paesaggistica e ambientale giace – tra Svizzera, Francia e Alta Savoia – una città alpina (ANNECY) che sembra essere uscita fuori da una fiaba d’altri tempi e completamente avvolta da atmosfere medioevali. Da molti conosciuta come la “Venezia delle Alpi”, Annecy incanta con il suo reticolo di eleganti case tinte da colori a pastello le cui finestre sono affacciate sui canali alimentati dalle acque del vicino lago turchese circondato da imponenti montagne. Annecy, incastrata in una bellissima cornice paesaggistica, è un gioiello d’arte cultura, storia e natura nascosta tra le Alpi; il suo lago turchese adagiato ai piedi delle meravigliose montagne seduce viandanti e camminatori alla ricerca di scorci suggestivi da fotografare. Essa possiede soprattutto il fascino delle città storiche perfettamente conservate, con il suo patrimonio medievale, i suoi canali che si snodano attraverso il centro, il suo castello e il suo famoso lago. É chiamata anche la “Perla delle Alpi” per indicare il suo imponente patrimonio storico, architettonico e culturale.

Tra canali, strade acciottolate, case color pastello e architettura medievale, il centro storico di Annecy è uno scrigno di tesori nascosti tutti da scoprire con angoli pittoreschi che si susseguono di scorcio in scorcio in cui immergersi per scoprire e conoscere gli aspetti più insoliti e caratteristici di questa città. I suoi vicoli confluiscono tutti verso il Lago di Annecy, una meraviglia naturale costellata dai profili di superbe montagne come quelle del Massif des Bauges sullo sfondo. Ma oltre agli scorci paesaggistici, Annecy colpisce soprattutto per le bellezze incastonate nel suo centro storico. Muovendosi dal lago verso l’interno della città la maggior parte dei luoghi di Annecy è pianeggiante, ad eccezione del Castello, il che consente di poter camminare facilmente potendosi immergere attraverso il reticolo di viuzze e portici del centro medievale; un ricco e intricato insieme di vicoli rinfrescati dai numerosi canali che il fiume Thiou crea e che confluiscono nel lago di Annecy.

Il centro storico della città è una tappa obbligata per chiunque giunga da queste parti. Annecy deve la sua fama di incantevole cittadina alle sue incredibili e pittoresche stradine tutte acciottolate, ai canali che s’insinuano tra gli edifici e al fascino senza tempo che si respira in ogni pietra. Passeggiando fra i suoi vicoli, si compie un viaggio a ritroso nella sua storia, ammirando gli opulenti edifici dai colori pastello, camminando lungo i suoi argentei canali attraverso freschi porticati, ponticelli e angoli nascosti. Nel centro storico di Annecy si concentra la gran parte della brulicante vita della città. La sua parte più antica – quella che si concentra alla base dell’altura da cui si erge il castello – sembra essere uscito da un libro delle fiabe: canali, vicoli dai davanzali di finestre abbelliti dalle fioriture, stradine acciottolate e vivaci piazzette in cui confluisce la gran parte di coloro che visitano questi luoghi; sembra quasi di fare un salto indietro nel tempo.

L’elemento acqua è il principale attrattore di Annecy coi suoi canali che in origine erano tre e svolgevano tutti funzioni distinte: Le Grand Thiou riforniva la città di acqua potabile; il Notre-Dame irrigava i giardini degli edifici religiosi e il Canal du Vassé aveva uno scopo di difesa ed evacuazione di acque di scarico. Oggi questi canali rappresentano una delle caratteristiche più pittoresche della città creando suggestivi angoli in cui poter osservare (quasi vivere) l’atmosfera che si respira tra queste mura. Annecy è resa famosa in tutto il mondo per il caratteristico edificio che compare – come un biglietto da visita – alle porte d’ingresso del borgo antico: “Palais de l’Isle” o “Palais de l’Ile”, il monumento più fotografato della città. Simbolo indiscusso della città esso risalente al 1132, fu costruito su un’isola naturale alla biforcazione delle acque fluviali del Thiou; il palazzetto (somigliante alla prua di una imbarcazione) è un insieme di edifici comunicanti. Insolito edificio d’epoca medievale sorprende per le sue piccole dimensioni ed il suo caratteristico scorcio da cartolina.

Oltre alle varie chiese, cattedrali, torri, giardini, fontane, slarghi, portali e palazzi storici Annecy colpisce, soprattutto, per la sua edilizia urbana, bellissima e intrigante al tempo stesso. Maison de Chamoisy si evidenzia per essere un’abitazione della nobiltà locale tra la fine del Medioevo e gli inizi del XVII secolo. Accedendo attraverso il portale arricchito con modanature quattrocentesche in pietra, si raggiunge a un ampio cortile su cui si affacciano la casa e le strutture di servizio; attraverso un secondo portale, invece, i suoi abitanti riuscivano ad avere anche accesso diretto al fiume. La città, le montagne e il suo lago è anche interessata dal fascino di racconti popolari che narrano di leggende locali e di fantastiche (e immaginarie) creature che si tramandano nei ricordi dei più anziani. Una tra le più conosciute e importanti leggende locali racconta della mitica “creatura” conosciuta come “Dahu“, una sorta di gigantesca bestia che abita le circostanti montagne; si dice che essa abbia una zampa più corta dell’altra, il che le permette di affrontare i pendii ripidi per salire e scendere dalle montagne.

Considerato uno dei più incantevoli d’Europa, il Lago di Annecy è un vero gioiello della natura. Il suo panorama suggestivo e le sue acque color topazio invitano a tuffarsi in un ambiente da cartolina. Se in inverno il lago di Annecy colpisce per la sua atmosfera meditativa, in estate le sue sponde invitano a provare le numerose attività. Altra fantastica creatura leggendaria del lago è la “Fée des Eaux” (o Fata dell’Acqua), che si crede abiti i fondali del lago di Annecy; si dice che essa protegga il lago e i suoi dintorni, premiando chi tratta la natura con rispetto e punendo chi la inquina. Se si è alla ricerca di un luogo ove davvero il relax ha una sua “forma” compiuta, esso è Annecy, nell’Alta Savoia, in Francia. Nota per i suoi canali pittoreschi, gli edifici colorati e l’architettura medievale, Annecy offre una deliziosa miscela di bellezza naturale e fascino storico. Ecco per cui è un borgo che obbliga ad una visita approfondita e ad una piacevole sosta per i viaggiatori in cerca di esperienze memorabili. Il suo centro storico è un labirinto di stradine fiancheggiate da edifici colorati e singolari botteghe, oltre ad essere un privilegiato e ideale luogo per camminare, conoscere… ed esplorare! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

“OVERLORD” il D-Day del 6 giugno 1944: Il “giorno più lungo” sulle spiagge dello sbarco in Normandia (F)

Sono stato in Normandia per una dozzina di giorni ed il mio obiettivo prima della partenza dall’Italia è stato quello di stabilire un insolito itinerario storico-emotivo che mi giudasse, con gli occhi e con la mente, ma – soprattutto – attraversando a piedi quei territori, camminando lungo gli stessi orizzonti vissuti dalle migliaia di ragazzi sbarcati su quelle spiagge, o paracadutati la notte prima, nell’entroterra. Un viaggio nel tempo e nella storia della Normandia, ove tutto ruota intorno a quella gigantesca operazione militare (“Overlord”, il D-Day quel “Giorno più Lungo”) che liberò l’Europa dalle dittature; un interessante vagabondaggio compiuto andando alla scoperta e alla conoscenza della natura, dell’arte e della cultura di questa parte settentrionale della Francia che s’affaccia sul Canale della Manica… Il tutto nel ricordo e nella memoria di quei tantissimi giovani (americani, inglesi, canadesi, australiani, neozelandesi, scozzesi, danesi, norvegesi, francesi…) che sacrificarono la propria vita durante quella notte che cambiò la storia per sempre! Perchè la storia va benissimo studiarla sui libri ed approfondirla, ma quando essa diventa una realtà tridimensionale, assume tutta un’altra visione ed un’atra realtà, credetemi…!

UTAH BEACH, la notte che cambiò il mondo… per sempre! Sorge l’alba proprio dalla spiaggia che per prima fu interessata dalle operazioni dello sbarco in Normandia (il D-Day la più grande operazione bellica della storia), quella ove i primi fanti americani toccarono suolo: Utah Beach. Ma già dopo 30 minuti allo scorrere della mezzanotte tra il 5 e il 6 giugno, oltre 1500 aerei paracadutavano, sulla zona della penisola del Cotentin, migliaia di uomini della 82a Divisione aviotrasportata “Airborne”, che avrebbe preso il borgo di Sainte Mére Eglise, e della 101a Divisione aviotrasportata “Airborne” che avrebbe protetto e reso sicuro i collegamenti tra la testa di ponte di Utah Beach e l’interno. Con lo stesso spirito emotivo ripercorriamo le stesse direttrici compiute dalle truppe americane sbarcate nel settore delle spiagge di Utah. Oggi qui, dopo aver toccato e fatto scorrere tra le dita, la bianca e soffice sabbia della spiaggia, ci incamminiamo verso l’interno superando la gigantesca duna… Allontanandosi dalle spiagge e penetrando verso i territori interni si attraversano ampie zone di “marais” (le complicate paludi in cui molti paracadutisti persero la vita), si supera il cippo marmoreo con statua in bronzo che ricorda le azioni del ten. Winter (protagonista della serie televisiva “Band of Brother“, realmente esistito!) che con gli uomini della 506a “Easy” Company riuscì a mettere fuori combattimento, dopo aver toccato suolo tra le campagne di St. Mére Eglise e St. Marie du Mont, quattro batterie di cannoni tedeschi le cui bocche da fuoco puntavano ad ostacolare le operazioni di sbarco terrestri… Dopo aver attraversato il piccolo borgo di Sainte Marie du Mont, si punta decisamente verso Sainte Mére Eglise ove sbuchiamo al centro di quella piazza (la “piazza del massacro”) immortalata nelle scenografie del più famoso film sull’argomento; una piazza che nelle prime ore del 6 giugno – abbagliata dalle fiamme di un vicino edificio – rischiarò il buio di quella triste notte favorendo la reazione dei tedeschi che annientarono centinaia di paracadutisti ancor prima che questi toccassero terra, ad accezione di un soldato (John Steele) che, durante la discesa, rimase impigliato con il paracadute al campanile della Chiesa di questo piccolo borgo e di cui, ancora oggi, un manichino ne raffigura l’episodio.

POINT DU HOC, quella maledetta scogliera! Se c’è un luogo, in tutta la Normandia che ricordi ciò che avvenne quel 6 giugno 1944 esso è Point du Hoc, trenta metri di ripida roccia diventato, suo malgrado, il promontorio più famoso di tutte le coste francesi. Una falesia che piomba nel mare e caratterizza due scogliere dalle inaccessibili muraglie rocciose. Qui fu allestita la più imponente postazione di batterie di cannoni tedeschi che potevano colpire due tra le più importanti spiagge dello sbarco in Normandia: Utah a ponente e Omaha a levante. Questo fu il luogo che vide l’avvicinarsi delle compagnie del 2° Battaglione degli US Rangers che con scale, corde e rampini avevano il compito (tentando l’impossibile) di scalare la rocciosa scogliera fino all’altopiano e, successivamente, assaltare e distruggere le linee tedesche asserragliate nei bunker in cima.… ai loro occhi si presentò un paesaggio colmo dei crateri lasciati dopo i pesanti bombardamenti dell’artiglieria navale… Oggi qui si respira una sensazione di calma e raccoglimento, il cielo azzurro si unisce oltre l’immenso sulla linea del mare, e le uniche voci che resistono sono quelle del vento e dei gabbiani. Ancora oggi si riesce a percepire quella terribile sensazione di cosa fu l’alba di quel 6 giugno; si rivive drammaticamente quell’ambientazione del tempo: i bunker, le batterie tedesche, i cannoni, il filo spinato, le falesie, il vento che soffia incessante… tutto contribuisce a rendere questo luogo davvero un posto molto suggestivo. Tutta la zona che sovrasta il promontorio e un luogo fuori dal tempo, sembra di essere proiettati indietro di oltre 70 anni: per volere e/o scelta delle autorità locali e militari, l’area è stata lasciata così come si presentava dopo la guerra.

OMAHA (bloody) BEACH… un inferno chiamato MG42, lo sterminio degli US soldier …Poco alla volta ci avviciniamo a quella che, in più di qualche trasposizione cinematografica, è stato il racconto e la narrazione dei fatti svolti e avvenuti qui, in Normandia. Due opere su tutto: come il “Giorno più Lungo” e “Salvate il Soldato Ryan” restituiscono visivamente ciò che realmente è accaduto qui. Il varco di “Dog Green” quel varco aperto dopo estenuanti ore di battaglia su 8 km di spiagge tinte dal rosso sangue degli uomini della 1a e della 29a Divisione di Fanteria Americana che qui, durante la prima ora dello sbarco, dei 2400 uomini che tentarono di mettere piede a terra, più del 50% lasciarono sull’arenile le proprie giovani vite falciate dalle micidiali MG42 tedesche (25 colpi al secondo ad una velocità di 900 km all’ora) praticamente… un autentico plotone d’esecuzione! …Stare qui, voltarsi intorno cercando di capire le varie posizioni dei belligeranti sul terreno; chi difendeva e chi attaccava, vedere coi propri occhi, il solamente intuire, comprendere e conoscere ciò che è avvenuto su questa spiaggia fa davvero rabbrividire. Bloody Omaha (Sanguinosa Omaha) fu definita la spiaggia; oggi sull’arenile dalla sabbia dorata di Omaha è stato eretto un monumento commemorativo intitolato “Les Braves” (i Coraggiosi) composto da tre stele d’acciaio simili a vele spiegate al vento che simboleggiano la speranza, la libertà e la fraternità. A margine della maledetta spiaggia, a pochi chilometri si giunge a Colleville sur Mer ove s’apre la spianata del più grande cimitero monumentale militare di sempre: il Normandy American Cemetery. Al suo interno sono accolte le 9386 croci di marmo di Carrara tutte allineate in geometrica sequenza e avvolte da un impressionante silenzio. Nell’asse del viale centrale s’innalza quel “Muro dei Dispersi”, su cui sono iscritti 1557 nomi di ragazzi mai più ritrovati. Sembra di “vivere” le scene iniziali e finali del Capt. Miller in Save Ryan Soldier; tra i viali un attempato novantenne (sicuramente uno dei reduci di Omaha) a passo lento e dondolante col bastone, accompagnato dalla consorte sono affidati alle amorevoli cure di una guida che illustra loro le bianche lapidi; dal film alla realtà la differenza sembra davvero non esistere! …Non vi sono parole per descrivere questo luogo carico di storia ma, al tempo stesso, che esprime immenso dolore e profonda tristezza. Splendidamente tenuto in ogni cura (il suolo è territorio americano donato dalla Francia) e particolare qui, il silenzio, è d’obbligo; qui giacciono le migliaia di spoglie di coloro che hanno dato la vita per la nostra libertà. La suggestione di questo luogo si esprime anche attraverso i suoi colori: il blu del cielo, il verde smeraldo dei prati, il bianco abbagliante delle croci, il silenzio…! Dinanzi a questa infinità di bianche croci (diverse le Stelle di Davide) si rimane sbalorditi al solo pensiero che ricordano i tantissimi ragazzi morti per aver dato a noi tutti oggi la libertà. Prima di andar via resta dentro solo un grande senso di vuoto e di impotenza, mentre fuori la sensazione è quella di godere solo di un grande senso di gratitudine rendendo onore a tutti questi eroi. La guerra… tutte le guerre… da che mondo è mondo restano sempre, e solamente, la più grande e orribile azione creata dall’uomo.

GOLD BEACH: un incredibile molo sulla spiaggia delle conchiglie! PORT EN BESSIN e ARROMANCHES …Poter ammirare da vicino di quali opere l’ingegno umano e possibile concepire è solo qui, di fronte alla baia di Arromanches, che si percepisce la monumentalità dello scopo. Le banchine portuali fluttuanti di Arromanches sono una delle più straordinarie elaborazioni ingegneristiche applicate all’utilizzo bellico: il porto artificiale. Durante lo sbarco in Normandia, dopo che gli inglesi ebbero conquistato la spiaggia (nome in codice: Gold Beach), diedero subito inizio alla costruzione di un grande porto artificiale, destinato ad accogliere l’enorme mole di uomini e materiali necessari per l’avanzata degli alleati verso l’interno …Arromanche fu un prioritario obiettivo durante le operazioni dello sbarco poiché gli stessi alleati individuarono la possibilità di realizzare, nella sua rada, una imponente opera portuale artificiale per poter garantire, in tempo utile, la fornitura di armi e munizioni alle truppe sbarcate; i componenti di questo porto furono trasportati a pezzetti attraverso il mare e, successivamente, assemblati di fronte ad Arromanche. Le forme bizzarre dei cassoni, a volte anche misteriose, di ciò che resta del gigantesco porto artificiale, determinano la skyline lungo l’orizzonte laddove il cielo e il mare s’incontrano. Qui, durante lo sbarco, all’estremità orientale dello schieramento americano, quella tristemente famosa spiaggia di Omaha Beach, insieme ai genieri inglesi, sbarcò e mosse le prime operazioni anche il comandante in capo delle forze terrestri alleate: il generale inglese Montgomery.

SWORD e il ponte “conteso” di Pegasus Bridge …Stando al piano, i parà avrebbero dovuto prendere terra qualche ora prima degli sbarchi, raggrupparsi, raggiungere gli obiettivi assegnati, occupare e tenere le vie di comunicazione da e per le spiagge, creare confusione dietro le linee tedesche e appoggiare le truppe da sbarco. L’aliante offre forse un’immagine meno spettacolare delle orde di paracadutisti, ma compensava con la sua estrema silenziosità e, specie nel caso di Pegasus Bridge, precisione. Se i paratroopers statunitensi, più a ovest, raramente atterrarono nei luoghi previsti, il maggiore Howard ed i suoi uomini arrivarono a poche decine di metri dal ponte; i tedeschi posti a difesa del ponte pensarono che il leggero rumore prodotto dall’atterraggio in planata del velivolo fosse semplicemente un pezzo di aereo abbattuto dalla contraerea.  Un errore che si rivelò fatale …Immediatamente a terra il parà Brotheridge e il suo plotone imboccarono di corsa il ponte, gli “Sten” imbracciati all’altezza del petto, pronti a fare fuoco. La giovane sentinella tedesca – poco più di un ragazzo – si vide arrivare contro ventidue diavoli in divisa da combattimento, le facce annerite, le armi spianate. La parte dell’eroe non le si addiceva.  Anziché sparare, si mise a correre verso l’altra estremità del ponte, gridando: “Paracadutisti!” La seconda sentinella udì il grido e fece in tempo a sparare un razzo di segnalazione prima di essere colpita da una raffica di mitra (furono questi i colpi uditi da Poett). Il razzo e una forte esplosione (gli uomini di Brotheridge avevano fatto saltare il bunker all’imboccature orientale del ponte), fecero scattare l’allarme. I tedeschi guadagnarono le trincee e reagirono aprendo il fuoco con le mitragliatrici leggere e con gli Schmeisser …Ci vollero meno di dieci minuti per mettere in sicurezza il ponte. I tedeschi, presi completamente di sorpresa, furono rapidamente sopraffatti, mentre gli inglesi persero due uomini: furono i primi caduti di Overlord su entrambi i fronti, circa 30 minuti dopo la mezzanotte del 6 giugno. E non furono gli ultimi, dato che il maggiore Howard ed i suoi uomini, che furono rinforzati nel frattempo da ulteriori elementi della 6° aviotrasportata, furono impegnati nel respingere numerosi contrattacchi tedeschi durante tutta la notte e la mattinata seguente. Il destino degli uomini del maggiore Howard era dunque strettamente legato alle truppe in arrivo ad Ouistreham, sulla spiaggia denominata Sword, il punto più orientale dell’assalto anfibio. Nello specifico, i Commandos inglesi ebbero l’ordine di recarsi immediatamente verso i ponti una volta sbarcati. A guidare le forze speciali britanniche vi era Simon Fraser, 15° Lord di Lovat, carismatico nobiluomo scozzese tutto d’un pezzo, assistito dal soldato Bill Millin, il quale, tra lo sconcerto di alleati e nemici, sbarcò a Ouistreham armato solo di un coltello e della sua fidata cornamusa. Lord Lovat scelse personalmente Millin come suo assistente, e gli ordinò di accompagnare lo sbarco dei Commando con il suono del suo strumento, contravvenendo ad uno specifico divieto dell’Alto comando …Seduti al Café Gondrée (meglio noto, a partire da quella lunga notte del 6 giugno 1944, come il ‘primo edificio francese liberato’), a pochi metri dal ponte, non si può non pensare all’incontro tra il maggiore Howard ed i suoi uomini con Lord Lovat ed i Commando inglesi, nella tarda mattinata del giorno più lungo. La conferma del successo della loro missione arrivò, per le truppe aviotrasportate, con il suono di una cornamusa. Il fianco orientale di Overlord era stato messo in sicurezza, lo sbarco a Sword, nonostante qualche intoppo, aveva avuto successo e le forze britanniche muovevano alla volta di Caen. Per la 6a aviotrasportata la notte più lunga era giunta al termine. La vittoria portava il segno del silenzio degli alianti e delle rumorose cornamuse scozzesi. Questo può ritenersi vero soprattutto per quanto riguarda Bill Millin. Arrivati nei pressi del ponte, Lord Lovat esordì con un “Sorry for being late”, conscio dei due minuti di ritardo della sua unità: con il soldato Millin in testa, i Commando attraversarono Pegasus Bridge marciando, esponendosi al fuoco dei tedeschi appostati non troppo lontani. Dodici uomini furono colpiti, ma Millin, che marciava diversi metri davanti i suoi commilitoni armato solo di coltello e cornamusa, rimase illeso. Più tardi chiese a due tedeschi catturati nelle vicinanze il motivo per cui non spararono ad un bersaglio così facile: “doveva per forza essere un matto, non ne valeva la pena”, risposero!

ETRETAT, uno sbarramento di rostri lungo la Costa d’Alabastro!Etretat non è stata direttamente coinvolta durante gli avvenimenti bellici del II conflitto mondiale anche se su questa spiaggia furono realizzati i rostri in acciaio per impedire un eventuale sbarco alleato a difesa di quello che il governo del III Reich hitleriano definì come la difesa del Vallo Atlantico; tant’è che sono ancora ben visibili le costruzioni in cemento di bunker realizzati alla base della precipitosa scogliera. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)