il “CAMMINO dell’ARCOBALENO” attraverso le Terre Violate. 3a tappa: Laviano, Santomenna, Castelnuovo di Conza, sella di conza, Conza della Campania

Dalla piazza di LAVIANO, chiusa da palazzine intorno alla “Fontana del Tritone”, si segue in leggera salita per la SP 381 (direzione Pescopagano) superando una cortina di nuove palazzine. A 300 metri compare, a sinistra, l’antica Chiesa di S. Maria della Libera.

Alle sue spalle ha inizio Via S. Agata che conduce fuori paese; lasciando una prima deviazione che volge a destra e una successiva, sempre a destra, si continua a seguire la strada che serpeggia in salita fino a un incrocio. Volgendo a sinistra ora si scende in precipitosa discesa per la copiosa boscaglia della Guardia; superati il centro del vallone si continua attraverso panoramici saliscendi fino a sbucare sulla rotabile principale (SP 33) che – a destra – prosegue attraverso una sinuosa strada scavata nella roccia in direzione di Santomenna, già ben visibile lassù in alto a sinistra.

Serpeggiando per una copiosa vegetazione tra stradine e piste carraie si raggiunge un ponte da cui si risale fino ad un bivio: lasciando la provinciale a destra, si prende la salita a sinistra che raggiunge Piazza Di Majo, lo slargo centrale di SANTOMENNA (SA) su cui prospetta la monumentale facciata della Chiesa di S. Maria delle Grazie proprio di fronte al Palazzo Municipale, dalla cui terrazza panoramica sull’alta valle del Sele possiamo scorgere, sul fianco del pendio ove sorgeva l’antico nucleo abitato, le vuote abitazioni (non tutte abitate) solo in parte ricostruite e tinte da vivaci colori pastello ben incastrate nella volumetria di spazi aerei distribuiti lungo l’asse di Via Roma. La piazzetta s’apre – come una terrazza panoramica – su tutta l’alta valle del Sele coi monti Picentini che si stagliano sull’orizzonte. Si continua proseguendo lungo la panoramica Via Di Majo fino a un’ampia curva che piega a destra; qui s’apre, a sinistra, la suggestiva skyline sulle principali località che costellano la parte alta della val Sele.

Fuori il paese prospetta, lassù in alto sul crinale, ciò che resta dell’abitato di Castelnuovo di Conza, tra vecchie abitazioni ricostruite e nuovi edifici realizzati ex novo. Superati il Ponte del Diavolo la strada (ora Viale XXIII Novembre 1980) giunge a una prima biforcazione e, poco più avanti, si è in largo Pavera a Castelnuovo di Conza tra le moderne costruzioni del doposisma. Si lascia a sinistra il viale principale e si risale a destra per Via F. Di Donato (oggi Viale Padre Pio) tra filari di platani; a destra compare la facciata di una villa adibita a struttura ricettiva. Proseguendo lungo un tratto panoramico che si perde a vista d’occhio tra l’alto Sele e i rilievi montuosi dei Picentini, si raggiungono le prime case di CASTELNUOVO di CONZA (SA) tra vetuste facciate e portali in pietra di residenze gentilizie.

Dalla rupe ove sorgeva il vecchio nucleo urbano, prospettano le facciate dei vecchi edifici ricostruiti seguendo logiche stilistiche decorative spesso di dubbio valore estetico ma sempre piacevoli da vedere se non altro per le vivaci colorazioni; l’unico denominatore che accomuna queste facciate sono gli ampi vuoti determinati dai balconi e dalle finestre chiuse che stonano con lo sventolio dei panni stesi al sole di chi ha scelto di continuare a vivere tra i ricordi. Il viale termina all’incrocio con un ampio piazzale; si continua ora salendo a destra per quartieri di baracche (in legno) e villini realizzati dopo la ricostruzione. Superando gli agglomerati extraurbani della ricostruzione (casette in legno e container riadattati a villette/cottage) si lascia Castelnuovo e si guadagna il crinale di confine, naturale spartiacque fra il Tirreno e l’Adriatico, tra la provincia salernitana e quella irpina. Raggiunti un successivo bivio (località Perillo, presenza di un fontanino) a monte del paese si prosegue a sinistra in direzione Contrada Sesta uscendo definitivamente fuori da Castelnuovo; lassù, sul crinale, svettano le gigantesche pale eoliche.

Poche decine di metri e si prende la prima deviazione che sale a destra attraversando un paesaggio tipicamente rupestre (Via della Seta), ampio e soleggiato, caratterizzato da terreni incolti, aridi e non sempre curati. La linea dell’orizzonte, proprio sopra i nostri occhi, è costellata dalle pale eoliche che scorrono sul crinale di confine con la Basilicata. Raggiunte le pale eoliche che determinano il profilo orografico, autentiche “sentinelle del vento”, il panorama cambia completamente offrendo alla vista paesaggi bucolici di notevole bellezza: la verde Irpinia e il bacino lacustre del lago di Conza. Finalmente si giunge al cospetto delle “bianche sentinelle di crinale” che – come austeri gendarmi – controllano (e catturano i venti tramutandoli in fonte energetiche) gli incredibili orizzonti che s’aprono a S, verso l’alta valle del Sele, e a N sulla valle dell’Ofanto con l’omonimo lago (Oasi WWF lago di Conza) ricavato dall’invaso; quassù, durante le giornate ventose, le eliche di queste pale fanno sentire il proprio ululato, mentre ripararsi dalle raffiche è impossibile.

Per lieve discesa a sinistra lungo la sterrata, e con lo sguardo su paesaggi di straordinaria bellezza, al primo incrocio si devia a destra scendendo fino a raggiungere la SS 7. Si supera la strada e si guadagna la sterrata che conduce presso alcune case campali. All’ultimo cancello sulla destra, avendo come riferimento i pali della corrente, si prosegue in discesa lungo la traccia di una via vicinale che serve i terreni coltivati e giunge presso alcune case a ridosso di una via interna. Si prende a destra in lieve discesa passando per alcune case e baracche campali poi la strada scivola tranquilla tra silenziosi paesaggi disegnati dal vento e dall’aratro fino a raggiungere un bivio. Per piacevoli saliscendi, si superano vecchie masserie e nuove villette sparse per la campagna irpina fino a raggiungere – volgendo a sinistra – Corso 23 Novembre 1980. Lo si percorre tutto fino in fondo, raggiungendo il centro del moderno abitato di Conza (antica Compsa) della Campania, eretto più a valle dell’antico borgo, i cui resti sono ancora ben visibili sul colle.

Eccolo il nuovo centro abitato di CONZA della CAMPANIA (AV) ove ci accoglie il sindaco che mette a nostra disposizione uno spazio di accoglienza (vecchio centro sociale) per feste parrocchiali e incontri culturali. Qui siamo proprio al centro di quello che ancora si ricorda come l’Occhio del Cratere che scatenò la violenta onda tellurica che distrusse per sempre questi luoghi ed ha termine la terza tappa del Cammino. Una bella scarpinata serale ci consente di raggiungere a piedi la rupe ove sorgeva l’antico abitato di “Compsa” completamente distrutto dal sisma e che ha restituito le antiche tracce della presenza di Roma a queste latitudini; luoghi già frequentati dai Romani che da qui controllavano il transito di merci e carovane lungo la vicina “consolare” Appia; lo spettacolo che offre il tramonto sul lago di Conza è di una bellezza unica.

il “CAMMINO dell’ARCOBALENO” attraverso le Terre Violate. 2a tappa: Calabritto, ponte Sele, Laviano

Si lascia Calabritto per il fondovalle. Al bivio posto all’altezza della “Croce” missionaria, presso la fermata bus di viale della Resistenza, si lascia la SP 91 e si scende a sinistra per via S. Vito. Questa strada un tempo menava ai terreni della parte bassa della valle, per campi coltivati principalmente a uliveto, mentre oggi
prospettano – lungo essa – le facciate di moderni edifici costruiti dopo il sisma del 1980. Giunti al primo incrocio, sulla destra compare la moderna struttura di un edificio (centro sociale). Accanto, sempre a destra, si prende lungo via Stati Uniti d’America, arteria che scende leggermente lasciando vedere il lungo viadotto della strada a scorrimento veloce “Fondovalle Sele”.

Al primo bivio si devia a ancora a destra, così come anche al successivo bivio, fino ad immettersi su una rotabile di recente sistemazione che scende attraverso campi ulivati sulla strada principale SP 261 in contrada Ponte Oliveto, accanto al rudere di una vecchia casa cantoniera. Prendendo ora a sinistra si supera il ponte sul fiume Sele e si giunge a un bivio; ignorando la SS 165 che sale a sinistra, si prosegue a destra (enorme area di materiali estrattivi per edilizia) fino a quattro giganteschi alberi (2 platani e 2 querce) che sono a destra della strada. Continuando sempre lungo quest’ultima si giunge alla base dei piloni della “Fondovalle Sele”, si lascia la via principale e si volge a destra per un viottolo sconnesso, inizialmente cementato, che scende fino ai margini del fiume.

Si piega a sinistra passando sotto il viadotto e, spostandosi di poco a destra, si arriva al ciottoloso greto di un torrente in secca. Guadagnati la sponda opposta, si segue la labile traccia di una carraia che risale attraverso il bosco fino a raggiungere un gruppo di case isolate, circondate da campi arati e seminati a foraggio. All’altezza di un gande traliccio si continua a destra sempre sulla sterrata che attraversa, e supera, ampie distese di campi coltivati. Ancora un’altra casa rurale e la pista ora sale diretta fino a raggiungere la SP 9e che collega Valva a Laviano. Qui, due grossi cippi in pietra sono posti all’ingresso della pista. A circa 50 metri nella curva a destra, presso due enormi querce, sulla sinistra parte uno sterrato che risale lungo pendici avvolte da copiosa vegetazione.

A circa 400 m, sulla sinistra parte la traccia di un buon sentiero che mena attraverso il bosco; giù in basso una cava per estrazione di pietrame per uso edilizio. Questo sentiero, dopo aver guadagnato un lieve pianoro erboso continua per piacevoli saliscendi e, senza mai lasciare la pista principale, giunge a un bivio nelle vicinanze di una struttura adibita ad agriturismo, circondato da vigneti e uliveti. Si continua prendendo la strada in discesa a destra attraverso il solito ambiente caratterizzato da masserie sparse e case isolate che si alternano a capanni in cemento e baracche in lamiera; la visione di un paesaggio solo in apparenza placido e silente, circondata dalle modeste – ma pur sempre brulle ed aspre – cime appenniniche a ridosso della vicina Lucania. Al terzo bivio si volge a destra (ringhiera color verde), sfiorando quelli che per anni sono stati i campi – località Ponte S. Donato – con baracche in legno e tettoia in lamierino, che hanno ospitato e dato ricovero agli scampati del sisma del 1980, fino a sbucare sulla SP 381 nei pressi di un ponticello.

Volgendo a destra, appena superati quest’ultimo, si prende subito a salire sulla destra fino a raggiungere la Provinciale all’altezza di una cappellina. Proprio da qui, sulla destra, parte un sentiero che consente di superare i primi tornanti e si ricongiunge alla Provinciale, ora indicata anche come via F. Tedesco. Risalendo per questa, al successivo 3° tornante, sulla destra parte la ben evidente traccia di un sentiero che risale, aggira e raggiunge – attraverso un boschetto – la bianca pista carraia che cinge quel che un tempo era il perimetro del borgo da cui prospettava l’antico caseggiato di Laviano, oggi… completamente raso al suolo. Nuovi casermoni in cemento armato, dai colori pastello e tecnicamente ben rifiniti, eretti in luogo del vecchio abitato, hanno preso il posto delle strette viuzze, degli antichi portoni e delle palazzine rurali; elementi destinati ad essere popolati, ma che sono ancora completamente disabitati. Raggiunti la vicina rampa di gradoni si sale ai ruderi del poderoso Castello di Laviano, meta finale della seconda tappa del Cammino.

il “CAMMINO dell’ARCOBALENO” attraverso le Terre Violate. 1a tappa: Oliveto Citra, Senerchia, Calabritto

“voltare pagina spesso conviene… ma è cambiando le prospettive, che fanno della meta… il principale obiettivo da raggiungere!” (Andrea Perciato)

La partenza da OLIVETO CITRA (SA) ci riserva la curiosità delle anziane donne a sbirciare da dietro le ten-dine delle finestre incuriosite dal nostro vociare nel sotto piazza Garibaldi sul tornante di Via Vittorio Emanuele II. Il cuore del centro storico sostanzialmente non ha subìto evidenti trasformazioni, la ricostruzione ha in-teressato più che altro la risistemazione di vecchi edifici che ruotano intorno al Castello Guerritore e l’ampliamento di servizi a sud dell’abitato.

Dalla Piazza del Monumento ai Caduti di Oliveto Citra si prende Via Bellini aggirando la sua periferia nord ed uscendo dal centro abitato. Lungo la panoramica strada sono possibili ammirare i campi, le case isolate e le masserie sparse che caratterizzano il paesaggio dell’alta valle del Sele. La via confluisce fuori paese sulla SP 9b. Volgendo a destra si passa accanto a caratteristici archi in pietra (vecchia canalizzazione aerea per l’acqua!) e si giunge presso il locale cimitero. Lasciati la Provinciale, si prende a destra del cimitero per Via Vicinale Serra di Calice continuando lungo piacevoli scollinamenti che lasciano scorgere ampi paesaggi su una vasta fetta di territorio che si espande dagli Alburni ai Picentini. A un primo bivio si prende a destra (sempre su Via Vicinale Serra di Calice) ma – attenzione – si resta sempre sulla destra attraverso paesaggi agresti. Dopo un km, a un successivo bivio, si devia scendendo a destra e dopo un altro km, al bivio si volge a sinistra risalendo sulla Strada Comunale Spaccatore. Ad appena 150 m si prende a destra e superando un gruppo di case si guadagna Strada Acquabianca.

Mantenendosi su questa, mentre la via curva a destra, dopo circa 1,2 km sulla sinistra si sale per una strada seguendo le indicazioni (segnaletica) che portano all’ingresso dell’Oasi WWF di Valle della Caccia. Giunti sulla Strada della Selva l’accesso all’Oasi e a mezzo km scendendo a sinistra, mentre il cammino prosegue a destra risalendo per la tortuosa (ora chiusa e impraticabile) Strada della Selva, con piacevoli saliscendi che – poco alla volta – lasciano scoprire inedite visioni paesaggistiche su estesi campi coltivati e animali che pascolano liberamente. Al termine della salita il cammino ora si immette sulla Strada della Caccia; volgendo a sinistra, ad appena 70 m, si prende subito a destra per Via Serrapiano percorrendola tutta fino ad incrociare un sentiero (segnali CAI) che giunge dalla sinistra. Si prendere la direzione che sale a sinistra per un tratto roccioso che sale fino ad una croce in ferro tinta in bianco; il sentiero sbuca tra le case diroccate dell’antico abitato diSenerchia, e per vicoli, ponticelli e stradine in pendenza sfocia nella nuova Piazza V. Emanuele III, al centro di Senerchia, tra quella parte di abitato di recente costruzione e la parte vecchia del paese ove ancora persistono le testimonianze del sisma dell’80.

Giungere a SENERCHIA (AV) attraversando le mute pietre delle case diroccate distribuite tra le rampe, i vicoli e i portali del suo vecchio Borgo medioevale, ci riporta alla mente di quanto doveva essere bello e accogliente questo centro nella valle del Sele, ove sembra ancora di ascoltare il vociare delle anziane donne dirimpettaie che si raccontavano gli eventi dalla ringhiera di un terrazzino al davanzale di una finestra; mentre oggi, sono numerosi gli edifici ricostruiti o realizzati ex novo, ma tutti completamente vuoti. La piazza è delimitata da aiuole, panche e muretti con una scultura avveniristica, quasi una gigantesca clessidra di colore azzurro, al centro di una vasca. Mentre più in là, un arco squadrato in cemento sorregge una struttura in ferro (come il traliccio di un campanile) con al centro un orologio fermo con le lancette sulle ore 19,34 a memore ricordo di quella lontana tragedia del 1980: margine della struttura sono scolpiti, su una lastra marmorea, i nomi degli abitanti che quella sera persero la vita. A poche decine di metri, e dopo la moderna struttura di un anfiteatro realizzato in pietra bianca, è ben visibile – in tutta la sua cruda realtà – ciò che resta della parte antica del paese con le case crollate avvolte da silenziosi spazi abbandonati da tempo, frammenti di una lontana quotidianità violati per sempre; mentre lassù in alto, le antiche pietre del maniero che sovrasta la Chiesa di San Michele sorvegliano – a imperitura memoria – l’abitato e la valle sottostante. Dalla piazza compare una rampa che risale fino a portarsi su Via Castagni. Ora da qui, senza mai lasciare quest’ultima, si attraversano le case dei nuovi quartieri e si lascia alle spalle l’abitato di Senerchia imboccando la Strada Comunale (vecchia interpoderale) che mette in collegamento Senerchia con Calabritto.

Una lunga e piacevole sgroppata attraversa ampie distese di terreni sistemati a uliveti, case sparse, masserie isolate, macchie boschive, filari di vigneti. Per ampi terrazzamenti ulivati si raggiunge CALABRITTO (AV) completamente trasformata della sua ricostruzione, ma avendo mantenuto – sostanzialmente – i punti cardini della vecchia tipologia urbanistica. Senza mai lasciare questa si giunge finalmente a Calabritto, proprio a ridosso della SP 91, meglio conosciuta come Viale della Resistenza; volgendo a sinistra del viale, di fronte compare il monumento ai caduti. Il cammino risale a destra su Via S. Allende superando cortine di nuovi edifici, una panoramica piazzetta sulla destra e l’edificio delle Scuole Elementari a sinistra fino a raggiungere l’imbuto di Corso F.lli Cervi e sbucare – definitivamente – in Piazza G. Matteotti.

La piazza funge sempre da punto cardine anche se l’abitato – un tempo raccolto tra la piazza e la chiesa madre – per le nuove esigenze urbanistiche, è stato suddiviso in più nuclei residenziali disgregando quell’assetto sociale di unità andato per sempre in frantumi all’indomani del sisma. In un angolo della piazza è ben visibile una scultura in ferro che simboleggia ciò che qui accadde durante il sisma del 1980. Moderni edifici circondano il periplo della piazza e, laddove compariva il quartiere “alto” da cui svettava la Torre con l’orologio, oggi c’è un grosso albero con panche e aiuole che immette – su Via Roma – attraverso una moderna teoria di bassi edifici che prospettano su lunghi porticati. Percorrendo Via Roma fino in fondo si sbuca nell’ampia Piazza Papa Giovanni XXIII su cui prospetta, a destra, il moderno edificio della Chiesa principale del paese nella cui facciata è stato incastrato l’originale portale in pietra della chiesa distrutta dal terremoto. Tracce del passato sono l’antico portale in pietra della chiesa e vecchie traversine in ferro divelte riutilizzate come scultura; qui in piazza veniamo accolti dal rappresentante (Saverio Perna) di una locale associazione di promozione territoriale e invitati a deporre un fascio di fiori sulla lapide che ricorda le vittime causate dal terremoto mentre il sindaco (Gelso-mino Centanni) ci riceve nell’aula consiliare per un saluto di benvenuto. Qui ha termine la prima tappa del Cammino.

il “CAMMINO dell’ARCOBALENO” attraverso le Terre Violate, perche le pietre… non dimenticano!

E’ uscito un libro/guida che racconta – attraverso 162 pagine,120 foto a colori e b/n (alcune inedite dell’epoca), 6 cartografie a colori corredate da schede tecniche dettagliate ed Edito da ’’VIESSE’’ in Angri SA – un viaggio attraverso 40 anni di storia di un territorio, di una parte del Sud Italia, distrutta dal tragico evento del terremoto del 23 novembre 1980.

Conoscenza dei luoghi, rispetto per le tradizioni e un approfondito “sguardo selvaggio” per immergersi nel vissuto storico, civile e sociale… questi sono i principali ingredienti che fanno di questo libro/guida un contenitore di esperienze di viaggio a piedi – quasi una sorta di pellegrinaggio – attraverso il tempo e che promuove un turismo escursionistico, naturalistico e ambientale di qualità che spazia lungo l’Appennino meridionale per 360°.

…Un viaggio nella memoria attraverso un cammino distribuito lungo sei tappe sui luoghi del dolore… I 40 anni trascorsi dal sisma del 23 novembre 1980 come non li avete mai letti, visti, raccontati e conosciuti… Un libro che nella sua prima parte narra e racconta storie e testimonianze del terremoto del 1980…

Sette “compagni di strada“, reduci tra i volontari soccorritori dell’epoca, si ritrovano – dopo otto lustri – a camminare nuovamente insieme. Lo scorrere degli anni ha spesso fatto incontrare gli involontari protagonisti dell’epoca e, quasi spontanea, sorge la domanda: “a distanza di anni cosa possiamo fare per quei territori?” Si punta allora tutto ed esclusivamente su un unico obiettivo: quello di poter offrire a queste terre, e alle popolazioni che ancora le abitano, un’idea, una intuizione trasformandola – laddove possibile – in una concreta opportunità di valorizzazione…!

Nella seconda parte la narrazione si trasforma in una guida che propone un viaggio attraverso quelle Terre Violate… Un percorso attraverso borghi e paesaggi per dare valore a quella scommessa fatta: far rinascere questi luoghi distrutti dal sisma grazie al turismo slow, fatto di cammini, di trekking, di viandanza…

Il libro/guida spazia dalle prime concitate fasi dell’intervento dei volontari accorsi in aiuto su quelle zone impervie dell’Appennino fino a focalizzare e rendere concreti gli sforzi messi in opera per mezzo delle operazioni di soccorso; il resto è un viaggio raccontato su un doppio binario – passato/presente – tutto da leggere, da scoprire… da camminare!

Edizione a “tiratura” limitata (solo 200 copie inizialmente)! Per avere/ricevere il libro/guida sul “CAMMINO dell’ARCOBALENO” basta farne richiesta inviando una mail a: info.trekkingcampania@gmail.com specificando proprio nominativo, ed eventuale indirizzo, per concordare modalità di consegna/ricezione ed eventuale spedizione, oppure utilizzando whatsapp al numero (0039) 339 745 6795

a piedi nel CILENTO…3) Terra da Camminare, Terra da Raccontare

Il Cilento ha condizionato – nel corso dei secoli – lo sviluppo geografico in cui sorgono gli abitati delle zone più interne, caratterizzate dalle risorse tipiche della montagna (boschi e pascoli) le quali hanno influenzato, non poco, l’ubicazione degli insediamenti. Ed è in questo pittoresco quadro paesistico che si sviluppano i borghi, o su uno sperone soleggiato, oppure su un elevato pianoro le cui vie d’accesso ai monti sono costellate dalla presenza di boschi e foreste. Questi paesi conservano, ancora oggi (tranne alcune rare eccezioni), quelle dimensioni corrispondenti alla loro massima espansione urbanistica verificatasi, probabilmente, verso la fine dell’800 e, comunque, prima che iniziassero quei grossi flussi migratori tipici di questi desolati territori; modeste estensioni che vengono compensate dalla bellezza di antichi ambienti in cui si sono conservate e mantenute quelle condizioni di semplicità e genuinità del vivere quotidiano.

I monti del Cilento hanno – da sempre – avuto un ruolo unico, sia nel territorio che nel vissuto storico: luoghi di lavoro duro, paziente e a volte avaro; riparo dalle incursioni; ricovero per gli armenti; sicuro nascondiglio per i briganti. Queste montagne sono “parte viva” nell’animo delle genti cilentane ove i pastori ne sono i “padroni” ed esplicano, attraverso particolari rituali identificabili nel linguaggio, nella gestualità e nella musica  quella accanita devozione per le immagini sacre da cui l’erezione di cappelle e Santuari.

Oggi la presenza di nuove strade di comunicazione ha ulteriormente isolato l’antico sistema viario, tortuoso e impraticabile, che un tempo era articolato intorno agli altipiani o nelle vallate e che mettevano in collegamento passi e valichi d’importanza strategica, oppure evidenziavano una straordinaria varietà di scorci paesistici sia verso la costa che verso l’interno (Vallo del Diano). Alcuni di questi, come il Passo della Sentinella (956 m) o la Sella del Corticato (1026 m) testimoniano, ancora oggi, come il sistema degli accessi in questo territorio montuoso fu governato con estrema prudenza fin dall’antichità. Questo isolamento favorì, molto spesso, quegli insediamenti religiosi che si richiamavano non solo ai Santuari rupestri e a quei Conventi e Monasteri sparsi tra le colline e le vallate, ma anche a piccole chiese arroccate su inaccessibili e tortuose creste montuose.

E’ la storia di un territorio, questa del Cilento, in cui i profili montuosi e i pellegrinaggi che si svolgono lungo i loro pendii sono il filo conduttore di uno stesso sistema nato senza precisi confini. In primavera, l’immagine “santa” va sulla montagna per “vegliare” sui luoghi di lavoro dei fondovalle; mentre in autunno si torna al piano per consolidare i forti legami esistenti tra Santo e fedeli. Il rito continua con i pastori transumanti, i quali non solo compiono lo stesso percorso ma vivono un identico rapporto con il territorio, difficile e impervio, ove il “ruolo” della montagna assume molteplici aspetti di “carattere sacrale” e, molto spesso, “penitenziale”. Si avverte, in queste zone, come ancora oggi la giornata sia regolata misurandosi con gli eventi presenti in natura: il sole, le lune, le stagioni; di come questo paesaggio e la sua gente siano ancora rimasti così austeri e fieri, senza mai alterare le loro abitudini e con quel forte attaccamento a questa estrema zona sud della Campania. Questa regione conserva ancora immagini segrete e misteriose, mentre lungo i litorali della vicina costa il paesaggio, pur cambiando, si accresce di nuove e diverse suggestioni: pareti a strapiombo, scogliere rocciose e spiagge bianche contro cui s’infrangono le profumate onde di un mare così incredibilmente azzurro. (tratto dalla guida “CILENTO, Terra da Camminare… Terra da Raccontare” 50 itinerari escursionistici nel Cilento, di ©Andrea Perciato, Edizioni ARCI Postiglione 2002, SA)

monte Tubenna (Picentini)… un balcone tra Salerno e l’immenso!

Quando le brezze naturali rivestono di policrome coloriture il copioso manto vegetazionale delle propaggini meridionali dei monti Picentini, la natura qui assume un aspetto davvero fiabesco. I territori che ruotano tra Castiglione del Genovese, S. Cipriano Picentino e S. Mango Piemonte, nell’immediato entroterra a pochi chilometri da Salerno, offrono una fantasmagorica allegoria di selve incontaminate ove il verde manto forestale delle giogaie domina su tutto, con folti boschi di ceduo (querce, aceri) e intensi castagneti nei valloni o lungo le pendici settentrionali, alternandosi – nella parte bassa dei crinali – agli argentei uliveti.

Da un lato, verso oriente, l’ampia valle del fiume Picentino; immediatamente a occidente valloni, fossi e fiumare che determinano i solchi torrentizi da cui si ergono le aspre e grigie pareti rocciose di pizzi e montagne dalle modeste levatu-re. Tra queste, il più singolare risulta essere senz’altro il monte Tubenna (o Tobenna, come indicato sulle carte), una mole rocciosa formata a strati (sedimenti geologici inclinati di 30° da S verso N), quasi una perfetta piramide che, come un naturale baluardo, chiude – a oriente – l’abitato di Salerno e le sue frazioni alte, e funge da spartiacque tra la valle del Picentino a levante e la valle dell’Irno a occidente. La pista termina (631 m) sull’ampia balconata panoramica da cui si ergono i ruderi di quella che un tempo doveva essere una importante presenza monastica della zona: l’abbazia benedettina di Santa Maria de Tubenna.

Ridotta a uno stato di rudere essa fu eretta probabilmente sui resti di un tempio pagano. Una massiccia torre campanaria posizionata lungo una bella balconata panoramica domina quelli che sono i ruderi di un grande complesso: la Chiesa (suddivisa in 2 navate che comunicano attraverso due arcate a sesto acuto molto ribassate) più altri edifici adibiti a magazzini e a residenza per i frati intervallati da piccole corti (presumibilmente chiostri!) chiuse da mura di recinzione. La vista da quassù offre notevoli spunti di osservazione lungo vedute paesaggistiche davvero belle.

Volendo, allora, completare questo panoramico itinerario, si consiglia di incamminarsi lungo i sassosi pendii (rarissime tracce di sentiero) che arrancano sul versante occidentale della montagna, prima portandosi verso sinistra e poi spostandosi a destra fino a guadagnare la sommità del monte Tubenna (837 m) da cui si aprono incantevoli vedute panoramiche sulla piana del Sele e su tutto l’arco costiero del golfo di Salerno, dal promontorio di Licosa fino alla rupe di Capo d’Orso, propaggine dei Lattari che spiove direttamente nell’azzurro intenso del mare; mentre alle spalle – verso N – un immenso orizzonte fatto di monti e foreste, valloni e aspri crinali, pianori carsici e vette esposte determina quello straordinario paesaggio ambientale e naturalistico che è il “Paradiso Verde” dell’Appennino Campano: i monti Picentini. (tratto dalla guida “PICENTINI, Paradiso Verde della Campania“, di ©Andrea Perciato, Edizioni ARCI Postiglione 2007 Salerno)

lungo la “Costa degli Dei” 3) …Quando gi anziani narrano!

Gli abitanti di queste terre, sospese tra la verticale e l’obliquo, durante lo scorrere dei secoli si sono adattati a saper fare di tutto; un po’ per necessità, molto per abilità.

Questa terra nascosta ai più, magica e spettacolare nel suo insieme, incantevole per i suoi paesaggi, fiabesca per i suoi panorami mozzafiato intrisi di profumi e di colori è sempre stata, per lunghi secoli, tagliata fuori dal resto della terraferma viste le asperità che preservano i territori a monte delle marine prospicienti la frastagliata costa; e solo intorno alla metà del XIX secolo che, grazie alla costruzione della rotabile (con gallerie e arditi ponti), fu possibile rompere questo millenario isolamento riuscendo ad aprire nuovi e continui contatti tra le città distribuite lungo la costa ed i paesi situati al di là del promontorio collegabili, fino ad allora, solo ed esclusivamente per mezzo di incredibili mulattiere.

Tutto ciò rivive ancora oggi, ora più che mai, sotto l’incredibile azzurro di un “cielo ellenico” la cui luce s’intreccia e si sviluppa coi “misteri” di un vicino oriente e il “fascino” di civiltà qui intrecciatesi nel corso del tempo e riscontrabili, appena dietro l’angolo, ora in un chiostro, o in un vicolo, oppure su di una parete maiolicata.

Non ci sarà da meravigliarsi infine se, durante le lunghe giornate di canicola estiva sotto un fresco pergolato di limoni, al calar del meriggio viene offerta questa tipica (e frugale) cena: mozzarella avvolta in foglie di limone e abbrustolita; piccantina di vitello al limone; babà inzuppato di limoncello e fettine di limone con zucchero, o profiteroles alla crema di limone… e allora risulta quasi incredibile poter esclamare spontaneamente “Allah Akbar”  e per chi ascolta, non sarà certo un peccato! (tratto dalla guida “ORIZZONTI SARACENI” itinerari escursionistici in Costa d’Amalfi di ©Andrea Perciato)

valle del Tanagro (SA, South Italy)… tra curiosità e sapori

Lo “spopolamento” di questi territori durante il corso degli ultimi decenni, oltre alle reali asperità orografiche è dovuto, quasi certamente, al forte tasso di emigrazione per cui le più ricorrenti “forme viventi” da queste parti sono donne, vecchi, bambini e animali. Personaggi “vivi” di una natura avvolta nei silenzi ancora intatti ed incontaminati; “ombre” che vivacizzano i grandi ed immensi spazi aperti; “anime” che conducono una vita dura, ma che alle volte – in fondo – riescono ad essere anche così semplici e genuine. I centri di questo comprensorio, soprattutto in quelle località più interne, si presentano al visitatore come tranquille località di montagna. I suoi abitanti sono di indole ospitale, sempre gentili e subito pronti ad “offrirsi” per scambiare qualche parola col forestiero di transito. La gran parte di loro sono gente legata a questi territori, alla montagna, alle sue tradizioni e a tutte quelle attività economiche derivanti da essa: mulattieri e pastori, tagliaboschi e contadini, allevatori e bovari.

Nel quotidiano (così come nelle più simboliche ricorrenze locali), l’uomo  “tanagrino” (soprattutto i più anziani) ama spesso vestirsi col suo caratteristico abbigliamento: calzature robuste; pantaloni in velluto a coste larghe di colore  scuro (nero o marrone) e stretto in vita da improbabili cinture (a volte solo  dei semplici lacci) in cuoio nero; camicia bianca smanicata sotto un gilè; giacca blu; cappello a falde o “coppole” color nero in testa e l’immancabile cicca senza filtro stretta e racchiusa tra le labbra. I loro luoghi di sosta preferiti sono la piazza (per chiacchierare) oppure i tavolini del bar in centro per giocare a carte o sorseggiare un buon cicchetto di rosso-rubino.

Durante i giorni delle più importanti festività sono principalmente le donne che perpetuano i riti religiosi, mentre gli uomini continuano il proprio lavoro soprattutto nei campi. La domenica viene “vissuta” come un qualsiasi altro giorno della settimana, così come anche per il Natale, la Pasqua e le altre principali festività dell’anno; questo non per mancanza di rispetto verso la ricorrenza, ma perchè la “cura” della propria terra ha la precedenza su tutto! Il “tanagrino” si presenta al forestiero con un carattere mite, disponibile e lavoratore, molto pratico ed essenziale, cordiale e prudente con tutti, semplice e riservato nei momenti che contano.

Degli uomini, soprattutto quelli non più tanto giovani, sono pochi che si vedono in giro. Figure ricurve su se stesse vestono con abiti pesanti (sono ancora possibili vedere in giro quei lunghi mantelli neri caratteristici dei montanari!) e nel ricondurre all’ovile le loro greggi, o gli altri animali al riparo nella stalla, agitano grossi bastoni nelle mani, urlando incomprensibili forme dialettali che solo gli animali intuiscono. Con gli stivali sporchi di fango e che gli arrivano all’altezza del ginocchio, la maggior parte di essi indossano una semplice giacca col bavero alzato per ripararsi dal freddo; masticano spesso cicche di sigaro che si mimetizzano tra il labbro inferiore e i folti baffi, ed hanno berretti con la visiera posta a coprire quasi per intero le grosse sopracciglia, oppure a proteggere dal freddo fronti scolpite da centinaia di rughe.

I caratteri di queste genti tanagrine, riflessi secondo varie gerarchie sociali che raccordano insieme gastronomia, manufatti, feste e riti, tracciano un ideale itinerario da seguire che passa attraverso i sentieri dell’archeologia (sia essa civile che rurale), un percorso che si rifà a tutto ciò che è il mondo contadino. Qui i “mestieri” sono stati sempre tramandati di padre in figlio ed anche la tradizione gastronomica della famiglia “tanagrina” evidenzia come il cibo sia espressione di desiderio, di unità, dello stringere ulteriormente i rapporti, soprattutto quelli tra più famiglie.

L’odierna alimentazione, non più povera, si presenta ricca e variegata avendo – nel corso dei secoli – subìto influenze sia lucane che campane. Ancora oggi si evidenzia come nella cucina tradizionale locale si siano conservate sia la genuinità dei prodotti e degli ingredienti che la cultura del sapore; simbolismi da recuperare e restituire ai posteri, forti legami e scelte di vita espresse come autentici custodi dell’intima semplicità di un popolo. Ecco allora che sono possibili trovare, sulle tavole dei paesi del Tanagro, i tipici piatti della semplice arte culinaria locale come: la cicoria e le fave; i fusilli (o cavatielli); le lagane e i ceci (considerato il “Piatto del Brigante”) e il maiale alla contadina. (tratto dalla guida “OLTRE LE NARES” itinerari escursionistici nella valle del Tanagro di ©Andrea Perciato, Edizioni ARCI Postiglione SA, 2005)

valle del Tanagro (SA, South Italy)… tra curiosità e sapori

Lo “spopolamento” di questi territori durante il corso degli ultimi decenni, oltre alle reali asperità orografiche è dovuto, quasi certamente, al forte tasso di emigrazione per cui le più ricorrenti “forme viventi” da queste parti sono donne, vecchi, bambini e animali. Personaggi “vivi” di una natura avvolta nei silenzi ancora intatti ed incontaminati; “ombre” che vivacizzano i grandi ed immensi spazi aperti; “anime” che conducono una vita dura, ma che alle volte – in fondo – riescono ad essere anche così semplici e genuine. I centri di questo comprensorio, soprattutto in quelle località più interne, si presentano al visitatore come tranquille località di montagna. I suoi abitanti sono di indole ospitale, sempre gentili e subito pronti ad “offrirsi” per scambiare qualche parola col forestiero di transito. La gran parte di loro sono gente legata a questi territori, alla montagna, alle sue tradizioni e a tutte quelle attività economiche derivanti da essa: mulattieri e pastori, tagliaboschi e contadini, allevatori e bovari.

Nel quotidiano (così come nelle più simboliche ricorrenze locali), l’uomo  “tanagrino” (soprattutto i più anziani) ama spesso vestirsi col suo caratteristico abbigliamento: calzature robuste; pantaloni in velluto a coste larghe di colore  scuro (nero o marrone) e stretto in vita da improbabili cinture (a volte solo  dei semplici lacci) in cuoio nero; camicia bianca smanicata sotto un gilè; giacca blu; cappello a falde o “coppole” color nero in testa e l’immancabile cicca senza filtro stretta e racchiusa tra le labbra. I loro luoghi di sosta preferiti sono la piazza (per chiacchierare) oppure i tavolini del bar in centro per giocare a carte o sorseggiare un buon cicchetto di rosso-rubino.

Durante i giorni delle più importanti festività sono principalmente le donne che perpetuano i riti religiosi, mentre gli uomini continuano il proprio lavoro soprattutto nei campi. La domenica viene “vissuta” come un qualsiasi altro giorno della settimana, così come anche per il Natale, la Pasqua e le altre principali festività dell’anno; questo non per mancanza di rispetto verso la ricorrenza, ma perchè la “cura” della propria terra ha la precedenza su tutto! Il “tanagrino” si presenta al forestiero con un carattere mite, disponibile e lavoratore, molto pratico ed essenziale, cordiale e prudente con tutti, semplice e riservato nei momenti che contano.

Degli uomini, soprattutto quelli non più tanto giovani, sono pochi che si vedono in giro. Figure ricurve su se stesse vestono con abiti pesanti (sono ancora possibili vedere in giro quei lunghi mantelli neri caratteristici dei montanari!) e nel ricondurre all’ovile le loro greggi, o gli altri animali al riparo nella stalla, agitano grossi bastoni nelle mani, urlando incomprensibili forme dialettali che solo gli animali intuiscono. Con gli stivali sporchi di fango e che gli arrivano all’altezza del ginocchio, la maggior parte di essi indossano una semplice giacca col bavero alzato per ripararsi dal freddo; masticano spesso cicche di sigaro che si mimetizzano tra il labbro inferiore e i folti baffi, ed hanno berretti con la visiera posta a coprire quasi per intero le grosse sopracciglia, oppure a proteggere dal freddo fronti scolpite da centinaia di rughe.

I caratteri di queste genti tanagrine, riflessi secondo varie gerarchie sociali che raccordano insieme gastronomia, manufatti, feste e riti, tracciano un ideale itinerario da seguire che passa attraverso i sentieri dell’archeologia (sia essa civile che rurale), un percorso che si rifà a tutto ciò che è il mondo contadino. Qui i “mestieri” sono stati sempre tramandati di padre in figlio ed anche la tradizione gastronomica della famiglia “tanagrina” evidenzia come il cibo sia espressione di desiderio, di unità, dello stringere ulteriormente i rapporti, soprattutto quelli tra più famiglie.

L’odierna alimentazione, non più povera, si presenta ricca e variegata avendo – nel corso dei secoli – subìto influenze sia lucane che campane. Ancora oggi si evidenzia come nella cucina tradizionale locale si siano conservate sia la genuinità dei prodotti e degli ingredienti che la cultura del sapore; simbolismi da recuperare e restituire ai posteri, forti legami e scelte di vita espresse come autentici custodi dell’intima semplicità di un popolo. Ecco allora che sono possibili trovare, sulle tavole dei paesi del Tanagro, i tipici piatti della semplice arte culinaria locale come: la cicoria e le fave; i fusilli (o cavatielli); le lagane e i ceci (considerato il “Piatto del Brigante”) e il maiale alla contadina. (tratto dalla guida “OLTRE LE NARES” itinerari escursionistici nella valle del Tanagro di ©Andrea Perciato, Edizioni ARCI Postiglione SA, 2005)

Qui le pietre hanno “un’ANIMA”… nel Vallo del DIANO (SA, South Italy)

L’elemento “litico” è il filo conduttore che accompagna il viaggiatore durante tutta la sua permanenza dei periodi di vacanza in questi bellissimi ed interessanti ambienti dell’entroterra dianese immersi tra storia e natura. In un mondo fatto tutto di pietra, come quello in cui “vive” l’abitato di Teggiano – e un po’ tutto il Vallo di Diano – emerge l’aspetto duro (e aspro) di questa materia lapidea che automaticamente si modella in infinite forme e crea immagini sempre nuove alla continua ricerca di evoluzioni decorative che determinano un paesaggio integro da contaminazioni figurative non proprie di questi territori.

Le pietre di portali, archi, supportici, gradoni, rampe, selciati, palazzi, conventi e chiese, alternandosi presentano – di volta in volta – uno “spazio” inedito e indefinito nel cuore più profondo e segreto della cittadina dianese. Un particolare spazio, questo, che proietta indietro nel tempo quella forte presenza delle esperienze artigianali dei maestri “scalpellini” che in questi luoghi hanno perpetuato una secolare tradizione; scelte di vita che, molto spesso, hanno anche “segnato” (in maniera positiva) l’economia dell’intera zona.

Qui, i “poeti della materia”, hanno sempre posseduto spiccate capacità nell’animare la pietra; magiche mani che da un corpo muto, con paziente maestria, riuscivano a creare impensabili forme decorative, dando così anche un’anima alle ruvide pareti delle case. Le luci danzano sugli ondulati chiaroscurali dei frammenti marmorei di archi, capitelli e stemmi gentilizi in cui si rincorrono e si alternano figure zoomorfe, alati grifoni e felini rampanti, raccordando il tutto in una sorta di spazio culturale, in cui si mescolano le vicende della storia di un territorio, con un’economia modesta e senza pretese, che ha fatto conoscere in tutto il circondario, fino ad oltre i confini del Regno, quello che questi uomini rendevano arte con la semplicità delle proprie mani.

Le costruzioni in pietra evidenziano il “locus” della tipologia residenziale nel cuore antico della Teggiano romanica e medioevale. Forme e rilievi che innestano un fantastico gioco di pieni e di vuoti; di rientranze e di sporgenze; di silenziosi androni e luminosi cortili collegati da porticati che lasciano respirare un clima di antico, amalgamandosi con le tonalità cromatiche dei verdeggianti giardini in cui spiccano le vivaci policromie dei terrazzi fioriti che fanno da proscenio ai tetti rossi delle case più in vista.

Il paese conserva a tutt’oggi, nella sua sistemazione urbana, l’antico (e originario) tracciato viario; un continuo sovrapporsi e intrecciarsi di stradine scolpite (o ricavate) nella viva roccia ove l’essenza del muschio, là dove non giunge mai il sole, diviene il profumo conduttore di un “vissuto” ricco di storia che si rispecchia nella quotidiana semplicità del presente riflettendo arcaiche culture che da secoli sono in continua simbiosi con la natura circostante. (tratto dalla guida “MI’ NI ‘GNANAVA PE’ LU CHIANU ‘E MONTI… Me ne andavo per le Vie ai Monti”, 20 itinerari escursionistici nel Vallo di Diano, di ©Andrea Perciato edizioni ARCI Postiglione, SA 2003)