RODI (GR) Kritinia Castle (Κάστρο Κρητηνίας)… dominio Templare sulla costa occidentale

Pochi sono quei luoghi al mondo ove lo stupore si lascia avvolgere dalla natura; la meraviglia è un’emozione che ti piglia senza lasciarti mai più, i panorami sono intrisi dell’essenza del mare che si alterna alla macchia circondati da paesaggi che si perdono a vista d’occhio oltre la linea dell’orizzonte. É questa la particolarità del Kritinia castle, lungo la costa occidentale dell’isola di Rodi.

Già visibile in lontananza, la bellezza di questo castello è che esso si erge – lungo la linea dell’orizzonte – da una rupe al di sopra di una macchia vegetazionale caratterizzata dalle intense coltivazioni dell’olivo e del carrubo. Appena giunti ai piedi della rupe, l’accesso al castello viene consentito attraverso una rampa (peccato che i gradini siano in cemento!) che serpeggia coi suoi scalini fino a varcare la soglia d’ingresso che immette nella sua parte interna, una disarticolata disposizione degli spazi distribuita su più livelli, ma da cui si ammirano panorami incredibili.

Il castello di Kritinia fu progettato da un architetto veneziano, eretto alla fine del quindicesimo secolo circa, e controllato dai cavalieri di Rodi con lo scopo di proteggere i villaggi vicini – quelli sparsi lungo la costa o distribuiti nell’immediato entroterra – dagli attacchi degli Ottomani; sembra che fu scelta quella specifica posizione perché da lì era (e lo è a tutt’oggi) possibile avere una visuale a 360 gradi del mare Egeo, di gran parte dell’isola e su alcune piccole isole ad ovest di Rodi.

Il luogo è molto suggestivo; qui la storia incrocia le sue trame con la bellezza di panorami mozzafiato. Eretto alla fine del XV secolo dai Cavalieri di Rodi (eredi diretti, per certi versi, dei più “blasonati” Templari) appena pochi decenni prima dell’eroica difesa dell’isola contro i Turchi. Prestando molta attenzione (fondo roccioso piuttosto disagevole!) ci si sposta sulla sinistra fino a raggiungere un primo terrazzino e, successivamente, un secondo a pochi metri distante, da cui s’apre una vista mozzafiato sulle isole Alinnia, Makri, Chalki e Tragousa. Laggiù in fondo, la risacca del mare (dalle incredibili colorazioni dei suoi fondali) che s’infrange sugli scogli fa sentire la sua voce fino al castello; da quassù, al tramonto, questa porzione di Dodecaneso si mostra in tutto il suo splendore nella sua luce migliore.

Una tradizione locale invita a trattenersi quassù al castello fino al tramonto e al successivo sopraggiungere della sera, per godere dell’incredibile bellezza di scorgere l’ultimo raggio di sole che cade oltre l’orizzonte, poiché il Kritinia castle è – sicuramente – uno dei posti più belli e, da un punto di vista panoramico e paesaggistico, tra i più suggestivi dell’intera isola di Rodi. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

STUPOR MUNDI, Castel del Monte… alla corte di Federico II

Visto da lontano sembra un gigantesco blocco in calcare bianco-roseo della murgia che si erge da un territorio che domina per miglia dall’alto della sua modesta altura (540 m). Questo luogo, questo complesso architettonico, questo scrigno e gioiello fatto di architettura, arte, cultura, religione, scienza, matematica, geometria, mistero… esoterismo, sembra sbucare dal nulla, oltre un orizzonte intriso del giallo dei campi di grano appena raccolti, dell’argenteo degli uliveti e dell’intenso verde dei vigneti; solo qualche refola di vento appena percettibile nell’immensa canicola della Murgia, accompagna il canto delle cicale che qui – più che altrove – fanno sentire la propria voce!

Da sempre ci ha affascinato questo luogo e finalmente… siamo sotto le sue mura. Una costruzione, un edificio che – apparentemente – sembra non servire a nulla. Nel senso che viene sì chiamato Castello ma che di un maniero non presenta alcunchè: ne fossati esterni, ne ponti levatoi, ne merlature, ne torri principali, ne cortili adiacenti per le stalle, le cavalcature e la biada, e per l’alloggiamento della guarnigione… il castello, visto da lontano, somiglia molto alla corona di Federico II di Svevia, costruttore del castello ma Federico nella sua lungimiranza di precursore dei tempi, aveva previsto tutto.

Il Castello, edificato nel 1240 risulta essere l’opera architettonica più affascinante realizzata dall’Imperatore svevo; dichiarato, fin dal 1996, come Patrimonio Mondiale dell’Umanità (sotto l’egida dell’UNESCO). Durante il corso dei secoli furono molte le sue destinazioni d’uso, circostanze che hanno sempre più contribuito ad alimentarne il fascino insieme ai ripetuti richiami del numero 8 come il suo perimetro ottagonale, come otto sono le torri (ottagonali) che determinano gli spigoli; si tratta della figura intermedia tra il quadrato, simbolo della terra, e il cerchio, che rappresenta l’infinità del cielo, e quindi segnerebbe il passaggio dell’uno all’altro.

Privo dal punto di vista architettonico di elementi tipicamente militari e di fossati, posto in una posizione non strategica, in realtà l’edificio non fu probabilmente una fortezza. In ogni caso si rivela come un’opera architettonica grandiosa, sintesi di raffinate conoscenze matematiche, geometriche ed astronomiche. Alcuni studiosi hanno formulato l’idea che il castello e le sue sale, pur geometricamente perfette, fossero stati progettati per essere fruiti attraverso una sorta di “percorso” obbligato, probabilmente legato a criteri astronomici; mentre altri hanno letto, nelle sue austere geometrie, la coppa (non calice) perfettamente “modesta” simile a quella (il Graal) contenente il sacro sangue del Cristo.

Il viaggio esplorativo spazio/temporale dei suoi luoghi interni prosegue tra la magia di ambienti dal misterioso fascino, i profumi delle pietre che ancora profumano d’antico, scale a chiocciola che conducono negli angoli più bui e nascosti della fortezza, e poi ancora tanta, ma propria tanta meraviglia che si rincorre di pietra in pietra, di arco in arco, di capitello in capitello, di volta in volta… fino a compiere un ciclo esatto di ricerca geometrica, di solida compattezza, proprio come la stessa fortezza riesce ad esprimere. Mentre fuori, all’esterno, le numerosissime scritte incise durante il corso dei secoli testimoniano la presenza per i tanti curiosi, turisti o semplici viandanti che di qui sono transitati…

Il mistero non è stato certamente svelato, anche perché non basterebbe una vita per decifrarne ogni centimetro quadrato di questa grande e possente meraviglia architettonica; ma sicuramente la nostra sete di conoscenza e approfondimento per tutto ciò che fa storia, arte e sapienza in questo nostro meraviglioso Sud, ha aggiunto un tassello in più che difficilmente si dimentica. Grazie germanico Hohenstaufen le tue intuizioni, il tuo vedere oltre… ha proiettato questo nostro Sud nell’immaginario collettivo di un millenario “melting-pot” fatto di razze, religioni, etnie, culture che da sempre si incrociano e si mescolano attraverso tutte le possibili rotte del Mediterraneo. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)   

RODI (GR): Filerimos (Φιλέρημος) tra silenzi contemplativi e orizzonti a perdita d’occhio

A pochi chilometri da Rodi, sulla strada che porta all’aeroporto, una deviazione a sinistra consente di raggiungere una singolare altura montagnosa [FILERIMOS (Φιλέρημος)] da cui spicca una balconata che s’affaccia sulla parte centrale dell’isola offrendo scorci e vedute paesaggistiche, dominanti le baie di Ixia e Trianda con un mare dai fondali color smeraldo; un luogo davvero molto bello con una natura che si alterna tra aspre montagne ed estese boscaglie, nel mezzo le intense coltivazioni d’ulivo.

Raggiunti la piccola Prophet Elias Holy Orthodox Chapel, chiesetta dedicata al culto del Profeta Elia, la curiosità di conoscere da vicino tracce di questo singolare culto, ci consente di entrare ed apprezzare tutta l’iconografia presente al suo interno, fatta di bellissimi affreschi alle pareti con scene bibliche e di santi; suppellettili finemente decorati o scolpiti in legno come seggiole e troni; lampadari candelabri e lucernari di pregiata fattura che richiamano, nello stile e nelle decorazioni, l’arte iconografica sapientemente espressa dalle mani di locali maestri artigiani che rendono viva e danno forma alla materia su cui intervengono. Immersa in una copiosa vegetazione forestale in cui prevalgono la pineta e la tipica macchia mediterranea, nelle sue vicinanze parte un percorso pedonale, facilmente individuabile da gradoni sistemati nella roccia, che – salendo – conducono quasi in cima fino a sbucare in un ampio piazzale in cui fanno la loro comparsa decine e decine di pavoni che saltellano, venendoci incontro, alla ricerca di cibo.

La collina di Filerimos trae l’origine della sua toponomastica da un monaco venuto da Gerusalemme tra l’XI e il XIII secolo che porta con sé, in questo suo peregrinare, l’icona della Vergine Maria considerata opera dell’evangelista Luca. Altra supposizione lascia intuire che il luogo sembra aver acquisito il nome già nel corso del X secolo, con la costruzione del monastero bizantino e la presenza di una confraternita, che – avendone cura e favorendone il culto – conduceva una vita tranquilla e solitaria in un ambiente così silenzioso. Altre versioni parlano di eremiti che abitarono le grotte della montagna durante il medioevo oppure che il toponimo sia fatto accostare al cognome di qualche personaggio di spicco, proprietario di un vasto territorio che si espande nella zona ai piedi della rupe.

Appena superati un chiosco, al centro di una sorta di slargo compaiono, sulla sinistra, l’ingresso del Monastero di Filerimos, mentre a destra parte un lungo viale alberato, costellato da filari di cipressi, che determina un percorso pedonale segnato (sulla destra) dalle stazioni della Via Crucis con lastre in bronzo realizzate con disegni (e scritte in lingua italiana) che nell’essenzialità stilistica, si rifanno al movimento futurista dei primi decenni del XX secolo. La collina di Filerimos (265 metri d’altezza) si trova nella zona in cui sorgeva l’antica cittadina di Ialyssos ed è nota per la presenza del monastero di Nostra Signora di Filerimos, eretto dai cavalieri di San Giovanni in onore della Vergine e conserva all’interno un chiostro medievale davvero molto bello.

Il Monastero Cattolico di Filerimos è ben conservato ed è la principale attrazione del luogo. Eretto dai Cavalieri Ospitalieri, fu distrutto dai turchi Ottomani, e successivamente ricostruito dall’Ordine dei Frati Minori Cappuccini; oggi il monastero non è più operativo a livello religioso. In questa zona sorgeva anche un tempio dedicato ad Athena Polias (pochi ruderi sparsi), resti di una basilica paleocristiana e di una chiesetta di origini bizantine; all’estremità del viale, s’impenna l’iconica Croce in cemento (alta 18 metri) e la cappella del profeta Elia.

Il percorso fino alla Croce, conosciuto anche come Via Dolorosa o il Cammino del Calvario (Golgotha), passa attraverso cipressi ed edicole con bassorilievi bronzei che raffigurano scene della Passione di Gesù Cristo, fino alla grande croce di Filerimos in cemento imbiancato. La monumentale Croce di Filerimos domina sul paesaggio circostante con vista su Ialiso, Kremasti, Sgourou, e la città di Rodi in lontananza. Chi giunge fin quassù ha la possibilità di godersi il paesaggio effettuando passeggiate nella natura (presenza di esemplari di ulivi secolari), dove potranno osservare la macchia mediterranea che sale fino in cima e ammirare i singolari (e bei) esemplari di pavoni che – insieme alle capre che pascolano liberamente – si aggirano liberi tra le rovine, il bosco e i sentieri. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

al monte PERTUSO da Cava (Lattari): una “Finestra” sul golfo

Questa montagna che, nel dialetto locale, è anche chiamata – per via del foro naturale esistente nella parete rocciosa tra le due vette predominanti – “Monte Pertuso” con i suoi 1145 m d’altezza si presenta come una delle cime più alte nell’immediato entroterra salernitano. Monte Finestra è uno spartiacque naturale che, con la sua imponente mole rocciosa dalle strapiombanti pareti a picco, separa la valle di Cava dei Tirreni ad est da quella di Tramonti ad ovest ed è una di quelle montagne che ha un aspetto unico nella sua “forma” e che viene riconosciuta anche a notevole distanza. Ben visibile dall’estremità orientale del golfo di Salerno, individuabile dal lungomare di Salerno, porta d’ingresso ideale per accedere al gruppo montuoso dei Lattari, importante punto di riferimento visibile da tutte quelle cime al di sopra dei mille metri che sorgono alle spalle (monti Picentini) della Hyppocratica Civitas (Salerno) e, cosa che stupisce ancor di più, ben visibile anche dalla città di Napoli nelle giornate più nitide.

Immaginando per un attimo di chiudere gli occhi ed ascoltare la voce del più noto tra gli escursionisti meridionali di fine ‘800, Giustino Fortunato così descrive la sua ascensione a questa singolare montagna: “… Dal villaggio di Corpo (della Cava), che spazia per un lungo tratto di quello ameno paesaggio, la nuda vetta di Monte Finestra m’invitò ad ascendere ancor più in alto; e la brezza libera mi richiamò davvero ad una quiete maggiore dello spirito. L’esteso panorama, che si gode da quell’erta sommità, è largo compenso alle poche ore di salita faticosa. Da un lato, Cava ed il golfo di Salerno e la pianura di Eboli: dall’altro, il bacino solitario di Val Tramonti e i cocuzzoli del Sant’ Angelo e il lucido specchio del porto di Napoli; e d’ogni dove, un continuo profilo di balze rilevate, una ricca vegetazione su molli declivi, una infinità di ville sparse e biancheggianti per le aride campagne. A quello spettacolo, pur sembrandomi di essere come innanzi ad una persona venerata, mi sentii più buono, più vigoroso: tanta luce e tanta parte di creato facevano sorridere al mio cuore le immagini della fanciullezza: e in quell’ora serena, il silenzio mi parve l’unico e razionale culto dell’uomo alla maestà dell’infinito!

Muovendosi dalla località Contrapone di Cava dei Tirreni, ha inizio la salita che immette immediatamente nella boscaglia. La natura intorno è in prevalenza boschiva (macchia) con una presenza massiccia di querce e qualche raro castagno. Man mano che il sentiero s’inerpica il bosco diventa sempre più rado. Al termine del recinto, sulla sinistra, con un piccolo salto si ritorna al sentiero. Proseguendo per altri 200 metri circa, si arriva in uno stretto canalone; qui un rivolo d’acqua, a mo’ di ruscelletto, cala dalla roccia formando una piccola sorgente. Continuando sempre a salire si raggiunge un’ampia terrazza che s’affaccia al sottostante vallone detto poi, il sentiero svoltando nuovamente a destra, incontra sul suo cammino dei grossi macigni che rendono ancora più difficoltoso il cammino. Così, dopo piccoli e stretti tornanti, si raggiunge la Foce di Tramonti (quella a nord) o di “Contrapone“, che si affaccia in quell’anfiteatro paesaggistico che è la verdissima valle di Tramonti.

Da qui, ora, si prosegue salendo sulla sinistra, in direzione sud, verso l’aspro crinale della cresta settentrionale della vetta nord della montagna. Giunti intorno ad una quota considerevole scompare la macchia boscosa mentre il paesaggio – aprendosi – si presenta brullo, spoglio ed arido. Proseguendo da qui, il percorso risulta essere un tantino impegnativo e richiede un minimo di attenzione, ma il panorama e i paesaggi che si godono da qui sono di una incomparabile bellezza. Siamo nella zona conosciuta come la falesia di Pietrapiana, un’area naturale ove gli appassionati di free-climbing vengono qui ad allenarsi con scalate e ascensioni lungo le ripide pareti in roccia calcarea. Dopo altri brevi (ma impegnativi) saliscendi si raggiunge la cavità ove è allestita una sorta di luogo di culto. Siamo all’ingresso della grotta di Pietrapiana.

Al suo interno vi è stata collocata una singolare scena della “Natività. La grotta si apre a quota 775 m elevandosi tra la valle metelliana e quella di Tramonti. Qui l’8 maggio 1988, fu collocata una piccola statua della Madonna Immacolata che, a tutt’oggi, viene chiamata “Madonna della Pace”, per la singolare quiete che si avverte in questo luogo, riparato dai venti e dalle piogge, e per il suggestivo paesaggio che s’apre con spettacolari vedute panoramiche sul golfo partenopeo, sul Vesuvio e sul mare. Qui, al cospetto della sacra statuetta e dell’altarino elevato ai suoi piedi (da Carlo Ferrara negli anni ’50) posto all’ingresso della cavità, un frate francescano (tale Vittorio Dell’Aglio) officiò la prima messa profetizzando che questo luogo, avrebbe attirato sempre di più folle di fedeli e di escursionisti. Al suo interno è stato realizzato anche un ingegnoso sistema per incanalare la fresca acqua sorgiva per mezzo di un fontanile; quassù, ogni 25 aprile e ogni 2 giugno il luogo è meta di fedeli, di pellegrinaggi e di escursionisti.

Siamo sull’orlo di quel dirupo conosciuto come il “Malopasso” che altro non è quel particolare tratto (quasi una sorta di cengia) che dalla sella tra le due cime (quella ove s’apre la “finestra” per intenderci!) consente di raggiungere il nostro sentiero e permette di salire fino alla vetta nord del Monte Finestra. Giunti finalmente in cima alla vetta nord della montagna, il luogo è conosciuto come “il telefono“, a 1138 metri d’altezza. Qui la presenza di un rifugio, tutto allestito in legno, offre un sicuro riparo in caso di necessità. All’interno della baracca è possibile trovare del cibo oppure utilizzare gli utensili e materiali (come pentolame, posate e caffettiere) che sono stati qui lasciati appositamente per poter essere usati da tutti coloro che giungono in vetta. Fuori del rifugio una bella croce in legno, incastrata in una cornice di ferro, si eleva da un poggio su cui è ancorata e domina tutta la valle metelliana fino al mare del golfo; nelle vicinanze la statuetta di un Cristo “benedicente” punta lo sguardo verso la stessa direzione.

Il panorama dal rifugio della vetta Nord è splendido e ripaga di tutti gli sforzi compiuti per raggiungerla. L’ambiente risulta essere molto suggestivo soprattutto all’alba e al tramonto per via del caratteristico arrossarsi delle rocce dolomitiche che, baciate dai raggi solari, riflettono di una luce intensa le pareti calcaree. Quassù però bisogna stare molto attenti (!) perché ci si trova a transitare sull’orlo di baratri e precipizi profondi oltre i 300-400 metri. (testi ©Andrea Perciato; photo ©A. Perciato)

Santa Maria della Strada (BN)… una Vergine tra le “janare”

Il fiume Calore che scorre nelle terre del Sannio è depositario di storie, spesso affascinanti, più volte suggestive, di numerosi luoghi dell’anima che fioriscono lungo le sue rive, il cui ricordo si perpetua nel tempo tanto da divenire quasi immortali. Non molto lontano dalle rive del corso d’acqua, lungo quella che un tempo era l’antica Via Appia, al confine tra i comuni di San Lorenzo Maggiore e Paupisi (frazione di San Pietro la Difesa), si erge – solitario – questo Santuario dedicato alla Vergine della Strada la cui storia s’intreccia con altri siti religiosi, tutti che traggono la propria origine dall’evento leggendario che li vede “protagonisti” dei casuali ritrovamenti di immagini, o sacre icone, in seguito ad apparizioni miracolose.

Nello stesso luogo in cui oggi si ammira la chiesa, una donna era intenta a lavorare la terra, quando le apparve la Madonna che le chiese di scavare, in quanto avrebbe trovato un dipinto che la ritraeva. La donna chiamò numerosi abitanti del paese che l’aiutarono a scavare nel luogo indicato, dove alla profondità di venti palmi furono rinvenute una cappellina e l’icona della Madonna. Dal foro da cui fu estratta la sacra immagine, sgorgò miracolosamente dell’acqua. Superando il passaggio a livello della ferrovia e, subito a sinistra, s’imbocca via Ferrarise che in circa 300 metri conduce al complesso conventuale di Santa Maria della Strada (del XVII secolo), un’antichissima chiesa intitolata alla Vergine detta “della strada” perché sorgeva, come è ben visibile a chi la vede per la prima volta, nelle adiacenze di quell’antico tratto viario che conduce in direzione di Benevento, e che un tempo era uno dei collegamenti con cui Roma comunicava coi luoghi più reconditi dell’Impero attraverso principali assi viari come la Via Latina.

Leggenda vuole che la Vergine apparve in sogno a una donna, probabilmente una massaia che si recava a lavare i panni nel vicino torrente Janara, oppure una contadina dedita al lavoro nei campi. In seguito a ciò fu ritrovato (tra l’XI e il XII secolo), a tre metri di profondità nel terreno, una sacra icona (di fattezze greco/ortodosse) raffigurante la Vergine. Annesso alla primitiva chiesetta sorgeva un Monastero, originariamente tenuto dai Padri Benedettini. Successivamente dalla vicina San Lorenzo il complesso fu dato agli Eremiti di Sant’Agostino, per occuparsene poi – nel 1640 – i Frati Minori che lo tennero fino alla soppressione dei Conventi nel 1806 epoca in cui, con Regio Decreto, fu annesso alla collegiata di San Lorenzo Maggiore.

Pochi metri alle spalle della chiesa, sulla riva del torrente, c’è la presenza di un ponte in pietra a secco, ad unica arcata e a “schiena d’asino”, di piccole dimensioni attribuito all’epoca della presenza romana in questi territori, eretto proprio sul percorso della via Latina nei pressi dell’attuale complesso di Santa Maria della Strada. Qui i dintorni sono estremamente ricchi di vigneti, sistemati a colture intensive lungo le sponde del fiume Calore; alberi da frutto e uliveti, poi, rendono ancor più variegato tutto il circondario che oltre alla terra offre anche prodotti di prima qualità come carni, salumi e formaggi; ottimi spunti e idee per trascorrere qualche ora di sosta in piacevole compagnia delle bellezze naturalistiche offerte dai paesaggi del circondario. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

alta valle di Anthölz/Anterselva (Sud Tirolo): da Passo Stalle al lago di Obersee

La valle di Anthölz/Anterselva va a chiudersi, ai piedi di quella gigantesca muraglia rocciosa determinata da aspre montagne che “segnano” il confine con la vicina Austria. Siamo allo Staller/Sattel, Passo Stalle (2052 m) che segna il confine con l’Austria (nel Tirolo orientale). Dal luogo in cui giace il Rifugio sull’antico posto doganale (sono ancora visibili i cippi di confine e la stazione dei “frontalieri” della Guardia di Finanza), che da sempre ha messo in comunicazione il Trentino con l’Austria, si ha la completa visuale di entrambi i laghi di frontiera: l’Anterselva, giù in fondo, a ponente, e l’Obersee poco sotto a levante; bacini lacustri che riflettono i colori del cielo e dai policromi fondali che vanno dal giada, al turchese fino al blu cobalto più intenso.

Tutt’intorno si elevano, come gigantesche muraglie, le aspre cime di montagne, ghiaioni, doline e ghiacciai: la Croda Rossa (2818 m a S) e l’Almerhorn (2986 m che si eleva a N), montagne che racchiudono uno straordinario scenario paesaggistico tipico delle Alpi; un paradiso fatto di bellissime cime. Da Passo Stalle il paesaggio cambia notevolmente e sembra di ritrovarsi al cospetto di montagne che hanno raccontato la storia di popoli (da qui sono passati uomini d’arme, di fede e di commercio); un passaggio naturale che da sempre ha permesso il transito di eserciti e carovane nonché l’incrocio di idee, prodotti d’artigianato e maestranze che con le loro energie hanno reso possibile lo scambio attraverso questi luoghi.

Qui da sempre montanari, boscaioli, produttori, allevatori, pastori, minatori, artigiani, rifugiati politici e religiosi, nonchè contrabbandieri… in tanti hanno travalicato Passo Stalle, un luogo magico in cui il cielo e la terra si uniscono e si riflettono nei suoi specchi lacustri; scoprire le sue bellezze, vale tutta la fatica fatta per raggiungerlo. Volgendo lo sguardo tutt’intorno, sembra davvero di compiere quattro passi a spasso nel cielo…! La traccia di un sentiero ben segnalato parte al margine N del Passo e raggiunge l’Alpengasthaus Oberseehütte, un tipico rifugio che si affaccia sulla sponda settentrionale dell’Obersee. Il facile percorso continua verso E, avendo lo specchio lacustre giù in basso a destra, fino a scendere leggermente alla Malga Staller (1956 m) e le successive Malghe di Hinterpassler e Ausserweger in pieno territorio austriaco.

RODI… (Grecia), Croci e Mezzaluna attraverso la sublimazione del Medioevo!

Chi giunge per la prima volta sull’isola di Rodi, la principale del Dodecaneso nel mar Egeo, e quasi alle porte con la Turchia, non ha immediatamente la sensazione delle meraviglie che si aspetta di trovare, conoscere e scoprire. Un viaggio nel tempo alla scoperta di quelle “finestre” di storia che hanno fatto di Rodi un luogo leggendario; laddove culture ed etnie diverse si sono incrociate – spesso combattendosi e, successivamente, amalgamandosi – in un melting-pot di colori, profumi, suoni, dialetti, razze, religioni… Qui a Rodi, nel cuore del Mediterraneo, ha avuto la sua origine la “sublimazione” del Medioevo espressa attraverso tutte le sue incredibili forme. Ma come si fa a conoscere ed apprezzare ciò che un luogo, da sempre, affascina per le sue molteplici peculiarità? Semplicemente a piedi. Il nostro urban-walk attraverso la città capoluogo comincia dalla sua marina, un tratto di costa che si protende nel punto più a settentrione dell’isola. Da qui, puntando verso sud-est, si superano storici edifici che – nei colori e nei disegni – ricalcano le interpretazioni architettoniche e decorative dello stile veneziano.

Siamo sul mare e a poche decine di metri compaiono i due bracci del molo che racchiudono il porto sormontati da due colonne recanti, sulla sommità, un cervo e una cerva: il punto da cui si ergeva il leggendario “Colosso” di Rodi. Continuando verso sud, si sfiora la Cattedrale dell’Annunciazione (Ιερός Καθεδρικός Ναός Ευαγγελισμού της Θεοτόκου) che si ispira alla Chiesa di San Giovanni dei Cavalieri di Rodi convertita in moschea nel 1522 e distrutta da un fulmine che nel novembre 1856 aveva colpito i sotterranei utilizzati come deposito di polvere da sparo; questa esplosione causò la morte di 800 persone mentre oggi, quello luogo sacro è stato convertito al culto greco ortodosso.

Le mura settentrionali dell’antica città, già si scorgono sull’orizzonte verso sud. Attraversati il lungo viale dei “Sette Martiri”, a destra compare la singolare facciata dell’area mercatale, la “Nuova Agorà”; si aggirano le darsene del porto di Mandraki, ove ormeggiano le imbarcazioni che offrono il giro turistico lungo le coste isolane, e si giunge sul braccio da cui spiccano i pittoreschi Mulini “a vento” di Rodi, o di Verer (Ανεμόμυλοι Ρόδου), torri cilindriche costruite in pietra e risalenti ad epoca bizantina; essi venivano principalmente utilizzati per macinare il grano che giungeva dalle navi che attraccavano al porto; il luogo è davvero suggestivo con la Torre del Faro di San Nicola che si staglia sullo sfondo e i mulini sono una delle attrazioni paesaggistiche più fotografate di Rodi.

Finalmente giunti sotto le mura, scelgo di entrare nella città antica attraverso la Saint Paul’s Gate, la Porta di San Paolo (Πύλη Αγίου Παύλου) costruita nella seconda metà del XV secolo per collegare direttamente la città vecchia con il porto; qui era ubicata l’antica armeria. Il suggestivo transito attraverso questa porta in pietra, rimanda ai fasti degli assedi e della difesa da parte degli isolani per tutte le minacce che giungevano dal mare; una scalinata (senza parapetto) in pietra consente di raggiungere il camminamento che scorre lungo il perimetro da cui si scorgono le strutture portuali.

Dentro la città, alla prima porta che compare sulla destra, si entra – finalmente – nella città vecchia. Alcuni ruderi sparsi sulla sinistra sono tutto ciò che resta del Tempio di Afrodite. Una breve salita che piega a sinistra e s’apre il piazzale della Square of the Hebrew Martyrs (la piazzetta dei Martiri ebrei). Subito dopo un portico ad arco ribassato introduce in uno slargo che immette nella piazzetta su cui prospettano a sinistra la spoglia facciata della chiesa di Nostra Signora del Castello (Παναγία του Κάστρου); alle sue spalle una fontanina con effigi di matrice islamica, mentre a destra si erge il possente edificio del Museo Archeologico di Rodi (Αρχαιολογικό Μουσείο Ρόδου); ma, come per incanto, tra la facciata della chiesa e lo spigolo destro del palazzo museale compare l’essenza di Rodi, laddove il Medioevo si respira attraverso ogni singola pietra: la Via dei Cavalieri di Rodi (Οδός των Ιπποτών της Ρόδου).

Appena all’inizio, sulla destra, c’è la Casa del Sultano Cem, il rifugio medievale del principe ottomano Cem, che cercò asilo qui mentre fuggiva da suo fratello. Un viaggio nel tempo camminando lungo la strada più bella e famosa di Rodi; attraversandola si viene coinvolti dalle atmosfere di epoche antiche. La toponomastica rodense identifica questa Via dei Cavalieri anche come “Odos Ippoton” (oppure come Ritterstraße) e la prima impressione che si ha è quella di sentirsi catapultati direttamente nel Medioevo; una via da percorrere assolutamente a piedi (le auto, e altro di motorizzato, sono vietate) circondata dal fascino e dall’atmosfera d’altri tempi osservando – semplicemente – i vari edifici, i loro portali, i loro balconi e le finestre; i loro stemmi sulle facciate sono un autentico “bagno” di storia. Stiamo percorrendo l’antica strada che congiunge l’Ospedale dei Cavalieri di San Giovanni (l’attuale Museo Archeologico), e che termina alla maestosa Porta di Santa Caterina adiacente al Palazzo del Grande Maestro. La strada presenta davvero una bella atmosfera medievale; essa è giunta fino a noi conservata in ottime condizioni ed è sopravvissuta nella sua forma immutata fino ad oggi, il che la rende unica al mondo.

Una via lunga che sale in lieve pendenza, dalla pavimentazione acciottolata, su cui prospettano le facciate di antichi palazzi nobiliari, sedi delle tante locande dei Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni o chiamati anche “Cavalieri di Rodi” che un tempo occupavano questa via come, punti di ristoro al ritorno dalle Crociate oppure utilizzate come alloggi per offrire ospitalità ai pellegrini che, per raggiungere Gerusalemme, passavano da Rodi. Lunga 200 metri per una larghezza di 6, si tratta di una strada dritta e stretta con una piccola salita e pavimentata dal sistema acciottolato a “lingua di gatto”; un luogo che ovunque respira di storia. Lo stile architettonico è puramente Gotico e ai giorni nostri dei sette edifici che rappresentavo le “sette nazioni” e le “sette lingue” (Alvernia, Provenza, Francia, Aragona, Germania, Inghilterra ed Italia) ne sopravvivono solo quattro; si può intuire come quasi tutti i paesi cristiani d’Europa a quel tempo erano rappresentati qui.

Le antiche locande sono state trasformate in consolati ed uffici delle ambasciate estere, ed ognuna è riconoscibile dai propri stemmi sulle facciate. Volgendo lo sguardo all’insù cercando di catturare quanti più dettagli stilistico/decorativi o prospettici/architettonici possibili, si avverte chiaramente lo “spirito del passato”. La più’ grande quella di Francia (Κατάλυμα Γαλλίας) sulla destra e la si riconosce per l’iscrizione datata 1492 dedicata ad Emery D’Amboise Gran Priore di Francia e Gran Maestro dal 1503 al 1512. Il tetto è bordato da teste di coccodrilli in onore del Gran Maestro Dieudonnè de Gozon che uccise un’esemplare scappato da una nave egiziana terrorizzando la città. Sempre a destra la Church of Holy Trinity (Ιερός Ναός Αγία Τριάδα) Chiesa della Santissima Trinità, fondata dagli Ospitalieri e consacrata alla fede cattolica. La sua storia risale agli anni 1365-1374 e a quel tempo apparteneva alla Lingua d’Inghilterra (i cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme erano divisi in sette nazioni, chiamate “Lingue“: Provenza, Alvernia, Francia, Italia, Spagna , Germania e Inghilterra).

Sempre sulla destra, l’Ambasciata Italiana costruita nel 1519 dall’architetto e Gran Maestro Fabrizio del Carrette con lo stemma armato al centro. La scultura della Vergine Maria con il Bambino risale probabilmente alla fine del XV e XVI secolo, costruita tra il 1365 e il 1374, e fu dedicata all’Arcangelo Michele, ma successivamente dedicata alla Santissima Trinità. Durante il dominio turco ottomano sull’isola, fu trasformata in moschea con il nome di Khan Zade Mescidi e, successivamente, trasformata in chiesa ortodossa quando le isole del Dodecaneso furono annesse alla Grecia dopo la seconda guerra mondiale. 

Sulla sinistra invece troviamo Katalima Ispanias (Κατάλυμα Ισπανίας) l’Ambasciata di Spagna, un edificio in pietra a due piani con ingresso ad arco con un giardino al suo interno che sembra ricordare quelli di Alhambra, il “paradiso islamico” di Granada, una sala riunioni di circa centocinquanta metri quadrati e lo stemma spagnolo. Esso si collega con la residenza/locanda della Provenza (che è di fronte) da una transizione sotto forma di un arco. In queste locande, che inizialmente erano otto, i Cavalieri Ospitalieri iniziarono come ordine di Ospitalieri e col tempo divennero una delle confraternite cavalleresche più influenti. Operavano infatti a scopo di lucro: bottini di guerra, possedimenti terrieri, tratta degli schiavi, operazioni finanziarie sospette, trasporti di pellegrini.

Anticipati dalla Loggia of St. John (Λότζια Αγίου Ιωάννου), imponente portico ad archi con volte a botte e a “crociera” eccoci finalmente davanti al cancello che introduce al possente Palazzo dei Gran Maestri dei Cavalieri di Rodi (Παλάτι του Μεγάλου Μαγίστρου των Ιπποτών της Ρόδου) una bellissima fortificazione di dimensioni imponenti collocata nel cuore della città medioevale. Superati l’ingresso sostenuto dalle imponenti torri merlate, s’apre un ampio cortile interno su cui s’affacciano i vari ambienti della fortezza vissuta dai Cavalieri e i loro maestri, per ben 213 anni continuativi (1309/1522): rampe e gradinate, portici con archi ogivali, fontane, grandi e maestose sale con interni finemente decorati, arredi, magnifici esemplari di mosaici, statue e manifatture di pregio valore artistico. Passeggiando alla base delle sue mura restituisce arcane sensazioni di un tempo in cui s’incrociavano lame di lunghi spadoni e riecheggiavano le cavalcature di cavalli bardati.

Spostandosi brevemente verso sud sulla sinistra una breve elevazione lascia prospettare quelle che sono le rovine di St John Of The Collachio, proprio nel luogo di quella che fu la Turkish School (Τουρκικό Σχολείο) un’opera architettonica di matrice ottomana: Suleymaniye Madrasa costruita da Fethi Pasha. Ahmed Midhat Efendi ed Ebuziyya Tevfik Bey, che erano i n esilio a Rodi, decisero di aprire questa scuola, che sarebbe stata conosciuta come Süleymaniye High School. Pochi passi e siamo proprio a ridosso della Torre medioevale dell’Orologio (Ενετικός Πύργος Ρολογιού) che si erge tra il Palazzo del Gran Maestro e la Moschea di Solimano e da cui si gode di una bellissima vista sulla città. E’ un luogo molto caratteristico, reso tale anche dai grossi vecchi ingranaggi dell’orologio che danno il nome alla struttura. La torre fu costruita dagli Ottomani nel XIX secolo sui resti di una precedente costruzione bizantina.

Proprio accanto s’impenna – nella sua elegante e sottile forma – il “minareto” della Moschea di Solimano (Τέμενος του Σουλεϊμάν) racchiusa all’interno di un modesto cortile. Essa caratterizza il centro dell’antica città. La grande Moschea di Solimano sorge nel noto quartiere popolare chiamato Chora, e di sicuro è una delle costruzioni più famose ed importanti della città vecchia. Fatta costruire nel 1522 dopo la vittoria del sultano ottomano Solimano ottenuta sui Cavalieri di San Giovanni, che si rifugiarono a Malta in seguito alla sconfitta, fu eretta sulla base dell’antica chiesa dei SS. Apostoli, di cui ancora si può scorgere il portale tinto di un inconsueto colore rosa; alle sue spalle una porta, con enorme scritta islamica sul timpano, consente di accedere nel cortile della Biblioteca musulmana.

Proseguendo lungo la sinuosa stradina ..di Ippodamou presso un arco, volgendo a sinistra, si scende attraverso un singolare passaggio – vicolo Arhelaou – che passa sotto archetti che sorreggono le facciate di antichi edifici in pietra; in breve si raggiunge Arionos square, con al cento un gigantesco albero (forse un tiglio) che offre una copiosa ombreggiatura di circa 40 metri. Una muratura con cancellata (chiusa da tempo) in ferro, consente di poter scrutare all’interno e ammirare tutta la bellezza di un edificio dalla facciata tinta in ocra e che racchiude nel prospetto frontale la simbiosi di più stili architettonici: Sultan Mustafa Mosque (Σουλτάν Μουσταφά Τζαμι), una moschea ottomana fatta costruire dal sultano Mustafà III; iniziata da Ebûbekir Pasha nel 1610-1620, ma la struttura non fu mai completata. Secondo l’iscrizione sulla porta principale della moschea c’è scritto “Bismillah”, ed è datata 1765.

Una vecchia fontana (Reinigungsbrunnen) al centro della piazza, eretta su un balzo/gradone (che un tempo sorreggeva, tramite colonnine, una cupola) di forma ottagonale formato da pietre irregolarmente squadrate, presenta bordi con lastre scolpite in pietra a motivi floreali. Nella sua forma precedente era coperto da una cupola sorretta da otto colonne con capitelli a voluta, collegate da archi a sesto acuto. Ai lati del serbatoio d’acqua in marmo a dodici angoli della fontana, ci sono cipressi su entrambi i lati del rubinetto e vasi decorati con rose, tulipani e garofani.   

Poco più a lato, verso sud compare un’altra piccola moschea, Hamza Bey Mosque (Τέμενος Χάμζα Μπέη), dedicata al comandante della flotta ottomana fino al 1456 e a cui fu affidata la guida dei navigli e la successiva conquista delle isole del Dodecaneso. Imbros, Lemnos e Thasos si arresero, ma poi qualcosa andò storto. Bloccato dagli Ospitalieri di Rodi, Hamza non riuscì a conquistare il resto delle isole dell’arcipelago. Si tratta di una tipica moschea con coronamento a cupola, la cui originalità – almeno per quanto riguarda altri esempi di architettura musulmana prevalenti sull’isola – consiste nel fatto che la cupola è stata rivestita con piastrelle rosse in stile bizantino. In molti ritengono che sia stata forse costruita sulle fondamenta di una precedente chiesa cristiana di rito greco-ortodosso o cattolico romano, e che fosse dedicata al culto della Trasfigurazione del Salvatore.

Volgendo per un vicoletto (Ergiou) ad est, e superando un dedalo di negozietti e botteghe d’ogni genere, si raggiunge la principale via (Sokrathous) che scende dalla Moschea e in pochi minuti raggiunge quella che può essere considerata – a ben ragione – il centro pulsante di tutta la vecchia città: Piazza Ippocrate (Πλατεία Ιπποκράτους) che ha sempre ospitato – fin dall’antichità – botteghe e negozi (antico mercato del pesce) e dove avvenivano tutti i tipi di traffici commerciali. Questa è la principale piazza di Rodi vecchia; tutt’intorno si avverte l’essenza mediorientale delle varie epoche succedutesi sull’isola ampiamente espresse attraverso le architetture che vi si prospettano. Il posto è molto bello, dalla vivace atmosfera, interessante a tal punto che se ci si siede, magari sulle gradinate di una scala rampante, ad osservare il mondo che passa sotto i propri occhi, allora questo è sicuramente uno dei più bei posti di Rodi. Tutt’intorno è un alternarsi (quasi come un affascinante mix) di stili architettonici dalle molteplici influenze: da quelle medievali a quelle ottomane e persino italiane. Al centro della piazza si trova una suggestiva fontana (forse di matrice araba), sormontata da una civetta e spesso ornata da vasi di fiori. Storicamente, le fontane servivano sia a scopi estetici che pratici negli spazi pubblici, e questa non fa eccezione. Aggiunge un tocco atmosferico alla zona e funge da popolare punto d’incontro.

Siamo a pochi metri dal mare che si scorge appena oltre gli edifici storici; tutto questo all’interno delle mura del castello con diverse attrazioni proprio sul mare. Da qui si vede già la torre della porta e si continua lungo via Ermou, barcamenandosi nell’intricato ginepraio costituito da botteghe e negozietti che vendono di tutto, fino a raggiungere il varco della Porta di Arnauld, che sbuca proprio alla base delle mura che affacciano sul porto di Kolona. Queste possenti mura, per come sono state realizzate e strutturate, sembrano somigliare molto a quelle che circondano la città vecchia di Gerusalemme, in Israele; ciò lascia facilmente intuire come una simile costruzione difensiva sia stata introdotta dai cavalieri Crociati quando, sconfitti da Salha ‘Addin, furono costretti a lasciare la città del Santo Sepolcro e a trovar rifugio proprio su quest’isola di Rodi ove poterono continuare a mercanteggiare ed a stringere commerci con tutte le popolazioni che affacciavano sul mare.

Gli echi lontani delle cavalcature dei cavalieri, si perdono attraverso gli angoli più lontani e nascosti dei vicoli; il nitrire dei cavalli determina il riposo dopo aver cavalcato per chilometri, quasi una sorta di ringraziamento per esser nuovamente rientrato nella stalla a meritarsi la propria biada; i suoni metallici delle armature e delle spade ricollocate al proprio posto; il vociare concitato delle ultime azioni commesse, inebriandosi davanti a un boccale ricolmo di idromele e l’intrecciarsi di imprecazioni e (forse) qualche bestemmia, lascia facilmente scorrere la mente ai ricordi di come questi uomini “monaci guerrieri” – meglio conosciuti come Crociati – potessero vivere e trascorrere le proprie giornate su quest’isola. Per il resto… aggiungete a vostra discrezione tutti i gli ingredienti emotivi risalenti a quell’epoca e fateli balenare tra la vostra mente e il vostro cuore! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Caiazzo (CE), in cammino lungo i “Sentieri dell’Ulivo”

Nella fertile e antica “Campania Felix”, là dove il Volturno, unico fiume navigabile del Mezzogiorno italiano, incrocia le sue acque con quelle provenienti dal Calore Irpino, si ergono, oltre l’orizzonte, i dolci declivi delle Colline Caiatine (o Caiatensi), appartenenti a quel gruppo di ondulazioni che vanno a formare il territorio del sub-appennino campano. Siamo a ridosso delle prime case del paesino di SS. Giovanni e Paolo, una frazione alle porte di Caiazzo circondata da estesi colli ulivati. Raggiunti la strada che scende dal paese si continua lungo viottoli campali circondati da fluttuanti seminati, enormi covoni in fieno (detti ‘e metali) e purpurei vigneti dalle policrome colorazioni. Verdi alture su cui “regna”, da secoli, l’albero più famoso che l’antichità potesse tramandarci, e per questo da molti oggi riconosciuto, universalmente, come simbolo di pace e amore: l’ulivo.

Ci troviamo in quella che fu la terra dei Sanniti, per ricercare e andare alla scoperta di tracce storiche, testimoniate direttamente dalle genti caiatine. Lungo questi territori, ricchi di verde e di profumi agresti, si snodavano i tracciati delle principali vie di comunicazione romane, collegante la “Caput Mundi” con i tenimenti oltre confine, e tra questi si riscontrano: la Via Casilina, la Via degli Abruzzi, la Via Sannitica, la Via Latina, le pietre levigate della “Strada Sellecata” (IV secolo a.C.) ed altre strade poco conosciute, ma non per questo considerate di minore importanza, che ancora oggi mettono in comunicazione diversi paesaggi di straordinaria bellezza: le caratteristiche campagne della piana; i fazzoletti di terreno nelle più incredibili policromie di verde; le antiche masserie olearie e casearie che si alternano a casali di rara bellezza architettonica e le tracce rupestri di antiche arbustaie.

La zona però, non solo viene caratterizzata esclusivamente dalla pianura alluvionale del Volturno, ma incidono notevolmente, a costituirla per buona parte, anche una moltitudine di rocce vulcaniche e, tra le più svariate specie si riconoscono: il piperno e il tufo cineritico, il cinerazzo e il tufo pipernoide. Negli strati di queste tenere rocce, il secolare scorrere impetuoso delle acque, e il millenario transito di uomini, animali e carovane, hanno determinato le cosiddette “cupe”, inconsueti spazi del cammino, che sono passaggi scavati (o stradine incassate) tra le grigie pareti di roccia friabile; molto spesso, quasi sempre adombrate e ricoperte da vegetazione arbustiva e rampicante. Ed è proprio là, dove la roccia diviene fine e polverosa, ricoprendo strati molto più antichi e profondi, che si ha una notevole fertilità nel terreno; mentre invece, là dove affiora il tufo più compatto e nei territori alluvionali, le colture e la flora divengono più rade e spontanee, impoverendosi notevolmente.

Attraverso queste contrade si ripercorre un po’ la storia di queste zone caiatine, introducendoci in un’atmosfera del tutto particolare. L’olio, che è il protagonista assoluto (e non solo!) dei territori attraversati dal nostro cammino, è una delle più importanti piante per l’uomo di tutti i tempi. Da ricerche storiche effettuate, si evidenzia che la varietà olivicola locale, ossia la “CAIATHANA”, sia stata importata direttamente dalle regioni agricole dell’antico Egitto. Coltivato dalle epoche più remote nell’intero bacino mediterraneo, ha costituito nel passato una sicura fonte di ricchezza e di sostentamento per intere popolazioni. Tra le numerose varietà olivicole, una delle più conosciute è la “CAIATINA” (da Caiazzo) ove ancora oggi, questa viene coltivata nella sua zona d’origine. Il suo “aroma” risulta ottimo e gustoso e va a “sposarsi” bene con ogni sorta di pasto o condimento; il suo “profumo” risulta unico e inconfondibile.

Aiutano a conservare queste caratteristiche di alta qualità, il sistema detto di “molitura a freddo” e, quello più tradizionale, detto di “molitura a pietra”, che risulta essere, in ogni caso, il migliore in assoluto. Oggi si va invece diffondendo, tra i produttori locali, una qualità ottenuta tramite raffinazione per “decantazione naturale” o, come viene più comunemente detto, per “affioramento”; sistema tradizionale questo, conosciuto fin dall’epoca romana. Questa operazione appena descritta, comporta l’esclusione dell’ultima fase meccanica di raffinazione detta “centrifugazione”; e così facendo, si riescono a mantenere inalterati, e per molto tempo, tutti gli aromi e gli odori dell’olio. Alcuni esemplari d’ulivo ultrasecolari presentano, alla base di essi, un tronco pietrificato, divenendo così, in un certo senso, dei veri e propri “monumenti” della natura. La raccolta dell’oliva caiatina avviene tra ottobre e dicembre quando il frutto, di ottima qualità, risulta essere ancora molto polposo.

Esso è buono anche a tavola, matura presto e si riesce a raccoglierlo prima che arrivino i freddi invernali. Le olive vengono strappate dai rami totalmente a mano per mezzo della “brucatura” (dei lunghi bastoni con la punta uncinata) e le fronde più copiose si raggiungono con delle alte e sottili scale che a volte superano i 10 metri. L’oliva viene fatta cadere e raccolta su dei teli di paracadute (o reti), e poi il frutto viene separato dalle foglie tramite una meticolosa operazione che avviene, o subito sotto le piante, oppure a casa, accanto ad un camino acceso. Il frutto, al 90% è privo di pesticidi, e questo perchè la civiltà contadina caiatina ha sempre rifiutato somministrare alle piante della zona, qualsiasi additivo chimico, preservando così, integralmente, la natura biologica del prodotto. Tutte queste operazioni portano ad una riscoperta dell’antico legame esistente tra uomo e natura; un legame che fa ritornare l’uomo verso quei valori più autentici dimenticati ormai da tempo.

Qui i ritmi dell’esistente quotidiano, eredità di un vissuto rurale che si riscontra nelle memorie del tempo, vengono testimoniati da un alternarsi di sistemi produttivi legati ancora ai cicli delle lavorazioni che si tramandano da secoli. Filo conduttore di tutto ciò che ruota intorno alla casa/masseria è la più difficile e complessa arte del rurale praticata fin dall’antichità: l’agricoltura. Non è difficile poter ancora assistere alla preparazione della pasta fatta in cortile; alla posa in terra del letame per rendere più fertili i terreni da coltivare; a dare da mangiare agli animali nei recinti; a dar la biada e a spazzolare i cavalli; a porre il fieno nella mangiatoia e a mungere le vacche; a sistemare steccati e palizzate; ad arare ancora col traino dei bovi; tutto questo in un’autentica allegoria contadina che coinvolge un po’ tutti. I prodotti sono ancora come quelli di un tempo, trattati al naturale e senza additivi. La farina, l’olio e il vino sono le matrici su cui si basa una cucina semplice, spontanea ma sempre genuina; alla pizza cotta in forno a legna si alternano le diverse specie di confetture; ai legumi conditi con cotica si aggiungono carni suine di prima qualità; e qui il “maialino nero” la fa da padrone! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

lungo la via “NUCERIA” da Salerno al monte San Liberatore, all’altezza della “SGARRUPA”

Quell’altura che chiude a occidente l’arco costiero determinato dal golfo di Salerno, sotto la cui cima vi è arroccata – quasi incastrata nella parete – la bianca struttura di un antico romitorio, è il monte San LIBERATORE. Meta escursionistica facilmente raggiungibile sia da Cava dei Tirreni (a settentrione) che da Salerno (da SE), offre un’immensa visuale su tutto il golfo ed i monti della Costiera Amalfitana. Salerno, è una città di forti tradizioni marinare, al centro di uno splendido golfo che s’apre tra la costa d’Amalfi e la costa del Cilento. Ma la città presenta anche una sua caratteristica montana, essendo circondata da elevazioni (poco più che colline e montagnole a carattere carsico ma ricche di vegetazione) che s’aprono e la circondano come – più volte avvenuto in passato – una cortina protettiva.

Muovendosi da SALERNO si raggiunge la località Canaloni, poco al di sopra dell’incrocio tra la galleria del Conservatorio Musicale ed il viadotto Alfonso Gatto. Salendo e passando sotto gli arcuati piloni in cemento dell’autostrada si superano, in successione, le case che prospettano lungo l’ardita strada; così, dopo aver superato gli ultimi tornanti, la strada termina (a ridosso della galleria autostradale della SA-NA) presso una biforcazione. Mantenendosi sempre sulla destra ora s’imbocca una pista che risale lungo il declivio della montagna; sotto di noi si apre la parte antica della Salerno medioevale, con il bacino del porto commerciale ed il primo tratto della costa d’Amalfi. Splendida la vista sul golfo di Salerno e interessante la macchia mediterranea e i lembi di lecceta che s’incontrano lungo il sentiero, oggi ribattezzato “Sentiero del Principe“; siamo praticamente all’altezza di quello che in antichità veniva conosciuto come il difficoltoso tratto della “Sgarrupa“, una sorta di ciglio esposto a picco sul mare. Il cammino risulta essere abbastanza agevole ed attraversa una vegetazione tipicamente mediterranea in cui spiccano – su tutti – il rosmarino, il mirto, il corbezzolo, il carrubo e una varietà di erbe officinali.

Il percorso viene caratterizzato dalla presenza dei ruderi di torri in pietra utilizzate prima come torri di avvistamento e successivamente per la caccia ai colombi. Giunti in vista della Valle di San Liberatore si guadagna il valico (285 m), detto Costa, dove un tempo venivano tese le reti per il “gioco dei colombi“. I sentieri che si incrociano e convergono presso questa sella naturale, ricalcano in parte quello che era l’antico tratto viario che collegava Salerno a Nocera, la cosiddetta “Via MAJOR” (Via Maggiore, conosciuta anche come “Via NUCERIÆ”) che risaliva per questi crinali evitando di attraversare la pericolosa costa a strapiombo sui dirupi della “Sgarrupa” all’altezza dell’attuale Baia. La modesta mole di monte San liberatore e la valle di notevole bellezza in essa contenuta presenta scorci paesaggistici di notevole suggestione ma poco frequentati e conosciuti. Il varco naturale che crea questa altura verso il mare, la pace che regna e la brezza marina che si mescola all’aria di montagna ne fanno un posto che certamente merita di essere visitato ed apprezzato di più.

Dalla valle si può facilmente ascendere, per mezzo di un sentiero largo e ben sistemato, e dopo aver superato le basi delle “famose” falesie (meta di free-climbers e amanti del volo libero), fino all’Eremo. Dell’originaria struttura della bianca chiesa situata in cima (quasi incastrata a ridosso della parete) oggi non resta che solo la navata centrale, tutto il resto è stato ricostruito. Dall’eremo, poi, in circa 20 minuti si sale ancora fino a raggiungere la vetta di monte San LIBERATORE (466 m). Raggiunta la “Croce” del San Liberatore sono possibili ammirare suggestive vedute panoramiche sui monti Picentini, sugli Alburni, sui monti Lattari, sulla valle di Cava dei Tirreni e su Vietri sul Mare. In antichità il nome dato a questa montagna era “BUTORNINO” denominato successivamente in San Liberatore per la presenza – appunto – della chiesa risalente agli inizi dell’VIII secolo. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Anthölz-Anterselva, Süd Tirolo; a quattro passi dal cielo

Luoghi magici avvolti da leggende; un popolo ospitale e accogliente; una natura allo stato puro che si riflette tra cielo e acque; suoni, profumi, odori e colori di ambienti unici al mondo; su tutto, il silenzio di ardite montagne e impenetrabili boschi fanno degli ambienti di Anthölz/Anterselva una perla del Süd Tirolo.

La valle di Anthölz/Anterselva si caratterizza, oltre che per la varietà dei suoi villaggi, che si evidenziano per i tipici masi dalle impalcature in legno scuro e i balconi abbelliti da fiori, anche per la presenza dei boschi (pinete, abetaie, leccete, betulle) che nascondono e custodiscono i fasti leggendari di antiche rocche medioevali, dimora dei signori del feudo che in queste terre posero la loro residenza erigendo castelli dalle possenti mura e a guardia di antichi valichi di passaggio. L’acqua, i boschi, i laghi e cieli tersi sono l’essenza di questa terra.

Quel frastagliato gruppo di creste montuose delle Vedrette di Ries, che si ergono alla fine della Valle di Anthölz-Anterselva, formano un netto contrasto con la doci-le ambientazione della pianura. Siamo tra i 1000 e i 1300 metri d’altezza, a ridosso tra i confini determinati dalla natura e quelli stabiliti dagli uomini; praticamente un habitat di frontiera ove le sorprese non mancano, in una lunga valle dai verdi tappeti prativi in cui spiovono le boscose pendici di aspre e geometriche cime montuose. Un silenzioso nastro d’asfalto serpeggia attraverso la valle, che da Ra-sun passa per Antholz di Mezzo ed Antholz di sopra, fino al lago di Anterselva per poi salire, lungo un tortuoso pendio, fino a raggiungere il Passo Stalle entrando, così, in Austria.

Laghi, torrenti, ruscelli, stagni e paludi sono l’abbondante patrimonio d’acqua che alimenta la valle; in altro rumoreggiano le cascate mentre l’Antholzer See, il lago di Anterselva, chiude il fondovalle in una splendida cornice paesaggistica. E poi ancora torbiere e biotopi, malghe e chiese rupestri, masi sospesi e stalle in precario equilibrio, affreschi di matrice cinquecentesca e mobili intarsiati secondo la tradizione ebanistica tirolese, liberi pascoli e boschi popolati dalle più straordinarie creature come volpi, scoiattoli, tassi, caprioli, ricci, tassi, lepri. 

Nel candore della stagione invernale Anterselva attira una moltitudine di appassionati dello sci di fondo richiamati dalla presenza di chilometri di piste che si snodano lungo percorsi che attraversano un tipico paesaggio boreale. Pochi giorni di escursioni non bastano per conoscere fino in fondo quanto siano belli questi luoghi, di quanta armonia si percepisce in ogni angolo della vallata; pochi chilometri di cammino lungo un qualsiasi sentiero che sale dalle valli alle vette, ti fanno subito innamorare per sempre del Sud Tirolo! Un incontro, forse fugace, ma sicuramente da ripetere perché nessuno può veramente dire di amare la montagna, senza capire e scoprire cosa sia il Sud Tirolo.

La Valle di Anterselva si sviluppa proprio lungo i margini della frontiera. Qui, duran-te i rigidi inverni, al caldo dei camini accesi che illuminano, come un presepio, i villaggi che ne caratterizzano il paesaggio i racconti, tramandati oralmente da nonno a nipote si rincorrono di maso in maso. Le refole dei venti che scivolano dalle pendici montuose e riecheggiano tra le alte chiome dei boschi (betulle, larici e pini) ove tutt’intorno l’acre profumo di resina seduce per la sua essenza dolce e acerba, mentre le travi dei tetti di antiche baite lanciano flebili scricchiolii. Nei lunghi pomeriggi estivi, prima che il sole cada dietro i profili montuosi, per tutta la valle regna – sovrano – il silenzio che dona sensazioni di pace e tranquillità distri-buiti per tutta la valle.

La Valle Anterselva si interseca, nelle complesse geometrie dei territori ai margini della frontiera, come uno spazio vitale armoniosamente distribuito proprio lungo i confini: a nord il Passo Stalle segna appunto il confine con la valle Defreggen in territorio austriaco. Le alte e increspate vette del Parco Naturale Vedrette di Ries-Aurina determinano la sky-line che si staglia in fondo alla valle, ai cui piedi il paesaggio si estende con ampie radure prative, da cui partono le tracce (ben segnalate) di numerosi sentieri con diversi gradi di difficoltà che raggiungono i punti più alti in prossimità di favorevoli punti panoramici o sfiorando le magiche atmosfere delle malghe.

Polle sorgive e paludi superficiali si alternano a un sottobosco ricco di torbiera e dal particolare biotopo come quello che si incontra a Rasner Möser che riporta, indietro nel tempo, la tipica ambientazione della natura all’interno della vallata; a quote più elevate, invece, ove termina il manto boschivo, le ultime praterie d’altura cominciano a cedere spazio alla tipica ambientazione alpina. Tra monti innevati e foreste incantate, se qualcuno cerca la magia delle montagne, non ha che da camminare per i sentieri che attraversano questa valle, questi boschi e queste montagne. È questa l’essenza del Sud Tiröl cui davvero val la pena trascorrervi una vacanza!

Spesso si parla di Terre Alte oppure delle Terre in Verticale; terre a queste latitudini in cui, da sempre, si immagina il duro, paziente e ostinato lavoro dei contadini e dei montanari per riuscire a rendere produttivo anche il pendio più impervio ma, attraversare queste terre non avevamo mai immaginato, giunti in questo paradiso delle Alpi, di poter camminare sull’orlo di pendii talmente così elevati da sorreggere – in un apparente equilibrio di precarie stabilità – le fondamenta di case tutte fatte in legno e dai terrazzini e le finestre perennemente iridati da vasi fioriti che s’aprono su scenari davvero molto incantevoli.

Circa ottanta cime che superano i 3000 metri coronano queste valli e accolgono, lungo i loro pendii, alpeggi e pascoli che rendono i prodotti caseari di questo territorio tra i più apprezzati su tutte le tavole della catena alpina; mentre antiche tracce di attività minerarie fanno capire come l’uomo di queste terre, adattandosi alle difficoltà della natura, abbia potuto (e saputo) sfruttare al meglio alcune risorse (il rame) che queste montagne custodiscono fin dalle loro origini. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)