AMALFI (amalfi coast SA), vocazione di un’antica “Repubblica” e di una città ducale da sempre aperta al mondo!

Appena si volge la curva della Torre di Amalfi, oggi trasformata in un locale per accoglienza cerimonie e a vocazione turistica, compare la suggestiva visione di AMALFI, perla della costiera e – certamente – di tutto il bacino del Mediterraneo, che s’apre con una skyline compresa tra le alture di Torre dello Zirro, a levante, e dei ruderi del Castello presso Pogerola a ponente. Dalla punta del molo/darsena principale si apprezza la visione della città in tutta la sua interezza; una ineguagliabile cartolina paesaggistica, naturalistica e ambientale composta da bellezze architettoniche, storiche, culturali e tradizionali ove – tra l’azzurro del cielo, e il cobalto dei fondali marini – ritroviamo i colori dell’arcobaleno e si avvertono gli intensi profumi delle essenze aromatiche di una natura che qui – per tutto l’anno – esplode nel suo massimo splendore.

Dalla vicinissima Piazza Flavio Gioia si accede in piazza del Duomo; da non trascurare una bevuta delle fresche acque che eroga la bellissima fontana di Sant’Andrea, con opere scultoree che si rifanno al classicismo più puro. Alla destra compare l’enorme gradinata che, salendo, permette di accedere alla Cattedrale di Sant’Andrea e e di poter scoprire, ammirare e conoscere tutti i “tesori” d’arte e storia che in essa sono presenti. Appena guadagnati la scenografica scala d’accesso, si perviene all’atrio “porticato” della splendida facciata su cui prospettano le Porte in bronzo realizzate dalla fusione di cannoni e qui portate da Costantinopoli (nel 1060) dal nobile amalfitano Pantaleone; le ante presentano decorazioni con finissime figure in stile bizantino raffiguranti il Cristo e la Vergine con epigrafi greche e i Santi Andrea e Pietro con scritte in latino.

Al lato sinistro del portico si accede al Chiostro del Paradiso, l’antico cimitero dei nobili amalfitani, realizzato fra il 1266 e il 1268 con matrici architettoniche stilistico-decorative d’impronta orientale coi suoi interessanti archi “intrecciati” e sostenuti da 120 colonnine tortili; lungo tutto il suo perimetro sono presenti vari sarcofagi con fregi e bassorilievi che si alter-nano a nicchie, pulpiti e balaustre a carattere sacro riccamente affrescate con vivaci colori. A margine del chiostro è possibile accedere alla Basilica (sede del Museo) del Crocifisso risalente al 596, preesistente all’attuale Cattedrale, una struttura di sicuro stampo altomedioevale. Al suo interno sono possibili ammirare – ben sistemati nelle vetrine – alcuni tra i pezzi più pregiati del cosiddetto “Tesoro” del Duomo come la “Mitrya” angioina, ornata da perle e lamine in oro, un “calice” (del ‘300) impreziosito da gemme e pietre; e poi ancora “reliquari”, pianete, croci pettorali, ostensori, una rara “lettiga” da viaggio (del XVIII secolo), affreschi a carattere sacro e statue scolpite in legno.

Per uno stretto passaggio attraverso una scala si accede alla Cripta di Sant’Andrea. Qui si conservano il corpo e le ossa del Santo apostolo, primo discepolo del Cristo, giunte nel maggio del 1208 da Patrasso e Costantinopoli ad opera del Cardinale Pietro Capuano Legato Pontificio alla IV Crociata. Un altare barocco con statue di Santi e beati impreziosiscono quello che per gli amalfitani è l’autentico cuore “pulsante” della città ducale, ove da oltre settecento anni si rinnova il “miracolo” della manna, singolare “segno” di intensa e profonda spiritualità che qui si tramanda da secoli. Oltre l’altare della cripta si risale per una scala che immette, da un accesso laterale, finalmente nella grandiosa Cattedrale ricca di tele affrescate, con statue e colonne in granito, cappelle e nicchie laterali con reliquari (busto argenteo del Santo) e una singolare croce in madreperla giunta da Gerusalemme.

La passeggiata che ci porta a scoprire – spesso perdendosi tra vicoli, supportici, androni, archi, portali, gradoni e scalinate dalle incredibili pendenze – gli angoli e gli scorci più suggestivi di Amalfi può continuare andando alla scoperta delle caratteristiche botteghe che offrono prodotti tipici dell’arte culinaria locale ove, a parte il pescato che non manca mai sulle tavole degli amalfitani, l’esaltazione del gusto si esprime attraverso tutto ciò che ruota intorno alla raccolta, produzione e lavorazione del famoso “Limoncello” di Amalfi, fiore all’occhiello della tipicità locale apprezzato in tutto il mondo per la sua squisita e fresca essenza dal naturale sapore di limone; un liquore – spesso fatto addirittura in casa – che si presenta brillante, denso e vagamente oleoso; sorseggiandolo, soprattutto apprezzandolo dopo i pasti come digestivo, non deve lasciare retrogusti amari o artificiosi; esso per le sue qualità determinate anche dalla consistenza del succo estratto, deve poter rendere fresco il palato.

L’altro prodotto tipico, che esalta l’indole artistica, commerciale ed imprenditoriale dell’amalfitano, sono le produzioni artigiane che evidenziano – su tutto – la lavorazione e la produzione della (famosissima) “carta filigranata” di Amalfi, riccamente illustrata in alcuni dei vari “Musei” presenti all’interno del borgo che raccontano (e raccolgono) inedite collezioni di attrezzature specifiche, utensili particolari usati durante la produzione e singolari modelli di fogli cartacei così prodotti secondo un antico procedimento giunto dal lontano Oriente e qui trasmesso alle maestranze locali che ne hanno fatto tesoro seguendo un millenaria e particolare modalità produttiva che, dopo secoli, restituisce – nell’effettuare la cernita degli stracci di lino, il lavaggio e la fermentazione dei cenci, il taglio degli stracci, la molitura per triturare i cenci, l’imbianchimento della pasta, la formazione del foglio (o casso), la compressione e l’asciugamento, l’incollatura di pesce, la lisciatura e l’allestimento, la stesa e l’asciugatura – una carta unica al mondo spesso utilizzata, anche in passato, da celebrità della scena politica, sociale e internazionale come capi di stato e capi di fede religiosa.

Presso l’enorme struttura, abbandonata da tempo, che una volta ospitava le botteghe e i laboratori di una tra le più importanti “cartiere” (quella di Amatruda) presenti in Amalfi, termina questo bello, intenso, per certi aspetti curioso e interessante giro alla scoperta delle peculiarità che riesce ad offrire l’antica capitale del “Ducato”. Quando il mare è in burrasca e le onde s’infrangono tra gli scogli e la battigia, la brezza marina sale fino ai quartieri più interni della cittadina; se poi è domenica, spesso l’aroma intriso di iodio portato dal lungomare s’intreccia con quello emanato da un sugo al ragù che si espande nell’aria fuoriuscendo dalla finestrella di una cucina e che a breve allieterà i palati degli ospiti commensali che qui – ad Amalfi – vengono, da sempre, accolti e trattati come se fossero a casa propria. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)  

Procida (NA)… la dimora di “MIMAS”, un’isola da camminare

Meno famosa delle due sorelle maggiori, che insieme formano l’arcipelago del golfo partenopeo, Procida è la più piccola delle tre, dalla forma sinuosa e irregolare, distribuita tra insenature, promontori, cale, baie, spiagge e profonde scogliere. Autentico paradiso per gli escursionisti alla ricerca di luoghi distanti dalla confusione. Una lontana leggenda tramanda che l’isola, naturale struttura geologica facente parte dei Phlegray Oros (Campi Flegrei) sia sorta, dopo una cruenta lotta fra titani, dalle bocche di sette crateri e Mimas, personaggio della mitologia greca, era un gigante figlio di Urano (Cielo) e di Gea (Terra) e, sempre secondo il codice leggendario, l’attuale isola di Procida sorgerebbe proprio sopra il corpo del gigante.

Come i giardini d’Alhambra, in Andalusia, l’isola si presenta, allora come oggi, nelle vesti di un suggestivo scenario di vigneti, aranceti e limoneti dai profumi frizzanti che, soprattutto quando i venti ne accarezzano la superficie e i colori si rinnovano di stagione in stagione, sembrano un bellissimo giardino adagiato sulla superficie del mare. Tra le pietanze primeggia “lu pesce fujute” (il pesce “fuggito”), una deliziosa zuppa di pane raffermo bollita e condita con aglio, prezzemolo, pomodoro e un filo d’olio ma… senza pesce. Le “Stagioni della fede” in quest’isola determinano lo scorrere del tempo caratterizzato da forti devozioni popolari come le feste e riti processionali tra cui la suggestiva processione degli Apostoli, confratelli incappucciati e coronati di spine, che ha luogo dalla sera del giovedì santo fino al successivo venerdì con il corteo dei “Misteri”, rappresentazioni delle Sacre Scritture che precedono le statue dell’Addolorata e del Cristo crocifisso.

Curiosa era, fino a qualche tempo fa, la tradizione religiosa delle “monache di casa”, donne non più in età da marito che dedicavano il proprio tempo ad assistere un sacerdote dopo aver indossato un abito quasi monacale. “Mimas” è l’antico nome dell’isola sorta sulle bocche di 7 crateri vulcanici. Dal molo di Marina Grande si cammina su una spiaggia fino al termine del molo; per una ripida scala a destra si sale fino a un vicolo e volgendo a destra si passa per il suggestivo Casale del Vascello (un bel cortile interno) fino a giungere in piazza dei Martiri, con case e palazzine dai vivaci colori. Da qui si risale verso il Castello fino al quartiere di Terra Murata ove s’aprono bellissimi scorci panoramici sul vecchio porto della Corricella, antico cuore di Procida.

Per un arco (Porta Romanica) si segue l’antica cinta muraria fino ad entrare, a destra, per la Porta di Mezz’Uomo, principale accesso al quartiere di Terra Murata. Nuovamente in piazza dei Martiri, si prende a sinistra e si scende al Porto della Corricella, dove le paranze (tipiche barche dei pescatori) fronteggiano le abitazioni dai vivaci colori pastello; un agglomerato edilizio unico nel suo genere con archi, gradoni, viottoli e terrazzini, quasi un presepe che si riflette nel mare. Superati il molo della Corricella, alla fine del porto si prende a destra una scalinata che riconduce sulla strada principale; a sinistra compare Villa Scotto Pagliara.

Siamo nel cuore della Conca di Chiaia, alta scogliera tufacea che s’inabissa in un mare turchese; la spiaggia di sabbia scura è la prima ad essere baciata dal sole, riparata dai venti di maestrale e poco frequentata dai turisti. Su questo naturale anfiteatro scorre via Vittorio Emanuele, caratterizzata dalla presenza di ben cinque chiese e da palazzi gentilizi con splendidi giardini a picco sul mare. Giunti a piazza Olmo si prende a sinistra lungo via Pizzacofino alla panoramica, chiusa all’orizzonte dalla penisola di Solchiaro, coi fondali ricchi di coralli, gorgonie e spugne.

Proseguendo in discesa si giunge al porticciolo di Chiaiolella ove ormeggiano le barche dei turisti: la baia è riparata e inserita nella suggestiva cornice di un cratere vulcanico sommerso. Siamo nella parte meridionale dell’isola: dopo la Chiaiolella, a destra, si raggiunge il lato opposto dell’isola, dove s’apre una delle spiagge sabbiose più lunghe, quella di Ciracciello, su uno degli scorci più belli di Procida: l’isolotto di Vivara, collegato all’isola principale da un ponte.

Vivara risalta per la sua natura vulcanica; la parte orientale altro non è che la caldera di un antico cratere semisommerso, originariamente legato a Procida da una falesia, e una copiosa vegetazione richiama ambientalisti e naturalisti. Antico avamposto militare borbonico, Vivara accoglie una casina di caccia con panorami bellissimi su tutto il litorale campano. Oasi di protezione naturale, dal 1974 diviene Riserva Naturale dello Stato; oggi l’isola è un privilegiato punto d’osservazione dell’avifauna migratoria europea. Dalla Chiaiolella, si cammina sulla spiaggia del Lido di Procida, fino al promontorio di Punta Serra.

Qui un sentiero risale le falesie e doppia la punta fino a raggiungere il cimitero di Procida, disposto ad anfiteatro nell’antico cratere di Pozzo Vecchio. Dal cimitero, superata la Torre, si prosegue su via Battisti a sinistra e dopo si volge a destra su via Cavour. Giunti alla chiesa della SS. Annunziata, si scende per via Marconi, prima a destra e, successivamente, a sinistra poi, su via Libertà che termina direttamente al porto; un circuito che completa il giro dell’isola toccando i suoi punti (panoramici, paesaggistici, ambientali e naturalistici) più significativi di questo “giardino proteso nel mare”. un’isola da camminare! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

al valico del Gran San Bernardo (I – CH)… emozioni di confine

Indimenticabile escursione in uno dei luoghi più suggestivi dell’arco alpino. La canicola non concede un attimo di tregua, nemmeno alle quote più elevate. Meta della sgambata giornaliera: il Colle (o valico) del Gran San Bernardo/Col du Gd St Bernard a 2474 metri d’altezza; cioè avere lo sfizio di travalicare a piedi e penetrare in una nazione estera… semplicemente camminando! Ci muoviamo appena lasciati (1700 m) le ultime case del borgo di St Rhemy, per quello che era l’antico sentiero che sale al Colle; una pista già conosciuta (e frequentata) oltre 2500 anni fa dai potenti eserciti cartaginese di Annibale, coi suoi “spaventosi” elefanti; solcata dai piedi del vescovo Sigerico che – muovendosi dalla lontana Anglae Terrae –  aprì quella via (oggi meglio conosciuta come “Francigena“) usata di lì a breve, anche per gli eserciti Sassoni, Franchi e Alemanni, nonchè gli oltre 46.000 uomini del “mòn general” Bonaparte con pesanti artiglierie al seguito che di qui passò per invadere l’Italia settentrionale tra la fine del ‘700 e gli inizi dell’800.

Ma a parte queste divagazioni storiche davvero suggestive, guardandoci intorno cerchiamo di interpretare la meraviglia e le impressioni di tutti quegli uomini come soldati, cavalieri, pellegrini, viandanti e monaci che scrutarono gli impressionanti orizzonti che s’aprono da questo angolo di paradiso montano. La traccia del sentiero lambisce i verdi pendii meridionali di mount Mort e più si guadagna quota, più aumentano le numerose chiazze di neve che resistono aggrappate ai crinali. Giunti alla Cantoniera abbiamo abbondantemente superato i 2000 metri e sembra di essere piombati all’improvviso sulla Luna; l’aria comincia a rinfrescarsi, ma è sempre il sole a determinare l’opprimente calura ferma a oltre i 32°. La traccia dell’originale sentiero è coperta da spesse lingue di ghiaccio che ci obbligano, ora, a proseguire lungo la rotabile… ma va bene lo stesso; contemporaneamente una marmotta sgattaiola, impaurita, davanti a noi per almeno una dozzina di metri per poi scomparire sull’immenso prato; ancora un ultimo sforzo e… finalmente il valico di confine!

Un lago ghiacciato s’apre avanti ai nostri occhi; sulla sx in alto la grande statua di San Bernardo che si staglia all’ombra della gigantesca piramide di granito del Gran Golliat; il famoso albergo Italia e la stazione (italiana) della vecchia dogana. Non attraversiamo il confine subito, il desiderio e grandissimo per immortalare quante più emozioni possibili questo momento; la stanchezza prevale sulla ragione, le gambe cominciano a tremare e la calura continua il suo martellante incidere; recuperiamo le forze mangiando i nostri rigatoni alla “bolognese”. Ok, finalmente passiamo il confine (contrassegnato da una bolla fluorescente arancio sul pavimento stradale!); una barra è aperta da chissà quanto e “miliari” in pietra calcarea determinano le delimitazioni statali ma… strano, nessuno controlla i nostri documenti; ma come… la stazione delle guardie elvetiche è chiusa?

Ad ogni modo ci godiamo il suggestivo spettacolo del Lac du Gr St Bernard ghiacciato camminando sull’antico (e originale) cammino che attraversa il valico, appena pochi metri sulla rotabile. In poche centinaia di metri raggiungiamo il grande edificio dell’Ospizio (ora in ristrutturazione); una breve sosta e giù verso la Svizzera fino al primo tornante, ad appena 1 km. Qui lo spettacolo della montagna è… incredibile, unico; verso ogni angolo ovunque lo sguardo ruota di 270° ci sono montagne innevate, picchi aguzzi, guglie e campanili, estese vallate ricoperte di muschi, prati e torbiere, cascate generate dallo scioglimento dei nevai, il tutto riflesso sotto un cielo così incredibilmente azzurro! La magia della montagna non smette mai di meravigliare e l’attraversamento a piedi del “mitico” Colle del Grand San Bernardo è un’esperienza davvero unica, da provare…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

quei “Mille Orizzonti” verso il Paradiso (costa d’Amalfi): da Minori a Ravello attraverso un’estasi di profumi e di colori

(attraverso casali, portici, rampe e giardini dal sapore arabo sospesi nell’immenso: da Minori a Ravello lungo il cammino percorso dal nobile avventuriero Thomas Hoby nel 1550). Questo singolare percorso si snoda attraverso un bel pendio che dal mare ascende alla montagna. L’itinerario tocca almeno quattro chiese ed il suo tratto offre belle vedute panoramiche dei dintorni sullo sfondo di paesaggi immutati nel tempo, dalle frastagliate montagne della costiera ai giardini “terrazzati” sospesi nell’azzurro.

Il nobile inglese Thomas Hoby ambasciatore alla corte francese nel 1550 durante la traversata da Salerno a Napoli fu colto da una tempesta che costrinse i viaggiatori a prendere terra a Minori ed a continuare il viaggio a piedi. Durante lo spostamento Hoby loda il paesaggio: “…ridente e popolato, un luogo che stupisce per la ricchezza dei frutti con arance, limoni, cedri, olive, prugne, melograni e ciliegie; per l’abbondanza di fiori profumati, per l’aria tiepida della zona e per il basso prezzo del meraviglioso vino che mi meraviglio nel veder venduto a così buon prezzo; una caraffa, che corrisponde ad un quarto inglese, costa 8 cavallucci, circa 3 farthings”.

Muovendosi dalla Basilica di Santa Trofimena in MINORI, ci si porta sul piccolo lungomare che determina la spiaggia ciottolosa. Spostandosi verso Amalfi si giunge a Piazza Umberto I che è al margine W del lungomare. Da qui, imboccati la traversa di San Giovanni a Mare, si percorre il passaggio pedonale fino ad arrivare alla base della rampa dei gradini di via S. Giovanni a Mare. Ora ha inizio la salita lungo i gradini che in breve raggiungono la Statale Amalfitana n. 163, nei pressi di una fontana d’acqua potabile. Attraversati la strada principale si risale, proprio di fronte, per un’altra rampa di strette scale che in breve portano (75 m) nelle adiacenze del cancello principale del locale cimitero.

Alla destra dell’ingresso del camposanto compare una stradina (che non va presa!); poi, proseguendo brevemente lungo il margine del cimitero, subito dopo averne superato il perimetro, si volge decisamente a sinistra da dove – ancora una volta – ha inizio una lunga salita attraverso orti e frutteti terrazzati che si alternano a masserie e case isolate. La pista s’inerpica lungo il forte pendio che viene superato con tornanti e ripetuti gradoni i quali offrono – di volta in volta – visioni e suggestioni di una costiera solo in apparenza conosciuta.

In vista di un bivio (203 m) con una via che – a destra – sale direttamente dalla periferia settentrionale di Minori qui, subito dopo aver incontrato un’altra fonte e lasciati alle spalle una piccola chiesa, s’incontrano le prime case del pittoresco villaggio di Torello (228 m), borgo di matrice medioevale che in molti identificano come il primo nucleo abitativo di Ravello e che trae il suo nome dall’altura di monte Toro. Pochi metri ancora e compare (230 m), a sinistra, la Parrocchiale di S. Michele Arcangelo con un campanile a sezione quadra e tre ordini d’altezza; qui nei pressi sbuca la pedonale (Via Torretta) che risale dalla frazione di Mormorata lungo la “nazionale” costiera.

Si continua ancora a salire attraversando case e mura di recinzione (orti e frutteti) fino a quando, dopo circa 100 metri, si incrocia una rotabile secondaria che scende da Ravello. Qui ci troviamo proprio sotto la rupe da cui si erge l’abitato di Ravello le cui case e, soprattutto, le sue ville avvolte da incredibili giardini terrazzati, già cominciano a profilarsi oltre l’orizzonte sulle nostre teste. Dall’incrocio si attraversa la strada e, passando di fronte (presenza di fonte d’acqua) si gira subito a sinistra incamminandosi lungo un sentiero.

Ad appena 150 metri si giunge a ridosso di un grande loggiato che fa da platea alla chiesa di S. Pietro a Costa (270 m), la più antica fondata in Ravello crollata nel ‘500 e più volte rimaneggiata. Dalla spianata della chiesa si volge a destra e per un viottolo (via S. Pietro) si attraversa (312 m) un’altra rotabile; da qui, salendo a destra e senza indugiare, si giunge direttamente (359 m) nella piazza principale di RAVELLO, proprio nelle adiacenze della singolare Torre d’accesso della superba Villa Rufolo.

La bellissima cornice paesaggistica in cui è inserita Villa Rufolo è un miscellaneo concentrato di edifici “moreschi” di matrice medioevale (XIII-XIV secolo), avvolti da una incredibile vegetazione che si presenta varia e lussureggiante con specie floreali non autoctone. La Villa, eretta tra il 1270 e il 1280, Attraverso il suo viale si giunge alla terrazza (che sembra tuffarsi nel mare) di Riccardo Wagner così detta perché il 26 maggio 1880 il celebre compositore cercò l’ispirazione per concludere il quadro scenico del “Giardino di Klingsor”, II atto del Parsifal; e per ricordare questo evento, in questa cornice da favola da anni si celebra – in suo onore – il ciclo del Festival musicale Wagneriano.

Piazza del Vescovado in poche decine di metri divide l’ingresso a Villa Rufolo dalla bella facciata del Duomo, (più volte rimaneggiato) dedicato a S. Pantaleone, eretto nel 1086, che si caratterizza per la presenza di tre bei portali in marmo; quello centrale è chiusa da una porta in bronzo del 1179 con 54 formelle a sfondo sacro. Il suo interno assume forma balisicale con tre navate che poggiano su otto colonne e un transetto che si contraddistingue per il pavimento inclinato nel cui fondo compare la Cappella di S. Pantaleone. Ma i gioielli scultorei di questo sacro edificio sono gli amboni; quello di destra, detto del “Vangelo”, poggia le sue tortili colonnine su leoni marmorei; mentre quello a sinistra, conosciuto come quello de “l’Epistola”, è caratterizzato da pannelli e balaustre intarsiati da splendidi mosaici con figure zoomorfe.

Sempre dalla Piazza del Vescovado s’imbocca la stradina che risale per botteghe e tipiche trattorie, fino a raggiungere – in breve – la Chiesa di S. Francesco, il cui Convento, originariamente composto da tre navate e otto cappelle, vuole sia stato fondato – secondo la tradizione – dal “Poverello” di Assisi nel 1222. Poco più sopra sorge la Chiesa di S. Chiara, affiancata dalle otto celle attigue al ‘300tesco monastero di clausura. Risalendo ancora per la bella, panoramica e silenziosa via si perviene alla scenografica Villa Cimbrone. Realizzata per volere di Lord Grimthorpe che fu colpito dalla straordinaria bellezza del luogo, la villa accoglie – in maniera sobria e spesso bizzarra – un crogiuolo di stili artistici, decorativi e architettonici appartenenti ad epoche diverse.

I suoi giardini interni, ricchi di tesori naturalistici, panche e gazebo, offrono diverse possibilità per effettuare suggestive passeggiate. Di particolare bellezza è il “Chiostrino” che compare presso l’ingresso a sinistra da cui si accede anche alla vicina cripta. Nelle adiacenze si erge la Torre “merlata” del cosiddetto castello. Il suo rigoglioso giardino attraversa il bellissimo “Viale dell’Immensità” che conduce al “Tempietto di Cerere”, ricco di statue, pozze e fontane, culminante – a strapiombo sul mare – con il celebre “Belvedere dell’Infinito” che lascia proiettare lo sguardo verso l’immenso, un panorama mozzafiato che Gore Vidal definì il “più bello al mondo”.

Guadagnando l’uscita è possibile attraversare la pineta che solca l’orlo del crinale e che ospita, al suo interno, il “Tempietto di Bacco, il “Belvedere di Mercurio” ed il “Tempio di Venere” fino a restare incantati dall’atrio delle Sirene e dal singolare Tea Room in puro stile arabo. Ritornati nuovamente in Piazza del Vescovado (359 m), con splendide vedute panoramiche che si stagliano dalla costa ai monti dell’interno; quel caseggiato che si erge a settentrione e Scala. Qui, presso la piazza principale, questo itinerario ha il suo temine. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Partenio (AV)… Zi’ Renato ci racconta l’ultimo degli “Uomini in Nero”: i Carbonai

La zona dei monti del Partenio, in provincia di Avellino, è uno di quei luoghi scarsamente pubblicizzati dalla stampa “specializzata” in proposte di itinerari escursionistici e naturalistici; eppure, quello che può essere considerato, senza ombra di alcun dubbio (vista la sua centralità) il vero “cuore verde” della Campania, oggi riesce ancora ad offrire realtà ambientali (fortunatamente rimaste incontaminate) forse introvabili nel resto del meridione con le  stupende vedute paesaggistiche che si estendono per 360° su tutto l’arco dell’Appennino Centro-Meridionale e  le impenetrabili faggete d’altura.

L’itinerario ripercorre, fedelmente, quello che era l’antico cammino dei carbonari, gli “uomini in nero” della montagna che, carichi del loro prodotto, s’inerpicavano lungo questi sentieri e venivano a trascorrere gran parte delle loro giornate dedite alla lavorazione dei carboni. Un tempo questi sentieri erano pieni di vita, ricchi di essenze profumate; un particolare vissuto ambientale che ha determinato quella piccola economia locale legata allo sfruttamento della montagna; un tutt’uno tra uomo e ambiente che si riscontra ancora oggi, con innocente genuinità, nell’indole e nel tessuto sociale delle popolazioni site ai piedi di queste alture.

“...Era questo il monte sacro della greca Partenope, che presso un’ara di Cibele vi adorava i suoi numi protettori Castore e Polluce; era un vecchio nido della gente Osca, prima abitatrice della Campania, dimora più tardi delle tribù irpine di razza sannitica…” così diceva, nel 1878, del Partenio Giustino Fortunato. Il Partenio offre prodotti legati alla pastorizia, alla produzione dei carboni, alla raccolta dei frutti del bosco. Da S. Martino Valle Caudina (320 m) si sale lungo tornanti avvolti da impenetrabili fustaie. Per la strada che porta al Santuario di Monte Vergine si costeggiano dirupi e boschi ove sgorga la fonte di Carluccio (dedicata al sovrano angioino che di qui passò).

Giunti nel luogo (1130 m) detto le “Quattro Vie”, crocevia di piste e mulattiere, si sale a sinistra per un sentiero ove il cammino assume un’aurea di fascino; e qui si viene coinvolti dai racconti dell’ottuagenario Zi’ Renato sul lavoro dei carboni. Su un roccioso precipizio (1376 m) s’apre un terrazzino con scorci sulla valle Caudina e sul monte Taburno. Dopo alcuni tornanti si attraversa un solco torrentizio (1150 m) e il sentiero prosegue (ad W) mantenendosi in falsopiano: al sottobosco ricco di cespugli, si è circondati dalla faggeta che si alterna, per altezza e cromatismi, a giovani esemplari di tasso. Qua e là lungo il sentiero si aprono slarghi simili a piazzole; sono i punti esatti ove venivano effettuate le cataste di tronchi da tramutare in carboni.

Ed è ancora Zi’ Renato che suggerisce di scrutare sotto il fogliame le tracce di passate carbonaie da cui sbucano “spezzoni” neri da sotto i piedi. Superati altri quattro alvei torrentizi, si arriva nei pressi della fonte dell’Acqua Fredda (1320 m): una vasca in blocchi di pietra raccoglie le acque più buone di tutto il Partenio. Dalla fonte un comodo sentiero continua ora in discesa fino a raggiungere (1247 m) un valico posto tra due alture: Croce di Puntone (1495 m) a S, ed il Trave del Fuoco (1156 m) a N. Il calcare s’illumina al riverbero dei raggi solari e dopo i boschi si sfocia (1236 m) presso il Piano di Rapillo, zona comunemente conosciuta come la “Piana di Lauro”.

Qui ampie radure erbose offrono versioni di un paesaggio appenninico che, di stagione in stagione, si presenta con ambienti innevati o con verdi lande prative; qui numerose mandrie di cavalli e bovini pascolano in piena libertà. In fondo al pianoro compare un rifugio, vecchio bivacco per i montanari. Ai margini nordoccidentali si sfocia nel successivo pianoro caratterizzato, a sinistra, dalle balze di monte Ciesco Alto (1357 m). La comoda pista prosegue per una faggeta che racchiude i versanti settentrionali della terza radura al cui centro (1223 m) un recinto in pietre squadrate è tutto ciò che resta di un’antica cisterna.

Ad un bivio si lascia la pista che scende a destra e si continua a sinistra verso i margini meridionali di un altro pianoro. In pochi minuti, nei pressi del bivio detto il Valico (o Vatico, 1213 m) si devia a sinistra fino all’orlo (1226 m) delle balze meridionali del Partenio. Il luogo e il momento meritano una sosta per ammirare i panorami sul Vesuvio e su tutta la Campania Felix. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

MAJELLA (Abruzzo): la lunga traversata della “Montagna Madre” dell’Appennino

Situato al centro della Regione Abruzzo questo gruppo montuoso, i cui punti più elevati presentano forme tondeggianti, dai pendii poco aspri e, complessivamente, morbidi lungo il lato occidentale; si apre con strapiombi spigolosi, discontinui e fratturati, contrassegnati da profonde e impenetrabili gole, scavate dalla forza erosiva delle acque lungo i suoi versanti orientali; mentre nella sua parte centrale si concentrano valloni dalla natura cruda e selvaggia con altipiani brulli e ambienti calcarei simili ad un paesaggio lunare.

Nelle vicinanze del Rifugio Pomilio, ha inizio il nostro percorso. In breve si raggiunge la brulla altura del Blockhaus e proseguendo in direzione S, lungo il sentiero sommitale che penetra in un boschetto (un esteso “tappeto” di pini mughi), sotto in basso sulla sinistra s’aprono i valloni delle Tre Grotte. Poco dopo si tocca la cima del monte Cavallo (2171 m). Da qui, la traccia del sentiero – che è ben segnalata – risulta in buono stato, e questo permette di camminare più agevolmente. In lontananza, sullo sfondo a destra, si aprono i valloni di Selvaromana (o dell’Inferno); sulla sinistra, invece, poco più sopra tra la fitta vegetazione dei pini mughi, si trova nascosta la “Tavola dei Briganti”.

Un pendio su cui s’aprono una serie di rocce levigate dove il ricordo, la frequentazione e il transito di uomini datisi alla macchia e alla clandestinità, di oppositori politici all’indomani dell’unità d’Italia, hanno lasciato incise su queste pietre i loro nomi (e soprannomi), le imprecazioni, il disprezzo e i loro incitamenti alla battaglia. Una tra tutte quelle incise riesce a dare il senso e la realtà di come si viveva in quel periodo; essa recita così scritto: “…nel 1820 nacque Vittorio Emanuele Re d’Italia… Prima era il regno dei fiori… ora è il regno della miseria…”. Proseguendo lungo la cresta di Scrima Cavallo, poco più avanti c’è una fontanella: sulla sinistra si scorgono i dirupi della Cima delle Murelle (2596 m) che si ergono in prossimità del Bivacco Fusco (2455 m).

Ora da qui ha inizio la salita lungo il crinale settentrionale del monte Focalone, un immenso ghiaione distribuito a “placche” quasi come se fossero delle immense gradinate. Da qui è possibile scorgere tra le pietre i resti di fossili marini impressi nella bianca roccia e ciò lascia supporre che milioni di anni fa queste alture si trovavano sotto il livello dei mari. In breve si raggiunge la cima di monte Falcone (2676 m) mentre in lontananza, verso E, si erge la cima del monte Acquaviva (2737 m). Di qui , scendendo in direzione SW lungo il filo di cresta, si varca il “Primo Portone” (2668 m) e si perviene, in meno di un chilometro, alla Cima Pomilio (2656 m). Scendendo a destra, verso occidente, lungo un sentierino che scivola su brulli pendii, si aggirano i versanti meridionali di monte Rotondo (2658 m); subito dopo si attraversa il “Secondo Portone” (2656 m).

Il sentiero ora prosegue lungo un ghiaione; in basso, a sinistra verso S, va aprendosi l’anfiteatro naturale della Valle Cannella con, sullo sfondo, il Bivacco Manzini (2523 m). Poco dopo si raggiunge il ciglio di una cresta rocciosa che divide da un lato, verso N a destra la Valle dell’Orfento, mentre dall’altra, verso S, la Valle Cannella. Siamo così giunti al “Terzo Portone” (2653 m), e qui c’è il punto più critico dell’intera traversata. Bisogna fare molta attenzione quando si comincia ad arrampicare su queste rocce che sono piene di insidie, instabili e scivolose le quali si aprono con profondi strapiombi verso i sottostanti valloni. Da qui già è possibile notare, volgendo lo sguardo a sinistra, la mole rocciosa e tondeggiante del monte Amaro.

Piegando ad arco verso sinistra ed effettuando un saliscendi verso SW, si raggiungono le pendici settentrionali della cima del monte Amaro. Si affronta quest’ultima salita zigzagando lungo il ripido pendio sassoso che in poco tempo porta in cima del monte Amaro (2793 m), la più alta vetta della dorsale montuosa della Majella e di tutto l’Appennino Centro Meridionale, seconda cima solo dopo il Gran Sasso. Da quassù, avvolti solo dalle nubi e dal cielo possiamo conoscere cosa significano davvero le sensazioni e i sentimenti del silenzio, dell’immenso e dell’infinito: lontane cime isolate, profondi valloni, un alternarsi di boschi e foreste, un cielo terso come non mai, le tracce del lupo impresse nella neve fresca; come non restare affascinati dalla maestosa bellezza di questa montagna, sicuro rifugio di briganti e pastori transumanti, naturale habitat di animali altrove assenti.

In cima vi è collocato il traliccio in ferro che indica il punto trigonometrico vicino alla tondeggiante struttura del Bivacco Majorano. I bellissimi panorami e le vedute paesaggistiche che da quassù si scorgono, meritano senz’altro più di qualche minuto di una semplice visita ma in montagna, come si sa, il tempo è tiranno. A settentrione si intravede la mole del Gran Sasso; a oriente l’azzurra distesa del mare Adriatico con le isole Tremiti e i primi rilievi della Croazia; a mezzodì le aspre vette della Meta, delle Mainarde e, più oltre, il bianco Matese; a ponente le cime del Sirente (2487 m) e del Velino (2349 m). Dal monte Amaro ha ora inizio, puntando verso S, una lunghissima discesa che conduce ad attraversare le desertiche pietraie e i ghiaioni della lunga Valle di Femmina Morta.

Poco sotto la cima del monte Amaro inizia un brullo paesaggio che assume un aspetto desertico, quasi lunare: rocce, pietre e massi isolati sono gli unici elementi di una qualche forma visibile che si ergono dall’assolato piano ghiaioso che scivola verso il fondo. A sinistra, in prossimità di alcune sporgenze rocciose, vi è nascosta la Grotta Canosa (2604 m). Mantenendosi sempre lungo la sinistra orografica della Valle di Femmina Morta, si continua a scendere procedendo con cautela e facendo molta attenzione a non inciampare lungo i ghiaioni. Si aggirano, così, l’Altare dello Stincone (2563 m) e il monte Macellaro (2636 m). Al termine di questa lunga discesa si giunge alla desertica radura (primi tappeti di verde) del Fondo di Femmina Morta (2380 m). Un naturale anfiteatro di brulle cime si para davanti: sulla destra, verso W, si prende un sentiero che attraverso la Forchetta della Majella (2390 m) scende ripidamente, con non poche difficoltà, verso Campo di Giove.

Si continua proseguendo ancora verso S e dopo un continuo saliscendi tra rocce, ghiaioni e inghiottitoi, si giunge alla Tavola Rotonda (2403 m). Da qui, lungo i crinali erbosi, si transita nelle vicinanze dei vecchi impianti di risalita in disuso, fino a scendere lungo una ripidissima sterrata che porta al Valico del Guado di Coccia (1652 m): di fronte, a mezzogiorno, si para l’imponente mole a forma piramidale del monte Porrara (2137 m). Dal Guado di Coccia, verso occidente, si procede in discesa lungo una serie infinita di tornanti che tagliano, attraverso un bosco di faggi, il sentiero la cui traccia sbuca presso le adiacenze del cimitero di Campo di Giove (1017 m), a meno di un chilometro dal centro abitato; qui ha termine questa lunga traversata della Majella.

Cividale del Friuli (UD) tra Longobardi e catacombe

Le possenti mura che circondano l’abitato di CIVIDALE del Friuli, l’antica Forun Iulii, la cui forma topografica ricorda un’aquila imperiale romana, accolgono un centro antico che conserva, al suo interno, autentici gioielli artistici entrati a far parte del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Circondato dai Colli Orientali del Friuli, noti in tutto il mondo per il “Faedis”, prezioso “nettare” di Bacco, l’intera zona parla di storia appena si affonda una vanga nel terreno.

Un ardito ponte in pietra, meglio conosciuto come il “Ponte del Diavolo“, consente l’accesso all’interno della cittadina friulana. La particolare struttura in pietra di questa possente costruzione fin dalla sua costruzione viene avvolta da una leggenda popolare che vede – come protagonista – il demonio. Questo ponte, questo collegamento che supera la profonda gola del fiume Natisone, divenne una primaria esigenza dei cividalesi per collegare le due parti della cittadina di Cividale; eretto in sostituzione di un precedente passaggio in legno, per accelerare la sua costruzione e favorire i collegamenti, chiesero aiuto al diavolo.

Lo “stesso” chiese in cambio l’anima del primo viandante che avesse superato il ponte; ma l’astuzia degli abitanti fece attraversare il ponte da animali domestici. Il manufatto è sostenuto da due arcate asimmetriche e tre massicci piloni; quello centrale poggia su un grosso sperone naturale di roccia che affiora dal letto del fiume. Fu infine fatto saltare in aria e distrutto dai fanti italiani durante la caduta e la successiva ritirata di Caporetto nell’ottobre del 1917. Ma non passarono che pochi mesi che fu subito ricostruito nel maggio 1918 dagli austriaci.

Entrati nel borgo ci lasciamo subito avvolgere dalle sue magiche e misteriose atmosfere; qui tra Basiliche, Chiese, Chiostri, Conventi e Musei si ha la possibilità di girovagare, per vicoli e corti, alla scoperta di luoghi e misteri. Tra queste antiche mura attraversati da vicoli acciottolati, le distanze sono ridotte e nonostante qualche lieve saliscendi, camminare per le sue stradine è molto coinvolgente e rilassante. Qui il traffico veicolare è scarso anche se, purtroppo, il centro non viene totalmente chiuso alle automobili. La tranquillità del posto rende tranquilla l’indole degli abitanti e la vita è molto meno frenetica rispetto a quella delle grandi città ; sensazione subito percepita subito, appena si entra nel borgo.

Tra i luoghi più singolari da non perdere c’è quello delle “catacombe”, antichissimo posto per il culto come – il più singolare di tutti – l’Ipogeo Celtico, antico luogo di sepoltura, un complesso di piccole grotte scavate su più livelli, ove sono visibili dei “mascheroni” scolpiti nella roccia probabili resti di un’arte funeraria attribuita ai Celti, riutilizzate in seguito dai Romani come celle e dai longobardi come prigioni. Il posto non è altro che un insieme di ambienti scavati nella roccia che si sviluppano su più livelli interrati che compongono una forma che ricorda lontanamente quella la lettera K. Le sue origini sono piuttosto misteriose, e a tutt’oggi ancora non si conosce il suo principale utilizzo.

Ci troviamo nei pressi dell’Arsenale Veneto, ovvero la Porta di san Pietro che è una degli antichi accessi alla città. Questa parte del centro storico è tra le più antiche di tutta Cividale, infatti il borgo San Pietro fu il primo ad essere dotato di cinta muraria. La porta di San Pietro ai Volti serviva proprio da passaggio attraverso le mura che difendevano il borgo. La sua inconfondibile facciata è incastrata in una serie di edifici di epoche successive e risale al periodo veneziano. Aperto con una volta di pietra a sesto acuto. Volgendo lo sguardo all’insù nel centro dell’arco compare una scritta in ebraico all’interno della volta, quando invece la zona ebraica della città è da tutt’altra parte. L’attuale architettura risale alla metà del ‘500 allorquando divenne un punto cardine della Seconda Cinta Muraria del borgo.

come ad es, anche

Al centro del borgo prospetta la monumentale facciata quattrocentesca del centralissimo Palazzo dei Provveditori che ospita il Museo archeologico che raccoglie al suo interno diverse collezioni di elementi lapidei provenienti dagli scavi e da epoche del mondo antico; come vivere da protagonisti un entusiasmante viaggio nel tempo che attraversa tutta la storia della presenza di Roma in queste terre e della discesa dei Longobardi in Italia. Poi c’è il Duomo del 1457 con la sua possente facciata che prospetta proprio davanti al palazzo comunale troviamo il Duomo di Cividale del Friuli e la chiesa di Santa Maria Assunta. In questo spazio fu costruita la prima chiesa risalente all’VIII secolo che però venne danneggiata da un grosso terremoto durante il XIV secolo. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

il “segreto” del pastore Gabriele all’Avvocata (costa d’Amalfi, SA)

In cammino lungo uno tra i sentieri più spettacolari e panoramici dei monti Lattari, come una terrazza che prospetta sul golfo di Salerno; laddove bellezza, stupore, meraviglia, suggestioni, curiosità e leggenda, molteplici stati d’animo ed emozioni s’incrociano coi nostri passi; su quel percorso, frequentato nel corso dei secoli, da pastori e pellegrini, andiamo anche noi alla scoperta – e alla conoscenza – dell’ultimo eremitaggio sui monti della Costiera Amalfitana, muovendosi dalla Badia Benedettina di Cava fino al Santuario dedicato al culto per la Madonna dell’Avvocata, lungo lo stesso itinerario percorso dal nobile inglese Henry Swinburne nel 1777

Dal piazzale antistante la Badia Benedettina della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, all’altezza della borgata di CORPO di Cava, si discende verso la valle del torrente Bonea. Qui, raggiunti il greto, si attraversa il rivolo torrentizio e si guadagna la sponda opposta (destra orografica) risalendo prima a destra e, successivamente, a sinistra. Il sentiero prosegue attraversando una serie di crinali boscosi (costa Sant’Elia) caratterizzati dalla presenza del castagneto fino a guadagnare quota e raggiungere contrada Capo d’Acqua (566 m), luogo attrezzato con panche e tavolati molto utili per il pic-nic. Un po’ più avanti, per un accentuato pendio, il sentiero incrocia la pista che – proveniente da sinistra – sale dal sentiero della Cappella Nuova di Dragonea.

Senza esitare si prosegue in avanti fino a raggiungere un successivo incrocio col sentiero che – da sinistra – sale da Albori. Qui siamo a ridosso della spalla settentrionale del monte Falerio/Falezzio che si erge, dall’intenso mare di verde, alla nostra sinistra. Da qui in avanti il sentiero ora prosegue mantenendosi in quota camminando sull’orlo di un autentico anfiteatro vegetazionale che ha il suo sfondo verso il caseggiato di Cetara, laggiù in basso verso Sud-Est. Guadagnando leggermente quota il sentiero raggiunge la Sorgente Acquafredda da cui ha inizio un percorso fiancheggiato da piastrelle in ceramica (edicole votive) raffiguranti stazioni della Via Crucis. Spettacolari si presentano i panorami che scorrono lungo la Costiera Amalfitana, sul golfo e sulla corona di montagne che lo circondano. Dai boschi di leccio, carpini e aceri, la pista transita per boschi di castagno e pascoli di alta montagna con sprazzi di macchia mediterranea. 

Aggirati un lieve costone roccioso il sentiero incrocia la pista che giunge dalle creste della Foce di Tramonti. La presenza del timo in fiore, della campanula, dell’iberis florida e di altre varietà di piante rendono ancor più interessante e completa questa escursione anche dal punto di vista botanico. Camminando ancora in quota, con spettacolari vedute paesaggistiche che s’aprono a oriente sul golfo di Salerno a sinistra e la marina di Maiori fino a Capo Sottile (o di Conca) verso occidente, in pochi minuti il sentiero raggiunge (960 m) località Serra Terminale (o Vene di San Pietro) da cui parte la traccia, a sinistra, che in breve giunge in vetta al monte dell’AVVOCATA (1014 m) da cui si ammirano splendide vedute panoramiche sulla costa. Dalla sella, in una decina di minuti per breve discesa, si giunge finalmente alla spianata da cui si erge l’imponente struttura del Santuario della Madonna dell’AVVOCATA.

La tradizione popolare narra che questo Santuario sorse – nel 1485 – per espresso desiderio della Madonna. Nel novembre dello stesso anno, infatti, la Vergine comparve ad un giovane pastore di Maiori giunto fin lassù a pascolare il suo gregge, tal Gabriele Cinnamo, sussurrandogli in sogno: “… Gabriele, lascia gli animali, edifica una cappella in nome mio, ed io sarò la tua Avvocata sempre”. Due giorni prima di questo evento Gabriele, che su questo monte pasceva le capre dei signori Mezzacapo di Salerno,  aiutato dal fanciullo garzone tal Dattilo De Paredo di 7 anni, aveva notato come una colomba usciva e rientrava in mezzo ai rami di un grande cespuglio d’edera che nascondeva una rientranza rocciosa. Gabriele allora pensò che dietro quel cespuglio giaceva un nido ma – cercatolo per tutta la successiva giornata – non riuscì a trovarlo. Il terzo giorno dal quel sogno Gabriele ritornò nuovamente a quel cespuglio; cominciando a scavare il terriccio e la creta dietro l’edera, ebbe così la sensazione che il vuoto fosse ancora più intenso e profondo.

Allargò il foro fino a farvi entrare il piccolo Dattilo con una torcia accesa; fu così che scoprì l’antro di una grotta. Meravigliato ma – al tempo stesso – soddisfatto della interessante e bella scoperta Gabriele tornò nuovamente ad occuparsi delle capre e, durante la notte, vide in sogno la Madonna che gli fece nuovamente quell’appello. Nelle successive giornate quando ritornò in cima alla montagna, Gabriele si adoperò per continuare ad esplorare quell’antro ipogeico. Al suo interno individuò una parte di roccia friabile e vi cominciò a scavare fino ad ottenere un’apertura che gli permettesse il passaggio. Una volta entrato, prosciugò l’acqua che vi era depositata, ripulì per bene ogni angolo della grotta e pensò di realizzarvi un proprio rifugio stabilendo così la sua residenza durante il pascolo e intenzionato ad eseguire la volontà espressa dalla Madonna apparsagli in sogno. Passò breve tempo e Gabriele si congedò dal servizio ai Mezzacapo.

Riuscì in seguito ad ottenere dall’abate Pinto Staibano, della vicina badia di Santa Maria de Olearia a cui apparteneva la montagna, l’utilizzo della grotta e del circostante bosco, obbligandosi a versare ogni anno all’abate una libbra di cera “lavorata”. Conseguenze di queste scelte furono che Gabriele indossò l’abito di eremita facendosi chiamare Fra Gabriele. Negli anni che seguirono l’eremita Fra Gabriele visse di elemosina raccogliendone in grande quantità tale da riuscire ad edificare un altare all’interno della grotta. Realizzata una calcara presso l’ingresso dell’antro, con l’aiuto di operai giunti dalle vicine contrade, l’eremita cominciò a costruire una chiesa proprio sopra la grotta. Ultimata la chiesa successivamente fu eretto il campanile con tre campane: due piccole e una grande. Nei secoli successivi avvennero una numerosa serie di fatti ed eventi ritenuti miracolosi che videro per protagonista la Madonna in cima alla montagna dell’Avvocata.          

L’area su cui sorge il complesso del Santuario sembra davvero una bella terrazza panoramica che si protende sull’immenso con un balzo che culmina con l‘edificio principale del Santuario che chiude, ad occidente, l’immenso quadrilatero dell’area sacra. Coi suoi tre ordini (che si alterna tra monofore e bifore) il Campanile chiude verso il vuoto l’abside del Santuario la cui facciata – stranamente esposta verso settentrione (proprio in direzione della Badia Benedettina di Cava) – si presenta sobria nel suo aspetto ed è realizzata in mattoni rossi intersecati da nervature in pietra chiara. In questo Santuario nel 1777 fu ospite il viaggiatore illuminista inglese Henry Swinburne che fu accolto, fatto riposare e sfamato (come lasciò scritto in un suo diario di viaggio); questa la sua diretta testimonianza: “Il priore e il suo assistente mi hanno ricevuto con molta cortesia e mi hanno offerto il cibo monastico offerto dalla loro casa. Accettai l’invito e mi sedetti con grande prontezza ad un pasto frugale a base di maccheroni e verdure. Sia che la fame avesse bandito ogni delicatezza epicurea del palato, sia che le cose fossero insolitamente buone nel loro genere, ho sicuramente trovato un grande piacere in questo pasto casalingo…

Completano il complesso sistema degli edifici sulla montagna il Monastero che chiude a sud-est, il lungo muro perimetrale sul lato orientale e la residenza del custode, proprio nelle adiacenze dell’arco che s’apre lungo il muro perimetrale che consente l’ingresso all’interno dell’area. Il lunedì dopo la Pentecoste – festa della Madonna dell’Avvocata – una folla immensa di fedeli accorrono da tutte le località della costiera amalfitana (e non solo) e ascendono alla sacra montagna per celebrare l’annuale pellegrinaggio che porta in processione la statua lignea di Maria inghirlandata in una cornice di fiori; molta gente si assiepa soprattutto all’ingresso della grotta, per visitare e venerare l’immagine della Vergine, proprio in quel luogo ove Gabriele, secoli prima, eresse un primo altare votivo. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Sant’Angelo in Formis (CE), la Bibbia che “cadde” sulla Terra… tra arte sacra, storia e fede

Siamo nella zona dei monti Tifatini, in quell’incrocio di vie di terra (le consolari romane Appia, Popilia e Casilina) e vie d’acqua (il fiume Volturno); compiere escursioni e passeggiate in questa zona, seguendo le diverse tracce di piste e sentieri che portano sui crinali del monte Tifata, numerose sono quelle testimonianze degli antichi luoghi di culto sparsi nell’area tra cui – spicca su tutti – la grandiosa basilica benedettina dedita al culto “micaelico” di Sant’Angelo in Formis. In posizione emergente, a metà altezza lungo il declivio occidentale che porta in cima al monte Tifata, da un terrazzamento alle falde della montagna, vicinissima a Capua, e alle spalle della città “carolina”, sorge questa bella, interessante e incredibile Basilica Benedettina, autentico scrigno d’arte e di fede unico nel suo genere.

Oltre due millenni fa qui sorgeva un tempio dedicato a Diana, divinità della caccia, alla quale tutta l’elevazione montuosa del Tifata, un tempo ricoperto di boschi, era consacrata. La basilica sorge lungo il declivio occidentale della montagna. Scoprire e conoscere questa meraviglioso contenitore di opere d’arte è un po’ come andare alla scoperta di un luogo unico nel suo genere; per raggiungerla sembra di essere catapultati in un qualsiasi borgo sparso lungo l’Appennino, un posto apparentemente anonimo, del centro/sud Italia; quasi come se fosse un piccolo presepe in miniatura con angoli, corti e portali in cui scorre, tranquilla, la quotidianità del vivere fra attività legate alla terra (coltivazioni, pastorizia…) e piccole attività commerciali a carattere familiare (scambio o vendita al dettaglio) di prodotti ortofrutticoli locali.

Bastano pochi passi e ci si imbatte in un piccolo mondo che sembra giungere da un lontano passato: uno slargo con una vista magnifica, su cui s’affaccia la basilica, col suo pronao a cinque archi ogivali di cui la centrale, più ampia, è realizzata con materiali marmorei di reimpiego, mentre il campanile romanico con la sua tozza Torre bicromatica (che sembra sorreggerla al suo fianco) a sezione quadra, poggia su di un basamento in blocchi di pietra calcarea e bifore al secondo livello; ma è proprio questa austera facciata che cela – al suo interno – una incredibile esplosione d’arte… tutta da scoprire! Pareti ed absidi completamente affrescate con episodi dall’Antico e del Nuovo Testamento risalenti al periodo di ricostruzione voluto dall’abate Desiderio, come testimoniato dal suo ritratto nell’abside.

Varcato il portale d’ingresso, la vista viene catturata dallo stupore e dalla meraviglia per la tanta bellezza storica, artistica e religiosa che respira in ogni centimetro quadrato delle pareti interne al sacro edificio; un incredibile capolavoro di colori, volti, immagini, azioni, scene sacre, affreschi di straordinaria bellezza che esaltano gli stati d’animo dei personaggi che vi sono raffigurati in puro stile bizantino. Di grande interesse è il ciclo di affreschi che abbellisce l’interno dell’edificio. Tre sono le navate separate da otto archi a tutto sesto sorretti dai capitelli e da colonne recuperate dal vicino tempio di Diana. Pareti ed absidi narrano il mondo della Bibbia e l’attenzione viene immediatamente catturata, sullo sfondo centrale, dal Cristo (Pantocratore) Benedicente al di sopra dei tre Arcangeli; al suo fianco simboli e figure dei quattro Evangelisti

Al suo interno la storia, l’arte e la fede si fondono in un “unicum” che tocca le corde più sensibili e profonde dell’animo umano ed eleva lo spirito verso l’Alto. Questa Basilica è un luogo unico, semplicemente… Divino! Lo sguardo non si stanca mai di scoprire particolari pittorici e decorativi; qui gli affreschi vanno a costituire un eccezionale ciclo pittorico, riproducendo scene bibliche e del Vecchio e Nuovo Testamento a beneficio dei tanti fedeli di un tempo che non sapevano leggere ma solo comprendere le figure disegnate: come una sorta di Bibbia illustrata. Volgendo lo sguardo alle spalle, invece, sulla controfacciata che s’apre sull’ingresso, compare il gigantesco affresco che racconta scene del Giudizio Universale e l’Ascensione della Vergine.

L’intensa ed eterea atmosfera spirituale di cui è investito l’interno della chiesa, unita alla magnificenza delle pitture che fanno scorrere lo sguardo per 360° tutt’intorno, fanno passare in secondo piano gli altri elementi di rilievo presenti all’interno della stessa Basilica, dal pulpito sorretto da colonne ottagonali con un’aquila (purtroppo acefala) che regge il Vangelo, al sarcofago romano utilizzato come mensa eucaristica; dai capitelli corinzi delle colonne, alle acquasantiere (sempre ricavate da elementi di spoglio del vicino tempio pagano di oltre due millenni fa), fino ai mosaici impressi nel pavimento che alterna parti originali del vicino tempio di Diana a successive parti medievali.

Dopo essersi inebriati di cotanta bellezza, della sublimazione dell’arte e della fede elevati alla massima esaltazione dello spirito, il corpo – forse – desidera poter continuare ad apprezzare anche le bellezze naturalistiche e ambientali che circondano la Basilica. E qui, una breve escursione lungo le falde del vicino monte Tifata è, sicuramente, la naturale estensione degli stati d’animo e delle emozioni che hanno, finora, accompagnato i nostri passi. Dalle elevazioni dei rilievi tifatini sono possibili ammirare ampi paesaggi ed estese vedute panoramiche sull’intera Campania Felix e sul medio corso del fiume Volturno. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

sulle “Vie della Ceramica” (amalfi coast)… tra i casali vietresi           

All’inizio della Costiera Amalfitana, subito dopo Salerno, si erge il bianco caseggiato di VIETRI sul Mare che domina – dall’alto – la piccola Valle del torrente Bonea, ergendosi sui bastioni di roccia calcarea degradanti fino alla costa. La città famosa in tutto il bacino del Mediterraneo per le sue produzioni artistiche di ceramiche e maioliche, con le sue chiesette dalle cupole maiolicate e le piccole case dalle tegole di cotto, appare sospesa come d’incanto tra cielo e mare.

Considerata la “Porta della Costiera”, proprio sulla maiolica la cittadina fonda tutte le decorazioni artistiche espresse nelle sue chiese e nella abitazioni più antiche come la bellissima cupola appartenente alla Chiesa madre del XVII secolo dedita al culto di San Giovanni Battista, situata nel punto più alto del centro storico e che si lascia ammirare anche per l’elevato Campanile. Di matrice settecentesca, all’interno la chiesa conserva un pregevole polittico del ‘500; mentre giù, verso la stretta spiaggia di ciottoli, compare la Marina di Vietri, che s’adagia sulla spiaggia che da oriente s’apre con gli scogli, faraglioni meglio conosciuti come i “Due Fratelli” fino a occidente con la rocciosa costa presso la Punta d’Albori.

La felice posizione della città, la ricchezza d’acqua, le colline ricche di legname, sono tutti elementi che hanno favorito, nel corso degli anni, allo sviluppo delle fabbriche di ceramica. L’industria della ceramica, per cui Vietri è celebre nel mondo, era fiorente già fin dal Medioevo. Il giallo e il blu, i colori della natura e del mare, i limoni e i grappoli d’uva si ritrovano nelle vivaci decorazioni espresse dalle maestranze della ceramica locale. Per una visita  tra i vicoli e le vetrine iridate colme di scaffali e mensole, risulta molto divertente girare, cercare nei numerosissimi negozi e poter magari entrare “direttamente” nelle fabbriche a conoscere da vicino questa antica produzione. Scelte e gusti sono, praticamente, infiniti e ogni bottega si distingue per stile e varietà di decori.

Dalla piazza settentrionale di Vietri (77 m) su cui prospettano numerose botteghe d’artigianato ceramico, laddove ha inizio il nastro d’asfalto della Strada Statale n. 163 della Costiera Amalfitana, si aggiunge – con un breve collegamento di bus locale – Dragonea (334 m). Portandosi fra le case di Iaconti si prende la pista che scende direttamente al villaggio di Albori (264 m) posto quasi ai piedi di monte Falerio e all’ampia vallata che – come un anfiteatro – si chiude sotto le pendici di questo monte. Paesello sviluppatosi lungo il pendio su cui è situato, il caseggiato si estende per tutto l’arco orografico del declivio di SE interrompendosi proprio a occidente, in modo da sfruttare al massimo l’esposizione alla luce del sole.

Le abitazioni originarie, tutte realizzate in muratura artigianale, presentano le coperture dai caratteristici tetti “bombati” in bianco, costruiti più per motivi funzionali che estetici: la cosiddetta “lamia a vela”, che costituiva la cupola classica, mentre la “lamia a botte” veniva generalmente utilizzata per locali a pianta rettangolare e adibiti a magazzini o a stalle. Il caseggiato si presenta con una “architettura spontanea” che viene condizionata dalla natura circostante costituendo un perfetto esempio di simbiosi e autonoma organizzazione rurale. Il centro del villaggio è costituito da una ristretta piazza ricavata nell’unico slargo piano del paese e da cui si dipartono una rete di viottoli e gradinate costituite in maniera tale che ogni punto del paese possa essere raggiunto rapidamente e con la massima facilità. Nella piazza prospetta la facciata della Chiesa di Santa Margherita di Antiochia risalente al XVI secolo, al suo interno custodisce numerosi affreschi raffiguranti Santi, Madonne, Beati e Dottori della Chiesa; molto interessanti sono le “formelle” in stucco affrescato raffiguranti i “Misteri” del Rosario e quelle di San Francesco di Paola.

Appena fuori il paese si prende la pista in discesa che conduce direttamente alla splendida Villa Guariglia (179 m). In origine essa fu una casa colonica di proprietà dei Consiglio; con l’annesso parco, l’antica Cappella e la Torretta del Belvedere. La villa è ricca di dipinti, di preziose suppellettili e di una biblioteca (circa 5000 volumi). Re Vittorio Emanuele III qui soggiornò dal giugno al dicembre del 1944. Nella Torretta Belvedere è visitabile, ed è fruibile dal pubblico, il Museo della Ceramica, prezioso e importante contenitore di manufatti che rappresentano la continuità e la vitalità della produzione ceramica della zona negli ultimi quattro secoli come: maioliche artistiche a sfondo religioso (del ‘600 e ‘700); mattonelle votive; una sezione moderna dedicata alla ceramica del ‘900 con pezzi del cosiddetto “periodo tedesco” (del 1927 con Melamerson, Kowaliska e Gambone).

Lasciati la villa si continua a salire fino a raggiungere, in pochi minuti, il primo dei due tornanti che entrano in RAITO (190 m). Qui, dal ciglio della strada s’apre un varco che, per mezzo di gradinate, conduce in discesa verso i quartieri in basso del villaggio, da cui s’aprono una serie di bellissimi scorci panoramici sul golfo di Salerno. Così, tra le incredibili pendenze di scale, rampe e gradoni che sembrano precipitare fino a perdersi sull’immenso, le suggestive vedute paesaggistiche sull’intero arco costiero che determina il golfo, incorniciate da tutte le possibili sfumature dell’azzurro che si espandono tra cielo e mare, si supera il nastro d’asfalto della statale costiera e, dopo aver superato l’ultima discesa siamo tra le prime case della Marina di Vietri.

Nelle adiacenze della Torre “aragonese” c’è il ponte che scavalca il torrente Bonea, tristemente noto per l’alluvione dell’ottobre del 1954; da qui ha inizio una ripida salita in “sanpietrini” che raggiunge il caseggiato di Vietri sul mare, dove perdersi tra le adombre viuzze del centro storico, laddove il ritmo dei passi si alterna al canto delle cicale d’estate e dopo aver superato la chiesa madre di San Giovanni, si attraversano vicoli e portali di civili abitazioni abbellite (o incorniciate) da decorazioni in ceramica dove emerge tutta l’arte dei maestri ceramisti locali e delle numerose botteghe che tramandano – da secoli – questa particolare forma d’arte: la ceramica artistica. (testi ©Andrea Perciato; photo @Maria Rita Liliano e @A. Perciato)