MOLDAVIA, Chişinǎu… il lato sconosciuto dell’est europeo!

Come sospesi in un limbo spazio-temporale – quasi come si stesse vivendo in un universo parallelo – fermo dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale ancora sulla linea di quel “Patto di Varsavia”, consolidatosi con la costruzione di un imponente “Muro” che diede avvio (dalle regioni artiche ai confini con la Turchia) alla divisione della “Cortina di Ferro”, proseguito per oltre un trentennio col lungo periodo della cosiddetta “Guerra Fredda” tra i due blocchi europei vincitrici della WWII (quello occidentale degli alleati e quello orientale sotto l’influenza russa) e fino alla dissoluzione con l’abbattimento del Muro che pose fine a quello che era il più grande e potente impero delle Repubbliche Socialiste Sovietiche: l’unione (U.R.S.S.) o meglio, la grande federazione di quegli stati e staterelli che rendevano grande l’indomito “orso sovietico”.

La MOLDAVIA (antico principato della Bessarabia conteso e suddiviso, nel corso del tempo, fra Russia, Romania e Impero Ottomano) è un territorio a prevalenza agricola (a tutt’oggi principale risorsa di sostentamento); un’immensa serie di campi alternati a boschi e foreste che si susseguono oltre ogni possibile orizzonte. L’autunno qui in MOLDOVA è un arcobaleno di colori pastello che vanno dall’intenso giallo come il sole e i girasoli; dal verde delle sue morbide colline ricoperte di vigneti (con pregiati vitigni famosi in tutto il mondo) e dal marrone della sua terra. Qui l’acqua dei torrenti e dei fiumi offre restituisce visioni paesaggistiche e ambientali caratterizzate da sinuosi nastri d’argento e d’azzurro. Le calde estati offrono piacevoli tramonti al fresco; qui d’inverno la neve ricopre ogni cosa. I sapori di una cucina, solo in apparenza povera e frugale vengono esaltati dal miele, dalle verdure e della timida ospitalità dei local dai modi pratici ma sempre sinceri.

CHIṢINĂU, la capitale della MOLDAVIA presenta un centro storico è distribuito secondo un preciso reticolo ortogonale in cui vanno ad intrecciarsi strade e viali principali con arterie secondarie di minore importanza. Un’edilizia che si protrae dagli anni venti del ‘900 con l’erezione di maestosi edifici, oggi spesso lasciati all’incuria del tempo, giganteschi blocchi in cemento che raccontano un importante pezzo di storia della Russia che fu, saldamente intrecciata al presente post dissoluzione del grande impero. In molti casi si tratta di kommunalki, abbreviazione di “kommunal’nye kvartiry”, vale a dire “appartamenti in comune”; alzare lo sguardo all’insù si resta colmi di meraviglia per quanto abbiano potuto erigere edifici cosi possenti che rasentano lo stile futuristico dell’epoca ma che nelle rifiniture esprimono elementi d’arredo fermi – come stile e come gusto – agli anni tra la fine dei ’50 e tutti i ’60 del Novecento.

Chisinau è piena di parchi e di viali alberati che ombreggiano larghi marciapiedi spesso dissestati. In città, il tangibile segno della povertà (soprattutto come l’abuso di alcolici) è palpa-bile per le strade. L’insicurezza economica, l’instabilità lavorativa affliggono gran parte della popolazione; gli stipendi sono bassissimi e in molti sono costretti a lavorare a ritmi serrati per guadagnarsi condizioni di vita relativamente modeste. Ma volendo compiere una sorta di giro a piedi della città, non c’è che da scegliere il punto da dove iniziare per conoscere questa capitale e le molteplici sfaccettature culturali, storiche, identitarie, artistiche di un paese relativamente giovane; la Moldavia fino al termine della 2a Guerra Mondiale era un territorio di pertinenza rumena, con varie etnie che erano distribuite e sparse dalla madrepatria Dacia fino a giungere le sponde del Mari Nero.

Muovendo dalla sua periferia sud, dall’ampio catino di Piața Națiunilor Unite al termine del principale boulevard che taglia in due la città, sono già ben visibili, al di la di un muretto con giardino, le splendide cupole dorate del Mănăstirea Sf.M.Mc.Teodor Tiron, un’oasi di tranquillità proprio nel cuore della città. L’architettura e i dipinti sulle facciate e all’interno dello stesso sono mozzafiato; un luogo meraviglioso per prendersi del tempo, riflettere e rilassarsi. É un monastero (con annesso convento) ortodosso moldavo, risalente al 1858 ed è dedicato al culto di San Teodoro di Amasea. Improntato secondo lo stile architettonico russo-bizantina il sacro edificio è, sicuramente, il più bello (da un punto di vista esteriore) di tutta Chiṣinǎu. Al suo interno fanno sfoggio le ricche decorazioni in oro e i coloratissimi affreschi in cui primeggiano l’azzurro e l’oro; conosciuto con il nome di “Malina Mica” oggi è un monumento d’importanza nazionale, ove l’atmosfera religiose viene esaltata dal silenzio e dalle preghiere.

Spostandosi verso NW città si raggiunge l’enorme edificio della Cultura e dello Sport: OSCE. Un patio permette di affacciarsi all’apice di uno dei luoghi più romantici della città. Uno spettacolo di incredibile bellezza paesaggistica s’apre sotto di noi con una lunga e fantastica cascata di gradini che scendono verso un bellissimo lago circondato da canneti, cespugli e alberi: il Valea Morilor Park che si trova a ovest della città nel settore Buiucani. intorno alle sponde del lago Valea Morilor, creato nel 1950 su iniziativa di Leonid Brezhnev. Avvicinandosi alle sponde lacustri caratterizzate dal canneto, risulta incredibile come il rumore del traffico cittadino scompaia poco alla volta. Le aree boschive lungo le sponde offrono diversi sentieri escursionistici, ove poter camminare; fontane, statue, scacchi, e piste ciclabili offrono tante attività all’aperto. È anche possibile nuotare o andare in kayak quando il tempo lo permette.

Si rientra verso il centro seguendo il lungo viale della Strada Serghei Lazo che, dopo aver superato lo stadio, sbuca sul viale R1 (Bulevardul Ştefan cel Mare şi Sfint), all’altezza della chiesa di Biserica Ortodoxă “Schimbarea la Față a Mântuitorului” (Cattedrale della Trasfigurazione) che affascina con la sua architettura e l’atmosfera unica che traspare da ogni angolo. Un luogo di culto severo e particolare, mistico e – al tempo stesso – affascinante. L’elemento più impressionante è il monumentale e sorprendente affresco che ricopre un’intera parete, conferendo all’interno un carattere di profonda sacralità e intensa bellezza. Un luogo che vale la pena visitare non solo per i credenti, ma anche per gli amanti dell’arte. I murales non sono nell’esclusivo stile che richiama il bizantinismo di quelle regioni, ma che comunque sono molto antichi; ci sono anche dipinti di icone classiche realizzati in rame mentre all’esterno mosaici sulla facciata rendono ancor più interessante la scoperta.

Continuando ora lungo la R1 verso SE si ritorna verso il centro. In questi pochi chilometri di viale, la skyline della prospettiva urbanistica che s’apre ai lati della strada offre la visione dei più importanti edifici statali e governativo come: il palazzo della Președinția Republicii Moldova; il palazzo del Parlamentul Republicii Moldova; l’edificio del Scuarul Teatrului Național de Operă și Balet “Maria Bieșu” fino a sbucare nell’ampia platea della piazza di Piața Marii Adunări Naționale ove primeggia – in tutta la sua imponenza – l’enorme edificio che contiene la Direcţia Generală de Administrare a Clădirii Guvernului Republicii Moldova, il Ministerul Educației și Cercetării ed il Guvernul Republicii Moldova. Accanto, posto all’ingresso di un giardino s’impenna, dall’alto di un basamento in granito, la statua raffigurante il Monumentul lui Ștefan cel Mare, eroe nazionale moldavo e simbolo della città; qui Stefan è importante, perchè ha vinto molte battaglie per la Moldova ed ha bloccato i turchi in queste terre.

Di fronte agli imponenti edifici governativi primeggia la bianca pietra dell’Arcul de Triumf, 13 metri d’altezza eretti nel 1840, che spiccano in mezzo alle altre strutture, collocato a due passi dalla Cattedrale (della Natività) e dall’immenso parco che circonda tutto il complesso intorno. Un parco davvero molto bello, centralissimo, che s’attraversa con una splendida promenade realizzata in blocchi marmorei che serpeggiano attraverso vialetti molto curati e tenuti ben puliti che convergono tutti verso la Chișinău Cathedral Belltower in posizione distaccata dal principale edificio della Catedrala Mitropolitană Nașterea Domnului, una imponente chiesa ortodossa costruita completamente nello stile neoclassico della tradizione moldava, ed eretta nella prima metà dell’800 con gli interni completamente affrescati.

Nelle vicinanze, appena qualche isolato più in là della grande spianata di Piața Marii Adunări Naționale, compare il gigantesco Mercato di “Naf-Naf”, con ambienti al coperto e ripartiti per settori (macellerie e pollame, ortaggi e frutta in cui è possibile acquistare buona frutta e verdura a km zero a prezzi abbastanza convenienti, pescheria ed altro) e centinaia di bancarelle all’aperto di Piața Centrală ove si trova – praticamente – di tutto. Perdersi in questo caotico (e dal discutibile igiene) e intricato labirinto creato da traballanti scaffalature ed instabili bancarelle è un po’ come immergersi in un luogo molto caratteristico, ove è palpabile – quasi percepire con tutti i sensi al massimo della loro ricettività – quel ritmo intenso e quell’intrecciarsi di voci e dialetti che vanno dal rumeno al russo, di chi vende e di chi acquista, per capire, intuire, assaggiare e sentire le armoniose essenze degli intensi sapori e delle tradizioni del luogo.       

Momentaneamente abbiamo voluto scoprire, capire e comprendere le varie sfaccettature di una capitale dell’ex blocco sovietico, ove il comunismo e la rivoluzione hanno lasciato indelebili tracce del loro trascorso, ma più di ogni cosa abbiamo voluto vivere e toccare con mano le realtà di luoghi poco conosciuti da noi occidentali. Territori che confinano con teatri di guerra tutt’ora in corso; complesse etnie che influenzano e determinano le società tribali di zingari e gitani così fortemente legate da vincoli di sangue e che sono un tutt’uno con l’anima inquieta di queste terre. Forte è la frustrazione per lo stato delle cose, soprattutto tra i giovani, ove primeggia il desiderio di partire. In Italia, destinazione preferita, di regola i moldavi si adeguano a lavori modesti; è raro incontrare qualcuno che non abbia alcun legame con l’Italia; sebbene molte persone possano raccontare storie di discriminazione ed abusi, in tanti prevale un sentimento d’amore e di attaccamento nei confronti del nostro paese. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

TAORMINA (ME, Sicilia), una straordinaria combinazione di bellezze naturali…!

Uno scrigno di arte, natura, bellezza, paesaggio… un luogo che attraversa il tempo e la storia… un luogo intriso di luci e di ombre di profumi e di colori! Questa è TAORMINA, un gioiello incastonato tra il mare e la montagna lungo la costa orientale della Sicilia; in essa – tra le sue piazzette, gli slarghi, i palazzi storici e gli stretti vicoli – scorrono millenni di storia e delle tante civiltà che l’hanno resa il gioiello che oggi tutto il mondo conosce ed apprezza. Ma… andiamo a scoprirla per goderne dal vivo tutte le sue molteplici peculiarità che, ne siamo convinti, sono da lasciare letteralmente senza fiato.

Entriamo nella cittadina attraverso Porta Messina, il suo antico ingresso posto a settentrione, lungo il principale asse viario che ne attraversa – da nord a sud, in tutta la sua interezza – tutto il centro storico di Taormina; sul luogo sono visibili le tracce delle antiche mura di origine araba che circondavano la città. Ed è subito meraviglia: vicoletti che, tra piacevoli saliscendi, si diramano in tutte le direzioni; gradinate, rampe e scale che superano tutti i possibili dislivelli, locali e negozietti nascosti (o incastrati) negli angoli più lontani; il tutto avvolto da una incantevole e suggestiva atmosfera di “mescolante” umanità.

Da un lato c’è l’eleganza storica di un’antica arteria (Corso Umberto) che unisce Porta Messina a Porta Catania, dall’altro c’è la sensazione di attraversare una sorta di centro commerciale a cielo aperto. Le vetrine con grandi marchi del lusso e i numerosi negozi di souvenir hanno ormai occupato ogni metro quadrato dei locali che prospettano ai lati della strada, soffocando – così – l’autentica identità dell’antica città. Ma, osservando con occhi diversi le sfumature che si possono cogliere camminando, si avverte come la bellezza sta nei particolari. Per ritrovare la vera “anima” di Taormina bisogna compiere uno sforzo di resistenza emotiva: puntare lo sguardo in alto, al di sopra delle insegne colorate e le chiassose vetrine, e riuscire a scoprire i veri tesori, perché è proprio lì… che la città respira ancora.

Corso Umberto (conosciuta anche come “Via Valeria” di sicura matrice romana) collega Porta Messina a nord, con Porta Catania a sud ed è il principale asse viario che attraversa tutto il centro storico della città prima di precipitare verso il mare ed ha conservato – nel tempo – tutto il suo aspetto di matrice medioevale. Una coloratissima via pedonale, sempre molto affollata, ricca di negozi, locali e botteghe artigiane, ma anche di edifici storici di stampo medioevale (come il Palazzo Corvaja, con le sue facciate in pietra sormontate da merlature e la chiesa barocca di Santa Caterina d’Alessandria) e importanti scorci quali la chiesa di Santa Maria del Piliere e la Piazza IX Aprile con la chiesa di San Giuseppe e la Torre dell’Orologio.

Ma il fiore all’occhiello della cittadina siciliana è – senza ombra di alcun dubbio – il suo antico Teatro Greco da cui si godono alcuni degli scorci panoramici con vedute paesaggistiche più belle al mondo, soprattutto sulla possente mole vulcanica dell’Etna che sembra quasi poter essere toccata con mano. Trovarsi a Taormina significa passeggiare attraverso la bellezza delle sue stradine in ombra, dei suoi vicoli nascosti, dei suoi balconi fioriti ma la sua particolarità viene esaltata dalla presenza del suo bellissimo teatro greco; un luogo suggestivo, che eroga fascino e bellezza da ogni sua pietra, un posto affascinante per la storia che esso stesso contiene. Un impianto ancora ben conservato che tra storia, arte, natura, paesaggi tra roccia e mare, domina panorami davvero mozzafiato.

Dalle sporgenze (terrazze) panoramiche dell’area del Teatro s’aprono vedute panoramiche ai piedi di Taormina, come la suggestiva Isola Bella, autentico gioiello paesaggistico lungo la costa ionica della Sicilia; una piccolissima isola a poche decine di metri dalla spiaggia raggiungibile a piedi anche con l’acqua bassa (oggi arrivava alle caviglie, mi dicono possa arrivare al ginocchio). Collegata al centro di Taormina tramite una funivia, la spiaggia è raggiungibile anche tramite delle scale di pietra; il suo litorale si presenta con una spiaggia ricoperta da ciottoli. Soprattutto nei giorni festivi la spiaggia risulta essere davvero molto affollata; lungo essa vi sono diversi stabilimenti balneari, ma anche una parte di spiaggia è resa libera. Il mare – in qualunque periodo dell’anno – risulta essere sempre limpido e pulito, anche nei giorni di elevata affluenza.  

E così, eccoci finalmente giunti nel cuore del centro storico, in quella Piazza IX aprile da cui s’apre uno dei belvedere più belli al mondo, che offre vedute panoramiche e viste di straordinaria bellezza lungo il mare e la fascia costiera. Situata proprio nel centro storico di Taormina, in questa bella piazza si gode un panorama davvero eccezionale. La piazza è un po’ come l’autentico “cuore” di Taormina, sempre colma di gente proveniente da tutte le parti del mondo ed è circondata dalle belle facciate di storici edifici che su di essa prospettano, come la sobria facciata della chiesa di Sant’Agostino che ospita la Biblioteca Comunale, la monumentale chiesa barocca di San Giuseppe raggiungibile con la sua bianca e pittoresca scalinata e la Torre dell’Orologio.

Costruita secondo un marcato stile barocco la chiesa di San Giuseppe si erge al di sopra di una scala a doppia rampa che porta al sagrato; con una facciata dai colori molto delicati, al suo interno sono presenti diversi dipinti d’arte sacra e pareti decorate da affreschi. Chiude la promenade di questa piazza la Torre dell’Orologio, conosciuta anche come “Porta di Mezzo”. Eretta su antiche fondamenta greco-romane, nel 1676 fu distrutta dalle truppe francesi, prontamente ricostruita nel 1679. La sua struttura in pietra si eleva per un’altezza di 24 metri, sormontata da merlature e con un orologio nella sua parte superiore; sotto di essa s’apre un arco in pietra che porta in Piazza Duomo su cui prospetta la maestosa facciata in pietra “nuda” locale del Duomo (in puro stile siculo-normanno), anch’essa coronata da merlature a “coda di rondine”.

Una delle mete più iconiche della Sicilia, Taormina è un indiscutibile gioiello ricco di arte e bellezza per l’intera isola; essa tiene testa il confronto ad altre famose località sparse per il mondo, ed è – sicuramente – un angolo di paradiso piombato sulla terra! Immortalata da artisti, poeti, pittori e scrittori di tutto il mondo, la cittadina è un crogiuolo di arte, bellezze naturali, cultura, fede, tradizioni e tanto altro ancora. Situata ai piedi dell’Etna, si affaccia a strapiombo sulle frastagliate insenature rocciose distribuite lungo la fascia costiera ionica. Visitata ogni anno da migliaia di viaggiatori, prima di lasciare questa splendida località il nostro consiglio è di poterne apprezzare, oltre alle bellezze sopra elencate, tutto il fascino che eroga questo luogo per mezzo della miriade dei suoi colori, con le sue splendide ceramiche, e dei suoi profumi, con la sua rinomata arte culinaria, “arancini” su tutto… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ARMENIA, lungo la “Via della Seta”all’ORBELIAN Caravanseraj (“Օրբելյան քարավանատուն” Orbelyan k’aravanatun) sul Passo di Selim

Fu quasi una necessità, sentita dalle molteplici popolazioni distribuite a latitudini così distanti tra loro, quella di poter creare collegamenti terrestri, che potessero estendersi attraverso l’Asia Centrale e il Medio Oriente, che includevano rotte carovaniere che superavano deserti e montagne, unendo la Cina all’Asia Minore fino a congiungersi col Mediterraneo. La “Metaksi Chanaparh” (Via della Seta) era un’antica rete di rotte commerciali che collegava la Cina con le regioni dell’Asia e dell’Europa. Attiva dal II millennio a.C. fino al XVI secolo, la Via deriva il suo nome dal redditizio commercio cinese della seta, la principale merce trasportata. La Via era lunga oltre 7000 km, con una successiva rotta marittima ideata molto più tardi; mondi vecchi e nuovi che venivano barattati anche nelle regioni intermedie.

Vie carovaniere erano chiamate queste rotte terrestri che – precedendo la Via della Seta – rappresentavano i primi (labili) tentativi di unire le diverse aree del mondo attraverso precisi punti di collegamenti terrestri. Questi lunghi tratti, spesso definiti “Vie Carovaniere“, erano più semplicemente una rete di tracce che attraversavano deserti, montagne e oasi, permettendo (e facilitando) così il movimento di persone, di merci e di idee tra le diverse culture. Le vie carovaniere, che non erano solo rotte commerciali, si inquadravano anche come importanti canali di scambio sociale, economico/commerciale, religioso e culturale con mondi così lontani tra loro. L’incontro tra diverse culture lungo queste rotte favoriva la diffusione di idee, di culto, di arte e di tecnologie, contribuendo così a creare una rete di interdipendenza e scambi tra l’oriente e l’occidente.

Nel cuore del Caucaso, in territorio armeno, a 2400 metri d’altezza è collocato uno dei più importanti passi dell’antichità: il Passo di SELIM (o di Vardenyants). Questo strategico valico era una diramazione settentrionale sul più importante tratto della Via della Seta che collegava – essendo il Caucaso uno dei principali incroci terrestri – le sponde occidentali del mar Caspio, le terre del regno di Persia (Iran) e dell’Azerbaijian. L’altopiano armeno era un ponte tra l’Europa e l’Asia occidentale. Queste rotte commerciali univano l’Armenia coi porti del Mar Nero e del Mediterraneo. Attraverso queste rotte avvenivano commerci in Iran, Mesopotamia, Egitto, India e Cina. Plutarco testimonia che Artashat (la capitale dell’Armenia) intratteneva una serie di importanti relazioni commerciali ed economiche durante tutto il I secolo a.C. Strabone scrive del cruciale ruolo intermediario dell’Armenia nelle relazioni commerciali tra l’Impero Romano e l’Oriente.

Raggiungere questo passo è, soprattutto, un’impresa emotiva; un comprendere quanto deserto di pietre, di fasciumi d’erba, di aspre montagne, di profonde gole rocciose, di impetuosi torrenti determini un orizzonte in cui lo spazio e il tempo non hanno dimensioni definite. Dalle estese pianure armene, ove per chilometri non c’è anima viva, nessun albero, nessuna casa, nessun animale; solo un paesaggio che si perde oltre l’immenso. Come già detto, questo ramo della “Silk Road“, su cui giace questo particolare Orbelian Caravanserai, si riferisce a quella direttrice che giunge dalla lontana Persia, fino ad attraversare e superare il Selim Pass (2410 m), per poi scendere nuovamente nelle pianure settentrionali e raggiungere le sponde meridionali del Lago di Sevan; da qui risale alla città di Dilijan, per poi attraversare il territorio della Georgia fino a raggiungere il Mar Nero.

Dopo un lungo camminare per orizzonti sperduti, profili di creste rocciose e dislivelli che vengono superati laddove il vento intensifica la sua forza, eccoci finalmente in vista dell’ORBELIAN CARAVANSERAI, un basso edificio in pietra scura posto appena sotto il bordo della principale strada che attraversa il passo, conosciuto anche come passo di Hayots Dzor. Il caravanserraglio di Orbelian è il valico di montagna meglio conservato tra i passi armeni fin dall’epoca medievale. Questo monumento, costruito dal principe Chesar Orbelian e dai suoi fratelli nel 1332 durante il regno di Abu Said Khan II, svolse un ruolo importante in questa regione grazie alla sua posizione posta su una rotta commerciale d’importanza internazionale e al non trascurabile carattere del mecenatismo degli Orbelian, che furono un’importante famiglia feudale in Georgia per tutto il XII secolo.

Esempio perfetto di caravanserraglio classico dell’inizio del XIV secolo, senza corte interna soppalcata dato il clima inospitale dell’altitudine dove è collocato, il passo domina montagne aride: solo in fondo alla valle pochi sprazzi di verde. In un luogo così inospitale questo ambiente sembra un miraggio. Molto somigliante ai nostri jazzi dell’Appennino all’ingresso, sulla facciata, sono due bellissimi bassorilievi a forma di leone e una splendida nicchia. Ma è il suo interno che parla di millenni di storia vissuta tra viaggi e spostamenti. Un vestibolo che sembra l’ingresso di una grotta; il buio generato dal basalto nero, annerito dal fumo dei tanti fuochi accesi nel tempo; varcando una porta sulla sinistra l’emozione genera stupore e meraviglia! Siamo nel cuore del caravanserraglio; il buio dell’interno riceve la luce naturale dalle aperture sul soffitto su un ambiente scarno, funzionale, interrato.

Si possono chiaramente distinguere gli spazi per gli uomini e gli animali; il fatto che l’edificio non abbia finestre, ma solo alcuni buchi nel tetto da cui entra la luce (sembra di essere all’interno di una caverna); le enormi pietre in basalto nero aggiungono fascino all’insieme. Molto particolari sono le decorazioni poste sulla porta d’ingresso, con la soluzione tipica delle “muqarnas islamici” (reminiscenza di decorazioni di stalattiti in una grotta). Il caravanserraglio di Selim non include un cortile e l’intero edificio è limitato agli spazi coperti, tra cui una grande (e lunga) sala centrale, che si estendeva da est a ovest, e un vestibolo all’estremità occidentale. Questo edificio adattò la tipologia del caravanserraglio al rigido clima nevoso e ventoso delle zone montuose e si adattava alla posizione dell’edificio. Questo schema architettonico è applicato anche ai caravanserragli selgiuchidi sopravvissuti nelle zone montuose di questa regione.

La sala è divisa in tre navate da sette coppie di pilastri. Alla fine delle strette navate laterali sul lato occidentale, furono costruite piccole stanze per gli uomini che accompagnavano la carovana. Gli animali della carovana venivano tenuti nelle strette navate laterali della sala, dove erano costruite le mangiatoie in pietra tra i pilastri e dove si trovava una piscina d’acqua in uno degli angoli della sala. Il tetto della sala a tre navate è coperto da tre volte parallele, con quella sopra la navata centrale più alta e larga di quelle delle due navate laterali. Le volte sono sostenute da archi che si estendono da pilastro a pilastro (navata centrale) e dai pilastri alle pareti (navate laterali). Degli oculi posti al centro di tre delle volte servivano a far entrare la luce del sole e l’aria fresca, e a far uscire anche il fumo; ogni oculo è decorato con una cornice. Queste sono le uniche altre aree del caravanserraglio che presentano ornamenti oltre alle decorazioni presenti nel vestibolo d’ingresso. I resti di una piccola cappella sono ancora visibili accanto al vestibolo, di fronte a una sorgente.

Siamo partiti dalle case del villaggio di Aghnajadzor, tra la polvere dei recinti alzata dal vento e greggi di pecore al pascolo guidati da nomadi pastori che resistono alla forte solitudine – quasi contemplativa – di questi luoghi sperduti tra le montagne del Caucaso armeno. Un lungo susseguirsi di pianori e di vallate baciate dal sole che si nasconde tra le nubi; raggi che irradiano luce su un orizzonte che si perde a vista d’occhio. Qui al passo di Selim comincia a nevicare e l’Orbelian Caravanserai diventa – per qualche ora – il nostro rifugio. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

BRUNICO (Sud Tiröl, BZ): stile mitelleuropeo per un “viaggio tra i popoli montani” del mondo

BRUNICO, capoluogo della Val Pusteria, ai piedi del Plan de Corones in Süd Tirol, è un’importantissima località di turismo e commercio, già molto attiva, fin dal Medioevo, nella regione dolomitica. La cittadina contiene al suo interno un piccolissimo centro storico racchiuso tra due porte collegate dalla via principale. Varcata una delle antiche porte, si scoprono la suggestiva e vivace Via Centrale ove sbucano gli stretti vicoli dall’atmosfera medievale, e su cui prospettano gli splendidi palazzi borghesi e della nobiltà del tempo, con le variopinte facciate (a “graticcio”), i frontoni merlati e le architetture religiose. Il centro gira tutto attorno alla Stadtgasse e lo si gira facilmente a piedi in poche decine di minuti. Esso si presenta molto pulito, ben tenuto e sono molti i negozi da poter visitare. Ovunque lo sguardo posa gli occhi si avvertono le atmosfere di quella cultura mitteleuropea che ha sempre determinato quest’angolo del Sud Tirolo. Piccoli particolari che emergono dall’eleganza degli edifici, dalla raffinatezza di città piena di classe; molto ordinata, elegante e con quel profumo di vin Brulé che aleggia nell’aria e che rende l’atmosfera più vibrante. Qui il fascino dell’ospitalità e la sensazione dell’accoglienza a “misura d’uomo” sembrano essere il più bel biglietto da visita di Brunico.

La zona del centro storico di Brunico è di dimensioni piuttosto ridotte, in rapporto al resto della cittadina, ma risulta essere molto caratteristico e ben tenuto; in circa 15 minuti lo si percorre in tutta la sua interezza, attraversando le belle facciate dei palazzi dalle tipiche architetture tirolesi, con le sue chiese in stile alpino ricche di opere d’arte di artisti locali; mentre lungo le vie si rincorrono le caratteristiche vetrine dei negozi di ogni tipo, caratterizzate dalle artistiche insegne in ferro battuto, le vecchie porte cittadine decorate con affreschi di artisti locali e, addirittura, pupazzi (o manichini) che – bardati di caschi ed imbraghi – risalgono le pareti colorate dei palazzi. Ma, dopo aver camminato per antiche botteghe d’artigianato locale, particolari forni che offrono delizie tipiche, negozi orafi che espongono gioielli e monili di particolari bellezze e store che offrono i più svariati brand degli sport da montagna e delle attività outdoor, ciò che attira l’attenzione alzando leggermente lo sguardo verso l’alto, è la poderosa mole del Castello che domina – dall’alto di un colle – tutta Brunico e la sua valle. A due passi dal centro storico, uscendo dalla porta orientale, con una breve salita attraverso un piccolo giardino che ne circonda la sua base, si raggiunge l’ingresso, caratterizzato da un ponte levatoio, del mastio centrale del Castello di Brunico.

Ma qui, a Brunico, le sorprese… continuano! Il Castello, che domina da un colle con i suoi 862 metri il centro abitato, fu costruito tra il XIII-XIV secolo. Esso oggi ospita, al suo interno, forse il più importante museo dedicato alla montagna: il M.M.M. (Messner Mountain Museum) RI. (dal tibetano “montagna”) PA. (“uomo”) Varcato il suo ingresso, è come entrare in un mondo diverso, un viaggiare in un lontano passato attraverso culture e civiltà lontane dalla nostra, elementi che esprimono forme d’arte e ne esaltano la bellezza. Sembra di poter rivivere le magiche atmosfere della vita e delle avventure di Messner attraverso un viaggio tra le popolazioni delle montagne dei cinque continenti, ove in un solo luogo sono raccolti i cimeli e le manifestazioni artistiche che le varie culture montanare nel mondo hanno prodotto nel tempo, oltre ad attrezzature alpinistiche di varie epoche. Continuando questo viaggio nel tempo, distribuito su più livelli, si percepisce – quasi a pelle – la sensazione che per i tanti amanti o frequentatori della montagna, oggi è possibile possedere tutta l’attrezzatura tecnica all’avanguardia, essere dotati dello zaino ultra-light, calzare gli scarponi del più innovativo materiale, indossare capi d’abbigliamento in microfibra prodotti in laboratorio e via così; tutti pronti per sentirsi novelli Bonatti o eredi di Messner.

Per quanto mi riguarda, invece, ho sempre pensato che per cominciare ad amare la “vera” montagna bisogna viaggiare, andare fuori, lontano, salire a piedi su montagne vere (meglio se chiamate Alpi); bisogna vivere la cultura della vera gente di montagna, vivere per qualche giorno (insieme a loro) su quegli orizzonti obliqui ove operano e lavorano in precario equilibrio. Dal piano terra fino ad arrivare in cima vi sono parecchie salette ricche di addobbi: dalle tende da scalata usate negli anni 50 ai vari attrezzi usati nei campi base stessi, tende degli sherpa, di tribù nomadi asiatiche, africane e persino di pellerossa del nord America. Non mancano mobili religiosi, riccamente intarsiati e colmi di oggetti simbolici, statue e manufatti d’artigianato tipico delle varie popolazioni con cui Messner è venuto in contatto ed infine tanti costumi tradizionali di popoli europei e di altri continenti. Dovunque gli occhi posano lo sguardo si resta incantati di quanta bellezza e cultura vi è nel mondo e quanto di tutto questo il buon Reinhold è riuscito a portare in Italia per farci vivere un’emozione unica come credo sia stata quella da lui vissuta.

Quando conobbi Messner, e mi fu concesso il piacere di poterlo intervistare, scoprii che dietro il “personaggio” mediatico c’era un mondo tutto da scoprire, c’era il valore autentico di un uomo che per la montagna ha dato tutto, perdendo pezzi del proprio affetto (un fratello morto in montagna) e pezzi della propria carne (sette dita dei piedi amputate per congelamento durante la tragica discesa dal Nanga Parbat nel 1970). Momenti e sensazioni che all’apparente facciata di un personaggio – per quanto possa essere scomodo e antipatico a molti – mi hanno restituito l’immagine di un uomo di montagna ricco di valori e denso di emozioni da testimoniare. Messner sta alle culture montane del mondo (valorizzando i popoli e gli ambienti), come la cultura della Sud Tirolo sta alle culture dell’Asia, del Sud America e dell’Africa. Il Messner Mountain Museum “Ripa” è dedicato a tutti i popoli delle montagne di tutto il mondo ed offre la mostra permanente “L’eredità delle montagne”. Messner ci racconta attraverso video multimediali ed una moltitudine di oggetti, di quadri e ricostruzioni di abitazioni, di tende e capanne, di come queste popolazioni d’altura riescano a convivere nelle impervie radure delle montagne da loro stesse abitate lasciandosi – semplicemente – accogliere dall’habitat primordiale.

Le gesta dei popoli che abitano la montagna determinano la vita e la storia della stessa e assicura la sopravvivenza a quote molto elevate; particolarmente coinvolgente e molto bravo è stato Messner nei suoi tanti viaggi a raccontare le religioni, la storia e la vita anche quotidiana dei Damara, i Dani, i Masai e i Tuareg… tutti popoli di montagna. È un museo straordinario ovvero fuori dall’ordinario; un museo dedicato alla gente (popoli e alpinisti) che vivono alle alte quote; in parte un viaggio mistico e in parte una collezione etnografica dove si incontra un mondo ricco di fede, tradizioni, usi e cultura che a noi uomini della civiltà industriale, frequentatori per svago di sentieri di montagna, ci commuove ed emoziona. L’esposizione stupisce per la qualità dei pezzi, la cura e il percorso; essa ruota intorno a due temi: 1) gli usi e i costumi dei popoli che vivono in un ambiente duro e ostile, come quello della alta montagna che spazia per tutto il mondo, ove sono presenti anche fetish africani delle tribù sui “Monti della Luna”); 2) la misticità intrinseca in questi popoli anche facendo similitudine azzardata, fra i Buddisti tibetani e i vecchi alpigiani dell’Alto Adige. Il percorso espositivo illustra le differenti culture, le religioni, gli aspetti della quotidianità fino a toccare le potenzialità (e i rischi) del turismo in un ambiente così delicato.

Il patrimonio della montagna che, da millenni, orienta la sopravvivenza dell’uomo in terre spesso difficili e – a volte – quasi inospitali. Inoltre vengono ampiamente illustrati interessanti cenni storici su popolazioni e piccole etnie altrimenti poco conosciute e scoperte anche grazie alle esplorazioni di Messner durante tutti i suoi viaggi attraverso le culture e nei paesi che il grande alpinista ha incontrato nel corso della sua vita e che oggi sono qui messi in bella esposizione come reperti, cimeli, tende, strumenti tecnici, particolari attrezzature e tanti oggetti che ha utilizzato e raccolto nei suoi tanti viaggi. Si mostra come la civiltà della montagna sia la stessa ovunque, e si fondi sul rispetto per la natura, sull’attaccamento alla propria terra, sulla solidarietà, sul rifiuto della civiltà consumistica. Infine, per scoprire, capire e conoscere in profondità il mondo della montagna (della vera montagna), bisogna “entrare” attraverso questi mondi generati da uomini come Messner ed altri e lasciarsi trasportare attraverso universi “paralleli” fatti di forza, di coraggio, di adattamento, di determinazione, di paura, di saggezza, di altruismo, di pietà, di sofferenza, di tecnica, di condivisione, di dolore… solo così, al di là di tutte le chiacchiere che possano esprimersi su come può essere vissuto l’ambiente montano, si può capire cosa è – realmente – vivere la montagna! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

MARRAKESH (Marocco, مراكش) dal vivace caos della MEDINA… ai silenzi meditativi di KOUTOUBIA!

Tre sono i principali luoghi da non perdere in questa magica “città rossa”, meglio conosciuta come MARRAKESH: il dedalo di vicoli, supportici e traverse del souk che si ramificano nella sua parte più vecchia (la MEDINA) dichiarata – fin dal 1985 – Patrimonio UNESCO; il vivace caos della piazza JEMAA el FNAA; e l’austera (e antica) “Moschea dei Librai” di KOUTOUBIA. La Medina è un qualcosa di inimmaginabile. Si tratta di uno sterminato numero di vicoli e vicoletti pieni di bancarelle e negozietti. Completamente coperto da tende di vario genere che quando alzi gli occhi in alto è difficile vedere un barlume di cielo e non si vedono punti di riferimento per cui è facilissimo rischiare di perdersi. I silenziosi cortili e i tortuosi vicoli che caratterizzano la MEDINA sono un continuo rincorrersi di souk colorati, che si alterna alla tipica architettura moresca e a giardini accuratamente nascosti.

Quello che noi oggi conosciamo come “città vecchia”, o “centro storico”, è tuttora completamente cinta di mura, che racchiudono al suo interno un universo di colori, odori, rumori; antichi monumenti, mercati (i vari Souk), quartieri (quali la Kasbah e il Mellah), ma anche hotel e dimore (i Riad), oggi ristrutturate e riportate ad un antico splendore un po’ come gli occidentali b&b. In questo intricato labirinto è facile perdersi percorrendo i vicoli dei souk senza una meta precisa; ove si alimenta il fascino per la scoperta, si è coinvolti dalla curiosità che ad essa conduce, riservando – di volta in volta – conquiste inaspettate e scorci di angoli insospettabili; tutto questo alternarsi di momenti alimenta gli occhi e l’anima, contribuendo a edificare nella nostra mente immagini e ricordi che, sicuramente, resteranno per lungo tempo impressi.

Racchiusa entro un cordone di mura color rosa (lunghe circa 19 km) che si ripete, come tante scatole cinesi, fino al margine della città moderna, la Medina altro non è che un contenitore di anime vaganti che si trastullano tra la vivace magia del momento, colori mai uguali a sé stessi e rumori che si rincorrono tra portali finemente decorati e vicoli ove scorgere la luce del sole risulta essere un’ardua impresa. Qui, anche ripassando dalle stesse strade ogni volta si hanno nuovi scorci e nuove sensazioni. Innumerevoli sono negozi che offrono ogni tipo di mercanzia, con particolare riferimento a spezie ed erbe, tappeti, ceramiche, pelletteria, artigianato di metallo battuto e terrecotte grezze o smaltate, cibi locali, colori e odori locali, laddove – trattare sul prezzo richiesto – è la tipica consuetudine locale.

Qui a Marrakech hanno tutti da fare. Chi cuce, chi salda e batte al tornio, chi prega, chi spolvera, chi bagna i pavimenti, chi traina un improbabile calesse ricavato da quattro assi poggiate su due ruote (di auto o di moto) e trainato dal flemmatico passo di muli o asinelli. L’atmosfera che si respira nelle viuzze piene di botteghe di cuscini, tappeti, piadine e frittelle preparate al momento, spezie in sacchi multicolori e vestiti su stampelle agitate dal vento risulta essere autentica, confusa, coinvolgente. Qui tutti vendono, tutti comprano; tutti corrono all’affannosa ricerca di qualcosa ma, spesso, nessuno sa che cosa! In questo allegorico caos di frenetici momenti ed elementi, due sole cose rendono calma e quieta l’atmosfera: la voce del Muezzin, che invita alla preghiera, e i gatti che si trastullano nei luoghi più impensabili.

La prima segna il tempo che sembra non esistere; per i secondi, invece, dormire infischiandosene del tutto è la più salutare delle azioni. Eccoci finalmente giunti in quel luogo considerato come un vero teatro all’aperto, l’anima pulsante di questa città: la Piazza JEMAA el FNAA, ove tutti sono attori e recitano una parte rendendo il posto unico nel suo genere: suonatori; danzatori; incantatori di serpenti; chioschi di spremute d’arancia, con bancarelle da cui salgono piramidi di agrumi e frutti d’ogni genere; banchetti che (espongono ed) offrono ogni sorta di cibo, dalle fritture di pesce alle carni sulla brace; tatuatori occasionali; domatori di scimmie. Una miriade di prodotti in vendita, tutti esposti senza il prezzo (qui in Marocco, e soprattutto a Marrakesh, la trattativa è una consuetudine).

I tanti e coloratissimi tappeti che si alternano ai costumi tipici della tradizione locale; e poi ancora i profumi, le essenze, gli olezzi dei cibi cotti al momento e i ritmi alienanti della musica popolare che si ripetono all’infinito. La piazza è il centro della vita (turistica, economica e commerciale) cittadina, mentre di sera, dal tramonto in poi – al calar del sole – si anima incredibilmente divenendo un autentico palcoscenico all’aperto in cui la musica tradizionale fa da colonna sonora con vari gruppi di “artisti” intorno a cui si raccolgono capannelli di gente coinvolti ad ascoltare con esibizioni di cantastorie, astrologi, suonatori, incantatori di serpenti, mercanti di qualunque genere di merce; qui l’atmosfera è indimenticabile, irresistibile, unica al mondo!

In fondo all’ampio viale che, partendo dalla piazza, si protende verso sudest, si staglia Il Minareto della Moschea di KOUTOUBIA che è sicuramente uno tra i più alti dell’Africa settentrionale; esso è ben visibile da ogni angolo della città e, come un faro, è un sicuro punto verso cui orientarsi. Considerata una vera “icona” di Marrakesh essa è una delle principali moschee islamiche ed è, senza dubbio, la più importante della città. Il suo nome, che in arabo significa “moschea dei librai”, indicherebbe l’esistenza, negli immediati dintorni, di un antico souk di botteghe in cui si vendevano libri e testi sacri sin dalla sua costruzione. Com’è risaputo, ma d’altronde non poteva essere diversamente, l’accesso alla moschea è preclusa ai non musulmani (noi ci contentiamo di ammirarne le fattezze, i colori e i materiali), e quindi la sua parte visitabile è limitata al percorso esterno lungo il suo perimetro.

Il Minareto della Moschea, conosciuta anche come il “faro” è una bella torre di epoca almohade simbolo di Marrakech e dell’intero Marocco, è realizzato a pianta quadrata di circa 12 metri di lato, per circa 70 metri di altezza; esso ospita sei sale sovrapposte, ed attorno ad esse, lungo il suo perimetro, corre una rampa, lungo la quale salivano i muli che portavano sulla sommità il materiale necessario alla sua edificazione. In cima al Minareto, una piattaforma con balaustra merlata, fa da base ad un lanternone alto circa 16 metri, che porta sulla sommità quattro sfere sovrapposte di diametro decrescente, realizzate in rame dorato. Una locale leggenda narra di come, inizialmente, le sfere fossero state fuse in oro, utilizzando i gioielli della moglie del sultano, accusata di aver rotto il digiuno del Ramadan.

Le quattro facciate del Minareto sono diverse tra loro, e presentano fini decorazioni con archi intrecciati, maioliche verdi e azzurre, pitture e stucchi. Ai suoi piedi si aprono i suoi splendidi giardini ricchi di palme, aranci e panchine su cui rilassarsi e prendere fiato dal caos della piazza principale e dei souk. Qui un tempo, dall’alto della sua sommità, il muezzin (sorta di sacerdote) richiamava l’attenzione, con la voce distorta dal megafono, invitando alla preghiera tutta la popolazione; oggi invece una voce preregistrata, quasi come un canto/lamento, invita lo stesso alla preghiera ed anche se i musulmani sono intenti nelle loro faccende quotidiane, non hanno necessità di fermarsi e pregare, basta scorgere con lo sguardo indiscreto il loro labiale, siate certi che stanno pregando! Marrakesh, autentico biglietto da visita per scoprire uno degli infinitesimi angoli dell’Africa; ma siamo sicuramente certi che addentrandosi verso le desolate terre dell’interno, fra deserti in roccia e terra rossa e montagne oltre i 4000 metri d’altezza, questa terra riserva – e ne siamo certi – ancora innumerevoli sorprese…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Itinera Fidelis ad Felix Civitas Lauretana: 2 tappe sulla “Via per Loreto” da Colfiorito (PG) a Tolentino (MC)

In cammino lungo la “Via Lauretana”, dall’Umbria (Assisi, PG) alle Marche (Loreto, AN). Per i pochi giorni a disposizione ci siamo incamminati da COLFIORITO (PG) fino a Loreto, quel Santuario della Madonna, ove la “sua” Casa di Nazareth fu qui condotta, pietra su pietra, dal volo degli angeli. Miracolo, leggenda, fede, storia…? Poco importa! Ciò che ha significato per noi sono stati i luoghi attraversati, gli incontri con la gente del posto, le storie che si intrecciano, la disponibilità e l’accoglienza ricevuta. Colfiorito, estremo lembo di terra umbra che s’affaccia sul marchigiano, si protende sull’ampio altopiano di Colfiorito, immensa distesa prativa buona per il pascolo delle greggi e luogo privilegiato ove mangiare del buon formaggio di capra.

Nel mezzo, al centro di questa vasta distesa, sorge l’antichissimo complesso della Basilica di Plestia, punto cruciale di fede, storia e spiritualità in quest’angolo di confine ove tutto è silenzio tranne che i belati delle pecore accompagnate dal suono dei campanacci; scarsa, se non addirittura assente, la presenza antropica. Sulla provinciale, a pochi metri, compare il “limite” umbro/marchigiano tra le provincie di Perugia e Macerata; interminabili distese di campi sapientemente curati, determinano un orizzonte che si perde per chilometri. Le poche case della borgata di Taverne, anche se ristrutturate nel complesso, recano ancora le “cicatrici” del terremoto del 2016 che qui ha colpito duramente. Il cammino tende a raggiungere il termine del pianoro, proprio nel punto in cui questo sbuca sulla rotabile, all’imbocco della stretta valle del Chienti.

Solo il rumore del ruscello che scorre in basso a destra e qualche motore di mezzi agricoli, fanno da colonna sonora a questo ambiente. Si attraversa la cortina delle silenziose case di Serravalle del Chienti, il primo centro marchigiano che s’incontra sul tracciato della Via Lauretana; per strada nessuno, e non è per il cattivo tempo, usci di porte chiuse e finestre sbarrate, varchi opportunamente sigillati da travi in legno come temporanea soluzione in previsione di – quando avverrà – una ricostruzione o ristrutturazione del preesistente. Diverse edicole sacre lungo la strada testimoniano da sempre l’importanza (e la frequentazione) storica del passaggio di pellegrini e fedeli sulla via per Loreto. Il cammino penetra sempre di più all’interno della gola del Chienti fino a raggiungere le poche case della borgata di Bavareto, che ha subito la stessa sorte di Serravalle: abitazioni chiuse e nessuno per strada!

Una deviazione a destra consente di lasciare la Provinciale e di raggiungere il Mulino di Malagna, complesso sistema di regolamentazione delle acque del Chienti, ove l’ingegneria idraulica è ben integrata con l’ambiente circostante. Quel poderoso maniero che si staglia sull’orizzonte, appena offuscato dalle nuvole basse, è la Rocca di Varano che domina il caseggiato di MUCCIA, anch’esso colpito duramente dal sisma del 2016. Da qui optiamo per risalire attraverso boschetti di crinale e vallette scoscese, lungo piste bianche ed ampie vedute paesaggistiche che s’aprono sui campi bagnati dalla pioggia, fino a raggiungere le prime case di CAMERINO. Non si lascia Camerino se non si va a conoscere la possente Basilica di San Venanzio, col suo ampio colonnato della facciata. Rinomata località di studi, con la famosa Università, numerose case ed edifici restano chiusi e “sigillati” sempre in seguito al recente terremoto.

Si riaggancia nuovamente la strada di fondovalle del Chienti, in prossimità della Rocca Varano (omonima ma non uguale alla prima) passando attraverso le borgate di Bistocco e Valcimarra (disabitate e ingabbiate dal doposisma) fino a raggiungere l’estremità occidentale del lago (un invaso) di Borgiano. Da qui, lasciati la Statale 77 si costeggia la parte meridionale del lago fino a salire sul borgo di Pievefavera con panorami sulla valle e lo specchio lacustre. Proseguendo lungo il cammino lauretano attraverso un’ampia zona che s’apre al centro della vallata del Chienti si superano, in successione, prima Caldarola e poi Belforte del Chienti. Ora la strada scorre nuovamente al centro della stretta gola “chientiana” fino ad aprirsi in una spianata eccessivamente antropizzata dalla presenza di un’area industriale e sfiorare un successivo invaso, il lago delle Grazie. Da qui, in breve, si perviene all’imbocco dell’abitato di TOLENTINO varcando la suggestiva porta d’accesso (con torre) del Ponte del Diavolo che immette nell’antico borgo. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

KAUNAS (Lituania) dal Kauno marių regioninis parkas, al viale alberato più lungo d’Europa

Nell’avvicinarsi a KAUNAS, la seconda principale città (ed ex capitale) della Lituania, scopriamo l’originale bellezza, la storia, la cultura e il senso di appartenenza di queste terre delle regioni baltiche. Ma più di tutto si resta incantati dagli splendidi scenari paesaggistici e dalla rigogliosa natura offerta dal Kauno Marios (il mare di Kaunas) che altro non è l’area che si estende all’interno del “Kauno marių regioninis parkas”, (il Kaunas Lagoon Regional park); un sito naturale che si distribuisce tra boschi, copiose foreste, anse, paludi, varie specie vegetali di piante igrofile, protagoniste di questi ambienti umidi. Un luogo ideale per compiere belle passeggiate, attraverso i sentieri che si diramano al suo interno, in piena autonomia e per godersi la natura allo stato puro; con splendide – che di tanto in tanto – si affacciano lungo le sponde del lago.

Il parco regionale Kauno Marios si trova nella periferia orientale della città di Kaunas. Quest’area geografica, che si estende a oriente della città, ha inciso – fin dalle sue origini – sulla storia di questi luoghi. Qui, infatti, gli avvenimenti risalenti all’ultima glaciazione, quella di Würm (o Weichseliana che incise su tutta l’Europa settentrionale), si sono avuti all’incirca tra 110.000 e 12.000 anni fa. Ed è proprio durante questa fase dell’ultima era glaciale che si è costituito il paesaggio locale nei pressi di Kaunas così come noi oggi lo possiamo vivere e apprezzare; laddove le valli fluviali, incise dai corsi d’acqua del fiume Neris e del fiume Nemunas, proprio alla loro confluenza, e prima di raggiungere la laguna, hanno dato origine all’attuale sito in cui oggi sorge Kaunas.

Seconda città del paese e capitale prima dell’occupazione sovietica, Kaunas è famosa per l’eleganza dei suoi palazzi e per la singolarità di alcuni luoghi di interesse. Il centro storico di Kaunas desta la nostra attenzione per le sue affascinanti strade ricoperte da ciottoli, gli antichi edifici tutti colorati e la ricca miscela di stili architettonici degli edifici più belli che si distribuiscono tra architetture gotiche, rinascimentali e barocche; la città vecchia di Kaunas presenta una perfetta miscellanea di cultura, storia e relax apprezzata da tutti. La città è autentica, tranquilla; si viene subito colpiti dalla sua atmosfera calda e accogliente, e si lascia apprezzare proprio come una gemma nascosta tutta da scoprire. La passeggiata lungo la Vilniaus Street, la principale strada pedonale della Città Vecchia, è una delizia tutta da godere, apprezzare e da camminare; essa viene caratterizzata dalla presenza di numerosi caffè, bistrot, negozi di souvenir e boutique, e al viaggiatore di passaggio offre un’atmosfera rilassate e accogliente.

Considerata da molti come la “Perla del Baltico” l a città vecchia di Kaunas è sicuramente un gioiello nascosto ai più, ma sicuramente riesce ad offrire qualcosa di speciale per tutti coloro che la visitano, viaggiatori incuriositi o frettolosi turisti di passaggio. La bellezza che essa sprigiona colpisce il visitatore per la sua indole culturale, storica e – non ultimo – il suo fascino locale. Kaunas è come una bella miscela che riesce ad intrecciare le molteplici culture europee con quelle della (recente) tradizione sovietica. Scrutando tra le sue particolarità, sono possibili ammirare le strade acciottolate, i vecchi edifici tinteggiati da colori pastello, le morbide note dei musicisti di strada che suonano negli angoli più inconsueti di questo straordinario labirinto di bellezze. Essere da molti considerata come il “Cuore della Lituania” il centro storico di Kaunas e, in particolare, Santaka, è la confluenza dei fiumi Neris e Nemunas, il nucleo più spirituale e centrale dell’intera nazione.

Il centro storico vero e proprio è una raccolta distinta di strutture e di splendidi e particolari stili antichi; essi indicano – per i più acuti osservatori – la storia complessa e diversificata della città, in particolare, quella sviluppatasi nell’ultimo ventennio. Il cuore di Kaunas è la Laisvės Alėja (meglio conosciuto come il Viale della Libertà), che congiunge la Piazza dell’Indipendenza, dove sorge la splendida chiesa di San Michele Arcangelo, alla Vilniaus gatvė (la Strada di Vilnius), la principale arteria che attraversa tutto il centro storico. Kaunas è sempre stato il luogo in cui la cultura, insieme al solido senso di identità nazionale dei suoi cittadini, ha dato impulso alle idee di indipendenza che, durante gli anni oscuri del dominio sovietico, portarono gradualmente alla restituzione (1991) della libertà dell’intero paese. La Lituania proclamò la propria indipendenza nel marzo del 1991; prima in assoluto, fra tutti gli Stati dell’ex Unione Sovietica, a rivendicare il diritto alla propria libertà e a riaffermarlo con forza.

Due mesi prima, le truppe sovietiche attaccarono la torre della televisione, uccidendo 14 civili inermi; e questa fu la scintilla che diede origine agli scontri e ai disordini tra i volontari del Sajūdis, che difesero – eroicamente – il neo-costituitosi parlamento lituano innalzando barricate e mezzi di fortuna, all’avanzare delle milizie russe. Il 12 febbraio dello stesso anno, l’Islanda fu il primo paese a riconoscere, ufficialmente, la Repubblica di Lituania, seguita dal resto del mondo; nel settembre 1991 la Lituania fu riammessa all’ONU. Tra storia e leggenda Kaunas offre numerosi spunti per approfondire la sua conoscenza che va ben oltre la passeggiata lungo le sponde dei fiumi, o l’attraversare il suo splendido viale principale alberato. Sulla collina alla confluenza dei due fiumi si erge la collinetta da cui si eleva Il Castello. La fondazione di Kaunas, oltre all’aspetto puramente antropico, è anche legata a miti che si rifanno ad antiche storie e leggende che giungono da lontano.

Tra queste, quelle più note, oltre a quello di Kūnas e di Palemonas, vi è la leggenda di Milda, vestale del “fuoco eterno” di Aleksotas, giovane fanciulla che ricevette l’incarico di custodire l’altare del fuoco eterno sulla collina di Aleksotas, e che tuttora si estende al di là del fiume Nemunas. La sacra vestale era di cuore così puro e di fede così solida, che allontanava con spregio tutti i suoi pretendenti. Tuttavia, un giorno, uno dei più affascinanti tra i suoi spasimanti, Daugerutis, grazie alla sua voce di usignolo, vinse il cuore della giovane. La matrigna della fanciulla, invidiosa, informò gli dei dell’accaduto. E così, Daugerutis, violatore della verginità di Milda, fu condannato ad essere arso sullo stesso fuoco di cui aveva osato profanare la tutrice. Le lacrime di Milda, tuttavia, ormai innamorata di Daugerutis, commossero il sacerdote del santuario, Auskaras, che nascose il giovane per risparmiarlo alla pena. Ma, mentre la fanciulla si stava recando in visita all’amato, a causa della sua incuria, il fuoco sacro si spense, suscitando nuovamente la collera degli dei.

Auskaras, allora, decise di nascondere entrambi gli amanti che, per sfuggire all’ira degli dei, furono celati sotto il tempio del fuoco sacro. Qui i due innamorati vissero a lungo, dando alla luce un figlio: Kaunas, che fondò la città omonima dall’altra parte del fiume, si sviluppò come città fluviale e commerciale. Di qui passavano l’ambra, le pellicce, i cereali, manufatti in legno e moltissime altre merci, destinate ai mercati dell’Europa centrale ed orientale. Il Castello, antica fortezza costruita alla confluenza dei fiumi Nemunas e Neris intorno al XIV secolo per respingere gli attacchi dei cavalieri teutonici. Intanto, nel 1408, Kaunas acquisì i diritti di Magdeburgo, che ne facevano una città autonoma e libera. Questi ultimi lo distrussero più volte prima di essere sconfitti definitivamente dall’esercito lituano nel 1410. Oggi rimane in piedi un’unica torre, interamente ricostruita in mattoncini rossi. In seguito alla battaglia di Žalgiris (Tannenberg-Grünwald), il Gran Duca Vytautas concesse ai primi ebrei di stabilirsi a Kaunas, che qui, da allora, iniziarono a costituire una minoranza etnica consistente.

In seguito alla morte di Vytautas, il Gran Ducato raggiunse il periodo di maggior floridità politica e culturale, ed arrivò ad estendere i propri limiti geografici fino all’Ucraina e al Mar Nero. In questo periodo, i mercanti della Lega Anseatica stabilirono a Kaunas una stazione commerciale, con sede alla cosiddetta “casa di Perkunas”, il primo edificio civile in mattoni rossi della città. Nei dintorni del castello si trova anche la chiesa di San Giorgio, in stile gotico, pesantemente danneggiata da guerre, saccheggi e occupazioni. Non distante dalla piazza si può visitare la “chiesetta rossa” di Vytautas, conosciuta con questo nome perché si dice sia stata fatta erigere dal granduca lituano e da questi dedicata alla Vergine Maria per avergli salvato la vita in battaglia. Sulla stessa via si trova una strana costruzione, la casa di Perkunas, un tempo sede di un ufficio dei mercanti della lega anseatica e adesso usata dall’adiacente ginnasio dei gesuiti. Il suo nome è dovuto al ritrovamento di una statuetta raffigurante la “divinità del tuono”, Perkunas appunto, emersa durante alcune campagne di scavi archeologici. Per tale ragione si ritiene che in epoca remota in questo luogo sorgesse un tempio pagano.

Tornando verso la piazza del municipio imboccando la Vilniaus gatve, (letteralmente la via di Vilnius), non si può non notare l’imponente Cattedrale, con i suoi interni arricchiti da altari finemente decorati, donati alla chiesa dalle varie “gilde” (associazioni di artigiani e mercanti medioevali come mutua assistenza del mestiere) cittadine. Famosa anche la cripta, ove sono seppelliti molti illustri esponenti del clero lituano e non solo. C’è poi la Piazza del Municipio (Rotušės aikštė), da dove è possibile ammirare l’elegante palazzo che accoglie il Municipio – spesse volte soprannominato il “Cigno Bianco” – per la sua splendida guglia. Ed ancora, senza spostarsi di molto, la chiesa di Francesco Saverio e la chiesa di Vitoldo il Grande, entrambi splendidi esempi di architettura gotica e barocca. Come un’isola pedonale enorme si estende il famoso viale alberato che collega il centro storico di Kaunas con la basilica ortodossa. Un viale come mai visto altrove, un’isola pedonale lunga 3 chilometri; per questa rarità, Kaunas affascina in ogni suo angolo.

Kaunas è una città giovane, discreta e silenziosa, per lo più estranea ai tradizionali circuiti turistici che – ingiustamente – la pongono in secondo luogo rispetto alla capitale Vilnius, ormai pullulante di schiamazzanti e chiassosi turisti. Sia Kaunas che Vilnius sono come due facce della stessa medaglia. La capitale Vilnius rappresenta la vetrina dell’intero paese, oltre ad essere la sede delle principali istituzioni e multinazionali, ed è ormai diventata a tutti gli effetti un centro internazionale. Kaunas invece, con la sua singolare storia, la sua particolare collocazione geografica, il suo passato di capitale provvisoria e di polo industriale, i suoi pregi e le sue tante contraddizioni, mostra il volto più autentico di questa splendida terra baltica, meglio conosciuta come Lituania. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

CARIATI (CS)… a spasso tra ombre di antiche mura e murales “viventi” in una Calabria che non smette mai di stupire!

Trovandosi lungo la costa ionica calabrese, a metà strada tra Sibari e Crotone, giace – in provincia di Cosenza – il lungo litorale sabbioso della bella marina di Cariati con le sue case d’edilizia popolare (anni ’60 del XX secolo) tinte con colori pastello che si alternano alle vecchie case in pietra della marina abitate dai pescatori d’un tempo. Come il territorio cosentino anche CARIATI è stata attraversata dal passaggio dei Bruzi; il primo nucleo dell’attuale centro storico sorse – tra il IX e il X secolo – come luogo strategico fortificato già in epoca bizantina.

Volgendo lo sguardo poco oltre l’orizzonte in posizione elevata si erge, in una cornice paesaggistica di autentica bellezza, l’antico borgo medioevale di Cariati, tutto raccolto intorno alla sua chiesa madre dedita al culto di San Michele, racchiuso e circondato da una poderosa cinta muraria costellata dagli enormi “torrioni” circolari che ne determinano gli spigoli usati in antichità per il controllo dei territori interni e le eventuali incursioni dal mare. Ricco di vicoli e chiese, il centro storico di Cariati è davvero molto suggestivo.

Talmente forte la curiosità che ci spinge a conoscere più da vicino questa meraviglia storica. Chi ha avuto la fortuna di visitare Lugo in Spagna potrà benissimo accostare la struttura urbanistica di questo borgo a quello del più rinomato paese ispanico il cui perimetro urbano è racchiuso, anch’esso, all’interno di una possente struttura muraria d’origine romana, bastioni costellati da simili torrioni a base cilindrica. Anche se Cariati è abbastanza piccolo, esso stupisce per il suo dedalo di vicoletti e per le tante costruzioni in pietra viva che ricordano da vicino molti borghi della Toscana e dell’Umbria.

Avvicinandosi ai bastioni orientali del borgo, una stradina in breve salita conduce ad uno dei primi “Torrioni” (quello dell’Annunziata), uno spettacolare punto panoramico che – per 270° – offre una vista lungo tutto il litorale e l’immenso golfo di Taranto; nelle giornate terse il mare assume molteplici varianti cromatiche che si alternano dall’azzurro più intenso al verde smeraldo, passando per il giada e il turchese. La pavimentazione della torre è sistemata con basoli e pietre levigate ed è possibile affacciarsi dalle sue merlature rimaste intatte, nel corso dei secoli, ancora con le sue pietre originali.

È un borgo molto carino, tranquillo, che trasmette serenità passeggiando per le sue strette stradine, con altalenanti saliscendi che circondano il perimetro delle mura; qui, le poche famiglie che ancora vi abitano hanno modo di godere dell’aria fresca e della temperatura mite, mentre il più delle volte non è raro incontrare qualche anziana donna che abita nelle caratteristiche casette per la maggior parte tinte in bianco che dal retro di una finestra – dopo aver prima sbirciato da dietro una tendina ricamata – ci invita ad entrare all’ombra per godere del fresco sorso di un liquore alla liquirizia (qui la zona e altamente produttiva).

Cariati dal 2006 è stato inserito tra i borghi più belli d’Italia e camminando attraverso i suoi stretti vicoli, tutti rigorosamente lastricati in pietra, si avverte di come qui la vita – da sempre – trascorra in armonia con la natura e il paesaggio che la circonda. Oltrepassando l’arco di ingresso dei bastioni meridionali, si ha l’impressione di trovarsi in un’altra epoca.  Divertenti saliscendi lungo rampe, cunicoli, porticati, portali di palazzi gentilizi, cappelle appena nascoste da incredibili prospettive, tipici negozietti che in bella mostra dalle vetrine offrono la visione (e, spesso, l’assaggio) delle prelibatezze locali.

Le mura circondano tutto il suo centro storico che è davvero sorprendente per la sua tipica conformazione e i camminamenti secondari che confluiscono – tutti – sull’arteria principale fino a raccordarsi con la porta d’ingresso principale (Porta Pia), posta al lato sud dell’abitato. Il centro storico di Cariati è veramente molto bello, con le sue caratteristiche stradine; guardandosi intorno si avverte come tutto sia ben tenuto e curato; attraversare queste stradine risulta un’esperienza davvero molto interessante, e alzando gli occhi all’insù verso i tetti e i cornicioni delle case più vetuste si percepisce come tutto il centro storico sia stato costruito all’interno delle mura del castello.

Cariati è unico ed è rimasto intatto nel suo antico splendore. Non è errato affermare che qui a Cariati e – principalmente un po’ dappertutto qui a Sud – le persone che vivono e abitano in antichi borghi come quello di Cariati siano sempre accoglienti e gentilissime; ed è proprio l’accoglienza il vero spirito del Sud. Tra le mura dei palazzi e le antiche abitazioni del borgo risulta molto simpatica l’idea dei murales, sparsi nelle varie vie, che – con le loro scene di vita rurale – sembrano animate e prendere forma, al passaggio del forestiero, contribuendo così ad accrescere la curiosità di poterli trovare ad ogni incrocio o spigolo superato girando per il centro.

Il borgo medioevale di Cariati è un luogo da visitare senza fretta, ove il tempo sembra non scorrere mai, passeggiando attraverso i sui vicoli stretti e abitato da persone simpatiche, gentili e disponibili. Qui non solo l’accoglienza è un privilegio per coloro che vengono in visita, ma se si ha la fortuna di poter assistere, affacciandosi dalla cinta muraria e dalle balconate dei suoi torrioni, all’incredibile spettacolo del sorgere delle albe e del calar dei tramonti, allora potrete davvero esser certi che la Calabria… vi resterà sempre nel cuore! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Gran San Bernardo (Svizzera, CH): un antico valico, uno storico passaggio… attraverso emozioni di confine!

Indimenticabile escursione in uno dei luoghi più suggestivi dell’arco alpino. La canicola non concede un attimo di tregua, nemmeno alle quote più elevate. Meta della sgambata giornaliera: il Colle (o valico) del Gran San Bernardo/Col du Gd St Bernard a 2474 metri d’altezza; cioè avere lo sfizio di travalicare a piedi e penetrare in una nazione estera… semplicemente camminando! Ci muoviamo appena lasciati (1700 m) le ultime case del borgo di St Rhemy, per quello che era l’antico sentiero che sale al Colle. Una pista già conosciuta (e frequentata) oltre 2500 anni fa dai potenti eserciti cartaginese di Annibale, coi suoi “spaventosi” elefanti; solcata dai piedi del vescovo Sigerico che – muovendosi dalla lontana Anglae Terrae – aprì quella via (oggi meglio conosciuta come “Francigena“).

Passaggio usato di lì a breve, anche per gli eserciti Sassoni, Franchi e Alemanni, nonchè dagli oltre 46.000 uomini del “mòn general” Bonaparte con pesanti artiglierie al seguito che di qui passò per invadere l’Italia settentrionale tra la fine del ‘700 e gli inizi dell’800. Ma a parte queste divagazioni storiche davvero suggestive, guardandoci intorno cerchiamo di interpretare la meraviglia e le impressioni di tutti quegli uomini come soldati, cavalieri, pellegrini, viandanti e monaci che scrutarono gli impressionanti orizzonti che s’aprono da questo angolo di paradiso montano. La traccia del sentiero lambisce i verdi pendii meridionali di mount Mort e più si guadagna quota, più aumentano le numerose chiazze di neve che resistono aggrappate ai crinali.

Giunti alla Cantoniera abbiamo abbondantemente superato i 2000 metri e sembra di essere piombati all’improvviso sulla Luna; l’aria comincia a rinfrescarsi, ma è sempre il sole a determinare l’opprimente calura ferma a oltre i 32°. La traccia dell’originale sentiero è coperta da spesse lingue di ghiaccio che ci obbligano, ora, a proseguire lungo la rotabile… ma va bene lo stesso; contemporaneamente una marmotta sgattaiola, impaurita, davanti a noi per almeno una dozzina di metri per poi scomparire sull’immenso prato; ancora un ultimo sforzo e finalmente… il valico di confine! Un lago ghiacciato s’apre avanti ai nostri occhi; sulla sx in alto la grande statua di San Bernardo che si staglia all’ombra della gigantesca piramide di granito del Gran Golliat; il famoso Albergo Italia e la Stazione (italiana) della vecchia Dogana.

Non attraversiamo il confine subito, il desiderio e grandissimo per immortalare quante più emozioni possibili questo momento; la stanchezza prevale sulla ragione, le gambe cominciano a tremare e la calura continua il suo martellante incidere; recuperiamo le forze mangiando i nostri rigatoni alla “bolognese”. Ok, finalmente passiamo il confine (contrassegnato da una bolla fluorescente color arancio sul pavimento stradale!); una barra è aperta da chissà quanto e “miliari” in pietra calcarea determinano le delimitazioni statali ma… strano, nessuno controlla i nostri documenti; ma come… la stazione delle guardie elvetiche è chiusa? Ad ogni modo ci godiamo il suggestivo spettacolo del Lac du Gr St Bernard ghiacciato camminando sull’antico (e originale) cammino che attraversa il valico, appena pochi metri sulla rotabile.

In poche centinaia di metri raggiungiamo il grande edificio dell’Ospizio (ora in ristrutturazione); una breve sosta e giù verso la Svizzera fino al primo tornante, ad appena 1 km. Qui lo spettacolo della montagna è… incredibile, unico; verso ogni angolo ovunque lo sguardo ruota di 270° ci sono montagne innevate, picchi aguzzi, guglie e campanili, estese vallate ricoperte di muschi, prati e torbiere, cascate generate dallo scioglimento dei nevai, il tutto riflesso sotto un cielo così incredibilmente azzurro! La magia della montagna non smette mai di meravigliare e l’attraversamento a piedi del “mitico” Colle del Grand San Bernardo è un’esperienza davvero unica, da provare…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

KOTOR (“Cattor”, Montenegro): un insolito fiordo lungo la costa balcanica…

Con la difficile convivenza e – spesso – artificiosa vicinanza tra le diverse comunità nazionaliste componenti l’antica repubblica “federata” sotto la guida del “maresciallo” Tito, il MONTENEGRO rimase l’ultimo simulacro di ciò che fu la Jugoslavia. Ciò che restò, alla morte di Tito, dell’impero jugoslavo si smembrò – irrimediabilmente – dando così vita alle guerre civili che tutti noi abbiamo avuto modo di conoscere tra la fine del ‘900 e i primi anni del III millennio.  Gli ultimi frantumi della “grande” Jugoslavia, come concetto di federazione serbo-montenegrina, sopravvissero fino a tutto il 2003; ma fu solo nel 2006 che la Serbia e il Montenegro decisero che era giunto il momento di separarsi.

Continuiamo il nostro viaggio attraverso i Balcani camminando sempre lungo la fascia costiera in direzione nord; attraversando ripetuti saliscendi che serpeggiano tra ponti, profondi valloni, e rupi calcaree che sprofondano nel mare mentre le curve a gomito si avvinghiano lungo incredibili pendenze, quasi a picco lungo la frastagliata costa. Proseguiamo un viaggio interno di spostamento da Budva a Kotor con persone del luogo; un variopinto mondo fatto di dialetti incomprensibili, sguardi persi nel vuoto al di là del finestrino a scrutare l’orizzonte, l’anziana donna che sistema il proprio fazzoletto che le copre la testa, la giovane coppia che si tengono fortemente stretti ogni volta che il van scodinzola per le strette curve.

Kotor sembra essere ancora lontana e poco alla volta che la strada comincia a spianare, cambia irrimediabilmente anche il paesaggio circostante. Le montagne determinano sempre lo sfondo, ma ai lati della strada s’aprono ampie distese di terreni coltivati a frumento, vigneti ed uliveti (principali colture di queste zone). Questa volta, però, ci troviamo ad attraversare una particolare ambientazione paesaggistica, come se fosse sospesa tra alte montagne e lingue di mare che – quasi come i noti fiordi delle frastagliate coste del nord – si estendono lungo la difficile costa montenegrina dell’interno; sembra quasi di essere allo sbocco di un fiordo norvegese ma, subito dopo l’ultimo ponte compare in tutta la sua straordinaria bellezza, lo splendido borgo medioevale di KOTOR.

La città montenegrina è un sito (Patrimonio Mondiale dell’Umanità) dell’UNESCO, ed il suo aspetto di città medievale incastonata tra ripide scogliere e la baia, l’hanno resa celebre quale uno dei particolari (e nascosti) gioielli della costa balcanica del mar Adriatico. Kotor (“CATTARO” in italiano), dal 1420 al 1797 è stata completamente sotto il controllo veneziano e questa dominazione ha lasciato molte tracce nell’architettura locale; ma ciò che attira la nostra curiosità, è quello di andare alla conoscenza ed alla esplorazione del suo centro storico così ben conservato, e reso famoso, per la sua particolare architettura, le sue chiese, le sue stradine (ora in ciottoli, ora in basoli squadrati) tortuose, i suoi monumenti storici e la sua caratteristica cinta muraria con le possenti torri e i barbacani che affondano nel mare.

Entriamo nella città vecchia attraverso il varco della “Porta del Mare” (o Porta Gurdich); qui due antichi cannoni puntano verso la vicina costa, mentre l’arco d’ingresso è sormontato da una stella e una data (21-XI-1944). Sotto l’arco, a destra, un particolare bassorilievo incorniciato in una sorta di “trilobatura” (che si rifà a motivi veneziani ed arabi) raffigura – in tutta la sua semplicità – una Madonna con Bambino seduta in trono tra due santi. Eccoci finalmente all’interno del borgo, nell’enorme catino basolato della “Piazza delle Armi”, appena dopo l’ingresso della porta principale della città, sormontata dalla sua possente Torre dell’Orologio; ma bastano pochi minuto ed ampliare lo sguardo intorno per rendersi conto di trovarci al centro di un luogo davvero bello e coinvolgente.

La Città Vecchia di Kotor è un gioiello medievale splendidamente conservato; nascosta all’interno di antiche fortificazioni (sia dal mare che dai monti dell’interno) essa viene circondata da alte, aspre e rocciose montagne e dall’accogliente baia in cui è sorta. Passeggiare per i suoi vicoli, stretti e tortuosi, è come fare un salto indietro nel tempo, tra la vivacità dell’indole commerciale dei suoi abitanti eredi di uno storico passato e l’effervescenza della moderna trasformazione (forse anche eccessiva) turistica dell’odierna popolazione locale. Qui ogni angolo racchiude una sua storia, dai cortili nascosti per secoli alla vista, tra vecchie chiese e piazze affascinanti. Il centro storico è una città medievale ben conservata, camminarci è come vivere all’interno di un labirinto.

Fondata dai Greci, nell’insenatura più nascosta al mare aperto della baia “Boka Kotorska” (questo il suo antico nome) crebbe fino a divenire – nel XII secolo – il principale porto della Serbia; nel tempo, poi, fu dominata dai veneziani, e questa impronta storica si rispecchia soprattutto nell’architettura dei principali edifici, nelle chiese e nei palazzi nobiliari della città. Tra i luoghi più caratteristici il borgo conserva, al suo interno, monumenti come la Chiesa ortodossa, in puro stile romanico del XII secolo, di Sveti Luka (San Luca), quella cattolica di Sveti Trifun (San Trufino), la Piazza d’Armi, il Palazzo Grgurin e la fortezza di Sveti Ivan (Sant’Ivano), oltre alle numerose botteghe, distribuite tra gli stretti vicoli e gli antichi palazzi disseminati un po’ dappertutto.

All’interno del borgo si diramano mille vicoletti che conducono in tutte le direzioni; tutti pavimentati con basoli squadrati e su cui prospettano alti edifici, le cui finestre sono distribuite secondo una particolare orditura in “stile ottomano”. Qui i passaggi sono molto stretti e lunghi, laddove percorrendone la sua interezza si resta ammaliati dalle ripetute scoperte che si fanno: un vicolo, una chiesetta cristiana, un portale, un passaggio in galleria, una chiesa ortodossa, un vivacissimo bazar, una romantica e accogliente piazzetta, un pittoresco scorcio dalle mille sfumature, una scalinata in pietra che conduce verso gli alti “camminamenti” che scorrono lungo le mura merlate, per raggiungere il Castello sulle pendici della montagna e godere di una incredibile e panoramica veduta dall’alto della baia di Kotor.

Una storia poco conosciuta, qui a Kotor, è quella dell’antica presenza, in città e fuori dal borgo, delle decine e decine di mulini che provvedevano alla “macina” del raccolto del grano che giungeva dai territori dell’interno, ed al conseguente commercio – via mare – delle derrate distribuite nei principali porti del Mediterraneo. Dialogando con alcune persone del luogo, queste – oltre ad indicarci la direzione – c’invitano a conoscere lo slargo di “Trg od Brašna” (la Piazza della Farina); una bella piazza che s’apre proprio nel centro storico e che si trova di fronte al Palazzo Bizanti. La toponomastica di questo spazio deriva dal fatto che un tempo tutti i magazzini e i laboratori per la produzione della farina si trovavano proprio in questo luogo, in cui si affacciavano i palazzi delle due famiglie più ricche del tempo: i Pima e i Buća.

A questo punto, in cui i nostri occhi vengono completamente appagati da così tanta bellezza artistica, storica e culturale, resta da godere solo dell’ultima “ciliegina sulla torta”; contemplare la vecchia città dall’alto delle sue mura, riflessa nello specchio di mare interno che ne esalta la bellezza naturalistica e paesaggistica del luogo, esplorando i suoi “camminamenti” percorrendone esclusivamente il lungo tratto delle sue merlature e i poderosi bastioni che prospettano verso il mare. Camminando sopra le sue antiche mura medioevali è un ottimo posto per compiere passeggiate e godere di bellissime vedute panoramiche e paesaggistiche. Si può camminare da un cancello all’altro – comprese le dovute soste per ammirare e fotografare – godendo delle incredibili skyline sul fiordo e sui territori circostanti.

Vale davvero una piacevole giornata di cammino potersi perdere vagabondando per i suoi vicoli basolati e le strette stradine godendo della frescura offerta dalle ombreggiature; attraversare slarghi, entrare nelle chiese e cappelle di varie confessioni religiose e salire, infine, per percorrere le sue mura, è già di per sé uno spettacolo di bellezza che solo qui – e in pochi altri luoghi nel mondo – è possibile godere. Per queste sue “singolari” caratteristiche il borgo antico e la città vecchia di KOTOR non sono solo un luogo da vedere o un posto da visitare fugacemente (questa è roba per turisti); esso è un luogo tutto da esplorare con gli occhi aprendo il cuore ad ogni stimolo mosso dalle emozioni e dalla curiosità; un posto tutto da camminare, da sentire, da godere… da vivere! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)