Aci TREZZA (fraz. di Aci Castello CT, Sicilia) e quei CICLOPI venuti dal mare…!

Come non rimanere estasiati e sorpresi di fronte alla immensa bellezza di queste guglie di roccia lavica che emergono – con forza – dalle impetuose onde del mare? Come vuole la tradizione, la gente del posto (e non solo) identifica, in queste incredibili meraviglie della natura, il racconto omerico del Ciclope Polifemo, privato della vista del suo unico occhio da Ulisse; i “faraglioni” quindi, non sarebbero altro che i massi lanciati contro la nave achea in fuga.

Di fronte a quella cascata di case del borgo di Aci Trezza abbarbicate sulle pendici laviche che scivolano verso la costa, proprio sul lambire del mare c’è una piacevole camminata lungo Via Marina (una sorta di lungomare) che, all’altezza del piccolo scalo e – subito dopo – quella dall’area del mercato ittico, sfocia sul Lungomare dei Ciclopi, proprio nelle vicinanze del piccolo porto.

Ed è proprio qui, eccoli impennarsi sul vicino orizzonte, proprio di fronte alla nostra visuale ove sembra quasi di poterli toccare con mano che – come inquieti giganti – sbucano, prepotentemente dalle onde del mare e facendosi forza tra gli spumeggianti marosi, queste scure guglie di roccia lavica: i famosi – e tanto decantati – “Ciclopi” di Aci Trezza.

Queste formazioni laviche, identificate come resti di eruzioni laviche sottomarine del periodo pre-etnee, oggi sono raccolte (e fanno parte) nell’area protetta della “Riserva Naturale Integrata Isola Iachea e Faraglioni dei Ciclopi”, affioramenti lavici indicate da geologi e vulcanologi come “a cuscino” (e cioè, pillows), formazioni magmatiche formatesi ad una certa profondità.

Osservando da settentrione, il più grande di tutti (conosciuto anche come isola Iachea) apre l’incredibile skyline sulla estrema sinistra. Su questo isolotto sorgono: una “Stazione Marittima biologica“, resti d’epoca romana, una “vasca” d’epoca romana, una “tomba detta di  Thapsos“, e due singolari grotte, quella dell’Eremita e quella del Monaco.

Solo pochi metri di mare (spazio conosciuto come Canale Purtusu) la dividono dal faraglione detto La Longa, una sorta di aspra e scura guglia su cui vanno ad infrangersi le onde del mare e su cui stazionano numerose specie di volatili marini; accanto ad esso, sempre osservando sulla destra, compare lo scoglio di Pitrudda e poi il Canale Zottu.

Continuando con lo sguardo a scrutare sempre verso destra, spostandoci ancora verso Sud, si accosta il Faraglione Grande. Questa parte di territorio è un geosito di forte interesse naturalistico che attrae per le complesse strutture litologiche, la particolarità e lo splendore generato dalle loro forme e l’indiscutibile bellezza offerta dalla cornice panoramica.

Il lungomare dei Ciclopi raggiunge la sua massima estensione proiettandosi verso il mare proprio all’altezza di due “rotonde” che si contendono la Riviera dei Ciclopi con belle visioni panoramiche che racchiudono un paesaggio forse unico al mondo, paragonabile (per chi ci è stato) per bellezza e suggestione ai giganteschi faraglioni d’Islanda della Black Beach.

Questo angolo di Sicilia attira studiosi da tutto il mondo che giungono fin quaggiù per osservare, studiare e catalogare questi meravigliosi affioramenti lavici che rappresentano un raro esempio delle monumentali forme rocciose essendo ancor più originali proprio perché affiorano nelle immediate vicinanze di un centro abitato che sorge lungo la frastagliata fascia costiera.

Ecco allora scorgere, volgendo ancora lo sguardo sempre da sinistra verso destra, le guglie scogliose dei (piccoli) Ciclopi: il Faraglione di Mezzo, Scogghiu do zu Janni di fora, Scogghiu do zu Janni di terra, e il Faraglione d’Aceddi. L’unione di tutti questi elementi offerti dalla natura vulcanica va a creare un particolare habitat presente non solo qui in Sicilia ma – addirittura – in tutto il bacino del Mediterraneo.

La rotonda più a sud chiude questa incantevole cornice, molto bella e suggestiva, dei Faraglioni/Cicopi. Proprio al margine di essa emerge dal pelo dell’acqua un affioramento di rocce laviche – quasi un “tavolato” – aspro, ruvido e dalle forme taglienti, che lambisce il livello dell’acqua; proprio di fronte ecco comparire la Testa del Mostro che chiude, al margine destro, tutta questa skyline dei Ciclopi di Aci Trezza.

La Riviera dei Ciclopi è una delle più singolari e caratteristiche località al mondo ove sono – ben visibili e così poco distanti – questi affioramenti d’origine lavica, emersi dal mare milioni di anni fa e modellati dalla forza impetuosa del vento; guglie che hanno assunto splendide forme e che, nel corso del tempo, hanno creato una scenografia di incomparabile bellezza paesaggistica.

Dalla rotonda è possibile scorgere (e, magari, raggiungere) volgendo lo sguardo sempre più a sud, il vicino promontorio, detto della Praca, di Aci Castello da cui si erge il Castello di Aci che va a completare e chiudere questa location davvero incredibile con strutture (a basalti colonnari) che sembrano essere stati scolpiti dall’uomo, ma che invece il tempo e la natura sono riusciti a modellare. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

RIVIERA di ULISSE (Scauri, LT), di Sentieri degli Dei & altri Paradisi in terra…!

Immaginate… di ritornare indietro nel tempo, a quasi 2500 anni fa, quando le onde di un mare in tempesta spingevano la prua di una nave che, dopo mille pericoli scampati e sanguinose battaglie affrontate, conduceva – nel suo rocambolesco viaggio di ritorno verso Itaca – l’acheo Odisseo (Ulisse) ed il suo equipaggio verso le scogliere di Circe…

Ed è proprio nel basso Lazio che va a svilupparsi questo tratto costiero, dall’estremo lembo del golfo di Gaeta, ove termina quel territorio oggi conosciuto come la “Riviera di Ulisse” la cui natura è protetta all’interno di un Parco Regionale, unitamente all’altro (minore, ma non per questo meno importante) Parco Regionale della Gianola che si distribuisce sulla modesta altura del monte di Scauri…

Il Parco Regionale Gianola e Monte di Scauri… Siamo a ridosso della modesta altura di Scauri (126 m) le cui pendici sono ricche di vegetazione (una estesa macchia mediterranea e copiose foreste di sughero, esemplari di leccio e sporadici pini marittimi), il tutto racchiuso in un complesso ambientale che al suo interno raccoglie testimonianze storiche e archeologiche, come i resti di una villa marittima romana del 50 a.C. e cinque torri costiere.

All’estrema periferia sudorientale del caseggiato di Formia scorre via delle Vigne; da essa si stacca, sulla destra, uno stradello indicato come Via del Porticciolo Romano, e questo già basta a stuzzicare la curiosità (e la fantasia) dell’escursionista, invitandolo a raggiungere – dopo poche decine di minuti – lo spettacolare scorcio paesaggistico, naturalistico e ambientale in cui si riflettono le splendide acque cristalline del “Porticciolo Romano”.

La cornice vegetazionale in cui giace questo scorcio viene dominata dalla macchia mediterranea, che si evidenzia per la presenza di querce da sughero, della lecceta, dagli arbusti di roverelle e dai monumentali pini d’Aleppo. Questo luogo è davvero incantevole, laddove lo sguardo scorre tutto intorno alla ricerca di spunti sia naturalistici che storici e geologici; laggiù, sullo sfondo, il promontorio di Gaeta chiude questo angolo di autentico paradiso.

È un po’ come ritrovarsi, all’improvviso, proiettati in un etereo Paradiso, ma siamo sulla terra e con le pedule ben ancorate tra la scogliera, le basse radici della macchia e la sabbia. Il luogo è davvero spettacolare poiché qui si uniscono – come in un eterno connubio – i due fondamentali patrimoni offerti dalla natura circostante: l’azzurro del mare e il verde della bassa macchia e dei rilievi che compongono il Parco di Gianola e Monte di Scauri.

Il suggestivo Porticciolo “Romano” di Gianola altro non è che una bellissima peschiera d’epoca romana collocata in una posizione paesaggistica unica. La sua struttura, di forma rettangolare con uno sbocco sul mare, è stata costruita in pietra viva. Qui, i locali usano chiamarlo “Porticciolo Romano”, ma in realtà ciò che a noi è visibile è un manufatto del 1930, realizzato dai possidenti locali per ormeggiare piccole imbarcazioni; viene così indicato perché costruito su antiche peschiere romane (di cui rimane qualche traccia ai margini dell’insenatura).

Dal porticciolo ha inizio, lungo la costa occidentale, la traccia di un buon sentiero che attraversa l’intensa macchia mediterranea formata, in prevalenza, da esemplari di querce da sughero e, in misura sporadica, da lecci, mirto e lentisco. Si cammina su un sentiero in terra battuta che rasenta la scogliera – non alta ma – abbastanza frastagliata, composta da strutture litologiche che vanno da scisti conglomerati, misti a calcare e rocce di natura lavica.

Da qui il golfo di Gaeta compare in tutta la sua scenografica cornice paesaggistica. Sembra davvero di poter camminare in un angolo di Paradiso piovuto sulla terra. Qui c’è tutto: tanto verde dai monti fino al mare, l’aria tersa e pulita, una vista che non stanca mai di far scoprire sempre nuove prospettive, la voce di un mare e tanta abbondanza di storia che sembrano rievocare le antiche gesta della mitologia virgiliana con Ulisse ed Enea. 

Oltre agli ambienti naturali col sentiero che s’immerge nella folta vegetazione caratterizzata della macchia, camminare lungo questo promontorio offre la possibilità di poter scorgere i numerosi resti di epoca romana. Qua e là lungo il sentiero – ora in terra battuta, ora tra le sporgenti radici, ora tra le rocce, ora a ridosso degli scogli, ora in alto sulle teste – sono possibili vedere tracce di laterizi e resti di mura ad “opus reticulatum” di torri e/o avamposti d’origine romana.

Il sentiero sfiora le basi rocciose dell’altura da cui si scorgono – in alto sulla destra – ciò che resta delle testimonianze storiche e archeologiche che, da sempre, confermano la presenza di importanti personalità di epoca romana sulle coste del Lazio meridionale. In pochi minuti si raggiungono i resti della villa costruita sul mare dal cavaliere romano Mamurra; il buen retiro del ricco e potente Mamurra, praefectum fabrum di Cesare in Gallia e Britannia.

Siamo all’altezza della cosiddetta Cisterna Maggiore, due bacini (enormi vasche con colonne interne), colleganti tra loro che – all’occorrenza – fungevano anche da modeste terme; questa altro non è che una pertinenza dell’antica Villa di Mamurra che è posta poco più sopra. Tra la cisterna e la villa s’apre, in tutta la sua maestosità, la “Grotta della Janara”, una scala coperta con volta a botte che prospetta sull’immenso e riprende il nome dalle Domus de janas sarde.

Dall’interno della grotta si resta colpiti dalla bellissima visione del promontorio di Gaeta ed il suo arco costiero. Dalla villa si può prendere la buona traccia di un sentiero che – presto – diventa subito una pista carraia che attraversa un folto ed esteso bosco, formato prevalentemente da querce da sughero, dalla lecceta e da esemplari di roverelle; ogni tanto, qua e là, compaiono giganteschi pini d’Aleppo e robusti tronchi di sughero.

Il percorso va concludendosi compiendo un anello in senso antiorario che termina proprio a ridosso del bosco, nuovamente su Via del Porticciolo Romano. Qui giace un’area per la sosta con la presenza di una baracca in legno che funge da info-point durante i periodi festivi e di maggior affluenza di gitanti ed escursionisti che vogliono godere delle bellezze della Riviera di Ulisse; accanto compare una curiosa (ma interessante) “Biblio-Barca” che contiene libri anche in lingua straniera.

Per bellezza e suggestione, ma anche per la particolare posizione e prospettiva di scenari paesaggistici, il tratto costiero di questo sentiero si avvicina molto al più famoso – e blasonato – Sentiero degli Dei in costa d’Amalfi ove le case a grappolo di Positano creano una cornice paesaggistica da leggenda; qui – invece – il promontorio di Gaeta, che chiude a nord l’omonimo golfo, al calar del tramonto offre una suggestiva visione panoramica di tutto rispetto.

Miti e leggende si rincorrono lungo le coste mediterranee; luoghi di un “Mare Nostrum” in cui la memoria delle eroiche gesta di guerrieri e filosofi, viaggiatori e poeti, uomini d’arme e uomini di fede hanno attraversato i secoli per offrire – all’uomo del III millennio – la visione di ciò che queste terre, fin dall’antichità, hanno sempre rappresentato quei privilegiati luoghi d’incontro e di scambio tra culture, civiltà e popoli. L’uomo, quando vuole, ha davvero il potere di comportarsi da uomo…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)   

il doloroso “CAMMINO per la LIBERTÁ”… sulle orme della Spedizione di Sapri e dei 300 di Carlo Pisacane

Chissà cosa passò per la mente di Carlo Pisacane quando, in una calda notte tra il 27 e 28 giugno del 1857, si trovò a passare con la sua nave carica di uomini lungo le coste del Cilento e scrutava l’orizzonte ad oriente coi profili montuosi di quelle aspre e inaccessibili montagne che solo qualche anno prima erano state la culla di alcuni moti insurrezionali contro l’oppressione del regno borbonico. Questo, non lo sapremo mai…! Spinti dalla curiosità di capire quali impressioni e quali sensazioni provarono ma, soprattutto, quali luoghi attraversarono quegli uomini, anche noi abbiamo voluto scoprire e conoscere quei paesi e quelle contrade, quei monti e quelle vallate così straordinariamente immersi in un paesaggio dalle incredibili bellezze naturali che furono il teatro di una sanguinosa sconfitta repressa dalle forze borboniche e dalle popolazioni locali.

A quei tempi SAPRI era uno sparuto villaggio di case affacciato lungo la ciottolosa marina mentre oggi, la piccola metropoli del basso Cilento ha assunto un ruolo importante per tutte le principali attività nell’intero golfo di Policastro. L’antica SKYDROS di matrice ellenica fu già un punto strategico (Vicum Saprinum) di rilevante importanza per le flotte marine che navigavano lungo la rotta tra Neapolis e Vivo di Valentia. Secondo il programma della spedizione, il principale obiettivo era quello di attraversare le prime case, le successive masserie isolate del retrocosta e spingersi oltre le amene campagne che introducevano verso l’interno fino a portarsi a ridosso dei primi ed aspri rilievi montuosi e raggiungere la Strada delle Calabrie all’altezza del Fortino di Cervara.

Così come era nelle intenzioni del patriota partenopeo, anche noi prendiamo la via per l’interno e movendoci dalla Torre dell’Osservatorio, ove un cippo ricorda il punto preciso dello sbarco di Pisacane, si attraversa l’abitato saprese in direzione dei monti verso Torraca. Quando il Pisacane giunse a Torraca (430 m) questi si trovò ad attraversare un caseggiato in festa la cui popolazione conduceva in processione la statua di San Pietro (festività patronale). Al loro passare, alcuni giovani del luogo, inghirlandati a festa con nastri e coccarde colorate fecero una generosa offerta di vino (molto rinomato il vitigno locale), qualche forma di pane e delle “pezze” di formaggio ma fu, questa di Torraca, una delusione poiché nessuno degli abitanti accolse l’invito ad unirsi agli uomini della spedizione.

Le intenzioni del Pisacane erano quelle di raggiungere il Vallo di Diano e Padula attraverso la Serralunga (1480 m) per avviarsi – poi – lungo la Strada Nazionale delle Calabrie che da Lagonegro si dirige a Eboli. Da Torraca si riprende il cammino in direzione dei monti dell’interno. Poco fuori il paesino, all’altezza (432 m) del km 11 della strada per Casaletto ha inizio, sulla destra, la salita che conduce al piccolo cimitero locale. Fu proprio lungo questa salita che passarono gli uomini della spedizione i quali affrontarono ore di durissima marcia attraverso un territorio impervio e un tracciato che più che sembrare una strada era una vera e propria mulattiera di montagna che, ancora oggi, serpeggia lungo i brulli e assolati pendii della montagna fino a raggiungere il costone della Serretella (658 m)….

Si raggiunge il Rifugio della Forestale (955 m), il quale sorge alla testa del vallone di Lanzaura. Questo rifugio viene raggiunto da una rotabile che sale direttamente dalla Strada Statale n. 19. Ripresi il cammino si avanza in discesa seguendo inizialmente la sinistra orografica del vallone e, senza prendere alcuna deviazione a destra e a sinistra, si giunge fino alla Nazionale per le Calabrie all’altezza del cosiddetto Fortino di Cervara (706 m). Qui, dopo che il Pisacane coi suoi uomini sbarco sulla spiaggia di Sapri e raggiunse la strada per le Calabrie, egli si fermò a riposare nei pressi del Fortino. Da questo punto in poi il cammino offriva la possibilità di marciare più speditamente verso Napoli attraversando tutto il Vallo fino a raggiungere Auletta all’estremità settentrionale dello stesso.

Il Fortino (vicino al monte Cervaro 1170 m) a quei tempi era il limite tra il Principato Citeriore e la Terra di Basilicata ed era un punto quasi obbligato per chi, sbarcato sui litorali e nei porti marini del Golfo di Policastro, avesse voluto raggiungere sia l’allora Vallo di Teggiano (oggi Diano) che Lagonegro. All’alba del 30 giugno 1857 gli uomini guidati dal Pisacane presero la decisione di muovere in direzione del Vallo. Seguendo la carrozzabile delle Calabrie ci incamminiamo verso il borgo di Casalbuono (allora villaggio di Casalnuovo). Si attraversa la stretta Gola del torrente Gauro fino a raggiungere un piccolo gruppo di case denominato Accampamento (631 m), appellativo che lascia facilmente presupporre l’accantonamento (per l’allestimento di un campo!) o la sosta di un gruppo di persone che bivaccano. Il cammino prosegue in lieve discesa sfiorando il margine della vicina autostrada SA-RC che scorre proprio accanto.

Questo tratto è tutto un susseguirsi di timpe, di monti e di rupi ora aspre e isolate, ora copiose di forestazione, singolari orografie determinate dal solco di valloni torrentizi o dalle ciottolose sponde di alvei fluviali. Giunti a ridosso della valle del Calore, si supera il fiume all’altezza del Ponte del Re (580 m). Poco innanzi si erge, a ridosso di una collina e come una grande piramide di case che cascano a grappolo, il caseggiato di Casalbuono (655 m). In questo paese, gli uomini della spedizione accampatisi nella piazza principale di Casalbuono si concedettero qualche ora di riposo e ristoro con la speranza di riuscire a trovare, nella popolazione locale, armi, vettovaglie e nuovi compagni per continuare nell’impresa.

Dislocate nuovamente le pattuglie lungo la strada consolare i luogotenenti del Pisacane chiamati a raccolta il piccolo esercito di rivoltosi mossero alla volta di Padula con la speranza di poter trovare quegli appoggi promessi e – fino ad allora – mai ricevuti che purtroppo, per paura di ritorsioni perpetrate dai borbonici a danno delle popolazioni locali, non erano riusciti ad avere fin dal momento dello sbarco a Sapri e, successivamente, nelle località attraversate fino a quel momento (Torraca, Fortino e Casalnuovo)…. Il fatto che fino a quel momento il Pisacane non riuscì a trovare alcun ostacolo militare al suo progetto insurrezionale insospettì il condottiero e i suoi uomini tant’è che queste anomalie strategiche messe in atto dalla Gendarmeria borbonica e dalle guardie urbane dei paesi cominciarono a suonare come un campanello d’allarme con non poche preoccupazioni nell’animo di quegli uomini che attraversarono un territorio nemico così aspro e inospitale.

Soldati regi, doganieri, gendarmi, urbani e quant’altri, ricevendo notizie dell’avanzata di questo manipolo di rivoltosi, ripiegarono verso i centri abitati all’interno del Vallo comunicando ai loro superiori, di volta in volta, gli spostamenti e le posizioni che questi andavano ad assumere sul territorio: era – questo – il principio di un tragico epilogo che stava conducendo gli sfortunati uomini della spedizione di Sapri verso una tremenda trappola. Lasciati alle spalle l’abitato di Casalbuono si prosegue verso settentrione in direzione del Vallo di Diano. La strada Regia, ora, continua a macinare chilometri serpeggiando in un ambiente solo in apparenza duro e inospitale. Una serie di tempe, che sembrano tutte somigliarsi, determinano il muto paesaggio che circonda il percorso.

Superati il torrente Brignacolo (541 m – tributario del Calore) la Statale scorre tranquilla serpeggiando tra la strada ferrata e le sponde del fiume Calore. In questo tratto scrutando con lo sguardo il panorama che s’apre a occidente, ecco apparirrsi la meravigliosa cortina vegetazionale del Bosco della Cerreta, splendido esempio di impianto forestale. Giunti all’altezza del Varco del Pero (510 m), lì dove il Calore riceve le acque del torrente Porcile e proprio all’altezza del Catassano (514 m), si esce dalle impervie gole dei monti che ora cominciano ad aprirsi fino a sbucare nell’ampio Vallo ricco di paesi e di casali. Sulla destra compare Montesano che s’innalza dal Colle della Marcellana (992 m) sulla sinistra, invece, laggiù in fondo verso sud, si apre il Vallone di Sanza.

Continuando lungo la Statale per contrada Pezzalonga (475 m) al successivo bivio, in località Fontanelle (476 m) si lascia la strada nazionale e si devia a destra superando il binario della ferrovia; attraversando successivamente la contrada Noce del Conte (502 m) si raggiungono le case di Belvedere (534 m) per arrivare, infine, alla monumentale Certosa di S. Lorenzo (532 m), posta ai piedi del caseggiato di Padula. Padula si arrampica sulle falde sud-orientali di monte Amoroso (1287 m) mentre il sole, tramontando a ponente, restituisce l’immagine cartolina di un angolo di natura tra i più belli dell’Italia meridionale. Giunti in PADULA (696 m) ci rechiamo alla ricerca e alla conoscenza di quei luoghi che hanno visto protagonisti le eroiche e sfortunate gesta del Pisacane e degli uomini della Spedizione di Sapri.

Qui a Padula Pisacane e i suoi uomini passarono la notte pernottando un po’ ovunque, come e dove si poteva tra i vicoli, i gradoni, i portoni e le piazzette; per quegli uomini, ormai demoralizzati, quella che stavano trascorrendo, non fu certamente una notte tranquilla. Sorta l’alba del 1° luglio 1857 nella mente del Pisacane rimbalzò più volte la decisione di poter passare nei territori della Basilicata e quando cominciò a porre delle sentinelle lungo le pendici di monte Melone (1082 m), indugiando troppo nei preparativi della marcia, non ebbe tempo a sufficienza per riuscire a dare una svolta decisiva a quella empasse quando, all’improvviso, cominciarono a udirsi i primi crepitii della fucileria che davano così inizio ad una cruenta battaglia tra i vicoli e le case del borgo.

Colti di sorpresa, i rivoltosi subirono un forte sbandamento che li costrinse a disperdersi per i vicoli, oppure a nascondersi tra i cortili e i portoni di Padula per sfuggire all’assalto delle guardie borboniche e dei civili armati con armi bianche. Pisacane vide una parte dei suoi superstiti dare inizio ad una rocambolesca fuga verso tutte le direzioni possibili. Alcuni si posero in salvo uscendo per lo “Strettolone”, un viottolo molto ripido e angusto che portava fuori dell’abitato attraverso due antiche porte di Padula: “Portella” e “Santo” (o Porta dell’Ulivo); da queste si poteva prendere il largo sia verso la Certosa che in qualsiasi altra direzione del Vallo; mentre altri ancora riuscirono a salvarsi scendendo giù per un burrone che s’innesta alla Via S. Vito Nuovo (oggi Francesco De Santis).

Dentro l’abitato, alla cruenta battaglia seguì una orrenda caccia all’uomo che culminò in una tremenda carneficina. Tra gli sbandati, chi cadde nei viottoli, chi alle porte della cittadina rincorso dalle fucilate sparate da luoghi nascosti o dalle finestre delle case; chi fu colto per le vie e passato per le armi; chi cercò invece scampo nelle case barricando porte e finestre e salendo a sparare fino all’ultima cartuccia ai piani superiori o sui tetti; chi ancora, esaurite le munizioni, si difese fino all’estremo sacrificio usando semplicemente il pugnale. Fu, questa di Padula, la più assurda e incredibile strage di tutto il Risorgimento nelle terre del Sud. Nel frattempo, un centinaio circa di superstiti (tra cui il Pisacane ed altri capi) ritrovatisi giù in fondo al piano e gettandosi di corsa attraverso il Vallo, riuscirono a fuggire verso SW, in direzione di quei monti che si ergono al di là del Calore, propaggini della catena del monte Cervati ai piedi della quale sorge il villaggio di Buonabitacolo.

I superstiti, attraversati il Vallo, superarono il corso fluviale del Calore ritrovandosi presso il Cozzo Panella e da qui mossero verso Sud. Infatti, subito dopo il ponte s’incontra una prima strada e, superandola, si perviene ad una strada interna (466 m) che rasenta le pendici dei monti ai margini sudoccodentali del Vallo. Qui si devia a sinistra e un tratturo conduce in cima al Cozzo Panella (581 m). Da questo punto le intenzioni del Pisacane erano quelle di raggiungere Buonabitacolo e guadagnare una via di fuga che lo avrebbe permesso di riparare nel Cilento interno, ma non fu così! Probabilmente egli, per non essere visto dai borbonici si mantenne a ridosso delle alture boscose trovando sicuro nascondiglio in località Chianedda (692 m) e portandosi in prossimità della Fontana della Vescova (776 m).

Nel tardo pomeriggio del 1° luglio 1857 i fuggiaschi giunsero nei pressi delle alture (Mensa della Torre) che circondano il villaggio di Buonabitacolo; sfiniti, affamati, atterriti per quel che era accaduto nella mattinata, non si reggevano più in piedi dalla stanchezza e cercarono – con ogni forza – di trovare un varco attraverso i monti e penetrare nel Cilento per la via di Sanza. Giunti alle porte di Buonabitacolo (Cappella di Sant’Antonio – 490 m) però, questo manipolo di fuggiaschi, sopravvissuti all’eccidio di Padula, furono costretti a prendere la via dei monti poiché a Buonabitacolo la guardia impedì loro di entrare in paese obbligandoli a dirigersi direttamente verso Sanza. Da qui mossero per aspre selve, sentieri appena tracciati in luoghi impervi e per balze spesso inaccessibili.

La probabile via di fuga attraverso i monti e lungo i valloni dell’interno passò attraverso queste località: Madonna di monte Carmelo (845 m); Vallone del Peglio (508 m); Tempetella (588 m); Fossa la Pecora (982 m); Vallone Valleruca (750 m); spartiacque (1008 m); Vallone Polveracchia (800 m); monte Cariusi (1399 m). Il cammino riprende proseguendo linearmente (direzione NW) lungo le coste sud-occidentali delle Fosse delle Ardechete (1211 m, 1173 m, 1158 m) che si parano in alto a destra; successivamente il sentiero comincia a piegare (1108 m) verso sinistra sfiorando le pendici meridionali del Colle delle Mele (1202 m) e circuendo, dall’alto, l’aspro anfiteatro naturale determinato dal vallone dei Diavoli.

Proseguendo in leggero saliscendi la pista principale giunge presso la Piscina di Polveracchia (1141 – presenza di un rudere). Da qui il sentiero punta decisamente a Sud e avanzando tra rocce e boschetti si tocca prima la Rupe del Cane (1174 m) mentre, a un centinaio di metri più in avanti (1221 m), un piccolo varco sulla destra in alto permette il passaggio che, salendo, conduce direttamente in cima al monte Cariusi. In questo luogo, nella notte tra l’1 e il 2 luglio 1857 giunse la colonna degli uomini del Pisacane sopravvissuti all’eccidio di Padula. Si era alle porte del caseggiato di Sanza, ben visibile in lontananza, ma ormai la stanchezza, il lungo digiuno e la paura fecero cadere nel sonno quel triste e sventurato manipolo di uomini provati nel fisico e nell’animo.

Dal monte Cariusi si guadagna il sentiero che scende e porta direttamente a Sanza. A circa 300 metri s’incontra la Fonte dei Cariusi (1213 m) e fu in questo posto che, probabilmente, il Pisacane decise di abbandonare il sentiero e puntare invece nel vallone che s’apriva giù in basso, verso SE. All’alba del 2 luglio questi scesero verso valle per ritrovare la strada smarrita la sera prima e giunti a meno di un chilometro da Sanza, la guardia urbana locale individuava da lontano i fuggitivi che proseguivano marciando uniti proprio all’altezza del Vallone dei Diavoli in contrada Papaleo lungo le falde di Colle Parmariello (1005 m). In un campo (580 m) di alberi di celso, all’altezza di contrada San Vito, proprio allo sbocco del Vallone dei Diavoli, sorpresi dai borbonici di Sanza, cominciarono a udirsi le prime scariche di fucileria.

I rivoltosi, demoralizzati per le continue sconfitte e distrutti dalla fame e dalla stanchezza, si dispersero scappando all’impazzata verso tutte le direzioni cercando così di correre ai ripari. Il Pisacane, e quel manipolo che restava dei suoi uomini, non risposero al fuoco e vide quella massa inferocita di gente locale armata di falci, rastrelli, forconi, roncole, picconi, pugnali e bastoni avvicinarsi sempre di più. Istintivamente egli, fedele ai suoi principi di non recare alcuna ostilità contro i suoi “fratelli del Sud” e credendo ancora di avere una possibilità di potersi salvare insieme a quelle poche decine di uomini (27 in tutto) rimastigli vicino, in quel drammatico momento, si alzò ritto in piedi, con le braccia conserte e in posizione di attesa.

Fu così, allora (dalle testimonianze raccolte e custodite negli atti processuali) che il Pisacane non fece in tempo che pronunziare una sola parola: “Fratelli…!” che una scarica di fucileria fu riversata contro quel manipolo di disperati. I villici (soprattutto la popolazione locale) eccitati dal fatto che non avevano ormai più un capo che li guidasse, piombarono addosso a quei poveretti e compirono un’autentica carneficina sgozzando e mutilando i poveri resti di quei cadaveri scaraventando i martoriati corpi giù per una scarpata e dando fuoco a ciò che restava degli ultimi componenti della sfortunata “Spedizione di Sapri“.

Fu così, allora, che a Sanza il buio calò definitivamente su una delle pagine più tristi e dolorose della nostra storia risorgimentale qui al Sud. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Piero D’Orsi & ©A. Perciato)

BRUNICO (Sud Tiröl, BZ): stile mitelleuropeo per un “viaggio tra i popoli montani” del mondo

BRUNICO, capoluogo della Val Pusteria, ai piedi del Plan de Corones in Süd Tirol, è un’importantissima località di turismo e commercio, già molto attiva, fin dal Medioevo, nella regione dolomitica. La cittadina contiene al suo interno un piccolissimo centro storico racchiuso tra due porte collegate dalla via principale. Varcata una delle antiche porte, si scoprono la suggestiva e vivace Via Centrale ove sbucano gli stretti vicoli dall’atmosfera medievale, e su cui prospettano gli splendidi palazzi borghesi e della nobiltà del tempo, con le variopinte facciate (a “graticcio”), i frontoni merlati e le architetture religiose.

Il centro gira tutto attorno alla Stadtgasse e lo si gira facilmente a piedi in poche decine di minuti. Esso si presenta molto pulito, ben tenuto e sono molti i negozi da poter visitare. Ovunque lo sguardo posa gli occhi si avvertono le atmosfere di quella cultura mitteleuropea che ha sempre determinato quest’angolo del Sud Tirolo; piccoli particolari che emergono dall’eleganza degli edifici, dalla raffinatezza di città piena di classe; molto ordinata, elegante e con quel profumo di vin Brulé che aleggia nell’aria e che rende l’atmosfera più vibrante. Qui il fascino dell’ospitalità e la sensazione dell’accoglienza a “misura d’uomo” sembrano essere il più bel biglietto da visita di Brunico.

La zona del centro storico di Brunico è di dimensioni piuttosto ridotte, in rapporto al resto della cittadina, ma risulta essere molto caratteristico e ben tenuto; in circa 15 minuti lo si percorre in tutta la sua interezza, attraversando le belle facciate dei palazzi dalle tipiche architetture tirolesi, con le sue chiese in stile alpino ricche di opere d’arte di artisti locali; mentre lungo le vie si rincorrono le caratteristiche vetrine dei negozi di ogni tipo, caratterizzate dalle artistiche insegne in ferro battuto, le vecchie porte cittadine decorate con affreschi di artisti locali e, addirittura, pupazzi (o manichini) che – bardati di caschi ed imbraghi – risalgono le pareti colorate dei palazzi.

Ma, dopo aver camminato per antiche botteghe d’artigianato locale, particolari forni che offrono delizie tipiche, negozi orafi che espongono gioielli e monili di particolari bellezze e store che offrono i più svariati brand degli sport da montagna e delle attività outdoor, ciò che attira l’attenzione alzando leggermente lo sguardo verso l’alto, è la poderosa mole del Castello che domina – dall’alto di un colle – tutta Brunico e la sua valle. A due passi dal centro storico, uscendo dalla porta orientale, con una breve salita attraverso un piccolo giardino che ne circonda la sua base, si raggiunge l’ingresso, caratterizzato da un ponte levatoio, del mastio centrale del Castello di Brunico. Ma qui, le sorprese… continuano!

Il Castello, che domina da un colle con i suoi 862 metri il centro abitato, fu costruito tra il XIII-XIV secolo. Esso oggi ospita, al suo interno, forse il più importante museo dedicato alla montagna: il M.M.M. (Messner Mountain Museum) RI. (dal tibetano “montagna”) PA. (“uomo”) Varcato il suo ingresso, è come entrare in un mondo diverso, un viaggiare in un lontano passato attraverso culture e civiltà lontane dalla nostra, elementi che esprimono forme d’arte e ne esaltano la bellezza. Sembra di poter rivivere le magiche atmosfere della vita e delle avventure di Messner attraverso un viaggio tra le popolazioni delle montagne dei cinque continenti, ove in un solo luogo sono raccolti i cimeli e le manifestazioni artistiche che le varie culture montanare nel mondo hanno prodotto nel tempo, oltre ad attrezzature alpinistiche di varie epoche.

Continuando questo viaggio nel tempo, distribuito su più livelli, si percepisce – quasi a pelle – la sensazione che per i tanti amanti o frequentatori della montagna, oggi è possibile possedere tutta l’attrezzatura tecnica all’avanguardia, essere dotati dello zaino ultra-light, calzare gli scarponi del più innovativo materiale, indossare capi d’abbigliamento in microfibra prodotti in laboratorio e via così; tutti pronti per sentirsi novelli Bonatti o eredi di Messner. Per quanto mi riguarda, invece, ho sempre pensato che per cominciare ad amare la “vera” montagna bisogna viaggiare, andare fuori, lontano, salire a piedi su montagne vere (meglio se chiamate Alpi); bisogna vivere la cultura della vera gente di montagna, vivere per qualche giorno (insieme a loro) su quegli orizzonti obliqui ove operano e lavorano in precario equilibrio.

Dal piano terra fino ad arrivare in cima vi sono parecchie salette ricche di addobbi: dalle tende da scalata usate negli anni 50 ai vari attrezzi usati nei campi base stessi, tende degli sherpa, di tribù nomadi asiatiche, africane e persino di pellerossa del nord America. Non mancano mobili religiosi, riccamente intarsiati e colmi di oggetti simbolici, statue e manufatti d’artigianato tipico delle varie popolazioni con cui Messner è venuto in contatto ed infine tanti costumi tradizionali di popoli europei e di altri continenti. Dovunque gli occhi posano lo sguardo si resta incantati di quanta bellezza e cultura vi è nel mondo e quanto di tutto questo il buon Reinhold è riuscito a portare in Italia per farci vivere un’emozione unica come credo sia stata quella da lui vissuta.

Quando conobbi Messner, e mi fu concesso il piacere di poterlo intervistare, scoprii che dietro il “personaggio” mediatico c’era un mondo tutto da scoprire, c’era il valore autentico di un uomo che per la montagna ha dato tutto, perdendo pezzi del proprio affetto (un fratello morto in montagna) e pezzi della propria carne (sette dita dei piedi amputate per congelamento durante la tragica discesa dal Nanga Parbat nel 1970), momenti e sensazioni che all’apparente facciata di un personaggio – per quanto possa essere scomodo e antipatico a molti – mi hanno restituito l’immagine di un uomo di montagna ricco di valori e denso di emozioni da testimoniare. Messner sta alle culture montane del mondo (valorizzando i popoli e gli ambienti), come la cultura della Sud Tirolo sta alle culture dell’Asia, del Sud America e dell’Africa.

Il Messner Mountain Museum “Ripa” è dedicato a tutti i popoli delle montagne di tutto il mondo ed offre la mostra permanente “L’eredità delle montagne“. Messner ci racconta attraverso video multimediali ed una moltitudine di oggetti, di quadri e ricostruzioni di abitazioni, di tende e capanne, di come queste popolazioni d’altura riescano a convivere nelle impervie radure delle montagne da loro stesse abitate lasciandosi – semplicemente – accogliere dall’habitat primordiale. Le gesta dei popoli che abitano la montagna determinano la vita e la storia della stessa e assicura la sopravvivenza a quote molto elevate; particolarmente coinvolgente e molto bravo è stato Messner nei suoi tanti viaggi a raccontare le religioni, la storia e la vita anche quotidiana dei Damara, i Dani, i Masai e i Tuareg… tutti popoli di montagna.

È un museo straordinario ovvero fuori dall’ordinario; un museo dedicato alla gente (popoli e alpinisti) che vivono alle alte quote; in parte un viaggio mistico e in parte una collezione etnografica dove si incontra un mondo ricco di fede, tradizioni, usi e cultura che a noi uomini della civiltà industriale, frequentatori per svago di sentieri di montagna, ci commuove ed emoziona. L’esposizione stupisce per la qualità dei pezzi, la cura e il percorso; essa ruota intorno a due temi: 1) gli usi e i costumi dei popoli che vivono in un ambiente duro e ostile, come quello della alta montagna che spazia per tutto il mondo, ove sono presenti anche fetish africani delle tribù sui “Monti della Luna”); 2) la misticità intrinseca in questi popoli anche facendo similitudine azzardata, fra i Buddisti tibetani e i vecchi alpigiani dell’Alto Adige.

Il percorso espositivo illustra le differenti culture, le religioni, gli aspetti della quotidianità fino a toccare le potenzialità (e i rischi) del turismo in un ambiente così delicato. Il patrimonio della montagna che, da millenni, orienta la sopravvivenza dell’uomo in terre spesso difficili e – a volte – quasi inospitali. E inoltre, vengono ampiamente illustrati interessanti cenni storici su popolazioni e piccole etnie altrimenti poco conosciute e scoperte anche grazie alle esplorazioni di Messner durante tutti i suoi viaggi attraverso le culture e nei paesi che il grande alpinista ha incontrato nel corso della sua vita e che oggi sono qui messi in bella esposizione come reperti, cimeli, tende, strumenti tecnici, particolari attrezzature e tanti oggetti che ha utilizzato e raccolto nei suoi tanti viaggi.

Si mostra come la civiltà della montagna sia la stessa ovunque, e si fondi sul rispetto per la natura, sull’attaccamento alla propria terra, sulla solidarietà, sul rifiuto della civiltà consumistica. Infine, per scoprire, capire e conoscere in profondità il mondo della montagna (della vera montagna), bisogna “entrare” attraverso questi mondi generati da uomini come Messner ed altri e lasciarsi trasportare attraverso universi “paralleli” fatti di forza, di coraggio, di adattamento, di determinazione, di paura, di saggezza, di altruismo, di pietà, di sofferenza, di tecnica, di condivisione, di dolore… solo così, al di là di tutte le chiacchiere che possano esprimersi su come può essere vissuto l’ambiente montano, si può capire cosa è – realmente – vivere la montagna! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

SCANNO (Abruzzo, AQ): luogo senza tempo, o borgo perso… nel tempo?

Qui, in questo borgo racchiuso tra i monti dell’Appennino, il respiro del tempo sembra non essersi mai fermato. Più volte sono stato in quest’angolo d’Abruzzo e si ritorna sempre con piacere a SCANNO, per ripercorrere ancora una volta quel “viaggio nel tempo” camminando alla scoperta di angoli e insolite spigolature, per riscoprire – senza mai stancarsi – quel particolare fascino di un tempo passato per mezzo delle salite, le discese, i bei portali e le tante (piccole e grandi) chiese.

Una cascata di case a “grappolo” – tutte edificate in pietra e sulla pietra – sono addossate l’una sull’altra, laddove il “pavimento del sopra” funge anche da “tetto del sotto”; vicoli, stradine e strettoie che, insinuandosi tra muri e selciati in ombra, superano dislivelli altrove impensabili. E ancora… scale che si arrampicano con incredibili verticalismi, edifici storici molto interessanti, rendono il tutto davvero bello da vedere; qua e là sbucano fontanelle d’acqua fresca e sempre limpida!

Qui a Scanno è sempre bello passeggiare per i suoi vicoli e poter ammirare come il luogo venga tenuto così incredibilmente intatto nel tempo, mantenendo il fascino della sua storia anche con la bella esposizione delle vecchie insegne dei negozi. La spettacolarità di questo paese e del suo fascino emerge dall’atmosfera che si respira, girovagando per le strette vie, tra antichi palazzi dagli splendidi portoni tutti finemente decorati e dalle mura annerite dal tempo; è un pò come immergersi nel passato e farsi prendere dalla quiete del luogo.

Come in una perla incastonata nel cuore di un incredibile paesaggio, qui a Scanno (e nei suoi immediati dintorni) da sempre la vita è pulsante in ogni stagione dell’anno. Tutto il centro storico, raccolto nel suo antico perimetro d’impianto medioevale è da vivere passeggiando, semplicemente, senza una meta precisa, senza fretta, a passo ‘uomo e ai ritmi del proprio cuore e del proprio respiro, riuscendo così ad apprezzare quei tanti, e particolari, scorci che il paese riesce sempre ad offrire.

Immerso in un bellissimo contesto naturale, il paese è circondato da alte montagne. Il suo centro storico presenta un aspetto piuttosto autentico e riporta alle lontane atmosfere di un tempo. Percorrendo i suoi vicoli si ha la possibilità di ammirare diversi palazzi gentilizi con i loro portali finemente decorati, le tipiche abitazioni con le tradizionali scale esterne (qui conosciute come le “cimmause” o “cimmose”), ballatoi quasi sempre abbelliti con vasi di fiori o vivacizzati dai panni stesi del bucato.

Scanno non è altro che l’insieme di antiche case arroccate su uno sperone roccioso e per il suo tessuto urbano caratterizzato da case in pietra da cui sporgono balconcini in ferro battuto, i vicoli sfociano nelle piazzette, le fontane determinano gli slarghi, gli archi e le scalinate s’aprono all’improvviso verso suggestivi scorci panoramici. Tra le più caratteristiche arterie che serpeggiano nel centro storico c’è la strada Ciorla, su cui s’affacciano una serie di palazzi gentilizi abbelliti da originali portali in stile barocco.

Qui a Scanno l’artigianato ha un ruolo davvero importante, ben radicato nella tradizione, come l’oreficeria e il ricamo con la lavorazione del tombolo. La produzione del prezioso “merletto a tombolo”, giunge da tempi lontani e da sempre risulta essere il frutto delle abilità manuali, della creatività e delle esperienze – tramandate da nonna a nipote – delle donne scannesi; produzioni, queste, tutte fatte a mano e che si distinguono per la delicatezza, la ricercatezza e la raffinatezza delle trame e dei disegni.

Oltre al tradizionale tombolo, Scanno si distingue anche per la lavorazione delle “presentose“, le “circeglie” e le “ciacquaje”, strani e incomprensibili parole che identificano i bottoni, oggetti molto usati – che vengono esposti soprattutto durante gli eventi che contano – in quest’angolo d’Abruzzo come i tradizionali gioielli femminili locali; manufatti tutti realizzati con diversi materiali, alcuni anche con pietre preziose.

Come ebbe a definirla il “Vate” (D’Annunzio) la “presentosa” non è altro che “una grande stella di filigrana con in mezzo due cuori” che sta a simboleggiare un forte legame di fedeltà ed un amore eterno. Questo monile veniva regalato, dai genitori dello sposo, il giorno della promessa di matrimonio, oppure dallo stesso sposo donato alla sua donna, dal significativo “pegno d’amore” offerto prima di partire per i lunghi periodi della transumanza.

Come tramandato dalla tradizione locale, si narra che il curioso nome di questo gioiello derivi dal fatto che le future spose, appena ricevuto il dono dal proprio uomo, andassero in giro per le strade del paese mostrando – con fierezza e determinazione – il prezioso ciondolo accompagnato da civettuoli atteggiamenti oltre a darsi delle arie. Questi oggetti sono esposti in bella mostra in molte delle vetrine dei negozietti d’artigianato per le vie del centro.

Il borgo colpisce subito il visitatore per la cura che – nel tempo – è stata messa in ogni dettaglio o particolare costruttivo; elementi, questi, che rendono interessanti tutti gli angoli, anche quelli più nascosti, di questa incredibile cittadina. Passeggiare per le sue stradine si avverte, si percepisce – quasi al tatto – l’armonia urbanistica del paese. Potendosi immergere nella realtà locale vi sono caratteristici negozietti aperti fino a tarda notte dove gli anziani spontaneamente raccontano un po’ del loro passato e di ciò che un tempo era il loro paese.

Chi va via da Scanno, lascia qui un forziere carico di sensazioni, di ricordi e di emozioni mai conosciute altrove; preziosi elementi che caratterizzano questo angolo d’Abruzzo e che fanno di questo paese una luogo fuori dal tempo; ove farsi avvolgere dalla bellezza di boschi e montagne, dalla lucentezza delle sue acque, dal calore, dall’accoglienza e dall’ospitalità della sua gente rende – transitare per questi luoghi – un viaggio nel tempo alla scoperta del proprio animo… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

CILENTO (SA)… lungo la “Via dei Sanfedisti” da Mercato a Rocca

Nascette portoghese de’ Lisbona, a Napule campava ‘onna Eleonora… Murette quanno ‘a Napule se more, ‘o millessettecientonovantanove…!

Tutta l’area che ruota intorno alle pendici del monte della Stella non è altro che la zona più antica della regione cilentana; quella parte di territorio in cui vennero ad incontrarsi le popolazioni autoctone preesistenti in questi luoghi e le nuove genti sbucate dai lontani lidi mediterranei, oltre i confini del mondo conosciuto. Ma questi territori furono anche il teatro – nel 1799 – di fortissimi ed aspri scontri armati tra i “giacobini” (che inneggiavano alla Repubblica partenopea di Championnet) e i “conservatori” lealisti (fedeli ai Borboni) delle bande sanfediste guidate del Cardinale Tommaso Ruffo.

La marcia per liberare il regno dai “giacobini” guidata dal cardinale calabrese, mosse dalla Sicilia e attraversò il regno borbonico risalendo territori, borgate, villaggi e paesi, raccogliendo, durante la sua avanzata verso la capitale borbonica, un numero sempre più corposo di masse popolari fedeli al Regno tanto da farlo diventare un vero e proprio esercito: i “Sanfedisti”. MERCATO Cilento (600 m) è un paese situato a “cavallo” lungo un crinale da cui si aprono vedute paesaggistiche di straordinaria bellezza tra le valli di Matonti e le marine di Agropoli a ponente, e sulla valle dell’Alento e i rilievi montuosi dell’interno a levante.

Antico luogo in cui confluivano e transitavano le rotte carovaniere di uomini, mezzi e animali che dai litorali costieri dovevano raggiungere gli aspri territori montuosi, questo paese oggi è ancora avvolto dai suoi magici silenzi fatti di profumi intensi della macchia mediterranea. Per un’erta salita si superano le case più antiche della borgata (frazione del comune di Perdifumo) posta ai piedi di una collina; più avanti si passa accanto al poderoso complesso monumentale del Convento di Santa Maria dei Martiri (già monastero dei “carmelitani) con i suoi singolari finestroni e le particolari “torri” angolari.

Terminato l’asfalto, inizia uno sterrato che si snoda lungo lo spartiacque. La pista ripercorre fedelmente il tracciato dell’antica via utilizzata il 12 aprile del 1799 dall’esercito dei Sanfedisti per conquistare il castello di Rocca e muovere battaglia contro le forze giacobine che li erano a presidio per impedire la marcia delle truppe del Ruffo. Lungo questo percorso sono possibili ammirare, su entrambi i versanti, alcuni scenari paesaggistici tra i più belli di tutto il Cilento: ad oriente la valle della Fiumara che va a confluire in quella dell’Alento mentre il Gelbison fa da cornice; a settentrione si stagliano le dorsali calcaree dei monti Chianello, Vesole e Soprano; a ponente invece si estende la valle del Testene, un rigagnolo d’acqua a carattere torrentizio che termina la sua breve corsa sulla costa presso Agropoli.

Il cammino si sviluppa generalmente in quota con altezze che variano tra i 660 e i 675 metri; a queste quote i terreni intorno sono ricoperti da boschi di castagno, mentre nelle cespugliaie ai bordi della pista emergono il biancospino, l’erica, la felce, la ginestra e il pungitopo; la brezza dei venti che ascendono dalle vallate sottostanti restituisce gli inebrianti profumi del mirto, del lentisco e dell’origano. Si continua a camminare tra ampie vedute paesaggistiche e panorami che si estendono oltre ogni possibile orizzonte. Siamo proprio lungo quel tratto di strada che qui vide contrapporsi le avanguardie sanfediste, coi giacobini attestati a difesa della “repubblica” partenopea proprio tra le mura del poderoso Castello.

La pista termina quando sull’orizzonte si staglia – improvvisamente – l’imponente mole del Castello di ROCCA Cilento (594 m, di origine Normanna del XII secolo). Qui, in questi paesi che si sviluppano dalla costa verso l’interno, ancora si evincono le tipiche caratteristiche medioevali riscontrabili negli impianti urbanistici; là, dove i centri arroccati sulle colline, avvolti dalle aromatiche essenze della natura cilentana, regalano ancora scorci paesaggistici ricchi di suggestione tra strette viuzze che s’incuneano fra le ombre dei porticati, delle torri, dei campanili, dei castelli, delle merlature e dei viali alberati. Paesi e villaggi da cui lo sguardo spazia sull’azzurro del mar Tirreno e l’incanto di Punta Licosa col suo isolato scoglio sormontato dal Faro.

Rocca Cilento è una frazione di Lustra; e sicuramente è questo il paese ove è più viva la testimonianza storica del Cilento più antico. Questo borgo fu la sede della baronia fino alla metà del 1500, divenendo il centro propulsore di attività per tutti i casali che ruotavano lungo le pendici del monte della Stella. Sebbene la presenza di una poderosa fortezza normanna testimonia, forse, l’unico esempio di castello ben conservato di tutto il Cilento, l’intero paese vive e tramanda il ricordo dei tempi che furono con i tipici portoni in pietra prospicienti la via principale che attraversa longitudinalmente l’abitato; i suoi terrazzini e le sue finestre graziosamente abbellite da vasi multicolori; gli arcani silenzi e l’immensità di luoghi lontanissimi che ruotano con vedute paesaggistiche che si perdono fin oltre ogni possibile orizzonte.

Su una balconata panoramica, quasi come se fosse un terrazzino, che si protende verso la diga dell’Alento ben visibile in lontananza, termina questo nostro percorso, alla scoperta di uno dei luoghi più antichi e, storicamente, più “coinvolgenti” di questi territori all’interno del Parco Nazionale. (testo ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Campo TURES (BZ)… tra acque e Medioevo, quell’intenso e particolare profumo altoatesino!

Siamo nelle Dolomiti, in Alto Adige, in quell’area meglio conosciuta come Campo Tures, poco sopra Brunico. Meno caotica e trafficata di altre valli dolomitiche, Campo Tures offre la possibilità di percorrere tanti bei sentieri che si distribuiscono dall’altopiano, attraverso copiose foreste, fino alle pendici di imponenti giogaie montuose; una valle che oltre ad essere ricca di verde è ricchissima anche d’acqua coi suoi torrenti e le cascate, come quelle di Pojen e di Riva.

Da qui s’apre una splendida visione paesaggistica fatta di vallate che si perdono fino all’orizzonte, campi, borghi e paesini riconoscibili da lontano per le guglie dei loro tipici campanili posti – quasi sempre – al centro del caseggiato. Arrivando in zona, ciò che colpisce all’istante è il poderoso maniero di matrice medioevale arroccato su uno sperone roccioso: il bellissimo Castel Taufers, splendida fortezza medioevale del XII-XIV secolo situato su un’altura di Acereto, a 957 metri d’altezza.

Al suo interno si trovano mobili e suppellettili di varie epoche storiche, legni impreziositi dagli intarsi e le finissime decorazioni, arredi del ‘700 e interessanti affreschi. Il castello è tenuto davvero bene; molto caratteristiche, belle e interessanti sono le “stube” (i tipici livingroom, il soggiorno di alcune zone alpine, soprattutto quelle di matrice tedesca), mentre il profumo del legno di “cirmolo” (pino cembro) viene usato per gli interni e le ante di porte e finestre; un lavatorium, alcuni ponti levatoi e i cammini di ronda completano la bellezza del Castello.

Da Castel Taufers, ha inizio la Via Castello di Tures, un piacevole sentiero molto panoramico che conduce – attraverso pendici erbose e splendidi manti prativi – fino ad immettersi nel Sentiero Natura (Tauferer Naturlehrpfad) che a sua volta conduce attraverso una foresta dalla suggestiva atmosfera alpestre e poi raggiunge le rive dell’Aurino; questo sentiero è ben riconoscibile dal simbolo che lo caratterizza: uno scoiattolo di colore arancione. Compiuti i primi passi lungo il sentiero che parte proprio dal Castello, ecco aprirsi uno splendido panorama su tutta la valle.

Quello che si percorre non è un sentiero impegnativo, nella sua interezza esso è piuttosto facile, fatta però eccezione che – in alcuni punti – risulta essere un percorso a livello tecnico molto particolare. La salita, infatti, presenta in alcuni tratti delle pendenze abbastanza ripide. Quasi tutta la salita, e i successivi saliscendi, si compiono per molti metri su terreno prativo; siamo, praticamente, su una di quelle che in passato doveva essere una pista molto utilizzata per il trasporto di materiali tra la valle e le malghe su in montagna.

Molti sono i punti panoramici da cui s’aprono vedute paesaggistiche su tutta la valle, le circostanti montagne e i paesi che vi sono; continuando a camminare – e mantenendosi sempre intorno ai 1000 metri d’altezza – si passa accanto ad alcune “croci” probabilmente qui collocate per rendere omaggio alla presenza religiosa di padri missionari che vi hanno predicato. Ma la cosa più bella è passare accanto alle baite (un tempo malghe) che s’affacciano, come autentiche balconate panoramiche, su tutto il Campo di Tures; l’Alto Adige… non smette mai di meravigliare! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

GAETA (LT), “ultima frontiera” Borbonica e la montagna “Spaccata” tra storia, natura e leggenda…!

Mentre la strada scorre veloce e scivola giù verso la costa, si raggiungono luoghi in cui leggenda e storia, folklore e tradizione, cultura e natura si intrecciano e presentano momenti ed emozioni davvero insolite. L’aspra costa che s’apre dalle fenditure della montagna (monte Orlando) che precipita a mare fu – quasi certamente – toccata nei loro omerici viaggi da Enea e da Ulisse (che, con Circe, ne conobbe la potenza della sua magia). La città, il monte, le sue grotte e la sua montagna, furono luoghi saccheggiati dai Barbari e, successivamente, invasi dalle ripetute incursioni mosse dai Turchi e dai Saraceni; e fu proprio qui che la dinastia dei Borbone, in seguito all’assedio di Gaeta del 1860-1861, ebbe la sua fine spianando la strada all’unità d’Italia.

Trascorrere una giornata a Gaeta – col suo promontorio diviso tra due coste – che da sempre si pone come il confine naturale fra il Lazio e la Campania, è come compiere un viaggio “sospeso” nel tempo. Un breve excursus ci porta alla conoscenza di luoghi, forse poco conosciuti, come il Santuario della Santissima Trinità, e della Montagna Spaccata, entrambi situati lungo le fiancate occidentali del promontorio di monte Orlando. Il complesso edificio del Santuario sorge su una fenditura nella montagna da cui, per uno stretto passaggio tra le rocce, una precipitosa gradinata scende alla “grotta del Turco” creatasi – come narrano alcune leggende che s’intrecciano con la tradizione popolare – in seguito alla morte del Cristo, contemporaneamente allo squarcio del velo del tempio di Gerusalemme.

Scendendo per una ripida scalinata, qui – sulla parete rocciosa a picco sulla destra – compare (come fosse impresso, appoggiato) il calco di una mano; il luogo viene da sempre conosciuto come la cosiddetta “mano del Turco”, la cui impronta (cinque dita distese nella roccia) ebbe a formarsi nel momento in cui un marinaio turco di fede islamica, col suo atteggiamento schernì la credenza popolare sulla spaccatura e, appoggiandosi con la sua mano alla parete questa – improvvisamente – divenne molle marcando la pressione della sua mano che andò a formare l’impronta che oggi è ben visibile. Come più volte narrato dalla tradizione popolare locale, se la toccate appoggiando la vostra mano in quella impronta e siete puri d’animo, allora vi poterà fortuna…

Per i credenti, dunque, tutto ciò è opera di un evento miracoloso; per coloro che non credono invece, vale comunque la pena visitare questi luoghi perché sono un autentico “miracolo” della natura. Alla fine della scalinata, sulla destra, è possibile scorgere il giaciglio dove per breve periodo visse San Filippo Neri. Pochi scalini ancora, che – una volta superati – separano da un angusto terrazzamento nella roccia, e si raggiunge una sorta di balconcino da cui la vista s’apre con un precipizio a picco su di un mare incredibilmente cristallino, laddove le onde infrangendosi sulla scogliera giù in basso rimbombano intorno come cupi colpi di cannone. Qui, In seguito al distacco di un macigno incastratosi tra le pareti nel 1434 fu eretta, nel XVI secolo, una cappella dedicata al Crocifisso.

La Montagna spaccata di Gaeta, è uno dei luoghi più belli che si possono incontrare lungo la fascia costiera tirrenica che si distribuisce dai Campi Flegrei (in Campania) fino all’imponente promontorio calcareo del monte Circeo. Oltre ad essere un luogo dall’aspetto naturalistico, paesaggistico e ambientale di notevole interesse, questa particolare conformazione rocciosa è anche un luogo di culto con la presenza del Santuario della SS. Trinità tra i siti più significativi e (per la sua collocazione) particolari che fanno di Gaeta una meta sicuramente da non mancare. Il giro per Gaeta e dei suoi dintorni continua inerpicandosi lungo i sentieri del promontorio di monte Orlando, nelle cui fenditure della scogliera i gabbiani – da sempre – sono di casa.

Al lato opposto del promontorio, invece, è possibile scorgere il borgo antico di Gaeta con le sue bellezze storico, artistiche, religiose e architettoniche, ed – in particolar modo – quella parte della città che fu teatro del disastroso assedio all’ultimo baluardo di resistenza borbonica ad opera dei piemontesi di Cialdini. Da qui i colori del mare al tramonto, infine, si rispecchiano lungo l’orizzonte del golfo di Gaeta coi profili montuosi che si riflettono sulla superficie; scorci che restituiscono immagini e sensazioni di un luogo che – nonostante tutte le vicende che hanno visto coinvolti questi territori – risulta essere davvero bello e piacevole da conoscere, scoprire e visitare. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

CASTELGRANDE (PZ), sulla Via Lattea lungo la “Pista delle Stelle”

Un incredibile connubio di elementi, i cui s’intrecciano arte, storia, scienza e natura caratterizza questo piccolo borgo arroccato tra monti e valli, sui crinali dell’Appennino Lucano. CASTELGRANDE offre, a chi giunge per queste contrade la prima volta, un autentico contenitore di emozioni ricco di scorci paesaggistici, ampi panorami e tramonti da sogno. Il borgo, caratterizzato da un susseguirsi di rampe, ardite salite e rocambolesche discese, strade e vicoli spesso impervie ma – al tempo stesso – accoglienti, su cui prospettano antichi portali in pietra e da cui si scorgono i sorrisi di una popolazione sempre accogliente e pronta ad offrire il massimo dell’ospitalità locale al viaggiatore di passaggio; sono tutti elementi, questi, che fanno da contorno alle bellezze del circondario.

Il paese non solo è uno dei borghi più caratteristici dell’Appennino Lucano, ma nel suo territorio e le aree circostanti convivono attrattive naturali, culturali e scientifiche di immenso valore. Qui si ha l’opportunità di godere appieno del suo interessante patrimonio architettonico, che si articola tra antichi portali che rendono preziosi i palazzi storici con decorazioni in pietra, stradine e vicoli di particolare suggestione. Così, dopo aver ammirato anche qualche “particolare” tipo di murales a tema astronomico come quello di Samantha Cristoforetti, si propone di compiere una interessante escursione che parte dal basso del borgo fino a raggiungere i 1250 metri dei crinali di Colle Toppo, in località Accolta, ove sorge la struttura scientifica dell’Osservatorio Astronomico, dotato di un telescopio altazimutale, ma… andiamo subito a camminare su questo “Cammino delle Stelle”.

L’itinerario proposto parte dalla chiesa, isolata nel verde della boscaglia, di Santa Maria di Costantinopoli, eretta intorno al 1200 e – successivamente – ampliata fino agli inizi del XVII secolo; il sacro edificio si presenta a pianta centrale con disegno planimetrico a “croce greca” dai bracci ricavati da absidi. Un’impervia salita conduce alle prime case della parte bassa del paese e, per stradine che serpeggiano attraverso lo storico borgo, si guadagnano le rampe che conducono fino alla parte alta del caseggiato; attraverso il cuore di Castelgrande si scoprono gioielli decorativo/architettonici tutti da scoprire per mezzo di portali antichi, stradine lastricate in pietra, vicoli e palazzi storici. Camminando per il centro storico si potranno conoscere bellezze in puro stile “barocco” e i ruderi di un antico maniero Longobardo a dominio del borgo.

Superate le ultime case del borgo, si guadagnano i pianori prativi posti a monte del paese; luoghi da cui s’aprono splendide vedute paesaggistiche sull’aspra natura espressa dai paesaggi bucolici che incorniciano stazzi, masserie isolate, recinti in pietra e ovili ottenuti con materiali da risulta; qui in zona la pastorizia e i prodotti caseari ricavati dagli allevamenti risultano essere di ottima qualità. In meno di 3 km dal centro del paese, in una landa circondata solo da crinali prativi (rara è la presenza di qualche albero) che si perdono sull’orizzonte con vedute panoramiche davvero molto belle, compare – in tutta la sua solitudine – il “Rifugio delle Stelle”, una struttura ricettiva a metà strada tra l’Osservatorio Astronomico e il centro storico del borgo; questo rifugio è una piccola oasi di tranquillità circondata da un paesaggio incontaminato.

Dal Rifugio delle Stelle la carraia prosegue in direzione N-E serpeggiando lungo i piacevoli saliscendi di crinale: qui, durante la stagione invernale, è tutto ricoperto dal bianco candore della neve; i passi scorrono leggeri sulla pista mentre le impronte lasciate nel manto nevoso sono l’unica presenza aliena in questi luoghi che si perdono – per chilometri – oltre ogni possibile orizzonte; solo qualche rara presenza di animali, come cavalli e mucche al pascolo, sono l’unica forma vivente qui presente. La rottura dei cristalli di ghiaccio fanno sentire la propria voce sotto il peso dei nostri scarponi, mentre il ritmo cadenzato del fiato determina la nostra progressione lungo questa “Via Lattea” che ripercorre la “Pista delle Stelle” che conduce fino in cima al Toppo di Castelgrande (1248 m) ove giace la ben visibile, e luminosa, cupola dell’Osservatorio Astronomico.

Ascoltare la voce dei campanacci degli animali al pascolo che sale dai valloni e che sfiora i crinali circostanti, è una sensazione unica e indescrivibile; l’eco che si perde ben oltre ogni possibile orizzonte, lascia intuire la desolazione e – al tempo stesso – la magnificenza di questi luoghi rimasti ancora così fortunatamente intatti da secoli. Qui, di notte, la temperatura che scende di poco sotto lo zero, alle prime luci dell’alba offre lo straordinario spettacolo naturale della formazione di piccole e grandi stalattiti formatesi in base alla direzione dei venti dominanti in quota; suggestive cornici naturali che s’aprono in un surreale spazio dal paesaggio lunare. Questo luogo, questi orizzonti, questi silenzi coinvolgono l’escursionista in un armonioso caleidoscopio di emozioni e di sensazioni che non ha eguali.

Esplorare questi luoghi, ove incanto e meraviglia proiettano il viaggiatore immergendolo in un contesto fiabesco, quasi surreale, è come ritrovarsi protagonisti attraverso un viaggio spazio/temporale laddove stupore e fascino per l’ignoto, ricompensano la fatica spesa e le energie profuse per raggiungere quest’altura visibilissima a chilometri di distanza. Raggiungere l’Osservatorio in una splendida giornata di sole, ove s’aprono tutti i possibili orizzonti che spaziano sui territori di ben tre regioni (Campania, Puglia e Basilicata), è come ritrovarsi in un paesaggio unico dalle incredibili caratteristiche; luoghi spesso sconosciuti agli stessi abitanti dei territori circostanti; visioni panoramiche che di giorno s’aprono in una natura da mozzare il fiato, mentre di notte, volgendo lo sguardo all’insù… sono le stelle del cielo che guidano i nostri passi!

Da quassù la posizione è meravigliosa e l’aria frizzante del mattino genera sensazioni di pace e di tranquillità. Sulla sinistra, verso W, si riflette il piccolo specchio lacustre del lago di Saetta, un invaso artificiale che imbriglia e raccoglie le acque del torrente Ficocchia, un affluente del fiume Ofanto, ed ha avuto lo scopo – fin dalla sua creazione nel 1985 – di  irrigare i campi dei limitrofi territori e di fornire acqua alle isolate masserie del circondario. Verso oriente si eleva la modesta elevazione di monte Rapone (1237 m) i cui boschi, nella seconda metà del XIX secolo, hanno dato sicuro rifugio alle bande brigantesche che operavano in questi territori. Mentre a S le alture di Piano del Castello (1269 m) sulla sinistra e quella di monte Giani sulla destra (1144 m) chiudono – come due gigantesche muraglie – il vallone in cui scorrono, impetuose, le acque di un torrente.

Quassù termina l’itinerario proposto che ci ha portato alla conoscenza di Castelgrande e del suo circondario, alternandosi in un mix in cui si rincorrono arte, natura e scienza. Oltre al suo centro storico, distribuito attraverso un susseguirsi di salite e discese, è l’escursione che si compie lungo la “Pista delle Stelle” che raggiunge l’apoteosi di stupore e meraviglia portando il viaggiatore in cima all’Osservatorio Astronomico, un’ascesa attraverso paesaggi mozzafiato che non solo metterà alla prova le capacità fisiche, intuitive e percettive, ma che superando – metro dopo metro – luoghi che sembrano usciti da una fiaba, questi ricompensano della fatica profusa con le bellezze naturali e paesaggistiche che si profilano lungo tutto l’orizzonte. Castelgrande non è solo un borgo, è un luogo che ti accoglie e ti rende protagonista di un tessuto sociale, storico, naturalistico e culturale che giunge da molto lontano… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

“Civita Superiore” di BOJANO (CB): da qui, messere, si domina una valle…!

L’antico borgo di matrice medioevale della Civita Superiore, troneggia sull’abitato di Bojano, nel Molise da cui – affacciandosi dalla sua terrazza panoramica – si gode dell’immenso panorama che spazia dal corso del Fortore, dalla valle del Tammaro e dalle pendici settentrionali del Matese. Salire per i suoi ripidi pendii è una piacevole scalata che, tra erti sentieri, boschi ed aspre rocce, ci porta tra le prime case all’ingresso del paese; un contesto architettonico che riporta al passato e sfocia sulla balaustra di una terrazza panoramica a dir poco spettacolare.

Appena giunti sopra Bojano è impossibile non rimanere attratti dal bucolico fascino di questo borgo: esso è caratterizzato da un interessante tessuto urbano; attraversare le sue case tutte rigorosamente in pietra, camminando lungo i suoi vicoli stretti e – molto spesso – acciottolati, ci porta indietro nel tempo di quando da quassù, per secoli, gli abitanti scrutavano l’orizzonte seguendo con gli occhi lo spostamento di uomini e di greggi che transitavano lungo quell’antica autostrada verde che scorreva sul “tratturo della transumanza” da Pescasseroli in Abruzzo fino a Candela in Puglia.

Qui, a circa 730 m di altezza, sorge questo particolare borgo ove si respirano atmosfere e sensazioni che vanno dalla tranquillità, che si perde tra i silenzi delle pareti ammuffite e l’ombra dei vicoli, all’armonia della gente del posto (circa 50 anime) sempre disponibile al sorriso e pronti ad offrire una informazione e un saluto al viandante occasionale che improvvisamente scopre l’autentica bellezza di un Molise ancora poco conosciuto e frequentato. Una piacevole sensazione di pace e tranquillità aleggia tra le rampe e i vicoli del borgo qui, ove il fascino (e il mistero) degli antichi Sanniti restituiscono arcane sensazioni di prudenza, di sicurezza, di accoglienza.

Su un crinale roccioso nelle vicinanze alla testa del borgo, appena rivolto verso ponente, si ergono e sono ancora ben visibili – in tutta la loro maestosità, le mute pietre del più vecchio Castello di tutto il Molise, eretto da Federico II intorno al 1220, di cui oggi sono facilmente visibili alcuni ruderi delle mura perimetrali e degli ambienti posti all’interno, divisi in due ampie zone da un fossato. L’ampio spazio antistante – a pianta rettangolare – detto “ricetto” serviva, all’occorrenza, a dare rifugio alla popolazione del borgo sottostante in caso di emergenza; mura che un tempo fungevano da camminamento di ronda ed erano merlate.

Questa prima parte antistante del Castrum si collegava, mediante un ponte levatoio, alla “corte alta” ove si svolgeva la quotidianità di chi viveva all’interno delle mura, presumibilmente di “servientes”, coloro che oltre a presidiare il maniero, provvedevano anche alla normale manutenzione ordinaria. I panorami che si scrutano dal belvedere del Castello, sporgendosi appena poco fuori le mura sono davvero incredibili per la profondità dello spazio, belli da un punto di vista naturalistico e molto interessanti per il paesaggio che, per tutto l’orizzonte, fa da cornice. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)