Spelonca di S. Michele a S. ANGELO in Grotte (IS); qui… la “PRIMA DIMORA” dell’Angelo!

Il “Principe delle Armate Celesti”, meglio conosciuto come San Michele Arcangelo, è una tra le principali figure di santi che la chiesa e – l’intera comunità cristiana al mondo – venera più di chiunque altro. Molto presente in Europa, e in quei paesi che fanno da cerniera tra Asia ed Europa, San Michele lo ritroviamo spesso – venerato da migliaia di fedeli – nei luoghi più impensabili, come ardite cime montuose o impenetrabili anfratti ipogeici. Tra i più noti in Europa ci sono Mount San Michael in Cornovaglia (Inghilterra); Mount San Michel in Normandia (Francia); la “Sacra di San Michele” in Val di Susa (Piemonte); la Grotta dell’Angelo, ad Olevano sul Tusciano (SA, nei monti Picentini in Campania) e, sicuramente il luogo di culto micaelico più famoso al mondo, come quello di San Michele al Gargano a Monte Sant’Angelo (FG, Puglia).

Nei miei numerosissimi viaggi a piedi per il mondo mi trovo spesso a scoprire, conoscere e comprendere delle meraviglie create da madre natura che – nel corso del tempo – sono state poi oggetto d’intervento (spesso per necessità, molte volte per riparo e devozione) da mano umana. È sicuramente questo il caso di un bellissimo e caratteristico anfratto in cui si venera il “nostro” principe della Armate Celesti, non a caso “patrono” della Polizia. Siamo in Molise, quel Molise che, come dico ormai da anni, esiste ed è tremendamente meraviglioso per i suoi tesori che riesce a custodire e ad esprimere come arte, cultura, fede, gastronomia, storia, tradizioni e tanto altro ancora. Siamo in provincia di Isernia, presso un paesino arroccato in montagna dall’emblematico toponimo di Sant’Angelo in Grotte nel comune di Santa Maria del Molise.

Obiettivo dell’esplorazione è conoscere questa grotta di cui – spesso – ho sentito solo parlare dai racconti di amici e conoscenti del luogo. Alla base di uno sperone roccioso, s’apre un varco (determinato da un cancello scolpito in bronzo) tra due pareti rocciose; appena varcato l’accesso una pavimentazione in basoli di calcare squadrati immette in un luogo mistico, semplicemente avvolto dal silenzio e davvero molto suggestivo. Siamo all’interno della grotta di San Michele, costruita intorno ad un anfratto naturale. Lasciarsi avvolgere dall’ancestrale atmosfera che regala questo luogo buio, molto umido e con gocce d’acqua calcarea che spiovono dalle stalattiti del soffitto, in un angolo di questa cavità naturale vi è anche presente una sorgente d’acqua (benedetta!) che ritempra i pellegrini che si appropinquano a raggiungere questo sacro luogo.  

Di per sé la struttura architettonica ricavata nell’anfratto non è grande opera d’arte sacra creata dalla mano dell’uomo ma, piuttosto, modellata da madre natura, che durante lo scorrere dei secoli è stata adattata poi alle esigenze della fede utilizzando materiali semplici (come il tufo accostato al calcare, oppure legno incastrato con il cotto). Entrarvi, visitarne ogni angolo, restare in contemplazione resta, comunque, un posto di grande suggestione. Luogo di assoluta pace e meditazione, è uno dei posti poco conosciuti del Molise; incastrato tra copiosi boschi, aspre montagne e profonde vallate, è da conoscerlo assolutamente. la bellezza e l’unicità del luogo generano – al tempo stesso – stupore e meraviglia, da lasciare senza fiato. Questa micro chiesetta dedicata al culto di San Michele Arcangelo racchiude in sé storia e dedizione di un paesino arroccato su di un’altura.

Come narra una leggenda locale, San Michele Arcangelo aveva deciso di vivere proprio in questa grotta, a Sant’Angelo, in contrasto con l’Onnipotente che lo aveva destinato altrove. San Michele Arcangelo, impressionato da questa grotta, desiderava rimanervi per sempre e farne la sua dimora perché al suo interno c’erano le condizioni che Egli desiderava: isolamento, pace, silenzio, tranquillità, contemplazione, meditazione, preghiera… Ma il Signore aveva già previsto per lui una diversa destinazione, ovvero Monte Sant’Angelo sul Gargano. Il Santo fu quindi costretto a percorrere un tunnel nella montagna fino a giungere ad un’apertura che si affaccia su un notevole strapiombo sbucando su un dirupo in direzione della Puglia. Da qui prese il volo per raggiungere il luogo dove poi in suo onore sarebbe stato eretto un grandioso santuario, appunto Monte Sant’Angelo del Gargano.

Dopo aver esplorato la sacra spelonca in ogni suo angolo; dopo aver scrutato ogni singolo particolare sia costruttivo e decorativo; dopo aver provato come si potesse vivere all’interno di una grotta, la luce in fondo all’ingresso esalta le porte decorate con la raffigurazione di alcuni pellegrini e con scene tratte dal Vecchio Testamento. Tra queste ci sono la “Creazione”, la lotta contro il Drago, il “Sacrificio di Isacco” e la “Cacciata dal Paradiso” terrestre.  Fuori dalla grotta la coltre di nebbia si intensifica sempre di più e il silenzio che si avverte è come ritrovarsi circondati da un deserto impalpabile, impenetrabile, laddove il cielo plumbeo sembra dominare un orizzonte che con lascia scorgere i propri confini; solo il respiro lascia sentire la propria voce, mentre i pensieri volano oltre sperando che un “Santo di Giustizia” possa guidare l’umanità a costruire, vivere e ritrovarsi in un mondo più scuro e migliore…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

SALTO e TURANO (RI, Lazio): bellezza, fascino e mistero di due specchi lacustri nel cuore dell’Appennino Centrale

Nella splendida cornice dei territori, aspri e montuosi, dell’alto Lazio, in provincia di Rieti, risaltano – per bellezza degli scorci paesaggistici e e lo stupore di una natura ancora incontaminata – i due specchi lacustri (bacini artificiali) del lago Salto e lago del Turano. Raggiungere questi luoghi non smette mai di meravigliarsi; ed è proprio lo stupore la prima sensazione che si prova camminando attraverso questi incredibili scenari paesaggistici, insolitamente creati dall’intervento dell’uomo. Anche se siamo in piena stagione estiva, l’abito più bello queste ambientazioni naturali lo rivestono in autunno e in inverno, periodi dell’anno che offrono il meglio di sé.

E come non restare estasiati di quando una coltre di nebbioline rasentano la superficie delle acque, avvolgendo e riempiendo l’aria ampliando a mille la percezione dei sensi, come annusare l’aspro profumo del muschio e dell’erba bagnata dalla rugiada del mattino, percepire gli odori emanati dalla delicatezza delle erbe aromatiche… Tutte sensazioni – queste – inducono a scrutare l’orizzonte, a gustare della magia degli intensi momenti di silenzio che ci circondano, a percepire il mistero di questi luoghi e a condividere così tanta bellezza, oltre che con se stessi, con chi si ha la fortuna di avere accanto.

La diga fu creata nel 1940 sbarrando il corso del fiume Salto; una imponente muraglia di cemento alta circa 90 metri; l’operazione permise di colmare con l’acqua oltre un chilometro della lunga e stretta valle percorsa dall’omonimo fiume. Il Lago del Salto e quello del Turano (divisi dalla massiccia e imponente mole del monte Navegna, alto 1500 metri) sono collegati tra loro da un canale artificiale lungo circa 10 km; entrambi i corsi d’acqua alimentano una centrale idroelettrica. Ma nella realizzazione di questa gigantesca opera di ingegneria civile, nel momento in cui la diga fu creata, tre caseggiati furono costretti ad essere abbandonati, poiché sommersi dalle acque: Borgo San Pietro, Teglieto e Fiumata. Ed è per questo motivo che i paesaggi in cui sono immersi i laghi sono davvero unici e, per certi versi, soprattutto speciali.

Circondati da una copiosa natura, nascosti tra montagne ricche di vegetazione ricolme di boschi e foreste, questi ambienti sono davvero qualcosa di indescrivibile. Incontrando qualche abitante del luogo e scambiando con loro, oltre al saluto, anche qualche informazione, è facile essere catturati dalle loro storie che ci narrano, con passione ed enfasi emotiva, a proposito del fascino – magico e misterioso – che avvolge questo lago; qualcuno, indicandoci la strada, ci ha addirittura fatto intendere che qui, sotto il livello nascosto delle acque, siano sepolti i resti della “mitica” Atlantide. Quando il livello dell’acqua si abbassa, affiorano le guglie di antichi borghi, e ciò che è custodito nelle profondità non sono certamente i resti della leggendaria isola.

Camminando, per quel che è possibile, lungo le strade (fortunatamente a basso impatto di circolazione veicolare) che scorrono tra le due fasce costiere che circondano il lago, si godono scorci paesaggistici davvero molto belli, con alcune skyline che sembrano i bracci di fiordi norvegesi laddove l’acqua penetra in grandi anse lungo sponde frastagliate. Lo sguardo verso la costa opposta offre la spettacolare visuale della borgata di Fiumata, con il paesino e le vette delle montagne che si riflettono sullo specchio dell’acqua, offrendo un’immagine cartolina di questi luoghi dal tipico sapore nordico. Ed è proprio camminando attraverso questi scorci che più si apprezza quel senso di autentica pace e solitudine, dei silenzi, dell’atmosfera fiabesca che avvolge il tutto, oltre ai sapori, ai profumi e le tradizioni locali.

Terra ospitale e mai banale, in questa cornice paesaggistica fatta di monti aspri e boscosi, e solcati da valloni profondi che nascondono numerosi ruscelli, torrenti e piccole cascate, i due invasi divisi dalla selvaggia mole montuosa del Nevagna e del Cervia, sono ricchi di faggi e castagni e, soprattutto, popolati da una avifauna degna di tutto rispetto. Qui d’estate, durante i periodi di secca, oppure quando si abbassa il livello delle acque, avviene un suggestivo spettacolo che per i più anziani risulta essere anche commovente: col livello che scende, poco alla volta, affiorano dalle acque le parti più alte di alcuni degli edifici più particolari e significativi dei borghi sommersi, durante la costruzione della diga, e scomparsi alla vista, tra cui il bel campanile del duecentesco monastero delle Clarisse di Borgo San Pietro.

Entrambi i bacini lacustri riescono ad offrire alcune tra le più belle e suggestive viste sul paesaggio in questa parte dell’Appennino Centrale. Da qualsiasi angolo lungo le sponde lo sguardo pone gli occhi, sono possibili scorgere piccole dune che si intravedono in fondo ai percorsi tra gli arbusti profumati, boschi che con le loro chiome si affacciano e, addirittura, sprofondano nelle acque verdi del Lago del Salto. In alcune zone circumlacuali è possibile sostare per un fugace pic-nic o – semplicemente – solo per rilassarsi lasciandosi cullare (e godere) dal dolce sciabordio delle silenziose onde che s’infrangono lungo le rive. Piacevoli momenti di sosta che lasciano spazio ai propri pensieri; mentre il cielo si rispecchia – lungo la sua superficie – in mille piccoli frammenti di luce.

Territori e popolazioni, queste, che affondano le proprie radici attraverso una cultura millenaria tramandata da generazioni di pastori, mandriani, boscaioli, contadini, taglialegna, carbonai… briganti! Incontaminati ambienti naturali – fatti di acque e di verde – che vengono esaltati dalle luci riflesse del sole durante l’arco del giorno e che riescono ad offrire scorci di rara bellezza. Anche se non abbastanza conosciuti, questi luoghi sono la meta preferita e sempre più ricercata dagli escursionisti, dai trekker e dagli amanti della natura e dell’outdoor che qui, più che altrove, riescono a vivere e trovare, anche se per poche ore, autentici valori di una cultura per il territorio e di tutte le valenze che in esso ricadono e che qui… si rinnovano da tempi immemori! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

S. MARIA del MOLISE (IS, Molise): “Parco dei Mulini”, laddove l’acqua esalta emozioni e stati d’animo

Siamo in Molise, quel Molise che, come dico ormai da anni, esiste ed è tremendamente meraviglioso per i suoi tesori che riesce a custodire e ad esprimere come arte, cultura, fede, gastronomia, storia, tradizioni e tanto altro ancora. Siamo in provincia di Isernia, ai piedi di montagne solcate da valli ricoperte da boschi e foreste e dai numerosi corsi torrentizi che da sempre hanno determinato la vita e l’economia della gente del posto: Santa MARIA del MOLISE, un borgo che ha per protagonista l’acqua: il torrente Rio, che attraverso piccoli canali scorre per tutto il centro abitato, con le antiche abitazioni dai tetti in pietra, localmente chiamate “le lisce”.

L’enorme ricchezza generata dalle sue acque, da cui l’antica denominazione del luogo era “Capo d’Acqua”, è il principale motivo della presenza die numerosi (e suggestivi) mulini, antichi corpi di fabbrica tutti realizzati in pietra di cui molti, a tutt’oggi, sono stati completamente restaurati e restituiti alle loro originarie funzioni, antichi opifici che determinano le caratteristiche principali della storia di questi luoghi. Così, tra cascate, mulini e natura siamo in uno dei luoghi più belli che Molise custodisce con cura; una località completamente immersa nel verde coi colori che si esaltano durante la bella stagione così come sono altrettanto suggestivi nei mesi più freddi.

Siamo in prossimità del Parco dei Mulini, un luogo così perfetto che sembra essere uscito da un racconto, un paesaggio simile alle casette della Cotswolds in Inghilterra, oppure l’immaginario paese degli Hobbit di tolkeniana memoria. Un luogo, questo, che aiuta a rigenerarsi rilassandosi tra pittoresche cascatelle, piccoli corsi d’acqua, le “mole” in pietra per la macina, canali e salti tra rocce, alberi secolari e panche in legno ove poter ritrovare un proprio momento di serenità a stretto contatto con la natura, godendo della frescura che dei zampilli d’acqua. Sembra come ritrovarsi al centro di una fiaba, un luogo – fortunatamente – ancora incontaminato grazie alla forza delle sue acque che un tempo azionavano mulini e centrali idroelettriche; quel patrimonio materiale che racconta la storia di un’economia agricola e artigiana da sempre legata all’acqua.

Non a caso l’antica “Capo d’Acqua” ha da sempre posseduto quel tratto distintivo che è l’elemento acqua. Essa è ovunque: sgorga, scorre, cade, salta, si raccoglie, serpeggia. Non per caso il cuore del paese è tutto un reticolo di canali, cascatelle, ruscelli e vecchi mulini. Qui il paesaggio è come se si fosse automodellato con l’elemento acqua; ha compiuto tutto il lavoro da solo. Il Parco dei Mulini è un posto da godere appieno camminando lentamente, scorci da guardare con attenzione; insomma un luogo ideale per chi cerca una tranquilla oasi di relax, magari camminando nei dintorni così, tanto per isolarsi per qualche ora da tutto, disintossicarsi recuperando forze e pensieri e per poter respirare un po’ di aria salubre.

Santa Maria del Molise è un luogo vero, autentico, un posto che non ha fatto patti con la modernità, che non ha accettato le “intrusioni” delle voracità di un mondo che banalizza il tutto; ma è un posto che è riuscito a mantenere intatte tutte le sue originarie caratteristiche laddove la natura non è stata piegata, manipolata o assoggettata, ma sapientemente guidata e accompagnata verso atmosfere di piacere e godimento, laddove è possibile camminare tranquillamente e con calma accompagnati dalle voci e dai suoni generati dal perenne scorrere dell’acqua e dai silenzi che avvolgono il circondario. Il Parco dei Mulini vale molto di più di una semplice e fugace visita, o di una toccata e fuga; esso uno di quei luoghi che si vivono intensamente, ancor più dei racconti. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

S. ANGELO in GROTTE (IS, Molise): dalle opere di “Misericordia” ai silenzi che “regolano” lo scorrere del tempo!

Sant’ANGELO in GROTTE è un borgo montano di origine medievale, esso è arroccato sul fianco di una montagna rocciosa e prospetta di fronte al massiccio del Matese; località immersa in un paesaggio fatto di caverne e picchi montuosi che si erge a 974 metri di altitudine. Camminare tra i suoi vicoli acciottolati, transitare sotto l’arco da cui s’impenna il Campanile, tra fede e spiritualità ci si immerge nelle tranquille atmosfere nel cuore del centro storico di S. Angelo in Grotte. Accanto al Campanile, quasi fosse appoggiato, c’è la chiesa di S. Pietro in Vinculis che conserva – al suo interno – una splendida cripta sotterranea dalle pareti affrescate (raffiguranti le opere di “Misericordia” di sicura matrice giottesca) con dipinti risalenti al XIV secolo.

L’ingresso al borgo avviene dalla terrazza/belvedere meglio conosciuta come il “balcone del Molise”. Da qui si ha la possibilità di poter godere di un bellissimo panorama che s’apre sulla valle di Bojano fino a toccare le cime circostanti tra cui quella più nota del Matese. Uno slargo acciottolato in lieve pendenza introduce all’antico ingresso della borgata. Sulla sx una lapide/epigrafe, incastrata in una parete in pietra, con una citazione letteraria è posta accanto a una figura zoomorfa, mentre di fronte una enorme meridiana con scritto augurale che dice “Horas Tibi Serenas”, che – tradotto – afferma “Che io possa sempre segnare per voi ore liete.” Altre lapidi ed epigrafi caratterizzano l’area di questo spazio. Ma è la vicina Torre Campanaria che cattura il nostro interesse a pochi metri dall’ingresso in paese.

Eretto in pietra grezza e soffocato dagli spigoli delle adiacenti abitazioni che sembrano quasi poggiare su di esso, la costruzione di questo Campanile risale ad epoche remote rispetto agli altri edifici interni al borgo. Esso risale infatti al XVI secolo e ricorda, nella forma, quello della Cattedrale di Isernia. Di base quadrata, presenta un grande arco al pian terreno che il passaggio e raggiunge la vicina piazza Colonna. Al piano superiore sono ben visibili quattro alte finestre ad arco dietro le quali si nascondono quattro campane. Sul lato esterno sporgono tre statue in pietra raffiguranti figure zoomorfe che sembrano essere leoni; figure che servivano probabilmente ad incutere timore in chi varcava il passaggio che, anticamente, determinava l’ingresso nel borgo.

Alla sinistra di Piazza Colonna c’è la Chiesa parrocchiale di San Pietro in Vincoli, dalle origini piuttosto antiche; essa infatti nacque insieme al borgo, che nel corso del tempo fu edificato tutto intorno, ma l’attuale aspetto è il risultato delle numerose modifiche e rimaneggiamenti subite durante i secoli. Quella che è possibile vedere oggi è una chiesa di stampo settecentesco, mentre la sua facciata risulta essere decisamente particolare; essa è in parte nascosta dal Campanile che si erge proprio davanti, ed è collegato, al piano rialzato della chiesa, attraverso un brevissimo passaggio. Alla sinistra del portale d’ingresso, una lastra marmorea usata come panca (o sedile) appoggiata alla parete di facciata reca scolpita sulla superficie le “insegne” di San Pietro: le chiavi del Paradiso.

San Pietro in Vincoli appare, decisamente, di matrice settecentesca ma, sicuramente, doveva essere molto più antica di quello che si vede oggi. Il suo interno nasconde uno tra i più bei tesori d’arte pittorica medioevale di questo sacro luogo: la sua Cripta, da cui si accede per mezzo di una scalinata posta vicino all’ingresso. Guidati dal disponibile sig. Giovanni, pochi gradini immettono in un luogo magico, scavato nella viva roccia, come fosse da sempre fuori dal tempo, così straordinariamente bello e ricco di affreschi a carattere sacro che generano stupore, meraviglia… incredulità! Lungo le pareti della minuscola cripta sono raffigurate le “Sette Opere di Misericordia” corporale: “Dar da mangiare agli affamati”, “Dar da bere agli assetati”, “Vestire gli Ignudi”, “Ospitare i pellegrini”, “Visitare i carcerati” e “Seppellire i morti”, un ciclo pittorico che – da dx verso sx – si conclude con la rappresentazione della Città di Betlemme e un sole infuocato che simboleggia la vita, la luce e l’eternità.

Fuori la chiesa s’apre il modesto spazio di Piazza Colonna (oggi Largo Garibaldi), un tempo crocevia di scambi e traffici tra la locale popolazione. Un obelisco in granito d’epoca settecentesca, conosciuto come il “Mercante”, veniva utilizzato per legare, schernire al pubblico ludibrio e fustigare gli inadempienti. Dalla piazzetta parte la principale arteria (via Roma) che attraversa l’intero borgo; camminando lungo essa si possono ammira i particolari portali in pietra chiusi da portoni in legno, qualche epigrafe marmorea, piccole lapidi incastrate nelle pareti delle facciate, antiche dimore gentilizie, supportici, archi, piccole corti, rampe e gradoni, balconi e finestre finemente decorati, stretti vicoli con scorci sui tetti e i paesaggi circostanti, fino a raggiungere il belvedere opposto col Monumento ai Caduti delle guerre.

I passi scandiscono il ritmo sui “sanpietrini” della via centrale restituendo l’eco – da una parte all’altra del piccolo paese, perdendosi tra i vicoli più nascosti – di un ritmo mosso dal viaggiatore che si mostra attento, coinvolto in ciò che lo circonda; un semplice viandare che oltre allo stupore e alla meraviglia riesce ad accostare sentimenti di bellezza e curiosità che forse erano da tempo dimenticati negli angoli remoti dell’animo; un’estasi emotiva che si lascia coinvolgere dalle bellezza del borgo e che riesce a far sue quelle sensazioni di raccoglimento e solitudine che solo un caseggiato come Sant’Angelo in Grotte riesce ad offrire. Non ci credete…? Provate a trascorrere qualche giorno quassù…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

CAGGIANO (SA): per la Strada nella Roccia lungo la “Via dei Templari

Una veglia d’armi alla “Porta verso il Cielo”… Pregare in solitudine al cospetto della Casa di Dio… Qui, i Cavalieri si accostavano ai Sacramenti… Qui, ogni peccato veniva loro perdonato!

Il paese si esprime per il suggestivo Centro storico, detto anche “antico Borgo e Museo diffuso“, di Caggiano è – sicuramente – uno tra i più particolari con le antiche vie dalle atmosfere d’altri tempi, e grazie anche al Castello Medievale con le Mura di Cinta, le numerose Chiese e Cappelle e i tipici Portali. L’insieme delle testimonianze recuperate, la cornice suggestiva offerta dal borgo medievale, compongono il “Museo Diffuso”. Sia il Castello che le fortificazioni, posti a difesa dell’abitato, risalgono al IX o X secolo. Le Mura di cinta presentano quattro porte di accesso. Qui i Portali hanno un chiaro valore simbolico che va ben oltre la generica porta in quanto indica il passaggio da uno spazio pubblico (la strada, la piazza) ad uno spazio privato (la casa, la chiesa). La forma e le dimensioni dipendono dal committente: più esso è ricco, più il portale è finemente decorato.

I portali esprimono i valori originali della cultura locale tra cui l’uso dei materiali utilizzati (la pietra, lo stucco, il legno, i mattoni, il ferro) e la tecnica costruttiva, e testimoniano inoltre il valore e le capacità delle maestranze professionali (scalpellino, lapicida, stuccatore, falegname, fabbro ferraio) presenti in loco. Elemento funzionale e decorativo del portale è il “Truzzulatùr“, ovvero il picchiotto (solitamente un martelletto in ferro o ghisa) con cui si bussava alle porte prima che venissero introdotti i campanelli. Vi è poi la Strada Medioevale nella roccia. Probabilmente uno degli ultimi esempi di Via gradinata e selciata risalente a quest’epoca storica presente in tutto il meridione. La strada si inerpica con alcuni tornanti sul costone roccioso sud-occidentale attraversando un paio di caratteristiche gallerie scavate nella roccia e passando nei pressi del rudere dalla Chiesa di Santa Sofia, unico edificio religioso della zona in stile greco-bizantino, fino a raggiungere le antiche Mura di cinta.

CAGGIANO (828 m). Caratteristico paese dominato dal poderoso Castello Normanno, esso si presenta come una delle più belle borgate montane, tra i più alti e interessanti paesi della provincia di Salerno. Ritrovamenti in zona hanno consentito di ipotizzare che Caggiano, all’arrivo dei Lucani, godesse già di una certa importanza e fosse popolata da gente di stirpe sabellica o italiota. Caggiano ebbe due chiese di rito greco: la chiesa di Santa Maria dei Greci e quella di Santa Caterina. Il territorio di Caggiano è stato sfiorato appena dalla tremenda onda d’urto del sisma del 1980. Il suo centro storico, racchiuso nell’antica cinta muraria, preserva un caseggiato dalle abitazioni addossate una sull’altra, con solai e ballatoi che s’intrecciano o si accavallano, e raccordati da archi rampanti; luoghi intrisi di fascino e particolari ambienti che riconducono ai fasti dell’epoca dei cavalieri Templari che qui ebbero una loro “mansio”.

A oriente del caseggiato si stagliano i bastioni di monte Capo la Serra che si ergono da campi coltivati a graminacee, verdi tappeti che si spingono a superare i 1000 metri di quota. Dalla mansio, antica stazione di sosta, un po’ sul modello dei più noti “Kerak” dei Templari in Terra Santa, si risale al paese attraverso la “Strada nella Roccia”, una gradinata scavata nella pietra calcarea che fin dall’antichità consente di raggiungere direttamente l’abitato: si tratta di una grigia via rocciosa d’epoca medioevale che serpeggia con i suoi tornanti lungo incredibili pendenze tagliate da rampe e gradoni squadrati a mano, che avanzano arrancando lungo la roccia; su alcune pareti in roccia sono ben visibili – a tutt’oggi – alcune croci incise che richiamano i fasti e la leggenda della presenza Templare qui a Caggiano.

Fuori dal paese, su una rupe, è possibile scorgere i ruderi della Cappella di Santa Veneranda, risalente probabilmente all’XI secolo, a navata unica e con abside semicircolare, distrutta da un terremoto nel Sette-cento. La cappella è raggiunta percorrendo la strada scavata nella roccia, e probabilmente accoglieva i cavalieri in preghiera prima di intraprendere un viaggio, svolgere una missione o andare in battaglia. Si conquistano i gradoni con la profonda sensazione di rivivere un mondo vissuto e mai finito; si sente nell’aria il suono di preghiere e atti devozionali a Dio, mentre improvvisamente altre croci segnano la roccia a testimonianza del transito e della vocazione (antico passaggio che i Templari compivano tra la mansio e il paese) di questi. Per la porta di Marvicino (cosiddetta perché all’orizzonte è visibile il lontano golfo di Salerno) si entra finalmente in Caggiano, attraverso i caratteristici portoni che s’affacciano sull’antico decumano dove troviamo la chiesa di Santa Caterina e il palazzo Oliva.

Per archi in pietra, rampe, supportici con volte a crociera, ripide scale, fregi e lapidi, portali finemente decorati, si giunge alla chiesa di Santa Maria de’ Greci (del XII–XIII sec. con la leggendaria “pietra” del Tempio di Gerusalemme qui portata, come vuole la tradizione, dai Templari); poi il palazzo Colonna, la chiesa madre di S. Salvatore e i bastioni turriti del Castello. Alla Porta del Lago, antico varco di levante, termina questo interessante tuffo medioevale nella misteriosa e coinvolgente Caggiano dei Templari. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Val d’Orcia (SI, Toscana)… attraverso un’armonia di natura, sapori e tradizioni!

La Val d’Orcia è una terra ove esplodono i sensi; qui il tempo, che sembra essersi fermato per sempre, determina gli spazi e l’esaltazione dei sensi tramutandoli in sentimento e ammirazione; qui, in val d’Orcia ove lo sguardo volge verso una natura che ti accoglie e – trasformandosi nella tua momentanea casa – determina l’origine e la creazione della filosofia dell’ospitalità e dell’accoglienza che qui, in queste terre, alle falde dell’Amiata, ha un valore fondamentale.

Luoghi modellati dal genio delle mani dell’uomo, che sia egli artista o contadino, riescono a tramutare dai campi alle tavole, dai vitigni ai calici, vere e proprie alchimie di sapori trasformandole in autentici capolavori di benessere e stili di vita… Sì, qui, proprio qui, ove la mano del Creato sembra davvero essersi divertita a modellare paesaggi di indiscutibile bellezza. Qui, e solo attraverso questi orizzonti, sono universalmente riconosciute… le Terre di Siena!

Solo qui, in questa parte d’Italia, nella val d’Orcia, in provincia di Siena, è possibile godere – contemporaneamente – di così tanta bellezza paesaggistica da fare invidia al mondo intero. Un trekking, con tappe giornaliere, che ha attraversato, da ovest verso est, tutte le bellezze paesaggistiche, storiche e ambientali di una terra davvero benedetta dalla mano del Creato. Paesi e borghi medioevali, riconoscibili per i loro caratteristici campanili in pietra; orizzonti disegnati dalle geometrie dei filari dei cipressi (che qui sono una storia e una cultura tutta particolare!), gli intensi sapori di una cucina da soddisfare i palati più esigenti…

…E ancora gli incredibili aromi e i colori di una natura tutta da attraversare a piedi sporcandosi gli scarponcini di fango; le delizie di vitigni che generano un vino che ha conquistato tutte le tavole del mondo; la leggerezza di un olio tra i più pregiati; lasciarsi avvolgere dalle note di canti gregoriani attraverso il più assoluto silenzio di abbazie benedettine; immergere i piedi in calde acque termali conosciute e apprezzate già fin dai Romani e poi… tanto sapore di Medioevo ovunque i nostri occhi posano lo sguardo.

Che altro dire se non che questa parte di Toscana, la val d’Orcia appunto, in provincia di Siena, merita di essere conosciuta in tutte le sue molteplici “sfaccettature”. Lasciarsi guidare dall’istinto, dai colori, dai profumi, dai sapori e dai silenzi… tutte emozioni e sensazioni – queste – che solo qui, e difficilmente altrove, sono possibili davvero viverle. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

TRANSBALCANICA 5… OHRID (Macedonia del N), la “perla dei Balcani: natura, storia e cultura attraverso cento sfumature d’azzurro!

È ancora buio quando cominciamo il viaggio per entrare in Macedonia del Nord e raggiungere Ohrid sulle sponde del suo omonimo lago. Questo viaggio nel cuore dei Balcani, muovendoci in van da Priznen (in Kosovo), attraversa territori di una straordinaria bellezza paesaggistica, ambientale e naturalistica alla scoperta di territori rimasti ancora così autenticamente selvaggi e – spesso – ancora inesplorati. Solita mezz’ora fermi alla frontiera per uscire dal Kosovo ed entrare in Macedonia e finalmente, quando la strada comincia a spianare, eccolo laggiù… Ohrid, un lago dai colori del sogno! Ohrid è un lago nascosto nel cuore dei Balcani, incastrato tra Macedonia e Albania, tra i più profondi del mondo e il più antico d’Europa; esso bagna un paese (la Macedonia settentrionale) che dal 1979 è patrimonio “naturalistico e culturale” dell’UNESCO. Ohrid è, soprattutto, una meraviglia della natura, un gioiello conosciuto da pochi, e un luogo ricco di testimonianze culturali dove il viaggiatore viene, letteralmente, conquistato da una pace e da una tranquillità che forse altrove, nel resto d’Europa, riesce difficile da trovare. Sole, bellezza, arte, cultura, buon cibo, prezzi contenuti sono gli ideali ingredienti per venire a conoscere questi territori (per fortuna) ancora poco frequentati.

Il lago di Ohrid risplende di una gamma cromatica in cui si riconoscono tutte le sfumature dell’azzurro. Sul pelo dell’acqua, o nascosti tra i canneti e le torbiere lungo le sue sponde, si ammirano i gabbiani che prendono il volo, mentre i pescatori solitari si godono la quiete facendosi cullare dalle onde sulle barchette colorate in ormeggio sotto un sole accecante. Ed è proprio il sole uno dei simboli di questo Paese; si ritrova anche nella bandiera rossa con i raggi gialli che sventola nei principali centri della nazione. L’attuale vessillo è una versione riadattata della vecchia bandiera che ritraeva il sole simbolo dell’antico regno macedone di Alessandro Magno, in vigore fino al ’95, anno in cui, a seguito di uno dei tanti contenziosi con la vicina Grecia, il Paese fu costretto a modificarla (la Grecia non riconosce alla Macedonia il diritto di usare tale simbolo perché la Macedonia geografica è in parte compresa anche in territorio greco, infatti il nome ufficiale della Macedonia settentrionale è FYROM, Former Yugoslav Republic of Macedonia).

Poche curve ancora e finalmente siamo ad OHRID. Il centro storico di Ohrid è un sogno: case ottomane, stradine lastricate, chiesette ortodosse, piazzette nascoste e muretti a secco. Sembra di attraversare la storia camminando tra le viuzze della città e ammirare ogni singolo dettaglio di questa meraviglia che, dal 1979, è parte integrante della lista dei patrimoni dell’umanità Unesco. Nessuno qui si aspetterebbe un tale concentrato di storia in una destinazione così sconosciuta alla maggior parte delle persone, invece Ohrid stupisce proprio per le sue testimonianze culturali dal valore inestimabile. Se non hai visto Ohrid ti sei perso il posto più bello della Macedonia del Nord. Ohrid è sicuramente la località più suggestiva di tutto lo stato ed è una delle più belle dei Balcani. Il centro storico di Ohrid è uno dei più antichi insediamenti umani d’Europa e del Mondo. I primi resti ritrovati infatti risalgono al 6000 a.C.. Secondo un’antica leggenda, Ohrid ospitava in passato ben 365 cappelle nella sola cittadella, una per ogni giorno dell’anno., uno dei motivi per cui l’Unesco l’ha dichiarata Patrimonio Mondiale (uno dei pochi casi in cui è patrimonio sia naturale che culturale). Oltre alle acque limpide del suo lago Ohrid è famosa per la quantità di chiese bizantine: originariamente erano 365, ed è forse anche per questo motivo che essa è conosciuta come la Gerusalemme dei Balcani ma, credeteci, per chi come noi a Gerusalemme ci è stato, non ha nulla di similitudine con la città in Terra Santa. Soprannominata “la perla dei Balcani”, è immersa in un bellissimo paesaggio sulle sponde del lago più antico e profondo d’Europa, dal quale prende il nome.

Giunti al capolinea dei trasporti, ha inizio la nostra esplorazione di questa bella città. Pochi passi ed eccoci finalmente giunti all’altezza della sua vecchia cinta muraria. Entriamo attraverso la Porta Superiore, (Gorna Porta – Горна порта на тврдината) e il primo impatto che si trova e che, ovunque volga lo sguardo, qui si respira aria di storia. Essa presenta un ampio e solido ingresso ad arco, secondo l’architettura del castello medievale, mentre su entrambi i lati della porta si possono vedere le mura della città che si estendono verso il castello. Varcando la porta, si può scorgere l’antico teatro sulla sinistra; proseguendo invece sul lato destro della strada, questa conduce al castello. La porta è uno dei punti di ingresso più importanti delle mura storiche della città; questa porta, che faceva parte del sistema di difesa che proteggeva Ohrid nel Medioevo, è stata costruita in pietra e mattoni e ha subito, nel corso del tempo, ripetuti interventi di restauro. Nell’antichità la città si chiamava Lychnidos. ed era uno tra i più antichi insediamenti urbani in Europa. Dalla porta prendiamo leggermente verso sinistra e in breve discesa lungo Via Ilindenska raggiungiamo l’arena, antico Teatro ellenistico (Антички македонски театар од Охрид), costruito intorno al 200 a.C. in pieno periodo ellenistico. Esso fu utilizzato anche dai Romani per far svolgere combattimenti fra gladiatori e per giustiziare i cristiani. Rientrati nuovamente alla Porta principale, volgendo a destra si risale lungo Via Kuzman Kapidan che dalla porta stessa sale direttamente verso il castello. Lungo questa prospettano le facciate di piccole abitazioni dai vivaci colori pastello, vecchi edifici ancora con balaustre in legno che si alternano a moderni edifici la cui caratteristica è l’orditura delle facciate delle finestre che sporgono secondo un preciso gioco geometrico che si rifà allo stile ottomano che qui, ad Ohrid, ha lasciato numerose impronte.

Pochi minuti ancora e siamo sotto le mura del Castello, meglio conosciuto come la Fortezza di Samuele (Самуилова Тврдина), una bellissima roccaforte medioevale, dalle mura ancora imponenti (quelle che si vedono è la struttura originaria della fortificazione) e ben tenute nella loro struttura d’insieme, oltre ad essere il punto più alto di tutta la cittadella. Dedicata allo zar Samuele, dai suoi bastioni si può godere di una bellissima – e ancor più incredibile – vista a 360 gradi su tutto il lago e i suoi dintorni. La fortezza medioevale si presenta con un’alternanza di torri merlate d’avvistamento (a sezione quadrata) lungo le mura, mentre ai lati del suo accesso principale il portale è racchiuso tra due enormi torri (sempre merlate) a sezione tonda e da una cancellata in ferro. Essa aveva l’importante scopo di proteggere e riparare la città dagli assalti provenienti dalla terra ferma. Dal castello ha inizio la traccia di un bel sentiero che – attraversando una copiosa pineta – offre una immersione totale attraverso un’atmosfera fiabesca. Un panorama unico e meraviglioso viene offerto dalla elevata posizione strategica in collina; e qui la visione di insieme sembra di essere in paradiso. Senza mai lasciare la traccia principale del sentiero Kaneo Plaosnik Pateka, che attraversa tutta la pineta, e conduce in direzione del lago (appena visibile dalle folte chiome) fino allo spuntone roccioso del Punto panoramico Kaneo Viewpoint (Канео видиковац), sicuramente il luogo fotografico più famoso dell’intero paese, non solo di Ohrid. Situato a pochi passi dal centro della città, Kaneo Viewpoint, Kaneo Kilálópont, è una terrazza panoramica sopra la chiesa ortodossa di San Giovanni a Kaneo ed offre un panorama è mozzafiato. Una esperienza fantastica da vivere in un luogo davvero eccezionale; la maggior parte delle foto che promuovono la Macedonia nel mondo sono scattate da qui!

Finalmente siamo alla Chiesa di San Giovanni Teologo (Църква Свети Јован Богослов), piccola chiesa Bizantina tra le più famose della Macedonia, sita sopra la scogliera e dedicata a San Giovanni Teologo. Oltre alla bellezza della chiesa da qui è possibile godere lo splendido panorama del lago, specchio d’acqua che possiamo definire come il “mare” dei Macedoni. La vista da lassù, a qualunque ora del giorno, è un qualcosa che lascia – letteralmente – senza fiato. Dedicata a San Giovanni Bogoslov e San Caneo, si presenta come una sottile combinazione di elementi bizantini e armeni che esaltano la notevole bellezza architettonica della chiesa. Questa chiesa bizantina fu costruita nel XIII secolo in forma rettangolare. Edificio religioso dedicato a Giovanni di Patmo, autore dell’Apocalisse, spesso identificato con l’apostolo, la sua costruzione non è nota, ma si ipotizza che sia antecedente al 1447; gli archeologi ritengono che la chiesa sia stata edificata prima dell’avvento dell’Impero Ottomano, probabilmente nel XIII secolo. Poco alla volta, scendendo per rampe e gradoni, si raggiunge Ohrid Boardwalk (Крајбрежно шеталиште Охрид). Il lago di Ohrid, situato tra Macedonia e Albania, è uno dei più profondi del mondo e il più antico in Europa. Sulle sue sponde affacciano diversi centri abitati; camminando lungo le sponde del lago possono avvistarsi colonie di cigni e papere. Il percorso continua alternandosi tra piccole rampe, spiagge acciottolate, gradoni in roccia calcarea e passerelle. Sfiorando la superficie dell’acqua lungo la costa di Ohrid, la passerella sfiora uno splendido affioramento di spiagge rocciose. Le acque fresche sono sempre trasparenti e invitanti, mentre il paesaggio sul mare offre splendide vedute panoramiche. Compaiono i primi edifici della città bassa di Ohrid e serpeggiare tra le ombre di un intricato labirinto di vicoli e strettoie esalta la nostra curiosità di esploratori venendo affascinati da queste antiche stradine.

Siamo così finalmente giunti alla porta “bassa” delle mura cittadine, la Lower Gate of the City Wall (Долна порта). La Porta Inferiore fa parte delle fortificazioni medievali di Ohrid, e risalgono al IV secolo. Queste mura sopravvissero fino all’invasione ottomana del 1395, dopo questa data la città si espanse oltre questi confini. Questa porta non è del tutto intatta a tutt’oggi; lungo la struttura muraria sopravvive solo una delle sue torri originali. A differenza della Porta Superiore, che è ben mantenuta con porte pesanti e funziona ancora come ingresso alla città, la Porta Inferiore si fonde più perfettamente – nascondendosi fino a scomparire – nel paesaggio urbano. Una caratteristica interessante della Porta Inferiore è la grata che s’apre ai suoi piedi; essa copre l’originale camminamento fatto di grandi pietre scolpite e levigate. Questa superficie determina l’ingresso nella parte storica di Ohrid. Sbuchiamo finalmente alla bianca luce nel candore del calcare che si riflette sui basoli squadrati della vivace Promenade – Quay Ohrid (Шеталиште – Кеј Охрид), una zona molto popolare. Camminando attraverso negozietti e botteghe lo sguardo viene distolto dalla numerosa moltitudine di gente che vaga da un punto all’altro della strada; si osserva, praticamente, il mondo che passa. Il centro storico di Ohrid è ben conservato, mentre le fortezze medievali, le numerose chiese, monasteri e moschee, nonché il suo grande lago risalente a milioni di anni fa, attraggono sempre di più flussi di stranieri che provengono non solo dai paesi balcanici, ma anche da tutta Europa e da alcuni paesi dell’Asia Minore. Nel 1979, l’UNESCO ha aggiunto il lago di Ohrid, e un anno dopo la città di Ohrid, alla lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

Camminando ancora lungo la strada del vecchio Bazaar (Стара Чаршија), abbiamo la certezza che Ohrid sia un magnifico melting-pot interculturale e multietnico; e lo possiamo riscontrare, ascoltando e sentire l’intreccio di particolari dialetti e lingue più o meno conosciute, camminando attraverso le sue vie. Qui è possibile sentire gli echi della Grecia, dell’antica Roma e del Medio Orientale, tutte popolazioni storicamente “vissute” in questa terra. Qui ad Ohrid è piacevole passeggere lungo le tipiche stradine lastricate che serpeggiano nel suo centro, oltre a poter ammirare edifici in puro stile ottomano che si alternano (e, spesso, inglobano) alle innumerevoli chiesette ortodosse. Oltre ad essere un luogo da visitare assolutamente, Ohrid è ricca di negozi ed ha un mercato che riporta indietro nel tempo con i suoi colori ed i suoi incredibili (e speziati) sapori. Il bazar risale al periodo ottomano ed è particolarmente vivace soprattutto la sera. Lungo la via del bazar si trovano negozi che vendono gioielli realizzati con perle di Ohrid, oltre agli accoglienti caffè. Quel bianco minareto laggiù in fondo determina il luogo ove giace la Moschea di Ali Pasha (Џамија Али-Паша), costruita nel 1573 da Solimano Pasha e restaurata nel 1823 da Maraşlı Ali Pasha, Gran Visir di Belgrado. Il minareto della moschea, registrato presso la Fondazione della Moschea del Visir Ali Pasha, fu distrutto durante un bombardamento durante le guerre balcaniche del 1912. Al suo interno (ove è possibile entrare senza calzature ai piedi) s’apre la grande sala principale a cupola singola e il nartece a tre cupole, abbellita con enormi tappeti d’azzurro; in alto giganteggiano splendidi lampadari, mentre dal pulpito una sorta di stola raffigura la Mecca (il principale luogo di culto dei musulmani nel mondo), elemento figurativo mai visto nelle moschee da noi visitate! Il bianco minareto, alto 32 metri è stato ricostruito, decorato con ornamenti intagliati a mano, mentre l’atrio d’ingresso è stato finemente decorato con le tipiche geometrie della tradizione islamica; all’esterno sono stati completati una fontana in marmo e il giardino.

Il nostro cammino alla scoperta e conoscenza do Ohrid, termina presso la gigantesca chioma del secolare platano di Chinar Tree (Чинарот). Qui nel dicembre 2012 la neve fece crollare il “vecchio platano” di Ohrid, simbolo vivo e secolare della storia della città e forse l’albero più antico dell’intera Macedonia: il “chinar” era molto più che parte del paesaggio cittadino, un vero compagno di viaggio, salutato e celebrato da visitatori venuti da lontano. Un ramo di grandi dimensioni, quasi la metà del “chinar”, già gravemente compromesso a causa dell’età, si spezzò sotto la neve; oggi rimane in piedi solo una piccola parte della pianta, una volta enorme (quasi 20 metri di altezza e 18 di diametro del tronco). Il nome dell’albero è di origine ottomana: chinar (in iraniano, chenar) è il nome turco del platano orientale, specie che si estende ad est dei Balcani verso l’Asia. Le stime sulla sua età variano in modo significativo. La gente del posto sostiene però che sia molto più antico, quasi di 1100 anni. La leggenda vuole che a piantare l’albero sia stato San Clemente di Ohrid, uno studente di San Cirillo e Metodio; mentre negli ultimi anni dell’Impero ottomano, l’albero ospitava una “kafana” una sorta di tavolo. Ohrid vale davvero il lungo viaggio per raggiungerla e consigliamo vivamente di andarla a visitare; qui il Medioevo riuscirà a prendervi per mano e a guidarvi per le numerose bellezze naturalistiche, storiche, architettoniche, religiose e culturali attraverso un viaggio nel tempo proprio nel cuore di un crocevia talmente così importante che ha lasciato il segno ovunque. Per noi la Trasnbalcanica termina domani col viaggio di rientro in Albania e l’aereo per il rientro in Italia ma, se siete già li, oppure state pensando di raggiungere questo luogo che sembra uscito da una fiaba, allora mettetevi comodi e godetevi la straordinarietà della bellezza del posto e, mi raccomando… non pensate ad altro! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)  

TRANSBALCANICA 4… PRIZREN (Kosovo, in serbo Призрен): un arazzo vivente tra storia e fascino

Secondo la Costituzione della Serbia il Kosovo è una provincia della Serbia (e non v’è ad oggi la volontà politica, a Belgrado, di riconoscere pienamente l’indipendenza del Kosovo). Ad oggi sono poco meno della metà i paesi del mondo che hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, e non va dimenticata la presenza di varie organizzazioni internazionali con le loro rispettive missioni: le Nazioni Unite (Unmik), l’Ue (Eulex) e la Nato (K-For), assieme ad altre organizzazioni non governative. Il Kosovo rimane impantanato in un limbo diplomatico di cui solo in parte è responsabile. E per qualcuno non è che una pedina da muovere sullo scacchiere della geopolitica mondiale in una partita a tutto campo ancora tutta da giocare. A pagarne le conseguenze sono soprattutto i cittadini kosovari rinchiusi senza scampo in un angolo remoto dei Balcani da cui non riescono e non possono uscire.

Queste sono le considerazioni emerse durante il breve viaggio che, in circa un’ora d’autobus, porta da Prishstina e conduce a PRIZREN. Arrivando alla stazione degli autobus, il centro della città è facilmente raggiungibile a piedi in circa 20 minuti. Il primo impatto alla città (già vecchia capitale kosovara) lo volgiamo in direzione del quartiere Shadervan; pochi minuti di cammino e costeggiamo le sponde del fiume Lumbardhi (conosciuto anche come Bistrica). Osservando la skyline del posto, s’intuisce la sovrapposizione e l’alternanza di campanili, minareti, mercati che inducono ad accelerare il passo per non sprecare neanche un minuto di questo meraviglioso intreccio di lingue e culture così diverse; l’eccitazione sale e fa subito venir voglia di buttarsi immediatamente in quel dedalo di viuzze del centro storico pieno di cupole, ponti, caffè e case di matrice turca.

Prizren è una città del Kosovo molto intrigante da visitare camminando zaino in spalla: viene definita come un piccolo gioiello, pulita, curata nei particolari, accogliente e molto attenta ai viaggiatori. La cosiddetta città delle tre lingue (le lingue ufficiali qui sono albanese, serbo/bosniaco e turco) facilmente distinguibile nelle indicazioni stradali, conserva anche qualche edificio ortodosso, nonostante attualmente la popolazione sia a maggioranza albanese/musulmana. La regola che ci siamo imposti per esplorare le bellezze di questa città, è quella di immergerci lentamente nel cuore della Old Town of Prizren; vagabondando tra antichi bazar e tradizionali cafè, muovendoci a passo lento, fermandoci e godendo ogni singolo momento, cercando di essere attenti osservatori ai molteplici particolari che il popolo kosovaro riesce ad offrire.

La scelta da dove cominciare la nostra esplorazione è davvero imbarazzante viste le molteplici peculiarità presenti tra edifici pubblici e religiosi, piazze, fontane, cappelle isolate e fortezze arroccate. Raggiungiamo il pittoresco ponte di Ura E Gurit, un antico ponte in pietra a “schiena d’asino” che scavalca il fiume Lumbardh/Bistrica. Esso divide la città in due parti ben distinte: la vecchia città tra il fiume e la montagna, e la nuova città oltre il fiume e la pianura. Situato proprio nel centro della città vecchia, esso fu costruito da Ali Beu nel XVI secolo in stile orientale ed aveva una forma sferica ma, distrutto a causa delle ripetute inondazioni, fu ricostruito nel 1982 subendo importanti e significative modifiche architettoniche.

Per raggiungere il centro storico, bisogna attraversare questo ponte in pietra che divide in due la città. Sebbene non si conosca con esattezza la sua costruzione, sulla base del materiale (pietre di qualità lavorate e legate insieme con calcare), dello stile, della tecnica di costruzione, gli storici presumono che il ponte risalga alla fine del XV secolo o all’inizio del XVI secolo e testimonia l’abilità tecnica e architettonica d’epoca ottomana. Questo è un ponte ricostruito dove un tempo sorgeva un ponte molto più antico, ma oggi è perfettamente incantevole e molto pittoresco, così ben incastrato nella suggestiva cornice paesaggistica che ha reso celebre Prizren.

Una volta superato il ponte esso conduce nella vivace piazza principale di Prizren, la bella Piazza Shatravan, un ampio spiazzo che ci invita ad entrare nel mondo dell’epoca ottomana. Essa è il cuore pulsante del centro storico di Prizren; la piazza è circondata dalle facciate delle tradizionali case in stile ottomano e dalle strette vie acciottolate tipiche di Prizren. Proprio al centro di essa si trova una piccola e antica fontana divenuta, nel tempo, monumento culturale protetto dall’Unesco; una curiosa leggenda dice che chi beve l’acqua della fontana tornerà sicuramente a Prizren. Per quanto gli eventi della vita li abbiano messi a dura prova, i kosovari possiedono un decoro umano che lascia senza parole. La fatica, il dolore, la sofferenza hanno temprato il loro sangue e rinforzato la loro indole, portandoli a guardare in avanti, senza però mai dimenticare il passato.

Puntiamo a raggiungere il punto più lontano già ben visibile dalla piazza, la fortezza in cima alla montagna: KALAJA. Per raggiungerla, la salita è molto ripida, ma una volta raggiunta offre un incredibile punto panoramico su Prizren e sulle sue zone circostanti. La sua costruzione risale al XI secolo ed ancora oggi è possibile camminare lungo le sue incredibili mura che si estendono per oltre 1 km e poter ammirare le rovine di torri e bastioni. Fu costruita su una collina sopra la città, sotto la quale Prizren si sviluppò gradualmente in una grande città. La fortezza di Prizren è un posto straordinario! È un castello storico, una delle attrazioni più famose della città e offre viste mozzafiato oltre che sulla città, sull’intera regione circostante. Essa ha una lunga storia ed è un importante sito culturale.

Rientrati in città, attraversiamo i giardini che cingono la possente MOSQUE di SINAN PASHA, la principale moschea di Prizren, il punto di riferimento e di orientamento per tutti gli abitanti. Essa si presenta molto suggestiva e imponente; una fontana sul retro permette ai fedeli di potersi pulire i piedi prima e dopo l’ingresso. Ben posizionata, si affaccia sulla città e crea uno sfondo mozzafiato se vista dal vecchio ponte di pietra sottostante; la sua presenza aggiunge un tocco suggestivo allo skyline essendo il punto di riferimento della zona. Moschea ottomana costruita nel 1615 nel centro della città, si appoggia fra le case ottomane del centro storico e a pochi passi dal fiume; una delle attrazioni principali da non mancare qui a Prizren, in una zona affollata a pochi passi da Sabeel, un’acqua fredda pubblica. Il suo atrio d’ingresso si raggiunge superando alti scaloni.

Sulla sponda opposta al centro storico cittadino compare l’edificio che ospita i bagni turchi, costruito nel XVI secolo da Gazi Mehmet Pasha, governatore della provincia Ottomana di Scutari e pronipote di Dukaginzade Ah-med Pasha, Gran Visir dell’Impero Ottomano. L’hammam fa parte dell’insieme architettonico fondato da Gazi Mehmet Pasha, che comprende la moschea Bayraklia, la scuola secondaria (madrasa), la scuola elementare (mejtep), la biblioteca e il mausoleo. La particolarità di questo edificio, nonostante il passare di molti secoli, è che risulta ancora ben conservato e vanta meravigliosi tetti a cupola, piastrelle decorate e intricate opere in pietra. Oggigiorno, l’edificio ottomano è stato riconvertito in centro culturale per saperne di più sulla sua storia secolare e le caratteristiche di questa regione kosovara.

Oggi molti kosovari hanno anche il passaporto dell’Albania (terra alla quale sono attaccati da stretti vincoli parentali e di sangue) o della Macedonia che consente loro da tempo di spostarsi liberamente in Europa. Cinque paesi membri, tra cui Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia e Spagna per “proprie” ragioni interne non hanno mai riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. Così il Kosovo continua a restare confinato in un ghetto, sprofondato in un buco nero, l’unico fra i paesi della regione a non godere di una libertà concessa a tutti gli altri cittadini della ex Jugoslavia già dal 2010. Il Kosovo non è una terra di nessuno ma uno stato sovrano che ambisce ad essere europea, così come espresso (e disegnato) nella sua bandiera: le sei stelle su sfondo azzurro, rappresentano le sei diverse etnie che compongono la nazione, una terra che cerca – da tempo – di entrare a far parte dell’Europa… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

TRANSBALCANICA 3: l’ingresso in KOSOVO e arrivo a Prishstina… una “Terra di NESSUNO” nella terra di nessuno!

Un lungo viaggio copre la distanza tra Kotor (in Montenegro) fino a raggiungere Prishtina (o Pristina) l’attuale capitale dell’autoprolamatasi Repubblica del KOSOVO. Un ripetuto succedersi di scorci panoramici che offrono alcune tra le ambientazioni e i paesaggi più caratteristici dei Balcani fanno da cortina scenografica a questo spostamento. Dopo aver superato territori immensi che si perdono a vista d’occhio, profondi e interminabili canyon che s’aprono tra aspre e selvagge montagne ricoperte da copiose foreste, l’argenteo delle acque di incontaminati fiumi che scorrono fino a perdersi oltre l’orizzonte, rendono questo spostamento più gradevole.

Lande desolate ove s’aprono radure erbose che si alternano a leggeri altipiani si succedono a piccoli villaggi isolati e gruppi di case sparse che si perdono nella boscaglia. Sospesi tra gli 800 e i 1000 metri di altitudine in una valle solcata dal fiume Ibar, si varca la prima dogana (in uscita dal Montenegro) superando la frontiera e attraversando il Border post Spiljani (Гранични прелаз Шпиљани/Мехов Крш) entrando – per pochi chilometri – in una sorta di enclave di confine in Serbia (Srbija). La strada scorre lungo la sx orografica di un frastagliato lago Gazivoda  Liqeni i Ujmanit (un bacino artificiale molto simile per ambientazione paesaggistica al lago del Pertusillo giù in Basilicata); da qui, un successivo posto di controllo di doganieri serbi dagli sguardi “sospettosi” che dopo aver controllato i nostri passaporti, consentono di attraversare la borderline ed entrare così in Kosovo.

Questa parte di KOSOVO che confina con la Serbia, sembra essere un territorio sconosciuto a molti, estremamente remoto e isolato da tutto e da tutti. Bisogna davvero possedere l’indole del viaggiatore curioso per compiere un viaggio del genere e conoscere (quel che oggi ne rimane) del Kosovo. Eppure questo territorio, grosso più o meno quanto l’Abruzzo, è lo stato più giovane del vecchio continente; autoproclamatosi indipendente dalla Serbia il 17 febbraio 2008 oggi esso è riconosciuto come stato indipendente da 113 paesi, inclusi 22 membri dell’Unione Europea, gli Stati Uniti, il Giappone, l’Australia e il Canada. Tuttavia, alcuni paesi non riconoscono l’indipendenza del Kosovo, tra cui la Serbia, la Russia e la Spagna.

Qui sono ancora pochissimi i backpackers che inseriscono in un proprio viaggio il Kosovo; noi, lo abbiamo fortemente desiderato e voluto inserire nel nostro progetto di “TransBalcanica”. Qui i ricordi (le tracce e le testimonianze) della guerra sono ancora forti e oggi del Kosovo – praticamente – non si conosce quasi nulla. Il viaggio per raggiungere Pristina è ancora lungo ma si ha ancora tempo di poter andare alla scoperta, puntando lo sguardo oltre il finestrino, di questa terra rimasta ancora così grezza, aspra, martoriata e selvaggia al tempo stesso, prima che in molti se ne accorgano. Da lontano compaiono gli enormi edifici, molti ancora in costruzione testimoniati dalle gru, della capitale kosovara PRISHSTINA, in serbo Приштина, Priština.

Raggiungiamo la città nel pomeriggio (il viaggio è stato davvero lungo) e, nonostante la stanchezza, il desiderio di poter conoscere, scoprire e visitare le sue peculiarità più caratteristiche, dopo una breve rinfrescata in hostel, rinvigorisce il nostro desiderio di continuare a camminare. In giro numerosi sono gli edifici nuovi, ma che nascondono alla vista ciò che resta degli anni appena trascorsi contrassegnati dalle violenze di una guerra che qui – proprio mentre camminiamo – ha lasciato ancora numerosi strascichi e questioni (civili, sociali, etniche e religiose) in sospeso. Tralasciando la parte storica che riguarda il recente passato degli ultimi 35 anni, dedichiamo il nostro interesse e il nostro tempo a ciò che i nostri occhi, ora, scrutano.

Pristina è rimasta fortemente influenzata, come tutta l’area del Kosovo, dalla cultura albanese al punto tale che negli anni ‘80 – quando la ex Jugoslavia cominciò l’opera di “serbizzazione” annullando/ignorando le molteplici minoranze etniche che formavano la variegata popolazione di tutta l’area dei Balcani – fu una delle prime città a ribellarsi. Gravemente danneggiata dalla feroce guerra civile, sul finire del XX secolo, dal 1999 cominciò una lenta e progressiva ricostruzione che però avanza ancora oggi in maniera intermittente. La città ha una maggioranza di popolazione che si distribuisce tra le varie etnie come quella (la principale) albanese, mentre le più piccole sono le comunità di serbi, di bosniaci e di rom.

Il van ci lascia all’altezza del Parlamenti Studentor i Universitetit të Prishtinës, tra la Cattedrale e la Biblioteca. Ma subito il nostro sguardo viene catturato dalla curiosa facciata della Biblioteca Nazionale del Kombëtare e Kosovës “Pjetër Bogdani”. Progettato negli anni ’80 dall’architetto croato Andrija Mutnjakovic, emblema dell’architettura socialista jugoslava, la struttura è formata da enormi cubi di cemento e vetro, ricoperti da cancellate artistiche (una sorta di gigantesca rete metallica) che formano geometrie simili a un ricamo che ricopre l’intero edificio, oltre alle sue 99 cupole di vetro tutte diverse per forma e ampiezza. Varcata la soglia si ammirano collezioni di libri che narrano la cultura e la millenaria storia del paese, oltre a sale di lettura, sale per assemblee e depositi che contengono documenti come quelli della NATO. 

Fuori fa molto caldo ed il vento che sferza sulla spianata non favorisce la tanto desiderata frescura. Senza un attimo di esitazione subito il nostro sguardo punta gli occhi al margine di questo immenso catino di prato verde – a meno di 100 metri dalla Biblioteca – verso un edificio dalle vaghe linee stilistico-architettoniche che si rifanno a un luogo di culto, compare la mai finita (incompleta) chiesa di confessione serbo/ortodossa dedicata a Cristo il Salvatore (che nei piani di Milosevic sarebbe dovuta diventare l’edificio religioso più grande del Paese). Secondo i piani del dittatore serbo Milošević, questa sarebbe dovuta diventare la chiesa più grande di tutto il paese, ma a causa dello scoppio della guerra la sua costruzione non è mai stata portata a termine.

Spostandosi verso il centro si raggiunge il viale Xhorxk Bush (George Bush) e prendendo in lieve discesa verso ovest lungo un successivo viale chiamato “curiosamente” Garibaldi, si giunge in vista del singolare monumento artistico del “neonato”: il NewBorn, innalzato il 17 febbraio 2008 (giorno della dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo dalla Serbia). Proprio di fronte ad esso campeggia il Monumento Heroinat (in albanese: Memoriali Heroinat), un’imponente statua che ricorda il volto di una donna composto da ventimila spille in metallo, eretta in memoria delle circa 20.000 donne che hanno subito violenza sessuale durante la guerra del Kosovo del 1998/1999. Eretto il 12 giugno 2015, il disegno simboleggia sia la sofferenza individuale che la resilienza collettiva.

Il Kosovo resta, comunque, un paese ancora giovane, anzi giovanissimo (l’età media è di 25 anni), con una storia importante alle spalle e un futuro spesso incerto. Ma com’è Pristina, oggi, quasi venti anni dopo la fine di una guerra, e della precedente pulizia etnica voluta dall’allora presidente serbo Slobodan Milošević contro la popolazione locale albanese, che ancora aspetta giustizia e rispetto? Oggi dei serbi, in città, sono rimasti in pochi. Al termine del conflitto, molti di loro hanno deciso di abbandonare le proprie abitazioni e sono ritornati in Serbia, impauriti soprattutto dalle azioni di vendetta perpetrare della controparte albanese e – cosa ancor più cruenta nelle guerre di matrice etnica – contro i presunti crimini commessi dall’organizzazione “UCK”, l’esercito di liberazione del Kosovo, ai danni dei civili serbi.

Non c’è da preoccuparsi se malauguratamente ci si perde tra gli enormi grattacieli in costruzione, i lunghi viali alberati e quel dedalo di viuzze nascoste dalle nuove skyline che nascondono la città vecchia di Pristina, perché qui, se capita di chiedere un’informazione ai passanti (soprattutto giovani) per strada, c’è sempre qualcuno disposto ad accompagnarvi di persona fino alla destinazione desiderata. Si incontrano molti giovani per la città e – parlando un po’ con loro (capiscono benino la lingua italiana) – hanno tutti, indistintamente lo stesso sogno nel cassetto: quello di poter viaggiare liberamente, passaporto alla mano, come i loro coetanei europei. Ma purtroppo oggi il Kosovo è l’unico paese dei Balcani i cui cittadini debbono necessariamente possedere un visto per potersi spostare nell’Unione Europea.

Il nostro vagabondare continua ora spostandoci nuovamente verso il centro fino a raggiungere l’imbocco del “cuore pulsante” della capitale kosovara: il Bulevardi Madre (Nënë) Tereza, un ampio e lunghissimo viale pedonale attorno al quale si diramano un interminabile dedalo di viuzze dove cui – nel corso del tempo – sono spuntati come funghi ristoranti, pub e caffè alla moda. Il viale è corredato dalle bandiere kosovare che si alternano a quelle degli Stati Uniti. Ciò spiega l’enorme attaccamento, quasi una filiazione, che lega il popolo kosovaro agli USA. Qui, è dal 1995 che grazie al presidente Bill Clinton (di cui c’è una statua) che a Daytona s’impegnò in prima persona a formulare i termini per un accordo di pace tra serbi e kosovari, è tutto un ossequioso e perpetuo ringraziamento verso l’amministrazione americana per quei risultati raggiunti e sanciti nella cittadina statunitense.  

Comincia a far tardi ed il sole, lentamente, si avvia a calare sull’orizzonte. Ma prima di gettarci tra le braccia di Morfeo, non ci resta altro che far visita ad un altro importante monumento che caratterizza questa capitale: la Concattedrale (Katedralja Nënë Tereza), un edificio modernissimo (77 metri di lunghezza per 42 di larghezza), costruito negli anni 2000. Questa è la chiesa più grande del Kosovo ed è l’edificio più grande della città, dedicata a una santa cattolica: Madre Teresa di Calcutta, nata in Albania nel 1910 dal nome Anjezë Gonxhe Bojaxhiu. Basti solo pensare che la presenza dei cattolici qui in Kosovo sfiora appena il 2% della popolazione; è comprensibile quindi capire perché la costruzione di questa chiesa così grande non è stata ben accolta dalla restante popolazione.

Prishtina a tutt’oggi, e a distanza di anni dalla fine di quei tragici eventi bellici, resta una zona off-limits e sotto stretta sorveglianza per la presenza delle forze della KFOR in seno alla NATO; esse testimoniano questa particolare realtà che si pone in bilico tra un’apparente normalità vissuta dalla popolazione e l’incertezza, da parte delle amministrazioni governative kosovare, per un ritorno dei violenti scontri fra etnie che potrebbero paventarsi in un futuro a tutt’oggi ancora così incerto. I rapporti tra Belgrado e Pristina comunque rimangono ancora tesi e molte questioni sono ancora prive di soluzioni. Nonostante la pace, le tensioni tra le comunità serba e quella albanese sono ancora presenti, e la questione dello status del Kosovo rimane, purtroppo, una “ferita” ancora aperta.

Nonostante un negoziato per la normalizzazione dei rapporti tra i due paesi sia in corso dal 2013 le posizioni di Belgrado e Pristina restano ancora lontane e la Serbia non ha mai riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, proclamata unilateralmente nel 2008. Allo stesso modo Russia e Cina continuano a non riconoscere il governo di Pristina e in più di un’occasione, recentemente, sono tornate a condannare l’intervento della NATO in Serbia: nel 1999 l’alleanza militare occidentale lanciò una campagna di bombardamenti nella Jugoslavia di Slobodan Milosevic nel tentativo di fermare l’assalto delle truppe di Belgrado contro i kosovari di etnia albanese che combattevano per la propria autonomia. Fatte queste riflessioni concludiamo il nostro girovagare per il centro di Pristina poichè il sole è già tramontano oltre l’orizzonte delle lontane montagne: domani, fortunatamente, il viaggio di spostamento sarà più breve… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Valle della CACCIA (monti Picentini, Senerchia, AV)… che fu già “Riserva Borbonica”

In questi giorni di alte temperature determinate dai “capricci di anticicloni” che non vogliono sapere di lasciare questa parte di Mediterraneo, siamo un pò tutti alla ricerca di refrigerio, di poter sentire sfiorare la nostra pelle dalla frescura generata dall’ombra oppure dalla freschezza dell’acqua. Noi vi proponiamo di seguirci in questa breve ma intensa (non difficile) escursione ove potrete godere di tutto ciò che abbiamo sopra appena descritto: ombra, frescura, acqua e refrigerio, dove…? Nell’OASI WWF della Valle della CACCIA, nei territori del Parco dei monti Picentini, a Senerchia, in provincia di Avellino; andate a visitarla, poi… ci racconterete!

Siamo ai margini orientali dei monti Picentini, in una platea naturalistica che rientra con un profondo solco vallivo distribuito tra i comuni di Oliveto Citra e Senerchia, laddove i versanti di copiose giogaie, come quelle del Polveracchio, della Picciola e di Piano Montenero prospettano sul medio corso occidentale della valle del fiume Sele, in uno scenario paesaggistico davvero unico per bellezza, stupore e meraviglia, attraverso i suoi angoli più nascosti s’apre questo tesoro naturalistico, fatto di scorci ambientali che esaltano una natura – fatta di boschi, di rocce a picco e di acque con decine di salti e cascatelle – di inaudita bellezza difficilmente riscontrabile altrove in ambiente picentino. Laddove gli elementi principali come l’acqua e la roccia calcarea sono – da sempre – i protagonisti assoluti dell’evoluzione naturalistica e geologica di questa valle poco conosciuta, frequentata spesso da scolaresche (è un’Oasi gestita dal WWF) per visite didattiche, posta ai margini e lontano dalle rotte escursionistiche più famose: la Valle della Caccia.

Nascosta in un angolo dell’alta Valle del fiume Sele, tra le province di Salerno e Avellino, sulla sua destra orografica, questa valle presenta scenari paesaggistici e ambientali davvero unici; quasi come se fosse un laboratorio della natura a cielo aperto ove tutte le specie della flora e della fauna diventano i protagonisti assoluti di una scena che si ripete dalla notte dei tempi. Qui si riscontrano tutte le sfumature monocromatiche del verde, dal più intenso e cupo dei boschi allo smeraldino delle acque dei ruscelli. Qui i profumi si intrecciano seguendo il ciclo e l’alternarsi delle stagioni; e mentre l’olfatto corre alla ricerca di quelli più intensi (tra specie arboree, fiori e macchia), l’occhio riesce a cogliere la presenza di animali che, in altri luoghi, difficilmente si fanno scorgere (anfibi, faine, rettili, volpi e volatili su tutti), mentre rara è la presenza della lontra e della lepre.

L’apoteosi dei sensi raggiunge il culmine ascoltando i ritmi scanditi dal rigoglio delle acque delle decine di rivoli e cascatelle che s’aprono la strada tra salti di rocce e strapiombi muschiati. Questa valle apparteneva ai signori Marchesi di Senerchia, territorio privilegiato per la caccia alla selvaggina che qui era abbondante; nel pe-riodo del brigantaggio, invece, questi territori, ben lontani e nascosti dalle più importanti vie di comunicazione, davano sicuro rifugio alle numerose bande che operavano tra questi monti e la vicina Lucania. Ponti, passerelle, passamani, tutti in legno, sono stati realizzati dal WWF che di quest’Oasi ne ha fatto un fiore all’occhiello per la protezione e per la salvaguardia.

Due sono gli elementi presenti in natura che si evidenziano su tutto all’interno di quest’area protetta: l’acqua, in tutte le sue più svariate forme tra fonti, sorgenti, ruscelli e cascate e il particolare manto vegetazionale; mentre il silenzio, elemento di riflessione e raccoglimento, regna sovrano e copre in un alone di mistero ogni cosa viva o apparentemente inerme. Camminare all’interno di quest’Oasi è come immergersi in un particolare tempio della natura, al cospetto – forse – del dio Giano. I sentieri s’inerpicano sempre più in alto e si restringono a tal punto che la vegetazione lungo i bordi sembra quasi creare una cortina impenetrabile; rocce a strapiombo che sfidano ogni regola di gravità incombono in alto sulle nostre teste e spesso racchiudono la volta celeste lasciando filtrare qualche lembo di cielo. Seguendo il naturale acclivio orografico all’interno della valle, il percorso compie la sua logica conclusione presso la cascata.

Volgendo lo sguardo in alto il pino nero estende le sue ramificazioni su ogni cosa, tra rocce a picco e pendii mozzafiato, mentre angoli spesso nascosti preservano decine di specie floreali tra cui le orchidee e l’erica che fanno da platea arborea alle più folte boscaglie di acero. Poco più su a destra compare la “grotta del muschio“, continuo richiamo per le esplorazioni speleologiche. L’impetuoso fragore della grande cascata che – determinando il naturale culmine della vallata – spumeggia tra le rocce, scorre a strapiombo scaraventando la sua portata di acque ad alimentare il torrente Acqua Bianca; un ponticello in legno che le sta di fronte permette di ammirarne tutta la sua superba e straordinaria bellezza. Per qualche istante liberiamo le nostre menti da qualsiasi ingombro e assistiamo da spettatori a questa incredibile rappresentazione di Gaia! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)