un insolito andar tra ponti e taverne… La “Via delle Taverne” sull’antica Popilia/Regio Capuam (Alburni, SA)

Per conoscere quest’antica via bisogna fare un passo a ritroso nel tempo di 2000 anni. Il suo tratto era compreso nelle 321 miglia lungo il tracciato della Via Popilia (o Regio/Capuam) che collegava Capua a Reggio Calabria. Questa via era considerata un’appendice della più importante Appia, e da questa se ne distaccava per mettere in  comunicazione i luoghi più interni della fascia tirrenica. La sua pavimentazione, in quei tratti in cui oggi ancora esiste, non è rivestita dai basoli, tipica pavimentazione delle strade dell’Impero; il suo tracciato sembra più una comune strada carraia con le normali caratteristiche del fango in inverno e della polvere in estate. Essa non si discosta molto dall’attuale asse stradale della SS 19. La sistemazione delle taverne lungo quest’arteria avvenne, per necessità, quasi subito: luoghi di sosta per i viaggiatori, di cambio per i cavalli, di stazioni per la posta; e ancora, rifugi e locande per  uomini d’affari, prelati, nobiluomini, principi e notabili che di qui transitavano e potevano ricevere riposo e ristoro.

L’attuale tracciato della SS 19 delle Calabrie può essere considerato, per una buona parte, come la sopravvivenza della via Regio/Capuam. Risalta subito agli occhi come essa modella il suo attuale percorso su quello dell’antica via, ne attraversa le stesse zone, tocca molte delle località da essa servite, e punta nella stessa direzione. Nel ‘700 il governo borbonico ebbe cura di migliorare e sistemare la viabilità nel Reame di Napoli col riassetto delle strade romane (ciò di cui ancora ne restava) e con la costruzione di nuove opere stradali, tra cui l’ardua impresa del ponte e dei tornanti nella gola di Campestrino. L’antica via, provenendo dalla fertile pianura della Campania Felix, attraversava Salernum (Salerno) e Picentia (Pontecagnano), lambiva il colle di Eburum (Eboli) valicando infine, su un tortuoso ponte, il fiume Sele che in antichità veniva considerato il confine meridionale della Campania. Si propone, con questo itinerario, di ripercorrere (da Sud verso Nord) un pezzo di quell’antica via lungo il tratto che dalla Fontana della Regina, nei pressi della stazione FS di Petina conduce, attraverso il Valico dello Scorzo, fino al Ponte sul fiume Sele. Ma soprattutto si vuole cercare di capire quali emozioni provavano i viaggiatori a quel tempo attraversando questa impervia e, al tempo stesso, straordinaria natura.

Dalla FONTANA della REGINA (231 m), sulla SS 19, inizia il nostro itinerario che viene percorso, in buona parte, su strada asfaltata. Nelle vicinanze della fontana, sul lato opposto, c’è una traccia di sentiero che in 15 minuti conduce giù al fondovalle del Tanagro (135 m); qui ci sono i resti di un ponte in pietra a quattro o cinque arcate, due delle quali ancora esistenti e ben visibili. Il ponte, oggi detto della “Difesa” (o come veniva indicato, della Petina), è una tipica opera romana rivestita ad opus quadratum, antica tecnica di pregiato valore costruttivo. Ritornati sulla SS 19 questa riprende leggermente a salire tra boschi e costoni rocciosi che si parano sulla sinistra, e tra gli alvei paludosi del Tanagro giù in basso a destra. Una cappellina (270 m) al lato destro della strada fa destare il nostro sguardo interessato verso la vallata che si apre a sinistra. In basso, a destra, si trova il Bosco dell’Incoronata mentre di fronte, sullo sperone roccioso che si erge in fondo, si ergono i ruderi dell’antico borgo di Castelluccio Casentino; posta invece tra l’immenso verde dei boschi e la ciclopica muraglia dei costoni rocciosi settentrionali dei monti Alburni, si staglia la rupe con le case del paese di Sicignano degli Alburni.

Proseguendo, dopo una prima curva a destra ed una controcurva a sinistra, si giunge al km 38 nei cui pressi, sulla sinistra, si trova la Taverna S. Giuseppe (259 m). Poco più oltre, al km 37 sulla destra si apre, invece, il grande portone in pietra ad arco della Taverna dell’Olmo (243 m). A meno di 1 km più avanti c’è un ponticello (227 m) che scavalca il torrente Galdo che vi scorre poco sotto a destra mentre a sinistra, nascosti tra le querce del Prato della Corte, vi sono alcuni ruderi (taverne forse!). Ancora 1 km e la strada presenta un incrocio (233 m): sulla destra appare il ponte dei Gualani che conduce al borgo di Castelluccio Cosentino (458 m), mentre sulla sinistra la strada porta a Galdo (349 m), una frazione di Sicignano. Dall’incrocio in poi, la strada comincia gradualmente a salire con un pendio abbastanza notevole fino a giungere nei pressi di un bivio (343 m): sulla destra, per prati coltivati e altipiani sistemati con filari di viti, si giunge alla stazione FS di Sicignano Scalo mentre, proseguendo ancora in avanti dopo 200 m si transita lungo la strada che attraversa le case del borgo di Zuppino (355 m): presenza di taverne.

Tra quelle case che si scorgono, sono facilmente riconoscibili i portali in pietra e le tipiche facciate delle antiche taverne. Proseguendo ancora in avanti, e per ripida salita, a 1,5 km si giunge al Valico dello Scorzo (o Scuorzo – 473 m), nel luogo esatto in cui erano ubicate le antiche “NARES LUCANAE” (le Narici della Lucania). Il nome viene suggerito dall’aspetto del valico, situato fra le ripide e irte pareti degli Alburni (oltre i 1700 m) a sinistra, e un’altura molto più modesta, Serra dello Scorzo o di S. Angelo (676 m), sulla destra. Questo nome evidenzia l’importanza naturale che il valico assunse fin dall’antichità nelle comunicazioni tra la Lucania e la Campania. Attraverso le Nares infatti, la chiusa ed impervia Lucania respirava e il suo orizzonte si dilatava verso la pianura e il mare. Le Nares erano il punto d’incontro di due diverse regioni e questo ancora avverte il viaggiatore che oggi giunge allo Scorzo: da un lato, verso occidente, si aprono le colline coltivate ad ulivi e vigneti di Serre che degradano verso la piana del fiume Sele, lambita dal mare, ricca di piantagioni e densamente popolata; dall’altro lato invece si estende un paesaggio dominato dalla montagna col fondovalle solcato dal fiume, in cui si riversano i torrenti che discendono dalle alture. Allo Scorzo, una delle antiche taverne è stata adattata a tipico ristorante riuscendo a conservare, così, la sua caratteristica struttura e riprendendo, in un certo senso, la sua antica funzione originaria: luogo di sosta e di ristoro. Dal valico dello Scorzo parte la strada che conduce a Sicignano degli Alburni e a Petina.

Continuando lungo la SS 19 delle Calabrie, conosciuta anche col toponimo di matrice borbonica “Via Regia delle Calabrie” ad 1,5 km dallo Scorzo, presso una curva che in leggera discesa piega a sinistra parte, distaccandosi dalla Statale (poco sotto a destra), una carraia che segue fedelmente il tracciato dell’antica Via Popilia. Dopo un ponticello, a 1 km si arriva alle case dei Vignali. Superati un altro ponte, a 200 m sulla destra, una sterrata porta (in 10 minuti) ai ruderi della Torre (348 m). Più avanti, in contrada Zancuso, si transita per la omonima masseria (359 m) e, 1 km dopo, si giunge a un trivio: Contrada Duchessa (318 m). Qui notevole è la presenza dei ruderi di una torre e dei resti di antiche taverne; c’è un tratto di basolato ben conservato sul manto stradale. Il nostro cammino prosegue sulla destra e continua a mantenersi, senza mai distaccarsi, lungo la carrareccia principale. Si attraversano così i saliscendi, i campi e le colline, ove diverse masserie sono sistemate lungo i declivi dei piani e delle contrade di Mascia, Groppa, Zonzo, Favoli e Aliterno.

Dopo un ponte (147 m) che travalica il corso di un torrente, a sinistra si trova Pagliarelle (164 m) con la presenza di un rudere sulla destra. Si risale ancora un po’, ed altri ruderi si scorgono sempre a destra (186 m), presenti nelle vicinanze della masseria Romano. La via continua ora a discendere in maniera abbastanza lineare proseguendo in direzione W fino a ricongiungersi (85 m), al km 16, nuovamente con la SS 19 delle Calabrie. Qui la presenza di pietre miliari, cippi e cappelline testimoniano l’importanza che questa strada ha avuto fin dal passato. Poco più sotto, nelle vicinanze, si giunge al tortuoso ponte (75 m) eretto dagli spagnoli lungo il fiume SELE, punto terminale di questo storico percorso. (tratto dalla guida (“ALBURNI, tra i Monti del Silenzio”, edizioni ARCI Postiglione 2001, di ©Andrea Perciato)

Mozzarella di bufala… la “BIANCA REGINA” della Tavola Campana

UNA STORIA DALLE RADICI LONTANE, PORTA CON SÉ IL RICORDO DI MANI DELICATE E INSTANCABILI DA CUI PRENDE FORMA UN’INCONFONDIBILE PASTA FILATA, FIGLIA DEL LATTE DI BUFALA E DI UNA TRADIZIONE DA NON DIMENTICARE.

Il bufalo è giunto nella nostra Penisola da regioni incredibilmente lontane, un viaggio che ha avuto origine in India orientale, per proseguire attraverso l’Asia minore, valicare le Alpi e approdare così in Pianura Padana. Già Plinio il Vecchio cita il “laudatissimum caseum” di Campo Cedicio, situato nelle aree tra Mondragone e il Volturno territorio in cui, ancora oggi, è sviluppato l’allevamento di questo bovino.

Il latte di bufala era un tempo lavorato nella “bufalara”, tipica costruzione in muratura di forma circolare, dotata di un grande camino centrale in grado di ospitare le bufale. Qui le abili mani dei mastri casari trasformavano il latte in ricotte, caciocavalli, burro, provole e mozzarelle. Intorno al VI secolo d.C. è certa la presenza del bufalo nella Piana del Fiume Sele – all’epoca ricca di paludi e acquitrini – habitat particolarmente adeguato per questo animale. L’esperienza dei mastri casari è sempre stata fondamentale nel determinare la qualità del prodotto finale. Con grande attenzione gestivano tempi e fasi di una lavorazione delicata, detta “mozzatura” per via del taglio dell’ammasso di pasta filata con le dita. Nel XIV secolo il bufalo è diffuso in tutta la Campania dove, provata la sua forza e robustezza, inizia ben presto a lavorare accanto all’uomo durante le fasi di aratura dei campi o di traino nelle zone paludose, adeguate agli zoccoli piatti e larghi di cui è dotato.

Dalla mungitura alla tavola… Nel corso del Settecento, chi era diretto verso la Magna Grecia, doveva necessariamente transitare in terra campana. Provenienti da tutta Europa, molti viaggiatori osavano spingersi oltre l’ultima tappa del Grand Tour, attraversando gli sperduti villaggi della Piana del Sele. Goethe, durante il suo viaggio in Italia, raccontò di aver incontrato le “bufale dall’aspetto di ippopotami, dagli occhi iniettati di sangue”.

Lungo le principali vie di transito si trovavano i “bufalari” che proponevano, ai turisti di allora, le migliori forme di un formaggio fresco ancora sconosciuto: gustosissimo e profumato, vantava un sapore leggermente acidulo. Oggi la lavorazione della mozzarella ha inizio con il versare il latte ottenuto dalle bufale in un calderone che raggiunge 35 gradi di temperatura; al latte viene poi unito il caglio e il tutto riposa per un’ora. La cagliata è sapientemente “spezzettata” in parti fini e lasciata lievitare, poi versata in acqua caldissima, a 80 gradi, temperatura in cui inizia a filare. Una volta eliminata l’acqua, si “mozza” la pasta filata – un tempo rigorosamente a mano – fino ad ottenere la dimensione voluta; solo successivamente le mozzarelle vengono lavate in acqua fredda e fatte riposare in salamoia. Questo formaggio fresco, a pasta molle, cruda e filata, presenta sfoglie sovrapposte dalla crosta sottilissima e gustosa. L’attuale produzione è molto varia e propone forme tonde di diverse dimensioni, ma anche bocconcini, pani e trecce. Nel 1996 la mozzarella di bufala campana ottiene il marchio D.O.P. (Denominazione di Origine Protetta, si tratta del quinto formaggio italiano a ricevere questo riconoscimento), a testimonianza delle sue qualità e della particolarità delle sue origini, legate fortemente al territorio campano. Oggi esiste un Consorzio di Tutela della mozzarella di bufala campana D.O.P. che ne regola norme di produzione e vendita. (tratto dalla guida “CAMPANIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

                                                                                              

nella “Valle dei Mulini” (costa d’Amalfi, SA)… da Atrani al Castello e la leggenda della Duchessa di Amalfi

(al monte Scalella o Castello attraverso i limoneti terrazzati lungo l’itinerario effettuato del geografo Edouard Gauttier d’Arc nel 1824)

ATRANI, ridente cittadina della costa e incassata tra inaccessibili rupi a strapiombo, è uno tra i più piccoli territori comunali della Costiera Amalfitana, racchiusa nel vallone in cui scorre il torrente Dragone e nascosta tra le irte pareti in roccia calcarea, è – da sempre – conosciuta come l’antica sede della “Università dei Duchi” fin dal tempo della Repubblica Marinara di Amalfi, ove venivano preparati ed educati i nuovi nobili delle potenti famiglie amalfitane.

Il paese è conosciuto per le sue caratteristiche abitazioni affacciate sul mare ubicate sotto gli archi su cui scorre il nastro d’asfalto della strada costiera e prospicienti alla sua piccola e silenziosa spiaggetta. Proprio qui, dalla sua piazzetta principale, il termine naturale della Valle del Dragone, parte questo interessantissimo itinerario che, penetrando verso l’interno, conduce fin sopra il promontorio montuoso della zona detta del Castello.

Superati un arco con l’orologio si transita all’interno della cittadina ove, tra silenziosi cortili e profumati giardini, si lavora ancora alla “salatura” fatta mano del pesce azzurro appena tirato su dalle reti e sistemato nelle canestre. Immediatamente fuori dell’abitato, verso il suo interno, scopriamo un susseguirsi di incantevoli scorci paesaggistici che si alternano a vedute panoramiche poco conosciute dal turista di passaggio che si contenta di conoscere il “fascino” della costiera solo dalla strada: ma è volgendo lo sguardo all’insù che sono possibili ammirare strapiombanti pareti rocciose a picco sopra le nostre teste; pinnacoli e stalagmiti di forma calcareo-erosiva; coltivazioni a terrazzo di agrumi, vigneti e frutteti; una incredibile esplosione di verde e di candidi toni cromatici riflessi sulle facciate delle case intonacate a colori pastello.

Proprio in fondo al borgo marinaro, nel suo interno, inizia una lunga serie di gradini e scale che portano a salire verso la testa del vallone, lungo la sua sinistra orografica. Fu nel luglio del 1825 che l’orientalista e geografo francese Edouard Gauttier d’Arc visitò Atrani nella sua lunga permanenza attraverso i villaggi costieri e montani aggrappati lungo i pendii in costa di Amalfi. L’illustre personaggio si soffermò in un’analisi alquanto suggestiva e dettagliata quando ebbe modo di entrare e visitare l’interno di un mulino; una fabbrica di pasta che produceva la rinomata “pasta della costa”.

Il sentiero costeggia quelli che fino ad alcuni decenni fa erano i mulini che funzionavano sfruttando la forza motrice generata dalle acque del torrente Dragone e che, macinando le gramigne provenienti, attraverso gli impervi sentieri di montagna, dalla fertile pianura dall’agro nocerino-sarnese, producevano le famose “paste alimentari” dette di Atrani, conosciute in tutto il Mediterraneo fin dall’epoca medioevale. Alcuni di questi mulini, si trovano oggi in uno stato di totale abbandono e ne sopravvivono, là dove la natura lo ha reso possibile, i ruderi che di tanto in tanto compaiono dalla fitta vegetazione. Altri mulini, invece, pur conservando la loro integra struttura, vengono oggi sfruttati dai contadini e dagli agricoltori della zona come depositi per i loro attrezzi da lavoro o, come nei casi più singolari, ricoveri per animali tipo stalle, porcili, conigliere e pollai.

Superati una Chiesa intonacata di rosso e dedita al culto della Madonna dell’Avvocata, il cammino trova a dover affrontare una serie di tornanti che tagliano l’erto pendio e permettono di guadagnare quota attraverso frutteti e limoneti. Un po’ prima di raggiungere le vicinanze della rotabile che conduce dalla Costiera a Ravello, il sentiero devia sulla sinistra scendendo verso un ponticello (oggi realizzato con rifiniture in pietra squadrata ed a forma di schiena d’asino) che permette il passaggio sul torrente Dragone nei pressi di una cascatella. Superati il ponte, si risale fra i gradoni incassati nella roccia dirigendosi verso la località detta Pontone di Scala.

In questo tratto del cammino il sentiero prosegue aprendosi con ampie vedute panoramiche sulla Valle dei mulini e su Atrani, attraversando una rigogliosa natura formata da varie infiorescenze in cui si riconoscono, oltre agli agrumeti sistemati su terrazzamenti, anche la macchia mediterranea (ginestre) ed il singolare fiore d’acanto (quello disegnato sui capitelli corinzi) bianco e profumato. Poco prima di giungere al bivio per Pontone però, si devia sulla sinistra e, per una ripida gradinata, si perviene ai ruderi di un antico maniero medioevale (presenza di un portale in pietra e resti di una muratura merlata). Attraversati la porta di settentrione della cinta muraria si prosegue e poco più avanti, si giunge presso una piccola sella circondata da una fittissima pineta (presenza di una fontanella).

Da qui si possono notare, verso Nord, i grappoli di case dell’abitato di Scala degradanti su terrazzamenti di terreno, ed in particolar modo, i ruderi (abside e mura perimetrali) di quella che era la Chiesa di S. Eustachio (XII secolo). Dopo una serie di gradinate si attraversa la pineta del promontorio di Scalella, e tra questi alberi (pini, cipressi, limoneti e orti) si aprono splendide vedute panoramiche su alcuni tra gli scorci paesaggistici più belli dell’intera costiera: il monte Avvocata che precipita verso il mare a ridosso di Capo d’Orso; lo sperone di Ravello con gli incantevoli giardini di Villa Cimbrone; il verde intenso degli agrumeti sistemati ad anfiteatro e degradanti lungo la montagna di Ravello. Giunti a ridosso di una terrazza circolare che funge da Belvedere, questa viene considerata un importantissimo punto da cui si possono ammirare contemporaneamente i panorami aerei di Atrani, ad E, e di Amalfi ad W. Poco sopra, nelle vicinanze, nascosti dalla vegetazione della fitta pineta, sono presenti i resti murari di antiche cisterne (o vasche), risalenti all’epoca del Castrum Scalellae, per la raccolta dell’acqua piovana.

Volgendo lo sguardo proprio sotto di noi, si possono ammirare i resti della Torre dello Zirro (del 1294). Circondato da un alone di mistero questo antico maniero medioevale, che con le sue mura merlate e i camminamenti posto a cavallo sullo sperone roccioso che divide gli abitati di Atrani ed Amalfi è stato, per secoli, protagonista di una leggenda legata a una tragica storia d’amore poco conosciuta. Si narra, infatti, che… “tutti gli occupanti che si sono succeduti ad abitare la Torre hanno dovuto subire le angherie del fantasma della Duchessa di Amalfi che, giovane vedova d’Aragona, si innamora del proprio maggiordomo e lo sposa segretamente; ma i fratelli della duchessa perseguono i due amanti con irrefrenabile odio tale da ucciderli coi loro figli. L’anima dannata della duchessa, non riuscendo allora a trovar pace, molestava continuamente i residenti che si sono succeduti ad abitare nella rocca causando, sistematicamente, danni alla struttura; e così, chiunque provvedeva al restauro dell’edificio (che in molti indicano la prigione della duchessa), subiva crolli e smottamenti in continuazione.”

Ritornati indietro nuovamente al bivio del percorso principale si devia verso destra, in direzione Nord, attraverso stretti vicoli ed archi fino a raggiungere le prime case dell’abitato di PONTONE proprio al centro della Piazzetta su cui prospetta la semplice facciata della Chiesa di San Giovanni sormontata dal bellissimo Campanile su più ordini chiuso da un orologio; qui una bella terrazza panoramica prospetta sul vallone delle Ferriere di Amalfi. (tratto dalla guida “CAMPANIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

EBOLI/EBURUM (SA)… da “Municipio” Romano a “Capitale” della piana!

Il territorio ebolitano, distribuito tra contrade profumate d’ulivo, posto alla confluenza di fiumi, valli, pianure e montagne veniva considerato, fin dall’antichità, un luogo di arrivo e di partenza per quelle antiche direttrici di collegamento che qui avevano il loro transito. Punto di riferimento per le espansioni romane, oltre le dolci colline si estendevano le selvagge montagne della Basilicata. E fu per questi motivi di natura geografica che, probabilmente, le vox populi dell’epoca consideravano imprudente avventurarsi oltre Eburum considerata capolinea di ogni viaggio intrapreso verso le contrade del Sud. Qui gli antichi pastori nomadi di stirpe italiota, durante il periodo delle migrazioni transumanti, giungevano dagli impervi territori della Lucania fino ad affacciarsi presso l’estesa pianura solcata dalle acque del fiume Sele, le cui paludi erano infestate dalla malaria.

Posta alla base di verdeggianti alture, sorge EBOLI. Costituito da un nucleo medioevale, il borgo si arrampica su un colle che domina la piana. Colonizzata dai Greci divenne fedele a Roma col titolo di Municipio; il ritrovamento della Stele di Eburum (183 d.C.) attesta quale importanza ebbe Eboli durante l’Impero Romano. Centro agricolo, esso veniva collocato alla confluenza di importanti vie di collegamento interne: la “Via Campanina” che, dopo il fiume Tusciano, sfiorava il tracciato della Popilia-Regio/Capuam, fino ad entrare in Eboli (località detta Strata), presso il vallone Tiranna e proseguiva per Campagna, suo naturale termine; e la “Via qua itur Ebolum” (via attraverso la quale si giunge ad Eboli), un’arteria secondaria che raccoglieva (presso Olevano sul Tusciano) i traffici provenienti dalla fascia pedemontana dei Picentini meridionali, saliva le coste del vallone Cuccaro, attraversava contrada Melito e, per il vallone Tiranna, terminava ad Eboli.

Ricca di chiese e di conventi, la sua parte antica sembra – soprattutto d’estate, una vera oasi di silenzi, di luci ed ombre (a metà tra una kasbah ed un borgo umbro): archi; supportici; stretti vicoli collegati da gradini in pietra locale su cui s’affacciano buie finestre e terrazzini ravvivati da coloratissimi vasi ingeraniti; piazzette in cui i raggi del sole bagnano la nuda pietra per pochi minuti al dì. Luoghi avvolti nei silenziosi profumi primaverili, i chiostri, i giardini dei complessi conventuali ed i vicoli del borgo, evidenziano i veri ambienti in cui l’intreccio di arte, natura e storia evidenzia un sincronismo spazio-temporale ove lo scorrere dei secoli ha lasciato ricche e preziose testimonianze. Regno incontrastato dell’ulivo, il suo territorio viene completamente caratterizzato da vivaci cromatismi di verde riscontrabili nei regolari campi coltivati a sementi e fazzoletti di terreno sapientemente curati e squadrati secondo precise geometrie che rendono vario e suggestivo tutto il paesaggio esteso ai piedi di queste splendide montagne: i Picentini.

Eboli oggi si presenta, al turista di passaggio, come una località semplice e riservata, caratteristiche riscontrabili nei suoi abitanti, soprattutto gli anziani, custodi di arcaiche civiltà e di tradizioni rurali. L’abitato, per la sua naturale propensione all’ospitalità dei residenti presenta, tutt’intorno, una natura dalle numerose allegorie: immense distese che si perdono a vista d’occhio; le mille sfumature del verde dei campi, del giallo delle ginestre e del rosso dei boschi autunnali; i cieli tersi e l’aria salubre; le dolci ondulazioni collinari; le colture ortofrutticole (industrie conserviere) e tutta un’infinita serie di produzioni casearie, che in queste terre la fanno da padrone, rendono ancor più stuzzicante andare a trascorrere un week-end  in questa località.

Muovendosi dal borgo antico, alle spalle del Castello dei Colonna (oggi casa circondariale) ci si porta sul lato settentrionale, a monte dell’abitato; qui merita una visita il complesso conventuale di S. Pietro alli Marmi (XII secolo); vero gioiello d’arte medioevale, curato con sapiente maestria dai padri, il suo interno ci accoglie con un chiostro graziosamente maiolicato. Una porticina sul lato meridionale permette l’accesso in una bellissima chiesa paleocristiana dedicata al culto dell’Apostolo fondatore della Chiesa: S. Pietro. Distribuita su tre navate, esse terminano con altrettante absidi in cui sono evidenti rare tracce di affreschi; gigantesche colonne sorreggono gli archi e i capitelli (tutti diversi) di pregiata scultura. Attraverso una scala, si scende alla cripta; una statua lignea raffigura il santo pellegrino Berniero, e un bassorilievo sulla parete rappresenta il nobile spagnolo che libera una fanciulla dalla presenza del demonio che le sviscera dalla bocca.

C’incamminiamo lungo la salita che arranca alle spalle del convento. A termine di un lungo muro c’è una grande fontana (l’Ermice) dalle acque sempre fresche e abbondanti. A sinistra della fonte parte una stradina (via Badia) che s’inerpica, in pendente ascesa, lungo le colline di contrada Padula. Una serie di antichi casotti (serbatoi per l’acqua) posti lungo il bordo della strada determina il cammino che conduce fin su alla rupe ove sorgono i resti in muratura del complesso medioevale della Madonna del Carmine. Più sù, a sinistra della stradina (sempre via Badia), parte una carraia che attraversa numerosi uliveti e giunge nei pressi di un incrocio. Dopo ampi fazzoletti prativi si giunge presso la cappella di S. Donato che è posta al termine di un vialetto, in una radura (con abbeveratoio) boscosa formata da una pineta e una querceta.

La carraia continua a salire lungo un canalone per una serie di tornanti che conducono ad una spianata dalla cui terrazza si possono godere ampie vedute panoramiche su un paesaggio di inconsueta bellezza: ondulazioni prative ricche di pascoli; speciali zone, appositamente attrezzate con serre e recinti, in cui vengono allevate numerose specie di avifauna che poi verranno successivamente lasciate libere di muoversi all’interno di questi territori (riserva di caccia controllata); numerose cespugliaie e macchie boschive che caratterizzano valloni, radure, dorsali e pendici circostanti; declivi ammantati d’ulivo che si rincorrono fin oltre l’orizzonte perdendosi giù nella “chiana”, ove hanno inizio le lucenti serre delle colture ortofrutticole.

Il percorso tocca il punto più alto (677 m) dell’itinerario, proprio sotto la cima del monte Ripalta, e piega decisamente a S, lungo una dorsale boscosa che porta alla brulla punta di Serra Pizzuta (o Preta appizzinuta – 628 m); vedute panoramiche sulla zona del medio e alto corso del fiume Sele. Da Serra Pizzuta, tra i segni lasciati dal passaggio degli animali al pascolo, si prosegue tra ampie coltivazioni di ortaggi, vigneti e terrazzamenti ulivati. La pista passa nelle vicinanze di una serie di case coloniche e masserie (in gran parte abbandonate) sparse tra le campagne e i pendii delle montagne; questo paesaggio agreste offre un magnifico esempio di architettura rurale con ampie vedute panoramiche che si aprono tra cortili e porticati, fienili, muretti di recinzione, depositi e stalle. (testi & foto di Andrea Perciato e Maria Rita Liliano)

monte Cervati (Parco Nazionale del Cilento, SA)… quando i cieli “profumano di lavanda”

ascesa al Monte CERVATI, lungo il Sentiero dell’Acqua che “Suona” Una lunga sgroppata che conduce a sfiorare il cielo: acque sorgive; copiose foreste di faggio (quella dei Temponi) caratterizzate dalla presenza del faggeta che qui, più che altrove, assume dimensioni davvero uniche, con fusti che sembrano essere le colonne di una cattedrale (nel verde, in estate) ove il bianco siderale regna solenne; cuscini di lavanda; paesaggi lunari, conche e pianori carsici d’origine glaciale; un antico Santuario (del 1599) “conteso” da tre borghi; una grotta appena accessibile che s’apre su un abisso verde, tutto ciò è la magia di una montagna che, coi suoi 1899 metri, oltre ad essere il “tetto” del Parco, viene considerata come uno dei complessi sistemi orografici più elevati della Campania.

Per chi, durante i mesi che vanno dall’autunno alla primavera, ma soprattutto durante le terse giornate invernali che al mattino creano meravigliose visioni panoramiche determinate da un mare di soffici e dense foschie, si trova a transitare nel vasto territorio del Vallo di Diano non può non scrutare, al di sopra delle dorsali montuose che si stagliano sui profili occidentali dell’altopiano, una ciclopica muraglia da cui si ergono – maestose – le imponenti pareti calcaree del monte Cervati che, coi suoi 1899 metri d’altitudine, è la più alta cima del Parco Nazionale e di tutta la Provincia.

Traversati il fiume Tanagro e prendendo il lungo rettilineo che conduce a Silla, si prende in direzione della località Monte San Giacomo. Oltrepassati il paese, al primo bivio sulla destra si prosegue lungo la strada carraia che si sviluppa con dei ripidi tornanti in salita e che porta ad aggirare (direzione Sud) il paese dall’alto per poi proseguire, verso ponente, lungo i verdi altipiani. Attraversando vallette ed ampie radure prative, si giunge in un ambiente arido e spoglio, in cui s’aprono scenari paesaggistici con una natura ancora inviolata, selvaggia e – a volte – inospitale, situato proprio alla base di uno sperone roccioso: le Serre di Campo Soprano (1446 m), su in alto a destra. Si attraversano sparse masserie in contrada Pontone e in breve si giunge presso uno stretto passaggio, caratterizzato dalla folta faggeta in località Vallescura (1239 m); accanto, sulla sinistra, sono presenti le tracce sparse del lavoro dei boscaioli/taglialegna.

Sulla destra ha inizio un ripidissimo sentiero che, salendo nella folta boscaglia, costeggia il corso torrentizio (spesso asciutto!) dell’Acqua che Suona e conduce fino ad inoltrarsi, tra enormi esemplari di faggio e scoscesi pendii, lungo un inconsueto labirinto creato da voragini e inghiottitoi nascosti dal folto fogliame. Proseguendo sempre in direzione S, si attraversa una foresta (1400 m) composta da castagni, carpini e faggi, e si avanza su un terreno ondulato a gobbe (presenza di cave e sifoni!). Appena fuori dal bosco, compare una polverosa sterrata (1548 m) che, dalla destra, proviene da Piaggine e conduce ad un esteso pianoro. Si segue questa sterrata in salita prendendo verso sinistra, ed appena termina la cortina boscosa si giunge nel pianoro ove a destra compare l’edificio in pietra dell’ex Rifugio della Forestale del monte Cervati (1597 m), oggi Rifugio Rosalia; alle sue spalle vi è una fonte.

Numerose qui sono le conche carsiche, verdeggianti (quasi delle torbiere) per la presenza di acque e di tappeti erbosi, che costituiscono il paesaggio dei piani d’altura; di notevole bellezza sia per la loro luminosità che per gli sconfinati orizzonti da esse create. Le radure erbose del Cervati, allo sciogliersi delle prime nevi (tarda primavera) si ravvivano di muschi e di numerose specie di orchidee, che in quest’area fioriscono spontaneamente creando paesaggi floreali di straordinaria bellezza; mentre tra i sassi fioriscono profumatissimi cespugli di timo, di lavanda e di policromi cuscini fioriti. I rari faggi che si spingono verso le altitudini maggiori, assumono un portamento contorto e cespuglioso (modellati dai venti in quota e gli atmosferici che incidono notevolmente, a queste altezze, lungo i profili di cresta).

Dal Rifugio parte la traccia di un lungo sentiero che, attraversando questa enorme distesa prativa, conduce alle creste sudorientali della montagna e proseguendo in leggera salita porta verso l’uscita del pianoro da cui si accede in un bosco di faggi nani. All’ingresso del boschetto vi è un bivio; qui s’incrocia il Sentiero dei Pellegrini che, da sinistra, proviene da Sanza e giunge fin su al Santuario della Madonna della Neve, sull’altro versante della montagna. Si prende quindi a destra, in direzione NW (1678 m), e con un’impennata si percorre un sentiero che si sviluppa interamente su roccia; la vegetazione scompare definitivamente, ed è probabile incontrare (fino alla tarda primavera) alcune lingue di ghiaccio lungo i costoni settentrionali della montagna (1844 m).

Una prima croce posta su un monte di pietra, e successivamente altre due, sono sistemate lungo il percorso e caratterizzano il “varco” d’accesso alle conche carsiche d’altura. Le croci “segnano” l’importanza che i fedeli danno alla ascensione di questa montagna durante i loro pellegrinaggi effettuati nei giorni 3, 4 e 5 di agosto in onore della Madonna della Neve. Durante i periodi dei festeggiamenti non è raro incontrare, lungo queste propaggini, folle di devoti e pellegrini che compiono la salita al monte per rendere omaggio alla Vergine Santa. Molti di questi bivaccano di notte, in tende o rifugi improvvisati all’aperto, accendendo numerosi fuochi che creano, dal tramonto fino all’alba, vedute paesaggistiche ricche di fascino. Sotto un cielo ricco di stelle sostano per salutare il “passaggio” della Madonna che viene portata in spalla, ripercorrendo l’antico tratturo e accompagnata dal suono di ciaramelle e zampogne che segnano il passo alle compagnie di fedeli in processione.

Superati il Varco delle Croci, alla fine del sentiero sommitale, si volge decisamente a sinistra lungo una dorsale in leggera salita. Da qui in avanti ora, ci si arrampica leggermente lungo il crinale che prosegue verso SW. Rare piante di ginepro dominano i pianori carsici sommitali lungo i quali, ancora oggi, si leggono le tracce di glaciazioni preistoriche. All’uscita di questo crinale roccioso si presentano tante anticime inframmezzate da piccoli inghiottitoi di sicura origine glaciale. Continuando lungo un’erta brulla e sassosa che piega leggermente a destra, in direzione SSW, si giunge a toccare finalmente il punto trigonometrico della vetta del monte CERVATI (1899 m). Da quassù si aprono ampie vedute panoramiche sul mare fino alle valli ed ai monti interni. Proseguendo in direzione NW, si attraversa un intricato saliscendi tra inghiottitoi e conche carsiche giungendo, lungo il sentiero principale, al Santuario della Madonna del monte Cervati o della Neve (1852 m).

Meta di continui pellegrinaggi che si perpetuano da secoli, il culto per questa Madonna era già fiorente fin dal ‘500, come testimonia un’epigrafe (datata 1599) incisa su un architrave all’interno della Cappella del Santuario. L’area del culto è divisa in due zone ben distinte: la Cappella vera e propria col suo nucleo originario che è stato eretto sulla roccia ha avuto, nel corso degli anni, numerosi rifacimenti ed ampliamenti di cui l’aspetto odierno ingloba (al suo interno) la struttura più antica; e infine la Grotta, il luogo più visitato dai fedeli, situata a 80 metri più in basso e che prospetta sull’orlo di un profondo dirupo conserva, al suo interno, la statua raffigurante l’immagine santa della Vergine che regge il Bambino. Un aspetto curioso, che desta stupore, è quello che lascia meravigliati sul come una statua così finemente incisa e decorata, sistemata in una teca in legno e vetro, possa trovarsi all’interno di un anfratto ipogeico il cui varco d’accesso non supera i 40/50 cm di larghezza: “misteri” della fede, o “capacità” dell’ingegno e della devozione dell’uomo?

Dalla vetta del Cervati, la discesa può essere effettuata lungo il versante meridionale della montagna in direzione di SE. Si attraversa un bosco formato da faggi nani e si giunge alla spalla del crinale sud-orientale della montagna (1830 m), detto Chiaia Amara (presenza di lingue di ghiaccio!). Alla fine di questa, volgendo a sinistra, si attraversa un bosco di faggi detto Campo delle Chianolle (1600 m) e, salendo poco più su in direzione N, si esce nuovamente dal bosco e si ritorna al bivio che mena in direzione dei pianori. Da qui, si ridiscende nuovamente al Rifugio del Cervati e, quindi, si ritorna sul percorso effettuato per la salita che riporta nuovamente al luogo di partenza, in località Vallescura, all’uscita della vallone dell’Acqua che Suona. (tratto dalla guida “CILENTO, Terra da Camminare, Terra da Raccontare” Ediz. ARCI Postiglione, 2002 SA, di ©Andrea Perciato)

Vieste (Gargano, FG)… tra romantiche leggende, predoni e pirati”

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Questo weekend vi portiamo sulle sponde del Gargano, alla scoperta e alla conoscenza di luoghi ove la sublimazione della natura assurge in tutta la sua straordinaria bellezza e dove lo splendore dei profumi, dei saporti, dei colori, delle essenze trova la sua massima esaltazione come sogni trasportati dal vento…!

Il bianco abitato della splendida cittadina di VIESTE si erge, dall’alto del suo sperone roccioso che sprofonda verso il mare, è ben visibile al termine di un lungo arenile; il suo caseggiato (antico borgo marinaro) si adagia, proteso su di un promontorio calcareo (a faglie orizzontali intervallato da falde in selce) verso il mare aperto. Considerata un po’ come la simbolica “capitale” del Gargano (paragonabile per bellezza e splendore alle rinomate località di Amalfi e Positano sulla costa tirrenica), essa ci accoglie con il bianco faraglione detto di Pizzomunno (dal dialetto “punta del mondo”). Il curioso monolito calcareo si erge, coi suoi 26 metri d’altezza, alla fine di una lunga striscia sabbiosa e diviene un insolito punto di riferimento per il turista escursionista che girovaga per il Gargano.

Una leggenda avvolge nel mistero la storia di questa guglia. Essa narra di un amore travagliato fra un giovane pescatore locale e della sua amata Cristalda, figlia di divinità marine. Contrari al matrimonio, queste ultime ostacolarono questo legame tramutando lo sventurato pescatore nella “guglia” del bianco pizzo calcareo e, come ogni favola d’amore contrastato, non manca certo di allietare il finale di questo sortilegio, la notizia che sembra indicare allo scorrere di ogni 100 anni lo scoglio “riprenda”, solo per pochi attimi, le sembianze umane del pescatore per potersi – nel tempo di un sussurro – incontrare con la sua morosa.

Lasciando ai posteri la suggestione di poter essere gli involontari spettatori di questo atteso incontro, continuiamo la conoscenza di questo borgo garganico. Di remote origini (X – VI secolo a.C.), fu inizialmente una colonia ellenica divenendo, successivamente, un municipio romano. Fu più volte attaccata dai Saraceni e dalle flotte pirate, e venne messa rpiù volte a ferro e fuoco prima dall’assedio, e poi dall’assalto del pirata Dragut nel 1554; una roccia, proprio nel centro antico, ne ricorda il triste evento presso cui furono decapitati numerosi viestani.

Ma… addentriamoci alla conoscenza dei suoi angoli interni più suggestivi e caratteristii. Attraversati la Porta Ad’Alt  si è subito proiettati in un fantastico mondo intriso di medioevo. Una enorme gradinata si para in alto a destra; questa conduce alla Cattedrale (dell’ XI secolo) splendido esempio di architettura romanica-pugliese e poco più su termina sull’ampio piazzale da cui si ergono i bastioni del Castello Svevo (del 1240), ristrutturato e ampliato dagli spagnoli nel 1537. Ci si tuffa nuovamente in quel dedalo di vicoli, archi rampanti, supportici, scale e gradoni, logge e balconi, finestre e cunicoli; elementi architettonici, questi, che vanno a formare la struttura originaria del borgo medioevale ancora in un buon stato di conservazione con viuzze strette, baciate dal sole per poche decine di minuti al dì, e case tutte imbiancate di calce.

Ci lasciamo guidare alla conoscenza di questo incantevole borgo marinaro seguendo le piste indicate dai sensi, come quello dell’udito le cui onde s’infrangono sulla scogliera mentre il vento rieccheggia tra i vicoli ombrosi, e l’olfatto che ci porta alla ricerca di antichi sapori – autentiche creazini d’arte culinaria – della tradizione marinara, esaltata dalla locale flotta peschereccia, delle produzioni vitivinicole e delle locali produzioni di frutta e ortaggi tipici dell’area garganica.

Numerose le edicole votive che si stagliano tra gli angoli più ombrosi e nascosti all’incrocio tra vicoli e porticati; mentre lo sguarda non si stanca mai di correre alla ricerca di spunti curiosi ove potersi nuovamente immergere tra le beatitudini di queste meraviglie. La nostra esploraione di Vieste termina sulla punta estrema del suo promontorio ove si para l’antico Convento di San Francesco che ben si integra con l’originaria struttura di un antico “Torrione” di avvistamento per la difesa costiera. Alla sua destra parte una gradinata scavata nella viva roccia; essa scorre in direzione della scogliera e conduce al “trabucco”, una complessa struttura eretta su palafitte incastrate tra gli scogli (tipica delle coste adriatiche) che serve ai pescatori del luogo come base per le loro attvità.

Quasi a sfiorare le onde, dalla estrema punta della scogliera è possibile ammirare, con un solo colpo d’occhio, l’isolotto di Santa Croce che ospita il grande Faro di Santa Eufemia, d’importanza fondamentale per la navigazione nell’Adriatico, e la lunga distesa sabbiosa che termina verso la precipitosa scogliera ammantata dalla pineta. (tratto dalla guida “ITALIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

“ORIZZONTI SARACENI” in Costa d’Amalfi… Su e giù tra i limoni di Minori, l’elegante Ravello fino alla regale Amalfi

Un paesaggio unico al mondo intriso di fascino, mistero, scoperta, avventura… bellezza!

Muovendosi da MINORI, cittadina della costa d’Amalfi fin dall’antichità fu scelta, per la mitezza del suo clima, dai romani (Villa Marittima del I secolo col “viridarium”) quale preferita dimora del patriziato. Nel Medioevo fu il più importante arsenale della Repubblica marinara per la costruzione di galere. Per circa un millennio fu sede vescovile e il suo culto è dedicato alla patrona Santa Trofimena, per il miracoloso ritrovamento delle sue spoglie sulla spiaggia. Per secoli ha mantenuto un fiorente commercio grazie alla tipica coltivazione dei limoneti lungo i terrazzamenti sistemati con muretti a secco; alla lavorazione della bambagina nelle antiche cartiere e alla produzione della pasta.

Lasciati il paese lungo le rampe di via Minori (sua periferia occidentale, si risalgono i primi tornanti (via Torre Paradiso) che portano al locale cimitero (80 m) circondato da uliveti e orti su terrazzamenti. Adiacente il cimitero parte una rampa di gradoni che lentamente conduce a salire lungo via Torretta a Marmorata, da cui si scorgono numerosi villaggi sospesi nel vuoto. Tra carrubi e corbezzoli il cammino prosegue fino a raggiungere  (200 m) un crinale con muro perimetrale da cui si scorge da un lato, il caseggiato della periferia N di Minori, circondato da agrumeti, e dall’altro una pittoresca serie di case aggrappate alla roccia degradanti verso il mare.

Il cammino prosegue attraversando una stretta via, circondata da antiche mura perimetrali, che lentamente ascende fino a raggiungere (230 m) la piazzetta di Torello, caratteristico agglomerato di case ai piedi della rupe di Ravello, prospiciente come una bella terrazza panoramica con la chiesa di S. Giorgio alla Pendula da cui si possono ammirare, tra la costa e i monti, giardini, frutteti, orti e agrumeti terrazzati. Il villaggio viene ricordato, con una spettacolare festa di fuochi pirotecnici, per la sua strenua difesa di Ravello da parte dell’assalto dei pisani che nel 1137 invasero la costa d’Amalfi depredando e saccheggiando ovunque.

Fuori Torello, presso un bivio (250 m) si prende a sx fino a raggiungere (275 m) la più antica chiesa di Ravello: S. Pietro a Costa (del X secolo) costruita su un impianto romanico divisa in tre navate e colonnati monolitici in granito. Con un caratteristico ingresso sotto il portico, con volte sostenute da due colonne in granito e capitelli romani. Per i bei muretti s’aprono incantevoli vedute panoramiche con paesaggi mozzafiato sulla costa e i monti dell’interno. Giunti sulla strada per Ravello, ancora una rampa a dx e si passa per la più caratteristica delle chiese di Ravello, quella espressa in tutte le immagini fotografiche, pittoriche e iconografiche per le sue caratteristiche e famosissime cupole sotto il pino: S. Maria dell’Annunziata (seconda metà del XIII secolo).

Una lunga galleria porta a sbucare nelle adiacenze della prestigiosa villa Rufolo dalla caratteristica Torre d’ingresso, prospiciente la piazza del vescovado di RAVELLO (359 m), su cui s’affaccia la bianca facciata della cattedrale di S. Pantaleone (X secolo)  divisa in tre navate dal caratteristico ambone mosaicato a sx e dallo splendido pulpito coi leoni stilofori reggenti colonne tortili in marmo dalle rifiniture di tipica scuola senese sulla dx. Dalla piazza il muro perimetrale di villa Rufolo restituisce arabeschi con lesene e intarsi di pregiato valore artistico. Prendendo verso S si transita sotto un arco (botteghe e negozi di ceramica) e subito si scende a sx per gradoni in pietra che attraversano ville, cattedrali e palazzi gentilizi ove ancora si respira il medioevo. Si arriva sulla rotabile e per poche centinaia di metri si prosegue sotto la base dell’erta parete calcarea che incombe sulla dx fino a transitare per il caratteristico Santuario dei SS. Cosma e Damiano (fine XV secolo) eretto proprio a ridosso della rupe di villa Cimbrone.

Da qui ha inizio la parte forse più spettacolare del percorso con sentieri aerei che sembrano solcare cieli di roccia, e panorami m mozzafiato sui monti e la costa. Proprio a ridosso dello sperone di villa Cimbrone, a un bivio il sentiero prende a sx e scendere lungo il crinale montuoso che separa Minori e Atrani; tra uliveti, alberi di carrubo, piante di corbezzoli e cespugli di timo, mirto e rosmarino il sentiero scivola precipitosamente, lungo una scoscesa rampa di gradini, in direzione del villaggio di Civita (110 m), proprio sopra la rada di Castiglione da cui si scorgono scogliere a picco che sprofondano tra il cobalto e il turchese di un mare cristallino.

Atrani ci accoglie con la sua bella collegiata di S. Maria Maddalena (del 1274) per voto degli abitanti liberati dai saraceni. La bella piazzetta racchiusa (sul lato mare) dalla caratteristica strada costiera su archi che scorre sui tetti delle case della marina offre anche una fontana del ‘500 e la singolare chiesa di S. Salvatore De’ Birecto (X secolo), sede dell’incoronazione dei Duchi d’Amalfi, con la scalinata e l’orologio sulla facciata. Un dedalo di vicoli e rampe porta a superare Atrani fino a sbucare a ridosso della Torre di S. Francesco ove le ultime rampe concludono la loro discesa proprio sul lungomare di AMALFI. (tratto dalla guida “CAMPANIA “Zaino in Spalla” di © Andrea Perciato)

monte MOTOLA (Cilento, SA)… lungo i “Sentieri dei boscaioli” tra la Sella del Corticato e la cima

L’itinerario ha inizio lungo la strada di collegamento che dal Vallo di Diano, attraverso la Sella del Corticato (1026 m), conduce all’abitato di Sacco. Lungo quest’arteria, che sale serpeggiando attraverso i verdi prati della sella, gli echi del vento accompagnano le profumate essenze della montagna. Pur se non troppo frequentata dal transito degli autoveicoli, non riesce difficile incontrare il passaggio di carri ed automezzi soprattutto agricoli.

Da TEGGIANO parte un lungo rettilineo (direzione W) che supera l’abitato di Piedimonte (480 m) e più avanti, lasciate le ultime case del paese, si travalica il Ponte S. Salvatore (presenza di una fonte) che attraversa il vallone solcato dalle acque del torrente Buccana; sulla destra, in basso, si estendono le case della contrada S. Marco (525 m). A circa un chilometro dopo il ponte, ci saluta l’ultimo grappolo di abitazioni in località Pozzale (560 m) poco prima di sbucare tra le prime erbe prative dell’altopiano del Corticato: una distesa verde parte da uno stretto passaggio che s’apre tra le irte rupi rocciose del Cozzo dell’Angelo (1067 m) che si erge a destra, e le ripide creste boscose ricoperte di castagneti del monte Faggitella (1606 m) che si para in alto sulla sinistra. Da questo punto in poi il paesaggio cambia decisamente morfologia, e sembra quasi di essere improvvisamente apparsi in una di quelle fantastiche vallate dal “sapore” tipicamente svizzero: ci troviamo invece nell’ambiente della Sella del Corticato (1026 m). L’elemento elvetico di questi luoghi risalta subito agli occhi dell’escursionista. Questi ambienti vengono esaltati dall’immensità degli spazi, dalle essenze dei profumi del bosco, dall’impalpabile silenzio di questo immenso deserto verde nascosto tra i monti, dai dolci declivi ondulati ricoperti di freschi prati d’altura e dalle aromatiche infiorescenze, erbe prelibate per mucche, capre e cavalli che qui pascolano liberamente. In piena stagione primaverile durante la fioritura delle ginestre, una pianta che qui è molto diffusa, questi altipiani offrono uno spettacolo tra i più belli ed emozionanti di tutto l’ambiente montano del Parco Nazionale del Cilento, Alburni e Vallo di Diano.

Un curioso aneddoto racconta che qui, in questi luoghi, avveniva fino alla prima metà del ‘900 una singolare attività svolta dagli uomini della montagna: l’incontrollato taglio dei boschi. Questi uomini (a volte anche interi gruppi di famiglie) periodicamente risiedevano sugli altipiani, o per seguire gli animali al pascolo, o per la realizzazione dei prodotti caseari o, più semplicemente, per coltivare i fertili terreni dei pianori; vivevano quindi in baracche (o capanni) che venivano regolarmente abbandonati (rare tracce ne testimoniano la presenza!) con l’arrivo della cattiva stagione. La giornata cominciava molto presto, al sorgere del sole, per questi contadini, pastori e montanari e si protraeva, senza continuità di sorta, fino al tramonto, fino a quando l’ultimo raggio di sole scivolava lento sull’orizzonte, al di là delle creste montuose.

Di notte, invece… favoriti proprio dall’oscurità delle tenebre, avveniva l’involontario scempio dei boschi (alberi ad alto fusto), generato per lo più da necessità di approvvigionamento (e di sostentamento) delle genti che abitavano più giù, verso le vallate. Questi, accompagnati dal riverbero della Luna e dal luccichio delle stelle, salivano per un aspro sentierino che andava incuneandosi tra la rupe della Montagnola (1296 m) a sinistra, ed i muraglioni calcarei del Cocuzzo delle Puglie (1411 m) in alto a destra. Raggiunti questo impervio passaggio guadagnavano, sulla destra, i crinali rocciosi fino a raggiungere i pizzi e le vette più elevate della cresta montuosa.

Ricchissime di foreste (faggio, pino, abete, castagno, querce, pioppi e larici) queste alture “custodivano” un vero paradiso del legno che poteva essere sfruttato sia per lavori di ebanisteria, sia per la produzione industriale della carta, che per gli usi domestici più diversi, come l’accensione di camini, forni e focolari. Armati di asce, seghe, accette, saracchi, cesoie ed ogni sorta di arnese per tagliare, sfoltire e potare, questi uomini del bosco una volta abbattuti gli alberi dai tronchi più grossi e sfrondati dei rami superflui, si spingevano fino agli orli delle alture rocciose del monte Cocuzzo (1411 m) e del monte Puglie (1465 m) e da quassù gettavano, attraverso precipizi e profondi canaloni, i tronchi puliti fino a farli cadere e rotolare sui tappeti verdi della Sella del Corticato. All’alba, di buonora, questi tronchi venivano pazientemente raccolti e condotti fin giù a valle per essere poi smistati sui mercati, verso le fiere che si tenevano nei paesi vicinali e nelle borgate giù in pianura, oppure presso le più lontane aree industriali (mobilifici e cartiere). Era senz’altro una attività illecita ma, a questi uomini del bosco che vivevano in montagna (e per la montagna), il legno serviva davvero per vivere.

Dagli altipiani della Sella del Corticato, in prossimità di alcune masserie sparse (775 m) e circondate in un mare giallo e profumato creato dalle immense distese dei cuscini di ginestre sulla sinistra parte, all’altezza di un fontanile, una pista carraia che mena attraverso i boscosi pendii della montagna, in un particolare anfiteatro fatto di verde in cui si rispecchiano sia le propaggini settentrionali della Montagna della Mutola, in alto sulla sinistra, sia il monte Motola, più su a destra. Man mano che il pendio guadagna quota la pista va perdendo quella caratteristica forma di sterrata che permette anche il transito agli automezzi (fuoristrada), divenendo prima uno stradello e poi un sentiero ben marcato e definito (soprattutto dal transito degli animali al pascolo); ed è proprio qui, lungo questa prima fase di tornanti che introducono alla montagna, che al lato sinistro della pista, nascosta tra il fitto fogliame cespuglioso, vi è una sorgente captata in un abbeveratoio che ancora oggi (così come ha fatto per lunghi anni) disseta cavalli, muli e montanari, che di qui transitano per andare a far carico della “materia” prima offerta dai boschi: il legname. Il cammino prende in direzione SW e comincia a serpeggiare inoltrandosi nella boscaglia in una zona quasi pianeggiante detta Fontanelle (890 m), là dove la pista presenta un percorso che va articolandosi lungo una pietraia, un tratto che rende molto disagevole il procedere. Poco più oltre di questo falsopiano appare, improvviso, un pianoro erboso in cui spicca l’edificio del Rifugio Forestale Fontanelle (oggi ristrutturato e preso in gestione da una cooperativa che si occupa di promozione, fruizione e conoscenza del territorio) e, poco più su, un abbeveratoio (1369 m) per gli animali al pascolo.

Da qui si prende un sentiero che mena ad attraversare il bosco (direzione SSW), in cui non è raro trovare diversi nuclei sparsi di abete bianco, una specie arborea segnalata tra quelle in via di estinzione sulle montagne del nostro Appennino meridionale. Questi esemplari sono sicuramente la testimonianza più evidente di quello che una volta era l’enorme manto boschivo che, anticamente, si presentava molto più esteso andando a ricoprire completamente le fasce di territorio montuoso a quote spesso elevate. Si transita così in una folta distesa boscosa (ove prevale il faggio) tenendo sempre in vista, quando la fitta vegetazione lo permette, la brulla cima del Motola che si erge in alto sulla destra. Quando il cammino comincia a divenire più impegnativo per l’erto pendio quasi senza accorgersene ci si trova (1600 m) proprio sotto le pendici rocciose (quelle orientali) della cima del Motola. Qui la vegetazione si presenta ancora più fitta e osservando attentamente intorno, con grande meraviglia, possiamo notare che sono presenti, in quest’angolo di foresta, numerosi esemplari di tasso, bellissimi alberi dalle folti chiome e dal fogliame (aghiforme) verde scuro. Volgendo subito sulla sinistra, e seguendo sempre il cammino tracciato dai taglialegna che prosegue per lunghe serpentine, si raggiunge la isoipse dei 1600 metri. L’erto pendio termina, ed il sentiero leggermente perde pendenza fino ad attraversare una giogaia boscosa che in breve, valicando, conduce in un angolo di paradiso montano davvero unico, bello ed inconsueto. Avanti si parano numerose conche carsiche (ex glaciali) e inghiottitoi che, ricoperti da prati verdeggianti e circondati dal cupo della boscaglia, creano suggestive visioni panoramiche. Non una traccia (fortunatamente!) che testimoni il passaggio di uomini, il che lascia intendere che in questo luogo la loro presenza è davvero sporadica; solo il fruscio della brezza del vento che agita le foglie, il cinguettio di uccelli da montagna nascosti nella foresta e i grugniti dei cinghiali che rieccheggiano nel bosco, sono le uniche “presenze” che ci permettono di godere pienamente così tanta bellezza. Senza molte difficoltà, da questi anfiteatri naturali, e dopo aver percorso ed attraversato (direzione NW) anche l’ultima cortina forestale, in breve si superano gli ultimi brulli pendii sulla sinistra ove, aggirati una leggera selletta, il percorso raggiunge la cima del monte MOTOLA (1700 m).

Da quassù s’intuisce la magnificenza di questa montagna che emerge da immense distese prative e da un mare di faggete su cui volteggiano liberamente bellissimi esemplari di avifauna locale: gheppi e poiane, disturbati (forse!) dal passaggio di escursionisti, oppure perchè a caccia di grilli, lucertole o piccoli roditori, oppure ancora, perchè si è entrati involontariamente nel loro territorio; il bellissimo spettacolo a cui può capitare di assistere, non distoglie affatto dal far correre gli sguardi che si perdono all’orizzonte di infinite vedute panoramiche. La zona sommitale del Motola viene caratterizzata non solo dalle aspre e ripide creste rocciose ma anche dai cosiddetti faggi nani, fusti a basso portamento cespuglioso che sono così modellati (o ricurvi) secondo la direzione dei venti dominanti in quota. Dalla cima del Motola, soprattutto nelle giornate più terse, il panorama è davvero straordinario: vi è il monte Cervati (1899 m), proprio di fronte, a mezzogiorno; più oltre, a settentrione, l’imponente mole calcarea dei monti Alburni; mentre, sullo sfondo verso oriente, gli ampi fazzoletti dei regolari campi che caratterizzano i fertili pianori del Vallo di Diano; e poi ancora, grandi vallate, fittissimi boschi di faggio e bianche creste rocciose. Queste ultime, costituiscono l’ambiente in cui va a svilupparsi la discesa del monte Motola sul versante opposto a quello fatto per la salita, lungo le sue pendici meridionali.

Si ridiscende dal monte Motola fino a sbucare nuovamente sul sentiero percorso dai boscaioli, ove massiccia è la presenza delle loro tracce e notevoli risultano le testimonianze della loro attività lavorativa (accatastamenti di tronchi d’albero, fascine sistemate e raccolte lungo i bordi del sentiero, tronchi sottili sbucciati e tagliati regolarmente, supporti per sorreggere e  tagliare “pezzotti” regolari). Il sentiero che ora si percorre è lo stesso effettuato per la salita e mentre si cammina, osservando attentamente i bordi della pista, è possibile riconoscere sulla superficie di alcune rocce, le curiose immagini (in fotosintesi) di fossili risalenti a remote epoche preistoriche: le rudiste (un vero paradiso per geologi e paleontologi). Giungendo nuovamente al pianoro di Fontanelle si segue in discesa la traccia dello stesso itinerario fatto per la salita; un bellissimo percorso che restituisce, all’escursionista, emozionanti vedute cartolina di una delle zone più belle dei versanti occidentali del Cilento interno: quello della Sella del Corticato. (tratto dalla guida “CAMPANIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

monte Faito (NA, Lattari)… una “chioma boscosa” tra due golfi

Il Faito è quella particolare elevazione montuosa che si erge sulla dorsale dei monti Lattari e determina l’apice dei due principali golfi della Campania: quello di Napoli a nord, e quello di Salerno a sud.

Lungo le sue pendici si estendono numerose zone boschive caratterizzate dalle copiose fustaie di castagneti ed aceri, mentre una rotabile coi suoi numerosi tornanti panoramici consente di avvicinarsi a quote elevate ove la faggeta è al massimo della sua espansione.

Campo del Pero, base di partenza di questa escursione, è un ampio pianoro al centro di una copiosa faggeta ove si ammirano, per imponenza e bellezza, numerosi tronchi secolari. In leggera salita, verso oriente, si raggiunge Fosso Castellone da cui ha inizio un sentiero che attraversa la faggeta; per leggeri saliscendi attraverso il sottobosco, si guadagnano invece le creste panoramiche da cui s’aprono paesaggi di straordinaria bellezza sui crinali e i valloni di questa maestosa montagna.

I boschi a queste quote hanno favorito la formazione di una tipica vegetazione d’altura con un manto forestale composto dalle faggete che si alternano alle intense pinete sulle creste rocciose più esposte; volgendo lo sguardo in alto invece le folte chiome si abbracciano chiudendo la visuale alla volta celeste. Aggirando le coste del Castellone, si scende leggermente lungo le pendici fino alle balconate rocciose, con panorami che s’aprono sulla rada di Positano, per poi rientrare nuovamente nella boscaglia.

Qui, fra torrenti che s’aprono tra il fogliame, le gigantesche radici dei faggi e l’alternanza di vallette, si attraversano macchie di conifere ai cui piedi si estendono distese di ciclamini. Osservando attentamente la vegetazionale si scoprono specie vegetali autoctone davvero uniche; questi “boschi sospesi nel cielo” sono, da sempre, l’incontrastato regno di storie e leggende che quassù s’intrecciano da secoli, tra le rocce, gli alberi e le sorgenti, punti di riferimento per antichi luoghi di culto pagano e privilegiati nascondigli per le bande di briganti.

Superati i crinali di monte Cerasuolo compare un’altra balconata panoramica che offre, abbracciando in un’unica visuale, la più bella prospettiva paesaggistica di questi monti con una skyline di Capri che chiude l’orizzonte sullo sfondo. Seguendo la pista che punta a NE, questa termina nuovamente al Piano del Pero, punto di partenza di questo percorso. (tratto dalla guida “CAMPANIA Zaino in Spalladi ©Andrea Perciato)

GARGANO (FG, South Italy)… seguendo le orme di MI-KA-EL

Ogni Cammino, ogni Itinerario, ogni via di Pellegrinaggio ha la sua storia… tanti Cammini scrivono pensieri, emozioni, sensazioni, stati d’animo… Ma a volte basta un solo Cammi-no, “condiviso” nella fatica, nello sforzo, magari con gli amici di sempre, a tendere una mano, a incrociare uno sguardo, a cantare insieme, a seguire le impronte di chi ti prece-de, a tracciare la pista per aiutare chi ti segue, a bere dalla stessa borraccia, uniti in amicizia… per entrare in sintonia con tutto il Creato… per far parte dello stesso sogno… per essere tutti parte di una stessa leggenda…!

Queste impressioni possono bastare come premessa al progetto di percorrere il Cammino lungo la Via di Mikael al Gargano, seguendo una traccia (diramazione) della cosiddetta “Francigena del Sud” che attraversa territori ricchi di natura, storia, arte, cultura, archeologia e peculiarità della tradizione gastronomica locale. In un’apoteosi di verde (tra uliveti secolari e pregiati vigneti) e orizzonti che si per-dono a vista d’occhio, va a svilupparsi quella – che fin dall’antichità – era la via che conduceva alla grotta di San Michele al Gargano.

Tre giorni di cammino dalle pianure di San Severo agli aspri rilievi del Gargano fino a quella grotta che ha accolto – nel corso dei secoli – viandanti e pellegrini, cavalieri e uomini di fede, soldati e imperatori, commercianti e miscredenti. Nel mezzo, il poderoso convento di San Matteo in Lamis, fuori San Marco, eretto dai duchi longobardi nel VI secolo; il complesso conventuale, posto su una rupe, è circondato da meravigliose boscaglie di querce, aceri, qualche faggio e betulle.

Poco distante sorge quel San Giovanni Rotondo (divenuta quasi una megalopoli) che accoglie la salma di San Pio, il frate con le “stimmate” giunto da Pietrelcina, nel Sannio. Qui, tra gli uliveti terrazzati e i muretti a secco contenenti jazzi e nuraghe, l’ascetico frate predicava e trascorse tutta la sua esistenza. Continuando il cammino verso oriente, la via si sviluppa lungo dolci pendici, attraversando un paesaggio bucolico sempre caratterizzato dai tipici muretti a secco recentemente dichiarati Patrimonio Mondiale dell’Umanità (UNESCO).

E qua e là, lungo orizzonti solo in apparenza irraggiungibili, si incontrano – lungo il cammino – piste lastricate che hanno visto, durante il corso dei secoli, le impronte lasciate da migliaia di fedeli dirigersi verso la sacra spelonca micaelica. Si passa ora tra pievi isolate e ruderi di chiesette e cappelle come quelli di Sant’Egidio (eretta nel 1089), proprio sulla via antica che dominava – dall’alto di un crinale – il transito e il passaggio dei pellegrini nella conca d’origini palustri del Pantano di Sant’Egidio; mentre più avanti si incontrano altri ruderi: quelli di San Nicola al Pantano. La successione dei ruderi di questi antichi edifici religiosi, eretti proprio lungo la via assolvevano alla principale funzione di offrire ospitalità, con la presenza di religiosi che aiutavano i pellegrini durante il loro itinere in direzione della grotta.

Ancora brulli crinali e dolci rilievi accompagnano il cammino fino alle prime case di Monte Sant’Angelo, ove appare – ai piedi dell’insolito, ma bellissimo, campanile ottagonale – l’unica basilica “santificata” dall’Arcangelo e non dalla mano dell’uomo sulla cui facciata d’ingresso campeggia la scritta: “Terribilis est locus iste. Hic domus Dei est et porta coeli” (Questo è un luogo terribile. Qui è la dimora di Dio e la porta del cielo). Monte Sant’Angelo e la sua “mistica” grotta, sono uno tra i più antichi e importanti luoghi di culto della cristianità mondiale; culto che ebbe origine, secondo la leggenda, nel 493 quando in una grotta qui apparve Mi-Ka-El l’Arcangelo Michele (il Principe delle “Armate Celesti”); da allora, chiunque si recava in Terra Santa nel luogo della Passione e Crocifissione del Cristo, di qui passava e compiva atti di purificazione del proprio animo, chiedendo redenzione per i propri peccati e compiendo, molto spesso, ascetiche veglie alle stelle. Giungere a piedi alla grotta di MI-KA-EL ancora oggi, in un luogo così incredibilmente bello e spirituale, si riescono a provare sensazioni ed emozioni altrove difficilmente vivibili. (Tratto dalla guida “ITALIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)