una “DIVINA” a volo d’uccello… angoli nascosti e “insoliti” scorci in Costa d’Amalfi

Una Terra strappata al Mare…E’ di lunghezza circa venti miglia, ove si veggono alti, difficili, aspri Monti, da quel lato ch’è sopra il mare. Et è tanto difficile la via da salirvi… Si veggono, però, tra detti strani boschi molto aggradevoli valli, ove sono belle fontane con altri sorgivi di chiare acque, dalle quali escono laghi, dilettevoli ruscelletti, scendendo con gran murmorio, sussurro… si scorgono tutte le maniere di fruttiferi alberi, si come di aranci, cedri, limoni, pomi, olivi, peri, prugna, pome granate cerese e bellissime vigne… Gran piacere agli occhi, e all’odorato, danno le pareti di mortella, allori, buffi, ellera, gilsomini, rosmerini, rose ed altri simili arbuscelli, dai quali esce soavissimo odore… E’ quivi l’aria temperata, e si apre il mare quasi da ogni lato, et è tutta questa costa habitata”. Così descrisse l’incanto della Penisola dei monti Lattari e la Costiera il famoso geografo viaggiatore emiliano Leandro Alberti nella sua “Descrittione di tutta l’Italia… et le Signorie della Città”  (Bologna, del 1550).

Per i Romani, invece, furono i “Mons Lactarius”, identificabili per l’abbondanza di latte prodotto dagli allevamenti sugli altipiani e nelle ampie vallate (Agerola e Tramonti). Questa interminabile muraglia poggia su banchi di roccia sia dolomitica che calcarea formando imponenti masse ciclopiche di pareti a picco aspre e taglienti, emerse dai flutti salmastri circa 70 milioni di anni fa, sulla spinta di sottostrati (porfido) e di possenti banchi calcarei restituendo, col tempo, un paesaggio dalle forme bizzarre e fantasiose, in un mondo sospeso tra cielo e mare. E fu così che, grosso modo, ebbe inizio la storia geologica della “nostra” penisola.

Un promontorio che si allunga proteso nell’azzurro del mare, tra precipiti scogliere a picco ed aspri paesaggi; valli isolate ricche d’acqua (cascate e torrenti) con rocce a strapiombo e profondi baratri. E’ un particolare ambiente, quello della penisola dei monti Lattari, che nel corso dei secoli ha prodotto un’agricoltura intensiva e specializzata ricavata dai tipici “terrazzamenti” i quali, ad una rendita sempre meno conveniente, hanno subito trasformazioni e rimaneggiamenti creanti volumi abitativi prospicienti il mare e la possibilità di penetrare sempre di più verso l’interno ha reso possibile la realizzazione di una fitta rete di strade e stradine con incredibili arrampicamenti lungo i ripidi pendii. Notevole importanza rivestono i giardini sistemati a terrazzo per la coltivazione degli agrumi (limoneti) i quali costituiscono l’impareggiabile caratteristica del sito costiero: alternati alla macchia ed al bosco sono disposti, ordinatamente, con piccoli alberi dalle lucidissime foglie color verde cupo, tra le quali fluttuano i luminosi frutti iridati dal mediterraneo sole.

E questi aspri rilievi, i quali formano la dorsale “lattarica”, dai ripidi e precipitosi verticalismi che raggiungono quote elevate nonostante il mare sia così vicino, creano sul versante meridionale della penisola un clima molto temperato e sempre quasi caldo. E qui, in questi particolari ambienti, riesce molto difficile creare una netta distinzione tra l’elemento naturale (la montagna e la costa) ed il paesaggio ingegnosamente modellato dall’uomo contadino (o montanaro) che, tra le sporgenze e le rientranze di questa frastagliata riviera è riuscito a sistemare i suoi coltivi terrazzati (aranceti e limoneti) con le vigne aggrappate alle rocce, gli olivi e i fichi d’India in tutti quei punti dove l’aspra roccia lo ha reso possibile. La dove i fianchi delle montagne, come le quinte di un palcoscenico, rientrano e sporgono con ampie o strette insenature creando vedute paesaggistiche davvero fantastiche. In quei tratti dove le uniche, ma brevi, spiagge della costiera (Maiori e Minori) si aprono con valloni meno aspri, i pendii di questi possiedono il maggior numero di coltivazioni. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

AQUILEIA (UD)… a spasso per la via Giuliæ Augustæ sulla rotta per l’oriente!

Collocata in un punto strategico che fin dall’antichità ha fatto da “cerniera” per il transito di uomini e merci verso l’oriente o per entrare nell’italica terra attraverso le immense pianure venete, AQUILEIA (nelle terre del nord-est italiano in provincia di Udine) ha assunto, fin dalla sua origine , un importante ruolo strategico per il controllo di questa parte di territori sviluppatosi ai margini degli estremi confini orientali. La prima presenza antropica in questi luoghi fu determinata dal transito di gruppi etnici misti provenienti da oriente e dalle terre dalmate che incrociavano qui le proprie rotte con i gruppi che giungevano dai territori del nord. Successivamente dalle parti della estrema pianura veneta transitarono piccoli gruppi di Celti. Giunsero poi i Romani e qui (in agro “gallorum”) vi eressero Aquileia come testa di ponte militare per la conquista delle aree danubiane.

Divenuta capitale della X Regio “Venetia et Histria” la città divenne il più importante centro commerciale del Nord-Est, e grazie al suo porto canale commerciava, particolarmente, in materiali lapidei da costruzione (pietre e marmi), prodotti alimentari (spezie, vino, grano e olio d’oliva), gemme e pietre preziose, scambiando questi ultimi coi prodotti provenienti dalle terre nordiche come pellame, legni e metalli, tanto da divenire ed essere proclamata come la “Seconda Roma” o la Roma del nord. Qui ad Aquileia tracce di Roma sono sparse un po’ dappertutto nel territorio attraversato dalla storica Via Giuliæ Augustæ, mentre sull’orizzonte si staglia – possente – la mole (eretta con pietre del vicino anfiteatro romano) del Campanile della Basilica (dedicata al culto dei Santi Ermacora e Fortunato, discepoli di San Marco).

Al suo interno, un affascinante viaggio raccontato per immagini alla scoperta dei segreti e gli splendori dell’epoca Longobarda aquileiese; la sua pavimentazione conserva uno dei più grandi (per estensione) e straordinari complessi pavimentali a mosaico policromo esistenti al mondo; un’allegoria di immagini (con raffigurazioni di scene bibliche che si rifanno all’antico e nuovo “Testamento“) e figure simboliche o allegoriche a carattere sacro non tutte cristiane (gnostiche e giudeo/cristiane); un intreccio di storie del bibliche raccontate per immagini e interpretazioni artistiche che si rifanno a differenti epoche. La suggestiva cripta cattura le emozioni del visitatore per le storie affrescate legate al culto di San Marco. La spianata di Piazza Capitolo viene dominata dal bianco splendore lapideo del Campanile sotto cui si staglia, a rimarcare l’importanza che queste terre hanno avuto per Roma, eretta su una colonna, la “lupa” capitolina. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

la Gallinola (Matese, CE); una “balconata” sull’Appennino

Parlare del Matese, ultimo tra i grandi giganti della dorsale appenninica, è un po’ come raccontare tutta la storia delle esplorazioni e dell’escursionismo nel Mezzogiorno italiano. Antichi sentieri e piste della transumanza, presenti con le tracce dei tratturi intersecavano, si rincorrevano o si accavallavano lungo le pendici di questo gigante dell’Appennino. Il Matese non è solo montagna, ma è anche altro: profumi, odori, sapori, cultura, tradizioni… vita! Il massiccio, che determina la dorsale appenninica si colloca, per buona parte, in terra molisana con copiose giogaie e valli profonde; da esso s’impenna la cima più alta: quel poderoso Miletto (2050 m) che reca tracce, nelle conche sommitali, di antichi bacini glaciali; la nostra meta, invece, è la Gallinola.

Considerata da alcuni studiosi di geografia amministrativa come il “tetto della Campania“, la cima si raggiunge da una balconata posta ai margini della conca di Piano della Corte (1643 m); un’alternanza di pianori e sconfinate praterie montane, attraverso verdi pascoli, con tracce di un antico stazzo che un tempo fungeva da riparo per le greggi. Qui la sporadica presenza antropica, laddove uomo e natura sono riusciti a convivere in perfetta armonia per secoli, si evidenzia tra l’ingegno dell’uno e la bellezza dell’altra. Ogni sosta è buona per guardarsi intorno e provare la sensazione di meraviglia e smarrimento. I paesaggi sono molto belli; in fondo, verso sud, l’enorme conca carsica solcata dal lago si adagia al centro di una teoria di monti avvolti dalle foschie mentre, volgendo lo sguardo in alto gli occhi, increduli, scorgono una volta celeste tersa nel suo arcano splendore.

Passando dalla faggeta alle radure assolate, la brulla vetta si avvicina per un sassoso sentiero che arranca lungo i ripidi versanti orientali della montagna. Si attraversano conche carsiche sommitali che sembrano appartenere ad un paesaggio quasi lunare; con tracce appena visibili, lungo piste battute dai pascoli d’altura, si continua per assolate pietraie che giungono fino in cima alla Gallinola (1923 m) da cui s’aprono, improvvisamente, ampie vedute panoramiche. Ritrovarsi proiettati sull’immenso, in questo angolo di Appennino meridionale, non c’è scenario tra i più belli dell’ambiente montano che riesca ad offrire sensazioni ed emozioni oggi difficilmente riscontrabili altrove.

Come era prevedibile, la magnificenza di un limpido orizzonte appare ai nostri occhi in tutta la sua straordinaria bellezza: laggiù in fondo, il lago del Matese e, poco oltre, la pianura campana; a settentrione, come da una terrazza naturale s’apre, in un crogiuolo di elementi che s’alternano tra altipiani boscosi, valli, contrafforti e declivi, la piana del Volturno. Mentre il sole irradia i suoi raggi e riscalda l’ambiente della cima permettendo ai ranuncoli e alle bianche margheritine di rizzarsi sugli steli, la luce fulge splendida in ogni angolo dell’orizzonte; e questa è solo una delle infinitesime magie che riescono ad offrire i meravigliosi ambienti del Matese: laggiù verso nord, la cima del Miletto, ma quell’orizzonte… è terra del Molise! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

lungo il “CAMMINO degli DEI©” una tre giorni attraverso luoghi ed emozioni sospesi in Paradiso

Nell’agosto del 2014 un gruppo di escursionisti effettua – per la prima volta – una spettacolare sgroppata (con due bivacchi in tenda da Minori a Positano), gustando le suggestive emozioni dell’alba e dei tramonti nella caratteristica cornice (unica al mondo) della costa d’Amalfi. L’idea iniziale fu quella di compiere, utilizzando piste e sentieri già presenti sul territorio, un suggestivo itinerario a tappe lungo un paesaggio di incomparabile bellezza: il “CAMMINO degli DEI©”; un trekking attraverso la più bella natura che s’affaccia sul mare, specialmente qui al Sud…!

Muovendosi in piena autosufficienza (con bivacchi notturni previsti in tenda e cucinando alla brace) lungo i sentieri, le rampe, i gradoni, i vicoli, gli archi, i supportici e le antiche vie maestre che collegavano i villaggi costieri con l’entroterra, è stata vissuta una “full-immersion” tra storia, natura, cultura e benessere, nella wilderness emotiva più suggestiva del Mediterraneo, i trekker hanno attraversato orizzonti dal sapore saraceno, rupi dalle incredibili pendenze a strapiombo su di un mare così incredibilmente azzurro, un mondo ove il calcare materializza ogni angolo di natura con panorami mozzafiato dagli incredibili scenari paesaggistici, laddove si sono andate a conoscere…le “RUE” DEL DUCATO©

Se questo è l’immenso… per favore lasciatemi qui…!” Così ebbe a dire, nel 1994, un escursionista belga che guidai lungo i sentieri e le antiche vie che – fin dall’antichità – collegavano le marine lungo la costa agli antichi villaggi e casali sparsi nell’interno… Camminare attraverso luoghi che trasmettono stati d’animo in cui meraviglia e stupore si rincorrono, è una piacevole apoteosi di momenti ed emozioni indescrivibili che si alternano già fin dai primi passi della partenza!

Che dire, poi, dell’incredibile bellezza generata dalle …TERRAZZE DEL PARADISO©; attraverso ambienti che si rifanno ai primordi del pianeta Terra, sono stati i privilegiati protagonisti nel vivere un excursus emotivo/sensoriale che ha attraversato lo scorrere del tempo andando alla scoperta ed alla esplorazione delle antiche culture della costa e del suo immediato entroterra, delle sue produzioni locali, degli scambi commerciali durante il fiorente periodo della Repubblica Marinara del Ducato di Amalfi, dell’antica e interessante lavorazione/produzione della famosa “carta” di Amalfi, del codice (Tabulae) di navigazione amalfitano, delle tradizioni religiose e popolari della zona e di tanto altro ancora…!

Gli escursionisti hanno avuto modo di percorrere …gli ORIZZONTI SARACENI© inerpicandosi lungo i terrazzamenti della “Via Maestra dei Villaggi” sostenuti dai muretti a secco, coi limoneti e i vigneti sospesi nel vuoto, o aggrappati ai pergolati; hanno percorso le tracce del sentiero attraverso l’Orrido di Pino, hanno superato il “Sentiero di Abu-Tabela”, superato il vallone di Furore, risaliti per il “Sentiero dei Corvi”, passati per le “grotte di Santa Barbara” e i vigneti fino a raggiungere Bomerano. Da qui, poi, è stata una indescrivibile serie di emozioni che solo chi le ha vissute ha potuto scoprirne l’essenza percorrendo l’ultimo tratto del Cammino lungo il “mitico” Sentiero degli Dei.

Camminare sospesi nel vuoto è stato un piacevole cammino, al dolce ritmo dei passi, attraverso un susseguirsi di profumi e di colori aromatici offerti dall’intensa natura della macchia mediterranea che ha fatto da platea a quella che è – sicuramente – una tra le più suggestive terrazze che s’affacciano su uno dei panorami più belli e unici al mondo: la Costa d’Amalfi da Praiano a Capri; 270° di “autentico” paradiso che si estende tra l’azzurro e il verde ove luccicano le maioliche degli antichi campanili, mentre l’acqua di torrenti e sorgenti ha fatto, per ben due bivacchi in tenda, da colonna sonora al profumo di una brace che ha coinvolto  tutti i partecipanti in un convivio mai provato fino ad allora. Camminare sull’immenso e inebriandosi di così tanta bellezza… davvero non ha avuto prezzo! (testi & photo ©Andrea Perciato)

CHRISTIANSHAVN (DK) tra “Khaos & Fantasy”, viaggio nella terra degli eccessi nel quartiere hippy di Kobenhavn

Se c’è un luogo che nei miei viaggi/trekking mi ha incuriosito… meravigliato… fatto “sentire” un pò come a casa… reso allegro… esso è il quartiere hippy (e alternativo) di Kristiania, Città “Libera” e Patrimonio Mondiale dell’UNESCO di Copenaghen (Kobenhavn, Danimarca), parzialmente autogovernato da varie etnie ha assunto, come comunità indipendente da tutto, uno status semi/legale ma altamente (credetemi) coinvolgente…

CHRISTIANIA… LA CITTA’ HIPPY DI KOBENHAVN (DK) Non sei stato a Kobenhavn (Copenaghen) se non hai mai visto e vissuto alcuni particolari stati d’animo… emozioni che fanno della Danimarca, oltre alla terra più felice al mondo, un posto davvero originale; attimi e momenti che ti lasciano il segno… come i suggestivi colori, gli intensi profumi, la condivisione del bene comune, le armonie fuori da ogni regola spazio/temporale e il fascino del quartiere hippy (Patrimonio Mondiale dell’UNESCO) di Christianshavn.

COPENAGHEN… INTENSO ARCOBALENO DI PROFUMI! Il fascino del quartiere hippy (Patrimonio Mondiale UNESCO) di Christianshavn raccoglie, al suo interno, la comunità di Christiania, una gigantesca comune in puro stile hippy ove ognuno vive la propria dimensione mettendo le proprie esperienze, il proprio ingegno, i propri averi, le proprie abilità manuali e intellettive, le proprie conoscenze a disposizione di tutti, vivendo in armonia con tutto ciò che li circonda. Nata nel 1971, in piena epoca Vietnam, cominciò con l’occupazione di alcuni edifici militari in disuso da parte di giovani hippy dichiarandosi, fin dal principio, come laboratorio sociale “Città Libera” di Christiania e presentandosi, all’opinione pubblica ed europea, come un “esperimento sociale per restituire centralità alla persona umana” tant’è da essere insignita, dall’UNESCO come Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Il caratteristico portale che ne consente il transito recita – uscendo fuori dal quartiere – scolpito nella sua parte superiore: “you are now entering in EU”… tu ora stai entrando in Europa, tanto per contraddistinguere lo spirito che aleggia all’interno di questa tipica, insolita e originale comunità.

UNA COPENAGHEN DIVERSA DAL RESTO… Dicono, quando si entra a Christiania, di stare tranquilli, che non c’è nessun pericolo…. In effetti c’è talmente tanta gente che non ci si fa caso, ma si trovano degli elementi davvero “strani”. Nelle vie e nei vialetti ci si perde in un intenso arcobaleno di profumi, di essenze aromatiche e di colori; questa è sicuramente una parte di Copenhagen da visitare per avere una dimensione completa dalla cultura locale. Al suo interno non si possono fare foto (come ci ha detto gentilmente un cittadino di Christiania avvicinandoci con discrezione). Qui i prezzi per mangiare e bere sono più bassi di quelli del resto della capitale, ma comunque la visita al suo interno vale un’esperienza da fare.

QUARTIERE “MOLTO” ALTERNATIVO… Un paese nella città con baracche, negozietti, botteghe, laboratori, bar… é questo il suo fascino. Tra i suoi vialetti si respira un clima calmo e sereno, aleggia quella tranquillità dello scorrere del tempo che non ha eguali altrove. Superando alcuni ponti si raggiunge in poche decine di minuti a piedi dal centro di Copenaghen. E’ un quartiere molto alternativo!!! in tutti i sensi e – senza preoccupazioni – tra le viuzze e le case tutte colorate, è possibile vedere la compravendita di fumo (e un pò di tutto) a tutte le ore; una particolare raccomandazione, come già detto, è quella di evitare di fare foto nelle cosiddette “zone hot” bello da vedere ma non troppo!

VIVERE IN TOTALE ANARCHIA…Quartiere libero, semigestito rispetto all’amministrazione comunale, Christiania nasce negli anni ’70 del secolo scorso per divenire una zona libera, hippie, anarchica. Il tempo è passato, i giovani degli anni ’70 hanno ormai la loro età ed il quartiere si è un po’ lasciato andare anche se strizza l’occhio al turismo (è presente su tutte le guide turistiche della città). Sicuramente merita una visita per i murales, per alcuni scorci e i suoi particolari edifici, e se – purtroppo – si vogliono comprare droghe leggere. Al suo interno vige la totale l’anarchia, per strada si trovano banchetti per la vendita di droghe leggere, tutte in bella mostra ed esposte come se fosse merce normalissima; camminare tra questi edifici malandati e non curati può non piacere a tutti, ma comunque esperienza da provare.

AUTOGESTIONE COLLETTIVA… Questo quartiere anarchico e totalmente autogestito un po’ come si una mecca di anarchismo vero e proprio. Al suo interno l’uso di erba e la vendita sono ammesse e per quello che si vede è un posto molto tranquillo, da visitare assolutamente; il quartiere accoglie ancora una fiorente comunità di circa 1000 persone in totale autogestione, e sicuramente la parte più politica del quartiere non è visibile ai turisti. Rimane comunque un sogno di autogestione collettiva, uno dei pochissimi quartieri al mondo che continua a sperimentare un modo di vivere alternativo da 50 anni. Il luogo è particolare, tranquillo e, per certi aspetti, anche grazioso. Mettono allegria tutti quei murales, le bandiere rosse con i tre cerchi gialli, le creazioni artistiche, qui davvero si respira creatività e libertà. Come esperimento sociale sembra che sia riuscito. Andrebbe forse ripetuto in altre città perché potrebbe essere un antidoto alla solitudine e alla miseria di tante persone che vivono quotidianamente per strada e potrebbe favorire una sorta di reciproca solidarietà.

PROVENIENTI DA TUTTO IL MONDO… Qui a Christiania le droghe pesanti sono “altamente” proibite. Entrando in contatto con gli abitanti è possibile fare amicizie di tutti i tipi e con persone provenienti da ogni parte del mondo e che qui hanno deciso di stabilirsi, provvisoriamente (di passaggio) o definitivamente mettendo, addirittura, su famiglia in pianta stabile. Anche se la parte principale non è cosi tranquilla, è possibile andare su una stradina che confina su un bellissimo lago (qui è possibile rilassarvi, fumare e stare tranquilli senza tutti i rumori che si sentono a Christiania). I bar sono lievemente costosi, ma nella media di Copenaghen, e non è consigliabile andarci semplicemente per “bere”; al loro interno, infatti, è possibile fumare in maniera piuttosto tranquilla, e la roba offerta, o le essenze che si percepiscono all’olfatto, non sono assolutamente così male.

NONOSTANTE TUTTO, DA VISITARE ASSOLUTAMENTE…! L’odore dolciastro pervade l’aria in questa grande area che occupa 34 ettari e talvolta può non sentirsi a proprio agio passeggiare vicino a bancarelle di vendita o ai bar occupati da giovani intenti a bere e a fumare tranquillamente l’erba. Il quartiere si mostra decisamente diverso agli occhi del visitatore: non è possibile, infatti, effettuare fotografie perchè in questo ristretto spazio è praticamente possibile (quasi) qualsiasi cosa che, altrove, sarebbe illegale. E’ possibile scorgere, infatti, persone fumare liberamente spinelli o altro, e l’impatto visivo è quantomeno particolare, seppur non eccezionale o clamorosamente imperdibile, ma da visitare assolutamente se non altro per entrare in una realtà completamente diversa rispetto alla ordinatissima capitale danese. Non è raro vedere persone seminude stiracchiarsi fuori dalle proprie baracche. É possibile collaborare al progetto Christiania anche attraverso donazioni volontarie, così come è possibile degustare una birra creata ad hoc per il luogo. Giunti a Copenaghen, visitare il quartiere hippy di Christiania è un’esperienza da fare e da vivere – con tutte le dovute cautele – assolutamente! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato. PS, alcune foto sono state rubate all’insaputa dei residenti!)

La “CICLOVIA del VOLTURNO”… dal Molise alla Campania Felix

Una pedalata da S. Vincenzo al Volturno (IS) a Capua (CE) 160 km in bici e mountainbike, dalle Mainarde fino alla “Terræ Felix”, lungo tutta la valle solcata dal fiume Volturno, attraverso territori ricchi di scorci paesaggistici, bellezze naturali ed emergenze storiche. Prima pista ciclabile al Sud, è un percorso per cicloturisti con una segnaletica direzionale che ne facilita l’individuazione. Il tracciato si sviluppa su strade secondarie ai margini delle campagne, ed ha inizio dalle sorgenti del fiume Volturno per terminare sul Ponte Romano a Capua.

UN FIUME CHE ATTRAVERSA LA STORIA. Il fiume viene doppiato più volte, attraverso campagne allevamenti di bufale. L’arcaica civiltà contadina e le tradizioni borboniche incrociano più volte il percorso, alternandosi a borghi medioevali e l’antica presenza di Roma. I paesaggi offrono vedute che si alternano tra i rilievi collinari – con secolari uliveti e pregiati vitigni come il “Pallagrello”, di matrice reale – e le propaggini del Matese. La Ciclovia offre all’escursionista su due ruote la possibilità di osservare diverse attrattive paesaggistiche, ambientali e culturali di territori sapientemente conservati, dove l’antica civiltà contadina qui ha lasciato indelebili tracce ancora presenti nelle popolazioni locali. Ex riserve di caccia Borboniche si alternano a viali completamente avvolti da filari di platani secolari. Città come Vairano, Alife e Caiazzo sono ricche di testimonianze romane, medioevali e barocche, mentre antiche fontane del ‘700 si alternano a tracce di opus reticularum, lungo un territorio che ha rappresentato da sempre un autentico corridoio tra le pianure campane e gli aspri rilievi abruzzesi. La Ciclovia del Volturno è un tuffo nella storia, semplicemente…pedalando!

AMPI ORIZZONTI D’AZZURRO, VERDE E ARGENTO. Dalle sorgenti fino alla pianura campana il Volturno è uno dei fiumi più importanti del Sud Italia. I colori sono quelli della terra irradiata dal sole, di antiche case in pietra, di borghi e casali, dei campi coltivati, dei covoni di paglia come turrite sentinelle di un orizzonte che sembra non finire mai, delle argentee acque fluviali. I profumi sono quelli dei frutti selvatici, more e lamponi, colti al volo ai bordi della pista, del pane cotto a legna nel forno di un’antica corte. I suoni sono quelli dell’aratro che solca una terra apparentemente dura e inospitale, dei campanacci di bufale al pascolo, dei rintocchi dei campanili di pievi lontane. La Ciclovia del Volturno non presenta difficoltà tecniche: esso è pianeggiante, tendenzialmente in discesa dalla sorgente fino a Capua, con minimi i dislivelli sostenuti a Cerro al Volturno e Colli al Volturno, ancora più duri a Ruviano e Castel Campagnano; una ciclovia adatta a tutti i ciclisti e cicloturisti, e a quelli che il Sud desiderano scoprirlo su due ruote.

TRA AMBIENTI E PAESAGGI DI PURA BELLEZZA. Da Rocchetta al Volturno (IS), dove hanno origine le limpide e cristalline acque alla base del massiccio delle Mainarde (già Parco Nazionale d’Abruzzo), ci si immerge subito attraverso una natura rigogliosa: nella prima parte si toccano piccoli insediamenti abitativi, molto caratteristici, e guadagnando la discesa si raggiunge un fondovalle in cui trionfa la campagna (masserie isolate e case coloniche) in tutto il suo massimo splendore, costeggiando campi e orti le cui sistemazioni sono vere e proprie opere d’arte rurale! Il percorso non presenta particolari difficoltà tecniche. I dislivelli abbordabili mostrano un profilo altimetrico tendenzialmente in continua (e leggera) discesa, salvo alcuni saliscendi abbastanza ripidi nel comune di Cerro al Volturno e Colli al Volturno, e alcuni più lievi a Ruviano e Castel Campagnano. Il traffico su queste strade è talmente poco sostenuto da non rappresentare alcun problema.

ITINERARIO. La Ciclovia ha inizio dalle pendici delle Mainarde ove ha origine il Volturno. Nella prima parte si pedala per 3 km su una sterrata lungo il fiume costeggiando l’area archeologica di Castel San Vincenzo attraverso campi coltivati a graminacee. Dopo un facile guado si procede su asfalto verso Cartiera, sulla strada proveniente da Pizzone, fino a raggiungere Cerro al Volturno; da qui si sale per i villaggi di Petrara e Valloni per 6 km circa su fondo sconnesso, fino alla frazione di Casale per poi scendere fino a Colli al Volturno. Lasciata la strada per Fornelli, presso Ponte Rosso, riappare nuovamente il fiume: si costeggia la sx orografica fino alla diga di Ripaspaccata e si continua per Taverna di Roccaravindola attraverso una piana coltivata. Superati il ponte dei XXV Archi, si lascia la strada per un faci-le saliscendi su sterrato che in breve giunge al villaggio di Campo della Fontana. Costeggiando il fiume si raggiunge il Ponte del Re, ove stacca una variante sulla riva sx di 12,5 km (Ciorlano, Pratella, Ailano), che si ricongiunge al percorso principale della riva dx (in comune di Vairano Patenora), dopo aver attraversato il tranquillo villaggio di Mastrati e proseguendo sui tratti pianeggianti attraverso i comuni di Venafro, Sesto Campano e Presenzano; a mezzo chilometro vi è il centro visite della centrale Enel di Presenzano che costeggia l’invaso inferiore. Si attraversa la SS85 Venafrana e si prosegue su strade inter-ne, tra i campi coltivati fino a Vairano Patenora. A circa 65 km dalla partenza questo è il punto d’arrivo della prima tappa. A 3 km fuori da Vairano si riprende il percorso principale sulla riva destra. Proseguendo per Pietravairano su un tratto sterrato si attraversano i territori di Raviscanina, Sant’Angelo d’Alife e Alife (con un interessante centro storico). Dopo Alife si passa per Gioia Sannitica e si risale fino a Ruviano con punti panoramici sulla valle. Proseguendo per Castel Campagnano si supera Squille, e per estesi ulivati si giunge a Caiazzo, ove è possibile sostare in uno degli agriturismi in zona. Da Caiazzo si pedala attraverso la Piana di Monteverna, e si procede per Castel di Sasso toccando poi Pontelatone e Bellona. Prima di superare il Ponte di Annibale, una lieve deviazione porta alle sorgenti minerali di Triflisco. Dopo Sant’Angelo in Formis e la sua splendida abbazia interamente affrescata, Capua è finalmente a portata di pedale. Le prime case sono un dedalo di viuzze basolate con archi di portali finemente decorati; la segnaletica locale obbliga a compiere una serpentina attraverso vicoli e cardi fino a costeggiare il grande fiume e raggiungere, finalmente, l’imbocco del Ponte Romano sul Volturno ove ha termine la ciclovia. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

“Llanthony Priory” (Wales, Cymru) abbazia ferma nel tempo

Siamo nel Galles (antica terra di Cymru), nell’area montuosa del Breacon Beacons. Qui una leggenda racconta che all’inizio del XII secolo, il nobile e ricco William de Lacy, mentre cacciava attraverso la Valle di Ewyas, trovò rifugio all’interno della rovinosa cappella celtica di St David al centro di questa valletta, ove fu colpito, preso e totalmente coinvolto, da uno stato emotivo-devozionale tale da convertirsi al cattolicesimo. Decise quindi di fondare un priorato proprio qui, in questa valle nascosta e fuori dalle principali vie di comunicazione, favorendo così la nascita dell’Abbey Llanthony Priory.

Ai margini orientali della principale area naturalistica del Galles, quella del Brecon Beacons, tra i rilievi delle Black Moountains (di origini vulcaniche) sorge, in una conca determinata dal susseguirsi di valli, prati ed aspri crinali, una delle più belle abbazie medievali su suolo britannico, le cui imponenti rovine narrano di leggende e antichi luoghi di culto: Llanthony Priory. Ciò che resta oggi di questa abbazia, giace verso l’estremità nord della Valley of Ewyas, lungo uno dei percorsi panoramici tra Abergavenny e Hay-on-Wye. Per oltre dieci miglia la strada scorre – attraverso una natura selvaggia e ricca di essenze lungo il fondovalle – ai margini dell’Honddu River, fino all’estremità superiore più a nord del convento, ove sale verso il Gospel Pass, il passo più alto del Galles, e poi scende verso terreni agricoli intorno al Wye River.

La rotabile è molto stretta, delimitata da muri in pietre a secco e dalle copiose siepi che accolgono pascoli di pecore dal pelo nero. Alcuni insediamenti, più che altro farm (fattorie) e case isolate, sono sparsi nel fondovalle, mentre tutto il circondario, soprattutto alla base delle montagne, viene determinato dai boschi, campi arati e prati verdi, fiancheggiati da pareti rocciose; le case sono costruite con la stessa arenaria scura grigio-rossastra utilizzata per i blocchi del priorato. La sensazione di trovarsi all’interno di un qualcosa di simile alla nostra San Galgano, è immediata! Quel che oggi resta delle rovine, sono mura invecchiate, punteggiate da licheni, ampie chiazze di patina nera e piante spontanee cresciute fra gli interstizi.

La gigantesca struttura (orditura) viene caratterizzata da ampi archi ogivali a sesto acuto, colonne isolate che emergono dal tappeto di erbe, il tutto arricchito da un ambiente aspro, suggestivo e, al tempo stesso, bellissimo. Attraversare le navate di questa abbazia è come tuffarsi in una dimensione spazio-temporale senza fine. Nel 1108 fu costruita una prima chiesetta favorendo così la nascita di una prima comunità di monaci “agostiniani”. Immergendoci, con gli occhi e con la mente, alla scoperta degli angoli più significativi della struttura possiamo osservare la maestosità delle bellissime finestre ogivali e degli archi a “sesto acuto” che ancora oggi sopravvivono, sebbene frammentari, e che lasciano solo trapelare quei piccoli indizi della imperiosa sacralità, della grandezza e dell’importanza di questo sito religioso.

La scoperta di ogni colonna, seguire con gli occhi le sinuosità di ogni arco, le penombre di ogni portale, è un continuo susseguirsi di emozioni visive, di continui giochi di luci ed ombre, dell’alternarsi di spazi pieni e vuoti che si rifanno alla maestosità della grandezza ecclesiastica di tempi lontani sviluppata in questi territori così aspri e difficilmente raggiungibili. Girovagando tra le pietre, tra curiosità e spirito d’avventura, non si trascuri soprattutto la scoperta dei particolari stilistico, decorativi, strutturali e architettonici che determinano le facciate esterne di questa abbazia. Qui, la stagione invernale è molto rigida e la coltre di neve resta per lunghi periodi a determinare il siderale candore avvolto solo dai silenzi o dal fruscio di qualche animale selvatico che scorrazza tra gli alberi dei vicini boschi; per il resto, sembra davvero di poter essere proiettati al centro di un film di matrice medioevale. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

INFRESCHI (Parco Nazionale del Cilento), quella baia in cui l’arcobaleno si tuffa nel mare

Esiste un luogo oggi, nel Parco Nazionale del Cilento-Alburni-Vallo di Diano, che è uno tra i più belli e incantevoli dell’intera fascia costiera, un autentico paradiso del mezzogiorno italiano proteso nel Mar Tirreno: Baja di Punta Infreschi. Piccolo gioiello di concentrato di natura, ove emergono gli esaltanti profumi di un’acqua così incredibilmente azzurra trasportati dalla brezza del vento e dove gli odori di una terra, solo “apparentemente” arida, genera uno tra i prodotti alimentari di maggior consumo sulla gran parte delle tavole del Mediterraneo: l’olio, nella fattispecie quello detto di “Pisciotta”.

Questo particolare itinerario tocca e attraversa uno degli estremi punti (tra i più selvaggi e incontaminati) della provincia di Salerno, là dove le correnti marine si intrecciano e i venti s’incrociano in un brulicare di essenze aromatiche tra le più inconsuete: agavi, fichi d’india, rosmarino, salvia, rucola, timo e lentisco. La zona, conosciuta fin da epoche remote come uno tra i più importanti punti di riferimento per le rotte marine lungo le coste tirreniche da Vibo (Valenzia, in Calabria) a Puteoli (vicino Napoli), fu poco sfruttata durante l’egemonia ellenica; ecco perché oggi quest’angolo di paradiso si mantiene ancora così straordinariamente intatto e, fortunatamente, lontano da qualsiasi tentativo di speculazione edilizia.

Questo lembo di terra è il tipico ambiente cilentano circondato da campi coltivati a ulivo e sistemati su differenti livelli disegnati sul terreno con muretti a secco; qui la pianta resinosa del lentisco è fortemente presente e caratterizza, spesso, anche la toponomastica locale. I giovani raccontano che in tempi antichi, gli abitanti della zona alloggiavano in case fatte di pietra, sparse sui terrazzamenti e distribuite lungo il litorale della frastagliata costiera. Oggi, di quelle case, non sono rimaste che poche tracce riconoscibili in qualche rudere sparso nella fitta macchia che si estende lungo la scogliera.

Muovendosi dalla Marina di Camerota ha inizio un sentiero che per gradoni guadagna quota fino a giungere tra appezzamenti di uliveti in contrada Lentiscella; sotto a destra, sullo sfondo del mare, si scorgono tra agavi e fico d’india, le scogliere e le insenature di Cala Fortuna con la sua ciottolosa spiaggia, e Cala Bianca con la sua omonima Torre. Così, dopo incredibili saliscendi si superano case coloniche abbandonate ed uliveti misti a piante di carrubo. Giunti a un primo incrocio si prende a destra, verso E, fino a guadagnare quota presso un dosso da cui s’aprono ampie vedute paesaggistiche che si estendono tra il mare e l’interno; siamo a ridosso (macchia e ulivi terrazzati) della modesta altura di monte Luna che prospetta a mezzodì.

Da qui parte una discesa in terra battuta che conduce fino al Vallone Viamonte che sbocca nella ciottolosa Cala Fortuna. Guadagnando il versante opposto, il sentiero ora prosegue all’aperto attraversando una bassa cespugliaia formata da agavi, ginestre, mirto e carrubo. Penetrati in un’ampia radura che scivola verso Cala Bianca, si continua ancora all’interno fino ad attraversare il Vallone Cerze di Jazzo. Superato il solco si guadagnano le cespugliose dorsali che, per serpentine, raggiungono i crinali di un promontorio con alcune case coloniche isolate. Da qui si devia leggermente per qualche decina di metri verso sinistra e si giunge presso una vecchia casa ove un isolato albero d’ulivo è posto di fronte ad essa.

Giù a destra, nascosto tra le ginestre, si apre la traccia di un sentiero che scende attraverso una copiosa vegetazione di macchia mediterranea. Perdendo quota, lentamente s’apre uno spettacolo ambientale di inaudita bellezza, posto in uno dei punti più incantevoli della costa cilentana: la baia di Porto degli INFRESCHI, naturale insenatura ad arco entro cui si racchiude un limpidissimo mare dai policromi fondali che vanno dal turchese al giada, dal cobalto fino al verde smeraldo. Naturale rifugio per l’approdo di barche, gli antichi Romani ne fecero un posto tappa lungo i loro viaggi costieri; ciò viene caratterizzato dalla presenza di antichi ruderi che si trovano sparsi lungo i suoi costoni rocciosi e che, precipitando a mare, delimitano l’intera baia.

Una chiesetta dedita al culto di S. Lazzaro, situata lungo il pendio ed appoggiata alla roccia, segna la fine del sentiero. Ancora un paio di gradinate scavate nella pietra e poco più sotto, in basso a sinistra, si apre una piccola spiaggia acciottolata. Dal basso, la veduta della scogliera è ancora molto più bella e suggestiva. In alto, tra le numerose grotte presenti nella roccia, non è difficile veder volteggiare falchi pellegrini in piena libertà. Qui, nel XVII secolo, le grotte della zona venivano usate dai pescatori come magazzini per le attrezzature e depositi d’acqua potabile. Alcune sorgenti, infatti, sbucando dalle cavità ipogee sottomarine, s’immettono direttamente nel mare e ciò spiega la diversa temperatura e la bellissima colorazione di questi fondali. In una vasca squadrata rivestita in cotto posta a destra della piccola spiaggia, si eseguivano la cottura, la concia, la colorazione e la riparazione delle reti che servivano per la pesca.

Proprio sulla parete in alto si scorge quello che è il simbolo del Parco Nazionale: la rarissima “Primula Palinuri”. Sulla pista per il ritorno si attraversano i “festoni” di un uliveto formato da giovani tronchi ed alcune vecchie case in pietra, con annessi fornaci e recinti per gli animali al pascolo; tipica scenografia campestre caratterizzata da una serie di muretti bassi a secco che segnano il terreno circostante e la copiosa macchia di vegetazione mediterranea che s’incrementa di sterpaglie, fogliame sparso, ginestre e rovi determinando questi luoghi in cui si aprono incantevoli fondali marini che rispecchiano crinali montuosi protesi verso il mare. Attraversati il vallone si esce allo scoperto; qualche albero offre rare zone d’ombra, mentre il sentiero transita sopra l’insenatura di Cala Bianca, ove le antiche case dei pescatori s’intravedono appena tra la fitta macchia. Travalicato poi un successivo crinale, si discende in un vallone dominato da sterpaglie e, per un sentiero che comincia ad allargarsi, si sbuca in contrada Lentiscella; da qui in breve si è nuovamente a Marina di Camerota. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

promontorio del GARGANO (FG, Puglia) laddove “il sole si unisce” alla terra

In una incredibile cornice paesaggistica e ambientale, unico nel suo genere si erge maestoso, a Nord del Tavoliere apulo e proteso verso il mare, il promontorio calcareo del Gargano; una terra ove la sapiente mano del Creato ha armoniosamente unito il mare alla montagna. L’avvicendarsi dei secoli ha lasciato evidenti testimonianze nei vari ambienti garganici. Vento e mare hanno contribuito al paziente modellamento della pietra carsica lungo la costa; sassi, piante ed alberi hanno dato origine a quel meraviglioso laboratorio ecologico che è la Foresta Umbra.

La prima suggestione che si coglie è quella di un bianco promontorio che va a bagnarsi in un mare dagli incontaminati colori e dalle cristalline trasparenze dei fondali. Questo è il “biglietto” di presentazione del Gargano, 65 km di costa, per una larghezza di 40 km (il suo punto più elevato è il monte Calvo – 1055 m) che si protendono nell’Adriatico e che si alternano tra basse, sabbiose e bianche spiagge e precipiti scogliere ricoperte dalla macchia mediterranea. Ambienti selvaggi e (sicuramente ancora qualche zona tra le più interne!) ancora inviolati nascondono culture millenarie le cui memorie si perdono nel tempo, in un mondo senza confini. Lo “Sperone d’Italia” è un ammasso calcareo ove il carsismo, col suo lento e incessante lavoro, ha lasciato qui incisi i suoi segni più profondi. Terra arida, ingentilita dalla presenza endemica del pino d’Aleppo che con le sue frondose chiome impreziosisce un aspro ambiente costellato da grotte, doline e inghiottitoi.

Pinete, agrumeti, uliveti e frutteti, distribuiti nelle valli o lungo i suoi promontori, rendono più dolce la fisionomia delle pietrose pendici. Con le sue pareti a picco, la costa avanza tra promontori ricchi di macchia e ginestre e le “calenelle” (piccoli arenili); lunghe spiagge vengono intervallate da caverne, improvvisi archi naturali e ardite scogliere. Inoltrandosi verso l’interno, dopo la fascia dominata dalla pineta, è facile imbattersi in un tipico elemento dell’ambiente garganico: muriccioli di bianche pietre calcaree determinano quegli appezzamenti di terreno distribuiti lungo gli impervi e scoscesi pendii della fascia pedemontana, entro cui sono raccolte distese ulivate, spesso piegate e contorte secondo la direzione dei venti dominanti, i cui tronchi restano caparbiamente avvinghiati al suolo per non precipitare nei sottostanti valloni.

Diversi geologi sono fermamente convinti che il promontorio garganico avesse un suo naturale prolungamento con le catene montuose della sponda opposta all’Adriatico. Da lontano la montagna appare come una massa informe e avvicinandosi, essa va disgregandosi tra numerose catene intervallate da profondi e selvaggi valloni. É ancora possibile oggi passare dalla calura infuocata della costa e dagli abbaglianti riverberi della luce, alle brulle e polverose alture cui è possibile venire improvvisamente accolti dal fresco refrigerio della Foresta Umbra, ove impenetrabili boschi di querce, faggi, aceri, cerri, lecci e castagni vengono inondati da una verde luce crepuscolare.

È ancora possibile oggi passare dalla calura infuocata della costa e dagli abbaglianti riverberi della luce, alle brulle e polverose alture cui è possibile venire improvvisamente accolti dal fresco refrigerio della Foresta Umbra, ove impenetrabili bo-schi di querce, faggi, aceri, cerri, lecci e castagni vengono inondati da una verde luce crepuscolare. Questo inconsueto “oceano verde” si eleva a circa 800 metri lungo la dorsale garganica. Alte e impenetrabili fustaie si innalzano, come le immense colonne di un tempio, in questo suggestivo angolo verde della Puglia. Ricordata dai poeti latini, essa è il più importante residuo di ciò che in epoche remote (nemus garganicum) era l’originaria selva del promontorio che ricopriva tutta la zona per circa 25.000 ettari. Nella foresta sono facilmente distinguibili, a seconda dell’altitudine e delle esposizioni, due distinte fasce di vegetazione: la faggeta e la cerreta.

La prima, occupa la parte meridionale dell’altopiano e vive in simbiosi ad altre specie tra cui il carpino, il leccio, l’acero, l’orniello e il tasso (di cui alcuni esemplari sono, probabilmente, millenari). A settentrione, invece, la foresta vive allo stato puro con un ricco sottobosco (di felci, mirti, ginepri, eriche e agrifogli). Tra l’altro, questo immenso polmone verde garganico, oggi esteso per 10.500 ettari, conserva alcuni tra i patriarchi arborei detti i “colossi della foresta” tra cui un faggio, due pini d’Aleppo, un tasso, un carrubo, un leccio e un olivo con altezze che oscillano tra gli 8 e i 40 metri d’altezza, circonferenze dei tronchi dai 2 ai 13 metri ed età comprese tra i 500 ed i 700 anni. La selva, in alcuni punti sembra la foresta amazzonica ove particolari giochi di luci lasciano filtrare labili raggi solari al di sopra di questa impenetrabile volta vegetazionale.

Una enciclopedia della natura… ove la leggenda si intreccia alle tradizioni ed insieme riescono a penetrare nel più profondo degli animi. Così potrebbe essere identificata la zona del Gargano. Tutto ciò che è magnificamente bello, mistico e suggestivo in questa terra, è possibile riscontrarlo attraverso un sole continuamente splendente, bianchi paesini aggrappati a promontori che precipitano in mare o adagiati lungo le brulle dorsali di montagne, incontaminati (e pescosi) fondali marini, nitidi orizzonti che si perdono all’infinito, impenetrabili foreste ricche di aromatiche essenze, un’arte culinaria tra le più originali del bacino del Mediterraneo, una storia che fonda le sue origini nel mito ed un’arcaica cultura riconoscibile in quelle infinite testimonianze radicate nel popolo garganico che riesce sempre a rinnovarsi e ad offrire, al viaggiatore di passaggio, un’ospitalità che non ha eguali. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Abruzzo, il “Sentiero dei 4 Stazzi” dal Passo Godi un “circuito” intorno al monte Marsicano

Questo è un itinerario particolarmente interessante per l’ambiente selvaggio che si attraversa e per il tatto che ci si avvicina alla zona di riserva integrale, laddove più frequente è la presenza dell’orso marsicano e nella quale il passaggio degli escursionisti turberebbe irrimediabilmente l’equilibrio della popolazione superstite di questa specie. A questi elementi naturalistici si aggiunge lo splendido panorama che si offre a chi giunge sulla maggiore elevazione del monte Godi. Da Villetta Barrea si segue la strada che porta a Scanno, fino all’accesso “Y” del Parco, ove inizia il nostro sentiero che corre lungo il confine del Parco Nazionale.

Si valica il passo Godi (1547 m) ove sorge un albergo e poco dopo si parcheggia in corrispondenza di una strada sterrata sulla sinistra: qui è la capanna dell’accesso “Y”. Da una sterrata, s’apre uno spiazzo e lo stradino è chiuso al traffico da una sbarra; qui cominciano le tracce dei sentieri Y del PNALM (Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise). A piedi si segue la carrareccia con facile percorso in falsopiano (segnavia “Y1”), con bel colpo d’occhio sulla valle del Tasso che si apre in basso verso settentrione. La strada, all’inizio è in salita ma poi continua in leggera discesa (ottima vista sul cocuzzolo piramidale di Serra Capra Morta 1937 m), procede dapprima verso W, poi curva in direzione S-W fino a raggiungere lo stazzo di Ziomas/Ziomax (1583 m).

Caratteristica di questi stazzi (o jazzi) d’alta montagna è la loro peculiare struttura capace di asservire a molteplici funzionalità. Solitamente un unico vano (esternamente in pietra grezza) al cui interno vi è il ricovero per i pastori transumanti e, in un angolo, oltre al focolare, il giaciglio per gli animali; ma generalmente usato durante l’estate, all’esterno è sempre presente un recinto squadrato fatto con pietre calcaree e sistemato con pali e recinzioni alte a “prova” di orso marsicano pronto a buttarsi sulle facili prede come pecore e capre. La pista ogni tanto, soprattutto dopo abbondanti acquazzoni, regala la possibilità di scorgere le impronte lasciate dal lupo nel fango che corre alla caccia di cervi o cinghiali.

Si continua sulla sterrata che inizia a salire e attraversa la Serra di Ziomàs, e poco dopo a un bivio si tralascia la sterrata di destra che scende e si prosegue ancora in direzione di un secondo bivio da cui si può prendere indifferentemente una delle due sterrate che più avanti si ricongiungono a un quadrivio. Si va a destra (la sterrata di sinistra porta verso la cresta Ovest del Monte Godi),  fino a giungere a quota 1735 m ove la carrareccia inizia ad aggirare il Monte del Campitello da Sud scendendo leggermente (sulla sinistra compare un grande altopiano racchiuso da montagne, è il Ferrojo di Scanno). Raggiunto il versante Est di Monte del Campitello (1715 m) si abbandona la sterrata e si inizia a salire (Ovest) seguendo un evidente vallone incassato.

La via non è obbligata, si sceglie, a vista, il percorso migliore per risalire il costone erboso che porta sulla vetta del Monte del Campitello 2014 m. Da qui s’apre uno scenario molto suggestivo con vedute paesaggistiche sulle creste circostanti e le doline interne ricoperte da prati ove si raccoglie un particolare tipo d’erba (simile a una bacca) molto usato nelle pietanze della cucina locale; laggiù in fondo alla conca si ergono i ruderi dello Stazzo Vado di Corte (1900 m). Si prende il sentiero in direzione NNE fino a solcare i margini di un anfiteatro naturale che si espande tra ampi orizzonti e faggete in lontananza. Continuando sempre a scendere si raggiunge l’altopiano di Camporotondo (1700 m) da cui s’aprono ampi panorami sulle vette circostanti.

Successivamente da qui si prosegue (direzione E) verso macchie boscose in cui prevale la cerreta e la faggeta. La pista scende ancora in leggera discesa fino a divenire sassosa e, quando termina il bosco esce all’aperto con panorami mozzafiato fino a Scanno. Una sterrata sale (da Scanno) fino a lambire le irte serre di Ziomas, che si sporgono sulle nostre teste a dx, e si ricongiunge (1617 m) alla pista fatta per l’andata. Non resta da fare che proseguire nuovamente verso lo Stazzo Ziomas lasciando alle nostre spalle un autentico paradiso della montagna, e ripercorrere lo stesso itinerario fatto per l’andata fino al cancello d’ingresso dell’itinerario Y1. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)