Civita Bagnoregio (VT)… borgo sospeso nel tempo tra fascino, mistero e magia…

Il borgo di Civita di Bagnoregio, su cui spicca lo snello campanile romanico della chiesa madre, si erge – come un’isoletta – nella fragile immensità dei calanchi, come un “mare” increspato ma immobile che dona la surreale sensazione di assistere ad una “tempesta” in continua evoluzione.

Le suggestive atmosfere intrise d’antico, si alternano fra l’incanto e i silenzi che avvolgono la sensibilità di chi capita qui per la prima volta. Mentre gli occhi scorrono attraverso una singolare sky-line lungo le circostanti (e instabili) rupi d’argilla e arenaria, modellate – durante il corso dei millenni – dalle acque dei torrenti e delle piogge; elementi, questi, che pian piano contribuiranno allo sfaldamento e scivolamento a valle ciò che ancora il borgo riesce a conservare, già colpito e danneggiato dagli innumerevoli terremoti e smottamenti avvenuti nel corso dei secoli: per questo Civita di Bagnoregio oggi è universalmente famosa e conosciuta come la “città che muore”.

Fu proprio l’abbondanza di acque, assieme alla copiosa vegetazione, ad attrarre e convincere gli uomini, sin dalle epoche più remote, a vivere e stabilirsi in questi luoghi. Furono gli Etruschi, i principali artefici dell’importanza di questa località, che fecero di Civita (di cui ancora non si conosce l’antico nome) una fiorente città. Questa fu favorita dalla posizione strategica in cui sorgeva, grazie anche alla vicinanza con le più importanti vie di comunicazione del tempo.

Il ritorno alla vita… In seguito ai ripetuti abbandoni durante il tempo, la Civita divenne per molti anni quasi come un “borgo fantasma“. Civita oggi è collegata alla sorella Bagnoregio, e al “resto del mondo”, grazie a un sottilissimo e lunghissimo viadotto in cemento. Questo fu ricostruito due volte, dopo l’abbattimento del vecchio ponte in muratura, fatto saltare dai tedeschi durante la Seconda Guerra mondiale. La prima volta il lavoro non venne fatto in maniera accurata, tant’è che nel 1964, quando ennesimi smottamenti colpirono la collina di Civita e la Valle dei Calanchi, l’ardito cavalcavia appena edificato crollò poco prima della sua inaugurazione.

Conosciuta ormai da decenni come la “città che muore”, in realtà negli ultimi tempi Civita di Bagnoregio sta ritornando nuovamente a vivere, grazie soprattutto ad un flusso turistico cospicuo e sempre crescente, anche di provenienza straniera; presenze che hanno riportato grande vitalità e nuove risorse all’antico villaggio. Il borgo, con accurate operazioni di recupero nel suo aspetto originario, poco alla volta sta nuovamente ripopolandosi.

Luoghi immutati nel tempo… Ai meravigliosi panorami e alla bellezza del paesaggio, fa da contraltare l’incredibile e suggestiva atmosfera del borgo. Un borgo, diremo oggi, “musealizzato”; un esempio, forse unico in Italia, di villaggio tardo-medievale rimasto immutato nel tempo. Al termine del lungo ponte si accede attraverso la scenografica Porta Santa Maria, aperta da un arco in peperino e sormontata da una loggetta. La porta reca due bassorilievi che raffigurano un leone che tiene un uomo con gli artigli, (metafora della cacciata dei Monaldeschi). Oltrepassato il varco scavato nella viva roccia, subito si ammira una prima piazzetta; slargo circondato da bei palazzi signorili e da residenze più modeste; di un edificio, invece, resta visibile soltanto la facciata, con le finestre che lasciano intravedere il cielo.

La piazza centrale e il Duomo di San Donato… Continuando per l’arteria principale, dopo pochi metri si sbuca nella pittoresca Piazza San Donato. Qui, al posto dell’originaria pavimentazione, si calpesta una breccia mista a terriccio che da la sensazione di essere improvvisamente piombati indietro almeno di cinquecento anni. In questo spazio s’affaccia la mole del Duomo di San Donato, sorto – probabilmente su un preesistente tempio pagano – nel VIII secolo, ma dall’aspetto cinquecentesco. Nella stessa Piazza San Donato, a giugno si svolge il simpatico (quanto inconsueto) “Palio della Tonna“, una festa di origine medievale che vede i fantini sfidarsi in un’acerrima e rocambolesca corsa ad anello.

Un borgo antico ove il Medioevo è ancora presente… tra botteghe artigiane, angusti cortili e stretti vicoli, tipologie architettoniche che fanno di Civita di Bagnoregio, un contenitore urbanistico caratterizzato da archetti, cortili e piazzette, da case medievali e rinascimentali ornate da bifore, “profferli” (tipiche rampe arcuate medioevali) e portali in peperino. Spesso al loro interno si trovano graziose botteghe artigiane, in cui si può entrare ed assistere alla procedura di antichi mestieri. Camminando in questo tortuoso dedalo, fatto di spazi inconsueti e di viuzze affacciate sul vuoto, lo sguardo viene rapito dalla varietà di scorci paesaggistici e ambientali che s’aprono verso la Valle dei Calanchi. Ma è verso sera che Civita (e la sua rupe) assume la sua veste più bella. Al tramonto il borgo si tinge di incredibili livree dalle inconsuete tonalità del rosso, offrendo un’alternanza di curiosi e originali giochi di luci ed ombre distribuite tra gli affilati crinali in tufo e arenaria e la copiosa vegetazione, andando così a formare un quadro paesaggistico ancor più suggestivo. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

St. KEVIN’S Way (Irlanda) lungo il “Cammino Celtico” …alla ricerca dello “spirito/guida” dell’eremita irlandese Kevin

Camminando lungo piste e sentieri sparsi in Irlanda capita spesso di trovarsi – senza saperlo – lungo tratti di vie storiche, o vie di pellegrinaggio, poco noti e sconosciuti al grande pubblico di viandanti, pellegrini e backpacker. Nei territori del sud-est dell’isola verde, attraverso i monti, le valli, i fiumi e le radure della contea di Wicklow si sviluppa un percorso di fede, intitolato ad un monaco eremita – St. Kevin – che amava vivere di solitudine e contemplazione. Il “St. KEVIN’S WAY” è, sicuramente, uno tra i cammini di pellegrinaggio più antichi d’Irlanda risalente ad oltre 1000 anni fa.

Quest’antica via scorre, per 18 miglia (circa 30 km), attraverso paesaggi bucolici, ampi panorami, sviluppandosi attraverso una combinazione di strade, sentieri forestali e versanti aperti a ridosso delle pendici montuose. Lungo esso s’incontrano siti storici associati a San Kevin, che percorse questi luoghi alla ricerca di un eremo sulle montagne, oltre a toccare aree di interesse geologico e di straordinarie bellezze paesaggistiche. Il St. Kevin’s Way segue le orme di anto attraverso le colline di Wicklow fino all’inquietante e misteriosa valle di Glendalough, dove trascorse il resto della sua vita in solitaria preghiera e contemplazione.

Il cammino che segue le orme di St. Kevin, che attraversò i monti Wicklow e fondò il monastero di Glendalough nel VI secolo, assume l’aspetto di un autentico viaggio ove natura, cultura, fede, e attività produttive, s’intrecciano spesso integrandosi al meglio quali elementi caratteristici dei paesaggi e degli ambienti che esso va a toccare. Il cammino che effettuò il santo divenne, in seguito, un percorso di pellegrinaggio; oggi, la sua frequentazione, lo porta ad essere uno dei sentieri di pellegrinaggio medievali sviluppati – e riconosciuti – come percorsi pedonali dal Consiglio del Patrimonio irlandese.

I pellegrini medievali giungevano sull’isola da ogni parte del mondo per visitare la tomba di Kevin. I punti di partenza alternativi per questa traversata attraverso i monti del Wicklow riflettono le diverse direzioni da cui, probabilmente, questi avevano effettuato per raggiungere la dimora del santo. Il “percorso principale” inizia da Hollywood, mentre il “percorso alternativo” proviene da Valleymount. Entrambi i percorsi si incontrano (e si uniscono) presso il Ballinagee Bridge. Il viandante/pellegrino, poi, sale verso lo spettacolare Wicklow Gap, un classico esempio di “wind gap” e il punto più alto del percorso.

Percorrere queste antiche vie non solo offre l’opportunità di rinnovamento spirituale, ma ci fornisce anche un collegamento con il nostro passato, un connettersi col proprio animo ed un immergersi nell’aspra e – al tempo stesso – meravigliosa natura del Parco Nazionale di Wicklow. Non potendolo effettuare per tutta la sua interezza, sia per il periodo (tardo autunno) che per la scarsa luce diurna, si decide di approfittare di un collegamento (bus pubblico) che ci conduce in direzione di Glendalough. Appena superati il Wicklow gap, a qualche chilometro prima del villaggio, presso una palina con le indicazioni (scritte anche in gaelico) “Slì Chaoimhìn” della St. Kevin’s Way, ha inizio il nostro cammino sull’ultimo tratto di questo importante pellegrinaggio.

Un ponticello con assi e balaustre in legno consente di superare il fiume (il Glendasan) che giunge da un laghetto superiore; il rudere di una costruzione, posta alla destra del percorso, attira la nostra curiosità. Addentrandoci al suo interno scopriamo subito che non si tratta di una costruzione a carattere sacro, ma è tutto ciò che resta – e quel che è sopravvissuto – di un accampamento minerario: il Lead Mines, le miniere da cui si estraeva il piombo. Superati la miniera la pista prosegue, sulla destra orografica della vallata, su un terreno ghiaioso che si alterna a lastre di pietra; questo è l’originario tratto dell’antica strada di pellegrinaggio della St. Kevin’s Way e di queste forme lapidee se ne incontrano, successivamente, ancora in alcuni tratti.

La zona è estremamente meravigliosa con le foglie che assumono tutte le tonalità dei colori autunnali; un percorso davvero bello tra alberi nodosi che sembrano usciti da un film di fiabe. I punti salienti di questi territori sono senza dubbio i fiumi di montagna cosparsi di massi levigati, lungo le cui sponde scorre la gran parte del nostro percorso. Questi ambienti sono incredibili, con le sponde ricoperte di felci e le folte chiome di querce e betulle che affondano le loro radici a ridosso dell’acqua. Mentre camminiamo seguendo il principale flusso del fiume Kings, che scende dal Wicklow Gap verso il bacino di Poulaphuca, camminiamo continuando a seguire il letto del fiume Glendasan, che scende in direzione di Glendalough.

Continuando a camminare per la St. Kevin’s Way e osservando la natura circostante, si avverte di come questa parte di territorio sia così, incredibilmente, meravigliosa, L’andamento del sentiero procede – quasi linearmente – a seguire le pendici settentrionali del Camaderry le cui alture chiudono, in alto, sulla destra, proprio ai margini superiori delle ampie macchie forestali determinate dalle abetaie e dalle betullaie. Il percorso – spesso fangoso per l’alternarsi delle piogge – reso ancor più scivoloso dalla presenza di muschi e licheni, non presenta difficoltà evidenti, ma basta prestare l’attenzione, posizionando lo sguardo sui metri che precedono il nostro avanzare. Passerelle e sentieri continuano a superare squarci di paesaggi che diventano sempre più panoramici. Scrutando con lo sguardo attraverso i boschi, è sorprendente vedere cervi, rapaci e altri animali.

Il percorso segue poi la discesa del fiume Glendasan fino a raggiungere l’ingresso della valle di Glendalough. L’estrema bellezza dei luoghi e degli ambienti attraversati aiutano a concentrarci sull’escursione e, soprattutto, sui panorami meravigliosi che aiutano a distogliere l’attenzione dal percepire i rumori del traffico che scorre al lato opposto della vallata. Questa che si attraversa è l’unica parte dell’escursione in cui abbiamo incontrato zone umide e – spesso – paludose. Il sentiero, avvicinandosi, ora inizia a correre parallelo alla strada che scende a Glendalough utilizzando parte della stessa strada dei minatori. Ciò che sorprende a nostro avviso, sembra che questa sia la sezione più panoramica del percorso. L’escursione che scende a Glendalough segue il fiume che taglia la valle lungo i vecchi sentieri dei minatori; panorami qui sono eccezionali. Mentre l’escursione lungo la valle segue il fiume, il fiume presenta molte piccole cascate piscine naturali; nei tratti più impegnativi sono stati sistemati dei gradini e delle traversine ferroviarie per facilitare il passo.

La St. Kevins Way entra finalmente a Glendalough lungo una stradina che scorre vicino al fiume Glendasan; questa conduce fin giù alla fine della valle. Il termine del cammino è proprio di fronte all’ingresso della torre rotonda a Glendalough. Glendalough, “la valle dei due laghi“, con i suoi paesaggi spettacolari, la ricca storia archeologica e l’abbondante fauna selvatica accolse le gesta e le opere del santo. Seguendo il percorso intrapreso da St. Kevin nel suo cammino verso la solitudine e la preghiera, questo è un percorso popolare estremamente sentito per la sua fede e la sua spiritualità. Partendo dal villaggio di Hollywood, nella contea di Wicklow, esso giunge e supera il Wicklow Gap, un passo di alta montagna, per finire, circa 30 km dopo, nella bellissima valle glaciale di Glendalough, presso le rovine dell’insediamento monastico medievale creato da St. Kevin nel VI secolo.

Questa via attraversa le colline di Wicklow e segue le orme di San Kevin del VI secolo e dei pellegrini che si recavano a visitare la sua tomba nella maestosa valle glaciale di Glendalough (che significa “Valle dei due laghi“). St. Kevin qui vi fondò un insediamento monastico del primo medioevo che dopo la sua morte continuò ad essere un centro di fede, di devozione e di apprendimento. Qui a Glendalough dopo la morte di Kevin nel 618 d.C., quello che era stato un umile eremitaggio si trasformò – nel tempo – in un’imponente città monastica che avrebbe continuato ad essere un centro di pietà e di apprendimento per molti anni a venire.

San Kevin fu ordinato dal vescovo Lugidus e dopo la sua ordinazione visse come un eremita in una grotta a Glendalough; qui una tomba dell’età del bronzo è ora conosciuta come il “letto di San Kevin”. Egli viveva della terra mangiando la flora e la fauna disponibili nei suoi dintorni. Viaggiava a piedi nudi e trascorreva il suo tempo in preghiera in modo simile alla ricerca della visione di uno sciamano o dei monaci. È interessante come questi rituali sacri fossero praticati in tutti i ceti della fede e della spiritualità a livello globale. San Kevin suonava l’arpa; era la sua preziosa reliquia, e quando scrisse la sua “regola” monastica in realtà erano versi.

St. Kevin era lo “spirito guida” del popolo quando intraprese il viaggio lungo la via di San Kevin fino a Glendalough, dove stabilì le prime radici della nuova era celtica cristiana. Egli si adoperò a creare un particolare incenso ai fiori d’arancio unendolo ad una bella miscela di resine, di muschio e di fiori di campo; questo incenso – nelle intenzioni del santo eremita – veniva spesso usato per acquisire la saggezza e per la ricerca della verità. Una essenza che era perfetta per aprire lo spazio interiore, oppure creare per creare spazi per se stessi durante particolari cerimonie, significativi rituali, o semplice meditazione. San Kevin si dedicò completamente allo studio delle sacre scritture ed a tutt’oggi è un santo molto celebrato a Wicklow, il suo contributo più importante è stato quello di aver creato il complesso monastico di Glendalough.

Il sito monastico di Glendalough è una rinomata destinazione storica e spirituale e comprende i resti di un antico insediamento curato dai monaci. Esso comprende anche altre strutture iconiche come la Torre Rotonda, la Chiesa di San Kevin, la cappella del Priore e numerose altre rovine monastiche. Ciò che resta (ruderi) della St. Kevin Church è un’antica chiesa che risale al VI secolo, immersa proprio nel cuore della Glendalough valley e si trova all’interno (tra le mura) del sito monastico. Le sue sale sacre sono decorate con intricati intagli in pietra e sono state per secoli luogo di culto e pellegrinaggio. Figura influente del primo cristianesimo irlandese, il percorso di pellegrinaggio lungo la St. Kevin’s Way segue le sue orme e attira visitatori in cerca di connessione spirituale e di immersione culturale.

Anche una leggenda intreccia le sue trame nella vita del santo. Qui, a Glendalough vagava l’inquieta anima di un fantasma femminile che amava San Kevin. Una nota leggenda irlandese racconta di una donna che si innamorò di San Kevin, il sant’uomo vissuto a Glendalough nel VI secolo. La donna era già morta e il suo spirito spettrale cominciò a perseguitare il santo, seguendolo ovunque egli andasse. San Kevin, tuttavia, non era interessato all’affetto della donna e la rimproverò più volte. In alcune versioni della storia, l’amore della donna per San Kevin era così forte che alla fine le fu concessa la liberazione dalla sua esistenza spettrale così da ottenere il definitivo permesso di passare all’aldilà. Il racconto viene spesso visto come un avvertimento sui pericoli del desiderio incontrollato e sull’importanza della purezza spirituale.

Dopo aver visto e vissuto la cornice paesaggistica e gli ambienti in cui si narra la storia di questo eremita, divenuto poi santo, la domanda che spesso risuona nelle nostre menti pone la più semplice (e, forse, innocua) risposta che da sempre coinvolge in un turbinio di emozioni i pensieri e l’animo dell’essere umano: ma è ancora necessario scegliere un luogo di solitudine, un Ashram, un Math, un Gurdwara o genuflettersi in chiesa, entrare in un tempio o andare in una moschea, per sentire la presenza di Dio, quando Dio è ovunque? La risposta è sì. Perché se dal passato ci giungono queste testimonianze, allora ammirare quei santi cristiani, eremiti, monaci che scelsero questo luogo per la comunione con Dio non è affatto blasfemia.

Secondo il mio personale modo di intendere e vedere le confessioni religiose, ogni persona, indipendentemente dalla propria credenza o fede, deve visitare questo bellissimo monastero che ora è in rovina ma che è, comunque, un luogo santo. Gli insegnamenti del Santo alle persone che vivevano nelle vicinanze di questa valle erano ben noti; i suoi monaci/seguaci erano molti. In tutta l’area ci sono lapidi e croci scolpite che conferiscono al complesso un’aria intrigante, eterea, quasi ancestrale ove i suoni della natura, in una sorta di illimitato comprendere la grandezza del “creato” senza limiti spazio/temporali, si alternano ai ritmi generati dalle pulsazioni del nostro battito; tutto il resto, poi… sono solo emozioni! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

KILCOOLEY ABBEY (Irlanda) l’abbazia di Excalibur… persa tra le nebbie!

L’Irlanda è ricca di abbazie, cappelle (molte sono isolate) cattedrali (ben rifinite), chiese (spesso rupestri), conventi e monasteri (tanti di loro in rovina); in alcuni di questi luoghi non è raro immaginare di potersi trovare nel bel mezzo di una tra le più singolari location ove hanno girato scene di film a trama medioevale (“Excalibur” e i “Cavalieri della Tavola Rotonda“). Ebbene… la KILCOOLEY Abbey è proprio uno di questi luoghi, una gemma nascosta tra boschi e blasonate proprietà terriere; ciò che resta di un’antica abbazia sperduta nella campagna irlandese, con all’interno diversi bassorilievi e sculture in pietra.

Chiedere indicazioni alla gente del posto è imperativo, poiché anche se le strade principali e le vie interne risultano avere un’appropriata segnaletica, con la bruma e la nebbia che copre ogni possibile orizzonte, risulta davvero difficile individuare il bellissimo e scenografico viale d’accesso alberato, con grandi cancelli, che immette nella tenuta (privata) in cui giace l’Abbazia. Le mura che cingono la tenuta e l’alta copertura del manto forestale naturalmente nascondono la vista dell’Abbazia. Il viale principale dopo una enorme curva conduce, aggirandola, fino al piazzale d’ingresso su cui prospetta il monumentale campanile (a sezione quadra e sormontato da guglie in marmo) della bella chiesa protestante del parco di Kilcooley Church; nelle adiacenze sono antiche sepolture di chi – nel tempo – ha governato la tenuta.  

Questa struttura cistercense è un vero gioiello nascosto tra le Midlands irlandesi. Non è lontana da South Laois, ed è nelle vicinanze di Urlingford presso Kilkenny, appena oltre il confine della contea a Tipperary. Nel campo adiacente la nuova chiesa è possibile scoprire un cimitero più piccolo con lastre tombali finemente scolpite, dominato dal Mausoleo eretto a forma di piramide della famiglia Burke e la vecchia parete di un edificio con arco gotico a sesto acuto. É sbalorditiva la suggestione che genera un luogo così ricco di storia e di solitudine, racchiuso all’interno di vasti terreni pianeggianti distribuiti tra la chiesa, i due cimiteri e l’abbazia vera e propria di cui si scorgono i ruderi in lontananza. Qui c’è abbastanza da vedere e scoprire.

Un cancelletto, chiuso per impedire il transito di autoveicoli e/o di animali che qui pascolano liberamente come mucche e cavalli, permette l’accesso ad una vasta radura erbosa; l’accesso al pubblico è libero per tutti (naturalmente a piedi), e possono accedervi solo gli automezzi “agricoli” (come trattori) ed operai forestali impegnati nella gestione e nei lavori di manutenzione all’interno della tenuta che sono al diretto servizio dei proprietari di Kilcooley. Superati il cancello ha così inizio una passeggiata attraverso un campo spesso quasi sempre bagnato dalla rugiada o dalla forte umidità; in questo caso è consigliabile avere ai piedi pedule escursionistiche adatte a questi tipi di terreni.

Le rovine dell’antica abbazia sono già ben visibili sullo sfondo. Una breve camminata lungo un sentiero ben marcato dal passaggio di uomini e animali attraverso un campo, consente di raggiungere l’ingresso pedonale dell’Abbazia. Mentre si avanza in direzione della stessa una singolare struttura a forma di grosso alveare, desta la nostra curiosità. Un’apertura sul lato, consente di osservare dall’interno questa curiosa costruzione che, in realtà, doveva essere una vecchia colombaia. Non è noto se questo fosse utilizzato come colombario per conservare le ceneri o come colombaia per i piccioni; ma molto probabilmente si trattava di una colombaia poiché nel soffitto c’è un buco largo meno di un metro, da cui entravano e uscivano i piccioni.

Eccoci finalmente giunti al cospetto dell’abbazia di Kilcooley, un luogo fantastico che – avvolto dalle nebbie e dalla foschia – genera stupore e meraviglia per le bellezze architettoniche, stilistiche, scultoree e decorative che in essa si riscontrano. A prima vista la struttura sembra essere in un buono stato di conservazione, ma l’amarezza prevale quando, avvicinandosi, si scopre che l’accesso è precluso perché alcune parti della struttura sono pericolanti o in uno stato di precario equilibrio statico. Questa Abbazia cistercense risale originariamente al 1182 e fu ricostruita nel 1445. La tenuta su cui si trova l’Abbazia è privata ma l’Abbazia è un Monumento Nazionale e dal febbraio 2019 l’accesso è libero e ben segnalato, situazione – questa – che consente di poter ammirare da vicino questo autentico gioiello (anche se nascosto) dell’arte sacra irlandese.

Fondata dal re di Thomond, Donal Mor O’Brien, nel 1182 circa e nel giro di due anni l’abbazia divenne una fondazione figlia dell’abbazia cistercense di Jerpoint nella contea di Kilkenny. Bruciata in seguito ad un incendio nel 1445, e in seguito ricostruita, fu spesso abitata come residenza occasionale dalla famiglia Barker quando ne divenne la proprietà. L’Abbazia stessa risulta essere una imponente struttura con un’enorme finestra che s’apre sul lato orientale. Scorrendo con lo sguardo al di là della grata in ferro per impedire l’accesso, al suo interno sono possibili scorgere bellissime tombe, particolari effigi in pietra, sculture e bassorilievi a carattere sacro; alzando lo sguardo verso il soffitto si vedono le orditure di alcuni imponenti archi che sorreggono la volta e un fonte battesimale posto all’ingresso principale dell’Abbazia.

Considerata uno fra i tesori nascosti in questo angolo remoto della contea di Tipperary, l’abbazia si trova all’interno di un podere murato. Da un lato, verso occidente, la foresta chiude l’orizzonte del campo visivo, mentre girando intorno a queste mura che sanno di antico, di duro lavoro, di preghiera e di contemplazione, si avverte come questo luogo sia – da sempre – uno dei posti più tranquilli che si possano desiderare, laddove la meditazione esalta l’animo alla sublimazione del semplice e del concreto. Circondata da boschi e fattorie, pochissimi suoni del mondo moderno e rumori che giungono dall’esterno penetrano nel campo in cui essa giace. Per tutte queste sue caratteristiche è possibile immaginare, quasi percepire, quelli che potevano essere i tempi in cui questa abbazia fu dapprima abitata e, successivamente, utilizzata quotidianamente come rifugio e luogo di culto per i monaci cistercensi che qui dimoravano.

Fra le tante curiosità che avvolgono di fascino e mistero queste rovine, dialogando con alcuni tagliaboschi locali, si scopre che Kilcooly Abbey fu stata utilizzata, negli anni ’80, anche come location per la realizzazione del film di John BoormanExcalibur” basato sulla leggendaria spada di Re Artù e della saga dei “Cavalieri della Tavola Rotonda”. Anche quest’ultima è una tra le “perle” di rara bellezza poco conosciuta, poco conosciuta dal grande pubblico, di questa meravigliosa terra che è l’Irlanda; la sua visita ed una escursione per raggiungerla, non possono mancare nel taccuino dei viaggiatori, degli escursionisti e dei backpacker… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Cliffs of MOHER (Irlanda) l’impetuoso “canto del mare”, da Doonagore Castle a Doolin

Nella contea di Clare, sulla costa occidentale dell’Irlanda, s’apre uno scenario paesaggistico tra i più belli e suggestivi al mondo, una scenografia ambientale da lasciare stupiti, quasi da restare senza fiato: le famose scogliere delle Cliffs of Moher, uno dei luoghi più spettacolari della terra. Sfortuna vuole che proprio quando si giunge in prossimità di queste, si scatena una incredibile tempesta con giganteschi muri d’acqua che – a ripetizione – sospinti dai fortissimi venti, le nubi giungono fino a toccare il suolo oscurando tutto il cielo e rendendo, dal cupo grigio al più scuro antracite, ogni cosa intorno, dalle verdeggianti praterie alle lontane fattorie sparse nella brughiera; impedendo – purtroppo – la tanto agognata visuale sulle rocce che piombano direttamente nell’oceano Atlantico.

Siamo nella parte nord delle “cliffs“, ad un miglio della lunga e frastagliata costa che genera queste caratteristiche scogliere; 14 km di saliscendi tra prati, torbiere, pascoli, muretti a secco e precipizi con viste che lasciano immaginare quanta potenza abbia assunto la natura per creare – milioni di anni fa – uno spettacolo così unico. Bellezza e fantasia, paura e sospiri, inquietudine ed ansia, stupore e meraviglia sono le prime impressioni che genera la visione di queste ripide scogliere che piombano a picco nel mare di chi si appropinqua a camminare (in molti casi anche a sfiorare) lungo i bordi che serpeggiano a precipizio sul vuoto, con sguardi oltre l’immenso alla ricerca di orizzonti ed emozioni che sono difficili trovare altrove.

Precluso l’accesso ai luoghi più spettacolari ove poter vedere (e fotografare) questa meraviglia della natura, l’alternativa suggerisce di recarsi – sempre lungo la stessa costa – in un luogo ove può essere possibile, appena s’aprono squarci di cielo tali da far scorgere in lontananza le scogliere, sgambettare per qualche chilometro attraverso questo incredibile scenario paesaggistico. Per una stradina che scende verso la costa dopo poche decine di minuti si giunge in vista di uno spettacolo d’altri tempi; un castello che sembra essere uscito da una fiaba, antico luogo che riporta alla mente le eroiche gesta di uomini d’arme che combattevano per ambire alla mano di qualche fanciulla. Il Castello di Doonagore, insolito (e modesto) maniero che viene utilizzato come punto di navigazione per le barche e i traghetti. La solitudine, il mare sullo sfondo, la pioggia e la nebbia restituiscono un’atmosfera irreale.

Esso si erge – in tutta la sua spettacolarità – su una verdeggiante collina posta a circa metà strada tra il villaggio di Doolin e le scogliere di Moher, in posizione elevata presso il villaggio di Doolin. La struttura è costituita da una casa (edificio della Torre) circolare circondata da un piccolo cortile racchiuso da una cinta muraria difensiva. La sua costruzione risale al XVI secolo, anche se un castello già esisteva sul sito fin dal 1300. Fu concesso a Sir Turlough O’Brien di Ennistymon nel 1582, mentre nel 1588 fu protagonista di un atroce evento: durante la ritirata dell’Armada spagnola, una delle navi spagnole in fuga naufragò lungo questo tratto di costa; 170 furono i sopravvissuti, ma anziché aiutarli furono catturati e impiccati all’interno del castello di Doonagore. Il castello cominciò ad andare in rovina nel 1800 e si deteriorò definitivamente verso la metà del XIX secolo.

Si prosegue lungo la strada che passa accanto al castello e che gira leggermente attorno ad esso. Fermandosi dopo circa trecento metri e volgendo lo sguardo all’indietro, è possibile avere una vista del castello incorniciato – alle sue spalle – da nubi scure in procinto di tempesta; uno spettacolo che incute fascino e timore al tempo stesso. Qui è il luogo perfetto per allontanarsi brevemente dal sentiero “asfaltato” (vi passa appena un’auto!), raggiungere il ciglio della scogliera, godersi il panorama e scattare – aperture di cielo permettendo – qualche foto; la vista sull’oceano e sulle scogliere vicine sono da lasciare stupiti. Uno scenario mozzafiato s’apre lungo il sentiero che costeggia la scogliera e i verdi pascoli con pecore e mucche. Camminando con viste spettacolari sull’Atlantico, sulle scogliere di Moher e sulla costa verde e scoscesa, esalta la bellezza del percorso con una combinazione di tratti di sentiero dalle superfici ora fangose, ora ghiaiose.

Affacciandosi sul bordo della scogliera la vista spazia sull’immenso; spesso qui la sosta stessa potrebbe essere molto ventosa quindi, senza indugiare a lungo, conviene ammirare il paesaggio e, magari, effettuare anche bei scatti fotografici, ovviamente facendo sempre attenzione, e usando la massima cautela, a non avvicinarsi troppo al bordo della scogliera. Questa escursione non presenta evidenti difficoltà; i tratti che vengono superati con moderazione si alternano ad alcune sezioni che richiamano – spesso – alla massima attenzione (fango ed erba scivolosi) attraversando anche parecchie aree pianeggianti. I panorami lungo questo sentiero sono fantastici! Attraggono a tal punto l’animo dell’escursionista dal farlo ammirare (e fissare), per decine e decine di minuti, le ripide scogliere per ore.

Questo percorso, iniziato dal Doonamore Castle, è assolutamente una delle escursioni più panoramiche che possano farsi lungo questo tratto costiero. L’inizio del sentiero è abbastanza facile da seguire e da percorrerlo; c’è da considerare – però – che, quasi sempre, risulta estremamente fangoso e questo condiziona, spesso, la sua percorrenza. Ma senza accorgersi del tempo trascorso ad ammirare una insolita inquadratura delle famose Cliffs of Moher si raggiunge, finalmente, il piccolo ponte in pietra che determina l’ingresso al caratteristico villaggio di pescatori di DOOLIN che è, sicuramente, uno tra i posti più belli da vedere in Irlanda per la sua caratteristica unica che lo fa tanto somigliare ad un villaggio fuoriuscito dalle fiabe.

Piccolo borgo adagiato a ridosso di una verdeggiante collina che spiove verso la frastagliata costa Doolin è un villaggio delizioso, con le sue incredibili case color pastello e dai tetti in torba, affacciato sull’Atlantico, a pochi chilometri dalle scogliere di Moher. Il paesino sembra uscito da un libro di favole irlandesi. Sebbene esso comprende soltanto pochissime case distribuite lungo l’arteria principale che conduce giù al porto, il paesino non ha un proprio centro; i vecchi cottage ricoperti dai tetti in paglia e intonacati dai vivaci colori pastello che sono distribuiti sul bordo della strada, riescono ad incantare per lo stupore ed a catturare l’interesse e la curiosità del viaggiatore: i pendii che lo circondano offrono una magnifica vista sul mare, sulle greggi e sulle mucche che pascolano, placide, sui verdissimi prati.

Quando l’orizzonte s’apre tra le nubi in particolari giornate chiare, senza foschia e senza le nebbie, a brevissima distanza dalla costa si scorgono le Aran island, visibili ad occhio nudo, e l’approdo di Doolin (dal gaelico Dúlainn), costituisce una privilegiata porta d’ingresso alle famose isole, già ben visibili a occhio nudo in particolari (e rare) giornate dal cielo limpido, tanto da essere un’ottima base di partenza per i traghetti che raggiungono le Aran. Questo spettacolare borgo di case distribuite lungo la strada è stato, fino a non molti anni fa, un tipico villaggio abitato esclusivamente da pescatori. Chi giunge qui per la prima volta, resta incantato dal paesaggio bucolico in cui è incastrato il piccolo abitato che spicca per le sue interessanti e coloratissime abitazioni, divise in due autentici blocchi separati dalle principali arterie che sono: Roadford nella parte più interna, e Fisherstreet situata dopo il ponte ed in prossimità del porto vicino al mare.

Doolin è anche (e soprattutto) conosciuto come la “patria della musica irlandese tradizionale”. Un borgo di dimensioni modeste che vive sotto il segno della musica e delle Cliffs of Moher. Qui è facile perdersi nel fascino di questo tipico villaggio irlandese popolato da soli 500 abitanti, con i suoi cottage dai vivacissimi colori pastello, molto accoglienti, e i suoi stravaganti negozietti; non è raro, poter provare qui, l’autentica esperienza irlandese, dove la gente del posto parla molteplici lingue ed arcaici dialetti, tramandati da nonno a nipote, come l’irlandese, l’inglese ed il gaelico, oltre a restare incantati per la loro vivace e calorosa ospitalità. Le vicinissime Cliffs of Moher costituiscono l’attrazione che ha maggiormente aiutato allo sviluppo del villaggio di Doolin. Situate a brevissima distanza dal borgo, queste bellezze naturalistiche sono il fiore all’occhiello dell’Irlanda; esse precipitano a strapiombo sul mare e riescono ad incantare per la loro aspra e selvaggia bellezza. Porta d’ingresso della parte settentrionale delle Cliffs, già dal piccolo porto del centro abitato sono possibili scorgere l’irruenza delle pareti a picco sul mare e poter ascoltare – in lontananza – il tuono generato dalla violenza dell’acqua che si abbatte sulla roccia.

Peccato che il tempo, durante l’itinerario e la nostra breve permanenza lungo questo tratto costiero che s’affaccia sull’Atlantico, non sia stato clemente con noi. Abbiamo potuto solo immaginare quanta bellezza ci è stata preclusa nel non poter scorgere la gigantesca muraglia delle Cliffs of Moher; in compenso ne abbiamo potuto scorgere solo qualche breve cornice paesaggistica e farci un’idea del fascino e delle suggestioni che genera un luogo come questo: la potenza dell’acqua che s’infrange lungo la roccia; gabbiani ed altri uccelli acquatici che catturano piccole prede tra lo spumeggiare delle onde; una coltre nebbiosa che copre tutto il circondario ed impedisce la visuale per chilometri… ma va bene anche così! Questa è l’Irlanda… questa è la “terra di Jar”; imprevedibile, capricciosa, spesso scostante ma che riesce ad accoglierti come lo sguardo seducente di una bellissima donna! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

“SKY ROAD” (Irlanda)… lungo la “Strada del Cielo”

Da molti considerata la “strada più bella del mondo” essa parte dal centro di Clifden, ove ha inizio questo tratto di strada che, come un anello, costeggia tutta la penisola. Adagiata ai piedi di una collina che si estende alle pendici della catena montuosa delle Twelve Bens, dove il fiume Owenglin incontra il mare nella baia di Ardbear, giace la simbolica “capitale del Connemara”, la cittadina di Clifden nella contea di Galway, che si esprime attraverso le sue caratteristiche e coloratissime facciate degli edifici. La “Sky Road” scorre, tortuosa, tra le colline che si affacciano su Clifden Bay e le sue isole al largo, Inishturk e Turbot nel mare Atlantico aperto.

Conosciuta anche come “Anello di Kingston” la Sky Road permette di apprezzare gli aspri e ruvidi scorci paesaggistici che questa terra e il suo mare riescono a regalare. Proprio da Clifden, da questo piccolo borgo tipicamente irlandese, dalle case color pastello, parte questa meravigliosa strada panoramica che serpeggia lungo la costa del Connemara (la parte più ad ovest d’Irlanda) regalando all’occhio magie naturalistiche e ambientali di pregevole gradimento. Un paesaggio bucolico dove non manca la casa solitaria e le pecore disperse come se fossero impresse nel paesaggio di un dipinto, o i recinti in pietra che “decorano” tutta questa meravigliosa isola che è l’Irlanda.  

Percorrere questa strada (la “Strada del Cielo”) è un’esperienza a stretto contatto con l’autentica natura della regione del Connemara. Camminando lungo il suo tratto che serpeggia per la frastagliata costa, ci si trova a contatto – probabilmente per la prima volta – con l’essenza stessa dell’Irlanda: panorami mozzafiato, scogliere a picco sul mare, spiagge isolate e selvagge, il verde che quasi arriva fino a sfiorare l’acqua, greggi di pecore, recinti con asinelli e cavalli, mucche e animali da cortile tutti – iconograficamente – inseriti in un paesaggio aspro, ruvido e forte scosso quasi sempre dalle impetuose folate di vento.

Una stretta via (quasi campestre, ma asfaltata per tutta la sua interezza) che corre lungo la costa attraverso continui saliscendi in mezzo a distese d’erba dove pascolano – tranquille – numerose pecore bianche (tipica razza locale) con la testina e le zampette nere che si alternano ad isolate mucche; volgendo lo sguardo verso il mare si scorge la frastagliata costa; osservando l’oceano è come sentirsi piccoli in questa parte di mondo selvaggio! Ogni metro superato offre la visione di scorci clamorosi, spesso avvolti solo dal silenzio, quasi sempre – invece – sferzati dal vento con il rumore della risacca che sale dal vicino oceano; un’esperienza assolutamente magica, da vivere in tutta la sua essenza di colori, di suoni, di profumi…!

Ogni curva superata è uno spettacolo; ogni punto elevato che si raggiunge, un godimento della natura. Laddove s’aprono spazi che si perdono in un infinito rincorrersi di orizzonti, con spettacolari scenari paesaggistici che – unici nella loro distribuzione – si estendono fra lingue di terra scavate dall’oceano, isole, isolotti e un tratto della costa nord-occidentale della contea; una splendida visione che riesce a scorgere gli incastri offerti dall’argentea superficie dell’acqua con la terra disseminata di campi, torbiere, recinti, muretti a secco… tutti circondati da un infinito tappeto di verde.

È una strada – questa – che sembra librarsi in volo, portandoti più vicino al cielo ad ogni miglio che si supera. Da questa strada lo sguardo non si stanca mai di offrire sorprese ambientali e scorci paesaggistici che catturando l’essenza della selvaggia costa occidentale dell’Irlanda. Ogni svolta di questo percorso svela nuovi panorami di maestosa bellezza, con ambienti che oscillano tra il profondo blu dell’Atlantico e le verdi (o ambrate) tonalità della terra delle iconiche Twelve Bens. Chi ha la fortuna di percorrerla di notte durante le sere d’estate, ha il privilegio di trovarsi al centro di quel magico spettacolo offerto dalle costellazioni che si stagliano per tutta la volta celeste da cui, appunto, l’appellativo Sky Road.

La “Sky Road” è un concentrato di panorami mozzafiato; scorci e paesaggi sono veramente da togliere il fiato. La principale sensazione che si prova percorrendola a piedi è quella di essere completamente avvolti dalle policrome sfumature del verde e del blu. Camminare lungo questa strada, oltre alle bellissime suggestioni offerte dai panorami, consente di vivere – in tutta la sua essenza – di una meravigliosa passeggiata che lascia godere il vero spirito irlandese: prati, laghi, insenature, pecore, castelli e isolate farm. Avere in dotazione scarpe da trekking e una buona giacca a vento aiuta a fronteggiare il tempo che qui è assolutamente imprevedibile; ed è proprio la volubilità del tempo che offre di poter vedere tutte le possibili tonalità di verde!

Alcuni dei paesaggi più belli d’Irlanda si trovano proprio su questo percorso, lungo cui scorre il nastro della “Wild Atlantic Way” che offre particolari punti di sosta, con aree appositamente attrezzate con panche e tavolati, utili per chi desidera fermarsi ogni poche decine di metri sia per poter prendere fiato, oppure per scattare una foto; naturalmente… vento, pioggia e freddo permettendo! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

“CONNEMARA” (Irlanda)… nel Gæltacht, l’autentica wild dell’isola verde

L’Irlanda non è un paese enorme, ma racchiude in sé molti posti davvero speciali in uno spazio relativamente piccolo. Il “CONNEMARA” è uno stato mentale, un paesaggio bucolico dalle incredibili emozioni, un luogo in cui ritrovar è stessi, un sicuro rifugio ove riuscire a caricarsi di energie. Camminare attraverso zone caratterizzate da torbiere e specchi lacustri (grandi o piccoli) è dove – per eccellenza – gli irlandesi cercano le proprie radici gaeliche. Radici, oppure fotogrammi spazio/temporali che si ritrovano, soprattutto nei panorami ampi, tra le pendici di monti punteggiati di laghetti, cosparse di massi in granito e ricche di torbiere; laddove il mare penetra per formare insenature, baie, promontori.

Il Connemara, è un Parco Nazionale situato nella contea di Galway, un mix di aspro e dolce che si distribuisce tra immense vallate, una vegetazione bassa caratterizzata dalle felci e dalle brughiere tendenti al giallo che si contrappongono a laghi, ai corsi d’acqua ed ai verdi paesaggi infiniti. Senza dimenticare però il mare, perché nonostante l’interno del Connemara sia di una esaltante bellezza naturalistica, bisogna ricordarsi che il termine gaelico “Conamara” significa proprio “insenature del mare”. Territori aspri e verdeggianti famosi per le loro torbiere incontaminate. Qui nascono la maggior parte delle leggende legate al folklore irlandese (Whiskey in the Jar su tutte!), quelle di fate e folletti che si rincorrono tra boschi e montagne, nascosti tra gli ampi spazi incontaminati delle pianure e le dolci colline.

Il Connemara è uno stato di luce, del cielo fluente, dell’aspra roccia scorticata e della palude fiorita; di laghi ove aleggiano leggende, di insenature e canti profondi che si perdono nell’eco trasportato dai venti selvaggi; di muschi dall’intenso profumo della terra. Qui la natura assume il suo aspetto “verace”, quello più autenticamente selvaggio. Un luogo magico, incantato, tutt’intorno si scorge solo il verde, di campi e praterie, che sprofondano verso l’infinito costellato dalle famose “killer sheep”, le simpatiche pecore dal muso e le zampette nere con la lana tinta da vari colori (per distinguere la proprietà del gregge!). Il Connemara è un luogo che per goderlo in tutta la sua intensità occorre solo camminare e… lasciarsi tutto dietro di sé.

Spazi verdi infiniti caratterizzano la regione del Connemara; qui la vista permette di ammirare una natura selvaggia e scorgere – di tanto in tanto – qualche tipica farm o case sparse immersa in questi spazi; momenti che offrono sicuri spunti per sostare, ammirare il paesaggio e avere ottimi spunti per fotografare. Qui, nel Connemara, è d’obbligo camminare con calma, senza aver fretta di raggiungere cime o posti isolati, ascoltando i suoni generati dalla natura, poiché si è completamente immersi nella wild ed ogni passo, alternato al fiatone, sono gli unici rumori che penetrano attraverso il silenzio. Una tra le più belle aree d’Irlanda che offre immensii panorami sull’Oceano Atlantico, viste sulle isole di Inishbofin, Inishturk e Inishshark oltre a viste sulle montagne che si estendono in tutte le direzioni.

Con una successione di incredibili panorami da favola il Connemara è un condensato d’Irlanda. Il Parco Nazionale (istituito nel 1980) offre ai visitatori alcuni tra i paesaggi più belli e pittoreschi d’Irlanda; quelli che, per intenderci, sono nell’immaginario di tutti noi ogni volta che pensiamo a queste terre. Verdi pascoli punteggiati da animali in libertà, laghi, le dodici cime del Parco a fare da sfondo, ruscelli con piccole cascate; e poi ancora i magnifici paesaggi della costa che non fanno parte dell’area del parco ma che completano il suggestivo quadro delle straordinarie bellezze paesaggistiche e ambientali che caratterizzano questa regione.

Immergersi nella natura del Connemara è un autentico rimedio per l’anima. Questo parco nazionale ti prende il cuore e non lo lascia più; è, semplicemente, un qualcosa di fantastico! Sono emozioni difficili da spiegare, sensazioni che bisogna – necessariamente – vivere e vedere di persona. Se la contea del Donegal viene considerata la parte più selvaggia dell’Irlanda il Connemara è, certamente, quella più iconica, quella che ricorre più volte alla mente di chiunque pensi alla bella “isola di Smeraldo”, godendo dei suoi più bei panorami che si distribuiscono tra laghi dalle acque argentate, verdi colline modellate dai venti, aspre e grigie rocce, torbiere color ocra e spazi infiniti ricoperti dalla torba.

Qui, nel Connemara, le torbiere si espandono negli ambienti umidi e bassi, mentre la torbiera coperta persiste a quote più elevate nell’atmosfera montana e dall’aria più secca. L’erba di palude, che assume una colorazione violacea, è la pianta più generosa tanto da creare – all’esplodere delle sue fioriture – paesaggi che assumono vivaci cromature dal fascino paesaggistico davvero incredibile in tutta la campagna. 4 sono i principali sentieri “attrezzati” che qui vengono proposti ad escursionisti, trekker e backpacker che giungono da ogni parte del mondo: “Ellis Wood Nature Trail”: un facile anello di 0,5 km che segue un sottobosco nei pressi di una piccola cascata; “Sruffaunboy Walk”: una facile passeggiata di 1,5 km; “Lower Diamond Hill Walk”: 3 km di splendide vedute sulla penisola di Renvyle e “Upper Diamond Hill Walk”: un sentiero di 7 km che porta in cima al Diamond Hill (445 m in salita), da cui si godono, con una limpida giornata, splendidi panorami.

Essere nel Gæltacht, “vivere” il Gæltacht, significa essere in un’area che parla principalmente la lingua gaelico/irlandese invece che quella inglese. Naturalmente, quasi tutti qui parlano anche inglese, ma è il gaelico la principale lingua con cui gli abitanti dell’area si esprimono, conferendo all’intera zona un’atmosfera ancor più suggestiva, che si avvicina sicuramente a quel mondo rurale che qui persiste da secoli; atmosfere d’altri tempi difficilmente riscontrabili in altri luoghi, ove l’autenticità di tutte le forme viventi che qui persistono, assume un valore fuori dal tempo. Il Connemara è una tra le principali mete assolutamente da non perdere se si viene in Irlanda… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

AASLEAGH falls (Irlanda)… ove saltano i salmoni

Poste al confine naturale tra due contee (Galway e Mayo) queste cascate, con un salto di poco più di 5 metri, “segnano” il passo alle fragorose acque del fiume Erriff prima che queste sfociano nello scenografico paesaggio del Killary fjord – unico fiordo d’Irlanda, di origini glaciali – e raggiungono l’oceano Atlantico. Le cascate stesse sono piuttosto spettacolari; esse si presentano con una serie di pozze che scorrono lungo i pendii rocciosi del fiume. Tutta l’area intorno, composta da prati, torbiere, pozze e foreste ospita una varietà di animali selvatici, tra cui uccelli, pesci e mammiferi.

Le sue acque cadono da una sporgenza rocciosa e precipitano a pochi metri di profondità. Qui, lungo le sue rive, durante il solstizio d’estate, mentre le trote di mare raggiungendo le cascate nidificano in acque limpide, i salmoni risalgono la corrente e vengono a depositare le proprie uova; ecco per cui non è rara la presenza di pescatori in questa zona. Il sentiero che scorre lungo la riva destra è pianeggiante e di facile percorrenza, tale da permettere di raggiungere la base delle cascate Aasleagh in poche decine di minuti.

Queste cascate si trovano in una zona quasi desertica, apparentemente disabitata se non per la presenza di rare farm sparse lungo le pendici dei rilievi circostanti, in un’area remota e rurale, come le ripide, aride e spoglie pendici del Ben Gorn (monte del Diavolo) che s’impenna sulla destra orografica della vallata; esse sono determinate dallo splendido paesaggio – già ben visibile e che si staglia verso l’orizzonte di sudovest – del Connemara National Park, luoghi che accolgono la presenza di antiche foreste e montagne.

Siamo lungo la destra orografica dell’Erriff river e dopo aver superato un facile accesso all’area, si è in pochi minuti di cammino ai piedi del salto della cascata. Dopo aver ammirato la cascata, si prosegue ancora un pò per un facile sentiero, in direzione del lago Tawnyard; camminando attraverso un suggestivo scorcio paesaggistico in cui si viene circondati da scenari mozzafiato fatti di cielo, foreste e acqua. É consigliabile prestare attenzione alle rocce lungo il bordo fluviale che potrebbero divenire, in caso di pioggia, molto scivolose. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

POULNABRONE dolmen (Irlanda): un “Buco dei Dolori” vecchio di 6000 anni

Poulnabrone Dolmen, nella regione del “Burren” (Contea di Clare), è il più antico dolmen d’Irlanda risalente a sei millenni fa. Nel bel mezzo del nulla tra pascoli verdeggianti, in un paesaggio dominato dal calcare con un terreno, caratterizzato da solchi rocciosi tale da sembrare la pavimentazione di un lontano pianeta, si presenta un ambiente veramente incredibile; un luogo molto suggestivo, carico di energia, di suggestione, di mistero e – nella sua incredibile asprezza – assolutamente bellissimo!

Per vie interne, e dopo aver superato gli incredibili tornanti del Burren, ai margini di un muro di recinzione eretto con pietre locali, compare l’accesso a questo tavolato roccioso. Una densa coltre di nebbia ricopre tutto l’altopiano carsico tra aspre rocce e distese di cuscini di torba tra cui saltellano lepri e cervi in piena libertà avvolti da una barriera torbida che non lascia comprendere tutta l’ampiezza in cui si estende l’area. Sull’orizzonte – tra una ventata e l’altra – s’aprono finestre visuali da cui si staglia, in lontananza, l’inconfondibile profilo del dolmen.

Il Burren (dal gaelico irlandese: Boireann, che significa “distretto pietroso” o “grande roccia“) altro non è che un vasto tavolato calcareo unico al mondo che si estende per gran parte della regione del Clare. Un percorso attrezzato, dopo aver superato varie recinzioni, passaggi e pannelli/totem esplicativi che illustrano le caratteristiche sia dell’area che sull’importante presenza (e utilizzo) del dolmen durante il corso del tempo, attraversa un paesaggio dall’insolito fascino, quasi da incutere timore per la suggestione che genera.

Si cammina (consigliabile fare molta attenzione) saltellando spesso tra una roccia levigata, un buco improvviso, un solco profondo e lastre erose caratterizzate da muschi e licheni; tra lievi dossi e colline formate da un vasto altopiano, un esteso tavolato su cui poggia una pavimentazione calcarea frammentata da moltissime fessure lineari, d’origine glaciale, chiamate “grikes” che vanno quindi a formare questa incredibile successione di listelli rocciosi (alcune anche isolate), chiamate invece “clints”.

Questo antichissimo luogo di culto (dall’antica etimologia locale “Poll na Bròn” che significa “Buco dei dolori”) nel corso del tempo fu presto adattato anche a luogo di sepoltura perdurato fino alla cultura celtica. Le peculiarità del paesaggio (glacio/carsico) in cui esso giace sono il risultato combinato dell’attività glaciale e delle caratteristiche di dissoluzione dell’acqua piovana che hanno influito sulla piattaforma rocciosa dominata dal dolmen offrendo, così, uno dei monumenti più antichi ed uno dei paesaggi più iconici fotografati in tutta l’Irlanda.

Si sale su di una collina completamente ricoperta dalle rocce, mentre tutt’intorno non esistono alberi che possano lasciar intuire una comprensibile (e definibile) linea d’orizzonte. Il dolmen è in una posizione centrale tale da offrire uno spettacolo davvero impressionante, circondato com’è da un meraviglioso paesaggio in cui le rocce – che assumono mille e bizzarre forme – ospitano infiorescenze che durante le stagioni assumono molteplici cromatismi. La vastità dell’ambiente, poi, contribuisce a creare questa incredibile atmosfera.

La zona del Burren è una vasta campagna di calcare carsico; un luogo che riesce a scuotere emozioni e curiosità al tempo stesso, come se si avvertisse la presenza di un qualcosa di irreale che si cela dietro ogni roccia. L’atmosfera quasi lunare, il mistero di queste antiche sepolture, il vento e la pioggia che avvolge il tutto, contribuisce ad accrescere quell’arcano fascino in cui viene avvolto questo luogo. Il dolmen sembra sfidare la forza di gravità e l’ambiente intorno è estremamente meraviglioso, come se un enorme pettine abbia inciso le rocce calcaree che costituiscono il terreno disegnando lunghe fratture, piccoli canyon e crepacci.

Eccolo il dolmen, mentre ci avviciniamo spostandoci dal percorso “segnato” e balzando (prestando la massima attenzione) con un facile salto sulle ruvide rocce che caratterizzano l’altopiano. Eccolo in tutta la sua magnificente bellezza il monumento megalitico più antico d’Irlanda. Esso consiste in una lastra bislunga di 3,6 metri, sostenuta da due sottili lastre laterali poste in posizione verticale; se lo sguardo volge a catturare intorno, nelle vicinanze è possibile scorgere anche un tumulo di pietre che, probabilmente, serviva a stabilizzare questo luogo di sepoltura.

Questo dolmen si erge qui, maestoso, da oltre circa 5.000 anni; mentre la pioggia ed il vento gelido che caratterizzano questa giornata escursionistica ce lo restituisce in tutta la sua incredibile bellezza, di un particolare e indimenticabile fascino. Osservandolo da tutte le sue prospettive, da ogni sua angolazione, si avverte di come questa struttura litologica, in un apparente stato d’equilibrio, fosse una tomba destinata alle sepolture per persone importanti. Costruita per durare millenni essa, ancora oggi, resiste nel tempo.

Questo dolmen di Poulnabrone, infine, è il più conosciuto e il più fotografato dei 172 dolmen presenti in Irlanda e nella sua semplicità risulta davvero unico, oltrechè affascinante; esso si svela – al viaggiatore di passaggio – in tutta la sua primordiale e straordinaria bellezza, tale da determinare un paesaggio difficilmente riscontrabile altrove. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

DUNLEWEY (Irlanda): una vecchia e inquietante chiesa nelle selvagge terre del Donegal

Il luogo è, sicuramente, uno tra i più pittoreschi d’Irlanda, con quel suo fascino bucolico che emerge – prepotentemente – da una natura che, al succedersi delle stagioni, riesce ad esprimere la sublimazione di paesaggi aspri e al tempo stesso selvaggi, che regala panorami la cui bellezza, e le suggestioni che riescono ad offrire, si perdono attraverso lo scorrere del tempo.

Specchi lacustri, torbiere color verde oro, folti boschetti di querce, pinete e betulle, ampie distese d’erica, cespugli di rododendri che esplodono in mille chiazze rosate, la brughiera color ruggine che si perde tra le nuvole basse. Ed ancora un lago, diviso in due distinte parti (Nacung Upper a valle e Dunlewy a monte) che serpeggia attraverso rilievi montuosi dominati dalla singolare mole del monte Errigal che s’impenna tra isolate valli formate dalle pendici ripide delle Derryveagh Mountains, attraverso verdi corridoi che si alternano tra le brulle vette.

Muovendosi dal Dinlewey Center (area ristoro, area giochi) che si espande lungo la sponda destra orografica del lago, proprio all’altezza della “stretta” di Glenthornan, percorrendo circa 3 km lungo la sponda lacustre si è dominati da un incantevole scenario paesaggistico che cattura i sensi fin dal primo sguardo, stretto com’è fra l’ampia distesa increspata del lago e la spoglia – e misteriosa – mole dell’Errigal Mount, la cima più alta del Donegal, definita dai locali come “Ireland’s most iconic mountain” ovvero “la montagna più iconica d’Irlanda”.

Il monte Errigal, con un’altitudine pari a 715 metri, riflette la sua iconica cima nelle incantevoli acque del sottostante lago; spesso, per un arcano gioco di correnti locali, lascia stupiti e incantati nel vedere le sue pendici – nel giro di pochi minuti – avvolte da nubi, da foschie diffuse e sfiorate da folate di un vento così furioso che da queste trascina via tutto. Nel giro di pochi minuti, dunque, la sua imponente mole sembra improvvisamente trasformarsi grazie anche alle particolari inclinazioni delle sue ripide pareti, in cui si riflette la “quarzite”, che luccicano proprio come neve fresca al sole!

E così, trovandoci alla testa del lago, proprio mentre la pista degrada leggermente in basso verso destra, si scorgono – lungo un pianoro rialzato – le rovine solitarie della “Old DUNLEWEY Church“, una pittoresca chiesetta, incastrata in una incantevole cornice paesaggistica costruita in marmo locale, proprio ai piedi del monte Errigal, in una posizione che domina la valle. Il desiderio di andare a scoprire questa bellezza architettonica va oltre la nostra sorpresa iniziale e giunti al cancelletto d’ingresso entriamo – quasi in punta di piedi – andando alla scoperta della storia di questo luogo.

È un luogo magico quello che appare ai nostri occhi, un luogo dal fascino tenebroso che trasmette sensazioni di mistero e stupore. I ruderi di questa chiesetta, e la terrazza prativa da cui si erge, vengono spesso sferzati dalle raffiche di vento che, accarezzando i copiosi steli dell’erba del prato e le felci che cingono alcune lapidi e antiche sepolture nel perimetro adiacente la chiesetta, producono suoni misteriosi; forse in tanti vedono in questo luogo solo quattro pietre sparse, ma per quelle che sono state le nostre prime impressioni questo è, sicuramente, uno dei posti più spirituali ed emozionanti che abbiamo mai scoperto e vissuto.  

La chiesa di Dunlewey, una sorta di San Galgano d’Irlanda, è una reliquia misteriosa e affascinante che cattura subito l’interesse e stimola la nostra curiosità andando alla ricerca di quei punti, di quei particolari, di quegli elementi architettonici, strutturali e decorativi che possono trasmetterci qualcosa in più della sua storia e del perché è così straordinariamente bella e inserita proprio in questo luogo. I ruderi di questa minuscola chiesa, resistono alla prova del tempo e degli elementi da oltre 150 anni. La sua storia ci narra di un forte legame d’amore che ha portato qui – in queste terre – i coniugi Jane Smith e suo marito James Russel, un ricco commerciante di luppolo (fondamentale ingrediente per la produzione di birra!) e proprietario locale.

Coi soldi guadagnati decidono di acquistare il terreno ove ora giace la chiesa. Purtroppo il 2 settembre 1848 James morì e, straziata dal dolore, la sua vedova decise di far erigere questa chiesa come monumento all’amore per il marito scomparso che, a tutt’oggi, è lì sepolto in una volta sotto il pavimento della stessa. La chiesa fu consacrata il 1° settembre 1853, costruita in marmo bianco estratto dalle vicine montagne e da quarzite blu, così come i mattoni rossi degli archi prodotti localmente. Col passare del tempo, però, la chiesa fu gradualmente abbandonata e – andando in disuso – nel 1955 fu successivamente privata del tetto e degli arredi cadendo definitivamente in rovina.

La presenza di questa vecchia chiesa oggi rimane una testimonianza dello spirito resiliente di coloro che vollero la sua costruzione, la famiglia e le maestranze che eressero questa semplice struttura utilizzando marmo locale e mattoni rossi. La chiesa che oggi vediamo è un testimone silenzioso dello scorrere del tempo, le sue mura a cielo aperto, l’assenza tetto resistono da tempo alle implacabili tempeste irlandesi. Nonostante ciò, la chiesa rimane un luogo di estrema bellezza, che sorge in un luogo di serena contemplazione; le sue linee semplici, sobrie e risolutive ricordano la profonda fede dei suoi costruttori.

Della chiesa rimane oggi soltanto un guscio vuoto che – da qualsiasi punto lo si scorge – appare così magnetico tale da attrarre su di sé occhi e obiettivi fotografici sempre alla ricerca del suo bucolico fascino. L’atmosfera che la circonda sembra mettere i brividi, tale da risultare particolarmente tenebrosa soprattutto se le condizioni meteo volgono al peggio; se poi sulla testa della torre campanaria volteggiano i corvi che, spesso, si annidano anche al suo interno, allora la leggenda che caratterizza questa vallata merita di essere scoperta, approfondita e vissuta!

Escursionisti o semplici amanti della natura, backpacker, fotografi o artisti, tutti sono attratti dalla inquietante bellezza di questo luogo. Qualunque sensazione o curiosità che possa attrarre nel venire fin quaggiù, i ruderi della vecchia Chiesa di Dunlewey, per chi giunge in Irlanda, sono una destinazione imperdibile. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

“MAILIN HEAD” (IRLANDA) ove finisce il mondo… ai confini dell’Europa

Meta dell’itinerario è il promontorio di MAILIN HEAD; il capo più settentrionale d’Irlanda si presenta – agli occhi del viaggiatore – aspro, selvaggio, quasi inospitale: un angolo di terra spazzato da venti impetuosi da cui, nelle giornate terse e limpide, s’intravede la costa scozzese. Da qui si ammira l’oceano in tutto il suo splendore, laddove il vento e pioggia non fanno altro che esaltarne la bellezza. L’itinerario che si propone di raggiungere il capo si muove da tre miglia ad E dello stesso: Malin Harbour o Slievebane Bay, una piccola insenatura situata sulla penisola di Inishowen, tra rocce coperte e isolotti rocciosi in una zona dove prevalgono le forti maree.

Slievebane Bay, conosciuta in irlandese come “Sliabh Bhán” che significa Montagna Bianca, è una baia riparata in un’area nota per i paesaggi costieri selvaggi e scoscesi, le scogliere verticali e i pinnacoli rocciosi al largo che si innalzano da un oceano spumeggiante, sul cui orizzonte sono possibili riconoscere gli isolotti di: Lackgolana (poco più che uno scoglio), Stookaruddan (il più grande) e Rossnabartan (a filo di mare). Appena fuori le ultime case di Slievebane Bay c’è il nulla, qualche rara farm (adattata anche ad ospitalità rurale) e pecore (quelle tipiche irlandesi con le zampette nere!) che pascolano liberamente su immense distese prative.

Il vento forte, lo spumeggiare delle onde oceaniche, un paesaggio aspro e – al tempo stesso – desolato, rendono ancor più suggestivo lo scenario che sembra davvero essere inquietante, specie in una giornata di maltempo; nell’oscurità della bruma si riescono a distinguere soltanto le rocce scure, il mare selvaggio, il verde smeraldo delle distese d’erba, e il rosso della torbiera. La strada, per niente frequentata in periodi “fuori stagione” come quelli autunnali, sfiora appena la linea di costa ove la spuma delle onde va ad infrangersi; quel puntino che invece si erge dal promontorio verso l’orizzonte è la “Torre” del Mailin head, la meta di questa escursione.

Si passa attraverso viottoli campali e stradine tra siepi, tra dune di sabbia ricoperte di erba (considerare i segnali e le indicazioni perchè a seconda del grado di siccità le dune possono essere pericolose per la possibilità di smottamenti) e spiagge sabbiose incantevoli che si alternano a tratti di costa rocciosa con aspre scogliere. Con il silenzio rotto solo dal rumore del vento e dal fragore del mare, si continua a camminare attraverso paesaggi mozzafiato che – nonostante la “bruttura” del meteo – riescono ad infondere quel forte e piacevole senso di pace e tranquillità, quasi meditativo.

Un bivio (con apposita segnaletica) indica che la nostra meta è raggiungibile prendendo una stradina secondaria che volge a destra. Un tratto di strada (quasi un viottolo) molto bello, che passa attraverso distese di pascoli e cottages dai tetti in paglia molto ben tenuti. Mentre sentiamo più vicino l’obiettivo da raggiungere riesce davvero difficile descrivere ciò che si prova sentirsi avvolti da un paesaggio così aspro e struggente ma dal vivo – credeteci – risulta essere davvero spettacolare (venti fortissimi compresi). Dopo non pochi sforzi finalmente siamo alla Torre in cima al promontorio di Capo Mailin; da quassù il vento è fortissimo, tale da spostare il nostro baricentro e adottare misure precauzionali per mantenere l’equilibrio, se pioviggina trovarsi inzuppati… è un attimo!

Quando si arriva qui, in questa estrema propaggine del Donegal, la terra di Inishowen sembra di essere arrivati davvero in capo al mondo. La Torre segnaletica (a base quadra) è una costruzione d’origine napoleonica: ponendosi alla sua base sembrerà di aver raggiunto un posto davvero sperduto e ai confini del mondo. Qui – durante i giorni di burrasca col fragore delle onde dell’Oceano Atlantico – il vento soffia implacabile spazzando le belle scogliere che degradano verso il mare impetuoso; la vista da quassù è davvero magnifica, e ovunque si giri con lo sguardo, gli occhi riescono a catturare prospettive paesaggistiche e scorci panoramici da mozzare il fiato.

La Torre e la sua area sono anche conosciute come “Corona di Banba“. “Banba” è l’appellativo che ampiamente rappresentata la dea dell’Irlanda, e questa definizione viene spesso interpretata come la moderna personificazione della nazione. Pertanto, situato nell’estremo punto più settentrionale dell’Irlanda, il piccolo edificio merlato è noto anche come “Corona di Banba” in onore della mitologica regina della nazione. Trovarsi sul punto geograficamente più a nord dell’Irlanda (che curiosamente è nella Repubblica di Irlanda e non nell’Ulster di matrice britannica) rende Capo Malin un luogo unico. Malin Head, in irlandese “Cionn Mhálannahead o promontorio di Malin, trae la sua reputazione dall’accettazione generale che sia, appunto, l’estremità più settentrionale dell’Irlanda con paesaggi mozzafiato, proprio ai confini dell’Europa, luoghi che esprimono una bellezza selvaggia, aspra e romantica difficilmente visibile altrove.

MAILIN HEAD è il punto – “Start/Finish” – di partenza (o di arrivo, dipende da che parte la si guardi) della Wild Atlantic Way. Questo è un luogo leggendario (quasi magico), nutrimento per gli occhi e per l’anima; una terra incantata, intrisa di silenzi assordanti, attraversata da profumi (il mare e le erbe) inebrianti e incorniciata da panorami mozzafiato. Dal promontorio volgendo lo sguardo verso l’interno si ammirano una successione di orizzonti prativi “segnati” – qua e là – da isolate farm, immense distese di prati verdi che possono cambiar colore in base al succedersi delle instabili condizioni meteo che qui, più che altrove, sono una costante.

Nostra piccola considerazione sulle bellezze e le suggestioni che riescono ad infondere un luogo come questo promontorio, è che chiunque giunge in visita sull’isola e non raggiunge Mailin Head, allora non potrà mai dire di essere stato in Irlanda! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)