Bulgaria, Седем рилски езера, Sedem rilski ezera: i “7 laghi di Rila” una meraviglia, poco conosciuta, nel cuore dei Balcani!

Come sette gemme che riflettono i colori del cielo, sono un gruppo di laghi di origine glaciale come dei gioielli incastonati tra le montagne che sorgono a circa 100 km da Sofia (2h in auto, nel NW della Bulgaria). L’altitudine di questi 7 laghi – disposti a differenti livelli d’altitudine – varia fra i 2.100 e i 2.500 metri sul livello del mare e sono una delle attrattive principali di tutto il paese e dell’area balcanica. Essi traggono la loro toponomastica dalle caratteristiche naturali e ambientali che li contraddistinguono: “Salzata” (la lacrima), “Okoto” (l’occhio), “Babreka” (il rene), “Bliznaka” (il gemello), “Trilistnika” (il trifoglio), “Ribnoto Ezero” (lago pesce), “Dolnoto Ezero” (lago inferiore). Queste sono le attrazioni naturali più famose del paese. Situati nella parte settentrionale della catena montuosa del Rila e formatisi in seguito a processi di fusione dei ghiacci.

Queste montagne sono abbastanza facili da raggiungere e relativamente semplici da percorrere. Il periodo migliore per visitare le montagne della Bulgaria è d’estate perché durante le stagioni più fredde l’acqua ghiaccia fino a raggiungere i due metri di spessore. Non è il nostro caso perché siamo in luglio e la giornata è meravigliosa. Raggiunti il piccolo villaggio di Spareva Banya, l’ultima località ai piedi del massiccio, siamo alla base di una seggiovia. Volendo risparmiare la fatica di compiere la prima (dura) salita per boschi e rocce, si sale sul sedile a due posti e in meno di mezz’ora – si viene accolti tra i profumi intensi dei boschi di abete, di larici, di betulle e dal silenzio assoluto che si rincorre in ogni angolo della foresta – si raggiunge finalmente il Rifugio, base di partenza per tutte le escursioni in quota: e poi… benvenuti in paradiso!

Da quassù, basta volgere lo sguardo a 360° per rimanere estasiati dalla bellezza offerta dai panorami mozzafiato e dai paesaggi che si rincorrono di orizzonte in orizzonte; qui l’aria è limpida e cristallina, la meravigliosa natura delle montagne circostanti, quasi come affacciati sul bordo di un gigantesco anfiteatro naturale, rende i panorami mutevoli ad ogni passo compiuto. Dal rifugio, che qui chiamano capanna, ci sono due diverse opzioni per compiere l’ascensione verso i laghi: una (a sinistra del cartello) che per breve discesa conduce solo a vedere un lago e tornare al rifugio; l’altro percorso (alla destra del cartello ingiallito), porta in salita e arranca per una serie di gradoni rocciosi sistemati con listelli in pietra (ardesia, calcare) mentre il resto del sentiero, appena guadagnati quota, si addolcisce divenendo subito dopo in piano.

La vegetazione scompare quasi del tutto, se non per la presenza di sporadiche macchie di pino mugo, di erbe officinali, di cespugli di timo e qualche singolo esemplare di orchidea selvatica. Passo dopo passo si gode della vista sulla destra del profilo di creste rocciose che ondeggiano nel cielo azzurro, mentre sulla sinistra una comoda palizzata realizzata con palificazioni in legno, consente di poter ammirare delle vedute panoramiche lungo il sentiero davvero stupende; laggiù in fondo i due specchi lacustri che riflettono le cime circostanti come in un anfiteatro naturale (simili per paesaggi a qualche nostra  montagna dell’Appennino): quello specchio lacustre che giace laggiù, più in basso sulla sinistra, è “Okoto” (l’Occhio), un autentico paradiso per gli appassionati di fotografia.

Potrebbe sembrare difficile l’aver superato il primo tratto in ascesa perché il primo crinale, a vista d’occhio, sembra essere davvero molto ripido. Ma, guadagnando quota passo dopo passo, e dopo aver superato il primo ostacolo, diventa più facile camminare in quota. Il “Lago Inferiore” che si vede laggiù in fono sulla sinistra è, come è ovvio dal nome, il più basso di tutti i sette laghi di Rila; il che significa che raccoglie l’acqua da tutti loro, attraverso numerosi corsi d’acqua e cascate che, incanalate secondo naturali ruscelli di deflusso, alimentano le acque del lago. Dal primo lago s’apre una vista sui paesaggi circostanti davvero mozzafiato, mentre sotto di noi lo specchio d’acqua di origine glaciale riflette le montagne innevate.

Si prosegue orientandosi grazie alle poche rocce segnate con tratti di colore giallo che si susseguono ad una segnaletica che riflette i colori nazionali della bandiera bulgara (bianco, verde e rosso) che ritroviamo percorrendo salite tra pietre (spesso) pericolanti e ruscelletti, fango e – fino a tarda primavera – neve sciolta. Alcuni tratti sono in salita, altri invece scendono per alcuni metri. Giunti in quota, presso un bivio si prende (camminando per alcuni metri su una passerella in legno) a destra e in pochi minuti si raggiungono le sponde dello specchio lacustre che, sicuramente, si aggiudica la medaglia d’oro per essere il più bello: il “Babreka” (il rene). Il primo lago che si vede da vicino, nel senso che si toccano le sponde e si tocca la superficie; da vicino si chiama il “rene” per la sua particolare forma simile all’organo e camminando verso l’altra sponda del rene, si possono scorgere il lago inferiore, il lago dei pesci e il trifoglio dall’alto.

Il Kidney Lake (cioè Babreka, altro nome che indica il “rene”) ha le rive che si dividono in due parti differenti; dal lato occidentale sono più ripide, con conoidi di deiezione, residui di ghiacciaio e pareti rocciose che sprofondano direttamente nelle acque, mentre sulla sponda orientale, laddove scorre il sentiero, sono possibili toccare le acque e percepirne la temperatura, oltreché scorgere particolari specie ittiche che vivono in questi fondali. Questo lago è molto popolare, parzialmente a causa del suo nome, parzialmente perché qui convergono i due possibili percorsi intorno ai laghi. Quindi, raggiungendo questo punto dell’escursione, spesso ci si trova di fronte a un dilemma: compiere una piccola svolta, continuare a camminare e tornare al rifugio e alla seggiovia, oppure superare un altro ostacolo e raggiungere, per un impervio sentiero, i due specchi lacustri superiori (non visibili) della “Salzata” (la lacrima), e dell’Okoto (l’occhio). La risposta viene data dal sopraggiungere improvviso di un acquazzone che impedisce di salire e vedere gli ultimi due specchi lacustri del famoso “giro” dei 7 laghi.

Siamo sul crinale del “rene” e si decide per la via del ritorno quale pista prendere per proseguire il circuito. I Sette laghi di Rila fanno parte del Patrimonio mondiale dell’UNESCO, e tra le curiosità che li circondano, oltre alla loro bellezza e particolarità, vengono considerati “sacri” per la “Fratellanza bianca” fondata dal Maestro Petar Danov (col nome spirituale Benissa Duno) e richiamano ogni anno – dal 20 al 23 agosto – seguaci di tutto il mondo che danzano ripetutamente in cerchio, seguendo i ritmi e la direzione del sole; il suo insegnamento spirituale è tutt’oggi molto seguito e venerato. Per il rientro, in base alle condizioni meteo in quota, consigliamo di prendere la seconda via, passando accanto al Twin, si vede il Trefoil da vicino, e dopo aver superato il Fish Lake e il rifugio “Seven lakes“, si ritorna nuovamente al rifugio “Rila lakes“, e da lì, dopo una piacevole sosta presso il rifugio/capanna, poter prendere la seggiovia per il rientro a valle.

Per chi dovesse trovarsi a trascorrere qualche giorno in Bulgaria i “Sette Laghi di Rila” meritano una visita, da non perdere assolutamente, perché offrono l’opportunità di vivere in profondità tutte le peculiarità di questo piccolo angolo di paradiso montano. I laghi sono come gemme ben nascoste nel cuore della catena dei monti Rila; sono come quei particolari tesori, custoditi quasi in segreto, tenuti ben nascosti al pubblico degli escursionisti, degli amanti della montagna e degli appassionati di fotografia naturalistica. E infine sono solo questi ultimi che hanno il coraggio di percorrere l’intero percorso ed il piacere di vedere tutti gli specchi lacustri. Il fatto che queste “gemme” esistono da migliaia di anni dimostra che la natura, qui come altrove, è potente ed ha ancora molto da insegnarci! (testo di Andrea Perciato; photo Maria Rita Liliano & A. Perciato)

La Baia di PORTICCIOLO (Sassari, Sardinia), come poter camminare… incontro al silenzio!

Siamo nella parte estrema nordoccidentale della Sardegna e, nel nostro girovagare per l’isola dei “quattro mori” giungiamo in vista di una piccola spiaggia accessibile esclusivamente a piedi attraverso un adiacente passaggio che consente l’accesso dell’omonimo campeggio. La spiaggia è completamente ricoperta dalla sabbia, mentre ponendosi dall’alto dei crinali di alcune dune che circondano la baia, sono possibili ammirare gli incredibili fondali al centro della caletta. Nel piccolo arco costiero formato dalla baia sprofondano – ai margini – numerose conformazioni rocciose ricoperte da una fitta piantagione di anemoni di mare nel centro, mentre nel lato nord della stessa le rocce sono coperte dai residui di terre rosse che, nei fondali, abbassano notevolmente la visibilità.

Ad una profondità che oscilla fra i 30 ed i 40 metri si apre l’incredibile scenario di un fantastico mondo sottomarino, ideale per chi pratica lo snorkeling, senza dimenticare che qui – le correnti – destano non poche preoccupazioni. Alla spiaggia si accede scendendo lungo un sentiero roccioso o da una stradina sterrata che costeggia il vicino campeggio; la spiaggia è davvero molto bella e accogliente, incastonata, come una gemma, al centro della caletta. Qui il mare – spesso sferzato dai venti – è incredibilmente limpido, con l’acqua sempre fresca e, soprattutto, anche in alta stagione è poco affollata. La discesa per raggiungerla avviene attraverso un sentiero un po’ accidentato, ma nulla di impossibile, oppure passando per il campeggio attraverso una scalinata che mena fino al mare.

Qui la sabbia è molto particolare; al centro della baia, però, prestare attenzione poiché si è – praticamente – fuori dal mondo per via della scarsità di rete e mancanza di campo; grave problema in caso di necessità. La spiaggia è composta da finissima sabbia, e appena terminata la rocambolesca (ma non difficile) discesa per raggiungere il bagnasciuga, i primissimi metri di mare sono sabbia mista sassi; subito dopo compaiono sassi ancor più grandi, ma questi non influiscono per entrare ed uscire dall’acqua anche senza l’ausilio di scarpette da scoglio. Durante la stagione estiva la spiaggia di Porticciolo assume uno scenario paesaggistico davvero favoloso.

Qui è possibile compiere piacevoli immersioni a pelo d’acqua e, se si è fortunati, poter riuscire a nuotare al fianco di banchi di enormi specie ittiche come polpi, seppie e tante altre ancora. Una volta raggiunti l’arenile la spiaggia (non in estate) è tranquilla e si presenta con colori davvero meravigliosi. Anche se per accedervi si utilizza una discesa piuttosto in pendenza, una volta raggiunti la spiaggia è consigliabile essere muniti di scarpe da ginnastica, soprattutto se si desidera compiere una breve escursione fino a raggiungere la vicina torre. La baia è uno dei posti più belli che s’aprono lungo la fascia costiera di questa parte di Sardegna.

Per il resto la spiaggia è bellissima circondata da un paesaggio che sembra uscito fuori dalla narrazione di una fiaba; un luogo fantastico, sicuramente uno tra i più belli di questa parte della costa settentrionale della Sardegna. Mai affollatissima anche durante i periodi estivi, essa presenta colori – dai fondali alle rocce che vi si bagnano – davvero stupendi. Mentre gli ambienti che circondano la stessa sono luoghi leggendari ove è possibile immergersi camminando attraverso la macchia e godersi i panorami che qui – credeteci – sono davvero unici. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

BÜYÜKADA island, (Istambul, Turchia): l’isola dei principi, un fazzoletto di terra fuori dal tempo!

Proprio di fronte alla skyline massicciamente antropizzata della parte “asiatica” di Istambul si profilano – oltre l’orizzonte – tra le acque scintillanti del mar di Marmara, una serie di isole che mantengono ancora quel fascino selvaggio di un tempo: natura, silenzi, profumi, accoglienza, relax. BÜYÜKADA, la più gande di queste, merita senz’altro di essere esplorata per poterne apprezzare, molto più da vicino, la sua bellezza e la sua tranquillità; una particolare destinazione di viaggio con affascinanti case vittoriane, pittoresche spiagge e monumenti storici. L’isola di Buyukada è la più grande delle nove isole delle Isole dei Principi, situata a pochi chilometri dalla costa di Istanbul. La sua storia risale a tempi molto antichi, di quando era conosciuta come Proti.

Durante il periodo bizantino l’isola ospitò una colonia penale, mentre nel periodo ottomano divenne una popolare residenza estiva molto ambita dai sultani e dalle élite dei benestanti tra il XIX secolo e gli inizi del XX secolo. Molti funzionari ottomani, incluso il sultano Abdulhamid II, qui avevano le proprie residenze estive con ampi giardini e viali. Al suo interno, una volta approdati, c’è la possibilità di andare alla scoperta dei vari paesaggi che riesce ad offrire l’isola, magari attraversandola a piedi (oppure noleggiando una bici) e lasciarsi avvolgere nella sua ricca storia immergendosi nella sua incredibile atmosfera che riporta indietro nel tempo, di quando l’isola ha subito le numerose destinazioni; da luogo di detenzione a buen retiro di scrittori, poeti e artisti; un pulsante centro di attività culturali, intellettuali e politiche molto attivo nel tardo impero ottomano.

L’isola ospitava molti intellettuali armeni, greci, russi e turchi, tra cui scrittori, poeti e giornalisti che usarono la loro influenza per promuovere idee e riforme progressiste. Agli inizi del XX secolo, l’isola divenne un importante centro della comunità greco-cattolica che favorì la fondazione di diverse istituzioni religiose, tra cui molte chiese e monasteri. Durante la Prima Guerra Mondiale, Büyukada servì come campo per prigionieri politici e, nei primi anni di esistenza della Repubblica Turca, fu anche luogo di esilio per numerosi leader politici.   Un’oasi tranquilla che invita alla scoperta della serenità. Da Istambul sono numerosi i traghetti che collegano la capitale turca con l’isola di Büyükada. Il viaggio dura circa un’ora, ma è soprattutto durante la stagione calda che raggiungerla pone le basi per vivere una indimenticabile esperienza.

Appena sbarcati e movendo i primi passi lungo il litorale, si viene subito attratti dal fascino di antichi edifici che si alternano a palazzi e ville con giardini in puro stile coloniale, fiore all’occhiello dei locali residenti, creando – così – un’atmosfera intima, accogliente e serena. Esplorare Büyükada ha un suo fascino del tutto particolare; primo fra tutti poter camminare sulle orme della storia, immergendosi nel ricco vissuto dell’isola. Il suo nome, Büyükada, trae origini proprio dal suo passato che fu destinato come luogo di esilio per principi e reali durante l’era bizantina e ottomana. Büyükada ha anche ospitato – nel tempo – personaggi storici famosi, tra cui Lev David Bronstein, meglio conosciuto come Léon Trotsky, il rivoluzionario marxista russo.

Büyükada è un’isola con una forte limitazione alla circolazione delle auto (tranne quelle di pubblici servizi), il che la rende perfetta per utilizzare la bicicletta oppure compiere piacevoli passeggiate a piedi attraverso le silenziose strade fuori dal centro, riuscendo a godere – laddove è possibile – la bellezza degli scorci paesaggistici, la meraviglia dei panorami che riesce ad offrire e, cosa non da poco in un’atmosfera che si rifà al colonialismo di oltre un secolo fa, l’architettura degli edifici storici sparsi per la gran parte dell’isola. Büyükada è famosa per le sue imponenti dimore, tutte costruite in legno del tardo, che si rifanno al periodo ottomano e del primo periodo repubblicano. Büyükada, e le isole accanto, sono un tranquillo rifugio di relax e serenità, molto lontani dal frenetico trambusto della città.

In un’isola che offre il tempo per potersi rilassare al ritmo lento della vita, è facile godere della tranquillità dei suoi luoghi (spesso lontani dal centro) e degli scorci paesaggistici. Giardini, panche e scorci sul mare sono posti accoglienti per poter leggere un libro o fare un picnic in uno dei tanti parchi immergendosi in autentiche atmosfere di serenità. Mentre le strade principali di dell’isola offrono una varietà di negozi, locali, pub e ristoranti, il suggerimento è quello di avventurarsi nelle strade più piccole – quelle appena fuori dal centro – e poter scoprire, così, le zone più tranquille dell’isola. Esplorando luoghi poco affollati oltre le principali strade, sarà possibile trovare gemme nascoste, splendidi palazzi e affascinanti quartieri fuori dai sentieri più battuti, avvolti solo dai silenzi, dal cinguettio degli uccelli e dagli intesi profumi delle essenze vegetazionali.

A Büyükada sono presenti numerosi ristoranti e caffetterie dove è possibile assaggiare la deliziosa cucina turca con prelibati piatti a base di pesce oppure gustare i tradizionali “meze” (antipasti dalle salse aromatiche accompagnate dalle più incredibili spezie). Oltre ad essere un luogo ricco di storia e di significati culturali, da non dimenticare sono il rispetto delle usanze e delle tradizioni locali come quelle di vestirsi modestamente e in maniera adeguata, soprattutto se si ha intenzione di visitare luoghi religiosi come moschee e minareti. Gli scenari pittoreschi, gli scorci paesaggistici, le palazzine signorili e i monumenti storici di Büyükada offrono fantastiche e numerose opportunità fotografiche. Il fascino dell’isola è proprio racchiuso in queste atmosfere del passato che guardano con un approccio attento al futuro.

Essendo l’isola un rifugio sereno, una tranquilla oasi di pace, è naturale prendersi il giusto tempo per rilassarsi e poter godere dei piacevoli momenti di relax, soprattutto emotivi, come quelli di potersi sedere in un parco, leggere un libro o semplicemente immergersi nelle atmosfere e nel fascino unico di un tempo passato, al ritmo lento della vita. Passeggiare lungo il molo, lasciarsi accarezzare dalle sferzate del vento che qui, a bordo mare, soffia insistentemente, e scrutando con lo sguardo la dirimpettaia fascia costiera, così massicciamente antropizzata e cementificata, di Istambul, non si può restare indifferenti nel riuscire a godere – anche se solo per qualche ora – delle piacevoli sensazioni offerte dalle intime atmosfere e vissute da momenti di assoluta serenità, semplicemente avvolti dal fascino tranquillo che generano gli ambienti di quest’isola. Büyükada… è, sicuramente, una meta da non perdere! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Dolomiti: “DREI ZINNEN” l’anello di Lavaredo… Tre Cime di spettacolari emozioni!

É da quando l’uomo è stato attratto dalla magnificenza delle montagne (e che montagne…) che le Dolomiti, ed in particolare le Drei Zinnen (le “Tre Cime” di Lavaredo), hanno da sempre catturato lo spirito – quel particolare fascino di lasciarsi avvolgere dall’immenso – di chi, per godere di questo spettacolo, giunge fin quassù da tutto il mondo. Per raggiungere questo paradiso fatto di roccia e paesaggi unici, si risale dal lago di Misurina fino a raggiungere, dopo un’aspra salita lungo tornanti che sembrano mai finire, il rifugio Auronzo; siamo ai piedi delle Tre Cime, ma la loro iconica immagine da qui non è ancora ben visibile. Senza esitare, si prende una pista sterrata che, per lievi falsipiani, sorvolando paesaggi dominati da vette dalle incredibili sfumature orografiche, tocca la piccola (e graziosa) cappella dedicata al culto di Maria Ausiliatrice; il rifugio Lavaredo (nostra base per tutte le escursioni in zona: “consigliato”…!) – già ben visibile in lontananza – viene raggiunto (2344 m) in pochi minuti; ed è proprio qui che le Tre Cime (siamo ai piedi dei loro versanti meridionali) cominciano ad offrire alcuni dei loro scorci tra i più belli. Al rifugio Lavaredo si viene accolti proprio come a casa: calore, profumi intensi, amicizia, buona cucina e simpatica compagnia. Le camerate del rifugio, tutte in legno, offrono quel tepore in più che quassù, come un valore aggiunto oltre le nuvole, davvero non guasta.

L’alba dal Rifugio Lavaredo è qualcosa di spettacolare; il sole comincia poco alla volta a “pennellare” la punta delle Tre Cime fino ad alzarsi in cielo e abbagliare tutto il candore di queste rocce bianche (e rosse) la cui vena calcarea si riflette in tutte le sfumature del grigio. Si è pronti a partire per effettuare una tra le escursioni più belle di tutte le Dolomiti con scenari unici al mondo: il giro ad “anello” intorno alle Drei Zinnen. Dal rifugio si ignora la traccia (una pista) che risale sulla destra e si comincia a camminare proseguendo sulla ben visibile traccia del sentiero che ascende sulla sinistra e che taglia, diagonalmente, i conoidi detritici alla base della Torre Piccola. Dopo pochi minuti si è alla Forcella Lavaredo (2454 m), lasciandoci alle spalle il Veneto, ed entrando in territorio del Trentino Alto Adige; qui il paesaggio cambia completamente scenario: tutt’intorno, decine e decine di omini in pietra caratterizzano (molto utili in caso di nebbia o nuvole basse, per potersi orientare!) la zona circostante. Siamo proprio nel punto da cui si gode il più classico panorama offerto dalle Tre Cime di Lavaredo ove è d’obbligo fermarsi per ammirare – in tutta la loro magnificenza – la più famosa delle vedute sulle imponenti e strapiombanti pareti (versanti settentrionali) delle Tre Cime.

Proprio da qui la vista s’apre un un paesaggio davvero unico; lo sguardo corre alla ricerca dell’angolo più bello per riuscire a scattare la foto più “ad effetto” di questo intenso panorama che s’apre – da sinistra a destra – con la maestosità delle Tre Cime di Lavaredo, di fronte si ergono il Teston Rudo (2737 m), la Croda dei Rondoi (2800 m), la Torre dei Scarperi (2687 m), il monte Mattina (2464 m), la Torre Toblino (2617 m) ed il Sasso di Sesto (2539 m) ai piedi del quale giace il Rifugio Locatelli. Ed ancora, a destra: il monte Paterno (2744 m) con le sue gallerie della Prima Guerra Mondiale, e la Croda Passaporto (2701 m). Dalla Forcella, una pista in leggera discesa conduce direttamente al Rifugio Locatelli. Lungo la strada per un breve tratto, poi, appena superata la sbarra metallica, si abbandona la strada sterrata per imboccare il sentiero di destra che giunge al Rifugio. Il sentiero, prima pianeggiante, sfiora le pendici del monte Paterno, e infine – per lieve salita – raggiunge il rifugio Locatelli a 2.438 m, molto frequentato durante l’estate. Anche da qui la vista sugli imponenti giganti rocciosi che circondano tutto l’orizzonte è semplicemente unica, un panorama da sogno, difficile da dimenticare; nelle vicinanze si trova una chiesetta che ricorda i caduti delle cruenti battaglie combattute tra queste meravigliose montagne durante il primo conflitto mondiale.

Spostandosi leggermente dal Rifugio e risalendo verso il crinale alla sua destra, s’apre il meraviglioso scenario ambientale dell’Alpe dei Piani con i due specchi lacustri dei Piani e, più oltre verso l’orizzonte, la stretta Valle Sassovecchio che scende verso la Val Fiscalina e Val di Sesto. Presso i prati e le radure erbose che circondano i laghetti non è raro riuscire a scorgere le marmotte sbucare dalle loro tane e poter udire da vicino i loro richiami; mentre sui crinali rocciosi degli spigoli settentrionali del vicino monte Paterno, non sono rari vedere ciurme di coloratissimi climber che si spingono, come tante formiche, ad arrampicare lungo pilastri di rocce aspre e dagli incredibili verticalismi. Dopo aver sorseggiato un tè caldo (o, in alternativa, una buona birra) ed aver gustato le specialità dolciarie che lo stesso offre, magari sulle panche del terrazzino con lo sfondo delle Tre Cime, dal Rifugio Locatelli si prosegue scendendo per la stradina di destra rispetto a chi guarda le Tre Cime di Lavaredo. Il primo tratto è su un buon sentiero (tracciolino) in leggera discesa e prosegue, verso sinistra, seguendo le indicazioni per raggiungere il Rifugio Auronzo. Intorno la natura lungo il sentiero offre una “macchia” d’altura caratterizzata da fasciumi d’erbe spontanee e da copiosi cespugli di pino mugo; non è raro scorgere anche qualche radice di ginepro.

Nel punto in cui la stradina comincia a risalire, la si abbandona scendendo lungo il largo sentiero di destra per continuare – successivamente – alla biforcazione sul sentiero di sinistra che, in un susseguirsi di brevi saliscendi e ripide discese, porta alle sorgenti del fiume Rienza. Poco oltre già è possibile scorgere la “Malga Lunga/Lange Alm” un rifugio a gestione austriaca, con un bel porticato ed un caratteristico fontanile tutto ricavato nel legno; poco sopra si trova la sorgente del torrente Rienza e gli specchi lacustri alpini in cui si riflettono le Tre Cime, un luogo splendido per una sosta ed un rinfrescante bagno dei piedi in un’acqua la cui limpidezza riflette il cielo. Da qui il sentiero prosegue ancora verso ovest, e per continui saliscendi passa sotto la Cima Ovest, con alcuni tratti un po’ più esposti, fino a raggiungere il Col Forcellina. Da qui, ora, c’è da attraversare l’imponente ghiaione occidentale delle Tre Cime fino a raggiungere la Forcella di Mezzo (2315 m) ove il paesaggio cambia definitivamente e si ritornano nuovamente a scorgere le cime che circondano le sponde del Misurina. Il sentiero ora scorre lungo il precipitoso pendio fino a raggiungere il Rifugio Auronzo (2320 m). Qui, dopo una breve sosta per un rinfresco e pochi minuti di riposo, si riprende l’Hike Trailhead che riconduce nuovamente al rifugio Lavaredo, concludendo questo incredibile e bellissimo giro che ci ha condotto alla conoscenza di uno dei luoghi più belli al mondo: le Drei Zinnen. Per chi vuole davvero conoscere le Dolomiti in tutta la loro “essenza” questo è l’itinerario più bello e significativo. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

MONTECASSINO (FR, Lazio): in cammino sull’ultimo tratto della Viae BENEDICTI tra Cammini di Pace e Sentieri di Guerra!

La cosa che più affascina durante l’ultima tappa del “Cammino di San Benedetto”, che da Norcia porta sulla sommità di quel monte (Cassino, appunto), ove si erge la mastodontica Abbazia in cui il Santo (patrono d’Europa) dettò – insieme a sua sorella Scolastica – le “regole”; tutto un susseguirsi di emozioni e valori che parlano di obbedienza, silenzio, umiltà, della notte, delle lodi, dei salmi, delle ore della giornata, della riverenza, della scomunica e diverse altre ancora. L’ultimo tratto della “VIAE BENEDICTI” (310 km da Norcia a Montecassino), da Villa Santa Lucia fino all’Abbazia, si apre attraverso panorami aerei sull’immensa valle del fiume Liri, laddove scorre il nastro della “consolare” via Casilina. Tra bellezze paesaggistiche, peculiarità naturalistiche, i silenzi che accompagnano il cammino interrotto soltanto dal calpestare degli scarponcini sulle pietre e dal tintinnio dei campanacci di capre e mucche al pascolo, immediatamente si viene proiettati in un mondo che San Benedetto ha sempre allontanato dal suo pensiero: quello della guerra tra popoli.Camminare lungo lo stesso tracciato ma con due emozioni diverse è cosa un pò insolita: Cammini di Pace (ultima tappa della Viae Benedicti) e Sentieri di Guerra (la Kavendish Road ove trovarono la morte giovani soldati), sono – dal principio e fino alla fine – questi particolari momenti che accompagnano ogni passo durante il nostro cammino su questo tratto di sentiero.

Camminare nel silenzio amplifica le emozioni e soltanto chi è capace a coglierne gli autentici significati, riesce ad interpretare con estrema chiarezza la triste e amara realtà scaturita durante l’ultimo conflitto mondiale e che ha portato la civiltà odierna a tessere la propria trama e la sua ossatura per reggere le sorti di una umanità che troppo spesso, purtroppo, si lascia andare alla deriva dimenticando i cardini della “regola” dettata da Benedetto da Norcia e su cui poggiano – oggi – le fondamenta della odierna Europa. Le emozioni sono indescrivibili, ma le lasciamo a chi le potrà (e riuscirà) vivere nel proprio intimo…! Una full-immersion attraverso sensazioni di sofferenza e dolore, vivendo intensamente avvenimenti e aneddoti legati alle “4 Battaglie di Montecassino” emozioni e testimonianze spesso introvabili sui libri di storia, come un invito a scrutare, lungo i bordi della pista, alla ricerca di cimeli (come il ritrovamento di schegge, proiettili e altro) che riportano a quei tragici mesi del 1944, oppure il restare ammutoliti di fronte ad oltre 1800 lapidi bianche che accolgono le spoglie mortali di soldati polacchi venuti ad immolare le proprie giovani vite per la libertà del mondo intero.

Montecassino e il suo circondario sono luoghi che invitano al pensiero e alla contemplazione; un cammino che parla di pace che proprio durante la sua ultima tappa di avvicinamento a quello che potrebbe sembrare il Paradiso in terra, ma che per mesi sembrava l’Inferno piovuto dal cielo, incrocia i suoi passi con le impronte degli anfibi lasciati dalle migliaia di soldati lungo una linea (la Gustav) che, dal gennaio al maggio del 1944, vide contrapporsi gli eserciti tedeschi, da una parte, e l’amalgama di uniformi multicolori, razze e religioni diverse unificate dagli alleati dall’altra. Camminando si attraversano le “location” di quella che fu il teatro di una delle più tragiche e violente battaglie della II Guerra Mondiale: la distruzione dell’Abbazia ad opera dei massicci bombardamenti aerei e la presa di Montecassino dal gennaio al maggio 1944. La tappa termina proprio sul sagrato di quello che è il più imponente sacrario militare presente nella zona: il Cimitero Polacco ove riposano oltre 1800 giovani vite di soldati che si sono immolati per proseguire nella traccia indicata da San Benedetto: la pace fra i popoli e la costituzione di una grande “famiglia” tra i popoli del vecchio continente: l’Europa. Da queste parti fede, pace e religione si intrecciano con guerra, sacrificio e morte avendo compiuto lo stesso identico itinerario che conduce alle porte delle emozioni sia spirituali che terrene, piste che – molto spesso – incrociano i propri cammini. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

KOBENHAVN (Copenaghen, Danimarca) un intenso arcobaleno di colori e profumi tra fiabe e leggende nelle terre dei Trǿll e dei Vichinghi

Una terra, piccola come la decima parte dell’italico “stivale”, ma amministrativamente di gran lunga superiore con gli immensi territori (la Groenlandia) contenenti ben oltre 40 volte la nostra nazione. Una terra che ha ispirato poeti e filosofi, vescovi cavalieri e leggendari pescatori, piccoli ma benevoli folletti nei boschi (i Trǿll) e guerrieri dall’elmo bicornuto (i Vichinghi) dominatori per secoli lungo tutte le rotte dei mari del nord: ecco… questa è la DANIMARCA e le brevi parole che seguono parlano di KOBENHAVN, la sua capitale.

Non siete mai stati a Kobenhavn (Copenaghen) se non avete avuto la possibilità di aver visto e vissuto due stati d’animo molto particolari; due emozionanti “visioni” della stessa terra che fanno della Danimarca un luogo davvero molto originale; attimi e momenti che ti lasciano il segno: i suggestivi tramonti sul bacino di Nyhavn, nel cuore della città vecchia e… ma questa sarà un’altra storia che vi racconteremo più in là!

Una scommessa sicuramente vinta! Il desiderio di scoprire dove andare a camminare in una terra baciata dai venti freddi della Siberia, illuminata dal sole che fa capolino all’orizzonte molto oltre le ore 22,00 (siamo sullo stesso fuso orario con l’Italia) e bagnata dalle gelide acque del mar Baltico con i suoi fondali che vanno dal cobalto più intenso al turchese più splendente. Da non mancare, poi, una capatina al Kastellet in periferia, col suo quartiere militare (occupato con un veloce blitz dai Nazisti), il caratteristico mulino e i bastioni militari.

Le immagini offrono – solo in parte – un breve assaggio del nostro viaggio/trekking esplorativo compiuto in terra danese camminando, senza alcuna pretesa, attraverso enormi distese paesaggistiche i cui odori, le particolari essenze, gli “incredibili colori del nord” si alternano tra campi, fattorie, dolciumi alle mele, acqua salmastra, gamberi, salmoni affumicati e scogliere forgiate dai forti venti del nord. Gettare le basi per un eventuale (e futuro) trekking da proporre qui, non è poi così improbabile…!

Il cuore della città è proprio nel settecento quartiere (borgo marinaro) del bacino-canale di Nyhavn (nuovo porto) che raccoglie una tra le più suggestive promenade al mondo: la multicromatica cortina delle facciate di palazzi ed edifici, alcuni risalenti addirittura al XVII-XVIII secolo. Prima di essere lo splendore di profumi, di colori, di suoni, di essenze così come noi oggi lo conosciamo, Nyhavn fu un malfamato quartiere in cui si concentravano bettole, cantine e botteghe.

Nel corso del tempo fu attuato un gigantesco restauro degli edifici che ha ridato luce e splendore a questo specchio d’acqua che penetra – per alcune centinaia di metri – all’interno del cuore della città. Qui oggi numerosa è la presenza di locali, di ristoranti, di pub, di caffè e delle tipiche trattorie, ove si concentrano la maggior parte dei visitatori che vengono attratti dalle tipiche prelibatezze della cucina danese.

Aspetto caratteristico delle acque che si rispecchiano in questo canale sono gli stabili approdi delle tipiche e caratteristiche imbarcazioni, chiatte, pescherecci, pilotine e altre trasformate dai proprietari in abitazioni private o ritrovi per scopi culturali. Le lunghe passeggiate, il rito della birra a fine giornata, l’incontro tra uomini d’affari o semplicemente una convenevole cena per appuntamento, sono i momenti che anticipano l’altro spettacolo che caratterizza una bella città come quella di Kobenhavn: i lunghissimi tramonti oltre l’orizzonte che si rispecchiano sulle placide acque dei canali.

Lungo il molo del famosissimo approdo/canale di Nyhavn, praticamente il cuore della capitale danese, laddove le differenze fra terra e acqua si assottigliano, una curiosa comitiva di giovani, tutti vestiti (alcuni anche eleganti) con abiti scuri erano fermi, in attesa sul molo; alcuni seduti, altri a fumare, altri ancora a bere birra. Fin qua tutto normale; ma, quella che ha destato il nostro interesse è che questi erano tutti raccolti intorno ad un’urna dorata (tipo una coppa da trofeo di calcio), sul cui coperchio vi era scritto, con un pennarello nero, un nome in lingua scandinava e una nazione (Norge).

È bastato poco per capire che quella comitiva di giovani era lì, sul molo di Kobenhaven, per compiere un ultimo saluto ad un loro parente/conoscente defunto e, successivamente, cremato: questi erano lì per spargere nelle acque del mar Baltico le ceneri del defunto proveniente dalla Norvegia contenute in quell’urna. Anche questa scena – forse un po’ insolita per la cultura mediterranea – riflette quel misterioso fascino, intriso di magia, e della filosofia delle terre del nord; omaggiare un proprio caro restituendolo definitivamente alla natura! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

alle “Bolle della MALVIZZA” (sul confine apulo/irpino), c’è una Taverna, proprio alle soglie dell’Inferno…!

Camminando lungo quel tratto del Regio Tratturo (antica via delle greggi) “Pescasseroli/Candela” agli estremi confini settentrionali dell’alta Irpinia e con la Puglia, sorge una masseria (Taverna) che s’apre lungo orizzonti e paesaggi che si perdono a vista d’occhio. Nelle vicinanze ha luogo l’inconsueto “fenomeno” naturale di una pozzanghera di fango ribollente (fenomeno non a carattere vulcanico) che emana gas solforosi: un luogo (oggi conosciuto come le “BOLLE” della MALVIZZA) che fin dall’antichità è stato identificato come la “Porta degli Inferi”.

I panorami cominciano ad aprirsi e i campi di grano e tabacco ammantano di gialloverde l’intero orizzonte; si risale lungo la polverosa pista, praticamente una variante che scorre nelle vicinanze del Regio tratturo, che attraversa terreni aridi e spogli, ricolmi di siepi e cespugli fino ad incontrare i ruderi (gruppo di edifici, case, torri e masserie) di quello che una volta era l’antico Villaggio della MALVIZZA, in un luogo che era punto cruciale di antiche arterie e sentieri, tutti di fondamentale importanza per il transito e i collegamenti tra la Campania e la Puglia.

Il Tavoliere è vicino tra dolci alture e vallate incise da corsi torrentizi; la pista sfiora una prima masseria con Torre (colombaia) e una seconda masseria, Stiscia, con cappella privata di San Gaetano (del 1797) oggi non più agibile. Subito c’è l’edificio più grosso della contrada: la Taverna del Duca, un imponente caseggiato del ‘600 capace di ospitare numerose persone e bestiame al seguito (cavalcature e greggi), sorto proprio lungo il tratturo Castelfranco-Montecalvo. Alla Malvizza la pista incrocia la rotabile che dalla Valle del Miscano conduce a Ginestra degli Schiavoni e a Castelfranco in Miscano.

Si continua su una pista larga 40 m; al centro di questo è collocato un pozzo per la raccolta d’acqua, utile per dissetare greggi e pastori, formato da grossi blocchi di pietra sistemati in cerchio. Chi ripercorrere a piedi l’itinerario del Tratturo Regio, non può non imbattersi in uno degli spettacoli della natura più incredibili, insoliti e misteriosi che si possa capitare di assistere. A poche centinaia di metri dall’incrocio, verso oriente si estende, quasi improvvisa, un’ansa argillosa ricoperta di fango grigio al centro della quale si aprono piccole pozze ribollenti, poste al di sopra di rigonfiamenti craterici.

Qui la pista sprofonda nel più arcano dei silenzi: nessun uccello in volo, le cicale zittiscono, il vento cala ed ecco comparire, ai margini di uno steccato quasi dal nulla, l’enorme pozza della Mofetta con le sue “bolle” (piccoli crateri di superficie non di origine vulcanica) che vomitano, a intermittenza, un continuo ribollire che eietta gorgoglii fangosi di acqua mista a gas. Questi laghetti fangosi, indicati dai locali come le “Bolle alla Malvizza”, sono un luogo denso di significati (allegorici, scientifici, fantastici) e ricco di fenomeni naturali la cui credenza popolare offre spunti e leggende su cui tramare qualsiasi racconto terrificante.

Narra un’antica leggenda che un oste della Taverna, al passaggio dei viandanti lungo il tratturo, dava da mangiare nella sua osteria carne umana; saputo ciò, Satana fece sprofondare l’osteria considerandola una sua pericolosa concorrente, dando così luogo a questo fenomeno eruttivo. L’intera area viene interessata da esalazioni metanifere cioè, nel sottosuolo di questi appezzamenti di terreno vi sono (a decine di metri di profondità) profonde cavità contenenti enormi quantità di gas metano per cui questo, quando s’incanala per trovare l’uscita, viene a contatto con l’acqua e raggiunge la superficie attraverso le bolle.

Le pozze indicate come “Bolle” non sono altro che piccoli crateri dal diametro di 50 – 60 cm, i quali non sono altro che sfiatatoi naturali soprannominati – da tempo immemore – dalle popolazioni locali anche come la “Gola di Satana”; non a caso sono state riscontrate, in passato, anche la presenza di numerose carcasse di animali (qualche capra e mucca) che si sono avvicinate troppo respirando le esalazioni prodotte dal fenomeno. Porre i piedi nelle vicinanze di queste bolle è sconsigliabile tranne se si è esperti studiosi del fenomeno e/o accompagnati da qualcuno delle vicine masserie della zona. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

VILLACHT (Carinzia, Austria) lungo le sponde dell’OSSIACHER See

Quando appare, il lago, quasi non te ne accorgi; è questa la sensazione che si prova dopo aver superato valli e montagne e s’apre, davanti agli occhi, uno spettacolo della natura davvero bello e rilassante. Siamo in Austria, nella regione di VILLACHT (o Villaco) in quell’angolo di Carinzia stretto fra alte montagne e villaggi da sogno che sembrano essere usciti fuori da una fiaba. Il profumo dell’aria pura, quasi frizzante, determina questo para-diso naturale che accoglie appassionati della natura provenienti da tutta Europa. Il lago OSSIACHER See, che si eleva sui 500 metri d’altezza, ha uno sviluppo di 11 km in lunghezza, per una larghezza che oscilla tra i 600 e i 1700 metri. Lungo la sua sponda meridionale giace l’abitato di OSSIACH che si estende tra le montagne e le limpide acque lacustri determinate dai fanghi minerali che danno origine a diverse sorgenti termali.

La bellezza della città alpina di Villach (o Villaco) in combinazione con il paesaggio, coi suoi laghi cristallini come il lago Faakersee o l`Ossiachersee, aria fresca, e le montagne nei dintorni convince ogni ospite che soggiorna da queste parti. VILLACH sulla Drava è un luogo in cui tanti vorrebbero poter vivere e lavorare; il posto fornisce la cornice ideale per eventi di ogni tipo ed è – soprattutto – una città scalpitante. La zona offre un circondario davvero interessante rivolto ad ospiti che cercano di trascorrere vacanze all’insegna del movimento, delle attività all’aria aperta e dell’escursionismo. Poter salire con la funivia dell’Alpe Gerlitzen che parte sul versante settentrionale del lago di OSSIACH, porta a scoprire questa zona alpina con bellissimi paesaggi da scrutare e una splendida vista panoramica sui laghi e la città di Villacht.

La zona propriamente turistica non offre solo laghi, montagne, città ma anche wellness e benessere con le nuovissime terme Warmbad Villaco e la famosa località termale di Bad Bleiberg. L’acqua sgorga dalle sorgenti ad una temperatura ideale per tutte le esigenze del benessere; le acque di queste sorgenti ritonificano il corpo riuscendo a donare calore e a mantenersi in salute durante tutto l’anno. Inoltre si possono vivere esperienze davvero indimenticabili per tutti come la visita a fortezze, musei, conoscere camminando per nuove mete escursionistiche o lasciarsi avvolgere dalle bellezze botaniche e naturalistiche del Parco di Landskron, nelle vicinanze di Villach, dove è possibile visitare – cosa insolita in questi paesaggi – scimmie in assoluta libertà.

C’è un percorso, che si sviluppa lungo la sua sponda meridionale, che porta a scoprire angoli di vera suggestione con le foschie (e la bruma) del mattino che stazionano – come nubi evanescenti – sul pelo d’acqua e la superficie appena sfiorata dal volo di grossi esemplari di uccelli acquatici alla ricerca di cibo per i piccoli nascosti nei nidi che sono visibili tra i canneti che sorgono lungo le rive. Una bella alternanza di prati verdi e copiose siepi che, dolcemente, scivolano verso il lago, vengono caratterizzati da ampie distese di alberi da frutto, ampi giardini fioriti, orti sapientemente attrezzati, campi arati pronti per accogliere nuove sementi, stalle ben sistemate, baracche campestri con piramidi accatastate di legna da utilizzare per i fuochi di caminetti e muretti di confine realizzati con pietre calcaree trovate sul posto.

Numerosi sono quei pontili realizzati con pali in legno, che si susseguono lungo le sponde, e che invitano ad affacciarsi – magari sedendosi anche lungo il ciglio oppure a sostare – e a lasciarsi avvolgere da questa arcana atmosfera tinta di grigio, di verde e di azzurro determinata dai tre principali elementi della natura circostante: le montagne rocciose, i boschi e i prati della conca in cui giace il lago e, infine, l’azzurro del cielo che va riflettendosi sullo specchio lacustre dagli incredibili fondali blu cobalto; il tutto, in una incredibile oasi di pace e serena tranquillità ove il tempo scorre lentamente e i frenetici ritmi delle metropoli sono un momentaneo ricordo da tenere per un po’ lontano da tutto questo. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Nazaré, (Portugal): tra onde giganti e antiche tradizioni legate al mare!

Narrano le leggende che si rincorrono nel corso dei tempi che in questo luogo, NAZARÉ, sospeso su un’aspra scogliera tra il cielo e il mare, fu ritrovata una statua della Vergine Maria, recuperata a Nazareth nel IV secolo e di cui si erano perse le tracce. Altra – e forse la più – famosa è quella del “Miracolo di Nazarè”, dell’apparizione nel 1182 della Vergine a un nobiluomo locale (tale don Fuas Roupinho) il cui cavallo imbizzarrito correndo verso il vuoto si fermò miracolosamente sull’orlo del precipizio mentre rincorreva un cervo. Quassù egli fece erigere una piccola cappella, in memoria del miracolo, esponendo l’immagine della Madonna Nera ai fedeli.

Nazarè è, sicuramente, una tra le città più famose della costa lusitana. Essa è divisa in due parti ben distinte: una parte sull’orlo della scogliera che si raccoglie intorno alla sua chiesa madre in stile barocco di Miradouro do Sabeco; e l’altra giù in basso, verso la lunga spiaggia, le tipiche barche dei pescatori che – come una tradizione che giunge dalla notte dei tempi – fino alla metà del XX secolo – venivano trainate in secca dai cavalli. I pescatori, invece, potevano lasciare tranquillamente il pescato ad essiccare su appostiti telai in legno.

Ma Nazarè è soprattutto famosa per un fenomeno naturale (forse) unico al mondo, quello di riuscire ad osservare da vicino la potente forza dell’oceano Atlantico che si infrange sulle spiagge con un tuonante fragore generato dalle alte onde anche quando il mare è calmo; ma riesce a coinvolgerti anche per invitarti a vivere (conoscere e scoprire) in un ambiente di pescatori che risulta davvero difficile osservarne altrove: qui le donne, che indossano particolari e colorati vestiti tradizionali mettono a seccare il pesce su reti al sole sulla spiaggia.

La cittadina si sviluppa su due livelli: il Promontorio del Sítio, con oltre 310 metri di altezza e la parte bassa, che si estende lungo l’enorme spiaggia di Nazaré. Dal promontorio la vista dall’alto è spettacolare e, talvolta, nella stagione fredda sono anche possibili ammirare le gigantesche onde oceaniche, che hanno reso – giustamente – celebre Nazaré a livello internazionale. Queste onde si formano in determinate circostanze, grazie alla conformazione della costa e alle specifiche combinazioni di fenomeni oceanici e atmosferici.

Nazaré è divisa in due parti abitate: a livello del mare la Vila da Nazaré mentre, in cima alla collina, il Sítio da Nazaré. Dal Sítio fino alla Vila è possibile scendere a piedi, percorrendo la lunga scalinata che collega la città bassa alla città alta. Dal bellissimo belvedere di Rua do Horizonte, presso il Sítio, si può godere di una incredibile vista lungo la spiaggia di Pederneira (o spiaggia della Nazaré) un importante porto di mare presente già dai secoli XII e XIV, con uno dei cantieri navali più attivi del Regno del Portogallo.

Qui la gente è molto cordiale e con un alto senso dell’ospitalità. Sul lungomare è ancora possibile vedere alcune imbarcazioni tipiche, e donne in abiti tradizionali che vendono pesce secco (una specialità del posto); passeggiare sul lungomare e ascoltare la voce dell’oceano è qualcosa di autenticamente magico. Oggi Nazaré è un villaggio vivace, che però non ha perso la sua atmosfera antica. Percorrere le sue strette viuzze che si diramano perpendicolari al mare, celano incredibili sorprese che si nascondono dietro ad ogni angolo, lasciando riscoprire, soprattutto, uno stile di vita lento e autenticamente verace.

Questo piccolo villaggio di pescatori, con le decine di case bianche disseminate lungo i ripidi pendii e circondata da enormi scogliere, ha saputo mantenere nel tempo molte delle sue tradizioni. Così come è facile incrociare pescatori vestiti con una insolita camicia a scacchi (abbigliamento tipico dei boscaioli) con pantaloni neri a coste in velluto, oppure le donne (soprattutto le più anziane, che indossando – una sopra l’altra – sette gonne, meglio conosciute come le “Sette Saias”, mentre svolgono le tipiche attività legate alle tradizioni marinare, come riparare le reti da pesca oppure mettere ad asciugare il pesce sulla spiaggia.

Ma andiamo a scoprire più da vicino, a capirne i significati ed a comprenderne la simbologia del perché le donne, qui a Nazarè, si tramandano questa tradizione legata alla vita del mare. Si tratta di donne – piuttosto mature o avanti negli anni – che trascorrono la vita ad attendere il ritorno a casa dei propri mariti pescatori, i quali rientrano solitamente dopo aver trascorso una dura settimana di lavoro (la pesca) in mezzo all’Oceano Atlantico. Una curiosità inerente all’abbigliamento tipico delle donne di Nazaré sono le “Sette Saias”: le sette gonne fanno parte della tradizione, del mito e delle leggende di questa terra così strettamente legata al mare.

Si dice che le gonne – tutte indossate con colori diversi – rappresentano le sette virtù; così come i sette giorni della settimana i sette colori dell’arcobaleno oppure le sette onde del mare. Tra le altre attribuzioni, anche quelle legate alla Bibbia, alla magia e all’esoterismo che coinvolgono il numero “7”. Le Nazarene, così come vengono chiamate, avendo l’abitudine di aspettare a lungo i loro mariti e i loro figli dal ritorno della pesca, stazionavano sulla spiaggia, sedute sulla sabbia, ed usavano le varie gonne per coprirsi dal freddo proveniente dal mare: quelle superiori per proteggere la testa e le spalle, mentre le altre per coprire le gambe, rimanendo così sempre “composte” senza allusioni da parte di qualcuno.

Altra tradizione popolare racconta che in passato, per ogni giorno di attesa, le donne indossassero un gonnellino colorato che sovrapposto a quello del giorno precedente formava una gonna piuttosto vistosa e decisamente molto spessa e pesante. Sette gonne quindi: sette come i giorni della settimana, sette come le virtù, come sette sono anche le onde consecutive dell’Atlantico, che si infrangono prima di acquietarsi per poi riprendere il loro moto ciclico scandito sempre dal numero sette. Le sette gonne servivano anche per tenere in piedi le donne quando al rientro dei mariti andavano ad aiutarli a portare a riva le barche, e servivano per aiutarle a stare a galla e a lottare contro la forza delle correnti marine. Purtroppo, però, da parecchi anni è arrivato il turismo e di conseguenza la pesca poco alla volta ha perso importanza.

Oramai è raro vedere le donne che pregavano quando la burrasca rischiava di prendersi la vita dei propri cari o di vedere uomini, donne, cavalli e buoi trainare le barche a riva al riparo delle onde. Il fascino però di questo luogo non si è perduto, è rimasto immutato nel tempo. Vedere ancora oggi queste donne con le loro ciabatte, le gonne, il grembiule e tante collane attorno al collo, è uno spettacolo unico nel suo genere. Queste “signore del mare” oggi sono possibili vederle nei giorni di festa o durante particolari celebrazioni, oppure intente a vendere tipici prodotti nelle loro bancarelle in tela in spiaggia. Purtroppo anche questa tradizione, con lo scorrere delle generazioni, è destinata a scomparire per sempre. (testi & photo ©Andrea Perciato)

BERAT (Albania): 1000 Finestre aperte tra “due quartieri”, 1 Ponte tra “due mondi” e un Castello lassù… in cima!

BERAT (Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, Albania) con una temperatura di quasi 40° e mille storie da scoprire (e da raccontare), non sono bastate le oltre “1000 finestre” aperte per fare arieggiare; un caldo da crepare ma, credeteci… ne è valsa la pena! Queste, in sintesi, sono ciò che offrono le bellezze paesaggistiche, naturalistiche e ambientali racchiuse, da millenni, in questo luogo tra i più belli e significativi di tutta l’Albania. BERAT, a circa 100 km a sud della capitale Tirana, è un piccolo gioiello che – tra storia e architettura – restituisce i fasti di un ricco e glorioso passato, un autentico melting-pot in cui s’intrecciano culture, religioni ed etnie diverse, laddove si rincorrono culti e antiche tradizioni, racchiuso al centro di una valle bagnata dalle acque del fiume Osum e attraversata, fin dall’antichità, dall’antica Via Egnazia (Ἐγνατία Ὁδός) un’antica, e probabilmente la più importante, via di comunicazione che collegava Bisanzio con l’Adriatico. Berat è un viaggio nel tempo e nello spazio attraverso la storia, l’architettura e la cultura dell’Albania.

Con la sua bellezza fuori dal tempo, la sua vivace scena culturale e la calorosa ospitalità della sua gente, il luogo si presenta come una tappa imperdibile per chi desidera scoprire la ricchezza e le diversità del patrimonio albanese. Attraverso le strade acciottolate, le case dalle mille finestre e le testimonianze delle diverse culture che – durante il corso dei millenni – hanno plasmato la città, Berat è una destinazione che cattura le emozioni di chiunque giunga fin quaggiù per conoscere le sue principali attrazioni. L’antico villaggio di Berat, diviso dal fiume, è suddiviso in tre parti ben distinte: “KALA” la cittadella dominata dal Castello; “GORICA” il quartiere (di matrice ortodossa) che si estende a sud, adagiato sul fianco di una collina; e “MANGALEMI” quello aggrappato, verso nord, alla rupe da cui si erge la Fortezza, di matrice prettamente islamica; entrambe le borgate sono adagiate sui due versati della vallata a ridosso del fiume. Qui, in questo luogo, si vive (quasi toccando con mano) l’Albania più autentica, quella rurale e così ricca di opere d’arte e di storia.

Berat affonda le sue radici nella storia antica (tra i VI e V secolo a.C.). In questo luogo ebbe origine un insediamento illirico, che passò poi sotto la dominazione ottomana, bulgara, serba e infine turca. Di questo passato si conservano evidenti tracce nei due diversi (e più importanti) quartieri di Gorica (a fede ortodossa) e Mangalemi (di religione islamica) separati l’uno dall’altro dal corso del fiume Osum, che attraversa perpendicolarmente l’intera città. Nelle due diverse anime religiose, l’una prettamente cristiana e l’altra tendenzialmente musulmana, questi quartieri sono l’emblema della pacifica convivenza – civile e culturale – che da sempre caratterizza questa cittadina albanese. Come una gemma nascosta nel cuore dell’Albania, Berat è una città che incanta fin dal primo momento. Famosa per la sua architettura unica, che riflette secoli di influenze culturali, il cuore pulsante della città viene equamente suddiviso in tre parti principali: Kala, la città alta; Mangalem, la città bassa lungo le rive del fiume Osum; e Gorica, l’area situata a sud oltre il fiume.

Con la sua storia ricca, la sua particolare architettura e la vibrante cultura che la contraddistingue, è anche conosciuta come “la città delle mille finestre” e – per questo – dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Berat è un luogo dove il passato e il presente si intrecciano in un affascinante mosaico di tradizione e modernità. Ciò che rende speciale Berat è proprio il suo mix di cultura e di tradizioni. Per conoscere da vicino queste bellezze, si propone un percorso a piedi attraverso i suoi vicoli adombri, le sue stradine acciottolate, i suoi ponti, le sue moschee e le sue antichità. Muovendosi dal vecchio Ponte di Gorica, iconica struttura architettonica che attraversa il fiume Osum nella città di Berat, è un luogo intriso di storia e di suggestiva bellezza. Costruito nel XVIII secolo, questo antico ponte in pietra collega il quartiere di Mangalem con quello di Gorica, contribuendo a creare un legame emotivo, visivo e culturale tra le due sponde del fiume. Eccoci dunque tra i primi vicoli acciottolati di Gorica.

Il quartiere di Gorica è un insieme di case bianche dove si trovano diverse chiese che compongono uno scenario particolarmente suggestivo. Passeggiando per i vicoli oltre il fiume, si incrociano molte persone del luogo ed è emozionante osservare episodi di vita quotidiana immergendosi completamente nella cultura locale. Tra rampe assolate e portali in pietra, piccole corti seminascoste da muretti a secco e androni appena visibili, terrazzini in legno appena sporgenti e tettoie usate come nidi dai colombi, camminare a Gorica è come un immergersi nella vita locale, una tranquilla atmosfera resa ancor più magica dalla presenza del fiume e dal panorama circostante. Raggiunti il nuovo ponte sull’Osum, si esce dal quartiere di Gorica per raggiungere, sull’opposta sponda verso nord, le prime case del quartiere di Mangalemi, quartiere musulmano di Berat, interamente dominato dalla presenza dei minareti delle tre storiche moschee che vi si trovano.

Moschea degli Scapoli (Xhamia Beqarëve, per i garzoni ed artigiani non ammogliati che un tempo frequentavano questo edificio religioso), la Moschea del Re (Xhamia Mbret, caratterizzata dal soffitto di un color verde intenso e da un intarsio che presenta alcuni brani del Corano affiancati dai diversi nomi di Dio) e la Moschea di Piombo (Xhamia e Plumbit, per via delle cupole interamente ricoperte di piombo). Ed eccoci tra le prime case della “Città dalle Mille Finestre”. Di fronte l’inusuale Moschea Xhamia Beqarëve, una struttura unica nel suo genere con un edificio a due piani, circondato da portici su tre diversi lati e caratterizzato dalla presenza di un piccolo minareto. Spostandosi leggermente alla sua destra, una breve salita porta in uno slargo su cui prospettano i ruderi di un vetusto mausoleo ortodosso che, oltre ai resti di una muratura in pietra, fa da contraltare alla più importante Moschea di Berat: quella del Re Xhamia Mbret.

All’interno della Moschea di Berat scopriamo un perfetto esempio di tempio musulmano e tolleranza albanese, un prezioso patrimonio architettonico e culturale. Fuori dalla Moschea si presenta un affascinante labirinto di strette strade lastricate e case dai colori vivaci. Le strade lastricate e i vicoli tortuosi aggiungono un tocco di fascino e mistero a questa singolare città. Mangalem è un tuffo nella tradizione della città, con le sue caratteristiche facciate colorate e le finestre a “bovindo” che prospettano sul fiume, creando quell’immagine pittoresca e suggestiva da cui le “1000 finestre” Patrimonio UNESCO. Passeggiare per le vie di Mangalem è come un viaggiare indietro nel tempo, con le case tradizionali ottomane che coesistono coi ritmi della vita moderna; i cortili interni in selciato e le piccole piazze lastricate in basoli aggiungono quel tocco di intimità, mentre negozietti e piccole botteghe mostrano opere d’arte locali e prodotti artigianali. Il CASTELLO di Berat, una meravigliosa fortezza ottomana arroccata su di un’altura che domina la cittadina.

Per raggiungerlo, occorre risalire per Rruga Mihal Komena, un’arteria che si snoda tra i vicoli di Mangalemi e arriva alla base della collina da cui s’erge la rocca; da qui, volgendo in alto a sx verso occidente, un sentiero serpeggia lungo il pendio da cui già sono possibili ammirare le mura perimetrali e le due torri – ben conservate – della fortezza che domina la città dalle sue alture. Conosciuto come “Kala“, il castello, coi suoi camminamenti e le sue merlature risale all’epoca bizantina; le sue pietre raccontano storie di difese e di protezione; un intricato mosaico di pietre bianche che si fondono col paesaggio circostante. Da qui si gode di una meravigliosa vista panoramica, che spazia tra i due quartieri di Berat collegati dall’imponente e maestoso Ponte di Gorica.

La vista della città dall’alto del castello è mozzafiato. È interessante scoprire come l’area del castello è ben integrata con le case dei residenti locali, fungendo sia come attrazione per i visitatori, che da luogo di residenza ove poter vivere. L’interno del castello racchiude un labirinto di vicoli che attraversano abitazioni rigorosamente bianche dove si susseguono chiese, moschee, fortificazioni e torri. Camminare tra le stradine lastricate, gli slarghi, le spianate e le corti del Castello di Berat è come essere trasportati indietro nel tempo; la sua terrazza che prospetta sul vuoto, caratterizzata dal pennone con la bandiera rossa dell’aquila bicefala, offre una vista mozzafiato sui quartieri della città e sul sottostante fiume Osum offrendo una prospettiva unica sulla storia affascinante di questa località dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)