Ardenne (Belgio) la “morte bianca” nelle “foxhole” (buche delle volpi) al Bojs Jacques;

Questa volta vi porto su, al nord, in Belgio, nel cuore di una battaglia cruenta del 2° Conflitto Mondiale. Siamo a Bastogne, la “simbolica capitale” delle Ardenne (Belgio meridionale al confine col Lussemburgo e non lontana dalla Germania), punto cruciale di quello che fu – durante la II Guerra Mondiale – uno tra i più violenti scontri armati fra i Tedeschi e l’avanzata degli Americani con un assedio avuto inizio dal dicembre 1944 ed ebbe un’importanza decisiva sull’esito complessivo del conflitto.

In molti si recano a Bastogne per conoscere e visitare le reali posizioni assunti dagli americani nelle vicinanze del villaggio di Foy, a 4 km da Bastogne; così anche noi – un po’ per curiosità, molto per aver visto la trasposizione cinematografica (Band of Brothers) di quei luoghi e di quegli avvenimenti – ci rechiamo alla scoperta del Bojs Jacques e delle famose “Foxhole” (buche delle volpi) in cui tentarono di trovar riparo i paracadutisti della 101° US Airborne della 5a “Easy Company” guidati dal Capt. Winter, che giunsero nella foresta il 21 dicembre 1944 rimanendovi fino agli inizi del gennaio 1945. La foresta del Bojs Jacques è proprio il luogo ove la Easy Company affrontò la controffensiva degli attacchi tedeschi lungo il perimetro di Bastogne, per oltre una settimana. Il Bois Jacques è ovviamente una foresta coltivata, quello che vediamo ora, alcuni sono alberi interamente piantati, mentre altri – quelli più vetusti – come i pini e gli abeti sono, con molta probabilità, quelli che erano ancora in vita e scampati alla pioggia di fuoco fino alla fine del 1944.

Siamo ai margini della foresta delle Ardenne, e osservando verso un pascolo che scende lungo un dolce pendio prativo che guarda le bianche case di Foy, è possibile notare come tutte le strade secondarie conducono attraverso le foreste. Tuttavia, oggi sembra che gli alberi all’interno del Bois Jacques vengano periodicamente, e regolarmente, raccolti e reimpiantati. Attraversando la foresta sono ancora possibili vedere i resti delle buche scavate dagli americani ed altre tracce di quella battaglia; con comprensibile emozione, direi che mentre camminiamo lungo i sentieri nella foresta, stiamo sicuramente vedendo (e vivendo) la stessa identica foresta di “quella” battaglia vissuta dagli americani.

Camminando tra i buchi, le fosse e gli avvallamenti, oggi – nel bosco che attraversiamo – scopriamo un luogo irreale, quasi come se fosse fermo nel tempo; tutt’intorno un orizzonte fatto di verde intenso e avvolto da un tombale silenzio. Un monumento (una stele marmorea coi nomi dei parà della 5a Easy Company deceduti) evidenzia l’inizio del sentiero che penetra all’interno del bosco; all’epoca della battaglia, la linea degli alberi si estendeva molto più di quanto non lo sia come la vediamo noi oggi; il Bojs Jacques fungeva un po’ da campo base della compagnia, sottoposta sempre ai ripetuti attacchi dell’artiglieria tedesca attestatasi tra le case del vicino villaggio di Foy, mentre gli attacchi americani muovevano dai boschi sia ad ovest che ad est del villaggio, tenendo ben consolidata la posizione lungo la Foy-Bizory road, alla periferia di Bastogne. Quasi in punta di piedi e con doveroso rispetto, ci addentriamo nella foresta vivendo – in prima persona – quello che è stato per davvero uno storico (ed aspro) campo di battaglia in cui uomini coraggiosi giunti da oltre oceano sono morti difendendo la libertà dell’intera umanità.

Sono ancora ben evidenti le centinaia di “foxhole” sparse tra il sottobosco e le radici degli abeti ove si possono soltanto intuire le sofferenze patite dai soldati americani per la brutalità della guerra. Oggi questa foresta è silenziosa e pacifica, mentre si ascoltano i suoni della vita dentro (uccelli e piccoli mammiferi) e intorno ad essa (i trattori che arano i campi, le motoseghe). Gli uccelli cantano, gli agricoltori creano balle di fieno e le mucche pascolano sui verdi prati. Avendo più volte visto il famoso film (la serie di “Band of Brothers“) sembra quasi di stare in prima linea e immaginare di toccarsi, spalla a spalla, con gli uomini della Easy Company, quasi sentire il loro respiro, percepire i loro gemiti di paura, ascoltare le loro grida di dolore e sofferenza dopo ogni pioggia dei (piccoli o grandi) proiettili di artiglieria tedesca che piombavano attraverso questi alberi distruggendo ogni cosa. Questi giovani soldati guardavano le vicine case di Foy prima dell’assalto finale avvenuto il 13 gennaio 1945; Foy – visibile a meno di 1 km dall’ultima cortina di alberi – all’epoca dei fatti era un piccolo villaggio occupato dai tedeschi già dalle prime fasi della Battaglia delle Ardenne e si trova a soli 4 chilometri a nord di Bastogne sulla strada per Houffalize.

Girovagando tra le buche e i ripari di fortuna si avverte di come fu grande il sacrificio pagato dai soldati americani per riconquistare la libertà perduta e rendere una società europea molto più prospera. E’ stato davvero molto toccante, emozionante… attraversare questo “pezzo” di storia! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

San Severino di Centola (Cilento) il paese “Fantasma” e la “Gola del Diavolo” 

Un borgo medioevale affacciato sulla gola in cui scorrono le acque di un fiume; stiamo parlando del borgo diroccato di San Severino di Centola e del fiume Mingardo. Mentre il corso fluviale del Mingardo scorre lento e frizzante di profumi verso il mare, all’altezza delle pendici occidentali del monte Bulgheria, l’attenzione viene catturata da quelle conformazioni rocciose (flysh e marne) tinte di grigio e rosa che, innalzandosi maestosamente, sovrastano un angusto e spettacolare paesaggio sulla cui rupe resistono al tempo i resti di un borgo abbandonato e sotto cui s’apre la stretta Gola del Diavolo. 

Proprio al centro di questa valle sorge su di uno sperone roccioso, a ridosso della gola e alla base della montagna, il borgo medioevale di S. SEVERINO di CENTOLA (164 m) arroccato villaggio che dall’alto sovrasta, coi ruderi del suo poderoso Castello costruito intorno al XI secolo, il paesaggio che caratterizza la gola. Il maniero per la sua strategica posizione aveva una notevole importanza: situato come “vedetta” all’accesso del passaggio sulla stretta valle del Mingardo formava, insieme con i castelli della Molpa sulla costa e del Castellaccio, al centro della vallata del Mingardo, un imponente sistema difensivo lungo quell’importante asse di comunicazione che puntava verso i territori lucani dell’interno.

Dalla Strada Provinciale n° 109 (Via Olmo) che sale dal ponte sul fiume, presso uno stretto tornante, parte una sentiero su gradoni che, in pochi minuti, raggiunge le prime case del borgo diroccato di S. Severino. Questo paese, abbandonato da oltre mezzo secolo, fa parte oggi del patrimonio artistico e ambientale italiano. Le sue case dirute, i suoi portoni spalancati, “segnano” quel definitivo tramonto di una civiltà contadina dedita alla pastorizia e all’agricoltura che per secoli ha affrontato le difficoltà di una vita dura e paziente. Oggi, la suggestività del borgo si riscontra nel silenzio che avvolge le case disabitate, negli echi delle finestre aperte sul vuoto, nelle ombre delle piccole strade, nei profumi intrisi di mare che aleggiano tra i viottoli, nei fruscii degli ingressi che, spalancati, restituiscono quel tipico ambiente dei “sottani” (i soggiorni di una volta) col camino ancora annerito dalla cenere e che prospettano su arcate e gradinate diroccate.

Tutto è rimasto immutato in un arcano silenzio avvolto dalla frescura di alberi, cespugli e foglie che sono cresciuti ed hanno ormai avvolto completamente questi spazi disabitati. Il borgo non è più dell’uomo: qui la natura, annullando i “confini” tra interni ed esterni, ha preso gradualmente il sopravvento. Si riscontrano in questi edifici, caratteristiche architettoniche che si differenziano tra la semplice struttura rurale tipica cilentana, le palazzine nobiliari e qualche portale che si evidenzia con particolari decorazioni. Si respira nell’aria una “segreta intimità” nascosta tra le pietre dei muri ammuffiti, nelle volte architravate in legno che crollano sotto il peso del tempo, nelle bocche degli antichi focolari avvolti ancora dalla fuliggine perpetuando così il ricordo della storia, di un “vissuto” che non vuole affatto essere dimenticato.

Attraversare il borgo è una indimenticabile esperienza, un profondo tuffo in una particolare atmosfera irreale e suggestiva che dà la sensazione come se il tempo, qui, non fosse mai trascorso. Poco fuori il paese abbandonato di S. Severino al suo margine orientale un cammino lastricato in pietra, con dei lunghi gradini e passamani in legno, in breve discesa porta a giungere nei pressi della gola del fiume Mingardo, qui chiamata del Diavolo, aspra e bellissima nella sua selvaggia solitudine.

Lasciando il paese nel suo bucolico silenzio, con breve spostamento si raggiunge il ponte che scavalca il fiume, proprio al centro della valle. Nelle vicinanze del ponte, sotto in basso a destra, si apre un passaggio che permette (facendo molta attenzione) di poter scendere fino al letto fluviale. Il sentierino che ora qui compare è la traccia di quell’antica mulattiera (in parte intagliata nella roccia) che prosegue lungo le sponde acquitrinose, e segue l’intero tracciato del fiume inerpicandosi, dalla foce verso il suo interno, lungo il fianco soleggiato (destra orografica) della valle del fiume Mingardo, verso quegli “invisibili” abitati nei quali trovarono rifugio e riparo le antiche popolazioni della costa in epoca medioevale durante le sanguinose invasioni saracene.

Sono ambienti fiabeschi questi, il borgo e la valle del fiume Mingardo, entrambi avvolti da una natura ricca di suoni, di colori e di profumi in cui il millenario scrosciare delle acque fa da sfondo ad una quiete rarefatta, ove non è difficile riuscire a vedere saltare le trote controcorrente dal pelo dell’acqua; un silenzio surreale in cui si fondono le ombre delle irte pareti rocciose e gli echi che rimbalzano da un lato all’altro della valle. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

GRUMENTUM (PZ) affacciarsi su un terrazzo lacustre e “poter vivere” storie di genti lucane

Una sorpresa nel bel mezzo della Lucania, e in effetti è proprio così! Siamo nella parte settentrionale del bacino lacustre (invaso artificiale) del lago “Pietra del Pertusillo” in località Spineta, al centro di quel bellissimo scenario paesaggistico e ambientale che è la Val d’Agri, tra la rupe da cui s’affaccia Grumento Nova e la “sacra” altura della Montagna Grande di Viggiano, ove giace il Santuario mariano; praticamente… nel cuore di una tra le più vetuste località di matrice lucana. Qui, lungo questo assolato pianoro di circa 2 km, ove oggi si alternano prati e sterpaglie, si sono incrociati popoli e gruppi etnici appartenenti – in successione – ai sanniti, lucani, punici, greci e romani.

…Quando vi giunsi dopo lungo peregrinare dalle lontane spiagge tarantine, e dopo le dure lotte per il possesso di buoni e fertili territori da mettere a coltura, contro i figli della madre patria, superati gli orizzonti dorati di Μεταπόντιον, risalii per l’aspra valle di un fiume (l’Agri) con l’intento di raggiungere le coste, nella direzione in cui il sole cade oltre quel frastagliato orizzonte fatto di irte e boscose montagne, regno dei lupi e di bellicose genti. Qui, prima di lasciare quest’angusta valle, le cui assolate cime si ergono al di sopra di folte e copiose giogaie, su una platea d’erba incolta, giacevano capanne in legno ricoperte di fango, paglia e terra, luogo in cui operano famiglie intente al duro lavoro nei campi o all’allevamento delle greggi. Siamo tra il VI e V secolo a.C. e queste genti, d’origine osca e sannita sono conosciuti come Leukànoi. Erta a Municipium fu definitivamente abbandonata dopo le incursioni saracene e le sue bellezze scomparse per sempre nel dimenticatoio del tempo!

Prima di divenire città questo era un punto privilegiato di sosta e transito per gli scambi commerciali che avvenivano lungo la rotta (dallo Ionio al Tirreno) di uno di quei tracciati conosciuti come “Vie Istmiche della Magna Grecia”. Come una sorta di antico “mercato” quest’area fu inizialmente predisposta dai lucani; immediatamente dopo – con la romanizzazione e la sistemazione dei territori – grazie alla sua posizione strategica, divenne ben presto una delle più importanti colonie militari romane in Lucania, proprio su quella “rotta” delle Vie Istmiche. I romani ridisegnarono l’assetto territoriale dotando quest’area, e la città che eressero a “Municipio”, di un impianto urbanistico molto semplice: tre principali assi stradali (i “decumani” principali nelle direzioni SE-NW), intersecate da svariate stradine (“cardi” laterali) con una cinta muraria distribuita lungo un perimetro di tre chilometri; sei porte ne consentivano l’accesso.

Poco conosciuta e frequentata rispetto ai più blasonati siti archeologici della Magna Grecia, il sito archeologico – di “marcata” origine romana – di Grumentum attira per la sua particolare locazione geografica e, soprattutto, per i suoi silenzi. Ma perché venire a Grumentum, perché fermarsi proprio qui…? Perché è uno spettacolo unico, da non perdere; passeggiare attraverso le trame di un passato remoto ed avere la sensazione di plasmarsi con quello che fu, è meraviglioso. Ammirare i resti di una lontana provincia romana; rivivere i fasti di un impianto urbanistico perfettamente inserito nelle geometriche prospettive di un territorio davvero molto bello, coi resti di importanti edifici perfettamente riconoscibili ed ammirabili a tutti, tutto ciò fa di Grumentum una realtà storica di pregiato valore non solo storico ma – soprattutto – anche artistico, architettonico, culturale e antropico.

Nello splendore della boscosa Basilicata, ai piedi di Viggiano e degli impianti industriali di alta tecnologia legati all’estrazione del petrolio, giace questo inatteso sito archeologico che stuzzica l’interesse e invita ad una profonda e più articolata conoscenza. Un’ampia zona recintata racchiude ciò che è emerso dei resti di un’antica città romana. Curata la manutenzione con appositi percorsi didattico/divulgativi e la collocazione di appositi pannelli esplicativi di ciò che si vede, il tutto – purtroppo – è circondato da una copiosa e infestante vegetazione arbustiva che andrebbe eliminata per una migliore fruizione. Molto impressionante l’immagine del piccolo anfiteatro (purtroppo non raggiungibile per le fasi operative degli scavi in corso), distante dal resto della civitas, ancora con resti in ottime condizioni e con tratti di opus reticulatum perfettamente conservati. Nelle vicinanze è annesso il Museo con interessanti reperti rinvenuti dalle opere di scavo, tra cui la testa di Licia Drusilla perfettamente conservata.

Grumentum è un grande sito archeologico posto nell’alta Val d’Agri. Secondo gli studi doveva essere una grande cittadina fondata nel III sec. a.C. e poi distrutta dai Saraceni, anche se all’epoca era già quasi completamente abbandonata. Nel periodo di sua massima espansione si stima potesse ospitare sui 15.000 abitanti che, per l’epoca, rappresentava un grande numero. La cittadina si estende per 1 km in lunghezza e 300 mt in larghezza, sviluppandosi su tre differenti livelli. Qui sono presenti tutte le strutture pubbliche dell’epoca: ma su tutto emerge un tratto del decumano, ovvero la strada principale che attraversa la cittadella; ancora intatto, sui suoi lastroni è possibile vedere i segni lasciati dalle ruote delle bighe, che scompaiono in prossimità dei luoghi di culto in cui, si suppone, che fosse consentito solo il transito pedonale.

Dagli scavi del parco archeologico effettuati nel corso degli anni sono emerse importanti tracce della colonizzazione romana del luogo come il Teatro di epoca Giulio-Claudia (I secolo a.C./I secolo d.C.); due tempietti di età augustea; una domus patrizia, la Casa dei Mosaici, del II secolo a.C., con la sua splendida pavimentazione risalente al IV secolo d.C.; le Terme di epoca repubblicana (VI/I secolo a.C.) ed augustea; l’area del Foro antico con il Capitolium e il Cesareum; l’Anfiteatro del I secolo a.C., successivamente modificato in età augustea. Nel particolare questa è una città “nata” Lucana (tra il V-VI secolo a.C.) e successivamente incorporata sotto il dominio romano (nel III secolo a.C.). Ciò che colpisce nell’immediatezza della visita a questo sito è possibile vedere (e camminare su) i lastricati di una tipica strada romana a “schiena d’asino”, con le evidenti tracce del passaggio dei carri.

È un viaggio nel tempo in un “luogo sospeso”… nel tempo! Tra le più grandi meraviglie romane del Sud ancora poco pubblicizzate ma ricchissime di storia, Grumentum è un posto immerso nella natura assolutamente da non perdere; far visita a questo sito ci fa rivivere un lontano passato in cui i viaggiatori effettivamente camminavano e riuscivano a conoscere altre civiltà riportando alla luce ciò che queste hanno rappresentato per i territori in cui esse erano collocate; memorie e testimonianze che senza i racconti di viaggio sarebbero, altrimenti rimaste per sempre, nascoste nell’oblio del tempo! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ove il Mito si “tinge” d’azzurro… il “periplo” di Capo PALINURO

Sull’orizzonte australe della pittoresca Marina di Pisciotta si apre quel naturale anfiteatro che, proteso nel mare, viene determinato dal promontorio calcareo di Capo Palinuro; un toponimo, questo, che evoca il ricordo (tramandatoci dalla leggenda) del nocchiero di Enea caduto in mare durante il sonno e la cui tradizione vuole che nei pressi della sua punta, alla base delle sue ripide pareti, fosse ubicata una specie di tomba. Si narra che lo sfortunato pilota della flotta di Enea non perì quasi subito, ma dopo che egli raggiunse a nuoto la scogliera qui, stremato dalle forze, svenne, e quando fu ritrovato dagli abitanti del vicino villaggio di pescatori questi, credendolo fosse una “creatura” sconosciuta (proveniente dalle onde e quindi non terrena), lo presero a percuotere fino a causarne la morte.

Simile alla maggior parte dei promontori montuosi (vedi monti Lattari, Gargano, ecc.), quello di Palinuro va soggetto a continue e violente tempeste marine e in due occasioni fu teatro di disastrosi naufragi a danno della flotta Romana: il primo avvenne nel 253 a.C. quando la squadra navale al comando dei consoli Servilio Cepione e Sempronio Bleso, di ritorno dalle campagne in terra d’Africa, naufragò sulla costa preso Palinuro causando la perdita di 150 legni compresi l’intero bottino che questi recavano; il secondo incidente avvenne, invece, nel 36 a.C. quando un grosso numero di navi della squadra di Augusto destinata alla Trinacria, costretta a ripararsi da una tempesta nella rada di Velia, andò a schiantarsi sulle rocce tra la città eleatica e l’adiacente Capo di Palinuro.

Ci muoviamo alla conoscenza di questa meravigliosa “perla” del Mediterraneo che è PALINURO e la sua costa. Dal porto ha inizio un comodo sentiero (attrezzato con balaustre e passamani in legno) che sale lungo la dirupata scogliera fino a giungere a ridosso della Punta del Fortino ove sono presenti i ruderi di un’antica postazione fortificata. Da questo punto lo sguardo spazia lungo l’infinita fascia costiera settentrionale che culmina nel monte Stella, mentre osservando attentamente la frastagliata scogliera del capo, verso occidente, è possibile scorgere sul pelo dell’acqua l’apertura della Grotta Azzurra. Questa splendida cavità ipogea deve la sua fama alle straordinarie tonalità cromatiche dei suoi fondali che la natura del luogo le ha conferito. Infatti essa si espande al suo interno con un ampio lago in cui si riflette il riverbero turchese della luce proveniente da un’apertura sommersa che s’apre al lato opposto di quello a cui accedono le barche.

Il comodo sentiero che sale dal porto termina all’altezza del Fortino. Da qui, ora, ci si arrampica leggermente – effettuando delle serpentine – risalendo lungo i crinali delle Mazare. Si continua così seguendo grosso modo il profilo costiero fino a guadagnare il piccolo promontorio, sotto cui s’apre la Grotta Azzurra, all’altezza della Punta della Quaglia ove sono appena percettibili i ruderi di un’altra torre costiera; di fronte a noi, verso ponente, si estende quello che è uno dei tratti di mare più belli del Mediterraneo. In questo punto il promontorio s’innalza con una scogliera dai lineamenti piuttosto frastagliati; essa, imponente e precipitosa verso il mare, cala a picco nell’immensità dell’azzurro più intenso sprofondando con un dislivello che oscilla tra i 20/30 metri fino a toccare un banco sabbioso che viene ricoperto di alghe. Quaggiù si espande non solo il regno delle alghe, ma anche quello di milioni di microrganismi acquatici, elementi di una natura poco conosciuta che detta le sue regole determinando quelle incredibili colorazioni dei fondali e della superficie che si alternano in base al fantastico gioco delle correnti sottomarine, e ciò in concomitanza all’alternarsi delle stagioni e al rincorrersi delle maree.

I fondali in cui s’immerge il Capo Palinuro sono ricchissimi di una policroma flora e abitati da una variopinta fauna marina tra cui spugne, spirografi, stelle marine (rosse), pharazoantus (animaletti simili a microinfiorescenze) che si presentano come fiorellini colorati di giallo, e numerose altre specie meno note. Lungo questi crinali sono possibili ammirare il profumatissimo giglio marino e la ruchetta di mare dalle infiorescenze lilla chiaro. Nella parte settentrionale il promontorio è ricco di pinete e si alterna ad una macchia bassa composta dal ginepro, dal mirto, dal lentisco, dal rosmarino e dal cisto; mentre le rocce a picco sul mare lasciano danzare (agitati dai venti) i finocchi di mare, la stecade (dall’intenso profumo di liquirizia) e l’endemica “Primula Palinuri” tipica di questo luogo e assurta a “simbolo” del Parco Nazionale del Cilento.

Risalendo per il pendio delle coste di Mazare, portandosi (in località Trappetelle) a ridosso del Faro di Palinuro (203 m) siamo al punto più elevato sulla scogliera; tra gli aspri crinali della Punta Iacco (estremità occidentale) e l’impressionante muraglia calcarea della Punta Spartivento (che si protende a SW); entrambe queste propaggini racchiudono, in una incredibile scenografia fatta di strapiombanti pareti calcaree bagnate dalle impetuose onde marine, quel mitico luogo ove la leggenda indica il punto in cui approdò Palinuro, di quando – come narra Virgilio nella sua Eneide – in una tragica notte il fido timoniere di Enea fu travolto dai marosi mentre era assorto a contemplare il magico cielo sul promontorio, luminoso e palpitante di astri celesti.

Da quassù si ha l’esatta sensazione di una immensa massa calcarea che scende a picco a bagnarsi in un mare la cui scogliera forma numerose cale e punte; e l’insieme di tutti questi promontori costituiscono quello che viene indicato come il Frontone di Palinuro alla cui base si aprono numerose grotte, alcune piccolissime, altre molto vaste ma, comunque, tutte ricchissime di stalattiti e di scenografici effetti abissali. Se si capita di soggiornare in questo incantevole luogo per qualche giorno, nulla di più straordinariamente emozionante è poter assistere a quel meraviglioso spettacolo offerto dai “famosi” tramonti di Palinuro che (e c’è da crederlo) sono una espressione della natura cilentana di struggente bellezza che forse non ha eguali in tutto il bacino del Mediterraneo.

Dal Faro di Palinuro si rientra ora verso l’interno camminando lungo la strada sommitale; giù in basso, a mezzodì, si aprono gli impressionanti scenari di una scogliera tra le più aspre dell’intera costa cilentana che in alcuni tratti sembra davvero una ciclopica muraglia calcarea le cui sole forme viventi sono gli interi nuclei di gabbiani ed altri volatili marini che tra queste pietre trovano il loro sicuro riparo lungo le rotte delle trasvolate migratorie. Superati il profondo baratro di Cala della Lanterna si passa accanto alla bianca struttura della Stazione Meteo (188 m) per poi imboccare una pista che prende a destra e raggiunge i ruderi di una grossa cascina fortificata del ‘700, erto proprio sulla gobba di monte d’Oro (183 m). Scendendo verso S lungo una dirupata si raggiungono i ruderi della Torre di Calafetente da dove si ammira il famoso “archetiello” (un enorme buco nella frastagliata costa rocciosa) dove la rada giù in fondo raccoglie il gorgoglio di particolari acque che abbondano di idrogeno solforato, da cui l’appellativo “fetente” (cattivo, sgradevole, maleodorante); più in là, verso W, sprofonda la dorsale di Punta Mammone.

Per una stradina che degrada tra villette e uliveti si scende leggermente verso l’arenile in cui sfociano le acque del fiume Lambro (anticamente indicato come Molpa): proprio di fronte si para la modesta altura della Molpa mentre sullo sfondo, verso il mare, si erge l’isolotto del Coniglio. Dopo aver ammirato dal basso l’impressionante scogliera di Capo Palinuro si risale il fiume fino a raggiungere la prima ansa (che piega a destra) tra le sponde sistemate a uliveti; lassù si scorgono i ruderi di ciò che resta del Castello della Molpa (citato da Omero nella sua Odissea proprio a ridosso della Spiaggia delle Sirene; Molpa, infatti, è il nome di una di queste affascinanti creature marine) posto a guardia dell’antica via di penetrazione che attraversava l’angusta valle del fiume Mingardo e si collegava coi territori interni della Lucania. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

           

PANDOSIA-ANGLONA (MT)… Contemplando il nulla. Antichità in un profondo Sud tra fede, mistero e natura…

Scegliere di compiere un giro nelle profonde, assolate e deserte terre del Sud può – a volte – riservare sorprese davvero incredibili, esperienze che ti coinvolgono e ti catturano così ricche di fascino e bellezza, di suggestioni e splendore. Siamo in Basilicata, tra Policoro e Tursi, tra la costa e i desertici calanchi in tufo/gesso bianco delle vallate più interne; agli estremi lembi tra la val d’Agri e la val Sinni, si erge una modesta elevazione ove un tempo fiorirono antichi centri come la greca Pandosia e – successivamente – la medioevale Anglona, cui fece seguito l’erezione di un Santuario dedicato al culto di Maria; quassù, a 263 metri d’altezza, è un posto magico, un luogo dell’anima da cui si gode di una vista mozzafiato, con tanto verde tutt’intorno.

L’attuale Cattedrale di Santa Maria “Regina” d’Anglona, datata tra il sec. XI ed il sec. XII, è l’ampliamento di una prima chiesetta, (del VII-VIII sec.), corrispondete all’attuale cappella oratorio. Chiesa con pianta a “croce latina” il suo interno si apre con una navata centrale, con un doppio ordine di cinque arcate, pilastri su cui poggiano archi a tutto sesto, ed archi ogivali sul lato sinistro. Per raggiungere questo gioiello, si compie un breve viaggio, attraversando un suggestivo scenario paesaggistico davvero fuori dal comune, caratterizzato da una rigogliosa natura (frutteti e uliveti) a cui si alternano le ruvide e bianche pendici, come fossero quasi lamelle o i drappi di una tenda agitata dai venti – dei “calanchi” (in zona di Aliano), surreali formazioni litologiche che trasformano il paesaggio in un “altrove metafisico”.

La via che da Tursi, attraversa i calanchi e porta ad Anglona/Pandosia è totalmente asfaltata ed attraversa un ambiente fuori dal tempo; talmente priva di traffico la stessa permette di camminare letteralmente tra queste aspre colline in un ambiente desertico tale da sembrare di camminare su un pianeta sconosciuto. Toccando queste conformazioni rocciose (argilla, arenaria e limo) si avverte – al tatto – la friabilità e la delicatezza della loro struttura geologica: molto somiglianti alla corteccia di un loricato, si sfaldano facilmente al tatto tramutandosi in polvere grigia quasi come se fosse fango essiccato, bellissime e misteriose al tempo stesso!

Raggiunti lo spiazzo – una spianata prativa – che degrada verso una pineta che quasi nasconde la facciata in pietra calcare bianco/rosea del Santuario; spostandosi lievemente a destra si presentano una serie di nicchie (camere a schiera coperte da “volte a botte” simili a cappelle votive, ma) che erano adibite per ospitare le “celle” per i monaci eremiti d’origine bizantina che assumevano un ruolo sacrale provvedendo a perpetuare il culto del vicino Santuario. Queste fanno da platea introduttive alla facciata d’ingresso del Santuario di Santa Maria d’Anglona, l’antica “Pandosia”.

La costruzione (risalente all’XI/XII secolo) si evidenzia per il suo Campanile in stile romanico dalle bifore a colonnine, in tufo e travertino, con elementi architettonici di pregiato e notevole importanza stilistico-decorativa. L’entrata si presenta con un grande portico del XIII secolo, sul cui arco troneggiano bassorilievi in tufo raffiguranti l’agnello “crucifero” (della simbologia “Templare”) e i simboli dei quattro evangelisti, appena sotto un arco di testine zoomorfe. L’abside esterna, che si evidenzia per i motivi arabeggianti è l’elemento più bello della struttura, con intagli e ornamenti, archi pensili, un finestrone centrale, lesene e mensole; mentre sulle pareti esterne si ammirano le numerose formelle con figure zoomorfe a rilievo che creano un bellissimo effetto cromatico.

Il suo interno – a tre navate con pilastri ad archi ogivali e a tutto sesto – raccoglie un bellissimo ciclo di pregevoli affreschi databili tra il XIV e il XVI secolo raffiguranti vicende storiche del vecchio e nuovo testamento, con figure di Santi, scene bibliche come la Genesi, la Torre di Babele, Noè con la fiasca del vino, la “creazione” con Adamo ed Eva, l’uccisione di Abele (più altre scene minori), il martirio di San Simone ed altri ancora. Alla destra dell’altare giace la statua della Madonna con Bambino. In un ottimo stato di conservazione, invece, sono gli affreschi di Santi, Beati e Vescovi che decorano e caratterizzano i pilastri che dividono le navate; simboliche figure della fede tra cui primeggiano San Sebastiano, Sant’Antonio di Padova, San Rocco, San Giovanni Battista, San Vito martire e San Biagio; molto particolare il soffitto a cassettoni.  Facendo scorrere lo sguardo nello scrutare con più attenzione le scritte e le diciture sui pilastri, si evidenziano iscrizioni di matrice araba.

Esternamente, poi, s’apre un paesaggio davvero molto bello. Dalla collina su cui si erge il Santuario elevato a Pontificia Basilica Minore dal Santo Padre Giovanni Paolo II il 17 maggio 1999 si po’ godere della vista di un bellissimo panorama laddove ovunque giunga lo sguardo: isolato in un’autentica oasi di pace e silenzio, con una vista mozzafiato a 360 gradi che si distribuisce tra le aride valli dell’interno e la costa, lo spazio antistante il sacro edificio viene, spesso, simpaticamente invaso da mucche al pascolo che si annunciano per il caratteristico campanaccio che portano al collo. Qui, infatti, si può ritrovare se stessi ascoltando, semplicemente, il silenzio. Il luogo, con la sua semplice bellezza, induce alla preghiera e altrettanto si prova nell’osservare il bucolico paesaggio che circonda la collina, molto suggestivo all’ora del tramonto.

Raggiungere questo posto – provenienti dalle impervie strade dell’interno, oppure dai litorali marini – val davvero la pena di compiere un lungo e articolato viaggio; il luogo si trova anche sulla direttrice della rotta del “Basilicata Coast to Coast” ed è di facile individuazione, anche se ben nascosto alla vista lungo le strade che scorrono tra le valli e le pianure circostanti; ma le sensazioni che si provano una volta raggiunti il sito e poterlo vivere attraverso tutte le sue essenze, lasciano davvero quel senso di fascino, bellezza, misticismo e meraviglia, difficilmente riscontrabile altrove! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

l’antico quartiere della “RABATANA” a Tursi (MT), un viaggio a ritroso nel tempo

Perché Tursi è così importante in un territorio solo in apparenza aspro e desolato…? Cosa conduce, a queste latitudini, un viaggiatore alla ricerca dell’insolito, del fascino e – perché no – del mistero…? Ecco a voi tutti la possibilità di intraprendere un viaggio attraverso il tempo e lo spazio, ove sembra di essere stati catapultati – in una storia dal sapore delle mille e una notte – tra vicoli stretti, ripide stradine, case graziose che prospettano sul vuoto e antichi palazzi che s’affacciano sull’immenso.

TURSI è un comune lucano, in provincia di Matera, quella fetta di territorio che prospetta verso il mar Ionio. Il luogo già da lontano ti prende e ti colpisce per la sua caratteristica di borgo, da una parte ben nascosto a chi proviene dalla costa, dall’altro il suo antico quartiere di origini arabe “la Rabatana” arroccato su un costone di roccia friabile (gessi, arenarie, tufo e calcareniti) che s’affaccia su profondi valloni solcati da torrenti, spesso in secca per l’opprimente canicola che qui, d’estate, colpisce duramente. Tursi è un paese che val davvero la pena conoscerlo, ma… naturalmente a piedi, e andiamo a scoprire il perchè!

Attraversare le stradine che s’inerpicano e le strette viuzze che serpeggiano fino ai punti più alti, rendono il luogo suddiviso in due parti ben distinte: la parte “vecchia”, quella più in basso, distesa ai margini di colline ulivate, e quella più “antica”, oggetto della nostra esplorazione: il quartiere di matrice araba, collocato più in alto rispetto all’abitato e meglio conosciuto come la “Rabatana”; già ben visibile dal basso per le caratteristiche case diroccate e sormontate da quella che un tempo era il Castello le cui fondamenta poggiano su gallerie, cunicoli e collegamenti sotterranei, autentici “buchi” scavati nella roccia con balaustre in legno da cui lo sguardo spazia sull’immenso; nicchie arcuate simili a finestroni che contraddistinguono il paesaggio che s’affaccia su un orrido precipizio profondo circa duecento metri.

La “Rabatana” è un quartiere dove il tempo sembra essersi fermato da centinaia di anni; case in pietra arroccate sulla viva roccia, gradoni dalle incredibili pendenze, portali che sembrano invitare ad entrare in ambienti bui e angusti, prospettive e mura perimetrali che si perdono negli angoli più lontani, archi in pietra che sembrano sorreggersi spinti solo dall’inerzia, pavimentazioni in basoli sconnessi, il tutto circondato dal più incredibile silenzio ove anche le cicale sembrano far tacere il proprio canto. Attraversare i suoi stretti vicoli, in quell’intricato dedalo di stradine, sembra di essere proiettati in un lontano passato; qui, il tempo, si è davvero fermato al Medioevo.

Arrampicato sulle colline lucane, questo vecchio rione di Tursi si lascia ammirare per le sue numerose abitazioni – ora case isolate, ora autentiche palazzine – in rovina o in un completo stato di abbandono. Diversi sono i palazzi fatiscenti e rari quelli – che per desiderio di pochi sono – in ristrutturazione; qui il vento soffia perenne. Il quartiere è intriso di una storia d’origine arabo/saracena (da questo il nome “a-rabatana”); nei suoi meandri c’è qualcosa che ipnotizza il viaggiatore per le spettacolari vedute sui valloni selvaggi e quel senso di vuoto che si prova; minuscoli vicoli ove è d’obbligo inerpicarsi per raggiungere i luoghi più belli.

Un paese con una vista unica, un luogo “non luogo”, una rupe insolita ove le pietre parlano e fanno viaggiare la propria mente portandoci indietro attraverso il tempo, in modo spontaneo, semplicemente passeggiando in queste vie, su per le rampe in roccia (antico collegamento conosciuto come “Pitrizze” o “Petrizze”), muretti in pietra, balaustre in precario equilibrio, ripidi labirinti che spingono il passo sempre verso l’alto. Muovendosi dalla Cattedrale e puntando verso i ruderi del Castello, ha inizio quel dedalo di vicoli e strette viuzze che fanno di Tursi un “vivere” in un mondo perennemente obliquo. In più di qualche punto s’aprono scorci in cui la vista è davvero suggestiva.

Il posto oltre che essere incantevole è intriso di magia; qui il silenzio regna sovrano, l’aria e salubre è – spesso – fa freddo. In quelle rare case, faticosamente rimesse a nuovo in seguito a ristrutturazioni, sono poche le persone che – sicuramente per una motivata scelta di vita – vi hanno preso dimora ed abitano stabilmente. Non ci sono negozietti o botteghe, come un tempo, perché è tutto abbandonato e disabitato e, nonostante ciò, tra i vicoli e i pericolanti portali risulta essere tutto molto pulito. Pochissimi edifici presentano ancora gli infissi al loro posto e in giro vi sono anche i resti di un frantoio con delle vasche; in più punti, soprattutto ove s’incrociano i vicoli, gli angoli sono abbelliti da piante spesso rampicanti.

Tutt’intorno si avverte quella sensazione di abbandono, anche se alcune strutture sono state riadattate per ospitare accoglienze oppure trasformate in particolari ricettività per chi desidera immergersi in quest’atmosfera d’altri tempi. Il quartiere della “Rabatana” è un luogo in cui perdersi è piacevole, quasi come sentir nascere dal di dentro un misto di fascino e attrazione per quel totale senso di desolazione e abbandono che solo apparentemente si percepisce intorno. La rupe si erge dall’alto dell’abitato e lo sguardo vola lontano, fin dove giunge lo sguardo, laddove gli spazi tra vuoti e pieni, ove le architetture rupestri determinano quel forte senso di appartenenza, vengono determinati e si distribuiscono – tra luci ed ombre – nell’intricata natura formata da inghiottitoi, da calanchi, dalle terre arse, e da paesaggi che sembrano sospesi nel tempo; un luogo talmente così magico ma, al tempo stesso, duro e realistico.

Questa è Tursi, ben nascosta tra rupi, calanchi e valloni, ai margini della sinistra orografica della valle del Sinni; per gli amanti dei paesaggi e del bello è una tappa da non mancare assolutamente sui propri taccuini di viaggio. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

CRACO (MT, Lucania), da borgo abbandonato a set cinematografico

E’ un autentico deserto fatto di campi arati, pendii che scivolano verso impervi valloni, rocce calcaree che, come guglie, sbucano – improvvise – da un paesaggio solo in apparenza addormentato ma, comunque, avvolto nel suo millenario silenzio. Sono queste le atmosfere che si vivono nell’avvicinarsi alla visita e alla conoscenza di uno dei borghi (abbandonati) più belli e incredibili che sorgono qui al Sud: CRACO.

Siamo in Lucania, nella bassa provincia materana, al limite di profondi solchi caratterizzati dal carsismo ove – durante le torride estati – neanche i rettili riescono a resistere. In una distesa valliva sorge il nuovo abitato di Craco-Peschiera. Questo centro, nato agli inizi degli anni ’70, fu qui eretto poiché l’originario sito di Craco, che si erge a circa 9 km più a monte, fu interessato da uno smottamento franoso costringendo gli abitanti di allora a ad abbandonare definitivamente l’originario sito ed a stabilirsi in un luogo più sicuro, presso le frazioni a valle.

Dall’incrocio, prendendo a destra lungo la SS. n. 103 che conduce verso i territori dell’interno, si attraversa quel fantastico mondo generato dalle erosioni e determinato dal singolare solco vallivo del Fosso Bruscata. La strada, poco alla volta, comincia ad ascendere lungo questi pendii assolati ove trovar riparo dalla canicola è quasi impossibile, se non tranne per qualche raro albero da frutto sorto per incanto lungo le pendici di queste colline.

Lasciata la deviazione a sinistra che porta alla Val d’Agri, la strada principale rompe la sua monotona e silenziosa andatura e si appresta a continuare con una serie di tornanti che, salendo, incorniciano l’abitato di Craco Vecchia che ora già si erge – ben visibile – sullo sfondo. A ridosso del terzo tornante che piega sulla sinistra si stacca uno stradello che taglia le successive curve e conduce direttamente a ridosso delle prime case del borgo abbandonato di CRACO Vecchia (391 m) che appare in tutta la sua monumentale bellezza – incredibilmente spettrale – a dominio di vallate e di estesi orizzonti, coi suoi misteriosi silenzi rotti soltanto dalle folate del vento che serpeggiano tra le mute pietre.

L’antico abitato sorge a ridosso di un’altura che dall’alto controlla la valle del Salandrella. Le sue origini risalgono all’VIII secolo e nel Medioevo il sito era già conosciuto col toponimo di GRACULUM. Il suo Castello, erto su di una rupe, fu innalzato nel XII secolo e della sua antica struttura oggi non resta altro che un Torrione a sezione quadra (usato come serbatoio per distribuire ed alimentare le fonti dell’intero paese). Una silenziosa cortina di pietre dagli intonaci pastello sbiaditi dal tempo prospetta a Sud ed accoglie il visitatore tra gli arcani silenzi creati dagli effetti chiaroscurali dei pieni e dei vuoti, dalle ombre degli usci di porte e finestre che s’aprono… verso l’immenso!

Fogli ingialliti (con edizioni datate gli anni 50/60 del XX secolo) svolazzano sospinti dalle folate che ululano tra i gradoni in pietra seminascosti dai folti cespugli d’erba incolta. Rampe ed arcate in pietra viva ove negli interstizi hanno messo le radici il fico, l’ulivo, l’agave, il fico d’india e la vite. Ante di porte e finestre semiaperte che cigolano sospinti dal vento, cortine adombre che prospettano sui vasti orizzonti assolati delle valli fluviali del Salandrella e dell’Agri. Archi affrescati e cortili basolati con i fregi e i portali marmorei di qualche dimora gentilizia i quali emergono da un intricato mare di cespugli rinsecchiti.

I tetti rossi delle cupole e delle case scricchiolano sotto i passi felpati di qualche gatto che salta da una falda all’altra. Gli ameni viottoli che conducono nel punto più in alto sotto la Torre per interrompersi, all’improvviso, sul ciglio di un dirupo sotto le mura dell’antico maniero e da cui prospettano guglie monolitiche che sembrano, oltre ai gatti, le uniche forme “viventi” di questo mondo rurale fermo e perduto nelle memorie di un’epoca lontana, persa all’infinito senza limiti di spazio e di tempo… Il tutto viene scandito dall’arco che il sole disegna quotidianamente nel cielo, dall’intrecciarsi degli eventi e dal rincorrersi delle stagioni.

L’opprimente canicola di un caldo vento estivo aleggia tra le diroccate mura di Craco mentre i campanacci delle pecore si odono sempre più lontani ed il silenzio si riappropria, nuovamente, dei suoi spazi coccolando per l’eternità i vuoti di un vissuto rurale che ostinatamente tenta di resistere al completo abbandono dell’incuria. Questa è Craco, e se ancora non avete avuto la possibilità di conoscerla e magari fate vacanza sulla vicina costa ionica della Basilicata, andate a visitarla anche perchè i suoi scorci, le sue cortine diroccate sono stati scelti del grade attore/regista Mel Gibson, quale location per girare alcune tra le più belle e intense scene del suo “Passion“. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Roccagloriosa (Cilento)… e tutto ruotava intorno a una rupe

I Lucani, popolo di pastori nomadi e razziatori occasionali, furono tra i primi abitatori di questi luoghi che spaziano tra le vallate del Mingardo, a occidente e del Bussento a oriente. L’ampio falsopiano alla cui testa si erge la rupe di Roccagloriosa è in una posizione sopraelevata rispetto alle campagne circostanti e alle valli fluviali adiacenti. Gli orizzonti prima degradano dolcemente verso la costa per poi interrompersi, bruscamente, con un alto costone roccioso che integra e completa la cinta muraria, quasi a simboleggiare quegli straordinari segreti che ancora avvolgono le memorie storiche e la leggendaria civiltà di quel popolo così misterioso quali furono i Lucani. Nell’edificare le loro fortificazioni usavano erigere maestose strutture murarie di pregiato valore costruttivo, come la tecnica “isodomica” di scuola greca consistente nel disporre i blocchi squadrati uguali secondo precisi e regolari filari, in maniera tale che i giunti risultassero alternati.

Più a valle, proteso verso il mare, vi era un luogo che seguiva un pianoro degradante e su cui sorse la città di PIXUS, abitata dai Micìtei. Questa città divenne ben presto una importante stazione lungo quella via interna che metteva in collegamento SIBARIS (sulla costa jonica) con POSEIDONIA (sulla costa tirrenica). I Micìtei pensarono di erigere, alle spalle di PIXUS una solida roccaforte e con molta probabilità scelsero quella particolare posizione strategica posta tra due importanti valli fluviali (il Mingardo e il Bussento) e sviluppata su un falsopiano orograficamente protetto a Nord e ad Est dall’altura del Capitinali ed in stretta connessione con gli insediamenti costieri. Il luogo scelto dai Lucani era un sicuro punto di sosta che fungeva da centro per depositi e magazzini per i traffici commerciali lungo le “rotte” da e per il Vallo di Diano. Il sito era a guardia di PIXUS e controllava le direttrici percorse dalle carovaniere che giungevano e ripartivano da queste contrade. Nel punto più alto, con molta probabilità, esisteva già un posto di segnalazione da cui poteva essere previsto ogni movimento proveniente dall’interno. Questo primitivo insediamento fu successivamente denominato FISTELIA, e l’odierna zona (contrada Li Striani) viene attraversata da una via chiamata Fistelle/Finestelle che collega i terreni del circondario.

Con l’avvento dei Romani la zona ebbe un notevole incremento con la nascita di un mercato (grano, olio, spezie, vino, frutta secca, lana, pesce e salsicce dette “lucanicae”). Ma fu soprattutto il clima mite e lussureggiante della costa con l’entroterra lucano che contribuì a far divenire queste contrade, ricercati luoghi per le villeggiature, soprattutto del patriziarto. Con la venuta dei Barbari, l’insediamento subì una conseguenziale decadenza ed i superstiti si raccolsero all’altezza di una rupe chiamata ARMO e posta ad un chilometro dall’antico sito; fu qui che si decise di creare un primo nucleo abitato che in seguito sarebbe divenuto l’attuale Roccagloriosa. Per lunghi secoli il “basso” Cilento fu tagliato fuori dalle vie di comunicazione, e forse fu proprio per questo che aspre zone, scarsamente abitate,  non subirono le influenze delle invasioni e dei saccheggi ad opera dei barbari. Nella vicina Policastro, intorno alla metà del 500 d.C. sbarcarono numerosi soldati Bulgheri che, dopo essere stati impegnati in diverse operazioni belliche, decisero di stanziarsi definitivamente lungo le propaggini sotto l’enorme muraglia calcarea di quel monte (il Bulgheria) che da loro assunse il nome, contribuendo, così, alla rinascita di borghi e villaggi devastati dalla guerra (Acquavena, per una copiosa sorgente, e Celle per la presenza di eremi basiliani) e alla edificazione di nuovi centri tra cui Roccagloriosa, ove eressero un maniero per la difesa che inglobò una preesistente chiesetta dedicata alla Madonna, proprio sulla cima del monte roccioso.

Il “Castrum” di Roccagloriosa era così circondato da possenti mura e gli accessi, che erano vigilati sia di giorno che di notte, avvenivano attraverso i seguenti varchi: Porta la Terra, Porta Mancaniello, Porta Mingardo, Porta Fontanella. Il circondario di ROCCAGLORIOSA presenta un’alternanza di rilievi, boscosi e tondeggianti, che si rincorrono tra fiumare ed enormi montagne che chiudono l’intero orizzonte solcate da verdi e profondi valloni. l’altura di monte Capitinali (515 m) si erge, dolcemente, chiudendo l’abitato verso levante. La valle del fiume Mingardo che aprendosi ad occidente si presenta bassa, fangosa e ciottolosa si differenzia notevolmente da quella del Bussento che, scorrendo più giù verso E, si apre molto più aspra e ricca di vegetazione arbustiva con ambienti selvaggi e calcarei. Un’alternanza di morfologie, queste, che hanno caratterizzato il territorio per lunghi secoli e le cui attività produttive (quali l’agricoltura, l’allevamento, gli scambi commerciali) hanno notevolmente contribuito agli sviluppi ed alla conoscenza di questi particolari e interessanti ambienti.

Durante lo scorrere dei secoli i territori della zona interessata hanno più volte subito numerose devastazioni (per mano umana o per cause naturali) e gli studiosi hanno identificato un primo insediamento in Roccagloriosa situato con molta probabilità nella zona dell’attuale cimitero, quell’altura indicata come Le Chiaie (372 m) un’area che fu successivamente distrutta dai Sibariti verso la metà del I secolo a.C.. L’attuale area archeologica di Roccagloriosa intrisa da una imponente sacralità, rivive la propria “memoria” attraverso racconti, testimonianze e leggende risalenti ad epoche remotissime. Collocato in una invidiabile posizione, l’abitato è immerso in un mare di uliveti e si erge, per gran parte, al di sopra di un intenso e straordinario tappeto di verde formato dalla macchia mediterranea. Incamminandosi verso la periferia nordorientale del paese si lasciano le ultime abitazioni (quasi sempre villette isolate) spesso circondate da graziosi giardini ed aiuole ben sistemate.

La strada principale è quella che cammina a ridosso di una lunga dorsale che grazie alla sua particolare posizione garantisce ampie vedute panoramiche sulle valli circostanti i cui territori, anticamente, venivano costellati da numerose fattorie che tra le vallate, gli altipiani e i primi contrafforti montuosi creavano un paesaggio rupestre con attività agricole come l’allevamento; quelle stesse zone per il quale Stilicone, generale romano, nel V secolo d.C. trovò i territori che ruotavano intorno a Roccagloriosa adatti ad una buona difesa. In breve si raggiunge la balconata di monte Capitinali (518 m), un importantissimo punto strategico che da sempre ha determinato gli sviluppi e gli scambi di Roccagloriosa. Di fatti, la zona più interessante, quella certamente meglio conservata con la presenza delle sue imponenti strutture funerarie a “camera”, è posta alle falde settentrionali dell’altura di monte Capitinali. Il comprensorio a nord dei Capitinali, probabilmente fungeva da punto di confluenza di piste, sentieri e tratturi che mettevano in comunicazione le zone costiere con le regioni periferiche interne del Vallo di Diano e dei corsi fluviali del Mingardo e del Bussento.

Poco a N del monte Capitinali si apre, appunto, un’area in cui sono riscontrabili tracce e testimonianze di una colonizzazione ellenica estesa sul luogo di un primo insediamento lucano. Qui le strutture tombali che oggi sono ancora ben evidenti, presentano particolari coperture a falde realizzate con monolitiche lastre in pietra calcarea, databili verso la fine del VI secolo a.C. e che ricordano, molto da vicino, quelle identiche strutture erette in Paestum. Oltre questo importantissimo luogo, che reca scolpiti nella pietra il ricordo di una memoria storica ultra-millenaria, la strada continua a proseguire verso settentrione sfiorando prima la località Vanzi, a ridosso di una boscosa dorsale in cui sono state rinvenute numerose tracce di ceramiche e terrecotte e, successivamente, situate poco al di sopra di un altro pianoro, un complesso di strutture con alcuni tratti di una cinta muraria. In località Carpineto (circa 3 km a settentrione del monte Capitinali) sono stati rinvenuti pezzi di ceramiche verniciate a testimonianza di un primo insediamento risalente all’età del ferro.

Concludiamo qui la nostra esplorazione di questo interessantissimo, poco frequentato e – forse – poco conosciuto, sito archeologico; un luogo che andrebbe sicuramente rivalutato offrendo agli appassionati di storia, geografia ed archeologia spunti per rendere fruibili questi territori interni messi, sempre più spesso, a margine delle più frequentate rotte del turismo convenzionale. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Etna (Sicilia), “Walking on the Moon”… sulle polverose piste di lava

Sicilia, pendici meridionali del più grande (e attivo) vulcano d’Europa, l’ETNA, siamo intorno ai 2000 metri d’altezza e, raggiunti una volta questo luogo, non si ha che da scegliere quale esplorazione del vulcano si desidera compiere. Si opta per i “Silvestri” e si può decidere se visitare il Cratere Superiore (con una salita ripida e scivolosa) oppure quello Inferiore, adatto a tutti. Entrambi si sono formati in seguito all’eruzione del 1892 che durò 173 giorni e percorse circa 7 chilometri. Parti integranti di un ambiente di straordinario valore paesaggistico e naturalistico, si tratta probabilmente dei crateri più noti (e frequentati) dell’Etna poiché essi si trovano nei pressi dell’area del Rifugio Sapienza e nelle vicinanze della Funivia dell’Etna.

Giungendo da una terra che ruota tutta intorno al vulcano più famoso al mondo, il Vesuvio, quella “Campania Felix” che ha ricevuto tanto dalle eruzioni e dai fiumi/fontane di lava e lapilli del “Sommo” non potevamo farci mancare una visita, anche se per una breve escursione, al fumaiolo gigante d’Europa per eccellenza: l’Etna, laggiù al centro del Mediterraneo. Il poco tempo a disposizione (mezza giornata) ci ha comunque permesso di conoscere l’immensità di questo vulcano e di esplorare alcuni suoi crateri “minori” sorti – durante il corso degli anni – lungo le sue pendici in seguito alle ripetute eruzioni che qui avvengono da sempre.

L’Etna è imponente, simile a una donna che ti affascina e, al tempo stesso, si infervora con un temperamento spesso irrequieto. Una esplorazione lungo le pendici dei crateri “Silvestri” (solidificatisi in seguito all’eruzione del 2001) consente di avvicinarsi a quello straordinario mondo che è il “fuoco della Terra”; un sentirsi immediatamente catapultati in un altro mondo, attraverso una inedita dimensione spazio/temporale. La natura del vulcano qui – ai crateri “Silvestri” – ha modellato montagne, creato valli, sprofondato in antiche voragini, offrendo panorami tali da mozzare il fiato per l’incredibilità dei paesaggi che riescono ad offrire, tali da farci sentire piccoli, minuscoli in un ambiente da sempre ostile all’uomo, inquietante, quasi da togliere il fiato!

L’Etna è sicuramente una formidabile e incredibile “macchina geologica” a cui la fantasia popolare ha, da sempre, accostato poteri e magie “soprannaturali” generando miti e leggende. L’immaginazione popolare, sempre impotente di fronte a fenomeni del genere che non riescono a comprendere, ha sempre accostato tali fenomeni a forze trascendentali e a poteri soprannaturali. Uno tra i primi miracoli attribuiti all’intervento di santi per osteggiare tali e violenti fenomeni naturali viene ricordato il 5 febbraio dell’anno 253 l’anno successivo al martirio di Agata a Catania. Avvenne che vedendo avanzare il fiume di lava verso la città etnea, gli abitanti stesero sul fronte della colata il velo che copriva il sepolcro di Sant’Agata; ciò divise la colata e la lava si fermò.

Dall’insolito titolo – la “salita della capra” – che identifica i “crateri Silvestri” gli scarponcini si immergono, arrancando lungo il pendio, in un terreno roccioso e completamente rosso (rocce laviche solidificatesi). Da qui è possibile compiere una breve salita ad anello, lunga appena 1 km, ma – credeteci – ne vale davvero la pena, soprattutto per i panorami che si riescono a godere. La non difficile salita, solo in apparenza erta e dura perché composta da roccia smossa, impone di salire a passo lento, piano e quasi fermi. Giunti finalmente sul ciglio del cratere, sin da subito offrono l’idea di ritrovarsi in un ambiente lunare; alle spalle l’Etna è potente, magico, uno dei luoghi più iconici della Sicilia nel mondo.

Salendo fin quassù (lungo la strada è ben visibile una casa parzialmente ricoperta dalla lava), ad eccezione delle poche costruzioni (rifugio, stazione della funivia e baracche comprendenti negozietti di souvenir e ristorazione) è un deserto che sembra molto accostarsi a un paesaggio irreale ove la vegetazione scompare fino a diventare quasi un panorama lunare circondati da niente altro che lava. Si può camminare per ore vedendo solo lava e crateri. La bellezza del posto è incredibilmente spettacolare; dal ciglio dei “crateri Silvestri” lo sguardo abbraccia tutta la costa orientale della Sicilia mentre, alle nostre spalle verso nord, il “gigante” (mai addormentato) Etna sbuffa col suo ciuffetto di fumi e vapori.

Contemplare l’immenso camminando semplicemente sul ciglio di un vulcano ha un qualcosa di veramente incredibile. Altra esperienza unica, da provare sicuramente, è quella di camminare all’interno di un cratere; e il Silvestri si presta bene a questa esperienza. Il luogo è decisamente suggestivo e ciò permette di entrare in stretto contatto con gli aspetti più crudi della natura; pareti rocciose con cromature che vanno dal grigio più cupo al rosso più brillante, i rari cuscini di erba (dal giallo più acceso al verde più intenso) che attecchiscono lungo le pareti interne alla caldera poi, donano quel tocco di vivacità che rendono meno aspro il paesaggio circostante. Camminare all’interno dei crateri offre delle sensazioni forti; anche tutto il contesto non è da meno, sembra quasi di essere su di un altro pianeta, sembra di essere su Marte.

Quella dei “crateri Silvestri” sono – a nostro modesto parere – la parte più suggestiva dell’Etna. Sarà la tipica e sparsa vegetazione “a chiazze”, che spunta dalle ruvide rocce, molto simili a licheni (un esperto in botanica saprebbe certo dire di quali piante si tratta) che ricopre i pendii dei crateri; sarà l’atmosfera, magica e irreale al tempo stesso, una sensazione un po’ fatata che si genera quando le nuvole di foschia cominciano ad abbassarsi e a ricoprire i crateri, sarà il luogo in sé, ma questa dei “crateri Silvestri” è – senz’altro – una delle zone più belle e suggestive del vulcano perché offre la possibilità e l’emozione di entrare e camminare all’interno di queste enormi caldere (la parte interna dei crateri) ormai non più attivi e con le pareti dalle diverse colorazioni; il panorama nelle giornate senza umidità e nuvole è spettacolare.    

I “Silvestri” sono splendidi crateri circolari perfettamente conservati e modellati nel tempo. Qui si avverte subito l’idea di che cosa sono le bocche dei vulcani; la vista, poi, è bella su tutte le colate circostanti. Quello più basso è accessibile in modo semplice dalla strada principale, per visitare quello superiore, invece, occorre compiere una salita a piedi su sabbia lavica, fine e scivolosa, per circa mezz’ora, ma poi la vista da lassù e il contesto naturale in cui ci si immerge, ripagano dello sforzo compiuto. I “nostri” crateri consentono di conoscere da vicino le asperità di un vulcano come l’Etna, così ricco di crateri come questi, da dove un tempo sgorgavano lapilli e fiumi di lava. Calarsi al loro interno, sfiorando con le mani la prepotenza della natura vulcanica, si avverte la forza e la bellezza di come “Gaia” è sempre in continua evoluzione. Anche nelle più calde e soleggiate estati salire quassù è doveroso proteggersi adeguatamente dal freddo, poiché ci si trova pur sempre in alta montagna ed inevitabilmente si è esposti ai forti venti che colpiscono questa zona della Sicilia. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Morigerati (Cilento, SA): un “Viaggio al centro della Terra” nella grotta del fiume Bussento

Morigerati, immerso in un paesaggio aspro e selvaggio, questo incantevole borgo nascosto tra verdeggianti colline ed alte montagne appare su uno sperone roccioso come un grappolo di tetti rossi raccolti intorno al campanile, facilmente riconoscibile a chilometri di distanza per le insolite forme che presenta. Il suo centro storico cattura l’attenzione per quel suo fascino antico, così misterioso e suggestivo, ove intrufolarsi tra i minuscoli e stretti vicoli baciati dai sottili raggi del sole, non è difficile cogliere e scoprire i “segni” di quella impercettibile ricchezza nascosta tra le mura di questo piccolo centro: le viuzze, i palazzi gentilizi, i portali decorati da fregi sui portoni, le minuscole cappelle, i caratteristici cortili risalenti al ‘700 e, dall’alto dei tetti, le torri “colombare”. Esso conserva, nel suo territorio, gli incantevoli spettacoli di una natura brulla e carsica che ancora preserva ambienti di rara bellezza come le gole del Bussento.

Mai nessun luogo come le Grotte del Bussento, in prossimità di Morigerati, rievocano adolescenziali avventure di matrice “verniana”. Come il famoso viaggio ideato dalle straordinarie intuizioni emotive e realizzato, con sapiente maestria scientifica e dovizia di particolari geologici, dalla “magica” penna dello scrittore francese Jules Verne eccoci partire, con questi presupposti, alla conoscenza di questo fantastico mondo ipogeico, fiore all’occhiello del paesaggio carsico che caratterizza il territorio comunale di Morigerati nelle estreme, e poco conosciute terre, del basso salernitano.

Siamo nel cuore del Cilento, ai suoi confini meridionali, nell’immediato entroterra alle spalle del Golfo di Policastro. Là dove una splendida natura caratterizzata dalla macchia mediterranea e bagnata dalle turchesi acque del Tirreno, cui dietro i bianchi arenili si aprono argentee distese ulivate ecco comparire, all’improvviso, paesaggi di straordinaria bellezza che si esprimono attraverso una natura aspra e selvaggia, ove la storia geologica del pianeta ha lasciato importanti tracce e testimonianze ricche di fascino, attraverso ambienti suggestivi e ancora così poco conosciuti.

Dalla piazza centrale di Morigerati (272 m) parte in leggera discesa verso W, attraversando declivi con uliveti a basso fusto, un tracciato viario che fin dall’antichità metteva in collegamento, per l’angusto paesaggio determinato dalla forra scavata dalle impetuose acque del fiume Bussento, il borgo con l’abitato di Sicilì. Questo percorso scende ripidamente portandosi verso il fondo del vallone ove si aprono le Gole di Morigerati, in un magico mondo caratterizzato dallo scrosciare delle cascate che sovrastano qualsiasi altro rumore presente. Intorno regna, solenne, una rigogliosa foresta evidenziata dalla lecceta che fa da cortina boscosa alle splendide vedute paesaggistiche della gola lungo il versante di Sicilì.

Quaggiù l’irreale silenzio viene lacerato dal canto delle cicale che ci accompagna per l’intera giornata mentre, al calare del sole dietro i profili montuosi della rupe di S. Michele i grilli, con il loro gracchiare, continuano questa meravigliosa sinfonia della natura insieme all’intenso fragore delle acque che scorrono poco sotto. Giunti sul fondo della forra, qui il percorso si biforca: proseguendo in avanti e volgendo verso destra si attraversa un ponte. Arrivati sulla sponda opposta vi sono, nascosti dalla fitta vegetazione, i ruderi del mulino Gallotta che fino a diversi anni fa, con una enorme ruota azionata dalle acque del rio Bussento, macinava graminacee e frumenti; oggi, di quella struttura, non restano altro che poche tracce individuabili dai pericolanti resti in muratura.

Proseguendo invece nell’altra direzione, giù in basso a sinistra, si perviene all’imboccatura della “Grotta del Bussento” da cui si accede, per mezzo di una stretta gradinata, attraverso un cunicolo scavato nella roccia alla cui fine, superati un traballante ponticello con i passamani in legno, raggiunti la parete opposta, altri scalini conducono a un ramo nascosto della cavità ipogea percorribile a piedi per non più di un centinaio di metri. Per visitare l’antro occorre essere muniti di una torcia elettrica e, preferibilmente, essere accompagnati da qualche guida locale che conosce bene il posto e sa dove “mettere” i piedi. Infatti, poco più avanti il cammino si apre su di una galleria principale i cui gradini scavati nella roccia, sfiorano le impetuose acque sotterranee che scorrono poco più in basso a sinistra; uno scivolone in questo punto potrebbe risultare abbastanza pericoloso!

Spettacoli di incomparabile bellezza catturano l’attenzione; qui i colori riflessi dall’acqua si infrangono sulle infinite rientranze delle pareti in roccia calcarea dalle molteplici tonalità cromatiche; un senso di vuoto si impadronisce di tutto lo spazio che ruota intorno. Le ombre si perdono verso il buio più profondo, nel cuore più oscuro della montagna, ove il più assoluto silenzio viene spesso turbato dallo stillicidio dell’acqua che proviene dal soffitto e dove si cela il tratto iniziale del corso fluviale bussentino che proprio qui, in questo punto, ritorna allo scoperto dopo un percorso sotterraneo di circa 6 km dopo essersi inabissato, più a monte, presso l’abitato di Caselle. Fuori dalla cavità ipogea l’ambiente è ricco di spunti paesaggistici con una rigogliosa vegetazione che va a sfiorare il pelo dell’acqua, e con numerose sorgenti e cascatelle che spuntano lungo le sponde, ora sabbiose oppure acciottolate.

Raggiunti il ponte ove sono presenti i ruderi del mulino, si continua a camminare risalendo i brevi tornanti formati dal sentiero che ora avanza lungo la sponda opposta della gola pervenendo, in pochi minuti, presso una masseria. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)