Հաղապատի (Հյուսիսային Հայաստան) գեղեցիկ վանքը Վրաստանի հետ «սահմանին» Haghapati (Hyusisayin Hayastan) geghets’ik vank’y Vrastani het «sahmanin»
Si giunge questo luogo perduto nel tempo e ci si avvicina, verso nord – seguendo un percorso in una valle incisa tra alte pareti in basalto e solcata dalle acque del fiume Debed – a mezzacosta sorge, inglobato in un villaggio, il complesso monastico di HAGHAPAT (Haghapatavank), innalzato per volere della regina Khosrovanush, che com-prende un suggestivo incastro architettonico di ben quattro edifici sacri in cui si innestano – in un gioco di luci e ombre – archi, colonne, capitelli, sarcofagi e le immancabili khachkar. Il villaggio si trova su un altopiano dissestato, una grande area piatta disseminata di profonde “crepe” formate da fiumi, come il Debed. Benché i villaggi di Sanahin e Akner, come una parte della stessa Alaverdi, si trovino in piena vista su estese sezioni confinanti dell’altopiano, per dirigersi verso di essi dal complesso di monasteri di Haghapat sono ne-cessarie affrontare ripide discese a cui si susseguono altrettante ripide salite.
Nonostante il canyon in cui scorre il fiume Debed nel cui fondo serpeggia la più di-retta via di comunicazione per raggiungere Haghapat, una volta guadagnati l’altopiano l’e-sperienza di poter ammirare da vicino il monastero quasi da soli, circondati dal silenzio e dall’altitudine, è impagabile. Nel villaggio di Haghpat, a picco sulla maestosa gola, vi sono anche diverse strutture ricettive. La strada che percorre la gola del Debed è, spesso, interessata da estesi lavori di rifacimento del manto, ma resta comunque percorribile. Il complesso monastico di Haghpat, è – a ben ragione – inserito nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO come apice della complessa architettura religiosa armena. Fondato nel X secolo, successivamente si ampliò fino ad includere oltre venti chiese, cappelle, torri campanarie ed edifici accademici dove ci si dedicava soprattutto agli studi umanistici e scientifici, con annesse biblioteche e refettori.
Haghpat significa “muro solido”, appellativo assunto per il senso di potenza dell’architettura che esprime questo monastero: i muri di pietra doppi e spogli, gli archi imponenti e le colonne massicce. Ci sono delle tombe davanti l’ingresso, di persone importanti ma non tanto quanto quelle ospitate all’interno della chiesa (le spoglie di ben quattro sovrani). Questa è la tipica chiesa armena con il vestibolo, nella parte anteriore, in cui c’erano le celle dove i monaci restavano a pregare. Nel vestibolo potevano entrare le persone “non battezzate”, le quali erano assolutamente escluse dall’interno della chiesa, così potevano ascoltare senza entrare direttamente. In gito, dappertutto, ci sono le “Croci di Pietra” che sono tipiche dell’architettura religiosa armena; tra queste emergono, soprattutto, le “croci gigliate” cioè con quei ghirigori vicino le punte. Nelle chiese non vi sono statue, non vi sono affreschi, né icone; l’idea resta quella di poter essere concentrati esclusivamente sulla preghiera.
Il principale edificio, la chiesa di Suro Nshan (della “Santa Croce”) del X secolo, resistendo nel tempo ad incursioni e terremoti, si presenta con una cupola centrale che poggia su quattro pilastri; al suo interno l’abside è decorato con un incredibile affresco del Cristo “pantocratore”. Curiosando tra cunicoli, portali, lastre tombali, croci scolpite un po’ dappertutto (sulle pareti o strutture architettoniche), piani interrati sempre avvolti dalla penombra o completamente assorti nel misterioso e profondo buio termina questa prima parte del viaggio in Armenia; una terra che vale davvero la pena di conoscerla, ma non da semplici o fugaci turisti, semplicemente caricandosi di uno zaino sulle spalle e comprenderla camminando a piedi osservando questa parte di mondo dall’altezza dei propri occhi. Solo così facendo l’essenza di un territorio completa la nostra sete di avventura e scoperta. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)
