il “Cammino della Libertà” di Carlo Pisacane e la sua “Spedizione dei 300” a Sapri

Ci incamminiamo alla scoperta e alla conoscenza dei luoghi e dei “momenti” che hanno visto protagonisti gli uomini della sfortunata Spedizione (dal 28 giugno al 2 luglio 1857), mossa con l’intento di far rivoltare le popolazioni del Sud contro i reali Borbonici, lungo l’itinerario realmente effettuato dall’ingegnere navale Carlo Pisacane e dai 300 uomini della Spedizione che – giunti via mare – sbarcarono presso la costa di Sapri.

Chissà cosa passò per la mente di Carlo Pisacane quando, in una calda notte tra il 27 e 28 giugno del 1857, si trovò a passare con la sua nave carica di uomini lungo le coste del Cilento e scrutava l’orizzonte ad oriente coi profili montuosi di quelle aspre e inaccessibili montagne che solo qualche anno prima erano state la culla di alcuni moti insurrezionali contro l’oppressione del Regno Borbonico. Questo, non lo sapremo mai…! Spinti dalla curiosità di capire quali impressioni e quali sensazioni provarono ma, soprattutto, quali luoghi attraversarono quegli uomini, anche noi abbiamo voluto scoprire e conoscere quei paesi e quelle contrade, quei monti e quelle vallate così straordinariamente immersi in un paesaggio dalle incredibili bellezze naturali che furono il teatro di una sanguinosa sconfitta repressa dalle forze borboniche e dalle popolazioni locali.

A quei tempi SAPRI era uno sparuto villaggio di case affacciato lungo la ciottolosa marina mentre oggi, la piccola metropoli del basso Cilento ha assunto un ruolo importante per tutte le principali attività nell’intero golfo di Policastro. Grosso centro turistico-commerciale, l’antica SKYDROS di matrice ellenica fu già un punto strategico (Vicum Saprinum) di rilevante importanza per le flotte marine che navigavano lungo la rotta tra Neapolis e Vibo di Valentia. Grosso polo industriale con una buona ricettività alberghiera (hotel, pensioni, villaggi e campeggi) viene favorita dalla presenza di un importante scalo ferroviario, Sapri ospita uno dei principali poli ospedalieri tra Cilento, Lucania ed alto cosentino. Una nutrita flotta di navigli e imbarcazioni determina un altro importante filone per l’economia locale: quello della pesca. Qui l’agricoltura è fortemente caratterizzata da produzioni locali quali l’ulivo (con una squisita specialità olearia), ortaggi, legumi, graminacee e frutta.

Secondo il programma della spedizione, il principale obiettivo era quello di attraversare le prime case, le successive masserie isolate del retrocosta e spingersi oltre le amene campagne che introducevano verso l’interno fino a portarsi a ridosso dei primi ed aspri rilievi montuosi e a raggiungere la Strada delle Calabrie all’altezza del Fortino di Cervara. Così come era nelle intenzioni del patriota partenopeo, anche noi prendiamo la via per l’interno e, movendoci dalla Torre dell’Osservatorio, lungo la spiaggia di Sapri, ove un cippo ricorda il punto dello sbarco (che realmente avvenne presso la spiaggia di un uliveto in territorio di Vibonati) del Pisacane, si attraversa l’abitato saprese in direzione dei monti verso Torraca. Appena superati la ferrovia, una strada interna (lato monte) costeggia i binari (direzione W) fino a lambire le basi del canale Ischitello (26 m). Da qui una comoda pista risale lungo le falde orientali di Colle S. Martino (127 m) fino a portarsi lungo la Strada Provinciale per Casaletto e Caselle; in alto, sulla sinistra, si scorgono (291 m) i ruderi di un antico Seminario.

Il sentiero oltrepassa la strada e prosegue lungo un pendio fortemente marcato da appezzamenti d’ulivo. In poche decine di minuti si è nuovamente a ridosso (280 m) della rotabile principale la quale scorre seguendo il profilo di questi modesti rilievi: qui compare un incrocio di piste e sentieri. Anziché proseguire lungo la via principale (Torraca dista ancora 5 km) si propone di prendere quella traccia di sentiero che al lato opposto della strada conduce (358 m) al seicentesco Santuario dedicato al culto di S. Maria dei Cordici: vedute panoramiche sul vallone del Mulinello e la teoria di monti e vallate che circondano questi territori (poco conosciuti) dell’entroterra saprese. Dal Santuario una via interna punta direttamente verso Torraca e, seguendo (direzione NE) lungo i saliscendi di dorsali collinari avvolte dalla macchia mediterranea che si alterna a copiose boscaglie, prima attraversa un angusto canalone e poi sfocia su un altopiano ulivato.

Quando il Pisacane giunse a Torraca (430 m) questi si trovò ad attraversare un caseggiato in festa la cui popolazione conduceva in processione la statua di S. Pietro. Al loro passare, alcuni giovani del luogo, inghirlandati a festa con nastri e coccarde colorate fecero una generosa offerta di vino (molto rinomato il vitigno locale), qualche forma di pane e delle “pezze” di formaggio ma fu, questa di Torraca, una delusione poiché nessuno degli abitanti accolse l’invito ad associarsi alla spedizione. Le intenzioni del Pisacane erano quelle di raggiungere il Vallo di Diano e Padula attraverso la Serralunga (1480 m) per avviarsi – poi – lungo la Strada Nazionale delle Calabrie che da Lagonegro si dirige a Eboli. Dopo aver lasciato le dolci e tranquille atmosfere dei vicoli di Torraca si riprende il cammino in direzione dei monti dell’interno. Poco fuori il paesino, all’altezza (432 m) del km 11 della strada per Casaletto ha inizio, sulla destra, la salita che conduce al piccolo cimitero locale.

Fu proprio lungo questa salita che passarono gli uomini della spedizione i quali affrontarono ore di durissima marcia attraverso un territorio impervio e un tracciato che più che sembrare una strada era una vera e propria mulattiera di montagna che, ancora oggi, serpeggia lungo i brulli e assolati pendii della montagna fino a raggiungere il costone della Serretella (658 m). Superati questa montagna una natura ancora più selvaggia si presenta agli occhi dell’escursionista. Lasciati giù a valle i dolci crinali ulivati, lungo l’orizzonte ora si para una immensa teoria di altipiani in roccia carsica circondati da aspre gole e orridi canaloni inondati da un manto forestale in cui primeggia il castagno. Dopo una breve discesa la pista attraversa (480 m) il fossato del Lampogna. Sulla sponda opposta compare un bivio: si prende a destra e si costeggia il margine destro del vallone fino ad incontrare (533 m) un gruppo di case. Oltre queste la pista (che consigliamo di non prendere!) continua a seguire la sponda orografica del vallone.

Dalle case parte (verso N) la traccia di un buon sentiero che arranca lungo un boscoso crinale fino a sbucare (635 m) su uno sterrato. Proseguendo lungo questo, ora si giunge a ridosso di un altro bivio (700 m). Presi la direzione a destra si risale lungo l’alveo di un canalino torrentizio fino a raggiungere un successivo gruppo di casolari (770 m). Oltre questi la vegetazione boschiva comincia lentamente a diradarsi e presi il sentiero che sale (direzione NW) lungo i versanti occidentali di monte Cocuzzo, si raggiunge un successivo incrocio (868 m) ove, tralasciando entrambi le piste che salgono sulla destra, proseguendo in lieve discesa a circa 200 metri incontriamo la Fontana dei Perali (830 m); qui una sosta è d’obbligo per dissetarsi e rinfrescarsi. Ritornando indietro verso l’incrocio si prende la prima pista che volge a sinistra e che comincia ad arrancare lungo gli assolati pendii meridionali della montagna; l’aspra cima di monte Cocuzzo si erge sopra le nostre teste (1387 m).

Due chilometri dopo aver lasciato l’ultimo bivio questa pista conduce a sbucare (1100 m) sullo spartiacque che divide la cima del Cocuzzo (verso NW) dall’esteso crinale della Serralunga (1480 m – verso SE). Dallo spartiacque la pista discende verso nord attraversando una fitta coltre forestale fino a quando compare una deviazione (1057 m); qui si volge a destra ed ha inizio una lunga serie di tornanti che attraversano il bosco di S. Ambrogio e solcano le pendici occidentali di monte Salice (1092 m) che si erge a un chilometro in linea d’aria verso levante. Al termine di questa discesa si raggiunge il Rifugio della Forestale (955 m), il quale sorge alla testa del vallone di Lanzaura. Questo rifugio viene raggiunto da una rotabile che sale direttamente dalla Strada Statale n. 19. Ripresi il cammino si avanza in discesa seguendo inizialmente la sinistra orografica del vallone e, senza prendere alcuna deviazione a destra e a sinistra, si giunge fino alla Nazionale per le Calabrie all’altezza del cosiddetto Fortino di Cervara (706 m).

Qui, dopo che il Pisacane coi suoi uomini sbarcò sulla spiaggia di Sapri e raggiunse la strada per le Calabrie, egli si fermò a riposare nei pressi del Fortino. Da questo punto in poi il cammino offriva la possibilità di marciare più speditamente per attraversare tutto il Vallo fino a raggiungere Auletta all’estremità settentrionale dello stesso. Il Fortino (alle pendici occidentali del monte Cervaro 1170 m) a quei tempi era il limite tra il Principato Citeriore e la Terra di Basilicata ed era un punto quasi obbligato per chi, sbarcato sui litorali e nei porti marini del Golfo di Policastro, avesse voluto raggiungere sia l’allora Vallo di Teggiano (oggi Diano) che Lagonegro. Così come all’alba del 30 giugno 1857 questi uomini guidati dal Pisacane presero la decisione di muovere in direzione del Vallo, anche noi seguendo la carrozzabile delle Calabrie ci incamminiamo verso il borgo di Casalbuono (allora villaggio di Casalnuovo). Si attraversa la stretta gola del torrente Gauro fino a raggiungere un piccolo gruppo di case adagiate in un lieve pianoro denominato Accampamento (631 m), appellativo che lascia facilmente presupporre l’accantonamento (per l’allestimento di un campo!) o la sosta di un gruppo di persone che bivaccano.

Il cammino prosegue in lieve discesa sfiorando il margine dei viadotti della vicina autostrada SA-RC che scorre proprio accanto. Questo tratto è tutto un susseguirsi di timpe, di monti e di rupi ora aspre e isolate, ora copiose di forestazione, singolari orografie determinate dal solco di valloni torrentizi o dalle ciottolose sponde di alvei fluviali. Giunti a ridosso della valle del Calore, si supera il fiume all’altezza del Ponte del Re (580 m), superba struttura d’ingegneria borbonica avvolta da vigneti e da campi di girasole. Poco innanzi si erge, a ridosso di una collina e come una grande piramide di case che cascano a grappolo ruotando intorno al turrito Castello, il caseggiato di Casalbuono (655 m). In questo paese, gli uomini della spedizione accampatisi nella piazza principale di Casalbuono si concedettero riposo e ristoro con la speranza di riuscire a trovare, nella popolazione locale, armi, vettovaglie e nuovi compagni per continuare nell’impresa ma… non fu così!

Dislocate nuovamente le pattuglie lungo la strada consolare i luogotenenti del Pisacane chiamati a raccolta il piccolo esercito di rivoltosi mossero alla volta di Padula con la speranza di poter trovare quegli appoggi promessi e – fino ad allora – mai ricevuti e che purtroppo, per paura di ritorsioni perpetrate dai borbonici a danno delle popolazioni locali, non erano riusciti ad avere fin dallo sbarco a Sapri e successivamente nelle località attraversate fino a quel momento (Torraca, Fortino e Casalnuovo). Il fatto che il Pisacane non riuscì a trovare alcun ostacolo militare al suo progetto insurrezionale insospettì il condottiero e i suoi uomini tant’è che queste anomalie strategiche messe in atto dalla Gendarmeria borbonica e dalle guardie urbane dei paesi cominciarono a suonare come un campanello d’allarme, con non poche preoccupazioni nell’animo di quegli uomini che attraversarono un territorio nemico così aspro e inospitale. Soldati regi, doganieri, gendarmi, urbani e quant’altri, ricevendo notizie dell’avanzata di questo manipolo di rivoltosi, ripiegarono verso i centri abitati all’interno del Vallo comunicando ai loro superiori, di volta in volta, gli spostamenti e le posizioni che questi andavano ad assumere sul territorio: era – questo – il principio di un tragico epilogo che stava conducendo gli sfortunati uomini della spedizione di Sapri verso una tremenda trappola.

E via nuovamente in cammino! Lasciati alle spalle l’abitato di Casalbuono si prosegue verso settentrione in direzione del Vallo di Diano. La strada Regia, ora, continua a macinare chilometri serpeggiando in un ambiente solo in apparenza duro e inospitale. Una serie di tempe, che sembrano tutte somigliarsi, determinano il muto paesaggio che circonda il percorso. Superati il torrente Brignacolo (541 m – tributario del Calore) la Statale scorre tranquilla tra la strada ferrata e le sponde del fiume Calore. In questo tratto scrutando con lo sguardo il panorama che s’apre a occidente, ecco apparire la meravigliosa cortina vegetazionale del Bosco della Cerreta, splendido esempio di impianto forestale. Giunti all’altezza del Varco del Pero (510 m), lì dove il Calore riceve le acque del torrente Porcile e proprio all’altezza del Catassano (514 m) si esce dalle impervie gole dei monti che ora cominciano ad aprirsi fino a sbucare nell’ampio Vallo ricco di campi arati, di paesi e di casali. Sulla destra compare Montesano che s’innalza dal Colle della Marcellana (992 m) sulla sinistra, invece, si apre l’ampio Vallone di Sanza.

Da qui in avanti si prosegue speditamente verso l’interno del Vallo avanzando dai suoi estremi confini meridionali. Superati un primo gruppo di case in località Pilone (510 m) si continua sul lungo rettilineo che percorre e attraversa il caseggiato di Montesano Scalo (486 m), fino a raggiungere il bivio per Buonabitacolo (480 m). Continuando lungo la Statale per contrada Pezzalonga (475 m) al successivo bivio, in località Fontanelle (476 m) si lascia la strada nazionale e si devia a destra superando il binario della ferrovia; attraversando successivamente la contrada Noce del Conte (502 m) si raggiungono le case di Belvedere (534 m) per arrivare, infine, alla monumentale Certosa di S. Lorenzo (532 m), posta ai piedi del caseggiato di Padula. Questo paese si arrampica sulle falde sud-orientali di monte Amoroso (1287 m) mentre il sole, tramontando a ponente, restituisce l’immagine cartolina di un angolo di natura tra i più belli dell’Italia meridionale.

Giunti in Padula (696 m) ci rechiamo alla ricerca e alla conoscenza di quei luoghi che hanno visto protagonisti le eroiche e sfortunate gesta del Pisacane e degli uomini della Spedizione di Sapri. Qui a Padula Pisacane e i suoi uomini passarono la notte pernottando un po’ ovunque, come e dove si poteva tra i vicoli, i gradoni, i portoni e le piazzette; per quegli uomini, ormai demoralizzati, quella non fu certamente una notte tranquilla. Sorta l’alba del 1° luglio 1857 nella mente del Pisacane rimbalzò più volte la decisione di passare nei territori della vicina Basilicata e quando cominciò a porre delle sentinelle lungo le pendici di monte Melone (1082 m), indugiando troppo nei preparativi della marcia, non ebbe tempo a sufficienza per riuscire a dare una svolta decisiva a quella empasse quando, all’improvviso, cominciarono a udirsi i primi crepitii della fucileria delle “Guardie locali” ebbe così inizio una cruenta e sanguinosa battaglia. Colti di sorpresa, i rivoltosi subirono un forte sbandamento che li costrinse a disperdersi per i vicoli, i cortili e i portoni di Padula.

Pisacane vide una parte dei suoi dare inizio ad una rocambolesca fuga verso tutte le direzioni possibili. Alcuni si posero in salvo uscendo per lo “Strettolone”, un viottolo molto ripido e angusto che portava fuori dell’abitato attraverso due antiche porte di Padula: Portella e Santo (o Porta dell’Ulivo); da queste si poteva prendere il largo sia verso la Certosa che in qualsiasi altra direzione del Vallo; mentre altri riuscirono a salvarsi scendendo giù per un burrone che s’innesta alla Via S. Vito Nuovo (oggi Francesco De Santis). Dentro l’abitato, alla cruenta battaglia seguì una orrenda caccia all’uomo che culminò in una tremenda carneficina: tra gli sbandati, chi cadde nei viottoli, chi alle porte della cittadina rincorso dalle fucilate sparate da luoghi nascosti o dalle finestre delle case; chi fu colto per le vie e passato per le armi; chi cercò invece scampo nelle case barricando porte e finestre e salendo a sparare fino all’ultima cartuccia ai piani superiori o sui tetti; chi ancora, esaurite le munizioni, si difese fino all’estremo sacrificio usando semplicemente il pugnale. Fu, questa di Padula, la più assurda e incredibile strage di tutto il Risorgimento nelle terre del Sud. Nel frattempo, un centinaio circa di superstiti (tra cui il Pisacane ed altri capi) ritrovatisi giù in fondo al piano e gettandosi di corsa attraverso il Vallo, riuscirono a fuggire verso SW, in direzione di quei monti che si ergono al di là del Calore, propaggini della catena del monte Cervati ai piedi della quale sorge il villaggio di Buonabitacolo.

Muovendoci dalla Certosa di S. Lorenzo, dunque, riprendiamo ad attraversare il Vallo puntando direttamente verso la Strada Nazionale in località Cammarelle (475 m). Da qui una via interna punta ora ad attraversare un ponte sul fiume Tanagro il quale, a più di un chilometro a monte, viene originato dalle acque del fiume Calore e del torrente Peglio. I superstiti della Spedizione, attraversati il Vallo, superarono il corso fluviale del Calore ritrovandosi presso il Cozzo Panella e da qui mossero verso Sud. Infatti, subito dopo il ponte s’incontra una prima strada e, superandola, si perviene ad una strada interna (466 m) che rasenta le pendici dei monti ai margini sud-occidentali del Vallo. Qui si devia a sinistra e un tratturo conduce in cima al Cozzo Panella (581 m). Da questo punto le intenzioni del Pisacane erano quelle di raggiungere Buonabitacolo e guadagnare una via di fuga che lo avrebbe permesso di riparare nel Cilento interno, ma non fu così! Probabilmente egli, per non essere visto dai borbonici si mantenne a ridosso delle alture boscose trovando sicuro nascondiglio in località Chianedda (692 m) e portandosi in prossimità della Fontana della Vescova (776 m).

Nel tardo pomeriggio del 1° luglio 1857 i fuggiaschi giunsero nei pressi delle alture (Mensa della Torre) che circondano il villaggio di Buonabitacolo; sfiniti, affamati, atterriti per quel che era accaduto nella mattinata, non si reggevano più in piedi dalla stanchezza e cercarono – con ogni forza – di trovare un varco attraverso i monti e penetrare nel Cilento per la via di Sanza. Giunti alle porte di Buonabitacolo (Cappella di S. Antonio – 490 m) però, questo manipolo di fuggiaschi, sopravvissuti all’eccidio di Padula, fu costretto a prendere la via dei monti poiché a Buonabitacolo la guardia impedì loro di entrare in paese obbligandoli a dirigersi direttamente verso Sanza. Da qui mossero per aspre selve, sentieri appena tracciati in luoghi impervi e per balze spesso inaccessibili. La probabile via di fuga attraverso i monti e lungo i valloni dell’interno passò attraverso queste località: Madonna di monte Carmelo (845 m); Vallone del Peglio (508 m); Tempetella (588 m); Fossa la Pecora (982 m); Vallone Valleruca (750 m); spartiacque (1008 m); Vallone Polveracchia (800 m); monte Cariusi (1399 m).

Da Buonabitacolo (500 m) si risale in forte ascesa lungo i pendii di Costa S. Elia fino a raggiungere il bianco Santuario della Madonna di Monte Carmelo (845 m), un’autentica balconata sulle estreme propaggini meridionali del Vallo. Da qui si prosegue per ripida discesa fino alla Valle del Peglio. Superati il greto torrentizio (522 m) si perviene all’incrocio con una rotabile che penetra nei monti. Si continua prendendo la carraia che porta ad ovest e attraversa i coltivi della Tempetella (574 m) fino a raggiungere le boscose falde (588 m) delle montagne. Qui compare la biforcazione di due sentieri: si prende la traccia a sinistra e si sale serpeggiando attraverso le pendici della foresta di Petroliera fino a guadagnare le doline sommitali a carattere carsico di Fossa la Pecora (896 m, 982 m, 954 m). Un brullo paesaggio di rocce e detriti si para intorno; l’aspra roccia calcarea appena tappezzata da praterie d’altura emerge dal maestoso mare di verde che caratterizza i boschi e le foreste del circondario. Seguendo la linea di displuvio si scende (direzione W) zigzagando attraverso gli scoscesi pendii fino a penetrare negli angusti valloni di Valleruca e Serratore.

Si risale (direzione N) lungo quest’ultimo per circa 300 metri; lo si attraversa e si continua lungo il versante opposto del vallone (destra orografica) portandosi a ridosso di un sentiero che continua in quota e che in breve conduce allo spartiacque (1008 m) tra i monti e i valloni: a nord c’è il monte Servitore (1200 m); a sud il Colle del Cerro (1081 m) e il Cozzo Trattonale (1006 m); mentre a levante e a ponente orridi valloni ricolmi di vegetazione offrono uno spettacolo di straordinaria bellezza della selvaggia natura cilentana. In questo punto convergono una mezza dozzina di tracce tra piste e sentieri che s’incrociano e si sviluppano attraverso questi ambienti ove regna il più assoluto silenzio. Il cammino riprende proseguendo linearmente (direzione NW) lungo le coste sud-occidentali delle Fosse delle Ardechete (1211 m, 1173 m, 1158 m) che si parano in alto a destra; successivamente il sentiero comincia a piegare (1108 m) verso sinistra sfiorando le pendici meridionali del Colle delle Mele (1202 m) e circuendo, dall’alto, l’aspro anfiteatro naturale determinato dal vallone dei Diavoli. Proseguendo in leggero saliscendi la pista principale (non prendere assolutamente alcuna traccia o che incrocia o che parte dal sentiero!) giunge presso la Piscina di Polveracchia (1141 – presenza di un rudere).

Da qui il sentiero punta decisamente a S e avanzando tra rocce e boschetti si tocca prima la Rupe del Cane (1174 m) mentre, a un centinaio di metri più in avanti, (1221 m), un piccolo varco sulla destra in alto permette il passaggio che, salendo, conduce direttamente in cima al monte Cariusi. In questo luogo, nella notte tra l’1 e il 2 luglio 1857 giunse la colonna degli uomini del Pisacane sopravvissuti all’eccidio di Padula. Si era alle porte del caseggiato di Sanza, ma ormai la stanchezza, il lungo digiuno e la paura fecero cadere nel sonno quel triste e sventurato manipolo di uomini provati nel fisico e nell’animo. Dal monte Cariusi si guadagna il sentiero che scende e porta direttamente a Sanza. A circa 300 metri s’incontra la Fonte dei Cariusi (1213 m) e fu in questo posto che, probabilmente, il Pisacane decise di abbandonare il sentiero e puntare invece nel vallone che s’apriva giù in basso, verso SE. Così, serpeggiando nella folta boscaglia del Filo della Quercia si raggiunge, in precipitosa discesa, dopo un non facile cammino, la testa del Vallone dei Diavoli (668 m).

All’alba del 2 luglio questi scesero verso valle per ritrovare la strada smarrita la sera prima e giunti a meno di un chilometro da Sanza, la guardia urbana locale individuava da lontano i fuggitivi che proseguivano marciando uniti proprio all’altezza del Vallone dei Diavoli in contrada Papaleo lungo le falde di Colle Parmariello (1005 m). In un campo (580 m) di alberi di celso, all’altezza di contrada S. Vito, proprio allo sbocco del Vallone dei Diavoli, sorpresi dai borbonici di Sanza, cominciarono a udirsi le prime scariche di fucileria. I rivoltosi, demoralizzati per le continue sconfitte e distrutti dalla fame e dalla stanchezza, si dispersero scappando all’impazzata verso tutte le direzioni cercando così di correre ai ripari. Il Pisacane e quel che restava dei suoi uomini non risposero al fuoco; vide quella massa inferocita di gente armata di falci, rastrelli, forconi, roncole, picconi, pugnali e bastoni avvicinarsi sempre di più ed egli, fedele ai suoi principi di non recare alcuna ostilità contro i suoi “fratelli del Sud” e credendo ancora di avere una possibilità di potersi salvare insieme a quelle poche decine di uomini (27 in tutto) rimastigli vicino, in quel drammatico momento, si alzò ritto in piedi, con le braccia conserte in posizione di attesa. Non fece in tempo che pronunziare una sola parola: “Fratelli…!” che una scarica di fucileria fu riversata contro quel manipolo di disperati. I bifolchi, eccitati dal fatto che non avevano ormai più un capo che li guidasse, piombarono addosso a quei poveretti e compirono un’autentica carneficina sgozzando e mutilando i poveri resti di quei cadaveri scaraventando i martoriati corpi giù per una scarpata e dando fuoco a ciò che restava degli ultimi componenti della sfortunata Spedizione di Sapri. Fu così che a Sanza il buio calò per sempre su una delle pagine più tristi e dolorose della storia risorgimentale italiana.

Il nostro lungo itinerario a seguito dei luoghi attraversati dagli uomini della Spedizione di Sapri guidati da Carlo Pisacane, dopo aver disceso lungo tutta la sinistra orografica del Vallone dei Diavoli, ha termine all’altezza del km 11 (in contrada S. Vito – 562 m) sulla Strada Statale n. 517, a un chilometro fuori dell’abitato di Sanza. Qui oggi un cippo ricorda il martirio di quegli uomini che sacrificarono la propria vita per gli ideali di libertà.

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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