un CILENTO “dimenticato” tra strade storiche, illustri viandanti e antichi modi di viaggiare

Ritengo interessante delineare quelle che furono le vicende di due viaggiatori dell’ottocento, che in momenti diversi attraversarono il Cilento e mi riferisco all’inglese Artur John  STRUTT, che lo  percorse nel 1838, ed  al pugliese  Cosimo DE GIORGI che  vi giunse molto più tardi, nel 1887. Tutte e due ebbero la caratteristica comune che preferirono spostarsi a piedi durante i loro percorsi. E sebbene questo modo di viaggiare  fosse già alla loro epoca ormai in disuso ed era inserito solo all’interno di riti devozionali ai santi, o visite ai luoghi della fede  cristiana, tuttavia l’usare questo mezzo consentiva di legarsi in maniera più stretta all’ambiente. E i nostri due viaggiatori lo scelsero, per meglio fotografare nella loro mente i luoghi che attraversavano. Precursori in Europa del viaggiare a piedi furono Bartolomeo SASTOW e Thomas CORYAT.  Il primo, figlio di un mercante di Greissfwald, nel 1500 percorse tutta la Germania ed arrivò anche in Italia, e sempre a piedi ritornò in Germania. Fin da giovane era abituato ad andare a piedi di notte dalla città tedesca di Spira fino a Landau, partendo poco prima della chiusura  delle porte e precorrendo quattro miglia tedesche (circa 29 chilometri dell’epoca), in modo da giungere nell’altra città al momento dell’apertura delle porte; mentre il secondo, Thomas Coryat, nel 1600 appese orgogliosamente le sue scarpe nella chiesa parrocchiale di Odecombe, dove erano ancora visibili nel 1700 e che fece riprodurre in un suo libro di memorie. Egli era un intellettuale che proveniva da una famiglia di pastori protestanti. Bisogna infine anche citare Martin CSOMBOR, ministro protestante della Transilvania e William PENN, apostolo della setta religiosa dei quaccheri. Non mancava, all’epoca, anche il conforto di un prontuario sull’igiene del viaggio che fu scritto, nel 1600, dal medico italiano Guglielmo GRATTAROLI. Questi consigliava, a coloro che si spostavano a piedi, di portare con sé una cintura larga sei/sette dita e lunga cinque cubiti, avvolta intorno al busto per proteggere le reni, la pancia ed il petto, di indossare occhiali di vetro, o di cristallo di rocca, per proteggere gli occhi dalla luce eccessiva e di calzare scarpe di legno per percorsi dove poteva esserci del fango e sandali per le strade asciutte.

Ma dopo questa breve parentesi sulle modalità del viaggiare a piedi, delineerò le imprese di Strutt e De Giorgi, iniziando dal viaggiatore inglese. Artur John Strut, scrittore e pittore inglese, nacque nel 1819. Nella sua vita viaggiò a lungo, percorrendo molti paesi europei, prima di stabilirsi a Roma. Dalla città capitolina partì a piedi, il 20 aprile 1838, per raggiungere Palermo ed attraversò la Campania, la Calabria e la Sicilia. Ogni giorno inviava delle lettere ai suoi familiari, in cui descriveva tutte le esperienze dei suoi viaggi; successivamente esse vennero raccolte in un volume dall’editore Newby e furono pubblicate nel 1842. L’importanza del viaggio di Struut, fu quella che egli ebbe il coraggio di attraversare le paludi malsane della piana pestana e di entrare nel Cilento, mentre altri viaggiatori si erano fermati presso i templi di Paestum, che avevano considerato come limite invalicabile oltre al quale c’era il pericolo di incorrere in spiacevoli avventure. Il viaggiatore inglese ebbe la forza di sospingersi oltre e scoprì quelli che erano gli immensi, vasti e desolati territori del Cilento; suo compagno di viaggio fu il poeta William JACKSON

I due attraversarono la terra campana dal 13 al 20 maggio 1838 ed il loro percorso iniziò da Agropoli e terminò a Sapri, dove poi proseguirono per la Calabria. Ma quello che è importante nell’epistolario dell’inglese fu il racconto dell’inizio della loro avventura nella terra cilentana che partì dopo la sosta a Paestum: ecco che cosa scrisse il pittore britannico nella lettera del 13 maggio 1838: “Abbiamo passato la mattinata studiando l’itinerario da seguire. I due artisti (si riferiva ad un tedesco ed ad un napoletano, che avevano conosciuto lì) dissero che la cosa migliore da fare era di tornare indietro e raggiungere ad Eboli la strada maestra che conduce in Calabria. A noi però l’idea di ritornare sui nostri passi attraverso la piana che avevamo appena lasciata non piacque. Abbiamo preferito continuare ad andare avanti, malgrado l’incertezza di sentieri di campagna e malgrado la gente disperata che si incontra.” Da quel momento il Cilento  divenne una delle tante strade del mondo da percorrere. I due inglesi giunsero per primi ad Agropoli di cui riportarono una impressione non positiva dei suoi abitanti che vennero definiti “di origine saracena e che non godono di una buona reputazione”; superati il paese giunsero a Castellabate, dove si fermarono presso la casa di un pescatore che diede loro ospitalità. Ebbero a disposizione una stanza con un letto a due piazze e la grande  porta d’ingresso era lasciata aperta per fare entrare la luce e ciò consentiva agli inglesi di poter ammirare il mare ed il porto del villaggio, ma allo stesso tempo, molte persone si affacciavano nella stanza per vedere i due stranieri. Subito dopo il loro arrivo, il barone Pirotti, informato dal pescatore della venuta dei due giovani, li invitò a pranzo e naturalmente l’Inghilterra divenne l’argomento della loro conversazione. Si affrontarono un po’ tutti i temi; si parlò delle strade ferrate, delle locomotive e di tutti i progressi dell’epoca moderna e quando giunsero al brindisi finale, il barone volle brindare alla salute di re Giorgio, ma fu corretto dagli inglesi per la regina Vittoria, che era subentrata al regno.

Dopo Castellabate raggiunsero Pioppi, dove per i due britannici non fu facile trovare sia il cibo che l’alloggio, ma alla fine riuscirono a trovare una sistemazione in un antico palazzo, che una volta apparteneva ad una nobile famiglia del posto ormai estinta e che suscitò un senso di profonda ammirazione nel loro animo. “Passammo attraverso una successione di appartamenti belli, prima di arrivare ad un salone che un tempo doveva essere magnifico” ed appresero anche che il luogo era stato più volte saccheggiato dai “ladri del mare”, che era il modo con cui la popolazione di Pioppi indicava i saraceni. Dopo Pioppi John Strutt e il suo amico poeta giunsero a Pisciotta, dove videro 30 o 40 ragazze occupate a trasportare sulla loro testa dei pesanti carichi di legna che venivano caricati su due brigantini e che dovevano essere trasportati a Napoli. Queste ragazze erano tutte graziose e ben formate e portavano i pesanti fardelli con sorprendente destrezza e maestria. Ma, al di là di questa idilliaca scena, non tutti i paesi del Cilento furono apprezzati da John Strutt e dal suo amico. Per esempio Camerota, apparve a loro come una piccola cittadina squallida e dove dovettero arrangiarsi  in una bottega, come pure San Giovanni a Piro, piccolo paese di montagna, che aveva le strade strette e le case annerite dal sudiciume, dove furono ospitati in una bottega che divenne il luogo di ritrovo di tutti  gli oziosi del paese richiamati dalla loro presenza. Una cosa davvero singolare, che sorprese non poco i due britannici, fu quella che nella loro stanza vi erano dei polli, simpatici pennuti che diedero a loro la buona abitudine di coricarsi presto.

Dopo San Giovanni a Piro il loro viaggio nel Cilento si concluse con l’ultima tappa che i due fecero a Sapri, prima di proseguire per la  Calabria. Quest’ultima cittadina cilentana piacque a John Strutt, che così la descrisse. “Dopo San Giovanni raggiungemmo il grazioso piccolo porto di Sapri, nel quale con nostra sorpresa vedemmo all’ancora un elegante brigantino. Non avevamo visto una cosa che fosse come questa, espressione del mondo civile, dal momento che abbiamo lasciato il porto di Napoli. Apprendemmo più tardi che stava caricando legname destinato a Marsiglia. Il paese poi è costruito all’inglese ed è formato da un insieme di cottages”. E con queste parole terminò il breve viaggio dell’inglese John Struut nel Cilento degli inizi del XIX secolo, che all’epoca era la regione più arretrata del Salernitano e, forse, dell’intera area meridionale, anche se all’occhio attento di un osservatore come il LENORMANT appariva “come una sorte di immense verger”. Lo stesso toponimo Cilento nell’età longobarda si riferiva alle zone montuose che avevano al centro il monte Stella, tra il torrente Solofrone a nord, il fiume Alento ad est e la displuviale fino al Calore. Solo nell’età moderna la regione si allargò fino ad abbracciare tutta la zona racchiusa a nord del Sele, a sud dal Bussento, ad est dal Vallo di Diano ed ad ovest dal Tirreno. Mentre la caratteristica, sia orografica che morfologica della regione, allora come adesso era costituita da massicci montuosi degradanti in un caratteristico sistema collinare con verdeggianti boschi di faggi, castagni, ulivi, vigneti,  con un esteso sistema di coste e di spiagge  che si estendeva dal Sele al Bussento. John Strutt riuscì a cogliere l’isolamento dei paesi cilentani e l’arretratezza in cui viveva la sua popolazione. Ma quello che i due viaggiatori evidenziarono nelle pagine del loro epistolario, fu l’aspetto di vera e sincera cordialità ed umanità che tutta la popolazione cilentana riservò loro, dopo che ebbero superato il primo momento di curiosità e di imbarazzo. Fu  esemplare il modo in cui i due vennero rifocillati con le delizie della tavola della cucina meridionale ed i due inglesi furono folgorati dalla bellezza mozzafiato dei luoghi; dalle maestose architetture di case padronali abbandonate, ricche di stanze superbamente ammobiliate ed affrescate. Un Cilento, quello di allora, che certamente non cessò di mostrare le sue contraddizioni, ma che fece apprezzare ai due inglesi il significato millenario dell’ospitalità della gente meridionale. E certamente John Strutt non abbozzò nessuna analisi socio-poilitica sulle origini del  degrado delle popolazioni cimentane; e non bisogna meravigliarsene, perché egli non aveva l’animo del ricercatore, ma di un  semplice viandante che era diretto in Calabria e che nel contempo si trovò a scoprire una terra allora sconosciuta e misteriosa.

Sarà invece il pugliese Cosimo De Giorgi che alla fine del 1800 denunzierà al mondo il tremendo stato di abbandono della terra cilentana e che eleverà alto il grido di protesta per il modo inumano in cui venivano trattate le popolazioni contadine che vi abitavano.  Nacque a Lizzanello, in provincia di Lecce, nel 1842. Nel 1858 conseguì il diploma nel Regio Liceo di Lecce e successivamente si laureò in medicina a Pisa. Nel 1865 a Firenze ottenne l’autorizzazione all’esercizio della professione medica.  Nel 1870, fu nominato professore di storia naturale, nella scuola tecnica-normale di Lecce. Tra il 1868 e il 1872 diede inizio alle osservazioni geografiche, stratigrafiche e idrologiche della sua terra. Nel 1871 iniziò, presso la sua abitazione, la raccolta sistematica di osservazioni meteorologiche, attività che continuò fino alla morte. Tra il 1873 ed il 1874 riuscì a realizzare un vero e proprio osservatorio meteorologico dotato dei più moderni apparecchi, ed ebbe una serie di contatti con l’ambiente scientifico nazionale; per questa sua attività fu nominato cavaliere, nel mese di marzo del 1881, e ottenne dal “Corpo delle Miniere di Roma” l’incarico di una esplorazione del territorio del circondario  di Campagna e di Vallo della Lucania, allo scopo di creare delle mappe del territorio cimentano. Tutto il suo lavoro fu pubblicato nel saggio dal titolo: “Appunti geologici ed idrografici sulla provincia di Salerno (Circondario di Campagna e di Vallo della Lucania )” e che comparve nel bollettino del “Reale Comitato Geologco”. Il racconto di quel viaggio fu edito a puntate sul giornale leccese “Il Propugnatore” edito dalla tipografia “Cellini”. Dopo l’avventura cilentana, divenne membro autorevole della Accademia dei Lincei e morì nel 1922.

Il carattere del viaggiatore pugliese era improntato alla cordialità ed alla mitezza. Egli era un instancabile camminatore, che amava preparare con la massima cura il bagaglio per il viaggio, disponeva sempre di appunti sui luoghi che doveva visitare, che consistevano in cenni storici, statistici e scientifici. E, naturalmente, il Cilento che De Giorgi attraversò era diverso da quello di John Strutt, in quanto la regione apparteneva al Regno d’Italia. Il valente scienziato si trovò faccia a faccia con la miseria, l’abbandono e l’arretratezza culturale e poté rendersi conto del feroce sfruttamento delle masse contadine, da parte della classe padronale del posto. Il De Giorgi si rese conto della situazione e denunziò in maniera vigorosa quelle che erano le responsabilità della classe dirigente sabauda, che era alleata della borghesia cilentana e che insieme avevano condannato il popolo alla miseria, concedendogli solo il diritto alla emigrazione.

Nel suo libro il tenace viaggiatore sottolineò, a più riprese, la miseria e lo stato di denutrizione delle classi meno abbienti, e della grande difficoltà che incontrava la civiltà a penetrare celermente nel generale stato di abbandono; nel contempo il De Giorgi temeva il diffondersi, nelle terre cilentane, del Socialismo che egli definì come “il fuoco sotto la cenere” e che proprio allora iniziava la sua opera di proselitismo in Italia. Egli, attraverso la sua opera,  cercò di contribuire al dialogo e alla conoscenza delle due Italie, ma io credo che, al di là di questo, volle trasmettere ai posteri e fare conoscere quale grande cultura si nascondesse nella abbandonata terra cilentana. Ed io ripercorrerò il viaggio del pugliese De Giorgi, di colui che attraversò una terra povera e derelitta, ma che ebbe il coraggio di non nascondere la verità di una terra  desolata. Egli percorse il Cilento nel giugno 1881, insieme all’Ispettore Scolastico del Circondario di Vallo, signor DE HIPPOLITHYS e dopo  che i due ebbero lasciato Peastum, giunsero ad Agropoli, che diede loro l’impressione di una “acropoli di una città distrutta”. Il De Giorgi mise in risalto come la cittadina cilentana fosse stata occupata dai Saraceni, che la fortificarono e se ne servirono, come base per le loro operazioni militari e per le loro scorrerie. Dopo Agropoli il viaggiatore leccese raggiunse Castellabate, nella cui marina vide la borgata denominata Ischia, che gli apparve come “un gioiello incorporato fra smeraldi e zaffiri”. Subito dopo egli fu affascinato dal grande scenario del promontorio del monte di Licosa, dalla marina di Agnone, dalla borgata di Ogliastro; qui la cultura e l’erudizione del De Giorgi mise in risalto di come, a poca distanza da quel luogo, fosse collocata l’antica Petelia. Infine, dopo il promontorio di Acciaroli, egi trovò un paesino che fungeva da ricovero ai bagnanti nei mesi estivi: Pollica.

Ma attingendo direttamente alla fonte del suo libro, è interessante vedere come il De Giorgi  descrisse gli usi e i costumi della popolazione cilentatana. “…I paesi sorgono tutti su colline, si direbbe che sono stati fondati da una popolazione di alpinisti e sono pochi quelli vantano un’antichità maggiore di dieci secoli, la maggioranza fu fondata fra il X e il XIII secolo, ossia al tempo delle invasioni dei Turchi, dei Saraceni, degli Arabi e degli Africani. L’aspetto dei paesi è veramente curioso; di rado si trova una popolazione accentrata in un sol gruppo di case, il più di sovente un comune si compone di parecchie borgate e queste alla loro volta si suddividono in altri villaggetti. …Solo nella zona settentrionale del Cilento i paesi sono congiunti da una via carrozzabile, e qui si vede che il commercio è attivo. …Il terreno del Cilento è fertilissimo e produce in copia olio, vino, fichi, castagne e cereali. …Il contadino cilentano lavora indefessamente, vive in pessime condizioni; la sua non è una vera abitazione ma una topaia; conserva tutti i pregiudizi ed ha più cura degli animali che dei figli, l’asino ed il montone sono i suoi compagni…. Il cilentano è in genere docile, buono, quieto e laborioso ed ha qualcosa dei popoli orientali, ama la musica, ma è vendicativo  e si vendica delle offese subite. Il cilentano sente scorrere nelle sue vene il sangue degli antichi lucani.” E con le conclusive parole dello studioso leccese, termino il mio breve saggio su due straordinari viaggiatori a piedi che in tempi diversi attraversarono la provinca salernitana. (tratto dalla introduzione alla guidaCILENTO: Terra da Camminare, Terra da Raccontare50 itinerari escursionistici per scoprire paesi e luoghi poco noti del Cilento; di © Andrea Perciato, contributo storico letterario del prof. Franco Innella, per le edizioni ARCI Postiglione, SA – 2002)

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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