Un “SAN BENEDETTO”… di tutto RISPETTO! 5 giorni da Norcia (Umbria) a Rieti (Lazio)

Ingredienti: (sembran pochi) solo 5 giorni a disposizione; le prime 5 tappe del “cammino” da superare; quell’irrefrenabile desiderio di ricominciare a camminare; la scelta dei luoghi, nel cuore dello stivale, di quell’Italia ancora coi “segni” delle ferite di calamità naturali (il terremoto dell’agosto 2016); zaini utraleggeri e carichi solo dell’indispensabile; un ginocchio sinistro che ha spesso bisogno di più di qualche pit-stop; cartine dei luoghi e bussola (analogica) in caso di necessità (il mio “vangelo” è l’azimuth); un ripasso sulle interessanti ed esaustive esplicazioni – lasciando a casa il peso di un libro – dell’ideatore di questo cammino (il buon Simone); un personale atto devozionale nel raggiungere Cascia a piedi; conoscere il luogo che ha dato i natali a colui da cui ha avuto inizio l’idea di Europa (quella “unita” però, non solo commerciale); lasciarsi avvolgere dalle antiche pietre che hanno segnato importanti momenti di storia e di fede; scoprire gli antichi confini territoriali tra vecchi stati (del Pontificato) e laici regni (Borbonico) lungo i crinali di dorsali montuose che si estendono dal Tirreno all’Adriatico. Questo cammino per me non è stato un pellegrinaggio, non è un cammino di fede; mi sono vestito degli umili panni di un viandante che va alla ricerca dell’autentico spirito del peregrinare, per me inteso come atto di scoperta e di conoscenza di una terra ancora martoriata e che non merita di essere parcheggiata nel dimenticatoio della storia. Fatte queste premesse, ebbene… si parte.

NORCIA, ci accoglie con i ben visibili segni della tremenda scossa dell’estate 2016; la Basilica ingabbiata da cui appena si scorge ciò che resta della facciata e l’allucinante vuoto che è al suo interno (purtroppo non riesco ad immaginare quando potrà riprendere la sua originaria funzione). Al centro della piazza giganteggia la statua di San Benedetto che, con la posizione delle sue mani, con la sua austera presenza sembra indicarci che “qui” ha avuto origine il tutto e che da qualche parte laggiù, “oltre”, fu spianata la strada di un’Europa più giusta e coesa. Fanno impressione le decine e decine di porte divelte, saracinesche abbassate, locali chiusi, e mura crollate o lesionate dall’onda tellurica; qualche locale ha ripreso e qualche accoglienza riesce ad offrire ospitalità, ma la situazione che ho visto è davvero drammatica. Lasciamo alle spalle la terra natia di San Benedetto e puntiamo ad attraversare la Piana di Santa Scolastica (sorella di Benedetto) coni suoi bei campi coltivati a graminacee, le sue distese di papaveri, fino a toccare il villaggio di Popoli e il successivo borghetto. La pista sterrata che si alterna a sentieri scorre lungo piacevoli crinali e falsipiani da cui si godono ampi orizzonti sulle montagne circostanti. Ocricchio (del tutto abbandonato) e poi Fogliano (qualcuno affacciato alle finestre) conservano vedute di un paesaggio dall’aria bucolica così tanto cara a chi attraversa questi luoghi. La strada continua fino a raggiungere i piedi di Cascia ove una gigantesca statua della Santa dell’Impossibile accoglie turisti e pellegrini. Una cascata di case tutte in pietra scorre lungo il crinale di un colle da cui spiccano le guglie della facciata in bianco calcare della Basilica di Santa Rita: il suo interno un Paradiso di sensazioni e stati d’animo in cui si alternano l’arte e la fede, la devozione e la preghiera; la teca che raccoglie il corpo della Santa riposa a sinistra mentre lo sguardo all’insù proietta l’animo oltre ogni possibile orizzonte emotivo.

Lasciamo CASCIA seguendo il bellissimo “Sentiero di Santa Rita” – che scorre in falsopiano tra copiosi boschi e rocce sospese – che attraversa la destra orografica del fiume Corno, fino a raggiungere la stretta gola in cui sorge Roccaporena, il borgo che ha dato i natali a Santa Rita. Lassù in alto a sinistra si erge la mole rocciosa dello “Scoglio” di Santa Rita; sulla strada s’affacciano le antiche case in pietra dove Rita è nata, dove ha vissuto con la famiglia ed altri luoghi ancora legati alla santa. Alle porte di borgo Capanne stacca una bella pista campestre che conduce fino a Monteleone di Spoleto, transitando per il Colle del Capitano ove si viene accolti con attenzione, gentilezza e premura; qui, su questo cole, fu trovata un’antica “biga” d’origine romana.

Per un’antica porta in pietra ad arco, si entra in MONTELEONE di Spoleto; lassù, sullo sfondo, si staglia – al di sopra di una gradinata – l’antica Torre dell’orologio per poi scendere nell’ampia valle solcata dal greto del fiume Corno. Raggiunte le case del borgo di Ruscio si prende la strada che scorre verso sud, attraverso un’estesa vallata in cui scorrono i profili di dolci crinali montuosi ed intense aree boschive dalle policrome tonalità di verde; la pista lambisce il confine amministrativo (siamo ancora in Umbria) del vicino Lazio, appena oltre il lato opposto dei pianori. Villa Pulcini è un borgo, come spesso accade in questi territori, di case vuote, con le finestre sbarrate e poche (se non, addirittura, rare) anime in giro, spesso pelosetti a 4 zampe che ci guardano curiosi o che rimbalzano saltellando tra i nostri passi. Si superano una serie di villaggi in successione fino a raggiungere le mura di Leonessa. Per un’antica porta in pietra (due fontane “leonine” alla base dell’arco erogano acque di una freschezza unica) si accede lungo la via principale, tra facciate di palazzi gentilizi, cappelle private, antichi locali, si giunge nella principale piazza (qui fanno una pizza buonissima!) su cui prospettano edifici di stampo medioevali con porticati e chiusa, nel suo lato opposto, dalla superba facciata della Chiesa di S. Pietro.

Ci lasciamo alle spalle LEONESSA e, dopo aver imboccato una strada che risale la selvaggia e verdeggiante valle che porta al Terminillo, una statua scolpita nel legno raffigurante San Benedetto che indica la strada da seguire, s’imbocca la pista sterrata che comincia a salire attraverso la copiosa faggeta. Serie di tornanti arrancano lungo il pendio mentre il verso del cuculo annuncia che stiamo attraversando il “suo” territorio. Raggiunti la considerevole quota intorno ai 1400 m, ad un primo pianoro si sussegue la faggeta che s’alterna a sporadiche macchie di pino, fino a sbucare sull’ampia radura di San Bartolomeo, ove un frassino sbuca tra le pietre di quello che, probabilmente, in antichità doveva essere un antico romitorio. Ora il sentiero arranca per continui saliscendi fino a sbucare su un crinale prativo da cui si erge un cippo in pietra; esso reca da un lato le “chiavi incrociate” che indicano lo Stato Pontificio e dall’altro il “giglio” raffigura il Regno Borbonico; questo cippo rappresentava, nella metà dell’800, il limitare tra i due stati. Da qui ha inizio una precipitosa discesa, su fondo sassoso, che dopo chilometri immersi tra boschi, crinali scoscesi, profondi valloni e rocce (gli “scogli” di Francesco) sporgenti, raggiunge il Convento di San Giacomo (in ristrutturazione per i danni subiti dal sisma) appena sopra l’antico abitato di Poggio Bustone.

POGGIO BUSTONE è un crogiuolo di vicoli, rampe, gradini, terrazzini, scale, fontane, portali, archi, porticati… tutti grappoli di case in pietra le cui pavimentazioni fanno da solaio/tetto a quella sottostante. Si lascia questo singolare abitato medioevale e per piste tra boschi e campi si superano in successione le borgate di San Liberato, il suggestivo agglomerato di Cantalice (ove si viene piacevolmente accolti dala simpatica Micaela del locale ufficio turistico) le cui incredibili pendenze vengono superate, tra chiese, portici, rampe in pietra e piazzette sospese sul vuoto, fino a sbucare sotto la facciata della Basilica di San Felice. Lasciati il Castello alle spalle, la via procede in discesa fino alla Chiesa di San Gregorio ove il simpatico “custode” ci accoglie offrendoci ciliegie appena raccolte e ci ad ascoltare, illustrandoci in breve, la storia di questo vetusto luogo di culto. La valle Santa si staglia sul nostro orizzonte, ed è ancora il bosco che ci offre riparo dall’eccessiva calura, fino a condurci al bellissimo Santuario Francescano di Santa Maria della Foresta, un bellissimo ed incredibile luogo di culto e preghiera, ritrovo per ritiri spirituali. Qui veniamo accolti e accompagnati a visitare il luogo (la casa e il bellissimo chiostro) ove Francesco, giunto qui per curarsi la vista, fu involontariamente coinvolto nel compiere il singolare miracolo della vigna, i cui grappi furono raccolti in una vasca in pietra ove lo stesso Francesco li pigiò coi suoi piedi fino a ricavarne l’inebriante succo da fermentare in vino.

RIETI è laggiù, nel fondo, ad appena ad un tiro di schioppo; la fatica (soprattutto per l’eccessivo e inconsueto calore) e la sofferenza provata ad ogni passo compiuto, ad ogni gradino superato; la moltitudine di pensieri e di sensazioni che hanno affollato – dal principio alla fine – questi giorni di cammino (le prime 5 tappe del San Benedetto) sembravano pesare molto di più del carico dello zaino sulle spalle il cui sudore ha tracciato le ali tramutando le nostre schiene in probabili “angeli del cammino”. Questo è, forse, l’autentico senso del camminare, compierlo così come viene, con tutte le sue varianti che presenta, le gioie che riesce a donarti, i sacrifici da superare e le “invisibili” croci che riesce a caricarti, senza tanti complimenti. Compiere queste prime 5 tappe del Cammino di San Benedetto ci ha fatto sentire parte di un qualcosa molto più grande di noi; sensazioni ed emozioni che hanno caratterizzato ogni nostro passo, ogni metro superato; vivendo la percezione di sentirsi sperduti tra l’immensità dei boschi e degli orizzonti superati, ma luoghi in cui non ci siamo sentiti mai veramente soli perché la pace, credeteci… regnava tutto intorno a noi!

Queste prime cinque tappe del cammino – per il poco tempo che abbiamo avuto a disposizione – terminano qui, ma certamente riprenderemo più in là nel compiere i successivi tratti che, passo dopo passo, ci condurranno fino a Montecassino. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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