lungo la Via di “MI-KA-EL” al Gargano (FG, Puglia, South Italy)

Percorrere il Cammino lungo la Via di Mikael al Gargano, seguendo una traccia (diramazione) della cosiddetta Francigena del Sud che attraversa territori ricchi di natura, storia, arte, cultura, archeologia e peculiarità della tradizione gastronomica locale, è un’esperienza da fare almeno una volta in vita! In un’apoteosi di verde (tra uliveti secolari e pregiati vigneti) e orizzonti che si perdono a vista d’occhio, va a svilupparsi quella – che fin dall’antichità – era la via che conduceva alla grotta di San Michele al Gargano.

Tre giorni di cammino dalle pianure di San Severo agli aspri rilievi del Gargano fino a quella grotta che ha accolto – nel corso dei secoli – viandanti e pellegrini, cavalieri e uomini di fede, soldati e imperatori, commercianti e miscredenti. Nel mezzo, il poderoso convento di San Matteo in Lamis, fuori San Marco, eretto dai duchi longobardi nel VI secolo; il complesso conventuale, posto su una rupe, è circondato da meravigliose boscaglie di querce, aceri, qualche faggio e betulle. Poco distante sorge quel San Giovanni Rotondo (divenuta quasi una megalopoli) che accoglie la salma di San Pio, il frate con le “stimmate” giunto da Pietrelcina, nel Sannio. Qui, tra gli uliveti terrazzati e i muretti a secco contenenti iazzi e nuraghe, l’ascetico frate predicava e trascorse tutta la sua esistenza.

Continuando il cammino verso oriente, la via si sviluppa lungo dolci pendici, attraversando un paesaggio bucolico sempre caratterizzato dai tipici muretti a secco recentemente dichiarati Patrimonio Mondiale dell’Umanità (UNESCO). Qua e là, lungo orizzonti solo in apparenza irraggiungibili, si incontrano – lungo il cammino – piste lastricate che hanno visto, durante il corso dei secoli, le impronte lasciate da migliaia di fedeli dirigersi verso la sacra spelonca micaelica. Si passa tra pievi isolate e ruderi di chiesette e cappelle come quelli di Sant’Egidio (eretta nel 1089), proprio sulla via antica che dominava – dall’alto di un crinale – il transito e il passaggio dei pellegrini nella conca d’origini palustri del Pantano di Sant’Egidio; mentre più avanti si incontrano altri ruderi: quelli di San Nicola al Pantano. La successione dei ruderi di questi antichi edifici religiosi, eretti proprio lungo la via, assolvevano alla principale funzione di offrire ospitalità, accoglienza e riparo con la presenza di religiosi che aiutavano i pellegrini durante il loro itinere in direzione della grotta.

Ecco comparire, dall’alto della sua dorsale calcarea, il bianco abitato di Monte S.Angelo, ultima meta della nostra traversata garganica. Comincia una lieve discesa che in breve porta a ridosso di alcune case adagiate proprio lungo la nazionale n.528 ma, anziché guadagnare subito l’asfalto, prima di queste case, parte sulla destra una comoda pista carraia che aggira dall’alto (e poi porta ad attraversare) il lungo Pianoro della Castagna evitando così l’asfalto. Il sentiero segue tutto lo sviluppo di questo pianoro lungo la sua destra orografica e termina sulla Statale, nei pressi di una croce. Seguendo ora la strada ancora per un chilometro e mezzo, si giunge all’incrocio (578 m) con la Statale n.272 che, proveniente da S. Giovanni Rotondo (Padre Pio), si apre proprio al centro della desertica Valle di Carbonara. Un ultimo sforzo e si continua a camminare in direzione di Monte S. Angelo salendo lungo quel breve tratto finale di strada che ripercorre fedelmente la “Via Sacra Longobardorum”, l’antico cammino di pellegrinaggio che da S.S evero, risalendo la Valle di Stignano, portava al Santuario e alla Grotta dedicata all’Arcangelo Michele, massimo luogo di culto dei cavalieri Crociati al tempo del ducato longobardo di Benevento.

Ancora brulli crinali e dolci rilievi accompagnano il cammino fino alle prime case di Monte Sant’Angelo, ove appare – ai piedi dell’insolito, ma bellissimo, campanile ottagonale – l’unica basilica “santificata” dall’Arcangelo e non dalla mano dell’uomo sulla cui facciata d’ingresso campeggia la scritta: “Terribilis est locus iste. Hic domus Dei est et porta coeli” (“Questo è un luogo terribile. Qui è la dimora di Dio e la porta dei cieli”).  Monte Sant’Angelo e la sua “mistica” grotta, sono uno tra i più antichi e importanti luoghi di culto della cristianità mondiale; culto che ebbe origine, secondo la leggenda, nel 493 quando in una grotta qui apparve Mi-Ka-El l’Arcangelo Michele; da allora, chiunque si recava in Terra Santa nel luogo della crocifissione del Cristo, di qui passava e compiva atti di purificazione del proprio animo, chiedendo redenzione per i propri peccati e compiendo, molto spesso, ascetiche veglie alle stelle. Giungere a piedi ancora oggi in un luogo così incredibilmente bello e spirituale, si riescono a provare sensazioni ed emozioni altrove difficilmente vivibili.

Raggiunti MONTE Sant’ANGELO si passa accanto ai ruderi del Castello medioevale per poi scendere lungo una serie di gradinate in pietra che portano a sfiorare l’ex Convento dei Cappuccini fino a raggiungere la piazza centrale tutta alberata e panoramica. Immediatamente sotto la piazza riprendiamo il cammino che porta ad attraversare alcuni tra gli angoli più caratteristici del paese con le sue basse case bianche sistemate a schiera che creano un fantastico labirinto in cui vanno ad intrecciarsi stretti vicoli ed archi rampanti. Risalendo verso il centro del borgo si transita nei pressi del complesso monumentale di S. Pietro, ove è collocata la Tomba di Rotari (antico re Longobardo); più su, un ampio slargo offre un sicuro riparo dalla forte calura estiva; spazio, questo, in cui si affacciano diverse botteghe artigiane. Da qui parte una gradinata realizzata in pietra che va a sbucare ai piedi della Torre angioina (a sezione ottagonale); al lato sinistro della torre c’è un cancello che permette l’accesso nell’atrio in cui si apre la facciata della Basilica di S. Michele con un doppio portale gotico che poggia su un basamento scolpito a figure leonine nel cui frontone è posta una nicchia contenente una statua marmorea del Santo.

L’accesso avviene attraverso il portale di destra e, come appena si varca l’uscio, si è subito proiettati in una incredibile ambientazione medioevale: una enorme scalinata (d’epoca angioina) scavata direttamente nella roccia scende precipitosamente verso il basso attraversando ambienti privi di luce, quasi bui, le cui pareti sono tutte affrescate con figure di Santi, mercanti e Cavalieri. Immagini, queste, che sono accompagnate da centinaia di frasi scritte in antichi linguaggi; remoti messaggi e citazioni (di saluti, di invocazioni, di preghiere, di imprecazioni) che ripercorrono un excursus storico dall’alba del Cristianesimo all’epoca dei “lumi”, lettere e parole compiute affiancate spesso da incomprensibili incisioni raffiguranti le mani. Più giù, compare sulla sinistra, un baldacchino trilobate con colonnine tortili contenente la statua in marmo di una Madonna con Bambino i cui occhi neri sono di una straordinaria penetrazione espressiva. La lunga gradinata (86 scalini) termina in un atrio, nella parte interna del Santuario: a sinistra vi è l’ingresso al Museo e a destra si apre una piccola corte porticata sul cui ciglio scorre una loggetta; a destra e a sinistra, antichi sarcofagi contenenti le spoglie mortali di nobiluomini e prelati. Di fronte si para una gradinata formata da sei scalini semicircolari che immettono a un grande portale marmoreo di fattura romanica con due enormi ante bronzee (realizzate a Costantinopoli nel 1076). Varcato l’ingresso, si para una enorme navata gotica divisa in tre campate e chiusa da una volta a crociera. A destra c’è l’altare di S. Francesco, giunto qui in pellegrinaggio nel 1216. Qualche passo ancora e sempre a destra si apre la grande spelonca, una sinuosa caverna la cui volta rocciosa si presenta irregolare e a differenti livelli.

Si perde nella notte dei tempi (V secolo) la prima apparizione dell’arcangelo Michele (“colui che sta presso il trono di DIO”) che segnalò la sua presenza per tre volte sul Gargano comparendo in visione al Vescovo di Siponto. Assunse un culto molto particolare il pellegrinaggio sul Gargano poiché andava ad incrociarsi coi ben più secolari viaggi religiosi verso Gerusalemme, per ripercorrere le “orme” del Nazareno; a Roma, per genuflettersi sui sepolcri dei fondatori della Chiesa, gli apostoli Pietro e Paolo; a San Giacomo (o Sant’Jago) di Compostella, pregando sulla tomba dell’apostolo che vide il Cristo “trasfigurato”.

Una rocambolesca caccia all’animale testimonio la 1a apparizione, nell’anno 490, della presenza dell’Arcangelo in queste contrade garganiche. Un potente signore chiamato Gargano, era padrone di numerose mandrie da pascolo. Un toro, al calar del sole, non rientrò più nella stalla e Gargano, muovendo alla sua ricerca tutti i servi e i bovari, lo trovò in cima alla montagna, fermo innanzi all’apertura di una grotta. Adiratosi per la fuga della bestia e senza esitare, scagliò contro quest’ultima una freccia avvelenata. Il dardo, come sospinto da una misteriosa forza, cambiò la sua direzione andando a colpire colui che aveva teso l’arco. I Sipontini, turbati ed impauriti, ebbero timore di avvicinarsi all’ingresso della grotta e cercarono spiegazioni al misterioso fatto, chiedendo cosa fare al loro Vescovo.

Il metropolita ordinò tre giorni di digiuno pregando intensamente Dio e per sapere come comportarsi. Al termine di questa prova apparve in visione al Vescovo l’Arcangelo del Signore Michele che disse queste parole: “…hai fatto bene a rivolgerti a Dio chiedendo ciò che gli uomini ignorano… Sappiate che il misterioso fatto dell’uomo che cadde colpito dalla sua stessa freccia, è accaduto per mio volere; io sono l’Arcangelo Michele e siedo sempre alla presenza del Signore e poiché ho deciso di custodire sulla terra questo luogo e chi vi dimora, con quel segno ho voluto dimostrare che tutto quanto ciò qui avviene, io sono il padrone e il custode… Non spetta a nessuno consacrare la Casa del Signore da me costruita in questa spelonca. Io l’ho eretta e la ho anche consacrata. A voi non resta altro che entrarvi e, sotto la mia protezione, frequentare questo luogo per pregare…”. Una chiesa scavata nella roccia, un antro buio e tenebroso, con queste motivazioni l’Arcangelo aveva voluto insegnare non tanto a ricercare e ad amare l’aspetto estetico del luogo ma a ritrovare la purezza all’interno dei propri cuori. Questi fatti sarebbero accaduti al tempo dei Bizantini, quando prese inizio il culto di S.Michele e all’affermazione del Cristianesimo sul Gargano, che portò gradualmente alla scomparsa di preesistenti riti pagani in questa zona ai margini della Daunia, con templi dedicati uno all’indovino Calcante e l’altro al culto di Esculapio, dio greco della medicina.

L’Arcangelo guerriero apparve una 2a volta (nel 650) intervenendo in favore dei Longobardi di Benevento (di cui Siponto era un possedimento) del duca Grimoaldo e che permise loro di vincere una importante battaglia nella guerra contro i Bizantini (provenienti da Napoli) che muovevano alla conquista del monte Gargano. I sovrani longobardi che succedettero a Grimoaldo continuarono a venerare l’Arcangelo, tant’è che S. Michele assunse una tale importanza che divenne il patrono di tutti i Longobardi ed il Gargano divenne il loro Santuario nazionale. San Michele fu addirittura dipinto sullo scudo di tutti i guerrieri e Re Cuniperto coniò una moneta con impressa la figura dell’Arcangelo armato di lancia e scudo. Più che guaritore di infermità fisiche, i longobardi adoravano S. Michele come principe delle milizie celesti e protettore del popolo.

San Michele tornò ad apparire una 3a volta e in questa sua comparsa consacrò definitivamente la sua dimora. I Longobardi, nel realizzare le opere architettoniche, ebbero l’accortezza di rispettare la naturale struttura del sito, cioè la Grotta; per loro era importante non modificare assolutamente quell’antro reso sacro da un evento soprannaturale. Questi già diedero accenno di agevolare il percorso dei fedeli realizzando una lunga galleria porticata contenente una gradinata che già allora veniva percorsa da un numero sempre maggiore di pellegrini.

Vennero infine i Normanni e continuarono ad avere gran devozione per S. Michele. Strinsero un legame affettivo col Santuario sul Gargano perchè rappresentò per loro un importante simbolo della terra nativa, ove esisteva un altro grande Santuario dedicato al culto dell’Arcangelo: quello di Mont Saint’Michael, fondato nel 708 e posto in cima a un isolotto della Normandia poco distante dalla costa, di cui è chiara l’ispirazione alla Grotta sul Gargano. Coi suoi scali marittimi la Puglia divenne uno dei territori di maggior importanza per il transito verso l’Oriente. Monte sant’Angelo venne così a trovarsi sul percorso delle milizie Crociate, di pellegrini e mercanti diretti in Terrasanta. I cavalieri Crociati provenienti da tutte le regioni d’Europa, recandosi a liberare il Santo Sepolcro, qui sostavano per effettuare la veglia d’armi e trascorrere la notte, in piena solitudine, pregando e accostandosi ai Sacramenti.

E così, osservando l’interno della Grotta possiamo scorgere, dalla sinistra, un primo altare (di S. Pietro); un secondo altare (del Crocifisso); un trono regale scolpito nel marmo; diverse statue e bassorilievi in pietra protette da teche trasparenti; un altare (con baldacchino) dedicato alla Madonna del Soccorso e, situato nel suo retro, una piccola insenatura nella roccia detta il Pozzetto nel cui interno, in una vaschetta, si raccoglieva la “stilla”, il gocciolio d’acqua che scendeva dalla roccia. Ecco, infine, il Sagrato che si presenta da sinistra con una Cattedra episcopale (dell’XI secolo) in marmo, finemente decorata e con lo schienale a cuspide; al centro, il Presbiterio con l’altare dell’Arcangelo e infine, al suo margine destro, una statua in pietra raffigurante il Santo “martire” Sebastiano. Tra i devoti più celebri che sono giunti fin quassù in pellegrinaggio alla Grotta, si ricordano l’abate di Cluny Odone; il monaco francese Bernardo di Chiaravalle; sovrani e imperatori come Ottone III, Enrico II, Federico II di Svevia e Carlo d’Angiò; santi e beati come Guglielmo (da Montevergine), Francesco d’Assisi, Alfonso dei Liguori e Anselmo; e infine, numerosi pontefici tra cui Leone IX, Celestino V e Giovanni Paolo II.

Termina qui il nostro trekking della tre giorni di cammino nelle terre del Gargano, in un’apoteosi di paesaggi incontaminati persi in un tempo senza fine, là dove natura e storia s’intrecciano in un misticismo che si rifà ad arcaiche tradizioni medioevali, in uno dei luoghi della cristianità mondiale ove, intimamente, sono riposti gli entusiasmi, le speranze, gli amori; strumenti, questi, che sono i cardini fondamentali di un cammino e di un’avventura vissuti profondamente in questo sito garganico. Luogo in cui tutti cercano di leggere i “segni” qui lasciati da altri prima di noi, di comprendere le emozioni che ci portiamo dentro e che, probabilmente, tracciano quei particolari “sentieri” che conducono all’incontro più intimo e, forse, più vasto con il Creato. (di ©Andrea Perciato)

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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