È un autentico deserto fatto di campi arati, pendii che scivolano verso impervi valloni, rocce calcaree che, come guglie, sbucano – improvvise – da un paesaggio solo in apparenza addormentato ma, comunque, avvolto nel suo millenario silenzio. Sono queste le atmosfere che si vivono nell’avvicinarsi alla scoperta e alla conoscenza di uno dei borghi (abbandonati) più belli e incredibili che sorgono qui al Sud: CRACO. Siamo in Lucania, nella bassa provincia materana, al limite di profondi solchi (calanchi) caratterizzati dal carsismo ove – durante le torride estati – neanche i rettili riescono a resistere. In una distesa valliva sorge il nuovo abitato di Craco-Peschiera. Questo centro, nato agli inizi degli anni ’70, fu qui eretto poiché l’originario sito di Craco, che si erge a circa 9 km più a monte, fu interessato da uno smottamento franoso costringendo gli abitanti di allora ad abbandonare definitivamente l’originario sito e a stabilirsi in un luogo più sicuro, presso le frazioni giù a valle.
Dall’incrocio, seguendo a destra lungo la SS. n. 103 che conduce verso i territori dell’interno, si attraversa quel fantastico mondo generato dalle erosioni e determinato dal singolare solco vallivo del Fosso Bruscata. La strada, poco alla volta, comincia ad ascendere lungo questi pendii assolati ove trovar riparo dalla canicola è quasi impossibile, se non tranne per qualche raro albero da frutto sorto per incanto lungo le pendici di queste colline. Lasciata la deviazione a sinistra che porta alla Val d’Agri, la strada principale rompe la sua monotona e silenziosa andatura e si appresta a continuare con una serie di tornanti che, salendo, poco alla volta incorniciano l’abitato di Craco Vecchia che ora già si erge – ben visibile – sullo sfondo. A ridosso del terzo tornante che piega sulla sinistra si stacca uno stradello che taglia le successive curve e conduce direttamente a ridosso delle prime case del borgo abbandonato di CRACO Vecchia (391 m).
Esso appare in tutta la sua monumentale bellezza – incredibilmente spettrale – a dominio di vallate e di estesi orizzonti, coi suoi misteriosi silenzi rotti soltanto dalle folate del vento che serpeggiano tra le mute pietre. L’antico abitato sorge a ridosso di un’altura che dall’alto controlla la valle del Salandrella. Le sue origini risalgono all’VIII secolo e nel Medioevo il sito era già conosciuto col toponimo di GRACULUM. Il suo Castello, erto su di una rupe, fu innalzato nel XII secolo e della sua antica struttura oggi non resta altro che un Torrione a “sezione quadra” (usato come serbatoio per distribuire ed alimentare le fonti dell’intero paese). Una silenziosa cortina di pietre dagli intonaci color pastello sbiaditi dal tempo prospetta a sud ed accoglie il viaggiatore tra gli arcani silenzi creati dagli effetti chiaroscurali dei pieni e dei vuoti, dalle ombre degli usci di porte e finestre che s’aprono… verso l’immenso!
Fogli ingialliti (con edizioni datate gli anni 50/60 del XX secolo) svolazzano sospinti dalle folate che ululano tra i gradoni in pietra seminascosti dai folti cespugli d’erba incolta. Rampe ed arcate in pietra viva ove negli interstizi hanno messo le radici il fico, l’ulivo, l’agave, il fico d’india e la vite. Ante di porte e finestre semiaperte che cigolano sospinti dal vento, cortine adombre che prospettano sui vasti orizzonti assolati delle valli fluviali del Salandrella e dell’Agri. Archi affrescati e cortili basolati con i fregi e i portali marmorei di qualche dimora gentilizia i quali emergono da un intricato mare di cespugli rinsecchiti. I tetti rossi delle cupole e delle case scricchiolano sotto i passi felpati di qualche gatto che salta da una falda all’altra. Gli ameni viottoli che conducono nel punto più in alto sotto la Torre per interrompersi, all’improvviso, sul ciglio di un dirupo sotto le mura dell’antico maniero e da cui prospettano guglie monolitiche che sembrano, oltre ai gatti, le uniche forme “viventi” di questo mondo rurale fermo e perduto nelle memorie di un’epoca lontana, persa all’infinito senza limiti di spazio e di tempo…
Il tutto viene scandito dall’arco che il sole disegna quotidianamente nel cielo, dall’intrecciarsi degli eventi e dal rincorrersi delle stagioni. Solo un uomo, unico essere in un mondo fermo da oltre 60 anni, continua con, accanita ostinazione, a venire – quotidianamente – quassù, per condurre il suo gregge di pecore a pascolare tra le pietre della Craco che fu, di quella Craco dalle forti tradizioni agricole basate sulle colture dei cereali e dell’ulivo accomunate da un’incisiva presenza della pastorizia transumante con produzioni casearie tipiche di queste zone. E quando ciò accade il borgo si ravviva al passaggio del suo gregge. Avendo l’occasione di avvicinarmi, salutandolo, faccio la sua conoscenza; dialogando col pastore egli comincia a raccontarmi di sentirsi un po’ come un “privilegiato” custode del luogo.
Raccogliendo la testimonianza orale dell’ultimo “sopravvissuto” di Craco emerge, dal suo sfogo col forestiero di turno, di quando egli accusò l’Amministrazione locale che – sembra – diverso tempo fa prese la decisione di radere completamente al suolo il borgo abbandonato. Il pastore… onesto, sincero, a volte ingenuo, continua ancora a chiedersi perché mai debba accadere tutto ciò e non si possa far nulla per preservare e recuperare (anche attraverso una semplice fruizione turistica) la memoria storica e il retaggio culturale di un’arcaica tradizione contadina che non vuole affatto mettersi da parte per far posto al cosiddetto progresso.
L’opprimente canicola di un caldo vento estivo aleggia tra le diroccate mura di Craco mentre i campanacci delle pecore si odono sempre più lontani ed il silenzio si riappropria, nuovamente, dei suoi spazi coccolando per l’eternità i vuoti di un vissuto rurale che ostinatamente tenta di resistere al completo abbandono dell’incuria. Questa è Craco, e se ancora non avete avuto la possibilità di conoscerla e magari fate vacanza sulla vicina costa ionica della Basilicata, andate a visitarla anche perchè i suoi scorci, le sue cortine diroccate – oltre agli incredibili scenari delle “gravine” di Matera – sono stati scelti dal grande attore/regista americano Mel Gibson, quale location per girare alcune tra le più belle e intense scene del suo “Passion“. (testi ©Andrea Perciato, photo ©Maria Rita Liliano e ©A. Perciato)
