SINAI (Jabal Mūsā/Gebel Musa جبل موسى, Egypt): ascesa notturna ed alba sulla “sacra” montagna per rinnovare la propria “dimensione terrena” al cospetto del Creato.

La Penisola del Sinai, in Egitto, è un ponte naturale – quasi uno spartiacque – sospeso tra l’Africa e l’Asia, un triangolo (dal vertice rovesciato) completamente ricoperto da deserto e roccia; luoghi che hanno visto, per millenni, il transito di profeti, eserciti, pellegrini e commercianti. Con ancora le immagini rimaste impresse per anni dopo aver visto quel capolavoro hollywoodiano dei “10 Comandamenti”, mi affascinarono le riprese dei luoghi facendo una promessa a me stesso: quella che un giorno avrei raggiunto e – magari – salito su quella biblica montagna: il SINAI Volendo paragonare l’ascesa al monte Sinai ciò che ad esso si avvicina rappresenta un misto tra percorsi dolomitici e sentiero degli Dei in costa d’Amalfi: roccia, panorami, incredibili pendenze, orizzonti, luoghi in cui l’anima raccoglie il meglio che la natura circostante offre e, per il Sinai, qualcosa di molto più profondo, quasi ancestrale che riporta indietro nel tempo i nostri pensieri e rende unici quei numerosi flashback che hanno determinato l’esistenza di ognuno, perché l’uomo quando ascende alle montagne non compie solo uno sforzo fisico ma contempla il fascino del vuoto come qualcosa di ascetico, che lo avvicina al “divino”. La storia del Sinai è indissolubilmente legata alla sua posizione strategica “di passaggio”; una particolare zona cuscinetto di vitale importanza contro le invasioni asiatiche. Gli egizi chiamavano questa montagna Mafkat (cioè “Terra del Turchese“) per la presenza delle preziose miniere che lo contengono. Le origini storiche di questa montagna si perdono nella notte dei tempi. Il nome della montagna ha un’origine che affonda le proprie radici in antichissime lingue e attraverso le diverse tradizioni religiose che l’hanno resa unica.

La montagna, conosciuta come “Sin” antica divinità lunare della Mesopotania, ad essa si affianca anche una origine botanica derivante dall’ebraico “Seneh” che significa “rovo” o “cespuglio spinoso“. Mentre per la matrice araba la montagna assume – per le tribù beduine Jabaliya il nome di: “Jebel Musa” che – letteralmente – significa “La Montagna di Mosè“. Essendo il massiccio montuoso un crocevia tra Egitto, Israele e Giordania, la sua storia viene costellata da episodi bizzarri, da scoperte fortuite e impensabili “miracoli” moderni. Secondo la tradizione biblica dell’Esodo, fu qui che Mosè ricevette le “tavole” dei Dieci Comandamenti scolpite direttamente dalla potenza di Dio. Questo ha reso per sempre la penisola un luogo sacro punto di riferimento per le tre maggiori fedi monoteistiche di ebrei, cristiani e musulmani. Il Monastero di Santa Caterina, che giace ai piedi del monte, è uno dei più antichi monasteri cristiani ancora attivi. Un particolare fenomeno meteorologico sulla cima del Sinai ha spaventato più di un pilota; a causa della composizione granitica della roccia e dell’aria estremamente secca del deserto, la cima può accumulare una forte carica elettrostatica. Dopo un viaggio nella notte di oltre 200 km attraverso il nulla, aver superato tre check-point della Polizia Egiziana per il Turismo per il controllo del veicolo (con il metal detector) e dei passaporti, e dopo meno di 4 ore da Sharm el-Sheikh finalmente si raggiunge il Monastero di Santa Caterina (دير سانت كاترين). Qui, un ulteriore controllo e verifica dei documenti, e si versa una tassa per entrare all’interno dell’area della montagna sacra del Sinai. Nonostante il sentiero sia ben tracciato e frequentato, non è consentito avventurarsi in solitaria per diverse ragioni che mescolano sicurezza e regolamentazioni locali; le autorità egiziane impongono che l’escursionista (singolo o in gruppo) sia accompagnato da una guida beduina autorizzata.

Anche se il sentiero non è tecnicamente difficile, l’ascesa avviene spesso di notte per vedere l’alba. Le temperature possono scendere sotto lo zero e l’orientamento, al buio, può diventare complicato. Il sistema delle guide è gestito dalla tribù dei Jabaliya, che custodisce la montagna da secoli; è il loro principale mezzo di sussistenza. Superati l’ultimo controllo (da poco è superata la mezzanotte) si entra, finalmente, sul sentiero Siket El Bashat (Il Sentiero del Cammello) che porta fino in cima al monte Sinai. Questo sentiero (il “Camel path”) è il tratto più lungo per la cima e, sicuramente, il più dolce. Gli ultimi fari che illuminano il Santuario sono ormai alle nostre spalle, e i nostri passi – lentamente – si lasciano avvolgere dal buio più cupo. Lassù, in alto, brilla un cielo stellato che non ha eguali; lontani da ogni fonte di luce artificiale, qui la volta celeste si presenta con tutta la sua magnificenza di costellazioni e raggruppamenti di stelle: per gli appassionati si scorgono – in tutta la loro luminescenza – il Grande Carro (Orma Major), la Stella Polare, la costellazione (e “cintura”) di Orione, la costellazione del Cigno, qualche ramificazione/striscia della famosa Via Lattea e tante altre ancora stelle, costellazioni e pianeti. Camminiamo in compagnia di Eid-Mysha, la giovane guida beduina che ci è stata assegnata e, senza la fretta che sembra coinvolgere tutta la massiccia presenza di gruppi escursionistici organizzati, con lui stabiliamo una sorta di tabella di marcia per solo noi. Poco alla volta il sentiero comincia a procedere con una pendenza che si eleva gradualmente e – senza accorgersene – si superano anche una lunga serie di tornanti; il tutto avvolto nel più incredibile buio che abbiamo mai vissuto in natura. Si continua a salire per circa 3 ore; lungo questo “sentiero del cammello” – collocate in strategiche posizioni lungo l’ascesa al monte – compaiono (sono ben 6) diverse “capanne” beduine erette, senza la malta, su basamenti in pietra locale e dalle coperture con intreccio di palificazioni in legno, enormi sacchi di juta, e pesanti coperte ricavate dalle pelli di cammello; oltre a una piacevole soste per prendere fiato, presso queste si vendono tè caldo, snack e noleggiano coperte di cammello per ripararsi dal grande freddo.

Senza la luce lunare, il cielo del Sinai è uno tra i più bui e stellati di tutto il pianeta: la visibile Via Lattea è talmente così nitida da far restare senza fiato; questo insolito aspetto – tra stupore e meraviglia – viene raccontato dalle guide beduine come una esperienza che i Jabaliya chiamano la “Luce del Deserto“. Attraversare le gole di queste montagne, superare il ciglio di baratri e profondi dirupi senza alcuna possibilità di distinguerli al buio, rende questa montagna un luogo unico al mondo, un po’ come essere sospesi in un limbo tra cielo, terra e leggenda. Il Sinai non è solo una sfida fisica o una meta turistica; esso un luogo dove la terra ti parla di 600 milioni di anni fa, la Storia ti racconta di profeti e imperatori e la Tribù dei Jabaliya ti mostra come si possa vivere in armonia con una terra aspra, durissima ma sempre magnifica. Dialogando con Eid-Mysha, la nostra guida, scopriamo incredibili storie locali davvero fuori dal tempo e, sicuramente, mai scritte in alcun libro/guida. Egli ci fa comprendere che i beduini non sono affatto nomadi: per definizione, essi non lasciano città o templi di pietra che gli archeologi poi possono scavare facilmente. Quel che rende l’ascesa ancor più bella e suggestiva, è quella che si sta salendo su una montagna che per milioni di persone è – probabilmente – il “centro del mondo”, indipendentemente dal proprio credo religioso, indipendentemente dalle diverse colorazioni di pelle, indipendentemente da quale più lontano luogo si proviene ma, soprattutto, indipendentemente da ciò che indicano le mappe. Ad una prima impressione, provando un po’ ad interpretare la natura circostante, si avverte di come il paesaggio granitico e imponente “sembra” davvero quello descritto nella Bibbia o visto nelle interpretazioni cinematografiche. Per i Jabaliya (ma lo stesso vale anche per i monaci giù al Santuario di Santa Catherina), il dibattito sul senso e sul significato “sacrale” di questa montagna non esiste. Per tutti loro, la terra che stiamo calpestando con le nostre pedule lungo questo sentiero, è considerata – a tutti gli effetti – come una terra sacra. Durante la salita non è raro che le guide beduine possano indicare e mostrare “l’impronta del Cammello di Mosè” oppure invitarci a comprendere e scoprire la roccia colpita dal profeta come l’indiscutibile narrazione di fatti storici e religiosi.

Col cammello (ce ne sono tanti e tutti al servizio, nel senso che possono essere noleggiati, da chi fa fatica a salire!) si può arrivare (poco sotto la cima) fino a un certo punto, ma gli ultimi 750 gradini però vanno esclusivamente fatti a piedi superando gradoni dalle improbabili pendenze e dalle incredibili alzate. Le cosiddette 750 “scale” per raggiungere la cima non sono scale nel senso vero e proprio del termine, ma sono pietre e massi modellati in modo tale da rendere scale. Sostando presso l’ultima piazzola/rifugio, con uno sguardo già oltre l’orizzonte che comincia ad illuminarsi dei primi bagliori dell’aurora, un fronte di aria fredda (con temperature di poco sotto lo zero) fa tremare per il gelo tutti i presenti; qui la notte è molto ventosa e ciò rende il clima molto più freddo. Mentre a oriente – oltre i profili montuosi della penisola arabica – comincia a schiarirsi per l’imminente sorgere dell’alba, si compie un ultimo sforzo per superare l’impervio dislivello dei 750 gradoni: siamo finalmente in cima (2285 m). Com’era nelle previsioni (pronosticate da Eid-Mysha), sui pochi metri della cima giace un esagerato numero di presenze “turistiche” in attesa che spunti il sole. Ma facciamo appena in tempo a scrutare alcuni luoghi di grande importanza religiosa. Una piccola moschea (chiusa) ancora utilizzata dai musulmani per le preghiere; una cappella greco-ortodossa eretta nel 1934 sui resti di una chiesa del XVI secolo (al suo interno la roccia considerata la fonte delle Tavole della Legge), anch’essa non aperta al pubblico; la “Grotta di Mosè” luogo dove per tradizione, il profeta avrebbe atteso di ricevere i Dieci Comandamenti da Dio. Tutti luoghi sacri che riflettono l’importanza del monte Sinai per le tre grandi religioni abramitiche: l’ebraismo, il cristianesimo e l’islamismo. La cima è abbastanza piccola e può diventare piuttosto affollata. Ci sono diverse terrazze su cui stare e potersi affacciare per godere del sorgere del sole, consentendo di ottenere foto in qualsiasi direzione. Silenzio, meraviglia, stupore e contemplazione vanno ad aggiungersi ai normali pensieri, ma quassù – almeno per questa volta, e in questo particolare luogo – le emozioni hanno la precedenza… su tutto!

Dopo pochi minuti dal sorgere del sole si decide di scendere prima della grande confusione dell’abbandono della cima. Come giustamente raccomandatoci da Eid-Mysha dobbiamo prestare attenzione ed essere molto attenti nello scendere lentamente in quanto, per la prevedibile stanchezza, è proprio questo il momento più facile – e pericoloso – per scivolare e ferirsi; prestare molta attenzione (!) ad alcune lastre rocciose che possono essere scivolose a causa della piccola ghiaia. Dopo aver ammirato della meravigliosa alba dalla cima del monte Sinai con una vista incredibile in cui è possibile scorgere sia il Golfo di Aqaba che il Golfo di Suez; e col sole che poco alla volta comincia a compiere il suo ciclo luminoso, si comprende – durante la discesa – di quali panorami ed aspri paesaggi abbiamo superato in salita durante le ore notturne. Camminiamo lungo valli rocciose che improvvisamente si aprono su vaste radure desertiche senza la benché minima presenza di vegetazione. Solo il rumore del calpestio dei passi compie un’immersione totale attraverso il silenzio delle rocce e negli spunti storici dei luoghi; laggiù, tra due cipressi e un recinto in pietre per le greggi, a detta di Eid-Mysha Mosè lasciò il suo gregge e salì sul monte. Una esperienza che i beduini chiamano “l’hotel a un milione di stelle.” Il silenzio nel Sinai è quasi “assordante” proprio perché senza alcun inquinamento acustico che giunga da lontano (e luminoso nelle ore buie). Chiediamo a Eid-Mysha di continuare a raccontarci – durante la discesa – ancora di qualche storia, o aneddoto, legata alla montagna. I Jabaliya hanno un repertorio infinito di leggende sui “Jinn” (spiriti del deserto) che abitano le valli e racconti di storie sui loro antenati che vivevano in queste montagne molto prima che arrivassero le strade asfaltate. Racconti che nascondono segreti naturali e storici davvero particolari come la possibilità di trovare lungo i sentieri granitici delle pietre che, se spaccate, mostrano al loro interno dei disegni neri che sembrano piccoli arbusti o felci; i beduini dicono che sia il segno del “roveto ardente” rimasto impresso nella roccia per sempre. In realtà si chiamano dendriti di manganese e sono minerali cristallizzati che creano disegni ramificati simili a piante; per chi sale con spirito mistico, l’effetto è stupefacente!

Il Sinai si trova proprio sulla frattura della Rift Valley! Questo significa che la montagna è letteralmente “strappata” tra due placche tettoniche che si stanno allontanando (quella Africana e quella Arabica). È una terra in costante, seppur impercettibile, movimento. Il massiccio del Sinai è composto da granito rosso e nero risalente a circa 600 milioni di anni fa. In alcune zone, a causa della sua composizione minerale e al logorio dell’erosione, se si colpiscono certe rocce con un sasso, queste emettono un suono metallico restituendo una eco quasi come fossero campane; le guide Jabaliya – che conoscono ogni centimetro quadrato della montagna – conoscono i punti esatti dove poter “far suonare” la montagna. L’interminabile fila di tornanti rocciosi irradiati dal sole, le cui pareti assumono una varietà di colori pastello che vanno dal rosso vivo, all’arancio, dal giallo tenue al cremisi s’aprono su desertiche valli che ora lasciano spazio ad autentici anfiteatri rocciosi in cui è possibile “leggere” tutta la storia geologica che ha forgiato questo massiccio del monte Sinai. Dalle strette gole e le incredibili pendenze ora si transita per ampie vallate ove l’eco dei passi riecheggia da una parete all’altra; ora le refole del vento poco alla volta s’insinuano tra le rocce e l’ultimo tratto del sentiero attraversa il “cimitero dei monoliti” enormi massi rocciosi che vanno dal color ruggine al “melenzana”; ogni segno o incisione è una interpretazione ancestrale. Laggiù in fondo la gigantesca cinta muraria che accoglie, al suo interno, il Monastero di Santa Caterina; ma questa… è un’altra storia da raccontare! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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