Incastonati tra l’azzurro del mar Ionio e il verde delle montagne circostanti, sorgono bellissimi borghi arroccati tra irte rupi e inaccessibili valloni. Un excursus spazio-temporale che attraversa i principali centri della sibaritide, tra i giganti del Pollino e le copiose faggete della Sila.
ROSSANO Calabro è un interessante centro d’origine bizantina collocato ai margini sudoccidentali della piana di Sibari, tra la costa ionica e i primi contrafforti della Sila. Centro ricco d’arte e cultura greco/bizantina ci accoglie, per una fugace conoscenza dopo il calar del sole, dall’alto della sua incredibile rupe rocciosa; mentre i passi arrancano per le ripide salite attraverso i varchi di antiche porte d’accesso. È un borgo – questo – la cui indole degli abitanti è estremamente accogliente e socievole, mettendosi a disposizione del forestiero e guidandoli, con le loro indicazioni, a percepire tutte le emozioni scaturite dalle bellezze del posto. Pieno di vicoli che raccontano di storie vissute, di vita espresso attraverso i sacrifici di uomini e donne dai volti rugati ove sembra che lo scorrere del tempo non solo abbia lasciato profondi solchi, ma che abbia tenuto così gelosamente nascosti i segreti di una vita rurale fatta di sacrifici, di sopportazioni, di rinunce, di abbandoni… vita che non ha mai smesso di testimoniare valori che oggi sembrano definitivamente scomparsi. Qui a Rossano tre sono gli elementi che caratterizzano il borgo: il culto per San Nilo, la Cattedrale (con la sua Madonna Akeropita), e il prezioso Codex Purpureus (tra i più antichi codici miniati dell’antichità).
Un labirintico intreccio – fatto di vicoli, stradelli, slarghi, rampe e portali – dalle incredibili pendenze che si ramificano all’interno del centro storico viene illuminato dalla fioca luce dei lampioni. I passi accentuano il ticchettio sui millenari basoli consumati dal tempo mentre il respiro affanna per raggiungere i luoghi più impensabili e nascosti all’interno del borgo. Giunti in prossimità della Cattedrale, dedicata al culto per la “Madonna Akeropita”, entriamo attraverso un accesso laterale (navata destra); qui – tra stupore e meraviglia – si viene proiettati in un ascetico contemplare mai provato prima. Dalle fattezze barocche, gli interni della Cattedrale dedicata a Maria Assunta, nascondono un passato che risale al periodo bizantino e che si concretizza, alla prima metà del XIV secolo, con l’edificazione del sacro edificio. Qui si evidenziano spunti visivi ed emotivi che invitano a scoprire quanta bellezza artistica e religiosa si celano al suo interno; un luogo di mistico, profondo, quasi ancestrale, moderatamente sontuoso, ricco di marmi policromi e stucchi che ne esalta la bellezza e restituisce una spiritualità fuori dal comune e che raccoglie al suo interno affreschi di matrice italo/greca, dipinti, statue, reliquie e l’imponente soffitto a cassettoni.
Ma il luogo più venerato all’interno del sacro edificio, un angolo che racchiude una profonda storia spirituale molto più antica, è l’affresco murario della Madonna Achiropita (il cui significato indica che “non è stata dipinta da mano umana” (ma impressionata direttamente – e miracolosamente – sulla ruvida parete). Custodita all’interno di una nicchia protetta dal vetro, illuminata e incorniciata secondo uno stile barocco, vi è un’icona affrescata della Madonna col Bambino, visibile su un frammento di colonna. La vergine e il bambino hanno le dita “benedicenti” bislunghe e lo stile bizantino si legge con la parola “Theotokos” che (in greco) è madre di Dio. La chiesa, bellissima e affascinante, costruita su una preesistente struttura bizantina, è stata più volte rimaneggiata, tanto da non avere uno stile definito. La navata centrale ha un soffitto “a cassettoni” del XV secolo; altarini barocchi visibili sulla parete della navata destra; cappelle, invece, si aprono in quella di sinistra. Ma il punto focale della chiesa è al terzo pilastro della navata centrale, dove, eretta su un altare in marmi policromi è la famosa Madonna che, secondo la leggenda sarebbe miracolosamente apparsa in questo luogo; un dipinto su muro risalente al X secolo.
La potenza dell’affresco si contempla in silenzio e l’immagine – molto venerata – merita sicuramente il viaggio fino a Rossano. Il culto per questa immagine risale già dal VI secolo, al tempo dell’imperatore bizantino Maurizio, mentre l’affresco è databile tra l’XIII e il IX secolo; stare in silenzio davanti a questa immagine pone il fedele in ossequioso silenzio. L’affresco sembra che fosse comparso miracolosamente durante i lavori di costruzione della chiesa. La Madonna apparirebbe vestita di porpora armata di una divina torcia per scacciare gli invasori saraceni; oltre ad aver salvato il popolo di Rossano da colera, cavallette e altre calamità. Ciò che rende credibile questo culto è la leggenda che lo avvolge. Si narra che alla costruzione della chiesa gli operai al mattino trovavano sempre distrutto il lavoro che veniva effettuato, allora misero una persona a guardia per vedere cosa accadeva la notte in quel posto. Il guardiano si accorse che la Madonna voleva essere posta dove ora si trova e apparve sulla parete un dipinto, dove tuttora viene venerato dai rossanesi, costruendo un altare, e una protezione al quadro, in marmi pregiati e colorati provenienti da Cipro e dalla Grecia. La chiesa, capolavoro d’arte bizantina e romanica, tutta rivestita di marmo, diviene Santuario nel 1925.
Camminando verso la periferia meridionale di Rossano, proprio al principio della discesa che porta giù, verso le grotte, compare – in tutta la sua straordinaria e semplice bellezza – l’Oratorio di San Marco, la chiesa più importante di Rossano. Sorta su uno spuntone roccioso ai margini del paese questa chiesa con cinque cupolette e tre absidi posteriori ben visibili, ricorda molto lo stile delle chiesette ortodosse della Grecia. Questo paese per cinquecento anni è stata la base della cultura e dei riti bizantini, nonché luogo di culto per i monaci basiliani. Qui una volta al mese si celebra la messa interamente con il rito ortodosso. Piccolissima cappella, essa risale alle più antiche testimonianze bizantine presenti nei territori dell’alto “Brutium” (Sila greca) e sorse – per l’azione di impulso e di predicazione da parte di San Nilo – con l’intento di poter offrire e dare un sicuro punto di raccolta e preghiera, a quei monaci eremiti locali che vivevano negli antichi insediamenti rupestri (le grotte) disseminati nel circondario: dal sacro edificio, composto da una pianta a croce greca, si elevano cinque cupole cilindriche, e a cui fu aggiunto – nel XV secolo – un ingresso per poterla usare anche come chiesetta.
Resta ancora tanto da vedere qui a Rossano e – purtroppo – il tempo (unitamente alla luce) è tiranno; ma prima di andar via siamo attratti dal perché un uomo di fede, dalla presenta di un santo come San Nilo sia così importante per la spiritualità (e, al tempo stesso, per l’identità) di queste contrade: San Nilo rappresenta la profonda identità storico-culturale di Rossano e di tutto il suo circondario, richiamando le radici greco-bizantine e l’unità tra le diverse tradizioni che qui s’incontrano. Egli è una figura fondamentale per Corigliano-Rossano, e viene celebrato con una festa che unisce profonda fede, riscoperta delle radici e gioia comunitaria. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)
