Un lungo viaggio copre la distanza tra Kotor (in Montenegro) fino a raggiungere Prishtina (o Pristina) l’attuale capitale dell’autoprolamatasi Repubblica del KOSOVO. Un ripetuto succedersi di scorci panoramici che offrono alcune tra le ambientazioni e i paesaggi più caratteristici dei Balcani fanno da cortina scenografica a questo spostamento. Dopo aver superato territori immensi che si perdono a vista d’occhio, profondi e interminabili canyon che s’aprono tra aspre e selvagge montagne ricoperte da copiose foreste, l’argenteo delle acque di incontaminati fiumi che scorrono fino a perdersi oltre l’orizzonte, rendono questo spostamento più gradevole.
Lande desolate ove s’aprono radure erbose che si alternano a leggeri altipiani si succedono a piccoli villaggi isolati e gruppi di case sparse che si perdono nella boscaglia. Sospesi tra gli 800 e i 1000 metri di altitudine in una valle solcata dal fiume Ibar, si varca la prima dogana (in uscita dal Montenegro) superando la frontiera e attraversando il Border post Spiljani (Гранични прелаз Шпиљани/Мехов Крш) entrando – per pochi chilometri – in una sorta di enclave di confine in Serbia (Srbija). La strada scorre lungo la sx orografica di un frastagliato lago Gazivoda Liqeni i Ujmanit (un bacino artificiale molto simile per ambientazione paesaggistica al lago del Pertusillo giù in Basilicata); da qui, un successivo posto di controllo di doganieri serbi dagli sguardi “sospettosi” che dopo aver controllato i nostri passaporti, consentono di attraversare la borderline ed entrare così in Kosovo.
Questa parte di KOSOVO che confina con la Serbia, sembra essere un territorio sconosciuto a molti, estremamente remoto e isolato da tutto e da tutti. Bisogna davvero possedere l’indole del viaggiatore curioso per compiere un viaggio del genere e conoscere (quel che oggi ne rimane) del Kosovo. Eppure questo territorio, grosso più o meno quanto l’Abruzzo, è lo stato più giovane del vecchio continente; autoproclamatosi indipendente dalla Serbia il 17 febbraio 2008 oggi esso è riconosciuto come stato indipendente da 113 paesi, inclusi 22 membri dell’Unione Europea, gli Stati Uniti, il Giappone, l’Australia e il Canada. Tuttavia, alcuni paesi non riconoscono l’indipendenza del Kosovo, tra cui la Serbia, la Russia e la Spagna.
Qui sono ancora pochissimi i backpackers che inseriscono in un proprio viaggio il Kosovo; noi, lo abbiamo fortemente desiderato e voluto inserire nel nostro progetto di “TransBalcanica”. Qui i ricordi (le tracce e le testimonianze) della guerra sono ancora forti e oggi del Kosovo – praticamente – non si conosce quasi nulla. Il viaggio per raggiungere Pristina è ancora lungo ma si ha ancora tempo di poter andare alla scoperta, puntando lo sguardo oltre il finestrino, di questa terra rimasta ancora così grezza, aspra, martoriata e selvaggia al tempo stesso, prima che in molti se ne accorgano. Da lontano compaiono gli enormi edifici, molti ancora in costruzione testimoniati dalle gru, della capitale kosovara PRISHSTINA, in serbo Приштина, Priština.
Raggiungiamo la città nel pomeriggio (il viaggio è stato davvero lungo) e, nonostante la stanchezza, il desiderio di poter conoscere, scoprire e visitare le sue peculiarità più caratteristiche, dopo una breve rinfrescata in hostel, rinvigorisce il nostro desiderio di continuare a camminare. In giro numerosi sono gli edifici nuovi, ma che nascondono alla vista ciò che resta degli anni appena trascorsi contrassegnati dalle violenze di una guerra che qui – proprio mentre camminiamo – ha lasciato ancora numerosi strascichi e questioni (civili, sociali, etniche e religiose) in sospeso. Tralasciando la parte storica che riguarda il recente passato degli ultimi 35 anni, dedichiamo il nostro interesse e il nostro tempo a ciò che i nostri occhi, ora, scrutano.
Pristina è rimasta fortemente influenzata, come tutta l’area del Kosovo, dalla cultura albanese al punto tale che negli anni ‘80 – quando la ex Jugoslavia cominciò l’opera di “serbizzazione” annullando/ignorando le molteplici minoranze etniche che formavano la variegata popolazione di tutta l’area dei Balcani – fu una delle prime città a ribellarsi. Gravemente danneggiata dalla feroce guerra civile, sul finire del XX secolo, dal 1999 cominciò una lenta e progressiva ricostruzione che però avanza ancora oggi in maniera intermittente. La città ha una maggioranza di popolazione che si distribuisce tra le varie etnie come quella (la principale) albanese, mentre le più piccole sono le comunità di serbi, di bosniaci e di rom.
Il van ci lascia all’altezza del Parlamenti Studentor i Universitetit të Prishtinës, tra la Cattedrale e la Biblioteca. Ma subito il nostro sguardo viene catturato dalla curiosa facciata della Biblioteca Nazionale del Kombëtare e Kosovës “Pjetër Bogdani”. Progettato negli anni ’80 dall’architetto croato Andrija Mutnjakovic, emblema dell’architettura socialista jugoslava, la struttura è formata da enormi cubi di cemento e vetro, ricoperti da cancellate artistiche (una sorta di gigantesca rete metallica) che formano geometrie simili a un ricamo che ricopre l’intero edificio, oltre alle sue 99 cupole di vetro tutte diverse per forma e ampiezza. Varcata la soglia si ammirano collezioni di libri che narrano la cultura e la millenaria storia del paese, oltre a sale di lettura, sale per assemblee e depositi che contengono documenti come quelli della NATO.
Fuori fa molto caldo ed il vento che sferza sulla spianata non favorisce la tanto desiderata frescura. Senza un attimo di esitazione subito il nostro sguardo punta gli occhi al margine di questo immenso catino di prato verde – a meno di 100 metri dalla Biblioteca – verso un edificio dalle vaghe linee stilistico-architettoniche che si rifanno a un luogo di culto, compare la mai finita (incompleta) chiesa di confessione serbo/ortodossa dedicata a Cristo il Salvatore (che nei piani di Milosevic sarebbe dovuta diventare l’edificio religioso più grande del Paese). Secondo i piani del dittatore serbo Milošević, questa sarebbe dovuta diventare la chiesa più grande di tutto il paese, ma a causa dello scoppio della guerra la sua costruzione non è mai stata portata a termine.
Spostandosi verso il centro si raggiunge il viale Xhorxk Bush (George Bush) e prendendo in lieve discesa verso ovest lungo un successivo viale chiamato “curiosamente” Garibaldi, si giunge in vista del singolare monumento artistico del “neonato”: il NewBorn, innalzato il 17 febbraio 2008 (giorno della dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo dalla Serbia). Proprio di fronte ad esso campeggia il Monumento Heroinat (in albanese: Memoriali Heroinat), un’imponente statua che ricorda il volto di una donna composto da ventimila spille in metallo, eretta in memoria delle circa 20.000 donne che hanno subito violenza sessuale durante la guerra del Kosovo del 1998/1999. Eretto il 12 giugno 2015, il disegno simboleggia sia la sofferenza individuale che la resilienza collettiva.
Il Kosovo resta, comunque, un paese ancora giovane, anzi giovanissimo (l’età media è di 25 anni), con una storia importante alle spalle e un futuro spesso incerto. Ma com’è Pristina, oggi, quasi venti anni dopo la fine di una guerra, e della precedente pulizia etnica voluta dall’allora presidente serbo Slobodan Milošević contro la popolazione locale albanese, che ancora aspetta giustizia e rispetto? Oggi dei serbi, in città, sono rimasti in pochi. Al termine del conflitto, molti di loro hanno deciso di abbandonare le proprie abitazioni e sono ritornati in Serbia, impauriti soprattutto dalle azioni di vendetta perpetrare della controparte albanese e – cosa ancor più cruenta nelle guerre di matrice etnica – contro i presunti crimini commessi dall’organizzazione “UCK”, l’esercito di liberazione del Kosovo, ai danni dei civili serbi.
Non c’è da preoccuparsi se malauguratamente ci si perde tra gli enormi grattacieli in costruzione, i lunghi viali alberati e quel dedalo di viuzze nascoste dalle nuove skyline che nascondono la città vecchia di Pristina, perché qui, se capita di chiedere un’informazione ai passanti (soprattutto giovani) per strada, c’è sempre qualcuno disposto ad accompagnarvi di persona fino alla destinazione desiderata. Si incontrano molti giovani per la città e – parlando un po’ con loro (capiscono benino la lingua italiana) – hanno tutti, indistintamente lo stesso sogno nel cassetto: quello di poter viaggiare liberamente, passaporto alla mano, come i loro coetanei europei. Ma purtroppo oggi il Kosovo è l’unico paese dei Balcani i cui cittadini debbono necessariamente possedere un visto per potersi spostare nell’Unione Europea.
Il nostro vagabondare continua ora spostandoci nuovamente verso il centro fino a raggiungere l’imbocco del “cuore pulsante” della capitale kosovara: il Bulevardi Madre (Nënë) Tereza, un ampio e lunghissimo viale pedonale attorno al quale si diramano un interminabile dedalo di viuzze dove cui – nel corso del tempo – sono spuntati come funghi ristoranti, pub e caffè alla moda. Il viale è corredato dalle bandiere kosovare che si alternano a quelle degli Stati Uniti. Ciò spiega l’enorme attaccamento, quasi una filiazione, che lega il popolo kosovaro agli USA. Qui, è dal 1995 che grazie al presidente Bill Clinton (di cui c’è una statua) che a Daytona s’impegnò in prima persona a formulare i termini per un accordo di pace tra serbi e kosovari, è tutto un ossequioso e perpetuo ringraziamento verso l’amministrazione americana per quei risultati raggiunti e sanciti nella cittadina statunitense.
Comincia a far tardi ed il sole, lentamente, si avvia a calare sull’orizzonte. Ma prima di gettarci tra le braccia di Morfeo, non ci resta altro che far visita ad un altro importante monumento che caratterizza questa capitale: la Concattedrale (Katedralja Nënë Tereza), un edificio modernissimo (77 metri di lunghezza per 42 di larghezza), costruito negli anni 2000. Questa è la chiesa più grande del Kosovo ed è l’edificio più grande della città, dedicata a una santa cattolica: Madre Teresa di Calcutta, nata in Albania nel 1910 dal nome Anjezë Gonxhe Bojaxhiu. Basti solo pensare che la presenza dei cattolici qui in Kosovo sfiora appena il 2% della popolazione; è comprensibile quindi capire perché la costruzione di questa chiesa così grande non è stata ben accolta dalla restante popolazione.
Prishtina a tutt’oggi, e a distanza di anni dalla fine di quei tragici eventi bellici, resta una zona off-limits e sotto stretta sorveglianza per la presenza delle forze della KFOR in seno alla NATO; esse testimoniano questa particolare realtà che si pone in bilico tra un’apparente normalità vissuta dalla popolazione e l’incertezza, da parte delle amministrazioni governative kosovare, per un ritorno dei violenti scontri fra etnie che potrebbero paventarsi in un futuro a tutt’oggi ancora così incerto. I rapporti tra Belgrado e Pristina comunque rimangono ancora tesi e molte questioni sono ancora prive di soluzioni. Nonostante la pace, le tensioni tra le comunità serba e quella albanese sono ancora presenti, e la questione dello status del Kosovo rimane, purtroppo, una “ferita” ancora aperta.
Nonostante un negoziato per la normalizzazione dei rapporti tra i due paesi sia in corso dal 2013 le posizioni di Belgrado e Pristina restano ancora lontane e la Serbia non ha mai riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, proclamata unilateralmente nel 2008. Allo stesso modo Russia e Cina continuano a non riconoscere il governo di Pristina e in più di un’occasione, recentemente, sono tornate a condannare l’intervento della NATO in Serbia: nel 1999 l’alleanza militare occidentale lanciò una campagna di bombardamenti nella Jugoslavia di Slobodan Milosevic nel tentativo di fermare l’assalto delle truppe di Belgrado contro i kosovari di etnia albanese che combattevano per la propria autonomia. Fatte queste riflessioni concludiamo il nostro girovagare per il centro di Pristina poichè il sole è già tramontano oltre l’orizzonte delle lontane montagne: domani, fortunatamente, il viaggio di spostamento sarà più breve… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)
