Tra fascino e mistero, oggi vi porto alla scoperta di un luogo fuori dal tempo… Cosa hanno in comune i nomi di questi quattro santi: Ambrogio, Protasio, Simpliciano e Gervasio… tutti santi longobardi di “matrice nordica”? Il fatto di essere una tra le più interessanti testimonianze di fede, di culto e di espressione artistica della massima espansione della “politica papale” Longobarda nelle terre a mezzogiorno della penisola ma – principalmente – per osteggiare l’espandersi dell’ortodossia del culto bizantino in queste contrade del sud! Siamo alle pendici meridionali dei monti Picentini, gruppo orografico che scorre lungo i confini tra le provincie di Avellino (a nord) e Salerno a Sud e, precisamente, in territorio di Montecorvino Rovella. Dalla periferia occidentale della località s’aprono vedute paesaggistiche che cominciano ad allargarsi con ampi orizzonti e i campi coltivati (o seminati) che assumono sempre di più l’aspetto di autentici tappeti; appezzamenti che rinnovano i propri cromatismi con lo scorrere e l’alternarsi delle stagioni.
Case sparse, per lo più fattorie o masserie, sono comparse negli ultimi anni (o, comunque, ristrutturando il già preesistente) un po’ dappertutto, nascoste dai frutteti o avvolte dagli uliveti. É, questa, la distribuzione del caseggiato a carattere sparso, che caratterizza quest’area estesa tra Giffoni e Montecorvino i cui punti di riferimento sono le pendici meridionali dei Picentini a N e i modesti rilievi del monte Roma e del monte Nebulano a S, che si rifà, grosso modo, a quello che in antichità era l’assetto territoriale di queste zone. Probabilmente lungo i declivi esistevano più “curtes” tra loro confinanti le quali, certamente, appartenevano a più gruppi di persone accomunate da saldi vincoli di parentela che permettevano, attraverso donazioni e lasciti, la creazione e l’inserimento nel territorio di beni e proprietà ceduti a chiese e monasteri. Tra i rappresentanti di queste nobiltà locali di un tempo potrebbero essere individuati i mandatari – o i fondatori – che pensarono di edificare e istituire un luogo di culto dedicato a Sant’Ambrogio; numerosi studi ipotizzano l’eventualità di una fondazione a carattere prevalentemente privato.
Da Montecorvino la strada continua a scendere in forte pendenza fino a quando, tra i noccioleti che compaiono sulla destra, non compare una sbarra: questo è il viottolo che permette l’accesso alla bellissima Chiesa (“oratorio” d’origine Longobarda) di Sant’AMBROGIO. Ci troviamo (158 m) in quella che è la contrada Marotti, lì dove s’apre un’ampia valletta ricca di vegetazione e in cui scorrono le fresche acque del torrente Rienna, un ruscello (fino a qualche tempo fa ricco anche della presenza di anfibi) che s’insinua tra i folti canneti, i profumati meleti, gli argentei uliveti e i copiosi noccioleti. Alla fine del ‘900 questa si presentava come un enorme ammasso di ruderi, blocchi di pietre interrati sotto uno spesso manto di cespugli, seminascosti tra i rovi e la vegetazione arbustiva. Per lunghi decenni in molti credevano che quella che si presentava come un rudere, al cui interno – durante lo scorrere del tempo – era cresciuto un enorme albero, fosse un romitorio o una struttura abbandonata. Una volta appurati che si trattava di una chiesa (probabilmente sconsacrata!) con l’intervento di restauro architettonico operato dalla Soprintendenza, l’antico edificio è ritornato nuovamente al suo antico splendore artistico e di culto.
Ma perché in tanti hanno sempre creduto che questa chiesetta fosse sconsacrata? Un monsignore ci ha spiegato i termini per cui un edificio perde la sua sacralità. Due sono gli elementi: 1) all’interno della struttura viene commesso omicidio, e quindi spargendo sangue; 2) oppure, sempre nel luogo dedicato al culto, vengono evocate – tramite rituali occulti – le forze del male con riti satanici e/o sedute spiritiche. Cose, queste, che per Sant’Ambrogio non sono mai successe; l’edificio – com’era comprensibile – durante il corso dei secoli è stato poco alla volta abbandonato dagli ultimi monaci che ne mantenevano il culto! Oggi, dopo gli interventi di pulizia, di recupero e di ripristino attuati dai giovani volontari e studiosi del patrimonio storico, artistico, ambientale e culturale del luogo (l’Archeoclub), si è giunti ad un accurato restauro architettonico che ha restituito l’antico luogo di culto ai suoi remoti splendori, tant’è che nella primavera del 2000 il suo interno ha rivissuto, dopo un buio durato per lunghi secoli, nuovamente la sua originaria funzione di “luogo sacro” con la celebrazione di alcuni sacramenti relativi a un battesimo e a un matrimonio.
Al suo interno c’è l’abside con uno splendido affresco raffigurante la Madonna (al centro) seduta in trono (tipica del Synthronos d’origine bizantina) con ai lati quattro figure di Santi – tutti milanesi – riconoscibili in Ambrogio, Gervasio, Protasio e Simpliciano. Quest’ultima è la straordinaria testimonianza (se non addirittura l’unica) di come i Longobardi non solo scesero per conquistare il meridione italico, ma che con la loro venuta contribuirono, senz’altro, a lasciare alcuni indelebili segni della loro particolare cultura e della loro profonda fede religiosa con l’erezione (e la dedicazione) di questo tempio a Santi e Beati di origine “nordica”. Ripercorrendo, infine, lo scorrere del tempo che ha segnato lo sviluppo e la presenza di S. Ambrogio in questi territori si può, in base a ricerche effettuate dagli studiosi, determinare che l’impianto della Chiesa è da porsi entro il X secolo e restò operante come luogo di devozione fino agli inizi del XII secolo il cui culto – di pura matrice milanese – così come espresso nel ciclo delle pitture interne alla chiesetta sul Rienna, fu la sintesi di una intensa maturazione religiosa e politica, risalente alla prima metà del IX secolo tra l’azione politica messa in atto dai Carolingi d’intesa coi prelati d’origine franca.
La chiesa, si ritiene che venne costruita (a nobo fundamine) nel X secolo, in una zona pianeggiante nelle vicinanze di un piccolo corso d’acqua, il Rienna e in un territorio che la geografia del tempo indicava come in finibus stricturie e che oggi è l’odierna contrada S. Ambrogio tra le località di Marotti (a N) e Curriano (a S). Concepita come un oratorio all’interno di una corte, ben presto il suo ruolo – mirato alla cura delle anime – riuscì ad assecondare le esigenze dei coloni che da essa dipendevano. Il lungo scorrere del tempo ci conduce al XVI secolo, periodo in cui l’oratorio ambrosiano perde la sua importanza di luogo di culto della zona, un territorio esteso tra i contadi di Montecorvino e di Giffoni. Strategicamente era collocato al centro (quasi un crocevia) di importati vie dell’epoca quali la Via que pergit ad Jufuni a ponente, la Via antiqua que pergit ad Gaurum a settentrione e la Via da la Antennara (Ornito, S. Vittore, S. Ambrogio, Occiano, S. Marco, S. Martino fino a Olevano) che è il tratto che noi oggi conosciamo poiché è la strada che ci porta direttamente a S. Ambrogio. La cura delle anime locali, allora, venne trasferita nella vicina chiesa di S. Maria di Occiano; dopodiché, trascorrono ancora due secoli e una successione di alluvioni, frane, mutamenti dell’assetto geologico e cambiamenti dell’orografia locale, che contribuiscono a far sì che di S. Ambrogio si perdano definitivamente le tracce.
Il ricordo e le testimonianze sono ormai appannaggio solo del muto silenzio che avvolge la località rotto spesso dai vortici ventosi che in questa valletta s’intrecciano, mentre giù, nella contrada a settentrione del Nebulano, tornano nuovamente ad affacciarsi degli insediamenti rurali sparsi a carattere prevalentemente agricolo; nell’area che fu della Chiesa, una casa colonica ospitò un nucleo familiare di contadini durante tutto il corso del XIX secolo. La nostra visita ai luoghi di interesse storico (e non solo) in quello che poteva essere l’antico contado di Montecorvino termina sulla spianata di S. Ambrogio. Vista qui la presenza di un fontanile con acque sempre fresche, per chi è amante dell’escursionismo itinerante è possibile sostare ed – eventualmente – trascorrere un bivacco notturno. Durante la bella stagione, da qui si gode l’emozione nel poter assistere al sole che tramonta dietro l’orizzonte dei profili montuosi caratterizzanti la destra orografica della valle del Picentino. Risulta davvero incredibile, invece, soprattutto in quelle notti senza la Luna, poter ammirare il paesaggio offerto dalla volta celeste, tutto brillo di stelle, che da Sant’Ambrogio è possibile scrutare durante le fresche notti d’estate; tutte le costellazioni sembrano più nitide, mentre l’immaginazione ce le fa quasi toccare con mano. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)
