Ho lasciato per la prima volta sul Sentiero degli Dei le impronte dei miei scarponi nella primavera del 1985… esattamente quarant’anni fa! Lo scenario e i paesaggi sono sempre gli stessi, così come i profumi delle essenze aromatiche che crescono lungo il suo percorso; qualche rudere di un tempo, è stato riadattato e (spesso) anche modificato; l’intuito di qualche pastore e la lungimiranza di qualche contadino sono riusciti a dare una nota di colore riuscendo a proporre ed offrire – all’escursionista di passaggio – la possibilità di potersi immergere in una serie di esperienze gustative e sensoriali che altrove sembrerebbe quasi impossibile riuscire a trovare.
Ma 40 anni fa questo tratto di sentiero che, come descrisse l’incanto della Penisola dei monti Lattari e la Costiera il famoso geografo viaggiatore emiliano Leandro Alberti nella sua “Descrittione di tutta l’Italia… et le Signorie della Città” (Bologna, del 1550), mette in collegamento la marina di Positano con l’altopiano di Agerola ed ha permesso – durante lo scorrere dei secoli – rapporti e scambi commerciali con le popolazioni dei territori montuosi dell’interno con le famiglie dei pescatori agli sbocchi sul mare. Durante le mie prime esplorazioni sul sentiero ho avuto modo (e, sicuramente, la fortuna) di poter incrociare i miei passi con quelle di chi – su questo percorso – ci viveva e ci lavorava; e da questi straordinari “abitanti in Paradiso” ho avuto anche la possibilità di poter dialogare con loro, di poter conoscere e scoprire parti di un mondo (e di una vita vissuta) sconosciuto a molti.
E’ un particolare ambiente, quello della penisola dei monti Lattari, che nel corso dei secoli ha prodotto un’agricoltura intensiva e specializzata ricavata dai tipici “terrazzamenti” (limoneti e vigneti) i quali, ad una rendita sempre meno conveniente, hanno subito trasformazioni e rimaneggiamenti creando volumi abitativi prospicienti il mare e la possibilità di penetrare sempre di più verso l’interno ha reso possibile la realizzazione di una fitta rete di strade e stradine con incredibili arrampicamenti lungo i ripidi pendii; e il famoso sentiero è – appunto – uno di questi tratti storici che fin dall’antichità ha sempre permesso di collegare l’ellenica colonia marina di Positano con l’accampamento romano sorto sull’altopiano di Agerola.
I racconti narrati da questo “Popolo del Paradiso” riuscivano ogni volta a coinvolgermi sempre di più, facendomi conoscere – di volta in volta – scenari, realtà e dimensioni che, spesso, rasentavano l’immaginazione lasciando ampio spazio alla fantasia e alle visionarie interpretazioni di come la vita, fin dalle origini, veniva vissuta in questa incredibile cornice paesaggistica. Ho più volte incrociato un anziano che trasportava sulle sue spalle, percorrendo il sentiero per ben due volte al giorno, pesanti e ingombranti contenitori in ferro per il trasporto del latte raccolto dalla mungitura delle capre che pascolano sul sentiero; così come spesse volte ho incontrato muli che trasportavano sul dorso due pesanti gerle colme del raro vitigno “Piere ‘e Palomma” (Piede di Colomba) tipico della zona, dalla particolare forma del tralcio color roseo che ne caratterizza il gusto e determina il sapore, quassù impiantato – sicuramente – dai greci positanesi che lo hanno portato da Ischia/Pithecusa, altra colonia greca.
Ma ci siamo mai chiesti da dove giunge l’appellativo Sentiero degli Dei? Cioè, chi lo ha così definito per la prima volta? Tracce, testimonianze o fonti scritte (chissà dove e seppur esistenti!) sulla questione non ve ne sono. Più volte mi sono posto interrogativi sulle origini della toponomastica di questo sentiero e – dopo aver approfondito con scrupolosa attenzione e trascorso intere giornate a spulciare vecchie pubblicazioni tra archivi e biblioteche – penso di essere giunto ad una “probabile” interpretazione sul come, perché e da chi fu utilizzato, per la prima volta l’appellativo Sentiero degli Dei. Diverse sono le testimonianze storiche che lasciano intuire come questi luoghi siano stati conosciuti e frequentati, con molta probabilità, da alcuni dei più noti e famosi viaggiatori del Grand Tour tra cui Goethe, Lenormant, Mendelsson, Wagner ed altri ancora che, visitando i luoghi della costa, hanno decantato le straordinarie bellezze paesaggistiche negli ambienti culturali tra il XVIII e tutto il XIX secolo.
Ma non solo di storia e di cultura è intriso ogni scorcio, ogni pietra e ogni veduta di questo angolo di Paradiso. Dalle testimonianze orali, raccolte durante i miei primi incontri con la popolazione locale che viveva sul sentiero, in questi luoghi si sono succedute incedibili storie che avevano come protagonisti le vicende di strani personaggi vissuti quassù in epoche remote e che hanno lasciato il “segno” nella locale tradizione popolare tramandata di padre in figlio; oppure ancora le incredibili leggende che – nel corso del tempo – hanno avuto modo di intrecciare le loro trame quassù generando paure e comprensibili timori come: i “Fatati” (quelli che un tempo venivano identificati come i “non normali”, i “fuori di testa”, gli “indesiderati”) che nel loro vagabondare narravano storie fuori dal tempo riuscendo a creare un magico alone, come un intreccio, di fascino e mistero intorno alla loro figura.
C’era anche ‘o Magio (il mago), una sorta di Rasputin locale, anch’egli analfabeta come il mistico russo alla corte dello Zar, che tra profezie e miracoli riusciva ad annotare, su di un enorme libro, la previsione di lieti eventi e nefasti presagi che si avvicendano nella storia come le guerre (quelle mondiali) che hanno coinvolto l’intera umanità; oppure come “quell’uomo dagli occhi di ghiaccio venuto dal freddo a sedersi sul “trono di Pietro” in Vaticano” (Karol Wojtyla); alla sua morte quel “misterioso” libro di cui tanto si narra, non fu mai trovato e la gente del posto, per timore di vivere altri brutti presagi, lo assalì, lo malmenò a bastonate fino ad ammazzarlo per poi decapitarne la testa che rotolò giù per le ripide scale di Nocelle fino a posarsi nell’angolo appena sotto le scale che giungono in piazzetta.
Infine si raccontava anche di una scrofa e dei suoi piccoli che vivendo lungo il sentiero – durante il corso di violenti temporali in coincidenza con la luna piena – assumevano le sembianze di Satana e dei suoi 6 piccoli diavoletti incutendo paura ai malcapitati passanti che transitavano sul sentiero. Superati così gli ultimi tornanti si entra finalmente tra le prime case di Nocelle (420 m) camminando tra gli alti pergolati (che sorreggono chiome di limoneti e copiosi vigneti) si attraversano – in successione – il silenzio di rampe, portoni, cortili e terrazzamenti. Quassù, nella splendida e incredibile piazzetta, si ammira un panorama unico al mondo con le bianche case di Positano che spiovono a grappolo lungo il pendio dalla montagna fino al mare. Il Sentiero degli Dei altro non è che un ritaglio di natura il quale ci invita a riscoprire da una parte le remote origini dei fieri e liberi popoli marinari, mentre dall’altra evidenzia le radici della dura, ospitale ed orgogliosa gente di montagna. (testi & photo ©Andrea Perciato)
