Alpeggio AVERTA, alta Val Codera (SO)… lasciarsi accogliere dalla maestosità delle montagne: dal Rif. Brasca alle baite di Averta

“Ah… io vorrei tornare anche solo per un dì, lassù nella valle alpina… Lassù tra gli alti abeti ed i rododendri in fior, distendermi a terra e sognar…!”

Con in testa le simpatiche note e le semplici parole di questo splendido canto della tradizione scout, di quella “parte” di scoutismo che – anche se solo per un giorno – si riesce a vivere tra le magiche atmosfere della Val Codera, “mitico” rifugio per le attività clandestine delle Aquile Randagie, muoviamo di buon mattino i primi passi lasciandoci alle spalle il pianoro al cui margine giace il Rifugio Brasca.

Dal Rifugio si segue il buon tracciato di un percorso che attraversa una copiosa foresta caratterizzata dalla presenza di laricete e abetaie, fino a raggiungere le baite di Coeder. Ci troviamo proprio alla “testa” dell’alta Val Codera, quel suo ramo che si protende verso nord e che s’incunea fino a raggiungere il Pe del Sass e Sivigia, incastrati tra le alte cime del Vallon, a sinistra, e del Pizzo Badile sulla destra.

Appena superati l’alpe di Coeder si lascia il fondovalle della Val Codera e, sulla destra compare una palina con cartelli che indicano le direzioni che si desiderano raggiungere. Senza indugiare, si prende l’imbocco del sentiero che sale verso Est, affrontando i primi ripidi pendii che risalgono nella Valle dell’Averta tra fasciumi d’erba e roccette, su una traccia non sempre visibile ma ben segnalata.

Passo dopo passo si superano metri di foresta arrancando lungo i pendii di detriti morenici determinati dai ghiaioni in superficie; qua e là, tra la copiosa cortina di larici e un successivo bosco di abeti che determinano il versante sinistro idrografico della valle, non desta preoccupazioni se qualche sassolino (anche quando non c’è vento) rotola giù lungo il pendio: sono causati dal distacco di roccette dal timido passaggio dei camosci.

Continuando a salire per dolci pendii prativi si sfiora il margine di un bosco composto da splendidi esemplari di abete rosso, laddove la salita ora comincia a farsi più decisa. Poco più sopra ancora si attraversa una radura pietrosa, ed appena superato un grosso masso si rientra nuovamente nel fitto del bosco. Mentre il fiato serra la cadenza dei passi, il battito del cuore determina il ritmo da tenere riuscendo a catturare spunti di osservazione del circondario.

Si continua per un pendio erboso, fino a che il sentiero prosegue con tornanti e raggiunge il margine di una parete rocciosa attraverso una piccola valle. Siamo al Punt del Valà; qui due ponticelli superano un corto canalino al margine di un salto roccioso. Poi la salita riprende nel bosco di larici che, poco alla volta, divengono via via più radi, fino a lasciare del tutto libera la vista sul circo terminale della Valle dell’Averta con le tre cime dell’Averta, l’aguzza Cima del Barbacan (2738 m) e, alla sua destra, l’inconfondibile profilo della Punta Milano.

Siamo in una radura dove si erge un grosso macigno, più volte utilizzato in passato come alpeggio. Qui una sosta consente di poter ammirare la maestosità delle cime e delle creste che circondano – come un naturale anfiteatro – questa parte di territorio. Osservando in alto sono ben visibili i due passi che caratterizzano la cresta, irta di guglie e torrioni. Da qui le baite in pietra sono già ben visibili; un pietroso saliscendi supera i greti di torrenti originati dai nevai e risale la costa erbosa fino a raggiungere le baite dell’Averta (1957 m).

Le casupole dell’Averta, tutte in pietra, coi tetti caratterizzati da lastre in ardesia “tagliate” per poter essere sistemate a spioventi, circondati dalla estrema bellezza di imponenti montagne hanno accolto – per secoli – i pastori d’alta montagna che qui conducevano una vita rude, priva di comfort, dediti principalmente al lavoro d’alpeggio e – quando se ne avvertiva la necessità – alla lavorazione di prodotti caseari utili a soddisfare i fabbisogni della famiglia.

Da quassù, da questo terrazzino roccioso dell’alpeggio Averta, si ammira un paesaggio che si estende lungo tutto l’orizzonte, ovunque lo sguardo pone la sua direzione: laggiù in fondo, il “cuore” della Val Codera con le case di Bresciadega; a Nord i passi della Bocchetta di Teggiola e del Trubinasca, lungo il confine con la Svizzera, valichi che durante l’ultima guerra hanno consentito il passaggio (a contrabbandieri e perseguitati) di trovar rifugio oltralpe.

Null’altro da aggiungere se non godersi il momento e potersi distendere – anche solo per qualche minuto – dopo la faticosa ascesa, per ammirare la straordinaria bellezza di questi paesaggi e questi silenzi rotti soltanto da qualche folata di vento ascensionale che s’incunea tra le rocce e i detriti di queste maestose montagne. Questo particolare posto, durante le estati, è molto frequentato dagli scout per i loro campi mobili in Val Codera.

“E quando questo inverno qui la neve scenderà, bianca sarà la valle; ma sotto il pino antico un bel giglio fiorirà, il giglio dell’esplorator…!” (testi ©Andrea Perciato; photo ©Mario Luciano & ©A. Perciato)

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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