il doloroso “CAMMINO per la LIBERTÁ”… sulle orme della Spedizione di Sapri e dei 300 di Carlo Pisacane

Chissà cosa passò per la mente di Carlo Pisacane quando, in una calda notte tra il 27 e 28 giugno del 1857, si trovò a passare con la sua nave carica di uomini lungo le coste del Cilento e scrutava l’orizzonte ad oriente coi profili montuosi di quelle aspre e inaccessibili montagne che solo qualche anno prima erano state la culla di alcuni moti insurrezionali contro l’oppressione del regno borbonico. Questo, non lo sapremo mai…! Spinti dalla curiosità di capire quali impressioni e quali sensazioni provarono ma, soprattutto, quali luoghi attraversarono quegli uomini, anche noi abbiamo voluto scoprire e conoscere quei paesi e quelle contrade, quei monti e quelle vallate così straordinariamente immersi in un paesaggio dalle incredibili bellezze naturali che furono il teatro di una sanguinosa sconfitta repressa dalle forze borboniche e dalle popolazioni locali.

A quei tempi SAPRI era uno sparuto villaggio di case affacciato lungo la ciottolosa marina mentre oggi, la piccola metropoli del basso Cilento ha assunto un ruolo importante per tutte le principali attività nell’intero golfo di Policastro. L’antica SKYDROS di matrice ellenica fu già un punto strategico (Vicum Saprinum) di rilevante importanza per le flotte marine che navigavano lungo la rotta tra Neapolis e Vivo di Valentia. Secondo il programma della spedizione, il principale obiettivo era quello di attraversare le prime case, le successive masserie isolate del retrocosta e spingersi oltre le amene campagne che introducevano verso l’interno fino a portarsi a ridosso dei primi ed aspri rilievi montuosi e raggiungere la Strada delle Calabrie all’altezza del Fortino di Cervara.

Così come era nelle intenzioni del patriota partenopeo, anche noi prendiamo la via per l’interno e movendoci dalla Torre dell’Osservatorio, ove un cippo ricorda il punto preciso dello sbarco di Pisacane, si attraversa l’abitato saprese in direzione dei monti verso Torraca. Quando il Pisacane giunse a Torraca (430 m) questi si trovò ad attraversare un caseggiato in festa la cui popolazione conduceva in processione la statua di San Pietro (festività patronale). Al loro passare, alcuni giovani del luogo, inghirlandati a festa con nastri e coccarde colorate fecero una generosa offerta di vino (molto rinomato il vitigno locale), qualche forma di pane e delle “pezze” di formaggio ma fu, questa di Torraca, una delusione poiché nessuno degli abitanti accolse l’invito ad unirsi agli uomini della spedizione.

Le intenzioni del Pisacane erano quelle di raggiungere il Vallo di Diano e Padula attraverso la Serralunga (1480 m) per avviarsi – poi – lungo la Strada Nazionale delle Calabrie che da Lagonegro si dirige a Eboli. Da Torraca si riprende il cammino in direzione dei monti dell’interno. Poco fuori il paesino, all’altezza (432 m) del km 11 della strada per Casaletto ha inizio, sulla destra, la salita che conduce al piccolo cimitero locale. Fu proprio lungo questa salita che passarono gli uomini della spedizione i quali affrontarono ore di durissima marcia attraverso un territorio impervio e un tracciato che più che sembrare una strada era una vera e propria mulattiera di montagna che, ancora oggi, serpeggia lungo i brulli e assolati pendii della montagna fino a raggiungere il costone della Serretella (658 m)….

Si raggiunge il Rifugio della Forestale (955 m), il quale sorge alla testa del vallone di Lanzaura. Questo rifugio viene raggiunto da una rotabile che sale direttamente dalla Strada Statale n. 19. Ripresi il cammino si avanza in discesa seguendo inizialmente la sinistra orografica del vallone e, senza prendere alcuna deviazione a destra e a sinistra, si giunge fino alla Nazionale per le Calabrie all’altezza del cosiddetto Fortino di Cervara (706 m). Qui, dopo che il Pisacane coi suoi uomini sbarco sulla spiaggia di Sapri e raggiunse la strada per le Calabrie, egli si fermò a riposare nei pressi del Fortino. Da questo punto in poi il cammino offriva la possibilità di marciare più speditamente verso Napoli attraversando tutto il Vallo fino a raggiungere Auletta all’estremità settentrionale dello stesso.

Il Fortino (vicino al monte Cervaro 1170 m) a quei tempi era il limite tra il Principato Citeriore e la Terra di Basilicata ed era un punto quasi obbligato per chi, sbarcato sui litorali e nei porti marini del Golfo di Policastro, avesse voluto raggiungere sia l’allora Vallo di Teggiano (oggi Diano) che Lagonegro. All’alba del 30 giugno 1857 gli uomini guidati dal Pisacane presero la decisione di muovere in direzione del Vallo. Seguendo la carrozzabile delle Calabrie ci incamminiamo verso il borgo di Casalbuono (allora villaggio di Casalnuovo). Si attraversa la stretta Gola del torrente Gauro fino a raggiungere un piccolo gruppo di case denominato Accampamento (631 m), appellativo che lascia facilmente presupporre l’accantonamento (per l’allestimento di un campo!) o la sosta di un gruppo di persone che bivaccano. Il cammino prosegue in lieve discesa sfiorando il margine della vicina autostrada SA-RC che scorre proprio accanto.

Questo tratto è tutto un susseguirsi di timpe, di monti e di rupi ora aspre e isolate, ora copiose di forestazione, singolari orografie determinate dal solco di valloni torrentizi o dalle ciottolose sponde di alvei fluviali. Giunti a ridosso della valle del Calore, si supera il fiume all’altezza del Ponte del Re (580 m). Poco innanzi si erge, a ridosso di una collina e come una grande piramide di case che cascano a grappolo, il caseggiato di Casalbuono (655 m). In questo paese, gli uomini della spedizione accampatisi nella piazza principale di Casalbuono si concedettero qualche ora di riposo e ristoro con la speranza di riuscire a trovare, nella popolazione locale, armi, vettovaglie e nuovi compagni per continuare nell’impresa.

Dislocate nuovamente le pattuglie lungo la strada consolare i luogotenenti del Pisacane chiamati a raccolta il piccolo esercito di rivoltosi mossero alla volta di Padula con la speranza di poter trovare quegli appoggi promessi e – fino ad allora – mai ricevuti che purtroppo, per paura di ritorsioni perpetrate dai borbonici a danno delle popolazioni locali, non erano riusciti ad avere fin dal momento dello sbarco a Sapri e, successivamente, nelle località attraversate fino a quel momento (Torraca, Fortino e Casalnuovo)…. Il fatto che fino a quel momento il Pisacane non riuscì a trovare alcun ostacolo militare al suo progetto insurrezionale insospettì il condottiero e i suoi uomini tant’è che queste anomalie strategiche messe in atto dalla Gendarmeria borbonica e dalle guardie urbane dei paesi cominciarono a suonare come un campanello d’allarme con non poche preoccupazioni nell’animo di quegli uomini che attraversarono un territorio nemico così aspro e inospitale.

Soldati regi, doganieri, gendarmi, urbani e quant’altri, ricevendo notizie dell’avanzata di questo manipolo di rivoltosi, ripiegarono verso i centri abitati all’interno del Vallo comunicando ai loro superiori, di volta in volta, gli spostamenti e le posizioni che questi andavano ad assumere sul territorio: era – questo – il principio di un tragico epilogo che stava conducendo gli sfortunati uomini della spedizione di Sapri verso una tremenda trappola. Lasciati alle spalle l’abitato di Casalbuono si prosegue verso settentrione in direzione del Vallo di Diano. La strada Regia, ora, continua a macinare chilometri serpeggiando in un ambiente solo in apparenza duro e inospitale. Una serie di tempe, che sembrano tutte somigliarsi, determinano il muto paesaggio che circonda il percorso.

Superati il torrente Brignacolo (541 m – tributario del Calore) la Statale scorre tranquilla serpeggiando tra la strada ferrata e le sponde del fiume Calore. In questo tratto scrutando con lo sguardo il panorama che s’apre a occidente, ecco apparirrsi la meravigliosa cortina vegetazionale del Bosco della Cerreta, splendido esempio di impianto forestale. Giunti all’altezza del Varco del Pero (510 m), lì dove il Calore riceve le acque del torrente Porcile e proprio all’altezza del Catassano (514 m), si esce dalle impervie gole dei monti che ora cominciano ad aprirsi fino a sbucare nell’ampio Vallo ricco di paesi e di casali. Sulla destra compare Montesano che s’innalza dal Colle della Marcellana (992 m) sulla sinistra, invece, laggiù in fondo verso sud, si apre il Vallone di Sanza.

Continuando lungo la Statale per contrada Pezzalonga (475 m) al successivo bivio, in località Fontanelle (476 m) si lascia la strada nazionale e si devia a destra superando il binario della ferrovia; attraversando successivamente la contrada Noce del Conte (502 m) si raggiungono le case di Belvedere (534 m) per arrivare, infine, alla monumentale Certosa di S. Lorenzo (532 m), posta ai piedi del caseggiato di Padula. Padula si arrampica sulle falde sud-orientali di monte Amoroso (1287 m) mentre il sole, tramontando a ponente, restituisce l’immagine cartolina di un angolo di natura tra i più belli dell’Italia meridionale. Giunti in PADULA (696 m) ci rechiamo alla ricerca e alla conoscenza di quei luoghi che hanno visto protagonisti le eroiche e sfortunate gesta del Pisacane e degli uomini della Spedizione di Sapri.

Qui a Padula Pisacane e i suoi uomini passarono la notte pernottando un po’ ovunque, come e dove si poteva tra i vicoli, i gradoni, i portoni e le piazzette; per quegli uomini, ormai demoralizzati, quella che stavano trascorrendo, non fu certamente una notte tranquilla. Sorta l’alba del 1° luglio 1857 nella mente del Pisacane rimbalzò più volte la decisione di poter passare nei territori della Basilicata e quando cominciò a porre delle sentinelle lungo le pendici di monte Melone (1082 m), indugiando troppo nei preparativi della marcia, non ebbe tempo a sufficienza per riuscire a dare una svolta decisiva a quella empasse quando, all’improvviso, cominciarono a udirsi i primi crepitii della fucileria che davano così inizio ad una cruenta battaglia tra i vicoli e le case del borgo.

Colti di sorpresa, i rivoltosi subirono un forte sbandamento che li costrinse a disperdersi per i vicoli, oppure a nascondersi tra i cortili e i portoni di Padula per sfuggire all’assalto delle guardie borboniche e dei civili armati con armi bianche. Pisacane vide una parte dei suoi superstiti dare inizio ad una rocambolesca fuga verso tutte le direzioni possibili. Alcuni si posero in salvo uscendo per lo “Strettolone”, un viottolo molto ripido e angusto che portava fuori dell’abitato attraverso due antiche porte di Padula: “Portella” e “Santo” (o Porta dell’Ulivo); da queste si poteva prendere il largo sia verso la Certosa che in qualsiasi altra direzione del Vallo; mentre altri ancora riuscirono a salvarsi scendendo giù per un burrone che s’innesta alla Via S. Vito Nuovo (oggi Francesco De Santis).

Dentro l’abitato, alla cruenta battaglia seguì una orrenda caccia all’uomo che culminò in una tremenda carneficina. Tra gli sbandati, chi cadde nei viottoli, chi alle porte della cittadina rincorso dalle fucilate sparate da luoghi nascosti o dalle finestre delle case; chi fu colto per le vie e passato per le armi; chi cercò invece scampo nelle case barricando porte e finestre e salendo a sparare fino all’ultima cartuccia ai piani superiori o sui tetti; chi ancora, esaurite le munizioni, si difese fino all’estremo sacrificio usando semplicemente il pugnale. Fu, questa di Padula, la più assurda e incredibile strage di tutto il Risorgimento nelle terre del Sud. Nel frattempo, un centinaio circa di superstiti (tra cui il Pisacane ed altri capi) ritrovatisi giù in fondo al piano e gettandosi di corsa attraverso il Vallo, riuscirono a fuggire verso SW, in direzione di quei monti che si ergono al di là del Calore, propaggini della catena del monte Cervati ai piedi della quale sorge il villaggio di Buonabitacolo.

I superstiti, attraversati il Vallo, superarono il corso fluviale del Calore ritrovandosi presso il Cozzo Panella e da qui mossero verso Sud. Infatti, subito dopo il ponte s’incontra una prima strada e, superandola, si perviene ad una strada interna (466 m) che rasenta le pendici dei monti ai margini sudoccodentali del Vallo. Qui si devia a sinistra e un tratturo conduce in cima al Cozzo Panella (581 m). Da questo punto le intenzioni del Pisacane erano quelle di raggiungere Buonabitacolo e guadagnare una via di fuga che lo avrebbe permesso di riparare nel Cilento interno, ma non fu così! Probabilmente egli, per non essere visto dai borbonici si mantenne a ridosso delle alture boscose trovando sicuro nascondiglio in località Chianedda (692 m) e portandosi in prossimità della Fontana della Vescova (776 m).

Nel tardo pomeriggio del 1° luglio 1857 i fuggiaschi giunsero nei pressi delle alture (Mensa della Torre) che circondano il villaggio di Buonabitacolo; sfiniti, affamati, atterriti per quel che era accaduto nella mattinata, non si reggevano più in piedi dalla stanchezza e cercarono – con ogni forza – di trovare un varco attraverso i monti e penetrare nel Cilento per la via di Sanza. Giunti alle porte di Buonabitacolo (Cappella di Sant’Antonio – 490 m) però, questo manipolo di fuggiaschi, sopravvissuti all’eccidio di Padula, furono costretti a prendere la via dei monti poiché a Buonabitacolo la guardia impedì loro di entrare in paese obbligandoli a dirigersi direttamente verso Sanza. Da qui mossero per aspre selve, sentieri appena tracciati in luoghi impervi e per balze spesso inaccessibili.

La probabile via di fuga attraverso i monti e lungo i valloni dell’interno passò attraverso queste località: Madonna di monte Carmelo (845 m); Vallone del Peglio (508 m); Tempetella (588 m); Fossa la Pecora (982 m); Vallone Valleruca (750 m); spartiacque (1008 m); Vallone Polveracchia (800 m); monte Cariusi (1399 m). Il cammino riprende proseguendo linearmente (direzione NW) lungo le coste sud-occidentali delle Fosse delle Ardechete (1211 m, 1173 m, 1158 m) che si parano in alto a destra; successivamente il sentiero comincia a piegare (1108 m) verso sinistra sfiorando le pendici meridionali del Colle delle Mele (1202 m) e circuendo, dall’alto, l’aspro anfiteatro naturale determinato dal vallone dei Diavoli.

Proseguendo in leggero saliscendi la pista principale giunge presso la Piscina di Polveracchia (1141 – presenza di un rudere). Da qui il sentiero punta decisamente a Sud e avanzando tra rocce e boschetti si tocca prima la Rupe del Cane (1174 m) mentre, a un centinaio di metri più in avanti (1221 m), un piccolo varco sulla destra in alto permette il passaggio che, salendo, conduce direttamente in cima al monte Cariusi. In questo luogo, nella notte tra l’1 e il 2 luglio 1857 giunse la colonna degli uomini del Pisacane sopravvissuti all’eccidio di Padula. Si era alle porte del caseggiato di Sanza, ben visibile in lontananza, ma ormai la stanchezza, il lungo digiuno e la paura fecero cadere nel sonno quel triste e sventurato manipolo di uomini provati nel fisico e nell’animo.

Dal monte Cariusi si guadagna il sentiero che scende e porta direttamente a Sanza. A circa 300 metri s’incontra la Fonte dei Cariusi (1213 m) e fu in questo posto che, probabilmente, il Pisacane decise di abbandonare il sentiero e puntare invece nel vallone che s’apriva giù in basso, verso SE. All’alba del 2 luglio questi scesero verso valle per ritrovare la strada smarrita la sera prima e giunti a meno di un chilometro da Sanza, la guardia urbana locale individuava da lontano i fuggitivi che proseguivano marciando uniti proprio all’altezza del Vallone dei Diavoli in contrada Papaleo lungo le falde di Colle Parmariello (1005 m). In un campo (580 m) di alberi di celso, all’altezza di contrada San Vito, proprio allo sbocco del Vallone dei Diavoli, sorpresi dai borbonici di Sanza, cominciarono a udirsi le prime scariche di fucileria.

I rivoltosi, demoralizzati per le continue sconfitte e distrutti dalla fame e dalla stanchezza, si dispersero scappando all’impazzata verso tutte le direzioni cercando così di correre ai ripari. Il Pisacane, e quel manipolo che restava dei suoi uomini, non risposero al fuoco e vide quella massa inferocita di gente locale armata di falci, rastrelli, forconi, roncole, picconi, pugnali e bastoni avvicinarsi sempre di più. Istintivamente egli, fedele ai suoi principi di non recare alcuna ostilità contro i suoi “fratelli del Sud” e credendo ancora di avere una possibilità di potersi salvare insieme a quelle poche decine di uomini (27 in tutto) rimastigli vicino, in quel drammatico momento, si alzò ritto in piedi, con le braccia conserte e in posizione di attesa.

Fu così, allora (dalle testimonianze raccolte e custodite negli atti processuali) che il Pisacane non fece in tempo che pronunziare una sola parola: “Fratelli…!” che una scarica di fucileria fu riversata contro quel manipolo di disperati. I villici (soprattutto la popolazione locale) eccitati dal fatto che non avevano ormai più un capo che li guidasse, piombarono addosso a quei poveretti e compirono un’autentica carneficina sgozzando e mutilando i poveri resti di quei cadaveri scaraventando i martoriati corpi giù per una scarpata e dando fuoco a ciò che restava degli ultimi componenti della sfortunata “Spedizione di Sapri“.

Fu così, allora, che a Sanza il buio calò definitivamente su una delle pagine più tristi e dolorose della nostra storia risorgimentale qui al Sud. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Piero D’Orsi & ©A. Perciato)

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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