C’è una montagna, nel Cilento, che supera appena di poco i 1700 metri d’altezza; una montagna ricchissima di boschi, ma – soprattutto – anche di presenze che animano le foreste (faggete) sommitali come cervi, lupi e cinghiali; un comprensorio montuoso che da sempre ha fornito la materia prima incrementando quella modesta economia dei circostanti territoti legata alla civiltà dei boschi, in cui uomini e donne hanno saputo trarre fonte di sussistenza per secoli.
Siamo a ridosso degli altipiani della Sella del Corticato, un antico passaggio terreste che metteva in comunicazione i territori impervi del Cilento interno coi paesaggi più dolci e meno aspri del Vallo di Diano. Qui, in prossimità di alcune masserie sparse e circondate (quando è il periodo delle infiorescenze) da un intenso mare giallo e profumato creato dalle immense distese dei cuscini di ginestre sulla sinistra parte, all’altezza di un fontanile, una pista carraia che mena attraverso i boscosi pendii della montagna.
Da qui si comincia a salire attraverso un particolare anfiteatro fatto di verde in cui si rispecchiano sia le propaggini settentrionali della Montagna della Mutola, che si staglia in alto sulla sinistra, sia quelle del monte Motola, poco più su a destra. Man mano che il pendio guadagna quota la pista va perdendo quella caratteristica forma di sterrata che permette anche il transito agli automezzi (fuoristrada), divenendo prima uno stradello e poi un sentiero ben marcato e definito (soprattutto dal transito degli animali al pascolo).
Ed è proprio qui, camminando lungo questa prima fase dell’ascesa e superando i numerosi tornanti che – serpeggiando – introducono alla montagna, se si presta attenzione, scrutando per bene in uno di questi tornanti, al lato sinistro della pista vi è nascosta tra il fitto fogliame di rovi e cespugli, una sorgente captata in un abbeveratoio che ancora oggi (così come ha fatto per lunghi anni) disseta cavalli, muli e montanari, che di qui transitano per andare a far carico della “materia” prima offerta dai boschi: il legname.
Si continua a camminare salendo in direzione SW fino a raggiungere, inoltrandosi nella copiosa boscaglia, in una zona quasi pianeggiante detta Fontanelle (890 m), là dove la pista presenta un percorso che va articolandosi lungo una pietraia, un tratto che rende molto disagevole il procedere. Poco più oltre di questo appena marcato falsopiano appare, improvviso, un pianoro erboso in cui spicca l’edificio in pietra del Rifugio Forestale Fontanelle (quasi sempre chiuso!) mentre, poco più su, compare un abbeveratoio (1369 m) per gli animali al pascolo.
Da qui si prende la traccia di un erto sentiero che mena ad attraversare il bosco (in direzione SSW), in cui non è raro trovare diversi nuclei sparsi di abete bianco, una specie arborea segnalata tra quelle in via di estinzione sulle montagne del nostro Appennino meridionale. Questi esemplari sono sicuramente la testimonianza più evidente di quello che una volta era l’enorme manto boschivo che, anticamente, si presentava molto più esteso andando a ricoprire completamente le fasce di territorio montuoso a quote spesso elevate.
Si transita così in una folta distesa boscosa (ove primeggiano monumentali esemplari di faggio) tenendo sempre in vista, quando la fitta vegetazione lo permette, la brulla cima del Motola che si erge in alto sulla destra. Quando il cammino comincia a divenire più impegnativo per l’erto pendio quasi senza accorgersene ci si trova (1600 m) proprio sotto le pendici rocciose (quelle orientali) della cima del Motola. Qui la vegetazione si presenta ancora più fitta e osservando attentamente intorno, con grande meraviglia, possiamo notare che sono presenti, in quest’angolo di foresta, numerosi esemplari di tasso, bellissimi alberi dalle folte chiome e dal fogliame (aghiforme) ci colore verde scuro.
Volgendo subito sulla sinistra, e seguendo sempre il cammino tracciato dai taglialegna che prosegue per lunghe serpentine, si raggiunge la quota dei 1600 metri. Qui l’erto pendio termina, ed il sentiero leggermente perde pendenza fino ad attraversare una giogaia boscosa che in breve, valicando, conduce in un angolo di paradiso montano davvero unico, bello ed inconsueto. Avanti – lungo le praterie d’altura – si parano numerose conche carsiche (ex glaciali) e inghiottitoi che, ricoperti da prati verdeggianti e circondati dal cupo della boscaglia, creano suggestive cornici paesaggistiche.
Non una traccia (fortunatamente!) che testimoni il passaggio di uomini, il che lascia intendere che in questo luogo la loro presenza è davvero sporadica; solo il fruscio della brezza del vento che agita le foglie, il cinguettio di uccelli da montagna nascosti nella foresta e i grugniti dei cinghiali che riecheggiano nel bosco, sono le uniche “presenze” che ci permettono di godere pienamente così tanta bellezza. Senza molte difficoltà, da questi anfiteatri naturali, e dopo aver percorso ed attraversato anche l’ultima cortina forestale, in breve si superano gli ultimi brulli pendii sulla sinistra ove, aggirati una leggera selletta, il cammino porta a raggiungere la pietrosa cima del monte MOTOLA (1700 m).
Da quassù s’intuisce la magnificenza di questa montagna che emerge da immense distese prative e da un mare di faggete su cui volteggiano liberamente bellissimi esemplari di avifauna locale: gheppi e poiane su tutti, disturbati (forse!) dal passaggio di escursionisti, oppure perchè a caccia di piccole prede come grilli, lucertole o piccoli roditori, oppure ancora, perchè si è entrati involontariamente nel loro territorio. Il bellissimo spettacolo a cui può capitare di assistere, non distoglie affatto dal far scorrere gli sguardi che si perdono oltre l’orizzonte di infinite vedute panoramiche.
La zona sommitale del Motola viene caratterizzata non solo dalle aspre e ripide creste rocciose ma anche dai cosiddetti faggi nani, fusti a basso portamento cespuglioso che sono così modellati (o ricurvi) secondo la direzione dei venti dominanti in quota. Dalla cima del Motola, soprattutto nelle giornate più terse, il panorama è davvero straordinario: vi è il monte Cervati (1899 m), proprio di fronte, a mezzogiorno; più oltre, a settentrione, l’imponente mole calcarea dei monti Alburni; mentre, sullo sfondo verso oriente, gli ampi fazzoletti dei regolari campi che caratterizzano i fertili pianori del Vallo di Diano; e poi ancora, grandi vallate, fittissimi boschi di faggio e bianche creste rocciose.
Da quassù, riuscire a contemplare – in ossequioso silenzio – tutte queste meraviglie paesaggistiche che si alternano, di orizzonte in orizzonte, non fa altro che incrementare quella voglia di natura che negli ultimi tempi ritempra lo spirito di chi – della natura, dei paesaggi, dei profumi, dei colori e dei suoni – ne ha fatto la principale fonte ispiratrice per esaltare il proprio animo e riuscire a connetterlo con gli equilibri del Creato… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)
