Adagiato lungo le pendici meridionali dei monti Alburni (meglio conosciuti come le “Dolomiti del Sud”) sorge l’abitato di Sant’ANGELO FASANELLA (505 m). Il paese trae – sicuramente – l’origine del suo nome dalla vicina grotta di S. Michele Arcangelo e dall’omonimo torrente che, scendendo dagli Alburni, crea fenomeni di carsismo. Tracce storiche indicano che FASANELLA era il nome di una città che fu distrutta da Federico II per punire la famiglia Fasanella che qui risiedeva. Altri studiosi indicano il nome Fasanella come origine di “PHASIS” antica città greca della Colchide, attuale Rio e dall’omonimo fiume che ha origine ai piedi del Caucaso. Sicuramente però, i primi coloni ellenici che – provenienti dalla vicina costa (Poseidonia) – identificarono Phasis in omaggio alla loro madre patria. Nell’800 fu la sede da cui mosse l’insurrezione, nel salernitano, a favore dell’Unità d’Italia.
Il suo circondario offre ampie superfici coltivate a cereali, uliveti e vigneti, oltre che alla pastorizia (produzioni casearie) e alla silvi-coltura (prodotti del bosco). Ma se l’abitato ruota tutto intorno al Castello ducale (privato) di matrice tardo/aragonese, il fiore all’occhiello del paese è – senz’altro – rappresentato dalla splendida chiesa rupestre (riconoscibile per nicchie e altari) collocata all’interno della Grotta di S. Michele Arcangelo, un’antica abbazia dedicata al culto di Santa Maria Maggiore e Patrimonio universale UNESCO. Fondata da uno sparuto nucleo di monaci che qui posero la propria dimora alimentando il culto per l’Arcangelo, in questa spelonca trovò rifugio anche l’intera popolazione quando, nel 1246, Federico II di Svevia, per un rifiuto ricevuto dagli stessi monaci, rase al suolo l’antico abitato. Per una breve rampa in salita si giunge dinanzi all’ingresso che permette l’accesso all’antro ipogeico.
Qui, una volta varcati il bellissimo portale del ‘400, s’apre uno spettacolo della natura – così come dell’arte e della fede – davvero molto bello e suggestivo. La spelonca, abitata già in età paleolitica (ritrovamenti di arnesi ed utensili) fu ricovero per i cacciatori locali che utilizzavano queto antro per gli usi domestici e quotidiani. Ma fu solo molti secoli più tardi che si ebbe la sua scoperta (avvenuta intorno all’XI secolo). Successivamente la grotta è stata più volte rimaneggiata, e – quasi sicuramente – la sua pavimentazione in cotto può conservare ancora sedimenti e depositi di materiali, sicuro spunto per avviare campagne di scavo (e di ricerca) sulle popolazioni che nel paleolitico abitarono le queste zone. La storia ci tramanda l’episodio che vide coinvolto – prima dell’anno 1000 – il principe Manfredo che, causalmente, scoprì la grotta durante una sua battuta di caccia. Fu proprio mentre inseguiva col suo falcone, lanciato all’inseguimento di una colomba, che la stessa trovò riparo in una piccola insenatura nella roccia, una minuscola cavità alle pendici di un costone roccioso.
Il Principe, avvicinandosi, poté avvertire il particolare rimbalzo sonoro dell’eco tale da indurlo a pensare che dentro vi fosse qualcosa – uno spazio o un’apertura – ancora più grande di una semplice cavità nella roccia. Egli decise, con non poche difficoltà, di spingersi sempre più internamente per scoprire cosa si celava. Una volta raggiunto l’interno, si guardò intorno e – alla luce di una fiaccola – rimase colpito dalle enormi dimensioni che la cavità naturale comprendeva. Scrutando attentamente notò, in fondo sulla destra, anche una sorta di altare ricavato nella roccia; un pulpito che sembrava presentare, alle sue spalle, una strana figura come si trattasse di due ali “spiegate”. Questa insolita forma e il colore bianco della roccia calcarea generò nel principe la sensazione di aver visto l’Arcangelo Gabriele. Qui la millenaria storia che ha attraversato queste terre alburnine si fonde con la bellezza naturale delle grotte. Eccoci, dunque, una volta varcato l’ingresso caratterizzato da due leoni (reggi-portale) in pietra, all’interno della Grotta/Santuario.
L’antro ipogeico è suddiviso in due grossi ambienti: quello che si vede appena entrati con antichi altari, sarcofagi, bassorilievi e statue in marmo, e quello che – spostandoci di pochi passi – s’apre sulla destra: l’autentico luogo di culto frequentato dai fedeli ove è posto il principale altare per le celebrazioni liturgiche. Tra portali in pietra del ‘400, affreschi appena sbiaditi e maioliche napoletane dagli intensi colori del XVII secolo, la Grotta è un capolavoro di eccellenze creato dalla continua collaborazione tra una natura, apparentemente inospitale, e l’ingegno artistico dell’uomo. Appena entrati qui possiamo subito vedere, sulla destra, un pozzo con tasselli in ceramica (del 1614) e, più in alto, un’edicola votiva con affreschi (del tardo ‘300) di sicura ispirazione gotica; sull’angolo di fronte, scale e gradini in pietra portano alla tomba (un sarcofago) dell’abate Caracciolo (datato 1585) mentre, infine, numerose altre opere sacre caratterizzano questo particolare luogo che emana un’atmosfera così fortemente mistica, tale da renderlo ancor più ricco di arte, di storia e di fede, mentre spicca – su tutto – la bellissima statua in marmo raffigurante San Michele Arcangelo.
Fuori la grotta il borgo di Sant’Angelo a Fasanella offre ancora tanto da vedere, tutto raccolto sul suo sperone roccioso come uno scrigno di storia contenente una ricchezza di tesori artistici e naturalistici. Oltre alla grotta, qui a S. Angelo c’è ancora da scoprire e da conoscere particolari scorci e luoghi significativi come: la Chiesa Madre di S. Maria Maggiore (inizi XIV secolo) dedicata, anticamente, all’Assunta essa si presenta con navate e altari laterali, tavole e affreschi a raffigurazioni sacre, un coro del ‘500 e un organo del ‘700; il Convento dei Frati Minori Francescani del 1587 ad una navata e tre altari laterali con tele di Madonne e pulpito; la Chiesa del Nome di Dio dedita al culto di S. Bernardino (fine XV secolo) con un particolare soffitto in legno; la Chiesa di S. Nicola di Bari ad unica navata e quattro altari (due per lato) con un coro ligneo e un Campanile a tre ordini; il Convento delle Carmelitane (di cui, oggi, ha la sede il Municipio) ma che fu già monastero di S. Giuseppe e di S. Teresa fondato nel 1727; i ruderi dell’antico sito di Fasanella in località Santa Manfreda e le sorgenti dell’Auso.
Poter camminare attraverso i suoi vicoli basolati; salire e scendere per le incredibili pendenze di rampe coi sampietrini che si alternano ai gradoni in roccia calcarea; riuscire ad alzare lo sguardo sui terrazzini “lobati” che affacciano lungo strettoie ove il sole illumina per poche decine di minuti al dì; poter scrutare le decorazioni di antichi portali in pietra finemente scolpiti con ante in legno che hanno visto lo scorrere dei secoli; oppure passando attraverso supportici e camminare sfiorando antiche mura di abitazioni in pietra; le meraviglie di un antro ipogeico, ricco di bellezze artistiche, dedito al culto dell’Arcangelo Michele… sono tutte sensazioni – queste – che fanno di Sant’Angelo a Fasanella un borgo da visitare con calma, prestando attenzione a far tesoro del tempo che si ha a disposizione. Non una fugace toccata e via, non un superficiale giro per vetusti palazzi, ma un approfondimento attraverso le molteplici bellezze storiche, geologiche e architettoniche del paese. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)
