Camminare attraverso il “cuore” di quello che fu uno tra i più grandi teatri di guerra degli scontri bellici del Primo Conflitto Mondiale che vide fronteggiarsi soldati italiani ed austro-ungarici, ha un qualcosa di incredibilmente irresistibile. Lasciare le proprie impronte lungo i sentieri di questo monte Paterno, i suoi tornanti, i resti di fortini, le buche di trincee e le caverne in cui hanno camminato e vissuto militari di entrambi gli schieramenti, ci riporta alla mente di quanta straordinaria bellezza naturalistica e paesaggistica riuscirono a godere quelle migliaia di giovani soldati che erano li – su questa linea di confine – a tenere le posizioni ben salde e a cercare di non farle cadere in mano del nemico.
Siamo al cospetto di quelle che sono – a ben ragione – considerate le montagne più belle del mondo: le Drei Zinnen (le Tre Cime di Lavaredo) che abbiamo già conosciuto (e percorso) per mezzo del suo itinerario a circuito che ne cinge le pendici in un periplo da mozzare il fiato. Questa volta siamo ancora a percorrere un circuito, ma di una tra le più importanti (e imponenti) montagne del gruppo dolomitico: il monte Paterno che si erge – solitario e immerso all’interno di un contesto roccioso selvaggio e silenzioso – tra le più belle cime di tutte le Dolomiti.
É un itinerario, questo, che offre numerosi spunti sia naturalistici e paesaggistici, che storico e culturali. Ampi ghiaioni ricolmi di ciottoli e detriti che lambiscono il bordo del sentiero stesso, conoidi che si innalzano verso le alte creste e una serie di piccole insenature, che al loro interno ospitano interessanti spunti per climber e rocciatori. La Prima Guerra Mondiale qui ha lasciato, in questi territori, segni e ferite ancora profonde. La linea del fronte austro-italiano passava proprio sulle creste delle montagne che circondano tutto l’orizzonte, laddove i resti di trincee, camminamenti sotterranei, monumenti commemorativi e reperti sono ancora ben visibili.
Muovendosi dal Rif. Lavaredo si segue la larga pista che sale verso la Forcella di Lavaredo fino a giungere, in breve, in prossimità dei resti di un fortino della Grande Guerra; qui si prende a destra per avvicinarsi in prossimità del Lago di Lavaredo (2054 m, uno specchio d’acqua misurato e dalle ridotte dimensioni, piccolo miracolo della natura) sulla cui superficie si riflette la “triade” delle cime più orientali del gruppo delle Tre Cime di Lavaredo ossia la “Piccola”, la “Punta di Frida” e la “Piccolissima”. La figura del Rifugio in lontananza si fa sempre più piccola, fino a divenire un tutt’uno con la natura circostante ove si confonde con i massi rocciosi sparsi tra questi verdi prati appena pennellati dalle piccole radure alpine.
Senza esitare, si prende un nuovo sentiero che immette – con una full-immersion – nel silenzio e nella solitudine più assoluta. La discesa, su per una larga mulattiera che degrada lungo i fianchi della Croda del Passaporto, aggira la Torre Tito per giungere – infine – alla base del Ciadìn del Passaporto (Passportenkofel, 2719 m). Durante la discesa, laggiù in basso verso destra, s’apre il vasto terrazzamento pascolivo del Pian di Cengia Basso mentre, verso oriente, emerge maestosa la bastionata della Croda dei Toni. Questo piccolo pianoro accoglie, in un leggero avvallamento al suo centro, uno specchio d’acqua che – riflettendo le aspre cime che si stagliano sull’orizzonte – forma un palcoscenico naturale di grande effetto visivo.
Nella Val di Cengia, raggiungendo il Pian di Cengia, si risale su una comoda mulattiera militare che ci permette di superare un gradone e, dopo aver superato una breve discesa, raggiunge il pianoro dove si trova il laghetto di Cengia incastonato in uno spettacolare scenario naturalistico e ambienta-le difficile da dimenticare. Presso un masso che emerge dall’acqua una breve sosta consente di al-lungare lo sguardo lungo bastionate rocciose e praterie d’altura con fazzoletti erbosi che, tra piccole fioriture che resistono alle intemperie, s’aprono tra le rocce in cui riescono a trovare vita; piccoli scorci paesaggistici in cui poter incorniciare la giusta scenografia in un panorama molto simile ad una meravigliosa platea naturale.
Proseguendo sulla sponda sinistra del laghetto si incontra il “monumento” eretto per la commemorazione di 12 artiglieri morti in una valanga il 25 febbraio 1916. Subito dopo si risale con ampi tornanti che serpeggiano lungo una faglia ghiaiosa fino al bivio che – sulla destra – porta al bivacco De Toni. Il percorso prosegue, invece, più avanti ove passa accanto a diversi ruderi (profonde buche di gallerie e trincee scavate nella roccia) militari della Grande Guerra; qui non è raro scorgere, tra zolle di terra rimosse e i fasciumi d’erba, le marmotte che – incuriosite – sbucano tra le pietre di questi ruderi richiamate dal rumore dei nostri passi sul sentiero. Più in là, poco sopra il nostro orizzonte, comincia a scorgersi la Forcella di Cengia.
Raggiunta la Forcella Pian di Cengia si prosegue a destra per un sentiero roccioso che – a tratti lungo una passerella in legno – si alterna con un bordo (sx) addossato alla parete rocciosa e con uno strapiombo (a dx) che che sprofonda in basso. Giunti in prossimità di un crocefisso in legno il panorama va ulteriormente allargandosi lungo una skyline montuosa composta da cime come il: monte Rudo, la Croda dei Rondoi, la Torre dei Scarperi, la Torre di Toblin, le cime Bulla e Piatta della Roccia dei Baranci. Dopo una breve salita e una cengia attrezzata si raggiunge finalmente il Rifugio Pian di Cengia (2528 m) entrando, ufficialmente, in territorio altoatesino.
Il Rifugio Pian di Cengia si incastona su di un piccolo pianoro ed il contesto paesaggistico in cui giace sembra di essere avvolti da un tempestoso oceano composto da rocce e profondi baratri. all’interno di questo mare di roccia. Il rifugio è completamente costruito in legno; esso vanta davvero una posizione privilegiata, incastonato com’è fra le rocce dolomitiche e circondato da un panorama che di più belli è difficile trovarne; al suo interno, tra una bevanda calda e i dolciumi preparati da poco è possibile godere di una vista su di un paesaggio tra i più incredibili al mondo, proprio nel cuore delle Dolomiti tra Alto Veneto e Trentino.
Si ritorna nuovamente presso la Forcella Pian Di Cengia e qui, ora, il paesaggio mura radicalmente: s’apre, poco più avanti, un tratto di sentiero molto spettacolare. Esso scende vertiginosamente lungo versanti e doline attraverso una bellissima gola al cospetto di grandi pareti rocciose che offrono punti panoramici verso settentrione, dove s’impenna una di vette e cime rocciose di una spettacolare bellezza quasi indescrivibile. Laggiù in fondo è già ben visibile uno specchio d’acqua che va dal blù intenso al verde giada e che riflette, in modo del tutto naturale, i verdi alpeggi che lo circondano e le guglie che s’impennano creando, così, una cornice naturale di grande effetto visivo.
Laggiù, nel fondo, si comincia ad intravedere la piccola sagoma del celebre Rifugio Locatelli, continuando sempre a camminare lungo il ghiaione settentrionale del monte Paterno. Ora da qui il paesaggio sembra definitivamente mutare ad ogni passo, offrendo – di volta in volta – vedute e scenografie ambientali di pura magia: un incredibile susseguirsi, che al tempo stesso è intriso di maestosità e romanticismo, di vette dolomitiche, con tappeti erbosi che, a malapena, ricoprono lo spazio fra le bianche rocce, con una intricata rete sentieri che conducono in più direzioni, tra nuvole danzanti, piccole lingue di neve e ghiaccio permanente e specchi lacustri intrisi di magia incanto.
Dopo ripetuti e interminabili saliscendi ove – spesso – volgendosi all’indietro ci si rende conto della maestosità dei versanti settentrionali di questo monte Paterno, si sbuca finalmente presso l’Alpe dei Piani ove i due specchi lacustri (di Bodenseen, 2340 m) che si stagliano laggiù in fondo a destra, da sempre rappresentano una delle più iconiche, belle e conosciute “cartoline” in cui giace il Rifugio Locatelli; se tutto ciò non è una delle tante visioni del Paradiso, accostare tutto ciò ad uno dei “Tre Regni” non può essere considerato blasfemia! Da qui si affronta l’ultimo tratto in salita, corto e leggero ma non faticoso, che offre uno degli ultimi istanti di silenzio, di pace e di tranquillità prima di giungere a ridosso del Rifugio (2450 m).
Qui, tra queste cime che hanno visto immolare la vita di centinaia di giovani soldati per difendere pochi metri di terra lungo i confini, ancora oggi è possibile vivere pienamente l’avventura e le emozioni offerte dalla montagna per mezzo dei suoi silenzi, dei suoi colori, delle sue atmosfere, ma soprattutto anche dall’accoglienza e dal calore delle popolazioni che le abitano e le vivono, nella tranquillità di luoghi esclusivi ricchi di fascino, storia e meraviglia. La montagna non è solo aspra natura e ambienti selvaggi; qui ogni roccia racconta più di una storia, dalle esaltanti sfide alpinistiche per la conquista delle cime più ardite, alle tragiche sfide tra gli uomini contese a colpi di cannoni e baionette. (testi ©Andrea Perciato; photo ©A. Perciato)
