Val CODERA (SO)… una “leggendaria” valle nel cuore delle Alpi Retiche

Tra le Alpi Retiche centrali giace una valle, molto simile per natura e ambienti, a tante altre che si ramificano lungo i versanti alpini; ma questa in particolare – conosciuta come Val CODERA – conserva un fascino tutto particolare perché intrisa di storia e di avvenimenti che l’hanno resa, nel tempo, leggendaria! Esplorando la Val Codera è come immergersi in una particolare esperienza che ci condurrà alla scoperta del mito e della leggenda delle “Aquile Randagie“, della loro clandestinità tutelata dal “Baden” e da “Kelly”; della infaticabile e sempre disponibile (oggi non più tra noi) Romilda; dei contrabbandieri e dei rifugiati/profughi politici… e ancora tante altre storie! Un luogo magico, ricco di fascino; laddove ogni pietra, ogni albero, ogni ruscello, ogni alito del vento parla di avventura, di amicizia, di condivisione! Un’avventura che, per chi la vivrà, rimarrà per sempre scolpita… nel cuore!

Oltre alla struggente bellezza dei luoghi, dei panorami e dei paesaggi alpini, l’alone leggendario di cui è intrisa questa valle, offre di camminare andando alla scoperta, delle tracce e dei segni, lasciati delle mitiche “Aquile Randagie”. Qui – in questa valle – un gruppo di adolescenti (scout cattolici dell’ASCI) che disse no al Fascismo, datisi alla clandestinità, nel 1935 era sovente, il sabato sera, prendere l’ultimo treno che da Milano giungeva a Colico alle 20.00 di sera. Qui, dalla stazione iniziavano un lungo cammino a piedi (14 km circa) fino a Novate Mezzola per poi prendere l’arduo pendio roccioso fino a giungere nella Val Codera e terminare la salita (in 3 ore) alla Capanna Brasca, ove stabilirono il loro nascondiglio ideale e adottarono un nome che li avrebbe trasformati in leggenda: le “Aquile Randagie”.

L’unica valle di tutto l’arco alpino – al centro di un autentico paradiso fatto di pietra, di profumi e di silenzi – senza la presenza di strade asfaltate e raggiungibile solo a piedi o in elicottero. É questo il biglietto da visita per chi desidera avventurarsi nell’ascesa alla conoscenza ed alla scoperta della Val Codera. Ma questa è una storia che parte da ben oltre 40 anni fa. Era il settembre 1983, e mi trovavo a camminare – per la prima volta – attraverso un paesaggio mai visto fino ad allora: circondato, letteralmente, da quelle che io ho sempre considerato, le montagne più belle (oltre a quelle dell’Himalaya o delle Ande) al mondo e che non avevo ancora calpestato coi miei scarponi: le Alpi. 40 anni fa ero lì per vivere una importante esperienza di “vita” e di “formazione” scout, e di trekking (almeno in Italia, fino ad allora, ancora non si conosceva bene cosa fosse e cosa potesse significare questo termine!)

La Val Codéra è una delle più belle, selvagge e incontaminate di tutta la Valtellina. Il percorso che sale direttamente in Val Codera parte dal comune di Novate Mezzola (Sondrio), dalle sponde dell’omonimo lago situato all’estremità settentrionale del lago di Como. La valle è nota come uno dei più begli esempi di valle alpina preservata nel suo aspetto originario grazie all’assenza di strade: è infatti ancor oggi servita solo da una mulattiera. Raggiunto un piazzale sterrato in località Castello, sono ben visibili le indicazioni per Codera che, per alcuni gradoni, salgono alla sinistra, in corrispondenza dell’inizio del sentiero (fontanino); un percorso che s’apre tra ampi scorci panoramici sui laghi di Como e di Mezzòla, sale per la “Mulattiera delle Scale”, duemilacinquecento scalini che si inerpicano sui ripidi versanti attraversando boschi di castagni, eriche, betulle e frassini, tra i numerosi tornanti, le gigantesche muraglie in granito e i profondi precipizi che rinchiudo (alla vista, e proteggono) la valle proprio come una fortezza.

Il primo tratto dell’impervia salita – che termina poco prima dell’abitato di Codera – si presenta molto impervio. La pendenza del sentiero è piuttosto sostenuta e i tornanti, che sembrano non finire mai, si fanno sempre più articolati; i resti arrugginiti di un vecchio scavatore abbandonato compaiono, improvvisamente, sulla sx accanto alla parete rocciosa. Più avanti si attraversa un castagneto fino a raggiungere una cappella da cui si può godere di uno splendido panorama sugli specchi lacustri di Mezzola e, più oltre, di Como circondati da imponenti montagne come il Legnone; più sotto scorre, in una stretta e profonda forra, il torrente Codera di cui si avverte l’eco dello scrosciare dell’impetuosa corrente. Si continua ancora per una ripida scalinata che porta tra le prime case del piccolo villaggio (abbandonato) di Avedeé (m 790); lungo il sentiero, che da qui diviene pianeggiante, si scorge la piccola chiesetta di Sant’Antonio.

Continuando a salire si passa sotto un paramassi, conosciuto come “Grondan dal mut” da dove gronda acqua tutto l’anno. La valle è importante per il suo patrimonio floro-faunistico; di grande interesse naturalistico tra le specie floristiche si evidenziano quelle tipiche di un clima mediterraneo, come la ginestra, e quelle più propriamente alpine, come il rododendro e il pino mugo. La presenza del torrente Codera, che attraversa la vallata e scorre laggiù in fondo a sinistra, ha un’importanza fondamentale per il mantenimento di questo ampio e complesso ecosistema. All’esterno di un tornante, accanto a un cartello e posto su una roccia, troviamo una piccola croce – completamente avvinghiata da molteplici fazzolettoni multicolorati – in memoria di uno scout che qui, per un incidente, ha perso la vita. Ormai Codera è vicina e sulla destra troviamo una piccola croce con una cappella affrescata (Madonna e Santi) con alcuni scheletri che ammoniscono: “Ciò che noi fummo un dì voi siete adesso, chi si scorda di noi scorda se stesso“; subito dopo, alla destra, compare il piccolo cimitero di Codera.

Superati alcune cappelle votive ed il piccolo camposanto, un lungo muro in pietrame compare sulla sinistra e lascia scorgere, poco alla volta, l’erto campanile di Codera che s’impenna proprio lì davanti a noi. Eccoci alla soglia d’ingresso nella piazzetta ricoperta d’erba prativa, di CODERA; costeggiando l’imponente campanile staccato dal corpo della chiesa di S. Giovanni Battista eretta nel XVI secolo, con uno sguardo si riconoscono le vecchie case del villaggio di Codera, mentre a destra c’è il Rifugio “La Locanda”. Scoprire uno degli ultimi paesi raggiungibili solo a piedi o in elicottero, e l’architettura di antichi nuclei costruiti utilizzando il granito sanfedelino. Ci porta a conoscere questo piccolo gioiello di architettura rupestre, nascosto nel cuore di una valle dal fascino wilderness, tra rocce, laghi e montagne. Proprio alle rocce si associa l’etimologia del nome. Secondo la tradizione che si tramanda da generazioni, Dio, quando creò il mondo, si vide avanzare un mucchio di pietre e le distribuì tra gli uomini in questa valle. Le case sparse un po’ alla rinfusa nella valle utilizzarono questo “dono” piovuto dal cielo, per cui Codera/Coeder deriva da “cote” sta per masso.

Qui a Codera il grande protagonista è il “sanfedelino”, il granito chiaro con cui sono state erette la maggior parte delle case della valle. In queste zone della Valtellina e della Val Chiavenna i locali estraevano il granito per le loro necessità già fin dall’XI secolo. Per molti anni il “picapréda” (colui che picchia/scalpella sulla pietra, gli scalpellini che per oltre un secolo hanno estratto granito per portarlo sulle strade di Milano, Piacenza, Bologna e Parma) fu un mestiere marginale poichè l’intera comunità traeva sostentamento per vivere dal taglio dei boschi, dagli allevamenti degli alpeggi, e dall’agricoltura. I balconi e i terrazzini fatti in pietra con balaustre in legno finemente decorati che, sporgendosi, si affacciano su stretti viottoli oppure sui rigogliosi orti terrazzati dove crescono patate e fagioli, orzo, segale, granoturco danno al villaggio quell’immagine bucolica di un passato che qui, tra queste montagne, non è mai andato via.

L’economia del piccolo nucleo abitato di Codera si regge su agricoltura e turismo; una volta qui, proprio nella piazzetta, c’era anche un anziano “artigiano dei boschi” che realizzava (e vendeva ai tanti escursionisti di passaggio) bastoni da montagna ricavati dai rami di betulla. Famoso per tutto l’Ottocento grazie all’estrazione del granito, oggi Codera è un vero e proprio gioiello tutto da custodire e proteggere. Attraversare le sue strette viuzze, le rampe in pietra e i suoi profumati giardini, si avverte l’impressione di essere come in una cartolina: la sua piccola scuola, il vetusto ufficio postale, i lavatoi in pietra, i tetti spioventi di lastre in granito/ardesia che poggiano su loggette in legno, incorniciano questo particolare luogo in cui gli unici rumori (o suoni) che si avvertono sono quelli dell’acqua e del vento. L’atmosfera che aleggia intorno sembra alternarsi tra una fiaba e le ovattate sensazioni di benessere e tranquillità che solo un villaggio come questo riesce ad offrire: qui tutto si è conservato nei secoli grazie all’isolamento che ha preservato il centro abitato dal passaggio di eserciti e contrabbandieri sulle vie di fuga attraverso i valichi di montagna.   

Uscendo dal paese di Codera, la valle si apre nel frastuono dell’acqua ove l’escursionista ha la possibilità di poter trovare sempre e ovunque acqua lungo il cammino e, soprattutto nei mesi più caldi, anche la possibilità di poter effettuare un bagno nelle fresche pozze che si trovano poco fuori a monte del paese. Poco dopo raggiungiamo un’altra fontana mentre un cartello indica, sulla destra, la ex “Centralina” che un tempo conteneva le turbine che fornivano energia elettrica a Codera; oggi questa viene utilizzata (e gestita) dagli scout come campo base per le proprie attività. Da qui in poi il sentiero attraversa le baite di Tiune (tiunée, da tiùn = pino silvestre), i casolari di Beleniga (belénich), il maggengo di Saline (1085 m); tutto luoghi, questi, che un tempo erano abitati tutto l’anno dai “picapréda” e che oggi sono frequentati dalle terze generazioni di chi estraeva granito o dagli scout, che qui ritornano per onorare (e conoscere e riscoprire) le leggendarie gesta della mitica squadriglia di esploratori delle Aquile Randagie, un gruppo di scout clandestini la cui storia risale al periodo del fascismo.

Subito dopo ha inizio una strada sterrata, di recente costruzione (e peraltro incompiuta!) che percorre la parte superiore della vallata, a volte costeggiando il vecchio sentiero e – spesso – sovrapponendosi allo stesso; un incredibile scempio utilizzato da qualche moto enduro (per chi vive quassù durante l’estate) portata fin qui dall’elicottero. Le baite senza riscaldamento ed elettricità punteggiano la mulattiera: sullo sfondo si scorge il pizzo Barbacan e l’omonimo passo (2598 m), che interseca il Sentiero Roma. Di tanto in tanto si incrociano, sulla pista, delle canaline in legno poste di traverso al percorso, utilizzate per lo scolo delle acque piovane. Tutt’intorno ci sono dei massi mentre la vegetazione è ormai ridotta a qualche sporadica betulla; un ruscello attraversa la sterrata passandole sotto in un tubo. All’altezza della cappella del Sabiun, situata all’ombra di un acero in una zona fresca in quanto battuta dalla corrente d’aria proveniente dalla gola della Balèniga, si sale a sinistra per un sentiero che attraversa il torrente con un ponticello traballante lungo, stretto, con due funi ai lati come protezione e un tubo nero sospeso sul lato destro che passa per le vecchie case dei villaggi (ormai completamente disabitati) di Saline e Piazzo per poi scendere fino a ritornare sulla sterrata.

Ormai la valle (la parte alta di Codera, il suo cuore/polmone fatto di boschi e di creste rocciose protese nel cielo da incredibili pareti, comincia ad aprirsi in tutta la sua ampiezza, offrendo – agli occhi – tutta la sua magnificenza con le aspre vette del Pizzo Ligoncio e la Punta Sfinge. Superate una serie di case dirute ed orti sparsi quasi in piano, tra l’erba di un prato, aggirando il piccolo borgo di Piazzo, proseguiamo tra gli alberi, in prevalenza larici, e piccoli prati, fino a raggiungere Stoppadura dove troviamo delle case di pietra, quasi tutte ben sistemate, e una fontana con vasca in legno (1180 m). Qui, nelle vicinanze, si ergono due curiosi segnavia con tettuccio in legno che indicano la direzione per il Rifugio Bresciadega (5 minuti) di cammino ed il Rifugio Brasca (30 minuti). Raggiunti finalmente il pianoro ove sorge l’abitato di Bresciadega (1214 m), il primo edificio che compare sulla destra è il Rifugio Bresciadega, magistralmente gestito dalla famiglia della guida alpina Tarcisio Nonini ed oggi diretto da sua figlia Marisa; nel suo antistante spazio si erge una cappelletta ed una panca in pietra ove fare piacevoli soste prima di andare alla scoperta, esplorazione e conoscenza di questa incantevole valle.

Una sosta al rifugio Bresciadega ritempra le forze dalla fatica fatta per raggiungere l’alta valle e nutre/alimenta il corpo con cibi e pietanze genuine preparate al momento come zuppe (ricavate dagli orti locali), decotti, e polente nonché i succulenti “pizzoccheri” che gustati quassù, tra queste aspre cime, sono una specialità unica. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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