La Valleè, Aosta: al villaggio di Chamerod, “Tsamiou” (in dialetto locale “patois”)

Siamo a QUART, un grappolo di case distribuite in micro villaggi che si alternano ai campi “terrazzati” che s’affacciano – alle porte di Aosta, nella Valleè – lungo la sinistra orografica della Dora Baltea. Circondato dai profili rocciosi di bellissime montagne Quart, a poco più di 530 metri d’altezza, viene attraversato dalle “serpentine” di una strada che sale fino a condurre intorno ai 1500 metri d’altezza.

Per chi si trova a trascorrere periodi di vacanze da queste parti, suggerisco di andare a conoscere, con una bella, e non difficile, escursione quelli che sono – giunti fino ad oggi – i resti di antichi villaggi in pietra, che da sempre hanno retto l’importante economia agricola ed agro silvo/pastorale della località; ben nascoste alla vista da queste vallette laterali, i ruderi di queste case in pietra sorgono, quasi per incanto, in particolari cornici paesaggistiche davvero uniche e molto belle.

Lasciando le ultime case isolate del villaggio di Morgonaz, a 1205 m d’altezza, si passa per prati irrigui a foraggio. Mentre si sale per alcuni tratti – inizialmente asfaltati – di strada sterrata, trasformati subito dopo in interpoderale, qui i marcati segni di piste carraie lasciano intuire che quassù si sale con mezzi agricoli. Si segue il segnavia giallo (sentiero n.1) incamminandosi su una strada poderale, che poi diventa un sentiero poco segnato, lungo i tornanti che offrono vedute sulla bellissima skyline di cime che irrompono sulla Valleè.

Superate ampie macchie boschive si lasciano, sulla sinistra, i pascoli “mayen” (termine locale paragonabile all’italiano “maggengo”) de Les Ayettes, si superano le poche costruzioni di Borelly, da cui – successivamente – il sentiero ascende per entrare nell’omonima foresta. Poco prima di entrare nel bosco (composto da una pineta di pino silvestre mista a qualche latifoglia), si scorge, ai margini della poderale, l’antico canale del “Ru du Seigneur”, vecchi solchi di canali irrigui presenti in zona, adiacenti al percorso della Via Francigena.

Qualche tratto di sentiero che si distacca dalla pista principale va trasformandosi, subito, in antica mulattiera dove l’erba del sottobosco riacquista il suo spazio facendo intuire che questi luoghi sono – ormai – abbandonati da tempo. Ci troviamo nelle vicinanze dell’alpeggio di Cénevé, ove a tutt’oggi pascolano ancora decine di vacche autoctone. Questo percorso avviene nel silenzio più assoluto, non essendo troppo frequentato; il sentiero viene comunque utilizzato dagli allevatori locali per la cura del bestiame bovino.

Improvvisamente, laddove la valle sembra chiudersi, la traccia di un buon sentiero si stacca sulla destra e conduce, poche decine di metri più in basso, tra le prime case del villaggio abbandonato di Chamerod (1615 m). Nel più assoluto silenzio, rotto solo da leggere brezze di vento che serpeggia tra le pietre, agitando il copioso fasciume degli alpeggi tutt’intorno, scopriamo questo antico insediamento sorto ad opera di popoli di matrice celtica (i Salassi), appartenenti alla “cultura di La Tène”, formatasi a nord delle Alpi intorno al VI sec. a.C..

Probabilmente qui preesisteva una rete di insediamenti già abbondantemente attivi durante il Neolitico, ma è solo dal basso Medioevo in poi che il villaggio, nonostante la quota in cui giace, fu abitato permanentemente, durante tutte le stagioni dell’anno. Successivamente al termine del secondo conflitto mondiale, dovuto anche a causa della grande accelerazione economica, il luogo è stato poco alla volta abbandonato divenendo, inizialmente, un sicuro luogo di appoggio per praticare l’alpeggio estivo.

Ed è proprio con questa costante attività che si ottiene la produzione di foraggio e – successivamente – sfruttando questi ripari come occasionale luogo di produzione di formaggi (la “fontina” su tutti). Giunti in tempi recenti, alcune di queste case sono state usate come riparo dai occasionali cacciatori in autunno; mentre durante i periodi più freddi, quando tutto intorno è gelo e neve, capita spesso che i grossi erbivori della zona (come caprioli e camosci) utilizzino queste mura in pietra come riparo di fortuna e giaciglio temporaneo.

Ma questo villaggio fantasma di Chamerod non è l’unica sorpresa di questa valletta. Oltre ad aver avuto l’opportunità di immergersi nella copiosa natura che circonda il luogo e compiere un tuffo nel passato, la bellezza che si contempla di questo paesaggio, rurale e selvaggio al tempo stesso, viene valorizzata dalle interessanti costruzioni in pietra che compongono le case del villaggio e dai loro significativi particolari architettonici (elementi rurali tipici della cultura valdostana), che ormai restituiscono un interessante villaggio fantasma.

Lasciati alle spalle il “villaggio fantasma” di Chamerod, risalendo per qualche centinaio di metri ancora lungo la pista principale, si giunge in prossimità di un bel casolare: le “Preilless”; un tipico casale alpino, tutto costruito in pietra, ove le tradizioni, gli usi e i costumi della cultura (e non solo) valdostana, vengono qui esposti per la gioia di chi riesce a raggiungere questi luoghi isolati, meravigliosamente incastrati in una natura selvaggia e accogliente, laddove si viene piacevolmente accolti dalla famiglia che vi abita solo nei periodi estivi.

Essere accolti in questa baita è come essere proiettati nel tempo indietro di secoli: suddivisa su due livelli, la casetta presenta un bel camino al piano terra, ricco di utensili e attrezzi per lavorare la terra e recipienti (in stagno e rame) per raccogliere e trasportare sia il latte che l’olio; un fiasco fa bella mostra di sé, mentre un paio di vecchi scarponi in cuoio da montagna e le gigantesche corna di cervo (i palchi) abbelliscono la parte alta del camino. La pavimentazione in legno e la controsoffittatura con travi a vista sono le gemme del piano superiore.

Qui il pane si produce ancora come un tempo; nell’angolo predisposto a cucina c’è un grande albero (asse di legno) a “pila” con numerosi tronchetti su cui vengono appoggiati e fatte asciugare le forme delle “panelle” appena uscite dal forno. Queste, poi, vengono tagliuzzate con un particolare arnese che rende le panelle in tanti tozzetti di grano duro da consumare coi piatti tipici della tradizionale cucina povera dei montanari; ciotole ricavate dal legno vengono utilizzate come piatti per contenere e consumare le pietanze.

Fuori, al riparo della canicola estiva che anche qui in montagna fa percepire le sue elevate temperature, in un angolo compare una slitta che viene utilizzata per il trasporto (principalmente di legname, ma anche di altro materiale) lungo gli erbosi pendii sfruttando le pendenze di questi mentre dall’altro lato, al fresco di una tettoia con lastre di ardesia sorrette da tronchi in legno, fa bella mostra un tavolo in pietra con due bicchieri e una bottiglia di rosso (quello buono); argomenti – questi – che aprono un dialogo, consolidano rapporti e rafforzano una conoscenza perché qui, nella Valleè, l’ospitalità è un valore aggiunto… qui, nella Valleè, l’accoglienza è un piacere! (testi e photo ©Andrea Perciato)

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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