Calpestare il tracciato originario di un’antica arteria romana, divenuta – da qualche giorno – Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO, attraverso un ambiente bucolico dalle numerose sfaccettature paesaggistiche (con la piana alle spalle e un valico dinanzi) caratterizzate dal carsismo che nei secoli ha prodotto doline, rocce arrotondate e una numerosa serie di grotte sotterranee, valloni e pozzi, risulta essere davvero una piacevole emozione che affonda le proprie sensazioni in un allegorico viaggio attraverso il tempo e la storia in cui i protagonisti assoluti sono due: l’uomo e l’antica strada. Ma la storia ha origini molto più dirette e profonde…!
Fondi (LT) nel basso Lazio, per chi ancora non la conosce, è una bellissima cittadina, già preesistente alla fondazione di Roma; un piccolo scrigno che raccoglie al suo interno bellezze artistiche, storiche, architettoniche, culturali e religiose di pregiato valore come il suo caratteristico centro storico, lastricato dal bianco calcare dei basoli; il castello baronale Caetani, composto da un “maschio” con i suoi imponenti torrioni merlati in forma cilindrica, sede del museo civico; la sua via centrale attraversata dalla storica arteria della via Appia; le varie chiese tra cui spicca il bellissimo Convento Francescano con la facciata sorretta da tre archi gotici, il portico d’ingresso ed il pittoresco chiostro; le Terme Romane; la Cattedrale di San Pietro; la Collegiata di S. M. Assunta ed altre ancora.
Siamo nel Parco Regionale dei monti Aurunci, nel basso Lazio in provincia di Latina, e dopo aver apprezzato le bellezze offerte dalla cittadina, si esce da Fondi proseguendo verso sud, in direzione Itri fino a raggiungere – dopo un lunghissimo tratto che ripercorre la Statale n.7 – l’imbocco, sulla destra, che immette sul tracciato della storica via Appia con l’obiettivo di svalicare oltre la gola che s’intravede sullo sfondo. In meno di dieci minuti, lungo uno sterratino (tratto sel-ciato d’origine borbonica) che attraversa appezzamenti ulivati, si giunge all’Epitaffio spagnolo, fatto erigere nel 1568 dal duca De Ribera, vicerè di Napoli, e che ricorda gli interventi di restauro su questo antico tratto della Via Appia commissionati da Re Filippo II det-to il “cattolico”; nelle vicinanze, il ponte costruito nello stesso anno per agevolare il transito sulla “Regina Viarum”.
Varcato il ponte, ancora non si avverte l’incredibile suggestione offerta da questo tratto di strada, tra sparsi agrumeti e terrazzamenti ulivati con la sporadica presenza di mucche al pascolo. Qui le pietre, il lastricato offerto dalla pavimentazione in basoli romani – inizialmente in calcare e, successivamente, in travertino – ha visto il transito di viandanti, pellegrini, eserciti e pastori transumanti, nonché lo scorrere di carri di ogni genere dal commercio di prodotti locali, dai tessuti alle spezie, dai pellami ai monili, dai manufatti alle semine, e tanto altro ancora. Eccoci, allora, camminare lungo i primi metri della più famosa strada d’epoca romana: quella “Regina Viarum” (la regina delle strade) universalmente conosciuta come la Via Appia nel suo tratto meglio conservato a sud dell’Urbe.
Osservando attentamente gli irregolari lastroni della pavimentazione, è facile individuare le “sostituzioni” (prima spagnole e, successivamente, borboniche) delle pietre calcaree con il basalto vulcanico e marmo, strutture lapidee ben più resistenti e durature nel tempo. L’Appia fu realizzata dal console Appio Claudio nel 312 a. C. e l’arteria divenne ben presto la “Regina Viarum”, la più importante via di transito, collegamento terrestre e canale di comunicazione tra Roma e le città meridionali dell’Impero, nonché con la Grecia ed il lontano Oriente. Ciò che ha attraversato i millenni, ha resistito nel tempo e ancora oggi quel che resta dell’antica via è che essa si presenta ampia, con il lastricato in basalto che copre buona parte del tracciato.
Così, mentre la strada, da nord a sud, ascende dolcemente risalendo in direzione della stretta gola di Sant’Andrea, ecco ergersi – sulla sinistra al lato della strada – un “miliaro” (il 36°) d’epoca borbonica che lambisce un tratto di lastricato in basalto posto dall’imperatore Caracalla nel 216 d.C.. Qui siamo proprio nel tratto più largo (4 metri circa) e meglio conservato della strada, un margine tale da consentire il transito di due carri nonché dei marciapiedi in terra battuta posti ai lati della stessa; mentre poco più su camminiamo anche su vari tratti di lastricato d’epoca rinascimentale e borbonica riconoscibili per la forma rettangolare e più regolari delle lastre lapidee. Una intensa macchia mediterranea caratterizza la natura che circonda e avvolge, questo tratto di strada.
Continuando a salire, poco più avanti sulla destra, sono possibili scorgere i resti – ben visibili – delle mura perimetrali (realizzate in “opus reticolarum”) che ci invitano alla scoperta di una delle antiche stazioni di sosta e servizio, risalenti al I secolo a.C. e poste lungo la strada; ambienti composti dai resti (“opus incertum”) di una cisterna per la raccolta dell’acqua, che garantiva acqua per tutto l’anno, con accanto ciò che doveva essere una struttura d’accoglienza in uso fino al Medioevo; sicuri punti di riferimento questi, dette anche “poste”, luoghi che servivano a messaggeri e viandanti per garantire loro riposo e approvvigionamenti e per poter cambiare i cavalli esausti durante il lungo viaggio di spostamento.
Il nostro tuffo nel passato, camminando semplicemente a passo d’uomo attraverso la storia, continua ad offrirci sorprese e meraviglie lasciandoci ammirare – passo dopo passo – un’opera d’ingegneria militare percorsa milioni di volte durante lo scorrere dei secoli. Per qualche istante la mente corre all’ideazione di questa via, alla sua scelta accurata del tracciato, alle fatiche profuse per il taglio delle rocce, al-la sistemazione dei terrazzamenti e alla costruzione dei ponti realizzati nei luoghi più impervi, alla posa in opera del lastricato, alla erezione di templi e allo scavo di enormi cisterne.
E poi ancora le nubi di polvere che si alzavano durante il transito delle legioni romane in marcia; le impronte lasciate nel fango dai mercanti diretti in Oriente o dai pellegrini in marcia verso Roma; le battaglie avvenute per il controllo dei luoghi e gli agguati di bande brigantesche sempre avide di bottini; gli straordinari viaggi di quella élite socio-culturale della mitteleuropa dell’Illuminismo settecentesco effettuati da gente comune, illustri personaggi e miti della storia.
Giunti ai piedi della brulla altura da cui si ergono strutture murarie lambite dal millenario scorrere del tempo, siamo alla base di quelli che dovevano essere i resti del forte medioevale di Sant’Andrea, eretto sui terrazzamenti di un più vetusto tempio pagano dedicato a divinità romane come Venere e Apollo. Alcuni ambienti sulla sinistra, con cisterna e feritoie, appartengono sicuramente ad un’altra stazione di posta eretta proprio sullo svalicamento che la strada compiva da Fondi ad Itri. Mentre a destra poche decine di metri conducono al Fortino di Sant’Andrea, posizionato in un punto importante per la sua strategica posizione; esso – collocato sul confine tra il Regno di Napoli e lo Stato della Chiesa – è stato spesso un luogo di battaglie ed un sicuro rifugio per le bande brigantesche che operavano in zona.
Questo luogo fu anche una roccaforte borbonica per impedire la penetrazione napoleonica nel Sud Italia; qui, infatti, numerosi furono gli scontri tra eserciti che si sfidarono; napoletani e pontifici, spagnoli e francesi, tedeschi e austriaci. Il passo dei monti Aurunci attraverso la gola di Sant’Andrea fu controllato da numerosi briganti, tra cui l’episodio più famoso che si evidenzia su tutti, è quello che narra del brigante Michele Pezza, da tutti conosciuto come “Fra Diavolo” di Itri, che nel 1798 difese eroicamente – a capo dell’insorgere di intere popolazioni della zona – il Regno Borbonico impedendo la rapida avanzata di un esercito formato da Francesi e Polacchi intenzionati ad occupare il Regno; una lapide sulla parete del fortino ne attesta l’episodio.
I profumi e le essenze del lentisco in fiore, dell’erica fiorita e del mirto abbelliscono questa parte del percorso, proprio al centro della gola di Sant’Andrea, rendendo questa escursione davvero indimenticabile. Appena poco più su del Fortino, i basoli romani diventano sempre più sconnessi e irregolari intervallati – di tanto in tanto – dai regolari lastroni di sistemazione rinascimentale che si alternano ad appezzamenti squadrati in basoli d’epoca borbonica. Attraverso questa gola, per vie scoscese, tornanti, strade che solcano la montagna, si penetra in un paesaggio che offre mutevoli trasformazioni del territorio, con aspre alture ai lati contornate dai filari di pini marittimi le cui fronde si piegano nella direzione dei venti in quota; brulli e selvaggi valloni che degradano fino alle pianure lungo la costa; un paesaggio che viene ulteriormente contraddistinto dalla presenza dei ruderi di antichi monasteri, piccoli rifugi campali, recinti di iazzi per il ricovero degli armenti, il tutto avvolto dal misterioso e coinvolgente fascino dell’eco di antichi “pezzi” di storica quotidianità che si alternano, ad ogni passo, tra miti e leggende.
Il lastricato borbonico termina poco prima di raggiungere l’attuale tracciato della Statale n.7 “Appia”; qui, due frecce in legno indicano le direzioni opposte per chi volesse intraprendere un viaggio a piedi lungo la Via Appia antica: la cosiddetta “Via Francigena” verso nord in direzione di Roma, e la “Via Micaelica” verso sud in direzione di Monte Sant’Angelo sul Gargano. Qui, dopo esserci lasciati alle spalle il valico della gola di S. Andrea, ha termine il nostro cammino su questo breve tratto di bimillenaria storia che offre la possibilità di godere dell’intuizione ingegneristica dei Romani le cui opere – come dimostrato da questa “Regina Viarum” – resistono al tempo e restano immutate per sempre nell’eternità…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)
