Stupore e ammirazione, quel senso di libero vagabondare, accompagnano chi si incammina lungo sentieri di antichissima frequentazione; intreccio fra storiche vie commerciali lungo la dorsale appenninica tra Campania e Molise. Parlare del Matese è un po’ come raccontare tutta la storia delle esplorazioni e dell’escursionismo nel Mezzogiorno italiano; laddove sentieri e piste della transumanza, si intersecavano lungo le pendici di questo gigante dell’Appennino.
Dagli Osci ai Sanniti, dai Dauni ai Romani, tutti hanno saputo trarre da questi territori il meglio che i pascoli e la tradizione casearia riuscisse a tramandare, per secoli, alle popolazioni che vivono questa parte di Appennino. Il massiccio si colloca, per buona parte, in terra molisana tra copiose giogaie e valli profonde. Da esso s’impenna la cima più alta: il Miletto (2050 m) che reca tracce di antichi bacini glaciali. I versanti che ricadono in Campania, invece, sono distribuiti tra le provincie di Caserta e Benevento e culminano con la Gallinola (1923 m).
Conseguenze immediate della felice esposizione sono facilmente leggibili nel manto vegetazionale: i lecci si aggrappano alle pendici della montagna mentre la macchia offre le sue caratteristiche ambientali con il corbezzolo che si alterna ai cisti e all’asparago. Immediatamente a ridosso delle macchie e dei coltivi subentrano gruppi di sorbo, acero, abete e frassino seguiti dalle cerrete e i castagneti che a loro volta, a quote superiori, cedono terreno alle faggete; nel sottobosco fioriscono in abbondanza alcune erbe officinali tra cui la genziana, l’arnica, il mirto e il sambuco.
La fauna, un tempo abbondante, ha cominciato a ridursi dalla fine del ‘700. I briganti contribuirono alla scomparsa degli ultimi orsi mentre molto rara divenne la presenza del capriolo. Oggi, in più punti del comprensorio si segnala la presenza del lupo, della volpe, del cinghiale, delle lepri, le martore, i tassi, le faine, i gatti selvatici, gli scoiattoli e l’aquila che nidifica sulle rocciose pareti del Miletto, mentre dai boschi sale il ritmo battente del picchio e, più lontano, il richiamo del cuculo. Le acque del bacino sono raccolte in fondo a un’immensa fossa, per una lunghezza di 8 km e una larghezza di circa 2 km, ai piedi della più imponente cortina del massiccio, quella che racchiude le cime del Miletto e della Gallinola.
Scenografia ambientale tra le più suggestive dell’intero Appennino qui s’aprono vedute paesaggistiche tra le più interessanti della catena montuosa. I numerosi inghiottitoi sul fianco meridionale smaltiscono, secondo un processo naturale, l’eccesso e il livello delle acque del lago. Fino ai primi del ‘900 il bacino era un articolato sistema di acquitrini, con ampie pozzanghere appena sufficienti ai bisogni degli armenti transumanti. Nel 1923 la massa d’acqua fu utilizzata per scopi industriali con un sistema di basse dighe (in terra) allo scopo di rendere isolati gli inghiottitoi e permettere di far salire il livello della superficie lacustre di 5 metri, da 1007 a 1012 metri.
Oggi il bacino si presenta come un lago alpino e quando gli ambienti del Matese assumono l’abito bianco durante la stagione invernale, agli occhi dell’escursionista che s’avventura in questi luoghi, s’apre un magico spettacolo di straordinaria bellezza: giù nel fondo brilla il lago; di fronte sfolgorano in tutta la loro bianca veste innevata le maggiori giogaie del massiccio, dal Colle Tamburo (1982 m) al monte Mutria (1823 m) culminando nel Miletto. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)
