Un viaggio nel tempo e nella storia della Normandia, ove tutto ruota intorno a quella gigantesca operazione militare (“Overlord”, il D-Day quel “Giorno più Lungo”) che liberò l’Europa dalle dittature del nazi-fascismo; un interessante vagabondaggio compiuto andando alla scoperta e alla conoscenza della natura, dell’arte e della cultura di questa parte settentrionale della Francia che s’affaccia sul Canale della Manica… Il tutto nel ricordo e nella memoria di quei tantissimi giovani (americani, inglesi, canadesi, australiani, neozelandesi, scozzesi, danesi, norvegesi, francesi…) che – 80 anni fa – sacrificarono la propria vita durante quella notte che cambiò la storia del mondo per sempre! Perchè la storia va benissimo studiarla sui libri ed approfondirla, ma quando essa diventa una realtà tridimensionale, assume tutta un’altra visione ed un’atra dimensione, credetemi…!
Sono stato in Normandia per una dozzina di giorni ed il mio obiettivo prima della partenza dall’Italia è stato quello di stabilire un insolito itinerario storico/emotivo che mi guidasse, con gli occhi e con la mente, ma – soprattutto – attraversando a piedi quei territori, camminando lungo gli stessi orizzonti… vissuti dalle migliaia di ragazzi sbarcati su quelle spiagge, o paracadutati la notte prima, nell’entroterra.
UTAH BEACH, la notte che cambiò il mondo… per sempre! Sorge l’alba proprio dalla spiaggia che per prima fu interessata dalle operazioni dello sbarco in Normandia (il D-Day la più grande operazione bellica della storia), quella ove i primi fanti americani toccarono suolo: Utah Beach. Ma già dopo 30 minuti allo scorrere della mezzanotte tra il 5 e il 6 giugno, oltre 1500 aerei paracadutavano, sulla zona della penisola del Cotentin, migliaia di uomini della 82a Divisione aviotrasportata “Airborne“, che avrebbe preso il borgo di Sainte Mére Eglise, e della 101a Divisione aviotrasportata “Airborne” che avrebbe protetto e reso sicuro i collegamenti tra la testa di ponte di Utah Beach e l’interno. Con lo stesso spirito emotivo ripercorriamo le stesse direttrici compiute dalle truppe americane sbarcate nel settore delle spiagge di Utah. Oggi qui, dopo aver toccato e fatto scorrere tra le dita, la bianca e soffice sabbia della spiaggia, ci incamminiamo verso l’interno superando la gigantesca duna…
…Allontanandosi dalle spiagge e penetrando verso i territori interni si attraversano ampie zone di “marais” (le complicate paludi in cui molti paracadutisti persero la vita), si supera il cippo marmoreo con statua in bronzo che ricorda le azioni del ten. Winter (protagonista della serie televisiva “Band of Brother“, realmente esistito!) che con gli uomini della 506a “Easy” Company riuscì a mettere fuori combattimento, dopo aver toccato suolo tra le campagne di St. Mére Eglise e St. Marie du Mont, quattro batterie di cannoni tedeschi le cui bocche da fuoco puntavano ad ostacolare le operazioni di sbarco terrestri…
…Dopo aver attraversato il piccolo borgo di Sainte Marie du Mont, si punta decisamente verso Sainte Mére Eglise ove sbuchiamo al centro di quella piazza (la “piazza del massacro”) immortalata nelle scenografie del più famoso film sull’argomento; una piazza che nelle prime ore del 6 giugno – abbagliata dalle fiamme di un vicino edificio – rischiarò il buio di quella triste notte favorendo la reazione dei tedeschi che annientarono centinaia di paracadutisti ancor prima che questi toccassero terra, ad accezione di un soldato (John Steele) che, durante la discesa, rimase impigliato con il paracadute al campanile della Chiesa di questo piccolo borgo e di cui, ancora oggi, un manichino ne raffigura l’episodio.
POINT DU HOC, quella maledetta scogliera! Se c’è un luogo, in tutta la Normandia che ricordi ciò che avvenne quel 6 giugno 1944 esso è Point du Hoc, trenta metri di ripida roccia diventato, suo malgrado, il promontorio più famoso di tutte le coste francesi. Una falesia che piomba nel mare e caratterizza due scogliere dalle inaccessibili muraglie rocciose. Qui fu allestita la più imponente postazione di batterie di cannoni tedeschi che potevano colpire due tra le più importanti spiagge dello sbarco in Normandia: Utah a ponente e Omaha a levante. Questo fu il luogo che vide l’avvicinarsi delle compagnie del 2° Battaglione degli US Rangers che con scale, corde e rampini avevano il compito (tentando l’impossibile) di scalare la rocciosa scogliera fino all’altopiano e, successivamente, assaltare e distruggere le linee tedesche asserragliate nei bunker in cima.… ai loro occhi si presentò un paesaggio colmo dei crateri lasciati dopo i pesanti bombardamenti dell’artiglieria navale…
…Oggi qui si respira una sensazione di calma e raccoglimento, il cielo azzurro si unisce oltre l’immenso sulla linea del mare, e le uniche voci che resistono sono quelle del vento e dei gabbiani. Ancora oggi si riesce a percepire quella terribile sensazione di cosa fu l’alba di quel 6 giugno; si rivive drammaticamente quell’ambientazione del tempo: i bunker, le batterie tedesche, i cannoni, il filo spinato, le falesie, il vento che soffia incessante… tutto contribuisce a rendere questo luogo davvero un posto molto suggestivo. Tutta la zona che sovrasta il promontorio e un luogo fuori dal tempo, sembra di essere proiettati indietro di oltre 80 anni: per volere e/o scelta delle autorità locali e militari, l’area è stata lasciata così come si presentava dopo la guerra.
OMAHA (bloody) BEACH… un inferno chiamato MG42, lo sterminio degli US soldier… Poco alla volta ci avviciniamo a quella che, in più di qualche trasposizione cinematografica, è stato il racconto e la narrazione dei fatti svolti e avvenuti qui, in Normandia. Due opere su tutto: come il “Giorno più Lungo” e “Salvate il Soldato Ryan” restituiscono visivamente ciò che realmente è accaduto qui. Il varco di “Dog Green” quel varco aperto dopo estenuanti ore di battaglia su 8 km di spiagge tinte dal rosso sangue degli uomini della 1a e della 29a Divisione di Fanteria Americana che qui, durante la prima ora dello sbarco, dei 2400 uomini che tentarono di mettere piede a terra, più del 50% lasciarono sull’arenile le proprie giovani vite falciate dalle micidiali MG42 tedesche (25 colpi al secondo ad una velocità di 900 km all’ora) praticamente… un autentico plotone d’esecuzione!
…Stare qui, voltarsi intorno cercando di capire le varie posizioni dei belligeranti sul terreno; chi difendeva e chi attaccava, vedere coi propri occhi, il solamente intuire, comprendere e conoscere ciò che è avvenuto su questa spiaggia fa davvero rabbrividire. Bloody Omaha (Sanguinosa Omaha) fu definita la spiaggia; oggi sull’arenile dalla sabbia dorata di Omaha è stato eretto un monumento commemorativo intitolato “Les Braves” (i Coraggiosi) composto da tre stele d’acciaio simili a vele spiegate al vento che simboleggiano la speranza, la libertà e la fraternità. A margine della maledetta spiaggia, a pochi chilometri si giunge a Colleville sur Mer ove s’apre la spianata del più grande cimitero monumentale militare di sempre: il Normandy American Cemetery. Al suo interno sono accolte le 9386 croci di marmo di Carrara tutte allineate in geometrica sequenza e avvolte da un impressionante silenzio. Nell’asse del viale centrale s’innalza quel “Muro dei Dispersi”, su cui sono iscritti 1557 nomi di ragazzi mai più ritrovati. Sembra di “vivere” le scene iniziali e finali del Capt. Miller in Save Ryan Soldier; tra i viali un attempato centenario (sicuramente uno dei reduci di Omaha) a passo lento e dondolante col bastone, accompagnato dalla consorte sono affidati alle amorevoli cure di una guida che illustra loro le bianche lapidi; dal film alla realtà la differenza sembra davvero non esistere!
…Non vi sono parole per descrivere questo luogo carico di storia ma, al tempo stesso, che esprime immenso dolore e profonda tristezza. Splendidamente tenuto in ogni cura (il suolo è territorio americano donato dalla Francia) e particolare qui, il silenzio, è d’obbligo; qui giacciono le migliaia di spoglie di coloro che hanno dato la vita per la nostra libertà. La suggestione di questo luogo si esprime anche attraverso i suoi colori: il blu del cielo, il verde smeraldo dei prati, il bianco abbagliante delle croci, il silenzio…! Dinanzi a questa infinità di bianche croci (diverse le Stelle di Davide) si rimane sbalorditi al solo pensiero che ricordano i tantissimi ragazzi morti per aver dato a noi tutti oggi la libertà. Prima di andar via resta dentro solo un grande senso di vuoto e di impotenza, mentre fuori la sensazione è quella di godere solo di un grande senso di gratitudine rendendo onore a tutti questi eroi. La guerra… tutte le guerre… da che mondo è mondo restano sempre, e solamente, la più grande e orribile azione creata dall’uomo.
GOLD BEACH: un incredibile molo sulla spiaggia delle conchiglie! ARROMANCHES e PORT EN BESSIN… Poter ammirare da vicino di quali opere l’ingegno umano e possibile concepire è solo qui, di fronte alla baia di Arromanches, che si percepisce la monumentalità dello scopo. Le banchine portuali fluttuanti di Arromanches sono una delle più straordinarie elaborazioni ingegneristiche applicate all’utilizzo bellico: il porto artificiale. Durante lo sbarco in Normandia, dopo che gli inglesi ebbero conquistato la spiaggia (nome in codice: Gold Beach), diedero subito inizio alla costruzione di un grande porto artificiale, destinato ad accogliere l’enorme mole di uomini e materiali necessari per l’avanzata degli alleati verso l’interno…
…Arromanche fu un prioritario obiettivo durante le operazioni dello sbarco poiché gli stessi alleati individuarono la possibilità di realizzare, nella sua rada, una imponente opera portuale artificiale per poter garantire, in tempo utile, la fornitura di armi e munizioni alle truppe sbarcate; i componenti di questo porto furono trasportati a pezzetti attraverso il mare e, successivamente, assemblati di fronte ad Arromanche. Le forme bizzarre dei cassoni, a volte anche misteriose, di ciò che resta del gigantesco porto artificiale, determinano la sky-line lungo l’orizzonte laddove il cielo e il mare s’incontrano. Qui, durante lo sbarco, all’estremità orientale dello schieramento americano, quella tristemente famosa spiaggia di Omaha Beach, insieme ai genieri inglesi, sbarcò e mosse le prime operazioni anche il comandante in capo delle forze terrestri alleate: il generale inglese Montgomery.
ETRETAT, uno sbarramento di rostri lungo la Costa d’Alabastro! Etretat non è stata direttamente coinvolta durante gli avvenimenti bellici del II conflitto mondiale anche se su questa spiaggia furono realizzati i rostri in acciaio per impedire un eventuale sbarco alleato a difesa di quello che il governo del III Reich hitleriano definì come la difesa del Vallo Atlantico; tant’è che sono ancora ben visibili le costruzioni in cemento di bunker realizzati alla base della precipitosa scogliera.
SWORD e il ponte “conteso” di Pegasus Bridge… Stando al piano, i parà avrebbero dovuto prendere terra qualche ora prima degli sbarchi, raggrupparsi, raggiungere gli obiettivi assegnati, occupare e tenere le vie di comunicazione da e per le spiagge, creare confusione dietro le linee tedesche e appoggiare le truppe da sbarco. L’aliante offre forse un’immagine meno spettacolare delle orde di paracadutisti, ma compensava con la sua estrema silenziosità e, specie nel caso di Pegasus Bridge, precisione. Se i paratroopers statunitensi, più a ovest, raramente atterrarono nei luoghi previsti, il maggiore Howard ed i suoi uomini arrivarono a poche decine di metri dal ponte; i tedeschi posti a difesa del ponte pensarono che il leggero rumore prodotto dall’atterraggio in planata del velivolo fosse semplicemente un pezzo di aereo abbattuto dalla contraerea. Un errore che si rivelò fatale…
…immediatamente a terra il parà Brotheridge e il suo plotone imboccarono di corsa il ponte, gli “Sten” imbracciati all’altezza del petto, pronti a fare fuoco. La giovane sentinella tedesca – poco più di un ragazzo – si vide arrivare contro ventidue diavoli in divisa da combattimento, le facce annerite, le armi spianate. La parte dell’eroe non gli si addiceva. Anziché sparare, si mise a correre verso l’altra estremità del ponte, gridando: “Paracadutisti!” La seconda sentinella udì il grido e fece in tempo a sparare un razzo di segnalazione prima di essere colpita da una raffica di mitra. Il razzo e una forte esplosione (gli uomini di Brotheridge avevano fatto saltare il bunker all’imboccature orientale del ponte), fecero scattare l’allarme. I tedeschi guadagnarono le trincee e reagirono aprendo il fuoco con le mitragliatrici leggere e con gli Schmeisser.
…Ci vollero meno di dieci minuti per mettere in sicurezza il ponte. I tedeschi, presi completamente di sorpresa, furono rapidamente sopraffatti, mentre gli inglesi persero due uomini: furono i primi caduti di Overlord su entrambi i fronti, circa 30 minuti dopo la mezzanotte del 6 giugno. E non furono gli ultimi, dato che il maggiore Howard ed i suoi uomini, che furono rinforzati nel frattempo da ulteriori elementi della 6a aviotrasportata, furono impegnati nel respingere numerosi contrattacchi tedeschi durante tutta la notte e la mattinata seguente. Il destino degli uomini del maggiore Howard era dunque strettamente legato alle truppe in arrivo ad Ouistreham, sulla spiaggia denominata Sword, il punto più orientale dell’assalto anfibio. Nello specifico, i Commandos inglesi ebbero l’ordine di recarsi immediatamente verso i ponti una volta sbarcati.
A guidare le forze speciali britanniche vi era Simon Fraser, 15° Lord di Lovat, carismatico nobiluomo scozzese tutto d’un pezzo, assistito dal soldato Bill Millin, il quale, tra lo sconcerto di alleati e nemici, sbarcò a Ouistreham armato solo di un coltello e della sua fidata cornamusa. Lord Lovat scelse personalmente Millin come suo assistente, e gli ordinò di accompagnare lo sbarco dei Commando con il suono del suo strumento, contravvenendo ad uno specifico divieto dell’Alto comando…Seduti al Café Gondrée (meglio noto, a partire da quella lunga notte del 6 giugno 1944, come il ‘primo edificio francese liberato’), a pochi metri dal ponte, non si può non pensare all’incontro tra il maggiore Howard ed i suoi uomini con Lord Lovat ed i Commando inglesi, nella tarda mattinata del giorno più lungo. La conferma del successo della loro missione arrivò, per le truppe aviotrasportate, con il suono di una cornamusa. Il fianco orientale di Overlord era stato messo in sicurezza, lo sbarco a Sword, nonostante qualche intoppo, aveva avuto successo e le forze britanniche muovevano alla volta di Caen.
Per la 6a aviotrasportata la notte più lunga era giunta al termine. La vittoria portava il segno del silenzio degli alianti e delle rumorose cornamuse scozzesi. Questo può ritenersi vero soprattutto per quanto riguarda Bill Millin. Arrivati nei pressi del ponte, Lord Lovat esordì con un “Sorry for being late”, conscio dei due minuti di ritardo della sua unità: con il soldato Millin in testa, i Commando attraversarono Pegasus Bridge marciando, esponendosi al fuoco dei tedeschi appostati non troppo lontani. Dodici uomini furono colpiti, ma Millin, che marciava diversi metri davanti ai suoi commilitoni, armato solo di coltello e cornamusa, rimase illeso. Più tardi chiese a due tedeschi catturati nelle vicinanze il motivo per cui non spararono ad un bersaglio così facile: “doveva per forza essere un matto, non ne valeva la pena”, risposero. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)
