Nel “regno” della lontra (Cilento, SA)… le gole del fiume Calore tra impetuose acque e ripide rocce

Esiste un luogo, nel cuore del Parco Nazionale del Cilento, che restituisce arcane sensazioni di fascino e mistero. Jules Verne ne avrebbe tratto sicuramente fonte di ispirazione per le sue incredibili avventure. Qui l’acqua, nel suo millenario scorrere attraverso salti, cascate, zampilli e sifoni ha eroso la roccia calcarea. Regno incontrastato della lontra, le sue sponde offrono una variegata aggregazione di erbe (officinali) e infiorescenze (diverse specie di orchidee) ove trovano il proprio habitat naturale anfibi (come l’ululone dal ventre giallo e la salamandra) e mammiferi (tasso, donnola e volpe).

Il corso delle acque fluviali del Calore, là dove s’incunea nei pressi dell’abitato di Felitto (in provincia di Salerno), è sicuramente uno tra i paesaggi più suggestivi e spettacolari dell’intero Cilento; di quel Parco Nazionale del Cilento, Alburni e Vallo di Diano ancora poco conosciuto e, per certi versi (e fortunatamente), ancora intatto. Un particolare habitat situato molto lontano delle rotte di quei turismi cosiddetti “convenzionali”; un angolo di paradiso verde, ove il profumo della terra bagnata dalle acque restituisce emozioni e sensazioni di un territorio rimasto così autenticamente integro.

Felitto (280 m), ci accoglie con austera fierezza dall’alto del suo sperone roccioso, naturale baluardo che si erge sulla stretta gola ove scorrono, impetuose, le acque del fiume Calore. Arroccato su di un erto colle calcareo (la “Rupe di S. Nicola”), l’abitato domina a strapiombo la vallata. Lungo le sue polverose e lastricate stradine, racchiuse tra i bastioni della vecchia cinta muraria, è ancora possibile scorgere i resti di portali in pietra che restituiscono angoli suggestivi ricchi di antiche memorie; qui dove la natura e la storia sembrano continuamente alternarsi in un incantevole spettacolo ricco di profumi e di colori, dove anche per un solo giorno trascorso tra gli stretti vicoli e gli adombri portoni sembra ascoltare, tra queste pietre levigate dal tempo, gli echi di arcane cavalcature.

Nelle immediate vicinanze dell’antico ponte medioevale che, fin dall’antichità, collegava gli abitati di Felitto e Castel S. Lorenzo, parte la traccia di un sentiero che penetra subito nel cuore della valle, mantenendosi a mezza costa e articolandosi lungo la sinistra orografica della forra. Uno spettacolo di inaudita bellezza si apre ai nostri occhi: ambienti selvaggi e incontaminati, dove una rara vegetazione forma quella naturale scenografia ricca di vivaci colori e di frizzanti profumi, là dove il “suono tonante” delle acque fa da sottofondo ai guizzi ed ai richiami  di bellissimi uccelli che volteggiano sulle nostre teste.

In alto, invece, si profilano le irte pareti rocciose su cui è adagiato l’abitato di Felitto: tutti questi elementi messi insieme e concentrati in questo particolare luogo, non possono far altro che indicare che questo è il naturale “regno” della lontra, mustelide che qui vive indisturbata, libera e protetta. Spostandosi fuori dell’abitato, uno stradello scende giù verso destra e conduce, in breve, presso una località indicata come Remolino; una modesta radura (in ciottoli) che si apre lungo le sponde del fiume; nelle vicinanze vi è un’area attrezzata a picnic ed una fontana, il luogo si presta ideale per fare il bagno, la canoa fluviale ed è anche possibile – chiedendo eventuali permessi – montarvi la tendina e trascorrervi la notte.

Da qui parte l’itinerario che in breve giunge a un piccolo sbarramento (una diga) posto alla confluenza tra il fiume stesso e lo sbocco del Fosso Remolino (182 m), un alveo torrentizio che si apre sulla sinistra. Poco più avanti, sulla sponda opposta, parte la traccia di un sentierino che in breve conduce alla grotta (o cella) detta di Bernardo (sicuramente una “laura” di origini basiliane): questa pista non va assolutamente presa! Il cammino principale invece ora prosegue attraversando lo sbarramento della diga e continua portandosi sulla destra orografica della gola, lungo un sentiero abbastanza frequentato che penetra a mezza costa nella selvaggia natura che caratterizza la forra.

In alto, sulla sinistra, si ergono le articolate creste ammantate di vegetazione boschiva del monte Ceglie (602 m), mentre sulla destra si parano i costoni meridionali dello Scanno del Mezzogiorno (740 m), alture calcaree che, nascondendo questa gola, hanno contribuito nel corso dei secoli a mantenere integro ed intatto questo particolare habitat. Qui la natura diviene protagonista assoluta e numerose sono quelle specie di infiorescenze che s’incontrano lungo il percorso che attraversa per intero tutta la gola quali l’aglio ursino, la valeriana, la sulla e l’orchidea provincialis (una specie selvatica).

Più avanti la traccia del sentiero diventa (236 m) quasi impraticabile per via della fitta vegetazione che lo circonda, ma è abbastanza percorribile perchè il tracciato della pista è molto evidente per via del transito degli animali. Intorno, notevoli sono quelle presenze dell’erica, delle felci e del pungitopo che si alternano a piante di cisto (bianco e rosso) e di laconito (dai fiori blu). Lungo il sentiero, se si è dotati di un buono spirito di osservazione, si riescono facilmente a individuare le tracce della faina che lascia i “segni” del suo passaggio e delimita, così, anche il suo territorio; oppure le zolle di terreno rimosso che sono quelle del cinghiale che scava per trovare tuberi o insetti.

Mentre in alto, nel cielo, non è raro riuscire a scorgere falchi pellegrini o poiane che volteggiano poco sopra le teste; questo loro volare in circolo sono dei precisi movimenti indirizzati agli escursionisti: infatti vogliono segnalare che si sta attraversando il loro territorio. Il sottobosco è ricco di vegetazione arbustiva e sembra quasi di attraversare una foresta tropicale, tant’è l’insistenza del fogliame che in alcuni casi impedisce quasi del tutto il riflesso dei raggi solari. Il sentiero è ammantato da foglie di edera e di lauroceraso, e alla base di grossi tronchi di frassino e carpino bianco non è difficile riuscire ad individuare le tane scavate dal tasso.

In questa vallata, proprio al centro della gola (238 m), parte una piccola deviazione (un breve tratto su rocce esposte piuttosto difficoltoso) che scende in basso a destra e conduce a degli enormi massi levigati dal millenario scrosciare delle acque: questo ammasso viene indicato come il ponte di “Pietra Tetta” (pietra del tetto), un gigantesco groviglio di pietre che sono qui franate in epoche remote, e qui sono rimaste incastrate, proprio al centro della gola; le loro superfici sono state, per secoli, modellate e levigate dalla forza erosiva delle acque che qui scorrono impetuose soprattutto durante le piene, lasciando diverse tracce del loro passaggio come tronchi, rami, bidoni, indumenti, plastica, carcasse di animali precipitati ed altro.

Dopo aver visitato il labirinto di Pietra Tetta, si prosegue ancora continuando a camminare nella fitta vegetazione del bosco, là dove il sole difficilmente riesce a penetrare attraverso il folto fogliame della foresta. Il leccio giovane, detto dai locali elice o ilice (dall’antico ILEX), si alterna alle tortili radici dei tronchi più vecchi, mentre il fogliame sparso del sottobosco è ricco di bacche di mirto e bulbi di giglio selvatico; non è raro trovare anche esemplari di olmo e orniello. Nel tratto più impervio (274 m) della gola si stagliano, in alto sulla sinistra, gli strapiombi calcarei della Rupe Rossa, mentre sulla destra si profilano le creste boscose della Costa di Magliano (389 m).

Dopo quest’ultimo ed impegnativo passaggio, mentre il sentiero aumenta considerevolmente la sua pendenza, si guadagna quota salendo in alto e mantenendosi sempre sulla sinistra (ripidissimo versante coperto di erbe scivolose e di ghiaioni: qui bisogna fare molta attenzione!). Camminando, ci si accorge che all’improvviso la gola termina proprio nel momento di massima impennata, là dove la vegetazione poco alla volta va diradandosi e il bosco va aprendosi cominciando ad offrire bellissime vedute panoramiche lungo il suo tratto a monte.

Si compie così un’ultima scarpinata lungo un tratto ghiaioso piuttosto in pendenza che in breve conduce, in alto sulla sinistra, a ridosso di un sentiero che aggira la Costa di Magliano; dall’alto di questa terrazza panoramica è possibile scorgere, all’opposto imbocco della gola del fiume Calore, l’antico ponte medioevale ad arco (schiena d’asino), costruito interamente in pietra, tra due verdeggianti sponde fluviali ricche di vegetazione, il quale ha permesso per lunghi secoli il collegamento pedonale tra gli antichi borghi di Magliano e di Felitto: sullo sfondo, oltre l’orizzonte, si profila la mole del monte Motola coi suoi 1700 metri d’altezza. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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