Una tra le più belle, selvagge e spettacolari vallate del massiccio montuoso del Pollino, giù in Calabria. Certamente la più aspra con le sue imponenti pareti rocciose – alte anche centinaia di metri – a picco che incutono timore solo a guardarle dal basso e le sue profondissime gole. Questa è la valle in cui scorrono le acque del torrente Raganello che, nascendo tra la foresta ai piedi di Serra delle Ciavole (2130 m) lentamente scorre fino a lambire l base rocciosa della gigantesca (e ripidissima) parete – i cosiddetti “lisci” – di SW della Timpa di San Lorenzo (1652 m) per poi continuare fino ad incunearsi tra le frastagliate della Gola del Barile, uscendone dopo circa 3 km di fronte l’abitato di San Lorenzo Bellizzi, nei pressi delle masserie Russo e Francomanno.
In questo punto la valle si apre brevemente per circa 2 km e mezzo; più avanti, in località Pietraponte, la stessa va nuovamente a chiudersi mentre le acque del Raganello vanno ad inabissarsi tra le alte e levigate pareti rocciose che formano uno dei più belli spettacoli che la natura abbia mai creato: le gole del Canyon del Raganello. Il percorso lungo il fondo di questa gola è un’autentica avventura attraverso l’ignoto; un continuo articolarsi attraverso salti su rocce che emergono dal pelo d’acqua e passaggi sulle pietre lisce e gli enormi massi levigati dal millenario scorrere delle acque. Un alternarsi che non concede distrazioni come il superamento a nuoto di laghetti spesso profondi, di salti (o scivoli) lungo le sue cascate; tutto questo, stando sempre a contatto con le fresche e – spesso – torbide acque del torrente.
Va comunque precisata una cosa molto importante: la traversata lungo il fondo del canyon è impegnativa ed è assolutamente sconsigliabile a chi non ha esperienze di alpinismo e/o arrampicata, oppure a chi non ha mai masticato nozioni di speleologia con discese in grotta! La sua traversata si sviluppa per una lunghezza di circa 7/8 km lungo una direzione che scorre da N verso S ed ha inizio poco prima dell’abitato di San Lorenzo Bellizzi (PZ) per poi terminare a Civita (CS), borgo di matrice albanese, ove è consigliabile disporre di un’altra auto da lasciare qui parcheggiata con gli indumenti asciutti per il ricambio.
Nei pressi di un pianoro ombreggiato da enormi querce in zona masseria Armentano, da un albero isolato tra i cespugli di ginestre, parte la traccia di un sentiero che scende direttamente nella zona sottostante di fronte all’enorme parete rocciosa della Timpa di Cassano. Questa traccia conduce – mantenendosi sempre lungo il filo di cresta – direttamente al ponte di Pietraponte (515 m). Questo ponte viene così chiamato perché è un passaggio naturale costituito da un enorme macigno incastratosi tra le pareti al centro della forra e qui precipitato durante una vecchia frana. Questo ponte fu opportunamente attrezzato dai contadini del luogo con muretti e pali di sostegno, oltre a scalini intagliati nella roccia, per permettervi l’agevole transito delle greggi.
Subito dopo aver scavalcato il ponte, un breve tratto scosceso sulla sinistra porta fin giù al greto del Raganello e – dopo poche decine di metri – compare una incisiva spaccatura nella roccia che “segna” l’inizio vero e proprio del Canyon del Raganello (480 m). Le difficoltà nel proseguire si presentano fin quasi subito dall’inizio. Altissime pareti a picco sovrastano, con la loro imponenza, il lento scorrere delle acque del torrente. Il tracciato si presenta a volte pianeggiante e, in alcuni punti, con scivoli naturali formati dalle rocce levigate dall’acqua. Sul greto si trova di tutto: dagli enormi tronchi trascinati giù lungo il letto del torrente dalle vecchie piene che qui avvengono, ripetutamente, in seguito alle forti e insistenti precipitazioni piovose, e poi ancora carcasse di capre e vacche che – pericolosamente – affacciandosi dalla soglia dei precipizi che chiudono in alto la gola si sono spinte troppo oltre precipitando quaggiù.
Continuando, il paesaggio varia sempre data la particolarità del luogo. In alcuni punti, l’incredibile intaglio roccioso delle alte pareti del canyon impedisce ai raggi del sole di giungere direttamente sul fondo del torrente. A circa 2 km e mezzo dall’inizio della traversata, alzando lo sguardo all’insù, compare il Ponte d’Ilice, antica costruzione in pietra che scavalca in alto quel tratto della gola conosciuta come la Forra d’Ilice, uno dei punti più angusti del canyon ove le pareti rocciose sembrano quasi congiungersi assumendo forme tondeggianti perché scavate dalla forza erosiva delle acque del torrente. Poco più avanti, (200 metri circa), salendo sulla sinistra si giunge in prossimità dell’antica traccia di sentiero (appena accennato) frequentato dai pastori del luogo. Scrutando con più attenzione le pareti, sono possibili scorgere delle sorgenti d’acqua naturale che sgorga sottoforma di zampilli.
Poco dopo, 1 km circa più a valle, si arriva alla Conca degli Oleandri. Qui la gola si apre quasi come un piccolo anfiteatro, ed è proprio qui che si avverte come la conca sia il punto più largo dell’intero canyon; una delle poche vie di fuga dalla gola in caso di estrema emergenza; qui il posto offre la possibilità per fare una breve sosta grazie alle pietrose spiaggette laterali. Si riprende il cammino affrontando la seconda parte del percorso che diventa ora più difficile e impegnativa ma che risulta essere anche la più bella e spettacolare. Le rocce sembrano quasi cambiare colorazione, assumendo dei toni e delle sfumature più scure. Il procedere è un continuo incunearsi tra rocce, scogli e scivoli ove diventa più faticoso procedere perché si cammina per lunghi tratti con l’acqua che giunge a superare il fondoschiena.
Si arriva così in vista della Frana Ciclopica. Questa zona iene così definita perché è tutta circondata da un enorme e disordinato ammasso di giganteschi macigni franati in tempi passati e qui incastrati. Appena in vista di questo intricato labirinto di massi e scivoli d’acqua è preferibile spostarsi sulla destra per poi infilarsi – attraverso diversi passaggi con cascate – subito all’estrema sinistra fino a giungere nei pressi della parte finale della frana. Qui una parete levigata, quasi a picco, compare sotto i nostri piedi. La sua superficie è sempre bagnata e rende difficilissimo qualsiasi appiglio per poter scendere; sotto, a 15 metri, continua a scorrere il Raganello. Al margine di questa parete rocciosa, in basso sulla sinistra, vi sono degli ancoraggi con un chiodo nascosto e uno spit con anello; con l’ausilio di una corda (bastano un 25/30 metri) è possibile effettuare la discesa in corda doppia per mantenersi in equilibrio sulla scivolosa parete ed è consigliabile non ancorarsi ad altri cardini lasciati in precedenza.
Dopo questo salto, che risulta essere il passaggio più difficile di tutta la traversata, compare un’altra pozza a forma di laghetto e la forza della corrente comincia – poco alla volta – a diminuire e a perdere d’intensità. Il Raganello nel suo scorrere diventa meno impetuoso e va ad incunearsi in una specie di galleria – formata dalle rocce e chiusa in alto dalle fronde di alberi e cespugli – detta il Tunnel dei Colombacci. Di qui a breve si raggiunge il Ponte del Diavolo che segna il termine naturale del canyon; da qui in avanti il Raganello va trasformandosi in una fiumara piena di fango e, lentamente, scorre fino a raggiungere il mar Ionio. Appena oltrepassati il ponte, dalla sponda sinistra del torrente parte un sentierino che, salendo, conduce al ponte, per poi proseguire inerpicandosi per erte pendenze, fino a raggiungere l’abitato di Civita Albanese (600 metri di dislivello in salita); qui sarà molto confortante ritrovare l’auto lasciata in sosta prima della traversata con gli indumenti asciutti per il ricambio. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Franco Alaia & ©A. Perciato)
